parte 105
Lunedì 25 Marzo 2002
| Vuoi
discutere di Bob Dylan, della sua musica, della sua storia?...
Hai domande da porre, storie da raccontare, emozioni da condividere, sul grande Bob o inerenti la sua musica e la sua vita? Scrivi a spettral@tin.it e le tue mail saranno pubblicate in queste pagine ogni lunedì. |
| Il
curatore di questa pagina si riserva di pubblicare o meno, del tutto o
in parte, le mail spedite a questa rubrica in relazione alla forma ed ai
contenuti delle stesse, tagliando o cestinando quelle che dovessero contenere
frasi ritenute non pubblicabili o argomenti non inerenti la rubrica stessa.
Napoleon in rags |
1147) Ciao Michele
ho letto con enorme piacere gli ultimi interventi di
Carrera, di Elena e anche il tuo. Sul tuo e di Elena,
che sono più specificatamente sul tema del “pacifismo
di Dylan” tornerò in futuro per non scrivere una
lettera troppo lunga e noiosa.
Per quanto riguarda High Water, bè, ovviamente
Carrera
è imbattibile e le sue argute osservazioni sono
davvero illuminanti. Direi che a questo punto
continuare a rinvangare senza il diretto intervento di
Dylan, però, risulterebbe alquanto sterile. Come
ha
osservato Carrera le liriche di Dylan si prestano a
decine di diverse interpretazioni. La cosa bella è
che
stiamo parlando di una delle ultime canzoni di Dylan,
segno che Love & Theft è davvero quel grande
disco che
è (non solo liricamente, anche musicalmente),
ricchissimo di spunti e di profondissimo lavoro svolto
da parte di Dylan.
Vorrei solo osservare alcune ultime cose: già
ai tempi
dell’uscita del disco, avevo osservato su questo sito,
grazie al parere che mi aveva dato Greil Marcus, come
la frasetta “l’inglese, l’italiano e l’ebreo” è
veramente il classico inizio della classicissima
barzelletta; Marcus mi disse che si usa spesso in
America, come noi usiamo solitamente “l’italiano,
l’inglese e il tedesco”. Calza a perfezione con le
molte trovate umoristiche (ad esempio “Freddy” –
“Freddy chi?”) di cui è ricco Love & Theft.
E anche di George Lewes avevo già fatto notare
(sempre
grazie all’aiuto di Greil Marcus) che si tratta
proprio di ‘quel’ George Lewes, il critico letterario
inglese sostenitore del positivismo di Comte e
dell’evoluzionismo di Darwin.
Vorrei infine solo ricordare quanto Dylan ha detto
durante la conferenza stampa di Roma dello scorso
luglio (a proposito: consiglio a tutti il cd che la
riporta integralmente; quella conferenza stampa è
davvero uno spasso, Dylan fa sbellicare dalle risa,
soprattutto per il modo in cui prende per i fondelli
quei disgraziati di giornalisti che si arrampicano
sugli specchi per far colpo su di lui con improbabili
domande… Dylan è un grande performer anche quando
viene intervistato, non solo sul palco, e bisogna
proprio sentirlo dalla sua viva voce per gustare il
suo humor al vetriolo ma anche molto simpatico). Un
giornalista osserva come le nuove canzoni non abbiano
un tema specifico, ma sono come una serie di immagini
che si sovrappongono senza un preciso filo conduttore:
“Stream of consciousness”, risponde Dylan. “Tendo a
costruire delle immagini piuttosto che una tema
preciso”.
Per questo concordo con il finale dell’intervento di
Carrera in cui dice che “Dylan non sta veramente dalla
parte di nessuno, coglie un nodo fondamentale della
cultura americana con una concisione estrema e con un
senso dell’ambiguità delle rispettive posizioni
che
solo un artista può avere etc.”.
Love & Theft, infatti, per me, è un grande
ed epico
affresco dell’America.
A questo punto vorrei piuttosto rilanciare a proposito
di Mississippi: Dylan ha detto in più occasioni
che è
una canzone che parla della Costituzione, della carta
dei diritti civili, del movimento per i diritti
civili, ma sinceramente, a parte che nel Mississippi
nei primi anni Sessanta si svolse una durissima lotta
a favore dei diritti civili da parte appunto dei
cosiddetti Mississippi Freedom Riders (raccontata
anche nel bel film Mississippi Burning), non riesco
proprio a cogliere tali riferimenti. Qualcuno sa dirmi
di più??
Paolo Vites


Ciao Paolo,
grazie per il tuo intervento. In
effetti anche io mi sono chiesto a cosa alludesse Bob... Mi ero convinto
che fosse una "boutade" ma in effetti non ne sono più così
sicuro... Si accettano suggerimenti.
Michele "Napoleon in rags"
PURISTI DI IERI E DI OGGI
Cari amici,
Bob Dylan è l’artista che amo di più, che
seguo di più e quello a cui devo più
di tutti gli altri. Tutto ciò da più di
vent’anni . Però a me piace viaggiare
nei mondi di altri artisti che secondo me meritano attenzioni
e ascolto. Mi
piace ad esempio la musica di Neil Young, (tra poco esce
il nuovo album “Are You
Passionate?”) The Band, Grateful Dead, David Crosby and
CPR, Fabrizio De Andrè,
Ivano Fossati, Francesco De Gregori, Cowboys Junkies
e tanta, tanta altra musica
che se dovessi elencare tutta non basterebbe una pagina.
Naturalmente quando ascolto questa musica mi allontano
dal lavoro di Dylan,
anche se solo relativamente perché sono inevitabili
i paragoni, soprattutto con
De Gregori che trovo un’artista ispirato, divertente
e lodevole e poi si ispira
a Dylan piuttosto che a chissà chi altro. Ci sono
attinenze anche con Neil Young
per via del suo approccio con l’arte dello scrivere canzoni,
l’uso
dell’armonica, i temi musicali; con The Band ci sono
i legami che sappiamo e coi
Grateful Dead, da cui Dylan si è ispirato per
il suo modo di interpretare le
performances dal vivo, c’è anche un disco ufficiale
live. I miei ascolti
abbracciano comunque una buona fetta del panorama musicale
e in molti casi anche
zone in cui Dylan c'entra poco o per niente. Mi piace
tutta questa musica ma
quando torno ad ascoltare Dylan è come tornare
a casa! Dylan è la mia base
d’appoggio, il punto di partenza e il punto di arrivo.
Casa mia dunque e
dovunque.
Che bello tornare a casa dopo un piacevole viaggio! Ritrovare
gli amici, i suoni
e i sapori di casa tua. Riascoltare i suoni e rivedere
le immagini che ti hanno
accompagnato per tanti anni è sempre piacevole
e rigenerante.
Questa volta però ho trovato una brutta sorpresa:
ho trovato Dylan circondato di
nuovo dai puristi! Ebbene si, ancora una volta alcuni
ascoltatori e qualche
critico musicale non hanno digerito l’ennesima svolta
artistica di uno dei
musicisti più trasformisti della storia. Qualcuno
scriveva, giustamente, che non
è facile ascoltare Dylan, che ci ha abituato a
continui e repentini cambiamenti,
ma evidentemente non tutti si sono abituati. Ma perché
dico “puristi”? Chi sono
i puristi?
Facciamo qualche passo indietro.
I puristi sono quelli che non hanno accettato il Dylan
elettrico a Newport nel
’65 e che durante tutta la tournee del ’66 lo hanno fischiato
e insultato quando
imbracciava la chitarra elettrica; i cosiddetti “puristi
del folk” quindi, come
Pete Seeger, Alan Lomax, etc. o come quello che gli urlò
“traditore!” al
concerto di Manchester. Bisogna sottolineare che alcuni
di questi personaggi
(parlo dell’ambiente folk di New York) hanno provato
invidia nei confronti di
Dylan quando questi ha cominciato ad avere successo e
a ricevere consensi e non
hanno esitato quindi a stroncarlo non appena ha fatto
un passo falso e cioè
“cedere” al fascino del rock.
Ma i puristi sono anche quelli che poi lo hanno criticato
per la sua svolta
country mainstream con l’album Nashville Skyline a cui
non è piaciuta la
copertina perché volevano il Dylan acido ed elettrico
di Blonde On Blonde; sono
quelli che si sono incazzati perché, poco dopo,
si è riavvicinato alla fede dei
suoi avi e che come A.J. Webermann (a dire la verità
non è mai stata considerata
una persona credibile) hanno gridato allo scandalo accusandolo
di essere un
sionista eroinomane, schiavo del potere costituito e
della CIA; i puristi sono
anche quelli che non hanno gradito il ritorno sulle scene
nella tournee del ’74
con The Band o che non hanno mai sopportato le alchimie
di Allen Ginsberg e il
sound tex-mex che hanno influenzato il disco Desire e
su questo il nostro buon
Bertoncelli può confermare.
Sulla sua conversione cristiana si potrebbe scrivere
un libro solo di critiche
negative e su gente che si stracciava le vesti. Ricordo
degli articoli e
delle lettere sulle riviste di allora, infuocate come
falò di Sant Antonio.
Forse ne ho ancora qualcuna di quelle riviste, devo cercare
bene, forse li
trovo. Sono curioso di rileggere le firme a piè
pagina. Durante gli anni ’80
sembra che Dylan non ne abbia fatta una giusta: Empire
Burlesque era un disco
commerciale, Knocked Out Loaded è stato fatto
di fretta e senza nessun senso,
Down In The Groove è stato paragonato a Selfportrait,
poi è iniziato il
famigerato Never Ending Tour che, con alti e bassi, almeno
nei primi tempi, fece
storcere il naso alla critica tanto da trattare Dylan
come l’assassino del
proprio mito.
Ma arriviamo ai giorni nostri quando, dopo un capolavoro
come Time Out Of Mind,
l’ufficializzazione di Dylan ’66 e un disco buono come
Love And Theft salta
fuori qualcuno a criticare i riconoscimenti che gli sono
stati attribuiti, vedi
Oscar, Grammy, candidature al Nobel, oppure a maledire
le solite scalette dei
concerti e la solita composizione della band. Altri non
hanno gradito le canzoni
retrò contenute in Love And Theft, altri nemmeno
quelle rock; si sono scagliati
contro Dave Kemper dicendo che faceva pena per come suonava
e poi si sono
indignati perché Dylan, con un gesto che farebbe
impallidire i sostenitori
dell’art.18, ha licenziato il batterista come Berlusconi
ha fatto con molti dei
suoi allenatori del Milan o con tanti altri poveracci.
Poi magari non è vero e
Kemper si è rotto i tamburi di starsene per 9
mesi in giro per il mondo e ha
preferito farsi un po’ di ferie, finalmente. Perché
è anche vero che, essendo
Dylan molto riservato, le notizie che circolano sul suo
conto sono sempre
approssimative.
Per evitare incomprensioni dico subito che molte di queste
critiche provengono
da E-Mail e da considerazioni che ho letto su siti internet
e quindi fatte da
persone che seguono attentamente Dylan. Altre provengono
da alcuni articoli su
riviste specializzate.
Resta il fatto che in questo periodo ci sono di nuovo
persone che non sopportano
questo nuovo Dylan che alla fine della carriera sta raccogliendo
i frutti del
suo lavoro. Certo in questi riconoscimenti ci sono anche
tante contraddizioni
però quando davano i Grammies a Madonna i puristi
di oggi dicevano che avrebbero
dovuto darli a Bob Dylan e quando Bob Dylan prende 500
milioni per suonare del
Papa salta fuori anche Vittorio Messori che scrive che
quei soldi Bob Dylan non
se li merita perché è il capo dei comunisti
e che, aggiungo io, se venivano le
Spice Girls nessuno diceva niente se prendevano 5 miliardi
perché Bob Dylan è
Bob Dylan e deve essere un morto di fame e deve essere
duro e puro che in Italia
c’è la democrazia, perbacco!. Moralisti e puristi
a destra e a sinistra.
Intendiamoci, ognuno è libero di dire la propria
opinione purchè non offenda nel
profondo la dignità altrui. Inoltre anch’io ho
qualche riserva sul lavoro di
Dylan: non mi piace l’album Under The Red Sky, non mi
piacciono i concerti del
’90/91/92 e anche a me piacerebbe che cambiasse il sound
negli spettacoli dal
vivo; ultimamente trovo la sua musica un po’ asciutta
e poco solare ma non per
questo mi sento di negare ne l’uomo ne l’artista.
Ma la verità è che oramai qualsiasi cosa
faccia Dylan io faccio fatica ad
odiarla, lo dico con molta bontà d’animo anche
perché io lego inevitabilmente la
sua musica ai fatti della mia vita e quindi i miei giudizi
sono sempre
soggettivi.
Volete che ve ne dica qualcuno? Mi piace moltissimo il
live at Budokan, si
quello con la “schifosa” versione reggae di Knockin’
On Heaven’s Door perché è
stato uno dei primi dischi che ho ascoltato e Down In
The Groove che è uscito
mentre stavo facendo il servizio militare mi ha tenuto
compagnia per diversi
mesi e devo dire che mi piace riascoltarlo di tanto in
tanto. Il concerto di
Dylan più bello che ho visto è stato quello
di Verona nell’84 anche se i critici
hanno detto che è stato il più brutto della
sua carriera e su queste pagine l’ho
già scritto; riscrivo anche che per me Love And
Theft è un “vintage album”, cioè
un buon album con un sound d’annata anni 30/40/50/60
(vintage appunto) e che per
me Bob Dylan può scrivere, dire, cantare cosa,
quando e come vuole che siccome
per me è come un figlio, tanto poi ai figli si
perdona sempre tutto. E se c’è
qualche canzone che ha un ‘arrangiamento che non mi convince
prendo la chitarra
e me ne faccio una versione io così mi diverto
anche.
Questo alla faccia dei soliti puristi snob intellettuali
schizzinosi con l’aria
perennemente scocciata e incazzati col mondo intero che
ai concerti di Dylan (ne
ho visto più di uno anche a concerti di altri)
fanno una fatica tremenda a
battere le mani perché evidentemente è
un gesto per loro troppo primitivo e
puerile e che ti guardano storto come per dire: “ma guarda
‘sto imbecille come
si agita tanto per un cantante di protesta che poi si
è venduto all’industria
discografica e poi si è comprato 17 case e si
fa anche pagare per suonare e noi
dobbiamo anche pagare il biglietto che in Italia c’è
la democrazia, perbacco!”.
Bene amici, io e mia moglie saremo al concerto di Milano
in tribuna numerata e
applaudiremo Bob Dylan anche quando farà la solita
versione di All Along The
Watchtower e canterà le “brutte” canzoni di Love
And Theft e ci sentiremo come
quelli delle ultime file che vengono per la prima volta
ai suoi concerti così
canterà per noi la solita Blowin’ In The Wind
ed esulteremo anche se avremo di
fianco Vittorio Sgarbi o qualche altro purista che ci
guarda male. Ricordo che
siamo fortunati se questo signore ultrasessantenne se
ne va in giro per il mondo
a suonare e a cantare invece di starsene seduto a godersi
i suoi miliardi in
una delle sue 17 case (ma è vero poi?). A me personalmente
basterebbe che
venisse anche ogni due o tre anni, però visto
che c’è….
Chiedo scusa per il tono aspro e un po’ polemico forse
ho esagerato un po’ e se
qualcuno si è offeso, mi creda, non era mia intenzione.
Volevo solo fare qualche
riflessione su alcune cose che ho letto recentemente
e per evitare
incomprensioni dico che se si cerca bene e si legge un
po’ di tutto si riescono
a trovare cose veramente “interessanti” anche se poi
fanno poco piacere.
So di non aver scritto niente di originale e che magari
troverete questa lettera
lunga e noiosa e preferirete, giustamente, leggere quelle
di Alessandro Carrera
o di Paolo Vites, ma non sapevo in quale altro modo avrei
potuto sfogarmi per
aver trovato le cose fuori posto al mio ritorno a casa.
Ciao
Ferdyp
Ciao Ferdyp,
ne ho conosciuti anch'io diversi
di quelli che criticano tanto per dare un pò di aria ai denti o
per far vedere che ne capiscono. Quel che conta è che Dylan è
ancora qui e loro... dove son finiti? Se poi ogni tanto ne salta ancora
fuori qualcuno di quelli in stile "...they're planting stories in the preeeeesss"
non saremo certo noi a volergli togliere anche quest'ultimo piccolo divertimento
(se si divertono così...). Fortunatamente a contare son sempre i
fatti e tra L&T, i grammy, gli Oscar ed il Tour direi che contano alla
grande... Che dici... ci andiamo a sentire un pò di brutte canzoni
ad Aprile?...
Michele "Napoleon in rags"
1149) Hi Michele,
Come mezzo mondo sa io sono di Venezia e sono vittima
“dell’aqua alta” come tutti i Veneziani e i nostri ospiti “foresti”.
Carrera dice “Due annotazioni: "High Water" vuol dire
"acqua alta", ma è anche un termine tecnico. Quando un'inondazione
raggiunge il culmine, si dice che ha raggiunto "high water". Direi quindi
che si può tradurre con "acqua alta" (se pensiamo a quella di Venezia),
ma anche come "colmo della piena".”
In realtà quella di Venezia è Alta Marea,
ma siccome noi in dialetto diciamo “aqua alta”, tutti traducono in italiano
“acqua alta”. Il colmo è che i gestori del servizio pubblico, vaporetti,
hanno deciso di tradurre il termine “aqua alta” in inglese come “High Water”
.
Diciamolo una volta per sempre quella di Venezia è
Alta Marea, sei ore va, sei ore viene……a meno di sovvertimenti metereologici.
Direte cosa c’entra questo con Bob Dylan, moltissimo
o no?
Ristatemi bene
papa Mario
Naturalmente papa, visto che in
realtà High Water parla di Venezia, non del Mississippi... O no?
1150) Nuova classifica inviata da una "new entry", Federico.
1-Hurricane
2-Joey
3-Sara
4-Mr. Tambourine Man
5-All Along The Watchtower
6-Shelter from the Storm
7-Tangled up in blue
8-Idiot Wind
9-One More Cup of Coffee
10-Blowin' in the wind
Federico
Ciao Federico, è evidente il tuo debole per "Desire". Ricordati che c'è anche una classifica degli album. Se vuoi mandami la tua (immagino chi ci sarà al primo posto...). Approfitto per ricordare che avevamo lanciato anche una terza classifica destinata alle migliori performance live. Finora non ho ricevuto classifiche... Cosa aspettate?... Troppo difficile scegliere?...
1151) L' ultima pagina della
posta è magnifica: non solo per Carrera, ma quando parla Carrera
è come vedere un film d'avventura...
Carlo Pig
Un bravo a Carlo che con una semplice
frase sintetizza una lunga serie di elogi che ho ricevuto dopo la lunga
mail di Alessandro Carrera della parte 104 della posta. Grazie a tutti.
Michele "Napoleon in rags"
1152) Ciao Michele,
ovviamente, viste alcune tue precedenti prese di posizione,
sapevo che amavi Guccini quanto me e immaginavo bene che l'avessi inserito
in quella lista solo per una scelta di comodo. Il mio messaggio era semplicemente
la punzecchiatura, spero simpatica, di un gucciniano punzecchiato.
Mi chiedi un commento sul tuo discorso relativo a gli
ultimi tre albi di Guccini. Mi sembra di capire che per te Guccini sia
caduto ultimamente in una sorta di autoindulgenza. Mah, che dire? Non sono
un critico (semmai un criticone) e francamente ho sempre avuto l'impressione
che, almeno da "Radici" in poi, Guccini faccia in fondo sempre lo
stesso disco. Quindi a differenza di te non vedo una grande differenza
tra gli ultimi album e i capolavori del passato.
Per me, i suoi dichi sono come i capitoli di un unico
libro (un'autobiografia ovviamente), in cui sostanzialmente ritornano sempre
gli stessi personaggi, situazioni e parole.
Per quanto mi riguarda ho sempre visto Guccini come un
personaggio dei fumetti, alla stregua di Tex o Charlie Brown, immutabile
negli anni, eternamente uguale a se stesso, immune alla noia della ripetizione
perché a renderlo grande è la somma delle sue storie, non
i singoli capolavori, che pure ovviamente ci sono. Guccini è come
un vecchio amico di cui ormai conoscono tutte le abitudini, le manie ,
gli scazzi e le gioie, e proprio per questo fedele e rassicurante. Magari
si potrebbe obbiettare che un'artista non dovrebbe mai essere fedele e
rassicurante, ma il primo a sottrarsi alla definizione di artista è
proprio lui, vedi "Addio".
Con particolare originalità, trattandosi di Guccini,
potrei citare Bertoncelli quando osserva che, contrariamente alla norma,
il nostro sembra fare il percorso opposto rispetto a tutti i grandi cantautori
e artisti in generale, i quali in gioventù tendono a sbrodolarsi
addosso e in vecchiaia cercano la sintesi (vedi anche Dylan). Guccini fa
l'opposto; da giovane era stringato ed essenziale, più invecchia
più la sua scrittura si fa rigogliosa e colorita.
Ad esempio è insolito notare che in "D'amore,
di morte e di altre sciocchezze" Guccini canta canzoni d'amore come non
aveva mai fatto.
A trent'anni Guccini cantava canzoni da sessantenne ("Incontro"
è di trent'anni fa!), a sessanta canta a volte con spirito trentenne.
Come dice esplicitamente in Don Chisciotte "Sono stato
anche io un realista, ma ormai oggi me ne frego...", credo che in questo
sorta di pacata e molto parziale abiura di quella disillusione, di cui
Guccini è sempre stato massimo cantore, stia a mio parere la chiave
di lettura degli ultimi dischi. E' come se arrivato all'età della
ragione, essendo sempre stato "ragionevole", Guccini non sapesse
che farsene.
Questa specie di estate indiana della giovinezza senza
illusioni non ha, in un certo senso, toccato anche il Dylan di "Love and
theft", sia pure più a livello musicale che di testi?
Poi, come sempre, è una questione di gusti; la
canzone "I fichi" a me fa ridere quanto i capolavori di "Opera Buffa" punto
e basta, non saprei proprio come "difenderla" (per altro conosco alcuni
infelici che non sopportano il Guccini comico... poveretti!).
Comunque, da alcuni articoli di giornale che ho letto,
sembrerebbe che il prossimo album in uscita ad autunno dovrebbe riportarci
un Guccini piuttosto "avvelenato".
Sarà autentico veleno o retorica tipo canzone
sul Che?
Per noi due credo andrà bene comunque, per me
solo un po' di più.
Tornando invece a parlare di artisti su cui concordiamo
perfettamente, volevo chiederti se la versione live di "John Birch Paranoid
Blues" pubblicata sulla Booteg Series è la stessa censurata su Freewheelin',
o esiste anche una versione in studio. Nelle battute iniziali mi sembra
che Dylan ironizzi sulla censura, ma non capisco se si riferisce al programma
televisivo in cui gli era stato impedito di eseguire quella canzone, o
al disco.
Ciao, Tommaso
Ciao Tommaso,
no, si tratta di due versioni differenti.
Quella di Bootleg Series è una registrazione live dal concerto della
Carnegie Hall del 26 ottobre 1963. Quella originale esclusa da Freewheelin'
si può ascoltare ad esempio sul boot "The Freewheelin' Bob Dylan
Outtakes" di cui riproduco sotto la copertina.

L'ironia che citi è riferita
al programma televisivo "Ed Sullivan Show" in cui gli fu impedito di cantare
il brano che attaccava un'associazione di destra, la John Birch Society.
Ne approfitto per riportare una mia traduzione delle note alla canzone
apparse
su Bootleg Series:
Nel febbraio del 1962, quale parte
del germogliare della scena folk music di New York, fece la propria apparizione
una nuova rivista ciclostilata chiamata "Broadside". L'idea di base di
Broadside era di fornire un mezzo grazie al quale i nuovi autori potevano
veder pubblicate le loro più recenti composizioni e così
disseminarle per i potenziali performers. Bob Dylan, che ogni settimana
scriveva più canzoni di quante egli stesso sapesse come utilizzare,
divenne un collaboratore regolare (a partire dal numero 48 egli venne inserito
come "Contributing Editor" anche se questo ruolo durò solo per dieci
numeri), ed infatti nella primissima edizione di Broadside fu pubblicata
una nuova composizione di Bob Dylan, "Talkin' John Birch Paranoid Blues".
Ad ogni modo non si ha traccia di una registrazione della canzone da parte
di Bob Dylan fino a nove mesi dopo, in occasione delle sessions di Freewheelin'.
Il soggetto della canzone - una tagliente satira della "meglio-morti-che-comunisti"
John Birch Society - era destinato ad essere apprezzato da Pete Seeger,
Gil Turner e tutti gli anziani della comunità folk del Village,
sebbene nessuno di loro avrebbe mai immaginato lo scompiglio che la canzone
avrebbe causato al suo compositore alcuni mesi dopo.
"Talkin' John Birch Paranoid Blues"
era una delle 4 canzoni programmate per l'inclusione in "The Freewheelin'
Bob Dylan" che alla fine non trovarono posto sull'album. Fu a causa di
questa singola canzone che l'LP fu ristrutturato, perchè i legali
della Columbia furono colti dal panico quando cominciarono a temere una
querela per diffamazione a causa dell'insinuazione contenuta nel testo
per cui i membri della John Birch Society venivano dipinti come persone
che approvavano "il punto di vista di Hitler". Il brano venne dunque eliminato
e sostituito da "Talking World War III Blues". Ma si era solo all'inizio.
Il 12 maggio del 1963 Dylan era
stato inserito nel programma "The Ed Sullivan Show". Questo avrebbe significato
una grandissima pubblicità su un network TV ed il manager di Dylan,
Albert Grossman era eccitato alla prospettiva. Lo stesso Sullivan ed il
produttore dello show avevano sentito Dylan eseguire "Talkin' John Birch
Paranoid Blues" all'inizio della settimana ed erano felici che egli la
cantasse nello show. Non così però Stowe Phelps, editor della
CBS, il quale aveva sentito la canzone durante le prove dello spettacolo.
Ricorda lo stesso Bob Dylan: "Proprio quando ero sul punto di uscire sul
palco per cantarla loro entrarono e ci fu una gran confusione. Vedevo gente
discutere di qualcosa . Ero pronto a suonare e poi qualcuno arrivò
e mi disse che non avrei potuto cantare quella canzone. Avrei potuto cantare
qualcos'altro ma avevamo provato la canzone per così tante volte
e tutti l'avevano sentita. Aveva sempre ricevuto un'ottima reazione ed
io non vedevo l'ora di cantarla. Persino Ed Sullivan sembrava apprezzarla
davvero-hahaha!".
Dylan rimase stupito - ancor più
quando gli fu proposto di eseguire una canzone dei Clancy Brothers invece
della sua. E piantò tutti in asso. Il chiasso continuò per
alcuni giorni sulla stampa con Dylan e la sua canzone difesi su tutti i
fronti. Grossman era ovviamente felice della pubblicità supplementare
e Dylan continuò ad eseguire la canzone in concerto introducendola
in genere come "la canzone che non mi hanno fatto cantare in TV".
La versione della canzone che si
ascolta qui è stata registrata alla New York Carnegie Hall il 26
ottobre del 1963. Come per molte canzoni divertenti di Dylan diventa davvero
viva con la reazione del pubblico. Il riferimento alla "Hootenanny television"
è
in relazione ad un programma televisivo di folk music chiamato "Hootenanny"
- uno show cui Dylan e molti altri artisti socialmente coscienti rifiutarono
di partecipare. La rete televisiva era ancora sotto l'influenza della lista
nera dell'era McCarthy che impediva agli artisti con presunte relazioni
comuniste di apparire nei programmi tv o nei films della tv americana.
Di conseguenza Pete Seeger and The Weavers non apparirono allo show.
Ciao Tommaso e fammi sapere qualcosa
del nuovo disco di Guccini che lo pubblicizziamo su MF.
1153) Giovanni Cerutti mi invia i credits di quel film con citazione dylaniana di cui si parlava qualche pagina della posta fa...
Pensieri pericolosi
CREDITI
Anno: 1995
Nazione: Stati Uniti
Durata: 100 m
Regia: John N. Smith
CAST
Michelle Pfeiffer
George Dzundza
Courtney B. Vance
Robin Bartlett
Beatrice Winde , John Neville
Perduto dopo nove anni il lavoro nel corpo dei Marines, una insegnante ottiene un posto in un liceo di Palo Alto dove è alle prese con suburbani sedicenni, tosti e inclini alla delinquenza. Grazie ad arditi collegamenti tra Dylan Thomas e Bob Dylan, li doma, li educa, li trasforma in bravi cittadini. Ispirato al romanzo autobiografico My Posse Don't Do Their Homework di LouAnne Johnson, l'edificante film vende pedagogiche banalità insopportabili, basate sul consueto schema propagandistico: "... il compito di un insegnante americano è infondere fiducia in sé stessi e nell'opportunità che ti offre la Grande America ... Il Grande Paese offre un'opportunità a tutti..." (Silvio Danese). Per M. Pfeiffer è un incidente di percorso. Obbligato?
E Gianni aggiunge...
A proposito, per il mio nome di membro della fattoria,
che ne dici di lonesome sparrow ? (Gates of Eden)
Gianni Cerutti
Ciao Gianni, ok. Fatto.
Ciao, Michele "Napoleon in rags"
1154) Hi Michele,
Raccolgo l’invito e scopro le mie carte, anzi le carte di “Musica” della scorsa settimana, pag 30 “canzoni e riflessi” di enrico sisti, è il proto che lo scrive minuscolo. È lui il critico di turno….capite “Mr Bojangles” di Dylan…è stata fatta di corsa forse, ma sapeva di gospel. Adesso di che cosa sa, di menta forse?
Ma che dotti state diventando, forse che il buon BOB vi deve interrogare? Immagino cosa vi risponderebbe “che palle”.
Andate avanti così, che va bene!
Come sempre
Statemi bene
papa Mario
Avrai apprezzato l'intervento di Ferdyp più su...
1155) Caro professore,
vorrei segnalare ai maggiesfarmiani che nel porcile
(http://dylantree.supereva.it)
è possibile partecipare alla scelta del
prossimo tree attraverso un sondaggio.
Poi, sempre riguardo ai Dylan-tree, ho una brutta storia
da raccontarti su
una nostra amica e sulle sue condizioni attuali.
Del tutto involontariamente, con questa storia del porcile,
credo di aver
contribuito alla nascita di una nuova patologia psichica,
la "dipendenza da
tree". L' unica affetta è Anna Duck che, prigioniera
del morbo, non può
interrompere la propria attività di partorire
trees e duplicare cd. Oramai
ragiona solo in termini gerarchici di alberi, rami e
foglie anche nella vita
di tutti i giorni e con disperazione dei suoi familiari
non prepara più la
cena, ma organizza dei trees culinari per cui cucina
per un solo familiare
che poi dovrà fare lo stesso per il successivo
e via di seguito. Giorni fa
mi ha scritto il figlio: voleva la password per poter
mangiare...
Attualmente la Papera versa in gravi condizioni: il marito
ieri sera è
rincasato tardissimo dopo un giornata di lavoro senza
pausa pranzo e si è
diretto in cucina, ma mentre stava per aprire il frigorifero
Anna gli si è
parata innanzi in vestaglia e con tono severo ha chiesto
"un momento, tu di
che ramo sei?". Il marito non ci ha visto più;
è sceso in giardino, ha
staccato il ramo più nodoso di una quercia secolare
e l' ha vibrato sul capo
del gestore sua moglie. Finalmente.
Carlo Pig
1156) Caro Michele,
tutto ciò che ha raccontato Carlo Pig è
la cruda verità. Ma la storia ha un seguito, e tutti i maggiesfarmiani
devono conoscerla...
Allora, quella botta in testa con il ramonodosodiquerciasecolare
fu provvidenziale: all'istante rientrai in me stessa e capii di essere
rimasta invischiata nel porcile, mio malgrado. Il prof. Von Krapfen, da
me consultato in seguito, mi dichiarò completamente ristabilita
dalla terribile sindrome "dipendenza da tree" e mi consigliò, per
il futuro, di tenermi assolutamente lontana dagli alberi di qualsiasi specie
(non credo che riuscirò a seguire il suo consiglio...). Anche in
famiglia si resero conto che io ero stata solo una vittima inconsapevole.
Perchè il vero colpevole della mia malattia e della conseguente
spiacevole situazione familiare è colui che regge di nascosto le
fila del porcile, colui che trama nell'ombra, che si cela dietro indirizzi
e-mail fantasiosi e che inventa le password più surreali, colui
che si arrampica furtivamente sui rami e si nasconde dentro al fogliame,
il Richelieu degli alberi dylaniani, sì, proprio lui, il mitico
Carlo Pig! A questo punto il marito affamato decise di usare il ramonodosodiquerciasecolare
per far ricadere su di lui una tremenda vendetta. Io mi spaventai... nonostante
tutto, il Porcello molti meriti li ha, ed io sono da tutti conosciuta come
"la papera dal cuore tenero", o ancora peggio "la papera mammona" ... e
così decisi di avvertirlo del pericolo imminente. Carlo Pig
cercò di inventarsi una strategia di difesa e, conoscendo mio marito
come un fan accanito del grande Mozart, tentò in ogni modo di rabbonirlo,
sostenendo addirittura di chiamarsi "Volfango" di secondo nome. Naturalmente
mio marito si rifiuta di credere ad una simile assurdità, e continua
con le sue terribili minacce...
Io credo che la sua furia vendicatrice si addolcirà
solo quando si renderà conto che esiste un numero strabiliante di
utenti del porcile pronti a correre in aiuto di Carlo Pig. ... quindi,
se volete salvare il Porcello... PARTECIPATE NUMEROSI AL SONDAGGIO!!
Anna Duck
Ciao Carlo, ciao Anna
i vostri racconti esilaranti meritano
un'adesione al prossimo tree di quelle di dimensioni oceaniche... Scrivete
scrivete scrivete e partecipate al sondaggio (siete meglio di Mannheimer!!!)...
1157) Ciao Michele!
Non sia mai che Zimmy si offenda!: ritiro subito il "rasenta" accostato a "perfezione" [per MF]!!! Anzi, dopo aver letto l’ultima mail di Alessandro Carrera propongo un titolo più competo per MF: Maggie’s Farm: rivista di filologia dylaniana del Centro di Alti Studi "Napoleon in rags"!
La proposta di Stef "the Porcupine" va proprio in questa
direzione. Trovo veramente interessante l’idea di provare a ricostruire
la "biblioteca" di Bob o meglio, un elenco delle "fonti" dylaniane con
precisi rimandi alle dichiarazioni esplicite e alle citazioni interne della
sua opera. Sarebbe un lavoro piuttosto lungo (che fretta abbiamo?) ma se
collaborassimo un po’ tutti la cosa risulterebbe fattibile [nota apocrifa
di "Napoleon in rags": non vorrete mica che faccia tutto da solo, già
non ho più tempo neppure per dormire!]. Si potrebbero creare due
diverse sezioni, ad esempio:
Autori e testi citati da Dylan nel corso di interviste
[provo a fare un esempio a partire dalla recente intervista rilasciata da Dylan a Gino Castaldo]
Blake, William
Castaldo, Gino, Bob Dylan, "La Repubblica", 07.09.2001,
pp. 40-41.
Byron, George Gordon
Ibidem
Guthrie, Woody
Ibidem
Kafka, Franz
Ibidem
Omero
Ibidem
Parker, Charlie
Ibidem
Shelley, Percy Bysshe
Ibidem
Williams, Hank
Ibidem
Autori e testi citati esplicitamente da Dylan all’interno della sua opera
[anche in questo caso provo a fare un esempio proprio a partire da High Water]
Darwin, Charles
High Water (For Charley Patton), Love and Theft,
Columbia, 2001
Lewis [Lewes], George
Ibidem
Patton, Charley
Ibidem
Magari si potrebbe aggiungere anche un’altra sezione [ma
qui le cose comincerebbero a diventare un po’ più complicate]
Autori e testi citati in modo implicito da Dylan all’interno
della sua opera
Ciao, e grazie per la lunga e circostanziata risposta alla mia precedente e-mail
"Wallflower" Elena
Ok. Allora iniziate a mandarmi segnalazioni e appena ne abbiamo un pò inauguriamo la pagina... Ok?
1158) Caro Michele,
ti segnalo che sul numero in edicola di Diario c'è uno splendido reportage di Enrico Deaglio su Hibbing, con filo conduttore l'adolescenza di Dylan. Tra una quindicina di giorni dovrebbe essere disponibile sul sito www.diario.it, ma di solito nella versione web non ci sono le foto, che invece sono molto belle ed interessanti.
A presto Gianni
Ciao Gianni, ricevuto.
1159) ciao,
prova ad andare a www.deadnet.com sezione hotline>music
new releases
ciao
fra
Ciao Fra,
il sito non riesco a visualizzarlo.
Comunque riporto quello che mi hai spedito tu via e-mail. Se ho capito
bene si tratta di una novità discografica dei Grateful Dead, un
album con solo canzoni di Dylan eseguite dal vivo dai Dead (deve uscire?
E' già uscito? Chi lo sa?). Ecco i dati:
Titolo:
Postcards of the hanging
(Grateful Dead perform the songs
of Bob Dylan)
GRATEFUL DEAD
Jerry Garcia
Mickey Hart
Bill Kreutzmann
Phil Lesh
Brent Mydland
Bob Weir
CD ONE
Song Title ~ All song written by Bob Dylan (di
fianco la data della performance)
1 When I Paint My Masterpiece 10/11/89
2 She Belongs to Me 9/15/85
3 Just Like Tom Thumb's Blues 7/12/89
4 Maggie's Farm 10/3/87
5 Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues
Again 7/16/88
6 It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to
Cry* 6/10/73
7 Ballad of a Thin Man 4/1/88
8 Desolation Row 3/24/90
9 All Along the Watchtower 7/4/89
10 It's All Over Now, Baby Blue 12/3/81
11 Man of Peace** 6/9/87
WHILE SUPPLIES LAST THIS SPECIAL EDITION INCLUDES....
A Second CD with Special Bonus Tracks
1 Queen Jane Approximately 12/29/88
2 Quinn The Eskimo/The Mighty Quinn 12/30/85
Compliation Produced by David Gans
Tape Archivist David Lemieux
Mastered by Joe Gastwirt at OceanView
Digital
Art Direction by Geoff Gans of Culver
City
Illustration and Design by Emilie
Burnham
Album Coordination by Cassidy Law
Photograph © Ken Friedman 1987
* It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry
Jerry Garcia guitar, vocals
Bob Weir guitar, vocals
Phil Lesh bass, vocals
Keith Godchaux piano
Bill Kreutzmann drums
with special appearance by
Dickey Betts guitar
Butch Trucks drums
** Man of Peace
Bob Dylan acoustic guitar, vocals
Jerry Garcia guitar, vocals
Bob Weir guitar, vocals
Phil Lesh bass, vocals
Brent Mydland keyboards
Bill Kreutzmann drums
Mickey Hart drums
Bob Dylan appears courtesy of Columbia Records
When I Paint My Masterpiece, Just Like Tom Thumb’s Blues, Desolation Row, All Along the Watchtower, and Man of Peace - recorded by John Cutler; mixed by Jeffrey Norman
She Belongs to Me, Maggie's Farm, Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again, Ballad of a Thin Man, and It's All Over Now, Baby Blue - concert sound mixes by Dan Healy; Ultra Matrix: Don Pearson
It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry - recorded by Bill Candelario
E queste sono le liner notes di Mikal Gilmore:
Postcards of the Hanging .... Liner Notes ....
Bob Dylan and the Grateful Dead are artists who first made their marks
on American culture in the 1960s, a time often associated with far-reaching
social and artistic upheaval. Indeed, both the Dead and Dylan owe a lot
to the associations we attribute to that period - and no doubt how we view
and judge those times owes to the work, styles and impact of these artists
and others like them. You heard Dylan deliver a song like “Desolation Row,”
with its startling mix of vision and humor, despair and resolve, or you
marveled at the Dead as they careened through “St. Stephen” - crisscrossing
through a wondrous maze of time signatures, moods, improvisations and dreamlike
affirmations - and you felt you were witnessing a new world being born,
of endless and emboldening possibilities. And, of course, that is true:
these were young artists in the heat of their own inventions, and in the
heat of heady times. But the Dead and Dylan shared more than an impetus
for innovation for its own sake. They also shared something deeper, something
ultimately more surprising, complex, and enduring: a love for the ancient
and mysterious qualities of the music that originally inspired them - music
rooted in folk, country and blues traditions, even if their own music seemingly
transmogrified those traditions. In a conversation I had with Dylan for
Rolling Stone in 2001, he remarked: “Folk music is where it all starts
and in many ways ends. If you don’t have that foundation, or if you’re
not knowledgeable about it and you don’t know how to control that and you
don’t feel historically tied to it, then what you’re doing is not going
to be as strong as it could be. That was what I was most interested in.”
Years earlier, in another discussion with the Dead’s Jerry Garcia for Rolling
Stone about Workingman’s Dead and American Beauty - albums that took a
hard appraisal of the costs of psychedelic modernization - Garcia had told
me that the band turned back to its earlier roots at that moment as a way
of responding to the accumulated chaos that they saw swarming in their
world. “It was our attempt to say that we can play this kind music - we
can play music that’s heartland music. It’s something we do as well as
we do anything.” With this sort of background - with a respect for the
debts and meanings that come from tradition and an eye for recasting that
tradition in new terms - it is hardly an accident that Dylan and the Dead
have shared some significant common subject matter in their music. The
songs they have written, as well as the songs they have chosen to cover,
have often favored themes of mortality - reflected in a passion and weariness
regarding life, and a fear but also a certain respect for death - and their
music (its melodies and structures, its language and tales) has frequently
depicted competing desires for order in the face of pandemonium, and for
disruption over unearned stability. For me, these are the concerns that
prevail in the Dylan songs that the Grateful Dead have performed here.
By and large, they were composed during Dylan’s mid- and late-1960s fervor
period, when he was writing in the quicksilver of odd hours, delivering
us all to unfamiliar and transfixing understandings of the world and times
we once thought we knew so well. The characters in songs like “Stuck Inside
of Mobile with the Memphis Blues Again,” “Desolation Row” and “Just Like
Tom Thumb’s Blues” were caught in states of bewilderment. They were moving
fast through mystifying settings, and they were scurrying from the debts
of the past - from the history that had shaped them, from memories that
impelled them to flee but never quite escape - moving toward exciting yet
uncertain fates. By the time the songs are over, we don’t know if the people
in the songs (and therefore ourselves) have won a hard new freedom or if
their adventure has cost them everything. All you know for sure is that
after experiences and music like this, nothing can ever be the same. And
yet in “When I Paint My Masterpiece” and “All Along the Watchtower” we
hear a different voice: a voice that doesn’t always trust the misapprehensions
of adventure and revolution. “Let us not talk falsely now/The hour is getting
late” may be one of the most urgent and defining couplets in all of Dylan’s
writing. Certainly, Bob Weir sings it that way here, and Jerry Garcia backs
it up with a guitar line that fastens the song’s truth to the ages. In
the end, we need all these songs, all these characters and their voices
- the cocky ones, the honorable ones, the devastated and the emancipated
- for the full picture of the journey that this music envisions. The songs
and their songwriter, as well as these musicians and their music, take
us through hope, disillusion, loss and rejuvenation. By the time we’ve
witnessed all this, we feel we’ve heard something that help us withstand
anything the world might throw at us. And so, these are songs about possibility
and fate, as Bob Dylan first imagined those prospects in the 1960s, and
as the Grateful Dead continued to search through and elaborate on them
in live performances from the 1980s and early 1990s. But this is also an
album about language - about how people relate to each other not just through
words, but through music. The Dead were drawn to these songs not only because
they recognized their own outlook in Dylan’s lyrical sensibility, but also
because they knew they could find something valuable about themselves and
their own music in Dylan’s compositions. Consider, for example, how Jerry
Garcia’s guitar commentary - his rich, almost visual lines in “When I Paint
My Masterpiece,” his multifaceted and rhapsodic fills in “Stuck Inside
of Mobile” and “Just Like Tom Thumb’s Blues” - adds as much to the meaning
in the song’s moment as do Dylan’s words. Garcia was a guitarist of boundless
imagination and enormous power, and in several instances here it’s as if
he were Dylan’s belated collaborator, finding new, unspoken depths behind
the songwriter’s intentions - for example, the way staggeringly dense and
momentous solos on “All Along the Watchtower” propel the lyric’s sense
of urgent destiny, as if everything about the song and its performance
was delivering us to some place inevitable and irrevocable. Also, there’s
Garcia’s own forlorn singing on “She Belongs to Me” - as good as I’ve ever
heard from this affecting yet largely underrated vocalist. Speaking about
Garcia’s singing, his songwriting partner, Robert Hunter, once told me:
“When the pathos is there, I’ve always thought Jerry is the best. The man
can get inside some of those lines and turn them inside out, and he makes
those songs entirely his. There is no emotion more appealing than the bittersweet
when it’s truly, truly spoken” - and it is truly, truly spoken here in
“She Belongs to Me,” as well as Garcia ever realized it. Beyond that, Postcards
of the Hanging is - like all of the music made in the Grateful Dead’s history
- also about musical language as a form of communion - as a way of getting
through life, and as a bond between partners that can prove as thick, intricate
and sustaining as the ties of blood. To see the Grateful Dead onstage was
to see a band that clearly understood the meaning of playing together from
the perspective of the long haul. Interestingly, that’s something we’ve
seen fairly little of in rock ‘n’ roll, since rock is an art form whose
most valuable and essential pleasures - including inspiration, meaning
and fraternity - are founded in the knowledge that such moments cannot
hold forever. The Grateful Dead, like any great rock ‘n’ roll band, lived
up to that ideal, but they also shattered it, or at least bent it to their
own purposes. At their best, they were a band capable of surprising both
themselves and their audience, while at the same time playing as if they
had spent their whole lives learning to make music as a way of talking
to one another, and as if music were the language of their fellowship,
and therefore their history. No doubt it was. What the Grateful Dead understood
- probably better than any other band in pop music history - was that nobody
in the group could succeed as well, or mean as much, outside the context
of the entire group, and that the group itself could not succeed without
its individuals. It was a band that needed all its members playing and
thinking together to keep things inspiring. It is interesting, of course,
that when the Grateful Dead and Bob Dylan later teamed up to play as a
performing unit in a late 1980s tour, the pairing of these similar-minded
but irrevocably idiosyncratic wonders didn’t always work as fluently as
one might have wished for. Dylan was - and remains - an artist reluctant
to be contained or delimited by anybody’s expectations - he’s a man who,
even with bands beside him through the years, has pretty much stood on
his own. For all the Dead’s adaptability and ingenuity, they couldn’t always
follow his caprices and instincts, though they tried. Still, Dylan and
the Dead’s collaboration made for enough remarkable musical moments - more
than are readily apparent on the official 1988 Dylan and the Dead album
release. Also, Dylan later admitted that the experience of playing in the
Dead’s company was a turning point in his musical life - an event that
helped him find new faith in his music. “It happened… when I was playing
some shows with the Grateful Dead,” he told Rolling Stone in 2001. “They
wanted to play some of my songs that I hadn’t played in years and years….
I really didn’t think I had a mind to do them, but when I began to play
with the Grateful Dead… I really had some sort of epiphany then on how
to do those songs again, using certain techniques that I had never thought
about…. I was kind of standing on a different foundation at that point
and realized: I could do this. I found out I could do it effortlessly -
that I could sing night after night after night and never get tired. I
could project it out differently.” In the end, Dylan and the Dead’s greatest
cooperation occurred in how they inspired one another over the years -
in how they informed each other of new promises still to be uncovered by
exploring older music, and plumbing it for new mystery and sustenance.
As intriguing as Postcards of the Hanging is, it is hardly the final word
on the rich associations between these artists. There are other luminous
examples of the Dead’s performance of Dylan songs - some reaching back
into the 1960s - that may eventually be collected, and there are also the
recordings of the 1987 Dylan-Dead rehearsal sessions in San Rafael that
have appeared here and there in bootleg form, and that hopefully will be
harvested someday for a fascinating release. And then there are Dylan’s
own live covers of such songs by the Dead as “Friend of the Devil” and
“Alabama Getaway,” among others that proved among his most stirring live
performances in the 1990s. Across time, and despite age, change, loss and
even death, the Grateful Dead and Bob Dylan still have much to say to one
another, and the interlocking shadows in their histories still have rich
depths to give up. We’re lucky to be witness as some of their hidden dialogue
is revealed in this collection, and hopefully in others to come.
Mikal Gilmore Los Angeles January 9, 2002
| vuoi replicare alle discussioni di
questa pagina?
vuoi proporre nuove discussioni ? vuoi porre domande o parlare di Bob? scrivi a spettral@tin.it |
vuoi scrivere articoli su Dylan?
Mandali sempre a spettral@tin.it e saranno pubblicati nella sezione COME WRITERS AND CRITICS... clicca qui |
|
|
|
AND CRITICS... I saggi di Maggie's Farm TWO RIDERS WERE APPROACHING... di Michele Murino LUNGO LE TORRI DI GUARDIA: UN'ESEGESI IN CHIAVE BIBLICA Clicca qui |
I SEGUENTI TESTI: Coverdown Breakthrough, Deportees, Go 'way little boy, Hallelujah I'm ready to go, Julius and Ethel, Kingsport Town, "Leadbelly Rap", Rocks and gravel, Spanish is the loving tongue, Troubled and I don't know why Clicca qui |
IL CARISMA DI MASTRO LINDO di Giovanni A. Cerutti Clicca qui Fuoco Amico: il nuovo live di Francesco De Gregori |
Quarta puntata Episodi ed immagini POLAR PRIZE 2000 - Clicca qui |
|
THE PRESS: DYLAN NON TRADISCE DYLAN Un articolo del 1978 di Massimo Buda Clicca qui |
I saggi di Maggie's Farm: JUST LIKE A MOVIE La scrittura "cinematografica" in Dylan di Michele Murino Clicca qui |
COCAINE BLUES - JAMMIN' ME - JESUS MET THE WOMAN AT THE WELL Clicca qui La musica dylaniata (di Giaime Pintor) da "l'uno" n. 1 (1976) Clicca qui "Nessuno sa cosa c'è nella mia testa" di William Donati Un articolo del 1978 - Clicca qui |
Clicca qui |
|
MIGLIOR ALBUM FOLK CONTEMPORANEO Tutte le immagini della performance di Dylan ai Grammy Awards - Clicca qui GRAMMY AWARDS 2002 - PICTURES GALLERY N. 2 - Clicca qui |
QUINTA PUNTATA clicca qui Bob Dylan racconta se stesso in 40 anni di interviste, dichiarazioni, articoli etc... Ho aggiunto molte traduzioni da "Self Portrait": clicca qui |
(traduzione e manoscritto originale della prima stesura del brano di "Bringing it all back home") clicca qui |
Terza puntata LENNON/DYLAN LONDON/RIDE (Eat the document out-take) Clicca qui |
|
Alessandro Carrera ci racconta il concerto che Bob ha tenuto qualche giorno fa a Houston, Texas Clicca qui |
Grande novità per MF. Da oggi le traduzioni ed i testi sono visualizzabili anche per singola canzone. INDICE ALFABETICO Tutte le traduzioni ed i relativi testi originali delle canzoni scritte o interpretate da Bob Dylan apparse su dischi ufficiali o bootleg. Clicca qui |
KINDS OF SONGS Clicca qui Poems by Bob Dylan |
Grazie ad Alessandro Carrera e ad "Una Città" per averci fatto pervenire questa lunga ed interessante intervista Clicca qui |

--------------------
è
una produzione
TIGHT
CONNECTION
--------------------