parte 112
Lunedì 13 Maggio 2002


Vuoi discutere di Bob Dylan, della sua musica, della sua storia?... 
Hai domande da porre, storie da raccontare, emozioni da condividere,  sul grande Bob o inerenti la sua  musica e la sua vita? 
Scrivi a spettral@tin.it e le tue mail saranno pubblicate in queste pagine ogni lunedì.
Il curatore di questa pagina si riserva di pubblicare o meno, del tutto o in parte, le mail spedite a questa rubrica in relazione alla forma ed ai contenuti delle stesse, tagliando o cestinando quelle che dovessero contenere frasi ritenute non pubblicabili o argomenti non inerenti la rubrica stessa.
Napoleon in rags


1222) Ciao Napoleon. Come forse saprai, la rivista inglese
'Uncut' (www.uncut.net) ha pubblicato questo mese un
numero in larga parte dedicato a Dylan. Il numero in
questione e' disponibile in due versioni differenti,
con due diverse copertine: a ciascuna delle due e'
allegato un diverso CD, 'Hard Rain - a Tribute to Bob
Dylan' vol. 1 e 2.
Si tratta di una raccolta di cover di Bob realizzate
da altri artisti: molte sono inedite, e realizzate in
esclusiva per 'Uncut'. Io - ovviamente - ho comprato
subito entrambe le copie, e devo dire che l'insieme e'
davvero qualcosa di fantastico: l'articolo all'interno
della rivista contiene una classifica delle 40
migliori canzoni di Dylan secondo una 'giuria' di soli
musicisti (fra cui Kris Kristofferson, Natalie
Merchant, Jon Spencer...); il tutto e' arricchito da
una serie di foto, quasi tutte del periodo '65-'66,
veramente belle. Quanto ai CD, il materiale e'
varissimo: segnalo in particolare "Girl From the North
Country" fatta dai Waterboys (inedita), "It's All Over
Now" degli Echo & the Bunnymen, "Hurricane" (quasi
irriconoscibile) di Ani DiFranco; il capolavoro
assoluto, pero', resta secondo me "Don't Think Twice,
It's All Right" eseguita da Johny Marr, ex-chitarrista
degli Smiths, che cattura - sempre secondo me -
l'atmosfera del brano in maniera meravigliosa: solo
chitarra, pianoforte ed armonica, e Dylan si sposa con
lo stile degli Smiths in un'unione che in qualsiasi
altro momento avrei giudicato impensabile.
Avevo pensato di inviarti le copertine della rivista e
dei Cd, ma sfortunatamente i file sono troppo grandi,
e la mia casella non puo' spedire files di piu' di 1,5
Mega: cerchero' un modo. Se pero' ti interessa una
traduzione dell'articolo, posso fornirla (mi serve
qualche giorno, pero': e' un periodo un po' pieno di
lavoro, comprenderai.) Intanto, ecco qua la scaletta
dei due CD e la classifica delle canzoni votate dai
musicisti:
CD 1

1 - The Waterboys, "Girl From the North Country"
2 - Bill Kirchen, "Just Like Tom Thumb's Blues"
3 - Johnny Marr, "Don't Think Twice"
4 - Howard Devoto/Luxuria, "She's Your Lover Now"
5 - Thea Gilmore, "I Dreamed I Saw St Augustine"
6 - The Band, "When I Paint My Masterpiece"
7 - The Hollies, "The Times They're..."
8 - Robert Palmer, "I'll Be Your Baby Tonight"
9 - Cat Power, "Paths of Victory"
10 - Todd Rundgren, "Most Likely You Go..."
11 - Thurston, Kim & Epic, "Sitting on a Barbed Wire
Fence"
12 - Mary Lou Lord, "You're Gonna Make Me Lonesome..."
13 - Manfred Mann, "With God On Our Side"
14 - Cassandra Wilson, "Shelter From the Storm"
15 - The Nice, "She Belongs to Me"
16 - Paul Weller, "I Shall Be Released"

CD 2

1 - Hamell on Trial, "It's Alright, Ma"
2 - Echo & the Bunnymen, "It's All Over Now"
3 - Lee Ranaldo, "Visions of Johanna"
4 - Paul Westerberg, "Positively 4th Street"
5 - Yo La Tengo, "I Threw It All Away"
6 - The Specials, "Maggie's Farm"
7 - The Charlatans, "Tonight I'll Be Staying..."
8 - Dr Feelgood, "Highway 61 Revisited"
9 - Robyn Hitchcock, "Tangled Up in Blue"
10 - Buddy & Julie Miller, "Wallflower"
11 - Steve Harley, "Love Minus Zero/No Limits"
12 - Ani DiFranco, "Hurricane"
13 - Cowboy Junkies, "If You Gotta Go, Go Now"
14 - Gallon Drunk, "Series of Dreams"
15 - Emmylou Harris, "Every Grain of Sand"

_Classifica_

40 - Po' Boy
39 - Tell Me, Momma
38 - Just Like Tom Thumb's Blues
37 - Clothes Line Saga
36 - Shelter From the Storm
35 - Most of the Time
34 - I Threw It All Away
33 - Girl From the North Country
32 - Lay Lady Lay
31 - One More Cup of Coffee
30 - All Along the Watchtower
29 - With God On Our Side
28 - Knockin' on Heaven's Door
27 - Every Grain of Sand
26 - Gates of Eden
25 - Hurricane
24 - Not Dark Yet
23 - Love Minus Zero/No Limits
22 - Masters of War
21 - The Times They Are A-Changin'
20 - Don't Think Twice, It's All Right
19 - Just Like a Woman
18 - Ballad of a Thin Man
17 - Blowin' in the Wind
16 - The Lonesome Death of Hattie Carroll
15 - Mr Tambourine Man
14 - She Belongs to Me
13 - Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues
Again
12 - Positively 4th Street
11 - It's All Over Now, Baby Blue
10 - Sad-eyed Lady of the Lowlands
9 - Idiot Wind
8 - I Want You
7 - Desolation Row
6 - Subterranean Homesick Blues
5 - It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding)
4 - A Hard Rain's A-Gonna Fall
3 - Visions of Johanna
2 - Tangled Up in Blue
1 - Like a Rolling Stone

Un'altra segnalazione che poi potrei dimenticarmi:
nella colonna sonora del film "I Tannenbaum," in cui
figura, tra l'altro, la donna piu' bella del presente
secolo (Gwyneth Paltrow), fa la sua vistosa comparsata
"Wigwam" di Dylan, dall'immortale 'Selfportrait': non
posso che complimentarmi con chi l'ha scelta, episodio
trascurato d'un album vilipeso (io lo adoro, e' stato
uno dei primi che ho ascoltato...), ma pure perfetta e
dunque meritevole d'essere ripresa.

Ancora una cosa: io, domenica 12 maggio, me ne andro'
ad ascoltare Dylan a Londra, al concerto alla London
Arena; vi faro' sapere, scrivendo magari una
recensione del concerto per le cronache dal
Neverending Tour.
E per ora e' tutto: alla prossima.

Fabio "Toad"

Ciao Fabio
mentre scrivo queste righe stai per tornare alla base dopo il concerto londinese... dunque mandami pure tutti i dettagli sul concerto che li inserisco prontamente nella nostra sezione "Racconti dal Neverending Tour"... Per quanto riguarda la traduzione del pezzo di Uncut se me la mandi faresti una grande cosa... Fammi sapere... Grazie per tutto e alla prossima,
Michele "Napoleon in rags" 



 

1223) Caro Michele,
sembrerebbe confermato il ritorno di Bob al Folk Festival di Newport,
secondo le notizie ufficiali da bobdylan.com (3 agosto 2002).
Gustosa battuta ripresa da un intervento di un frequentatore di
rec.music.dylan:
"Dylan farà un set completamente acustico e verrà fischiato !!"

Ciao,

Antonio.

Ciao Antonio,
grazie per la segnalazione. Bob che torna al Newport Festival... E magari anche stavolta sbaglia armonica...!
Staremo a vedere.
Ciao e alla prossima,
Michele "Napoleon in rags" 


1224) ...meglio tardi che mai!
mi chiamo enrico da reggio emilia e sono dylaniato dal 1972

Non sono pratico di pc web ecc... e solo ieri ho visitato la vs pagina web! COMPLIMENTI e
grazie per tutte le notizie che riesco a fare mie per merito vs!

Quando avrò un pò di tempo aggiungerò anche del mio, ma intanto faccio sapere a tutti che su "il
sole 24 ore" è apparso un articolo sciocco su BOB in data 5.5.2002.
Leggetelo! E' micidiale: non ho mai letto tante stupidaggini in una sola volta e non si capisce neppure
che messaggio si intende lanciare.

Sapete dove era Bob il 24 maggio 2001?
A 5 km. da Reggio Emilia. Ha preso in affitto un circolo privato immerso in un parco con piscina, è
arrivato in limousine e si è goduto la giornata in pieno relax con tanto di bagno in piscina e
pennichella pomeridiana sotto gli alberi. La cosa buffa è che il circolo in cui ha compiuto gli anni è
quello che frequento anch'io ma, ovviamente, hanno potuto dare ufficialmente la notizia solo dopo
parecchi giorni.

ciao
enrico

Ciao Enrico
se mi fai avere quel pezzo del Sole 24 ore lo inserisco... oppure fammi un riassunto delle stupidaggini in questione...
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"



 

1225) Ciao Michele vorrei comunicarti i seguenti eventi che
ci saranno su Rai Sat Show:
venerdi 10 ore 21.00 Trans world Doc: Woody
Guthrie-man in the Sand:viaggio nei luoghi cari a
Woody e le canzoni ritrovati nei suoi archivi
recentemente riaperti dalla figlia (purtroppo è la
seconda puntata la prima è andata in onda ieri)

LUNEDI 13 RAI SAT SHOW ORE 21.00 : DON'T LOOK BACK
prima puntata. Ritratto d'autore in bianco e nero per
Robert Zimmermann, alias Bob Dylan. L'artista è
ripreso nel corso di una delle sue prime turné in
Inghilterra in compagnia della cantante Joan Baez
MARTEDI 14 RAI SAT SHOW ORE 21.00 : DON'T LOOK BACK
seconda puntata

spero di aver fatto cosa grata a tutti gli amici della
fattoria

comunque mi autocandido ad informatore ufficiale della
fattoria del mondo satellitare :-))
appena si trasmetterà qualcosa di interessante lo
comunicherò..
 

ciao.......

Domenico

Ciao Domenico,
ok, sei nominato informatore ufficiale... Avevo già segnalato la cosa. Occhio alle repliche... Grazie per tutto quello che mi segnalerai eventualmente in futuro...
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"


1226) Ciao Michele, come va?
Purtroppo neanche domani riuscirò ad essere presente all'incontro di Maggie's
farm. Il fatto è che sto per cambiare lavoro e ho delle cose da portare a
termine in poco tempo. Giuro che è la mia ultima assenza.
Hai letto, vero, del tour di Bob in Canada? Non è che ti va di proporre agli
altri animaletti una vacanza canadese ad Agosto? Discutetene e ne riparliamo. Io
sarei già pronto.
A presto, Giulio

Ciao Giulio
mi sfugge il senso della tua mail... E' una battuta ovviamente... O no? Per me il Canada è un pò fuori mano...
Michele "Napoleon in rags" 


1127) Ciao Michele, dalle mie già brevi considerazioni su Ravenna e Milano vedevo che erano sparite
alcune righe riguardanti l'accentuata gestualità di Bob nei due concerti, righe che ho di certo
cancellato quando, prima di trasmettere la mail, la ho illuminata per giustificare il paragrafo e
cambiare dimensione e forma del carattere. Niente di importante, comunque ti ritrasmetto il tutto
(togliendo anche una t alla rabbitt che proprio non ci vuole); se ti va di rimpiazzare il racconto nella
pagina....
                            Ciao e a presto
                                                            Elio rooster

Ciao Elio,
tutto fatto, aggiunta e correzione. Il pezzo saltato da Elio era il seguente:

Notata una gestualità maggiore del solito in Bob, con baci sentiti, inchini accentuati, armoniche
lasciate cadere, e neanche troppo dolcemente, a terra, per non parlare dei vari gesti di rabbia che
hanno fatto seguito alla iniziale confusione di Milano. Particolare pure il continuo gesticolare di
Charlie con il cavo della chitarra...

... ed in effetti Charlie qualche tic deve averlo...
Ciao,
Michele "Napoleon in rags" 


1128) Ciao Michele sono
Emanuele "Louse"
volevo dirti che se vai a questo indirizzo www.thebeards.too.it
nella sezione audiofiles trovi 2 brani in realaudio tratti dal
Neverending Birthday.
Grazie A PRESTO
Emanuele
 

Ciao Louse,
ok.
Michele "Napoleon in rags" 


1129) Ciao Michele

Con il concerto del 12 Maggio a Londra Bob Dylan ha concluso il suo Tour
in Europa.
Ti invio l'aggiornamento alla pagina "Last Time"
Pare che per un paio di mesi non abbia in programma altri shows, forse
si impegnerà nelle riprese del film.

Alcune cifre:
593 canzoni eseguite in 29 spettacoli
90 canzoni diverse includendo un "Instrumental" ad Hannover il 13/4
3 eseguite talvolta con arrangiamento elettrico e talvolta con
arrangiamento acustico:
(I Threw It All Away, If You See Her, Say Hello, Maggie's Farm)

Curiosità:
Si sono riascoltate canzoni che non si sentivano da anni, per le quali
Dylan e la band hanno preparato nuovi arrangiamenti e hanno anche fatto
più apparizioni durante la tournee:
Man Of Constant Sorrow e Subterranean Homesick Blues (non si sentivano
dal 17/10/1990 e dal 03/02/1991 )
Solid Rock (addirittura dal 21/11/1981 )

I miei più cari saluti
Roberto "terrapin"
 

Ciao Roberto e grazie.
Domani aggiorno la pagina "Last Time"... Quanto alla pausa per Bob sembra che il nostro uomo sia proprio instancabile... Magari il film lo gira direttamente nei backstage del tour... Chissà!
Ciao,
Michele "Napoleon in rags" 


1130) Ed ora tocca ad Anna Duck che mi ha procurato questo interessante pezzo della Pivano tratto dal volume "Beat hippie yippie - Dall'underground alla controcultura" (Bompiani - 1972). Grazie Duck!
Michele "Napoleon in rags"
 
 

Bob Dylan tanti anni fa

Qualche settimana fa, nel dicembre 1965, mi capitò di
incontrare a San Francisco Bob Dylan, il poeta-compositore-
cantante che in questo momento detiene il primato del
successo nei jukeboxes e anche, stranamente, nei circoli in-
tellettuali dell'avanguardia americana. Era lì per un con-
certo e mentre pranzavamo in un ristorante giapponese con
Allen Ginsberg e altri amici discuteva una manifestazione
pacifista, il recente atteggiamento di intransigenza razziale
assunto dal poeta negro Leroi Jones e l'ultima edizione del-
le opere di Dylan Thomas.
Sono argomenti insoliti per un best-seller da jukebox;
e infatti Bob Dylan, questo nuovo eroe ventiquattrenne del-
lo sconfinato pubblico americano, rappresenta una davvero
insolita mescolanza di stili e di idee. È considerato un com-
positore di canzoni folk, ma in realtà le sue ballate si svol-
gono nei ritmi del rock and roll; le canta accompagnandosi
alla chitarra, ma la chitarra si alterna spesso all'armonica e
al pianoforte, tutti ampliati con mezzi elettrici secondo le
tecniche del rock and roll. Le sue poesie sono spesso suc-
cessioni di strofe senza ritornello come vuole la tradizione
popolare ma non parlano mai d'amore e di idillii secondo
gli schemi consueti e svolgono invece i temi cari ai giovani,
i giovani di adesso e quelli che sono stati giovani nel se-
condo dopoguerra: l'orrore per la violenza, la solitudine,
la disperazione, l'ingiustizia, il sopruso, I'incomunicabilità;
in una parola la condizione umana di questo nostro mondo
nucleare.
È il mondo che venne denunciato nell'immediato dopo-
guerra dai poeti e scrittori definiti poi beat e sommersi in
una pubblicità così antiproducente da sembrare premedi-
tata; il mondo rappresentato nel cinema da attori come
John Montgomery con la sua introversione solitaria o come
James Dean con le sue inquietudini senza speranza o come
Marlon Brando coi suoi furori mal contenuti. Le ironie
che hanno accolto a suo tempo queste espressioni rivelative
di una crisi diffusa in una larga minoranza di giovani, si
chiariscono ora, nella prospettiva storica, come ironie trop-
po facili: l'inquietudine c'era e c'è tuttora, perche le con-
dizioni che la provocavano non sono mutate; e pare che il
messaggio di Ginsberg, soffocato a suo tempo col pretesto
della censura, esploda ora in America attraverso la voce
nasale e un po' roca di questo menestrello ventiquattrenne
che ha usato l'antica scaltrezza di evitare nelle sue poesie
le parole censurabili.
In questi giorni d'inverno del 1965 non c'è adolescente
in America che non sappia a memoria i versi di Bob Dylan.
Ci sono già statistiche a parlare della diffusione dei suoi
dischi; in base a queste statistiche si sa che nei prossimi
mesi Bob Dylan guadagnerà un milione e mezzo di dollari.
Ma di tutti quei soldi, in realtà, non gliene importa niente:
non ha casa, non ha un'automobile e i suoi incassi favolosi
giacciono in qualche banca di cui probabilmente Dylan non
ricorda neanche il nome.
Va in giro coi suoi capelli cotonati, i suoi stivaletti da
cow-boy col tacco alto, i suoi maglioni intercambiabili: men-
tre gira, per usare parole sue, « guarda la gente, la polvere,
i fossi, i campi e gli steccati »; e legge i giornali, in cerca
di nuovi soprusi contro i non privilegiati, i discriminati, i
poveri diavoli che faranno da sottofondo alle sue nuove
canzoni.
Il suo mondo non è quello tradizionale della campagna
ma quello moderno dei grossi agglomerati urbani, dove le
tragedie non sono le siccità e i cattivi raccolti, ma i ghetti,
la demolizione degli slums, la segregazione domiciliare; e
il suo folk-rock, come venne definita all'inizio la sua me-
scolanza folk-rock and roll, comincia già ad essere chia-
mato nuke-rock, dove nuke sta per nuclear, nucleare. Il suo
messaggio di ribellione e di dissenso è rappresentativo di
un'intera generazione non soltanto di ascoltatori di dischi
ma anche di intellettuali; al punto che un referendum tra
studenti universitari d'America lo ha designato come lo
scrittore americano più interessante del nostro tempo.
Il risultato di questo referendum è riuscito irritante ad
alcuni. Ricominceranno forse le facili ironie, forse la pub-
blicità riuscirà a minimizzare questa voce e respingerla,
contenerla nei limiti della musica leggera. Ma il messaggio
di Bob Dylan resterà, come sono restati i messaggi di ri-
volta, i gridi di denuncia di tutte le generazioni d' America.

Bob Dylan:qualche notizia

Quando andai in America nel 1956 trovai letterati e
giornalisti in subbuglio: erano i tempi di Urlo e della sco-
perta dei cosiddetti beat. Da allora per una ragione o per
l'altra in subbuglio ci sono rimasti.
L 'Establishment letterario si era seccato di essere stato
preso in contropiede ed era riuscito a liquidare provviso-
riamente nel ridicolo poeti e scrittori destinati a entrare
ben presto nella Rinascenza letteraria d'America. Intanto
erano morti Hemingway e Faulkner e alla successione si
erano affacciati da un lato scrittori di gusto europeizzante
come Saul Bellow o come Salinger, dall'altra scrittori-poeti-
personaggi traboccanti di americanità come Norman Mailer
o Jack Kerouac. In generale, ogni volta che parlai con
critici ufficiali dopo quel 1956, trovai un clima di quiete
dopo la tempesta.
Ma nel dicembre 1965 mi accorsi a San Francisco che
la nuova tempesta era scoppiata. Il miscuglio folk-blues-rock
di Bob Dylan, con le sue storie che non riguardavano gli
amori di un ragazzo per una ragazza o viceversa ma erano
ispirate allo scontento sempre più incalzante tra la gioventù
americana, raggiungeva un pubblico ormai quasi disabituato
a leggere versi ma disposto ad ascoltarli attraverso la mu-
sica e d'altra parte già stanco dei diluvi imitativi dei Beatles
ma disposto ad ascoltare questo rock and roll rivoluziona-
rio, con la sua carica polemica e il suo messaggio libera-
torio: un messaggio che era diventato di massa nel 1962,
quando Blowing in the Wind venne cantata da milioni di
persone come canto di raccolta nel corso del Movimento
negro in Difesa dei Diritti Civili. La canzone dice, nella
mia traduzione affrettata (l): « Quante strade deve percor-
rere un uomo / prima di poter essere chiamato uomo? /
Sì, e quanti mari deve navigare una bianca colomba / pri-
ma di dormire nella sabbia ? / Sì, e quante volte devono
volare le palle dei cannoni / prima di essere eliminate per
sempre ? »; e il ritornello: « La risposta, amico, soffia nel
vento / la risposta soffia nel vento ». Le altre strofe di-
cono: « Quante volte deve alzare lo sguardo un uomo /
prima di poter vedere il cielo ? / Sì, e quante orecchie de-
ve avere un uomo / prima di sentir piangere la gente ? /
Sì, e quante morti ci vorranno prima di fargli sapere / che
troppa gente è morta ? » e: « Quanti anni può esistere una
montagna / prima che sia lavata dal mare ? / Sì, e quanti
anni può vivere la gente / prima che le sia concesso di
essere libera ? / Sì, e quante volte può voltare la testa un
uomo / fingendo di non vedere ? » .
Gli amici mi parlarono di Dylan sul Camper Volkswa-
gen di Ginsberg, mentre andavamo a raggiungere il poeta-
cantante, che quella sera era già a San Francisco per il con-
certo dell'indomani. Ogni volta che si suonava Mr. Tam-
bourine Man tutti i ragazzi nel locale lo cantavano in coro,
più o meno come i ragazzi del 1957 recitavano in coro i
versi di Urlo. Il ritornello dice: « Ehi ! Mr. Tambourine
Man / suona una canzone per me / non ho sonno e /
non sto andando in nessun posto. / Ehi, Mr. Tambourine
Man, suona una canzone per me / nella mattina / ti verrò
dietro »; e i versi delle strofe, qua e là, dicono: « La mia
stanchezza mi stupisce / sono inchiodato sui piedi / non
ho nessuno da incontrare / e le antiche strade vuote / trop-
po morte per sognare », oppure « Ho i sensi denudati /
le mani senza presa / i piedi intorpiditi / aspettano solo
i tacchi degli stivali / per andare / son pronto ad andar
dovunque, son pronto a svanire nella mia parata ». Un'altra
canzone famosa, It's Alright Ma. I'm Only Bleeding, fini-
sce le strofe via via dicendo: « Va bene, mamma, è solo
che sospiro »; « Va bene, mamma, ce la faccio » « Non
ho niente, mamma, per cui vivere »; e i versi, qua e là,
dicono per esempio: « Chi non ha da fare a nascere ha
da fare a morire »; o: « Si ha voglia di piangere ma si
scopre che si sarebbe soltanto uno dei più che piange ».
Un'altra, Maggie's Farm, dice: « Faccio del mio meglio per
essere come sono ma tutti vogliono che si sia come loro ».
I ragazzi ripetevano i versi e Ginsberg mi diceva che
quella era la nuova generazione, quello era il nuovo poeta;
e mi chiedeva se mi rendevo conto di quale mezzo formi-
dabile di diffusione disponesse adesso il « messaggio » gra-
zie a Dylan. Ora, mi diceva, attraverso quei dischi non cen-
surabili, attraverso i jukeboxes e la radio, milioni di per-
sone avrebbero ascoltato la protesta che 1 'Establishment
aveva soffocato fino allora col pretesto della « moralità »
e della censura.
Quella notte, negli strani negozi di San Francisco, com-
prai i dischi di Dylan e i volumi dove sono raccolti i suoi
versi e le sue musiche; e l'indomani, al concerto di Berke-
ley, le poesie cominciarono a essere familiari anche a me.
Ma nessuno le cantò ìn coro. La sala, enorme, era sold out,
esaurìta da settìmane, pìù o meno come da noì è esaurìta
la Scala quando c'è La Fanciulla del West e le sìgnore de-
vono far vedere ì vestìtì nuovì, qua sì con l'etìchetta del
prezzo ìn vìsta. C'era un pubblìco dì gìovanì, naturalmente;
e ìn prìma fìla, naturalmente, c'erano gli « eroi » dì San
Francisco.
Dylan aveva appena finìto un'intervista alla televisione,
dove aveva mandato ìn bestìa gli ìntervistatorì dicendo che
voleva scrivere una sinfonia dove « melodie, parole e idee
fossero tutte la stessa cosa e rollassero l'una sopra l'altra »;
e che la sua musica non è un folk-rock, un rock and roll
folkloristico come viene di solito definita, ma una « mu-
sìca da visione, una musica matematica »; e che era certo
dì sapersi rìtirare a tempo dalla scena perchè a un certo
punto « qualcosa subisce una terribile svolta, non ha nien-
te a che fare con niente »; e non credeva « che qualunque
cosa predìsposta si realizzi come la si vorrebbe... Non che
questo sìgnifìchi qualcosa » ; e che una vera comunicazione
fra gli uomini è praticamente ìmpossibile. Un intervista-
tore, commentando che non avrebbero dovuto invitare gior-
nalisti al dì sopra dei trent'anni, fece dello spirìto chieden-
doglì se parlava così sottovoce perchè aveva fatto un voto
di silenzio; e si sentì rìspondere: « No, è che dove io mì
trovo c'è sempre ìl silenzio ».
Quando gli chiesero che cosa pensava del futuro ri-
spose: « Voglio soltanto contìnuare a cantare e a scrìvere
canzonì come sto facendo adesso. Voglìo soltanto tìrare
avantì. Non penso a fare mìlìoni dì dollarì ». Quando glì
chìesero che cosa avrebbe fatto se avesse guadagnato molto
denaro sorrìse con un po' di melanconìa e rìspose: « Com-
prereì un paìo dì motocìclette, qualche condizionatore d'arìa
e quattro o cìnque dìvanì ». E quando glì chiesero qualì
fossero secondo luì le ragìonì del suo successo rispose:
« Non ho' ìdea. Non ho mai fatto nulla per avere successo.
È venuto tutto da se ».
Dylan aveva ragione: il suo successo è veramente venuto
da se ed ha ìmpiegato tanto ad arrivare che ci si chiede
perche mai tutti si stupìscano del pallore e della fragìlìtà
dì questo ragazzo che per annì ha vìssuto dì solìtudìne e
dì dìsperazìone. Pare che una delle ragìonì dì questa len-
tezza consìsta nella rìbellìone dì Dylan al conformismo or-
ganizzativo della sua professione: ì suoi dischi, che durano
sei minuti, si sono sottratti per anni alle leggi della pub-
blicìtà radìotelevisiva {nei programmi, che durano dì solito
trenta minutì, vengono ìnserìtì tra un disco e l'altro ì com-
mercials, come li chiamano gli annunci pubblicitari; e se
i dischi durano più a lungo dei due minuti e mezzo consi-
derati normali, il numero dei commercials deve diminuire,
con disappunto di tutti (tranne a volte degli ascoltatori).
Quali che siano le ragioni del silenzio che ha avvolto
così a lungo il cantante diventato poi il più famoso d'Ame-
rica (i due quotidiani di New York gli hanno dedicato ora,
nel 1965, un « supplemento » vastamente divulgativo), il
silenzio è stato duro da sfondare: Dylan ha ventiquattro
anni ma è « sulla strada » da otto. La prima volta che è
scappato di casa aveva dieci anni: andò a Chicago da una
cittadina mineraria del Minnesota, vicino al confine del
Canada, e riusci a comprarsi la prima chitarra. Si chiamava
Bob Zimmerman (il cognome lo cambiò dopo, in omaggio
al poeta gallese Dylan Thomas) e fu subito riportato dal
padre farmacista, che si abituò presto a queste fughe: il
ragazzo tornò a scappare quando ebbe dodici anni e poi
tredici e poi quindici e poi diciassette e poi diciotto. Intanto
aveva imparato da sè a suonare la chitarra, il piano e l'ar-
monica e tra una fuga e l'altra aveva scritto la sua prima
canzone folk, una ballata d'amore dedicata a Brigitte Bar-
dot. L 'ultima volta, la definitiva, che scappò fu dall'Uni-
versità del Minnesota, dopo sei mesi di lotta coi program-
mi scolastici (invece di studiare scienze naturali passava le
notti a leggere Kant); e incominciò a girare con l'autostop
sbarcando il lunario come menestrello ambulante. Dormiva
come capitava, mangiava quando capitava; ma poi, nel 1959,
trovò il suo primo impiego fisso: venne assunto a Central
City , nel Colorado, da un locale specializzato in strip teases
di terz'ordine. Dylan doveva cantare per pochi minuti tra
uno strip tease e l'altro, tra gli schiamazzi del pubblico che
considerava perduto ogni minuto non dedicato allo strip
tease e faceva di tutto per scacciare dalla scena il ragazzino
macilento con le sue canzoni spesso incomprensibili e sem-
pre, quando erano comprensibili, sgradevoli. Dopo poche
sere vinse il pubblico e il ragazzo venne licenziato.
Dylan riprese senza rimpianti a girare da un villaggio
all'altro; poi nell'autunno del 1960 seppe che Woody Gu-
thrie, un cantante d'anteguerra di canzoni folk, era malato
all'ospedale Greystone, nel New Jersey, e si avviò verso
l'Est per andarlo a trovare: arrivò a vederlo nel febbraio
1961. Fu l'inizio di un'amicizia profonda e della « carriera .
di Dylan; che presto si inserì nell'Intellighentzia del Green-
wich Village e incominciò a cantare nei locali del Village,
per esempio nel Gaslight Coffee House, finche nell'aprile
fece il suo vero e proprio debutto nella cosiddetta Scala dei
cantanti folk americani, il Gerde's Folk City del Village,
comparendo accanto al cantante negro di blues John Lee
Hooker. Poi, il mese dopo, ricominciò il suo autostop verso
l'Ovest e la sua vita di cantante girovago.
Ritornò nell'Est invitato al Newport Folk Festival e a
un concerto all'aperto a Forest Hills; e fu fischiato violen-
temente dal pubblico di puristi, esasperati dalla sua conta-
minazione della canzone folk col ritmo del rock and roll.
Di questi fischi Dylan parla senza rancore e senza stupore,
con quel suo modo che ha di parlare di tutto, distaccato,
disincarnato, sempre un po' tremante, in una tensione quasi
contagiosa, ma sempre come se quello che lo circonda non
lo riguardasse o comunque lui non riguardasse quello che
lo circonda.
« È la stanchezza », dicevano gli amici. Ma i critici,
quelli che cominciavano ad accettarlo e quelli che lo hanno
accettato {nel 1965 è uscito sul « New Yorker » un suo
profilo precursore della gran voga d'oggi) parlano della sua
tensione. E anche il « suo » pubblico, abituato al rock and
roll spettacolare di Elvis Presley, a quel suo bacino pro-
teso aggressivamente in avanti ogni volta che, al termine
di una strofa, la chitarra elettrica scandisce il passaggio verso
la strofa successiva, capisce che quella di Dylan è una mi-
mica opposta, una tecnica di tensione. Poi legge le prose
liriche e le poesie non musicate che Dylan pubblica sulle
fascette dei dischi, e non sempre finge di capirle, ma le
accetta sempre, in blocco, insieme alla musica e ai versi
delle canzoni.
Con la stessa tenacia con cui, in blocco, le ha respinte
per otto anni.

Bob Dylan: c'era una volta

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e Jo
Ann McClure, a mangiare torte di banana coperte di quel-
la panna americana dura come il sapone, in attesa che tor-
nasse a casa la figlia teen-ager, forse dal Fillmore non an-
cora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet
Helms, col grannie's dress e la borsetta presa in prestito
da JoAnn, mentre JoAnn lavorava a maglia, con ferri e
lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe
un palmo, e Mike parlava di Jean Harlow e di La Barba,
e si chiacchierava di quello che era successo durante l'anno,
il processo a Pasto Nudo, il primo bombardamento ameri-
cano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata
Vietnik, gli SDS ancora tenutari della avanguardia politica
e Jerry Rubin all'inizio della sua popolarità col Comitato
del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di
Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata
di LSD di « Owsley » e la festa di laurea degli Acid Tests
di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra pro-
fumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale
del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e
Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma
di Ginsberg per la seconda marcia anti Vietnam a Oakland
già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di
una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe
diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei me-
dia, che ancora non si erano accorti di quello che stava
succedendo.
Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei
giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob
Dylan, che l'indomani avrebbe dato un concerto nel Com-
munity Theatre, al Memorial di Berkeley, già idolatrato da-
gli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece
di parlare d'amore parlavano della bomba atomica e del
Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e dei Pa-
droni della Guerra, dei diritti civili e dell'ipocrisia confor-
mista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare
la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock:
dai jukeboxes echeggiava Mr. Tambourine Man (e tutti sa-
pevano che Mr. Tambourine era la marca di cartine in voga
per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC
era echeggiato come inno Blowin' in the Wind; senza che
i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli
articoloni del « New York Times » e dello « Herald Tri-
bune ».
Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella
casa di Ferlinghetti, e lì c'erano Ginsberg con Peter Orlovsky
e suo fratello Julius, e sul loro camper Volkswagen ci av-
viammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giappone-
se dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per mo-
do di dire, perchè al tavolo non sedettero solo loro: c'erano
anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e Bob Neu-
wirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Dylan
con la sua grande aureola di capelli come li avrebbe poi
portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davis
e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia palli-
dissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava
in un soffio di voce e mangiucchiò come uno scoiattolo, a
piccoli morsi nervosi lasciando quasi tutto sul piatto ma
lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò
sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò
tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle,
rateazioni ( quando gli davano due dollari per sera e venne
licenziato dal Ten O'Clock Scholar di Minneapolis per aver
chiesto un aumento), il rispetto per la povertà, veniva fuori
dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo va-
go, poetico, ripetitivo, un po' imbarazzante, in un flusso
di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pen-
siero, una seguenza logica, imprevedibile.
Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima
disturbata dagli Hell's Angels e la seconda col program-
ma di Ginsberg; e stava ancora parlando degli Hell's An-
gels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a « pren-
dere il caffè » in un locale italiano sulla Columbus Avenue,
La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il
padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky,
uscito di recente da una casa di cura, in un momento di
confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza (che
aveva capelli lunghi e calzoni identici a quelli di suo fra-
tello) e l'aveva seguito nel gabinetto delle « signore ». L'in-
domani il cronista mondano Herb Caen che a suo tempo
non respinse la responsabilità dell'invenzione del neologi-
smo beatnik, scrisse nella sua rubrica del « San Francisco
Chronicle »: « Il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg
e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni
altri entrarono all'alba alla Tosca, ma la cameriera diede
uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: « Qui si
deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti
fuori ».
Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un'altra
parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan
scappò e noi cominciammo a girare da un jukebox all'altro
ad ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i
versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr.
Tambourine Man i giovani nei locali lo cantavano in coro,
più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di
Urlo; ma l'indomani, al Community Theatre, enorme, esau-
rito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò
in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il
sancimento dell'invenzione « folk-rock » di Dylan: applausi
globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al
Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che co-
strinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della secon-
da fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del
pubblico.
Ma per me che venivo da un'Europa sopraffatta da una
idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocen-
tesca della cultura e vittoriana della moralità, quella serata
rappresentò soprattutto l'immersione del New Look (come
già si diceva per difendersi dall'etichetta sociologica del
New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato
fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C'erano
ragazze con vestaglie di velluto abbottonate fino alla bocca
e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del
Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro an-
ni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical
Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori
sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate
al collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e
gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da
generale della Guerra di Secessione, piume indiane, berret-
ti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower,
code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone
bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da
film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta
al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemi-
ca dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito « in-
ventato » invece che « subìto »: beffa insolente e pacifica
all'industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muove-
vano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell'Università di
Berkeley , già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti
grigi, whisky, carriera, « potere ».
In prima fila c'erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti
e Orlovsky , Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Pre-
sidente degli Hell's Angels di Oakland incaricato per l'oc-
casione di « proteggere » la literary lady italiana e l'aiutante
di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palco-
scenico, con gli stivaletti di camoscio verdi dal tacco alto e
la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che
aveva indossato poche ore prima, durante l'intervista alla
televisione. Era lì, solo, come un manichino in vetrina, ag-
grappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nasco-
sta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint
acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fian-
cheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato
in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la
sua immagine descrivendola dall'uomo spaziale ai suonatori
di rock and roll. Le sue gambe storte da cow-boy, quella sua
faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello
yoghurt, l'aspetto macilento che faceva prevedere un suo
imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nel-
la sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando
cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca,
nasale, un po' raschiante, singhiozzante che alcuni critici di
rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il
pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti
opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il ba-
cino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come
per contenere nel modo più introverso l'esplosione del rock
and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa
estroversa nella sua danza del ventre. Ogni volta che lo si
vide alzarsi in punta di piedi per sottolineare una parola
o un accento o un'allusione, ci fu chi pensò, come capita
sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe
cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello
stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato
per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per
l'eternità.
Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione,
venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco
chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche)
nude, i materassi a terra, i tavolini malfermi e un enorme
frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo
di parlare distaccato, disincamato, sempre un po' tremante,
in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava
non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello
che lo circondava spiegò a lungo a Ken Kesey, che volèva
ambientare il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and
roll, il suo « mondo ». Per oltre mezz'ora parlò in quel suo
sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito
chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a
fumare e far fluttuare la cenere attorno a se, con la faccia
pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio sen-
za mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti
che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione
ininterrotta.
Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così
come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese
dopo arrivò la notizia che aveva sposato Sara Lownds, poi
che si era rotto l'osso del collo in un incidente di motoci-
cletta, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron
Dylan, che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che
si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica
Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti
da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di
morire.
Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività
americana, il Dylan del C'era Una Volta resta come il ri-
tratto: il ritratto di tempi che stavano « a-changing », che
stavano cambiando; del vecchio qualcosa che stava succeden-
do senza che il Signor Jones sapesse che cos'era. Ma adesso,
Signor lones, lo sa che cos'era ?

Bob Dylan a un party

Qualche mese fa, nel dicembre 1965, a San Francisco
c'è stato un concerto di Bob Dylan. Dopo il concerto si andò
tutti in una casa, dove ciascuno venne subito munito di un
bicchiere più o meno pieno di qualcosa e cominciò a muo-
versi come meglio poteva in cerca di qualche faccia cono-
sciuta. Il modo di attaccare discorso era « Chi è il padron
di casa? Dov'e? ».
Quello che si vantava di esser il padron di casa ( chissà
se poi lo era davvero) era un tale che faceva inchieste di
carattere sociologico per un ufficio municipale (non ricordo
se una statistica degli analfabeti o degli alcoolizzati o dei
disoccupati): la casa in realtà era soltanto il suo « studio »,
ma in una stanza c'era per terra un materasso con una co-
perta e un cuscino e in cucina c'era un frigorifero che con-
teneva un cartone di latte vuoto e un pomodoro acerbo. La
porta del frigorifero era decorata a graffi, e sulla tavola si
accumularono presto fiasconi di vino vuoti, lattine di birra
sfondate, bicchieri di plastica da buttare in spazzatura.
Era tutto molto provvisorio e le persone che si aggira-
vano col bicchiere di whisky non avevano l'aria di sapere
granchè da dove venissero e dove andassero: erano dav-
vero come il protagonista della canzone di Bob Dylan che
chiede a Mr. Tambourine di suonare per avere qualcosa da
fare a seguirlo, lui che non ha dove andare, non ha sonno
e ha solo le scarpe per camminare.
C'erano ragazze molto belle, coi lunghi capelli lisci sciol-
ti sino alla cintura e le labbra struccate sotto gli occhi ca-
richi di ciglia finte e di rimmel; una aveva un grande cap-
pello a cloche bianco e un cappotto bianco e rimase tutta la
sera sdraiata per terra con la faccia voltata verso il muro,
una rimase sempre seduta su uno sgabello in cucina fis-
sando davanti a sè con un sorriso vagamente minoico.
Bob Dylan parlava parlava parlava con un filo di voce
quasi impercettibile nel frastuono dei suoi dischi suonati a
pieno volume, sotto l'aureola dei capelli cotonati e con una
sigaretta sempre malferma sull'accenno incessante di rock
and roll delle gambe nervose. Per andargli vicino tutti co-
minciarono a salire sul materasso per terra e presto il cu-
scino diventò nerastro e la coperta diventò un tappeto. Era
chiaro che l'indomani materasso, coperta e cuscino sarebbero
stati buttati via: era più facile comprarne di nuovi che
pulirli. O forse non sarebbero neanche stati buttati via, sa-
rebbero stati usati com'erano.
Eppure in quella casa di tutti e di nessuno c'era un'aria
di verità che ho trovato di rado nei salotti umbertini della
mia infanzia o nei soggiorni della borghesia socialista con-
temporanea. Sarà stato soltanto a causa della presenza di
Bob Dylan ?

Fernanda Pivano



 
 
 
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