parte 118
Lunedì 24 Giugno 2002

Vuoi discutere di Bob Dylan, della sua musica, della sua storia?... 
Hai domande da porre, storie da raccontare, emozioni da condividere,  sul grande Bob o inerenti la sua  musica e la sua vita? 
Scrivi a spettral@tin.it e le tue mail saranno pubblicate in queste pagine ogni lunedì.
Il curatore di questa pagina si riserva di pubblicare o meno, del tutto o in parte, le mail spedite a questa rubrica in relazione alla forma ed ai contenuti delle stesse, tagliando o cestinando quelle che dovessero contenere frasi ritenute non pubblicabili o argomenti non inerenti la rubrica stessa.
Napoleon in rags


1169) CIAO MICHELE!
COME VA? DOPO UN BEL PO' MI FACCIO SENTIRE PER TRASMETTERTI UN INVITO
(sotto consiglio di Anna) CHE SE NON INTERESSERA' A TE PERSONALMENTE SPERO TU POSSADIFFONDERE TRAMITE MF:
INFATTI IN QUESTO PERIODO, PRECISAMENTE DAL 21 AL 30 GIUGNO A POCHI
KM DA CASA MIA, SI TERRA' UN ANNUALE RADUNO EUROPEO DI MUSICA REGGAE, BEAT ecc..IN ALTRE PAROLE
UN VERO E PROPRIO TUFFO NEI 70'S!!!!
PENSO CHE SIA UN OCCASIONE PER I MOLTI APPASSIONATI DI "BUONA MUSICA"
CHE FREQUENTANO  IL TUO SITO, SE RITIENI SIA UNA PROPOSTA INTERESSANTE TI LASCIO LE INFORMAZIONI NECESSARIE:
IL RADUNO DEL SOLE "SUN SPLEASH" SI TERRA' AD OSOPPO DEL FRIULI DAL
21GIUGNO AL 30 GIUGNO SI TRATTA DI UNA RASSEGNA DI MUSICA REGGAE E
NON SOLO CHE RICHIAMA DECINE DI MIGLIAIA DI  PERSONE DA OGNI ANGOLO
D'EUROPA.
POSSIBILITA' DI CAMPEGGI SIA LIBERI CHE A PAGAMENTO
....nota personale....OCCASIONE DA NON PERDERE!!!!!!
infoline: +390432975700
sito: www.rototomsunsplash.com

UN GRANDE SALUTO
ELEONORA

PS volevo chiederti un favore: conosci qualche sito dal quale possa scaricare gli accordi delle canzoni
di Joan? Io non sono riuscita a trovarne uno!!!!

Ciao Eleonora
grazie di tutto e per gli accordi delle canzoni di Joanie prova qui
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"

http://www.harmony-central.com/Guitar/OLGA/all/joan_baez.html

http://membres.lycos.fr/vbrugaro/joantab.htm


1170) ciao!
ho visto anch'io thelma e louise l'altra sera dopo
diversi anni e anch'io sono sobbalzato sul divano
quando ho riconosciuto il buon charlie sexton nella
roadhouse, che canta e suona. e' proprio lui, anche se
con una coda di cavallo un po'.. bizzarra.
paolo vites

Okay! Allora, Mino, il mistero è risolto. Avevi ragione tu. Era proprio Charlie. Grazie a Paolo per il puntuale intervento.
Michele "Napoleon in rags"



 

1171) Ciao Michele!

Una risposta velocissima perché sono in partenza. Il racconto del primo incontro con Bob te lo
invierò a luglio: è una promessa (o una minaccia, considerato il fatto che non riesco a essere molto
sintetica!). Non potevo però partire per le vacanze (di lavoro a dire il vero) senza chiarire la fonte
della dotta citazione "fammi abbracciare una donna che stira…". La canzone era Ti amo di Umberto
Tozzi e il paroliere (o "parolaio", vedi tu) - se non ricordo male - era Bigazzi che è stato più volte
aduso a "perle" di questo genere. Ma direi di concludere qua il discorso sulla musica trash perché
non è proprio il caso di dedicarle attenzione (sia pure come metro di paragone in negativo con il
Nostro!). Vorrei solo spezzare una lancia – ma anche una Fiat (tanto per fare una battuta trash!) – in
favore del povero Furio Colombo che è stato un po’ maltrattato nelle ultime Talkin'. Senza dubbio
ha commesso il grave errore di fermarsi al Dylan degli anni Sessanta e probabilmente conosce molto
poco dell’ultima produzione del Nostro; tuttavia il solo fatto di aver preso parte alla giornata di studi
romana è indice di una particolare attenzione a un autore che – giova ricordarlo perché MF è
un’isola felice – viene costantemente snobbato dai più potenti mezzi di informazione (pensiamo solo
a che cosa "transita" attraverso le radio!!!). In altre parole, se ce la prendiamo così con Colombo
che cosa dovremmo dire di quei giornalisti che hanno presentato il concerto di Kylie Minogue al
Forum di Assago (con un servizio piuttosto lungo sui principali telegiornali nazionali) come l’evento
musicale dell’anno!

Per concludere un chiarimento sui riferimenti campanilistici presenti mia precedente email. La rivalità
Livorno-Pisa ha una tradizione secolare. C’è chi sostiene che il famoso modo di dire da te citato sia
nato proprio in versione labronica ("meglio un morto in casa che un pisano all’uscio…") ma non ci
giurerei perché lo ritroviamo un po’ in tutta Italia. I pisani sono soliti rispondere con altri motteggi
come: "I discorsi li porta via il vento, le biciclette i livornesi…" frase che trae fondamento nella scarsa
propensione labronica a dare il giusto peso alla proprietà privata di questi mezzi di locomozione (in
genere però si tratta di "prestiti" temporanei: le bici vengono quasi sempre ritrovate in giro per la
città…). Esiste addirittura un periodico satirico livornese – "Il Vernacoliere"
(www.vernacoliere.com) che si occupa da anni di tenere viva questa tradizionale rivalità. Il
linguaggio utilizzato è un po’ pesantuccio (per usare un eufemismo) ma i collaboratori della rivista
sono di prim’ordine (un paio sono già stati "rubati" da Striscia!): si va da una docente della Scuola
Normale Superiore di Pisa – che però preferisce mantenere l’anonimato - a un musicista (Federico
Maria Sardelli) – ottimo disegnatore – candidato per due volte al Grammy per la musica classica.

Scusa la divagazione (la prossima volta parlerò esclusivamente di BOB!)

"Wallflower" Elena

Ciao Elena e grazie per le delucidazioni. Hai ragione sul brano di Tozzi. "Ti amo" la conoscevo benissimo ma lì per lì quel verso non mi tornava alla mente (è sì che era così pregno di significato). Comunque Tozzi e Bigazzi erano miei idoli come anche lo erano di Carlo Pig che mi ha scritto al proposito rivelandomi anch'egli la fonte. Inoltre quel testo è del livello dei migliori di Bob se pensiamo a liriche come:

Ti amo, un soldo
Ti amo, in aria
Ti amo se viene testa
vuol dire che basta:
lasciamoci.

In cui ritroviamo la stessa profondità circa l'ineluttabilità del caso e del destino di "Simple twist of fate" (e c'è anche la dotta citazione del verso: "She dropped a coin into the cup of a blind man at the gate").

Per non parlare di tutta una serie di implicazioni culturali e sociali legate alle problematiche di quegli anni (rivoluzione sessuale, femminismo, etc.) come nel caso di:

Ti amo, io sono
Ti amo, in fondo un uomo
che non ha freddo nel cuore,
nel letto comando io.

che son degni di stare a fianco dei migliori versi di Blood on the tracks.

L'impegno sociale, la lotta di classe e l'incitamento alla rivolta operaia:

oggi ritorno da lei
primo Maggio, su coraggio!

L'autocritica, l'analisi e la presa di coscienza del proprio ruolo nella società:

ricordi chi sono
apri la porta
a un guerriero di carta igienica.

da cui non è disgiunta una sottile vena polemica antimilitarista sicuramente più efficace di quella di "Masters of War"...

E poi ancora citazioni dylaniane, nella fattispecie da "Is your love in vain?":

fammi abbracciare una donna
che stira cantando.

Non mancano la cripticità e l'ermetismo del miglior Dylan che fanno impallidire "All along the watchtower"

dammi il sonno di un bambino
Che "ta" sogna cavalli e si gira

vesti la rabbia di pace
e sottane sulla luce.

dammi il tuo vino leggero...
che hai fatto quando non c'ero

la rivendicazione ai diritti inalienabili dell'uomo:

e (dammi) un po' di lavoro

Ed a proposito di Carlo Pig ecco le sue dotte delucidazioni:


1172) Ciao Michele,
se ti riferivi a me, ti ringrazio per le solite bugie sulla mia indispensabilità.
Dice che Papa Sisto V ingaggiò i marchigiani come esattori delle tasse generando il detto citato sulla Talkin' ultima scorsa.
"fammi abbracciare una donna che stira" è un verso di Ti Amo di Umberto Tozzi, uno dei miei primi amori musicali. Chemmepossino!
Carlo "Pig"



 

1173) Ciao Michele, come stai?
Ho bisogno di una cortesia e spero proprio che tu possa aiutarmi. Sto ordinando il mio archivio
"Dylaniano" relativo ai concerti a cui ho assistito. Di questi conservo le locandine (anche se non
tutte), i biglietti e le recensioni apparse sui giornali. Mi mancano però le foto. Conosci qualche
Dylaniano con cui mettermi in contatto per acquistare le foto dei vari concerti?
Giulio

Ciao Giulio,
sinceramente no. Quindi se qualcuno ha foto da fornire si faccia vivo. Io tutte quelle che mi hanno spedito le ho inserite nella nostra sezione "Someone showed me a picture..."
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"


1174) Salve "Napoleon in rags"...
volevo chiedere a te o agli altri utenti di maggie's farm se potevate
procurarmi la tablatura dell'assolo di chitarra (penso sia di Robbie
Robertson) di Quinn the Eskimo, quello che parte quando bobbie
strilla "well, guitar now!". Se lo rimediate e me lo mandate sull'e-
mail mi fate un grosso favore.
jackswan@libero.it

Sentito? Chi ce l'ha si faccia vivo?...


1175) Ciao michele!
Sono di nuovo fede. Volevo votare i miei 10 album
preferiti. A, dato ke ho 14 anni e non sono molto
esperto in alcune cose, volevo kiederti la funzione
del Napoleon in Rags (ke penso sia un pezzo di un
verso di like a rolling stone)... Passiamo alla
votazione:
1-highway 61 revisited
2-blood on the tracks
3-blonde on blonde
4-bob dylan
5-the freewheling  bob dylan
6-i bootleg (in generale)
7-planet waves
8-john wesley harding
9-desire
10-slow train coming
Aggiungerei anke hard rain, oh mercy, love and theft
the times are a'changing, ma non c'è + posto!
ciao
fede

Ciao fede e grazie per la classifica. La settimana prossima mega aggiornamento della classifica generale con qualche sorpresa (credo). La funzione del "Napoleon in rags" in che senso? Nella canzone di Bob non saprei (bisognerebbe chiederlo a lui. Io ho sempre pensato comunque che fosse lo stesso Bob il Napoleon in questione). Nel mio caso invece l'ho scelto come nom de plume perchè
a) suona bene
b) sono l'imperatore dei critici e degli esperti dylaniani (e quindi "Napoleone")
c) siccome con il punto b mi ero allargato un tantinellino, in un accesso di modestia ho aggiunto "in rags"...
Ciao e alla prossima.
Michele "Napoleon in rags" (appunto)


1176) Ciao Michele
tempo fa mi hanno detto che avevi messo un pezzo di Carrera relativo al concerto di Ravenna... Non lo trovo da nessuna parte su MF. Dov'è?
Luca

Ciao Luca
si trattava di un link che avevo fatto ad una pagina del Ravenna Festival. Comunque ho recuperato il pezzo di Carrera che mi ero salvato nel mio archivio e te lo riporto qui sotto. Ciao.
Michele "Napoleon in rags"

Bob Dylan l'inafferrabile
di Alessandro Carrera - 5/04/2002

Nella città norvegese di Trondheim, in cima a una cattedrale che risale al dodicesimo secolo, verso
la fine degli anni Sessanta venne eretta una statua, opera dello scultore Kristofer Leirdal. La statua
raffigurava l’arcangelo Michele, colui che, secondo l’Apocalisse, alla fine dei tempi guiderà gli angeli
nella battaglia definitiva contro le forze del male. Il volto dell’angelo alato non si poteva distinguere
dal suolo, ma chi aveva avuto modo di osservarlo da vicino aveva notato una sua strana
rassomiglianza con la figura di Bob Dylan. Ci sono voluti più di trent’anni perché l’autore della
scultura si decidesse ad ammettere che si era ispirato davvero al viso di Bob Dylan, perché Dylan
rappresentava l’America che si opponeva alla guerra del Vietnam e perché gli sembrava appropriato
porre un grande poeta in cima al campanile di una cattedrale. Era il 1969. A quell’epoca Dylan
viveva in una casa di campagna vicino a Woodstock, vecchia colonia di artisti progressisti, ma
registrava i suoi dischi a Nashville, nel cuore dell’America conservatrice, e si guardava bene dal
menzionare la parola “Vietnam”, che pure gli era stata sollecitata per anni da decine di intervistatori,
di amici e di compagni di strada. Certo non appoggiava la guerra, ma aveva deciso che non si
sarebbe più fatto intrappolare da nessuna causa e da nessun movimento, per quanto nobili potessero
apparire, anche a costo di passare per insensibile o per cinico.
Come sappiamo, non avrebbe mantenuto la promessa. Altre crociate l’avrebbero sedotto nel corso
degli anni: quella per il pugile Rubin Carter nel 1975, seguita dalle tournées evangeliche del
1979-1981, durante la sua breve conversione al cristianesimo. Ma da allora sono passati vent’anni,
e Dylan si è fatto più accorto. Non ha sposato più nessuna causa se non quella della sua musica, e
della musica popolare da cui trae ispirazione. Ma è una crociata anche la sua ostinata fedeltà alla
tradizione. Non è meno impegnativa delle precedenti ed è anch’essa, a suo modo, una battaglia
combattuta dagli angeli. Quando Dylan, ad apertura dei suoi concerti, intona canzoni bluegrass come
Searching for a Soldier’s Grave o This World Can’t Stand Long, chiama a raccolta proprio quel
suolo dell’America dove sono stati sepolti gli anonimi cantori di canti impossibili, coloro in questo
mondo non potevano vivere e che dopo morti non possono morire.
A sessant’anni compiuti, Dylan è uno strano arcangelo Michele, sopravvissuto alla sua stessa
apocalisse. Si aggira per il mondo prestando molta attenzione a nascondere i suoi raggi, o facendoli
balenare con estrema discrezione. Nel capitolo 20 del Tao-te-Ching, Lao Tze propone un ritratto
del filosofo scontroso che sembra un ritratto di Dylan. Quando tutti hanno più di quello che sarebbe
sufficiente, è proprio allora che a lui pare di aver perso tutto. Quando tutti stanno a loro agio sotto il
sole, è proprio allora che lui se ne sta all’ombra. Quando tutti sono più certi di vederci chiaro, è
proprio allora che lui gira gli occhi intorno come un miope. E nel capitolo 77 aggiunge che il filosofo
scontroso agisce, ma dal suo agire non trae nessuna sicurezza. Quando un’opera è compiuta non si
sofferma a contemplarla. Non è una citazione troppo lontana dai gusti dylaniani. Non si creda di
indovinare quali sono le sue letture. In un’intervista apparsa su “Rolling Stone” del 22 novembre
2001, il giornalista Mikal Gilmore gli ha chiesto se voleva commentare gli eventi dell’ 11 settembre
(lo stesso giorno in cui è uscito il suo ultimo album, Love and Theft). Dylan ha risposto:

Davvero non so cosa potrei dirle. Non mi considero né un educatore né uno che sa spiegare le cose.
Quello che faccio lo vede, ed è quello che ho sempre fatto. Ma ora è il momento che si facciano
avanti dei grandi uomini. In un momento come questo, niente di grande si potrà fare con piccoli
uomini. Quelli che sono al potere, sono sicuro che hanno letto Sun Tzu, che ha scritto l’Arte della
Guerra nel sesto secolo [a.C.]. È quel passaggio dove dice: “Se conosci il nemico e conosci te
stesso, non devi aver paura neanche di cento battaglie. Se conosci te stesso e non il tuo nemico, per
ogni vittoria soffrirai una sconfitta”. Chiunque siano quelli che comandano, sono sicuro che l’hanno
letto.

Ne è sicuro, così dice, e non sta facendo dell’ironia. Ma è proprio perché non fanno dell’ironia che i
processi di pensiero dylaniani tagliano la carne fino all’osso. Forse Colin Powell ha letto Sun Tzu;
dopotutto è il più antico trattato di strategia militare mai scritto. Più difficile è immaginarsi George W.
Bush che lo legge. Ed ecco che ci sembra di sentire la seconda parte dell’argomentazione di Dylan,
quella non detta: “Ma se non conosci queste cose, se non le mediti, come pensi di poter essere un
capo, come pensi di non essere solo un piccolo uomo?”
Dylan ha compreso come nessun altro che se vuoi celarti alla pressione delle folle e dei media la
cosa migliore è farlo en plen air, dicendo cose incomprensibili come se fossero scontate e cose
scontate come se fossero incomprensibili. Dylan, che fa in media centoventi concerti all’anno, e che
ad ogni concerto viene fotografato senza permesso, registrato clandestinamente, immediatamente
diffuso in Internet e contrattato da una vasta cerchia di appassionati che dedicano a lui almeno
un’ora al giorno tutti i giorni, se non di più, come a una nuova, inflessibile religione che richiede
preghiere e riti giornalieri, è riuscito, in tutti questi anni, a rimanere invisibile e incomprensibile. “C’è
gente che mi vede tutti i giorni, e ancora non sa come comportarsi con me”, canta in Idiot Wind, del
1975. C’è qualcosa di disperante perfino nello scorrere le sue fotografie. Le guardiamo, ma non
riusciamo a liberarci dalla sensazione che sia impossibile leggere il suo volto. Del resto, non è
nemmeno facile capire quello che canta.
Che Dylan sottoponga la pronuncia dell’inglese a brutalità inaudite è un lungo tormento dei suoi
ascoltatori. Non è sempre stato così, perché Dylan non è mai sempre in un solo modo. Ci sono
periodi di maggior chiarezza di dizione, come un pittore che per una certa serie di quadri decide di
usare solo colori chiari, e stagioni in cui la pronuncia è oscurata come una radio in tempo di guerra. Il
3 marzo del 2002, su “Arizona Republic”, un giornalista di nome David Leibowitz ha affermato che
Dylan deve essere davvero uno dei grandi misteri dell’universo, visto che per capire le parole di Cry
A While, la canzone che ha eseguito la sera del Grammy Award del 27 febbraio, ci vorrebbe la stele
di Rosetta, e che per quanto lo riguarda ha provato a trascriverla, ma non è riuscito a capire niente
tranne qualche parola isolata come “rooster”, “Pennsylania” o “Denver”. Per essere un candidato al
premio Nobel, ha concluso Leibowitz, Dylan potrebbe essere più generoso con i suoi versi, di cui si
dice un gran bene (nei giorni successivi Leibowitz ha ricevuto circa mille mail furibonde da parte di
dylaniani offesi).
Ma la distorsione della voce è parte integrante dell’estetica dylaniana. Provate ad ascoltare quella
strana cosa che è Return to Me, una canzone melodica che Dean Martin cantava negli anni
Cinquanta e che Dylan ha inciso nel 2001 per la colonna sonora della serie televisiva The Sopranos.
Return to Me comprende un’ultima strofa in italiano, poche parole senza pretese, giusto per far
sentire il suono della lingua: “Ritorna a me, cara mia, ti amo, solo qui, solo qui, solo qui, sul mio
cuore”. Ma Dylan “sbaglia” completamente la pronuncia di “cuore”. Lo pronuncia, più o meno,
“cu-rore”. Non è che Dylan non sappia pronunciare “cuore”, se vuole. È che non vuole. È che per
lui la pronuncia delle parole è un materiale musicale, come un accordo rivoltato o una scala blues.
Può e deve essere trasformato a seconda delle circostanze, così come del resto farebbe un
performer di musica sperimentale, e tanto peggio per la fonetica dei dizionari. Se per ipotesi Dylan
fosse italiano, sentiremmo da lui ben altri attentati alla nostra lingua, molto peggio di
quell’occasionale “cu-rore”.
“Non c'è mai stato più inizio di adesso, né più gioventù né vecchiaia di adesso. Non ci sarà mai più
perfezione di adesso, né più inferno o paradiso di adesso.” L’ha scritto Walt Whitman nel Canto di
me stesso e anche Dylan potrebbe cantarlo; di fatto lo canta ogni sera. Non ci sono due esecuzioni
uguali di Boots of Spanish Leather, né ci sono due fotografie in cui il volto di Dylan sia identico. Non
è una coincidenza. È la stessa cosa. Ai tempi del Village, nei primi anni Sessanta, era già così. Oggi
paffuto e gioviale, domani irsuto e dagli zigomi sporgenti; ora un bambino cresciuto tra cure materne,
il giorno dopo un vagabondo dalle guance scavate, affamato come uno scoiattolo. Nelle foto di
quegli anni Dylan è una folla di mascelle serrate, di occhiali scuri che sembrano posarsi su nasi
differenti, di arcate di labbra che percorrono ogni via, dal sorriso allo spregio. Il volto di Dylan è
sempre al lavoro, è un teatro senza giorni di riposo, una performance muscolare che inizia a
comporsi dalla copertina di Freewheelin’ Bob Dylan e che continua ininterrotta fino al profilo
scavato, con baffetti messicani, della copertina di Love and Theft. La storia del suo volto è la storia
delle sue canzoni, perché sono inafferrabili entrambi.
Pensiamo alle foto che gli scatta Daniel Kramer a metà degli anni Sessanta. Kramer lo ritrae in uno
dei pochi momenti in cui Dylan si concede, mostrando come sarebbe semplice apparire, mettersi in
posa, trovare l’espressione, far scattare il lampo, se per Dylan fosse un bene che tutto fosse
semplice. A Woodstock, pochi anni dopo, le fotografie a colori di Elliott Landy lo colgono
rasserenato (“un padre di famiglia, un uomo”, come diceva di lui perplesso Ginsberg in qurgli anni),
tranne per quel minimo sguardo d’assenza che annebbia la più innocua riunione di famiglia. E dopo
che la riunione di famiglia è finita, dalla metà degli anni Settanta in poi, le foto di viaggi e di concerti
sono infinite come le sue tournées, ma ognuna sembra un furto perpetrato ai danni di una strana
cassaforte, che è sempre aperta e non si svuota mai. In Don’t Look Back, il documentario che Don
Pennebaker gli aveva dedicato nel 1965, ci sembra che la cinepresa non sia letteralmente in grado di
riprenderlo. In Eat the Document del 1966 e perfino in Renaldo & Clara, girato dallo stesso Dylan
dieci anni dopo, la percezione che abbiamo di lui è insieme eccessiva e insufficiente. Dylan ha un
corpo strano. È piccolo ma ha spalle larghe, da peso piuma. È un pugile dilettante, sfugge bene ai
colpi e nel sogghigno che sfodera in scena spesso è impossibile capire se pensa che questo è un
concerto che fa schifo oppure se è davvero soddisfatto di come stanno andando le cose e di come il
gruppo sta suonando.
Concentriamoci sugli occhi azzurro ghiaccio, occhi russi, poco ebrei. “Ho sangue cosacco nelle
vene”, ha detto una volta di se stesso. Cosa probabile, se non altro perché i cosacchi della Lituania
non potevano aver mancato di usare violenza ad alcune delle sue antenate. E occhi da furetto,
occasionalmente. Durante la registrazione di uno spettacolo televisivo registrato a Chicago il 10
settembre 1975, mentre canta Hurricane in onore di John Hammond, che era stato il suo primo
produttore, gli occhi di Dylan si assottigliano come le pupille di un serpente. E in Angelina, una
canzone del 1981, è lo stesso Dylan che canta di uno straniero misterioso che aveva due fessure per
occhi “che avrebbero fatto l’orgoglio di un serpente” (“His eyes were two slits that would make a
snake proud”). Oppure consideriamo i capelli incomprensibili, quelli sì discesi dagli shtetl, i villaggi
ebraici delle pianure dell’Europa orientale, come li hanno narrati Israel Zangwill, i fratelli Singer o
Shalom Aleichem. C’è poca America in quel viso, se l’America è il quadrato di tempie e bocca
ferma ostentato da un’anima impavida agli scrosci della sorte, all work and no play. Ma c’è tutta
l’America, invece, se l’America è quella che si abbracciava con lo sguardo dal ponte di un vapore
che entrava nella baia di New York per attraccare a Ellis Island.
Agisce in Dylan una forma dell’apparire che ha come meta lo sparire, l’essere dappertutto
cancellando le proprie tracce. Registratelo quanto volete, non avrete mai la versione definitiva di una
sua canzone. Né avremo mai un suo ritratto definitivo, come quello che Man Ray fece a Picasso. In
un concerto del 1999 al Madison Square Garden, al fianco di Eric Clapton, una foto lo coglie
mentre lancia uno sguardo preoccupato oltre la spalla. In poche occasioni il volto di Dylan ha
mostrato con tale scolpita nettezza la ricchezza della sua stratificazione. Le due rughe che dal naso si
allargano al triangolo del mento incorniciano una bocca che non ride, perché non c’è niente da ridere
per chi è un errante senza posa, sordamente sospettoso di costumi e convenzioni, al sicuro solo
nell’inconcepibile. Ma nel momento successivo del concerto, che il video coglie, Dylan allarga la
bocca in un sorriso larghissimo, che quasi la deforma. Per un istante il taglio piatto delle labbra fin
quasi alla mascella, nonché il pungolo del mento, ci ricordano una figura delle carte e dei fumetti: è il
joker che perseguita ogni benintenzionato Batman, il ghigno irrisore che porta lo sconquasso contro
il falso man of peace, il jokerman che danza al canto dell’usignolo, puntando in direzione della luna
(Man of Peace e Jokerman sono i titoli di due canzoni di Infidels, del 1983).
Essere famosi non è bello, ha scritto una volta Boris Pasternak. Cos’è tutto questo trepidare per i
propri manoscritti? No, essere famosi non è bello, è solo necessario. E forse nessun fotografo ha
colto l’evoluzione di Dylan con più profondità di Richard Avedon, il ritrattista per eccellenza di
coloro per i quali essere famosi è necessario. Avedon ha fotografato Dylan in tre occasioni. La
prima è stata il 4 novembre del 1963, a New York, sulla 132a Strada. Dylan aveva appena finito di
registrare The Times They Are A-Changin’ e un mese prima aveva dato un trionfale concerto alla
Carnegie Hall. Blowin’ in the Wind era l’inno ufficiale del movimento per i diritti civili, e il suo autore
era al culmine della sua fase di folksinger, di autore di canzoni di protesta e di allievo di Woody
Guthrie. Nella foto Dylan è in piedi, le mani infilate nelle tasche, un ginocchio piegato nella posa di
qualcuno che non riesce a star fermo un momento, con la testa un po’ inclinata. Una penna gli spunta
dal taschino della camicia a quadri e la fibbia della cintura forma una grossa “D” sui jeans stinti. Ai
suoi piedi sta una custodia di chitarra piuttosto maltrattata. Sullo sfondo si vede l’East River e,
sfocato in distanza, un ponte mobile che collega Manhattan al Bronx. Dylan non sorride, ma ha
un’aria tranquilla e determinata. Guarda dritto nell’obiettivo come per dire: “Sono così e non
altrimenti. Prendetemi”. È il personaggio che Dylan si era inventato venendo dal Minnesota, una
concrezione di miti e di cliché ma anche, nel suo caso, di verità. Perché il giovane Robert
Zimmerman viveva davvero la vita dell’alter ego che si era scelto, senza rimpianti e senza residui.
Aveva davvero assunto su di sé l’eredità di Woody Guthrie e l’aveva aggiornata, scrostandola di
ogni nostalgia e rendendola abbastanza forte per i tempi della guerra fredda, della crisi di Cuba e
dell’incubo nucleare.
La seconda foto di Avedon ha luogo il 10 febbraio 1965, sul largo marciapiede che costeggia il
Central Park. Non sono passati nemmeno due anni, ma sembrano dieci. Cinque giorni prima Dylan
ha finito di registrare Bringing It All Back Home, il primo album nel quale, almeno nella prima
facciata, abbandona l’estetica folk basata su voce-chitarra-armonica e si fa accompagnare da un
gruppo rock. L’unico punto di contatto con la fotografia precedente è il ginocchio destro, inclinato
nello stesso modo. Porta grossi stivali, un cappotto corto di camoscio, quasi una marsina, e una
camicia abbottonata di fattura inglese, stile Carnaby Street. È ancora più magro di com’era due anni
prima, ha gli occhi cerchiati e e la testa quasi piegata sotto una sorta di criniera scomposta,
impossibile da pettinare. Ancora una volta non ostenta traccia di un sorriso, ma lo sguardo non è né
amichevole né desideroso di piacere. Il secondo ritratto di Avedon è uno studio sul prezzo di una
fama e di una creatività sottoposti a un’incredibile pressione. In due anni, Dylan si è già lasciato alle
spalle più di quanto capiti a un altro artista nel corso di un’intera vita. Sta per trovare il suo suono
“selvatico, sottile e mercuriale”, di cui parlerà in un’intervista del 1978. Non è più disponibile per
nessuno ed è, come ha scritto Michael Holborn commentando quella fotografia, “cool fino
all’impossibile”.
La terza sessione con Avedon ha luogo molto tempo dopo, a Los Angeles l’11 settembre del 1997.
Dylan si è appena rimesso da un’istoplasmosi, un’infezione che avrebbe potuto raggiungergli il cuore,
e il suo nuovo disco, Time Out of Mind, sta per uscire. È l’album di una rinascita lungamente
preparata, dopo anni nei quali la sua figura sembrava aver perso rilevanza pubblica. Con Time Out
of Mind, Dylan è infine diventato ciò che si era inventato quando aveva vent’anni: qualcuno che
possiede la stessa gravitas di un bluesman del Delta del Mississippi, ossessionato dall’immensità di
Dio nel cielo e dalla sua assenza sulla terra. Questa volta Avedon si concentra solo sul volto: un po’
inclinato a destra come nella vecchia foto del 1963, con i capelli un poco bianchi che pendono sulla
fronte, gli occhi non del tutto aperti e che guardano di sbieco. Una seconda foto mostra Dylan con
gli occhi chiusi, da gatto, e con il mento appoggiato sulla sua chitarra acustica. Ritratti vecchi e nuovi
sono tutti pubblicati su “Newsweek” del 6 ottobre 1997, ma ce n’è un terzo, sempre realizzato da
Avedon in quella stessa occasione e che si può vedere sul numero 76 di “Granta”. Il volto vi viene
scolpito su uno sfondo bianco, la bocca è chiusa a tenere un segreto che forse si può cantare ma
certo non si può dire, mentre gli occhi guardano l’obiettivo con una rinnovata aria di sfida. Proprio a
questa foto, lo stesso Dylan appone una didascalia:

Sono ancora lo stesso. Sono ancora la stessa persona. Mi sento ancora la stessa persona. La
musica che ascolto è ancora la stessa musica, una lunga lista di nomi di persone che non ci sono più.
E loro sono stati i primi. Sono stati la traccia. Quello era il mondo che io ero venuto a cercare sulla
costa dell’est, a suo modo una lunga odissea anche quella, solo a cercare di arrivarci. E queste
persone di cui parlo conoscevano quelli ancora più vecchi, che c’erano stati negli anni Quaranta o
nei Trenta. Le cose che facevano erano davvero sconosciute, ma loro sapevano di che si trattava e
avevano la stoffa, l’avevano davvero. Io sapevo che mi sarebbe rimasta attaccata addosso. Lo
sapevo eccome.

Se questa è forse una dichiarazione definitiva, e che potrebbe essere messa in esergo all’intera
carriera dylaniana, la fotografia che l’ha ispirata già non lo è più. Ora è sopravanzata dalla serie di
ritratti che accompagnano l’esterno e l’interno di Love and Theft. Le foto in cui Dylan ostenta i suoi
già famosi baffi sembrano ritrarre qualcuno che è appena uscito da un casinò dove ha scommesso
tutto quello che aveva e ne è uscito sbancando la cassa. Un giocatore di professione, forse un ladro.
Il titolo dell’album, Amore e furto, è uguale a quello di un libro di Eric Lott sul fenomeno del
minstrelsy, quegli spettacoli in cui attori e cantanti bianchi si truccavano la faccia di nero e mimavano
le musiche e le danze dei neri. Amore e furto perché, per prendere in giro il blues, gli spiritual, il
ragtime e il cake-walk, i performers bianchi dovevano pur impararli, e non potevano far finta che
non gli piacessero. La cultura nera esercitava il proprio fascino più profondo precisamente su quei
bianchi che credevano di rubarla impunemente. Si è sentito come loro, Dylan? O si sente così
tuttora, come qualcuno che ha rubato qualcosa che non gli apparteneva, ma che almeno può dire di
averlo fatto per amore?
Durante un’intervista rilasciata il 15 novembre del 1978 per “Rolling Stone”, il giornalista Jonathan
Cott raccontò a Dylan che il celebre rabbino hassidim di nome Dov Baer, noto come il Maggid di
Metzerich e morto nel 1772, amava ripetere che ci sono tre cose che si devono imparare da un
bambino e sette che si devono imparare da un ladro. Da un bambino si deve imparare: 1) a essere
sempre allegri; 2) a non stare mai con le mani in mano: 3) a gridare forte per ottenere quello che si
vuole. Da un ladro si deve imparare: 1) a lavorare di notte; 2) se non si riesce a ottenere in una notte
quello che si cerca, a provarci la notte dopo; 3) a rispettare i propri colleghi di lavoro, come i ladri si
rispettano tra loro; 4) a metter in gioco la propria vita anche se il bottino è misero; 5) a non dar
troppo valore alle cose, neanche a quelle che si rischia la vita per ottenere, proprio come un ladro
che rivende un articolo rubato per una piccola parte del suo valore; 6) a sopportare le percosse e le
torture pur di rimanere fedeli alla propria natura; 7) a credere nel proprio mestiere e a non volerlo
cambiare con nessun altro. “È la migliore descrizione del comportamento umano che abbia mai
sentito” ha commentato Dylan. “Chi ha detto queste cose è uno che mi andrebbe di seguire in capo
al mondo”. Ma l’ha già fatto. Ha seguito se stesso, il gran ladro, l’uomo il cui volto, e la cui voce,
sono impossibili da rubare.

Alessandro Carrera è docente di letteratura italiana alla University of Houston, in Texas.
Recentemente ha pubblicato Il principe e il giurista. Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Salvatore
Satta (Roma, Pieraldo, 2001) e La voce di Bob Dylan. Una spiegazione dell’America (Milano,
Feltrinelli, 2001).



 
 
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