parte 109
Lunedì 22 Aprile 2002

Vuoi discutere di Bob Dylan, della sua musica, della sua storia?... 
Hai domande da porre, storie da raccontare, emozioni da condividere,  sul grande Bob o inerenti la sua  musica e la sua vita? 
Scrivi a spettral@tin.it e le tue mail saranno pubblicate in queste pagine ogni lunedì.
Il curatore di questa pagina si riserva di pubblicare o meno, del tutto o in parte, le mail spedite a questa rubrica in relazione alla forma ed ai contenuti delle stesse, tagliando o cestinando quelle che dovessero contenere frasi ritenute non pubblicabili o argomenti non inerenti la rubrica stessa.
Napoleon in rags


1194) Hi there! Just found something about Bob Dylan in
Italian here: http://www.varesemagazine.com/STUFF.htm
Thought you might be interested.
Later,
Max.

Thanx Max!
Michele "Napoleon in rags"


1195) Ciao Michele,
ti mando le top ten delle mie canzoni e album preferiti.
Dopo lunga e tormentata meditazione... ho deciso di lasciare perdere le lunghe e tormentate meditazioni, e di scrivere i primi titoli che mi venivano in mente.

Canzoni:

1. 4th Time Around
2. Bob Dylan's Dream
3. Ballad in Plain D
4. North Country Blues
5. Not Dark Yet
6. Man on the Street
7. Billy
8. Froggie Went A Courtin' (ehm...)
9. Just Like Tom Thumb's Blues
10. Man in the Long Black Coat

Giuro che sono davvero le mie canzoni preferite; non voglio fare l'originale.

Album:

1. Highway 61 Revisited
2. Freewheelin
3. Desire
4. The Times They Are A-Changin'
5. Another Side of B.D.
6. Time Out of Mind
7. Bringing It All Back Home
8. Blonde on Blonde
9. Oh Mercy
10. Blood on the Tracks

Ciao, Tommaso.

Ok Tom. Comunque Froggie piace tantissimo anche a me ed in una top 50 forse la inserirei pure io...
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"


1196) Ciao a tutti sono Francesco e sono pazzo di Bob Dylan.
Volevo sapere come posso fare per trovare alcuni videocassette come DON'T LOOK BACK -
EAT THE DOCUMENT  o anche hard rain e renaldo e Clara.
Grazie
FrancescoCozzolino@libero.it

Ciao Francesco sono sicuro che qualcuno ti contatterà per qualche scambio. Fammi sapere se ci sei riuscito...
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"


1197) Ciao Michele,
anche se è praticamente impossibile descrivere le emozioni che ho provato al mio primo concerto di Dylan (Ravenna), ci proverò lo stesso, dichiarandomi soddisfatto se solo riuscirò a comunicartele anche in minima parte.
Io ero lì a pochi metri da lui. Riuscivo perfettamente a guardare nei suoi occhi, a notare ogni singolo movimento del volto, ogni piega della sua faccia. Dylan è estremamente comunicativo: oltre che con la voce, canta anche con tutta la sua mimica, soprattutto del volto. A guardarlo dritto negli occhi ti senti come “ipnotizzato”, è davvero molto intenso e coinvolgente. E’ completamente diverso dall’ascoltare le canzoni da cd; al concerto le vedi “vivere” in lui, è una esperienza eccezionale, unica! Anche le canzoni che mi piacevano di meno (come ad esempio Moonlight) mi hanno convinto molto di più e, a dire il vero, non c’è ne è stata una che non mi sia piaciuta: tutte veramente bellissime (il mio spirito critico se n’era già andato diverso tempo prima del concerto, poi quando l’ho visto lì davanti, è sparito del tutto!) con una preferenza particolare per It’s alright mà, veramente stupenda, anche se non capisco perché ha saltato qualche strofa (aveva fretta? Non gli piacciono più quelle strofe? Quest’ultima ipotesi non mi sembra comunque molto convincente visto che da quanto ho letto non è di certo la prima volta che lo fa. Per me rimane un mistero…). Mi ha fatto poi molto piacere incontrare te, Leonardo lion, Anna duck, Elio rooster, Giulio horse e Gi rabbit.
Per il sito su De Gregori, il nome è Atlantide e l’indirizzo è utenti.lycos.it/Alu84
Ciao.
Francesco tiger

Ciao Francesco
quelle strofe saltate in It's all right mà non sono una novità, è da molto tempo che Bob non la fa intera (potrei sbagliare ma non mi sembra che l'abbia più fatta intera negli ultimi anni). Grazie per il link al tuo sito che ho già provveduto a segnalare sia nella pagina Cosa c'è di nuovo che nell'Indice Generale (in modo che resti fisso per i posteri...). Anche a me ha fatto piacere conoscerti soprattutto sapendo che era il tuo primo concerto di Bob... la cosa mi ha fatto un certo effetto e mi ha ricordato il mio primo concerto (in cui provai più o meno le tue stesse sensazioni).
Fatti sentire e alla prossima...
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"


1198) MILANO 20-04-02 Filaforum.

Grande Dylan.Non si possono fare neanche paragoni con
i precedenti concerti ultimi visti(Anzio etc),perche'
ogni concerto di Dylan e' una storia a sè,e' un
momento unico,irripetibile.
Per la prima volta difatti l'ho visto (lo seguo dal
82/83) alle prese con il pubblico. Ma veniamo ai fatti
e ai tre eventi che secondo me caratterizzano il
concerto.
Pochi secondi prima che Dylan entrasse (o gia' era sul
palco) e prendesse posizione davanti al microfono mi
e' sembrato che e' volato una spece di fumogeno in
prossimità del microfono (...!...) tanto che si e'
sviluppato un leggero fumo rosso,Sexton mi sembra che
abbia detto qualche cosa verso il pubblico e Dylan
(non ricordo bene la successione degli eventi) inizia
il suo personale "intervento" con il pubblico. Prima
va a parlare con il tecnico o qualcuno addetto alla
security poi cosa fa' il nostro? prende l'asta del
microfono in modo "indispettito" per i flash ? per il
fumogeno ? (quale dei due) si trascina indietro con
la ovvia disapprovazione del pubblico rispetto alla
posizione iniziale,tanto che dentro di me dico adesso
si mette a cantare dietro il tendone nero con l'enorme
logo "l'occhio".
Dopo un paio di song lo riporta alla posizione
iniziale.
Per la prima volta vedo anche se non in modo "verbale"
ma solo con questo susseguirsi di eventi che Dylan
imposta un suo personale "affronto" con il pubblico.
GRANDE.
Ma il secondo evento che caratterizza secondo me
questo concerto e' l'esecuzione (speravo che la
cantava cosi come avevo sperato nell' e-mail sul
perche' Dylan canta questa song) di SOLID ROCK!!!
GRANDIOSA ESECUZIONE che da sola vale il prezzo del
biglietto!
Terzo evento Dylan e' in forma smagliante esegue
talmente bene le sue performances che la musica
raggiunge il TOP tanto che tutto il Filaforum
dall'inizio o quasi e' con lui (stracolmo come era di
gente).
E qui arriviamo al terzo evento (mai visto in vita
mia) ringrazia salutando tutti con un bacio diretto al
pubblico.
Non mi soffermo sulle songs che per me sono state
tutte eseguite alla grande forse fuori posto gli
accompagnamenti vocali dei due chitarristi.
Due ore e mezzo di grande musica che volano via ma
Dylan c'è, e' lui il piu' GRANDE!
Infine ho comprato il poster del concerto ho visto in
alto stampato High Water n°3 sono tutti stampati così?
o sono in progressione numerica?
Ho preso il Program Tour Europeo 2002 ci sono un paio
di foto mai viste.(entrambi poster e program sono
ufficiali)

Stefano.

Ciao Stefano e grazie per il tuo racconto che inserirò naturalmente in seguito nell'apposita sezione Racconti dal Neverending tour (aspetto magari di avere qualche foto da mettere a corredo...). Da quello che ho sentito non è per i flash che Bob ha fatto quel che ha fatto ma per il fumogeno (anche se io ho sentito dire che fosse una sigaretta accesa). Ad ogni modo per tutto il concerto sono state puntate le luci sul pubblico ed il palco era quasi sempre in penombra. Peccato perchè il concerto è stato grande.
Peccato che non ci siamo beccati, speriamo alla prossima occasione. Non saprei dirti nulla a proposito del poster che non ho comprato... Chi sa come funziona? Sono numerati?... Ho visto invece il program di cui parli e mi sembra molto bello con alcune foto mai viste (io almeno non le avevo mai viste)...
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"


1199) Michele ciao,

anche questa volta non siamo riusciti ad incontrarci.

Le mie impressioni sul concerto di Milano non possono che essere positive. E siamo arrivati a quasi 10.000 presenze! Dovrebbe essere un record negli ultimi anni per Dylan, almeno in Italia.

A te, che senz'altro eri davanti al palco, chiedo se la scelta di Humming Bird strumentale all'inizio era veramente dovuta alla sigaretta accesa lanciata sul palco. Un pezzo degli anni cinquanta del duo Johnnie and Jack rispolverato in questa turnè, se non sbaglio. Ne sono anche gli autori?

Le canzoni che più mi hanno colpito sono state: Lonesome Day Blues,  una Visions Of Johanna quasi irriconoscibile,  Summer Days,  Not Fade Away,  Honest With Me,  The Wicked Messenger con lo stupendo finale dell’armonica, purtroppo troppo breve.

La versione di Masters Of War mi è sembrata magistrale. Ricordo l’impressione che ho avuto sentendola per la prima volta dal vivo a Modena due anni fa. Questa mi apparsa molto più dura, trascinante, incisiva, determinata. Arrabbiata nel modo giusto con quella insistita cadenza blues. Detta con parole scandite e chiare, dedicata inevitabilmente a tutti, tutti i morti di guerra dei nostri tristi tempi. Che Masters Of War sia o non sia una canzone contro la guerra e, soprattutto che non sia una canzone pacifista, è quasi irrilevante. Sulla necessità di difendersi da un attacco, anche con l’uso delle armi, sul fatto che Dylan stesso non si dichiari pacifista, naturalmente niente da dire.

L’inalterata attualità di Masters Of War, a mio parere, sta però nel fatto che è stata scritta e viene riproposta contro tutti i signori, tutti i mastri e maestri, tutti i padroni di tutte le possibili guerre. E i maestri di guerra sono, da sempre, dei provocatori criminali che agli occhi di chi li sostiene vogliono apparire costretti a difendersi. Trovare pretesti per una “giusta guerra” è fin troppo facile in ogni epoca. La caratteristica innegabile di tutte le guerre è che rendono e parecchio. Ai mastri e a molti altri. Spesso, si sa,  accade persino che, strano paradosso, siano proprio i signori della guerra a parlare di pace. Dall’alto dei loro carriarmati naturalmente. L’ “IMBIANCHINO” docet. E non solo lui.

Torniamo al concerto: è stato notevole, trascinante, suonato bene. La partecipazione del pubblico esaltante. Beh, imperdibile, bisognava proprio esserci. Ancora una volta mi manca, già d’adesso, il bootleg  per riascoltarlo.
 

Commentando L&T tu hai definito Tweedle-dee Dum and Tweedle-dee Dee un pezzo in perfetto stile Sun Records, Bertoncelli ha detto che Elvis a inizio carriera cantava un pezzo con un titolo analogo (Tweedle Dum).

Ne ho trovato una versione live su un cd economico facilmente reperibile a bassissimo prezzo: Elvis Presley – Live degli anni ’50 n.15 Tweedle Dee (W. Scott). Un’ulteriore citazione d’epoca l’abbiamo in un altro pezzo di Elvis, poco conosciuto, dal titolo Poor Boy incluso nella colonna sonora del film “Love me tender”.

A proposito di cover voglio sottoporti le seguenti di Jef Buckley:

Farewell Angelina
10 novembre 1991  Jeff e Gary Lucas allo Show radiofonico della WFMU di Nicholas Hill

I Shall Be Released
6 settembre 1992  Show radiofonico di Nicholas Hill   (In diretta telefonica)

Maggie’s Farm
Nella casa di campagna di Don Ienner nel Connecticut accompagnandosi con la chitarra. (nella sua versione sostituisce il nome “Maggie” con quello di “Donnie”)

If You Say Her, Say Hello
Just Like A Woman
19 luglio 1993 – Al Sin-é di N.Y. City.  Registrazione live della Sony.

If You Say Her, Say Hello
Dink’s Song   (Blues cantato anche da Dylan)

17 agosto 1993  -  Al Sin-é di N.Y. City.  Registrazione live della Sony.

All Along The Watchtower
17 marzo 1994  -  Al Club Andy’s Forge in Charing Cross Road – London

Pensi che compaiano in qualche bootleg?

In attesa di leggere i commenti al concerto sul sito ti saluto.

Giorgio

Ciao Giorgio,
non saprei se appaiono da qualche parte. Io non le ho e se qualcuno lo sa spero ci faccia sapere. Incredibilmente hai citato le canzoni che son piaciute di più anche a me a Milano (Visions Of Johanna,  Summer Days,  Not Fade Away,  Honest With Me) tranne The Wicked Messenger che non amo moltissimo. Io aggiungerei solo Love minus zero. Humming bird è di Wright (di cui ignoro il nome), John Anglin e Jack Anglin.
Ciao e alla prossima
Michele "Napoleon in rags"


1200) Nuova classifica:

-like a rolling stone
-all along the watchtower
-tangled up in blue
-hurricane
-sara
-idiot wind
-rainy day women nos 12 & 35
-visions of johanna
-she belongs to me
-isis
Ce ne sarebbero moltissime altre, come ad es joey, mr
tambourine man, love minus zero/no limits, the groom
still waiting at the altar, tombstone blues,
desolation row ecc ecc, ma purtroppo se ne possono
scegliere solo 10...! Potreste aumentare il numero di
scelte!

Cassandra

In effetti si potrebbe fare... Magari le prime 100??? Ho esagerato neh?!?
Ciao
Michele "Napoleon in rags"


1201) Ciao Michele,
 mi chiamo Tino, sono un grande fan di Bob tuttavia mi considero ancora un neodylaniano.
Casualmente senza saperlo, sabato 20 aprile ero accanto a te ed altri ragazzi fuori dal Filaforum (chiusi in gabbia), in attesa di assistere a quello che poi si è rivelato a mio parere un grande concerto!!!!.
Ovviamente non sapevo chi tu fossi ma mi hanno subito incuriosito i discorsi da veri esperti del vostro gruppo, ed in particolare mi hanno affascinato gli aneddoti di quel simpatico signore sulla cinquantina di Venezia.
Da maggiesfarniano incallito mi sono detto: "non so perchè ma queste persone potrebbero essere Anomali della Fattoria". Il giorno successivo curiosando su M.F. sono incappato nella tua foto con Joan (che non avevo mai visto prima) e li ti ho riconosciuto!!!! Quindi adesso so che porti nel portafoglio un cerino di Bob e che alla fine del concerto avevate appuntamento con tutti i tuoi amici vicino al mixer........peccato che un tuo amico non sapesse cosa fosse un mixer......vi siete poi trovati????!!!!
Scusa se sono stato invadente e grazie per tutto il lavoro che fate sul sito.

Ciao Tino
il simpatico signore è il mitico Papa Mario... Quanto al Mixer in effetti noi si pensava che fosse una discoteca di Milano... Quanto al cerino devo dire per onestà che non è sicuro si tratti effettivamente di un cerino proveniente dalla scatola di Bob quanto piuttosto di uno preso da un sedile del bus di Bob che mi è stato detto essere appartenuto a Sua Bobbità. Ma, a parte il dubbio, le sue proprietà taumaturgiche sono inoppugnabili. Se ho un mal di testa o altro malessere equipollente lo annuso e mi passa... Se va via la luce lo accendo e rischiara Aosta e zone limitrofe da solo per poi tornare integro dopo qualche minuto. Devo ancora verificare le sue proprietà rabdomantiche e quelle in stile "pietra filosofale" ma non mi sentirei di escludere che esso le possegga.
Ciao Tino e per il tuo ps privato riscrivimi che ci penso io.
Michele "Napoleon in rags"


1202) Ciao Michele!!!!!!!!! ….
…. è venuta l’ora della rassegna stampa … ti invio un po di articoli di questi giorni …
Un grandissimo saluto
Ciao
Antonio Cat

Ciao Cat
grazie infinite... Vado subito a leggermi cosa scrive Marinella "Bobsuonal'arpa" Venegoni...
Ciao,
Michele "Napoleon in rags"



 

LA REPUBBLICA (Pagine di Milano)

21/04/2002

http://www.milano.repubblica.it/archivio/20020421/spettacoli/1521cor.html
 
 
 
 

Dylan conquista i vecchi e i nuovi fan Bel concerto ieri sera al Filaforum: in sala almeno tre generazioni di spettatori

DIECIMILA PER BOB IN UNA NOTTE SENZA TEMPO
 

Sono arrivati in diecimila, cifra più, cifra meno. Un bel colpo d'occhio ieri sera al Filaforum, con il popolo dylaniano che si mostra ancora appassionato e reattivo nonostante un concerto di Bob non sia più una novità. Tre generazioni raccolte lì, nel catino di Assago, dai ventenni in su, anche se con una evidente maggioranza di 40enni e 50enni, preparatissimi e sapientissimi sul Dylan pensiero e sul Dylan repertorio. I più fedeli scrutano i fitti banchi delle tshirt con stampata la testa di riccioli scomposti e il ghigno sbilenco, ormai diventati una delle più classiche icone della cultura rock contemporanea.
Dalle 18.30 orario di apertura dei cancelli, lunghe file ai parcheggi, un po' meno ai botteghini, nonostante molti biglietti siano stati venduti lì per lì, con i bagarini che offrono per vendere e compare (chissà perché) gli ultimi biglietti peraltro allo stesso prezzo della biglietteria ufficiale («ma senza far le code», precisano loro). Prima dell'inizio una colonna sonora da cinema di azione si diffonde tra un pubblico distratto, mentre un grande drappo nero, con un occhio al centro, piove sul palco. Sarà l'unica concessione del concerto sul fronte visivo: per il resto niente schermi giganti né giochi di luci. Chi vuole saperne di più deve dare mano ai binocoli o allungare lo sguardo.
Alle 21.05, gli aficionados, anche i più maturi, rischiano l'incolumità e gli acciacchi abbandonando i posti numerati per schiacciarsi sotto il palco, tutti in piedi. È Bob Dylan che arriva davanti a loro. Vestito di scuro con un largo cappellaccio bianco a celarne il viso: proprio come si è presentato negli altri concerti del tour. Apre lo show con un pezzo strumentale, nel segno dell'amore ritrovato per le tradizioni e per le radici della musica americana. L'impatto tra folk e country è garantito, soprattutto nella prima parte della serata, dalla band, duttile, ossequiosa e obbediente ai cambi di marcia del capo. Il quale per rispondere subito al bisogno di certezze dei suoi fedeli, come secondo brano del programma, sgrana un attacco all'insegna del revival con una stramba versione di The times they are changing in una originale rilettura da stornello popolare.
Intanto in tribuna d'onore si riconoscono alcuni volti celebri, Paolo Liguori e Gigio Moratti, figlio del presidente dell'Inter e poi dylaniani di formazione come Alberto Fortis, Angelo Branduardi. Manca invece all'appello Bryan Ferry che, a Milano nel pomeriggio presentando il suo nuovo album Frantic, con due classici di Dylan, si era prodotto in una lode appassionata verso l'artista. «Mai conosciuto, ma solo adorato da lontano », ha confessato Ferry. Nota curiosa: dal quarto brano, potenti fari dal palco illuminano la platea e gli anelli laterali, "accecando" il pubblico che per un po' protesta visibilmente.
Dylan non parla tra un brano e l'altro. È insolitamente sorridente e gli impasti di brani come It's all right mama e It's not for you sono decisamente a livello di eccellenza, perfino indifferenti all'acustica del palazzetto. Nella girandola dei pezzi proposti c'è spazio anche per numerose citazioni dal bell'album recente «Love and Theft», anche se il pubblico si scalda poi per i classici concentrati come l'immancabile Blowin' in the wind che chiude ,in questo tour, ogni esibizione. Ma anch'essa rinnovata. Perché che Dylan sia in una nuova fase di creatività lo si deduce anche dal suo sito www.boblinks.com che elenca i brani presentati negli ultimi concerti: ben ottantina perché sera dopo sera si diverte a cambiarle. Questo è il bello di tutti gli appuntamenti con il 'Mito', anche al Filaforum: lo show è una perfetta formula per restare sospesi tra memoria e nuove visioni in una fascia senza tempo.

ENZO GENTILE
 


CORRIERE DELLA SERA

21/04/2002

Bob Dylan conquista il Filaforum

Diecimila spettatori al concerto. Tre generazioni in delirio per il re del folk-rock Il «menestrello» che tra un mese compirà 61 anni ha mantenuto la voce affascinante e la capacità di coinvolgere con le emozioni gli spettatori

In diecimila. Al concerto di Bob Dylan. Un pubblico di tre generazioni ha riscoperto il lusso delle emozioni. «Conta poco il mio nome / la mia età ancora meno / vengo da un paese che si chiama Midwest». Un viaggio di due ore e mezzo sul filo di una v oce che, a molti, dà i brividi già al primo attacco. Dylan esile e pallido, serio, in jeans e cappello bianco da caw boy. Dylan come l' icona in cui ha finito per trasformarsi suo malgrado durante quarantacinque anni di musica, più di mezzo migliaio di ballate. Lui che non ha mai voluto essere un divo, che ha negato di essere un poeta, un cantautore impegnato, un intellettuale: «Faccio canzoni». Una serata speciale, Bob Dylan a Milano, sessantun anni il prossimo 24 maggio. Davanti a un Filaforum riempito con tante facce così diverse che sembravano radunate da un esperto di statistica. Con scarti generazionali di 35 anni fra il parterre e i posti a sedere. Dai ragazzi dei centro sociali alle coppie ultracinquantenni con gli occhi lucidi. Per tutti è «un grande». Il «menestrello», come l' hanno chiamato almeno vent' anni prima che il titolo passasse a cliché imbanalito sotto le didascalie di tante meteore del pop. Per quel che importa, perché di menestrello ce n' è stato uno solo, ed è l ui. Il ventenne torvo e sconosciuto che inchiodava ai bicchieri di wiskey pieni di ditate il pubblico del Cafè Wha, al Greenwich Village nel 1960. Per la voce, hanno sempre detto. E non sembra ancora vero: quella voce nasale, roca, sgraziata, modella ta sulle vocalità del blues e del folk più ruspante degli States, ma poi sporcata ancora di fumo, di paesaggi urbani, di mattine perdenti. Non educata, non accattivante. Perentoria da far restare dopo più di quarant' anni ancora con il fiato sospeso. «Lui non canta, interviene». Lo dissero dopo quel concerto del novembre 1965 nel Community Theatre al Memorial di Berkeley, dove Bob Dylan si creò su misura il suo genere musicale, quel folk-rock che impastava «un misto di Jank Williams e Woodie Gut hrie». Lo stesso concerto dove Fernanda Pivano ricorda, alla vigilia, Dylan seduto al ristorante con lo stato maggiore della Beat generation, da Allen Ginsberg a Lawrence Ferlinghetti. Scampato per incompatibilità congenita alla sorte di sopravvissut o e di testimone, Dylan ha cantato a Milano le ultime, «ottimistiche» canzoni di «Love and theft», ma anche quella traccia luminosa a filo di chitarra che è «Blowin' in the wind», tatuata nel dna emozionale di almeno tre generazioni di ex giovani. An cora lucida, appena lavata, lanciata verso le tribune di Assago con la classe del professionista e l' allure del profeta. Alessandra Cattaneo DICONO DI LUI FRANCESCO ALBERONI Dylan fa parte della Storia: un poeta hippy protagonista della rivoluzione culturale anni ' 60. MAURIZIO NICHETTI Ha rappresentato come pochi tutta una generazione. Lo stimo per aver dimostrato sempre la propria coerenza. FULVIO SCAPARRO E' il portavoce di un periodo forte, fantastico, fatto di sogni. Ancora attuali i suoi messaggi contro la guerra. DIEGO ABATANTUONO Da giovane non masticavo molto l' inglese, ma l' atmosfera delle sue canzoni mi faceva sognare. Un simbolo ancora oggi.

Cattaneo Alessandra


LA STAMPA

21/04/2002

http://www.lastampa.it/Search/AlbiCerca/risultato.asp?IDarticolo=575065&testo=bob%20dylan
 

IL CONCERTO APRE IL RAVENNA FESTIVAL DEDICATO ALLA MEMORIA DELL´11 SETTEMBRE: UN TRIONFO

Bob Dylan, vagabondo snob
 
 

I «classici» storpiati, strafalcioni intenzionali e distonie aggiungono fascino a un mito mai uguale a se stesso
 
 

inviata a RAVENNA
Bob Dylan ha aperto al Paladeandré il Ravenna Festival dedicato in questa edizione alla memoria di Ground Zero. Ammesso che qualcuno sia riuscito a parlargli delle intenzioni del prestigioso Festival, nel suo rapido arrivare e ripartire in preda a sindrome da tournée per lui dev'esser stata una sera come le tante che gli riempiono la vita di vagabondo dei palchi: due ore e un quarto di musica serrata e tirata (e qualche volta anche tirata via: in «Subterranean Homesick Blues» sia Bob che la band stentavano a trovare un filo comune) e poi un addio simbolico ai 4 mila del pubblico - in ginocchio e con le mani giunte - prima che un'auto lo portasse a Reggio Emilia dove c'è l'albergo italiano dei suoi sogni, in attesa poi del concerto di ieri al Forum. Bob Dylan non è mai uguale a se stesso. Rispetto al luglio dell'anno scorso a Brescia, si nasconde di più e ha ricominciato a storpiare le canzoni. Per nascondersi, ha adottato un nuovo cappellaccio bianco da cowboy, più largo e calato ostentatamente sulla fronte; non alzando mai la testa, non gli si vedono gli occhi ma solo i baffetti alla Errol Flynn. Che gli stia tornando a noia la ripetizione di certo repertorio poi, si evince perché ha ricominciato a divagare con infantili cantilene su alcune delle canzoni più ingombranti: difficile davvero riconoscere brani assai noti come «Just Like a Woman», del cui romanticismo estenuato ha fatto carne di porco; e anche «Like a Rolling Stone», che chiude il concerto prima dei tre bis, separa la filologia della musica dall'interpretazione strascicata con voce quasi afona, gutturale, che ricorda gli strilloni dei film Anni Cinquanta. «The Times They Are A-Changing» è virata in valzerone, «Blowing in the Wind» si fa riconoscere nel finale grazie al testo. Ma anche le distonie e gli intenzionali strafalcioni finiscono per aggiungere, anziché togliere, fascino a un uomo che si cura più della sostanza che della forma. Il concerto è godibilissimo nello snobismo macroscopico del fuorimoda, nella vetustà delle atmosfere, nel richiamo imperativo al mondo del blues, del rock'n'roll più scatenato, perfino del bluegrass cui si rifà «I Am The Man, Thomas» degli Stanley Brothers: brano che canta la parabola di San Tommaso e ricorre così spesso nei live, da far scommettere a molti che Dylan sia tornato alla cristianità. Momenti acustici e momenti elettrici si alternano, sempre con la ricerca di un dialogo divertito e dotto della sua chitarra con i quattro elementi dell'ottima band formata dai chitarristi Charles Saxton e Larry Campbell, dalla batteria di George Recile e dall'ottimo bassista Thony Garnier. Un lavoro che dev'esser vissuto come fisico, visto che da qualche stagione egli esibisce una sorta di divisa sul corpo sempre più smilzo, quel completino scuro profilato di bianco sia sulle braghe che sulla giacca che lo fa somigliare a un tranviere da Disneyland. Stranamente, ben 4 brani sono dall'ultimo «Love and Theft», fra i quali la tenerissima «Moonlight» e lo scatenato r'n'r di «Summer Days». Ma ogni concerto è un evento a sé, la corsa alle scalette che Dylan ogni sera improvvisa sul momento è diventata dovere di ogni fan. A Ravenna ha regalato due rarità eseguite solo una volta in questa fase del neverending tour, entrambe di ispirazione amorosa: «I Threw It All Away» del '69 (da «Nashville Skyline»: «Disse che si sarebbe fermata per sempre/ Ma fui crudele la trattai come una pazza...») e con lunghe parti strumentali «Tomorrow is a long time», pubblicata nel '71 e che canta: «Solo se lei fosse stata sdraiata accanto a me avrei potuto giacere nel mio letto ancora una volta..». Trionfo. marivene@tin.it

Marinella Venegoni


IL MANIFESTO

21/04/2002

http://ip5.ilmanifesto.it/php3/ric_view.php3?page=/oggi/art74.html&word=bob;dylan

Dylan, camaleonte western
Tutto esaurito al palazzo Mauro De André di Ravenna per la prima del cantautore americano col suo quartetto. Dal gospel di I'm the man alla ballata antimilitarista Blowin' in the wind, due ore e mezza di spettacolo rendendo diversi e irriconoscibili tutti i suoi successi in chiave blues, country e boogie. Una scelta originale e un modo per continuare il suo lavoro sulle radici della canzone statunitense
FLAVIANO DE LUCA
RAVENNA
 
 

Tanti anni fa uno dei Beatles volato in cielo troppo presto disse che Dylan indicava la strada. Era un poeta musicale del quotidiano capace di leggere, prima e meglio degli altri, i segni del tempo. Negli anni poi la sua voce di menestrello fuori dal coro si è andata facendo ancora più ruvida e acuta. E' questo probabilmente il motivo che ha spinto il Ravenna Festival, rassegna di spettacoli che allietano la vita nella cittadina romagnola tra la primavera e l'estate, a ospitare il cantautore statunitense nel concerto d'apertura della manifestazione tutta dedicata a quel tragico 11 settembre a Manhattan e che si concluderà con un concerto del maestro Muti col coro filarmonico della Scala proprio nel luogo dove si ergevano le Twin Towers, il 22 luglio a New York. Tutto esaurito, quindi, venerdì sera con quattromila persone nella magnifica sala dall'acustica perfetta del palazzo Mauro De Andrè, in gran parte coetanei o quasi del sessantunenne di Duluth, in giro per il mondo con questo Never Ending Tour, da ormai due anni senza interruzioni, come se volesse riprendersi dallo spavento di essere stato lì lì per andare a trovare «il mio amico John (Lennon) ed Elvis» (come ha detto in una delle rare interviste), quando fu colpito da un'istoplasmosi nel `97. Questo spezzone si chiama Bob Dylan «Live and In Person», come se fosse un novello Buffalo Bill.
Magrissimo, capellone bianco con ampie falde e vestito nero da cowboy con la striscia bianca laterale ai pantaloni, stivaletti nera a punta, cravatta fantasia e baffetti appena accennati, Bob Dylan era spaventosamente uguale alla sua immagine sulla copertina di Love and Theft ( il suo ultimo album, il 43° della carriera, pubblicato proprio a settembre dell'anno scorso). Al suo fianco Tony Garnier al contrabbasso, George Recile alla batteria, Charlie Sexton alla chitarra e Larry Campbell che si è diviso tra la steel, il banjo e il dobro. Attacco con I am the man, uno standard degli Stanley Brothers, naturalmente completamente dylaniato nell'andatura e nei tempi che assumono la dolce lentezza del country & western, una canzone che parla di fede cristiana e di san Tommaso. E' solo il riscaldamento per l'ascesi di The times they're a changing , irriconoscibile non solo per le prime file scalmanate di venti-trentenni ma anche agli altri a causa dei giochi vocali del signor Zimmermann che spezza le strofe, prende la rincorsa su alcune parole e rallenta apposta su altre.
Ancora più evidente nel successivo It's all right mama dove sembra di trovarsi di fronte alla classica band da saloon, dove le battute sono completamente stravolte e i musicisti si dilungano in duelli a suon di corde, all'arpeggio della grossa chitarrona acustica rispondono le note lancinanti della steel, martoriata a dovere. Così, con una lunga introduzione d'armonica a bocca, salta fuori pure Forever Young, rifatta con lo stile folk d'oggi ma presa in giro da un coretto lungamente sottolineato prima dell'entrata della voce nasale, insomma come fosse un crooner anni `50, con Campbell che fa la controvoce in puro stile doo wop. E' un'atmosfera molto gioiosa, come se si rincontrassero dei posteggiatori di Mergellina con i loro mandolini o una banda ambulante tzigana ed è la trovata di questo tour, togliere ogni retorica e banalità ai pezzi di tanti anni fa (e togliere anche ai fan quel sottile piacere di trattenere il fiato in attesa di riconoscere il brano, venerdì sera in tribuna stampa c'erano frenetiche consultazioni tra i dylanogi più consumati per individuare i titoli) trasformandoli in piccoli gioielli nel solco della tradizione musicale americana anni `50, rivestiti con scansioni e sonorità assolutamente originali (un esempio davvero felice è stata Just like a woman, con parole enunciate di corsa e altre lentamente, assecondando l'andamento da giga western).
Insomma il piacere di suonare, la voglia di far musica insieme come unico motivo per andare avanti, il riuscire a dare spessore e sofisticazione alla canzone popolare e al rock'n'roll degli esordi ossia cambiare sempre ritmo e pelle rimanendo fedele a se stesso.. Ma Dylan, con le primavere di un pensionato e la voglia di un quarantenne, ha rivoltato il suo passato come un cappotto troppo liso, dandogli un'altra faccia e un altro stile confermandosi musicista attuale e persino divertente.
Nel cambio di palco, al buio, avviene la solita metamorfosi dei concerti di Dylan, da trent'anni a questa parte, dalla fase acustica a quella elettrica, dalla parte intimista e riflessiva a quella più scollacciata e prolissa, l'ubriacatura di watt da catarsi psichedelica. Tutti imbracciano altre chitarre per gli accenti blues di Tweedle Dee & Tweedle Dum , la prima canzone eseguita dell'ultimo album, ma che portano diritti al boogie woogie di I threw all it away o al malinconico lento di Moonlight fino all'indiavolata sarabanda di Subterranean Homesick Blues. Ed è una vera tempesta elettrica quella di All along the watchtower, suonata inizialmente come un tributo a Jimi Hendrix, tutta echi e distorsioni spaziali, tonnellate d'energia sonora che pian piano si tramutano nell'irriconoscibile ballata scritta proprio dal menestrello giramondo, nel 1968, brano doc in tutti i sensi, sincopato e nevrotico al punto giusto.
Nei cinque pezzi del bis Dylan calca pesantemente le strofe di I shall be released, l'unica eseguita in maniera abbastanza tradizione.E arriva invece davvero inattesa un'improvvisazione collettiva Like a rolling stone, giocando a nascondere il ritornello e ampliando invece tutta la parte di preparazione, accennando persino dei versi di Highway 61. La chiusura è la recente Honest with me prima della canzone lungamente attesa, quella Blowin'in the wind, scritta quarant'anni fa, parole che risuonano maledettamente con gli Usa di nuovo in guerra, con le conseguenze di quell'11 settembre «Quanti morti serviranno perché si sappia che troppa gente è dovuta morire?» La risposta soffia nel vento e nel coro, con un finale quasi a cappella, dei cinque musicisti prima che Dylan metta un solo ginocchio a terra, segno di ringraziamento e gesto carico di spiritualità, o forse il semplice saluto di un professore attempato e vivace che ha impartito una grande lezione di musica americana.


L’AVVENIRE

21/04/2002

CONCERTO Al Ravenna festival l'omaggio alle vittime Usa. Ieri sera la rockstar ha infiammato Milano
Dylan canta per New York

RAVENNA. Cambiano i tempi e cambia pure Bob Dylan. Un tempio i suoi concerti svariavano dalla seduta di autocoscienza collettiva alla più tediosa celebrazione del mito, mentre oggi quel "never ending tour" che lo porta ad ogni latitudine con un ruolino di marcia da globetrotter preferisce limitarsi ad una nobile routine, che un quartetto rodatissimo guidato dalla chitarra di Charlie Saxton e un'ottantina di brani da attingere a seconda dell'estro e degli umori del momento rende più che accettabile, se non addirittura esaltante.
Prova ne siano i concerti offerti dall'idolo di Duluth ieri alla pubblico milanese e l'altra sera a quello ravennate. Inserito nell'ambito di un'edizione 2002 del Ravenna Festival interamente dedicata alla New York dell'11 settembre, lo show al PalaDeAndré ha ridotto al minimo quel peso d'icona generazionale che Mr. Tambourine si porta appresso da quarant'anni, privilegiando un repertorio meno frequentato del solito pur senza prescindere da passaggi obbligati, o quasi, come rockeggianti versioni di All Along The Watchtower e di una Rainy Day Women #12 & 35 irrobustita dalla rovente citazione di Higway 61 Revisited.
Un viaggio iniziato dal Jokerman tra le maglie di un vecchio manifesto di fede cristiana come I Am The Man, Thomas, gospel-bluegrass degli Stanley Brothers (in cui Cristo si rivolge a Tommaso), lasciando poi libera la chitarra di seguire le strade che portano all'inno The Times They Are A-Changin', allo scuro bluegrass di It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding), e a Forever Young. Tutte in veste rigorosamente acustica nonostante le trasfigurazioni catarrose e nasali di una voce meno latitante del solito.
Se c'è una svolta nel cammino che Dylan s'è imposto all'indomani della pubblicazione di Love and theft, 2 milioni di copie vendute nel mondo di cui 60 mila in Italia, è proprio la riapparizione di quella fede scoperta tra i solchi di album come Slow Train Coming e Saved. Eccetto il batterista George Recile, subentrato in corsa a David Kemper, la band è la stessa degli ultimi tour e quando le complicità operano come si deve i risultati sono esaltanti, come provato dagli affondi elettrici della nuova Tweedle Dee & Tweedle Dum", di una I Threw It All Away introdotta con l'armonica, o da quella Subterranean Homesick Blues che agita i corpi e fa fremere gli animi. Anche se sono altri due frammenti relativamente recenti come la notturna Moonlight e il furibondo rock'n'roll di Summer Days a rappresentare lo Yin e Yang dello show; le due facce contrapposte che si respingono e si compenetrano.
Ma quando sei Bob Dylan puoi permetterti quel che vuoi. Anche far cantare i tuoi musicisti dopo averli tenuti per una vita sotto chiave, anche inventarti (durante il bis) una corsa nel cuore della gente sospesa tra Love Sick, Like A Rolling Stone, I Shall Be Released, Honest With Me e l'irrinunciabile Blowin' In The Wind in versione per sole chitarre e batteria. E quel plateale ringraziamento in ginocchio con la mano sul cuore sembra aprire un nuovo capitolo nel rapporto del più introverso e sfuggente alfiere della canzone popolare coi propri fans.
Nel segno di Just Like A Woman il ponte tra "Ravenna Festival" e New York è gettato, ora sarà il festival romagnolo a percorrerlo con un cartellone che spazia da Beethoven ai Manhattan Transfer, in attesa di approdare il 22 agosto in riva all'Hudson per un concerto del Coro Filarmonico del Teatro alla Scala diretto dal maestro Riccardo Muti (si spera) a Ground Zero. Frattanto, in giugno, l'introverso Mr. Zimmermann riscopre dopo 15 anni il fascino della cinepresa vestendo i panni di un cantante girovago, Jack Fate, sul set del film Masked and anonymous.


IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO/LA NAZIONE

20/04/2002

http://ilgiorno.quotidiano.net/chan/2/42:3245480:/2002/04/20
 

RAVENNA — La storia a volte
di Andrea Spinelli

RAVENNA — La storia a volte cambia prospettive anche tra le corde di una chitarra. Così oggi le risposte da cercare nel vento di “Blowin' In the Wind” non sono più quelle alla fame di diritti civili dell'America kennedyana o agli orrori di una guerra sbagliata nelle risaie del Vietnam, ma ai perchè celati dietro quell'ammasso di lutti, cemento e lamiere che è Ground Zero. E anche il Dylan (nelle foto) andato in scena ieri sera al PalaDeAndré di Ravenna, vestito country-western, cappellaccio chiaro sugli occhi, e baffetti alla Errol Flynn, sfugge ai ricordi virati ocra dei sit-in e dei concerti nei campus universitari occupati per scivolare in quelli drammaticamente più recenti dei tributi in mondovisione per le vittime delle Twin Towers.
Lo sa bene Ravenna Festival che ieri sera ha voluto aprire proprio tra le note di inni generazionali come "Like a Rolling Stone" o “The Times They Are A-Changin'” un'edizione 2002 dedicata alla ferita dell'11 settembre da concludersi proprio a Manhattan, il 22 luglio, con un concerto del Coro Filarmonico del Teatro alla Scala diretto dal maestro Riccardo Muti nelle immediate adiacenze di quello che fu il World Trade Center. Lui, il cantautore errante, l' "hobo" con un ruolino di marcia da fare invidia alle più gettonate orchestre da balera, l'uomo che nemmeno l'infezione d'istoplasmosi contratta nel '97 (quando, per sua stessa ammissione, s'era preparato «...ad incontrare Elvis») è riuscita a trasformare in un pensionato di lusso, ha dispensato brandelli di mito con la visionaria poesia dei momenti migliori e un'oculata selezione fra l'ottantina di pezzi preparati per questo tour. Assecondato dalla stessa band messa in campo l'estate scorsa (eccetto il batterista David Kemper, rimpiazzato frattanto da George Recile), Mr. Tambourine ha traversato in diagonale passato e presente, soffermandosi tra i solchi dell'ultimo album “Love and theft” (due milioni di copie vendute di cui 60 mila in Italia), da cui tornano “Tweedle Dee & Tweedle Dum” o la notturna “Moonlight”, adagiandosi tra i virtuosismi di Charlie Saxton alla chitarra "slide" come nei caldi contrappunti alle tastiere del fido Larry Campbell.
Smisurato il repertorio, aperto da una “I Am The Man, Thomas” acustica, sotto un curioso occhio psichedelico disegnato sulla scenografia, e nobilitatato da gloriose schegge di passato come “It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding)”, “Forever Young”, “Just Like a Woman” o una potentissima “Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again”, “Rainy day woman”, ma anche rarità come quella “I Threw It All Away” eseguita solo un paio di altre volte quest'anno. Clamorosi i rock'n'roll di “Summer Days” ed “All Along The Watchtower”. In attesa di vestire i panni del cantante Jack Fate nel film “Masked and anonymous”, che lo riporta sul set dopo 15 anni di latitanza, Dylan replica lo show questa sera al Filaforum di Assago davanti a novemila persone. E alla fine, con lo sfondo aperto come il sipario di un teatro vittoriano, baci per tutti: atteggiamento clamoroso per la più famosa "sfinge" del pop.
 



 
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