parte 105
Lunedì 25 Marzo 2002


Vuoi discutere di Bob Dylan, della sua musica, della sua storia?... 
Hai domande da porre, storie da raccontare, emozioni da condividere,  sul grande Bob o inerenti la sua  musica e la sua vita? 
Scrivi a spettral@tin.it e le tue mail saranno pubblicate in queste pagine ogni lunedì.
Il curatore di questa pagina si riserva di pubblicare o meno, del tutto o in parte, le mail spedite a questa rubrica in relazione alla forma ed ai contenuti delle stesse, tagliando o cestinando quelle che dovessero contenere frasi ritenute non pubblicabili o argomenti non inerenti la rubrica stessa.
Napoleon in rags


1147) Ciao Michele
ho letto con enorme piacere gli ultimi interventi di
Carrera, di Elena e anche il tuo. Sul tuo e di Elena,
che sono più specificatamente sul tema del “pacifismo
di Dylan” tornerò in futuro per non scrivere una
lettera troppo lunga e noiosa.
Per quanto riguarda High Water, bè, ovviamente Carrera
è imbattibile e le sue argute osservazioni sono
davvero illuminanti. Direi che a questo punto
continuare a rinvangare senza il diretto intervento di
Dylan, però, risulterebbe alquanto sterile. Come ha
osservato Carrera le liriche di Dylan si prestano a
decine di diverse interpretazioni. La cosa bella è che
stiamo parlando di una delle ultime canzoni di Dylan,
segno che Love & Theft è davvero quel grande disco che
è (non solo liricamente, anche musicalmente),
ricchissimo di spunti e di profondissimo lavoro svolto
da parte di Dylan.
Vorrei solo osservare alcune ultime cose: già ai tempi
dell’uscita del disco, avevo osservato su questo sito,
grazie al parere che mi aveva dato Greil Marcus, come
la frasetta “l’inglese, l’italiano e l’ebreo” è
veramente il classico inizio della classicissima
barzelletta; Marcus mi disse che si usa spesso in
America, come noi usiamo solitamente “l’italiano,
l’inglese e il tedesco”. Calza a perfezione con le
molte trovate umoristiche (ad esempio “Freddy” –
“Freddy chi?”) di cui è ricco Love & Theft.
E anche di George Lewes avevo già fatto notare (sempre
grazie all’aiuto di Greil Marcus) che si tratta
proprio di ‘quel’ George Lewes, il critico letterario
inglese sostenitore del positivismo di Comte e
dell’evoluzionismo di Darwin.
Vorrei infine solo ricordare quanto Dylan ha detto
durante la conferenza stampa di Roma dello scorso
luglio (a proposito: consiglio a tutti il cd che la
riporta integralmente; quella conferenza stampa è
davvero uno spasso, Dylan fa sbellicare dalle risa,
soprattutto per il modo in cui prende per i fondelli
quei disgraziati di giornalisti che si arrampicano
sugli specchi per far colpo su di lui con improbabili
domande… Dylan è un grande performer anche quando
viene intervistato, non solo sul palco, e bisogna
proprio sentirlo dalla sua viva voce per gustare il
suo humor al vetriolo ma anche molto simpatico). Un
giornalista osserva come le nuove canzoni non abbiano
un tema specifico, ma sono come una serie di immagini
che si sovrappongono senza un preciso filo conduttore:
“Stream of consciousness”, risponde Dylan. “Tendo a
costruire delle immagini piuttosto che una tema
preciso”.
Per questo concordo con il finale dell’intervento di
Carrera in cui dice che “Dylan non sta veramente dalla
parte di nessuno, coglie un nodo fondamentale della
cultura americana con una concisione estrema e con un
senso dell’ambiguità delle rispettive posizioni che
solo un artista può avere etc.”.
Love & Theft, infatti, per me, è un grande ed epico
affresco dell’America.
A questo punto vorrei piuttosto rilanciare a proposito
di Mississippi: Dylan ha detto in più occasioni che è
una canzone che parla della Costituzione, della carta
dei diritti civili, del movimento per i diritti
civili, ma sinceramente, a parte che nel Mississippi
nei primi anni Sessanta si svolse una durissima lotta
a favore dei diritti civili da parte appunto dei
cosiddetti Mississippi Freedom Riders (raccontata
anche nel bel film Mississippi Burning), non riesco
proprio a cogliere tali riferimenti. Qualcuno sa dirmi
di più??
Paolo Vites


Ciao Paolo,
grazie per il tuo intervento. In effetti anche io mi sono chiesto a cosa alludesse Bob... Mi ero convinto che fosse una "boutade" ma in effetti non ne sono più così sicuro... Si accettano suggerimenti.
Michele "Napoleon in rags"



1148) Ed ora una lettera di Ferdyp che è più che altro un manifesto (alla fine del quale c'è idealmente anche la mia firma)

PURISTI DI IERI E DI OGGI

Cari amici,
Bob Dylan è l’artista che amo di più, che seguo di più e quello a cui devo più
di tutti gli altri. Tutto ciò da più di vent’anni . Però a me piace viaggiare
nei mondi di altri artisti che secondo me meritano attenzioni e ascolto. Mi
piace ad esempio la musica di Neil Young, (tra poco esce il nuovo album “Are You
Passionate?”) The Band, Grateful Dead, David Crosby and CPR, Fabrizio De Andrè,
Ivano Fossati, Francesco De Gregori, Cowboys Junkies e tanta, tanta altra musica
che se dovessi elencare tutta non basterebbe una pagina.
Naturalmente quando ascolto questa musica mi allontano dal lavoro di Dylan,
anche se solo relativamente perché sono inevitabili i paragoni, soprattutto con
De Gregori che trovo un’artista ispirato, divertente e lodevole e poi si ispira
a Dylan piuttosto che a chissà chi altro. Ci sono attinenze anche con Neil Young
per via del suo approccio con l’arte dello scrivere canzoni, l’uso
dell’armonica, i temi musicali; con The Band ci sono i legami che sappiamo e coi
Grateful Dead, da cui Dylan si è ispirato per il suo modo di interpretare le
performances dal vivo, c’è anche un disco ufficiale live. I miei ascolti
abbracciano comunque una buona fetta del panorama musicale e in molti casi anche
zone in cui Dylan c'entra poco o per niente. Mi piace tutta questa musica ma
quando torno ad ascoltare Dylan è come tornare a casa! Dylan è la mia base
d’appoggio, il punto di partenza e il punto di arrivo. Casa mia dunque e
dovunque.
Che bello tornare a casa dopo un piacevole viaggio! Ritrovare gli amici, i suoni
e i sapori di casa tua. Riascoltare i suoni e rivedere le immagini che ti hanno
accompagnato per tanti anni è sempre piacevole e rigenerante.
Questa volta però ho trovato una brutta sorpresa: ho trovato Dylan circondato di
nuovo dai puristi! Ebbene si, ancora una volta alcuni ascoltatori e qualche
critico musicale non hanno digerito l’ennesima svolta artistica di uno dei
musicisti più trasformisti della storia. Qualcuno scriveva, giustamente, che non
è facile ascoltare Dylan, che ci ha abituato a continui e repentini cambiamenti,
ma evidentemente non tutti si sono abituati. Ma perché dico “puristi”? Chi sono
i puristi?
Facciamo qualche passo indietro.
I puristi sono quelli che non hanno accettato il Dylan elettrico a Newport nel
’65 e che durante tutta la tournee del ’66 lo hanno fischiato e insultato quando
imbracciava la chitarra elettrica; i cosiddetti “puristi del folk” quindi, come
Pete Seeger, Alan Lomax, etc. o come quello che gli urlò “traditore!” al
concerto di Manchester. Bisogna sottolineare che alcuni di questi personaggi
(parlo dell’ambiente folk di New York) hanno provato invidia nei confronti di
Dylan quando questi ha cominciato ad avere successo e a ricevere consensi e non
hanno esitato quindi a stroncarlo non appena ha fatto un passo falso e cioè
“cedere” al fascino del rock.
Ma i puristi sono anche quelli che poi lo hanno criticato per la sua svolta
country mainstream con l’album Nashville Skyline a cui non è piaciuta la
copertina perché volevano il Dylan acido ed elettrico di Blonde On Blonde; sono
quelli che si sono incazzati perché, poco dopo, si è riavvicinato alla fede dei
suoi avi e che come A.J. Webermann (a dire la verità non è mai stata considerata
una persona credibile) hanno gridato allo scandalo accusandolo di essere un
sionista eroinomane, schiavo del potere costituito e della CIA; i puristi sono
anche quelli che non hanno gradito il ritorno sulle scene nella tournee del ’74
con The Band o che non hanno mai sopportato le alchimie di Allen Ginsberg e il
sound tex-mex che hanno influenzato il disco Desire e su questo il nostro buon
Bertoncelli può confermare.
Sulla sua conversione cristiana si potrebbe scrivere un libro solo di critiche
negative e su gente che si stracciava le vesti. Ricordo degli articoli e
delle lettere sulle riviste di allora, infuocate come falò di Sant Antonio.
Forse ne ho ancora qualcuna di quelle riviste, devo cercare bene, forse li
trovo. Sono curioso di rileggere le firme a piè pagina. Durante gli anni ’80
sembra che Dylan non ne abbia fatta una giusta: Empire Burlesque era un disco
commerciale, Knocked Out Loaded è stato fatto di fretta e senza nessun senso,
Down In The Groove è stato paragonato a Selfportrait, poi è iniziato il
famigerato Never Ending Tour che, con alti e bassi, almeno nei primi tempi, fece
storcere il naso alla critica tanto da trattare Dylan come l’assassino del
proprio mito.
Ma arriviamo ai giorni nostri quando, dopo un capolavoro come Time Out Of Mind,
l’ufficializzazione di Dylan ’66 e un disco buono come Love And Theft salta
fuori qualcuno a criticare i riconoscimenti che gli sono stati attribuiti, vedi
Oscar, Grammy, candidature al Nobel, oppure a maledire le solite scalette dei
concerti e la solita composizione della band. Altri non hanno gradito le canzoni
retrò contenute in Love And Theft, altri nemmeno quelle rock; si sono scagliati
contro Dave Kemper dicendo che faceva pena per come suonava e poi si sono
indignati perché Dylan, con un gesto che farebbe impallidire i sostenitori
dell’art.18, ha licenziato il batterista come Berlusconi ha fatto con molti dei
suoi allenatori del Milan o con tanti altri poveracci. Poi magari non è vero e
Kemper si è rotto i tamburi di starsene per 9 mesi in giro per il mondo e ha
preferito farsi un po’ di ferie, finalmente. Perché è anche vero che, essendo
Dylan molto riservato, le notizie che circolano sul suo conto sono sempre
approssimative.
Per evitare incomprensioni dico subito che molte di queste critiche provengono
da E-Mail e da considerazioni che ho letto su siti internet e quindi fatte da
persone che seguono attentamente Dylan. Altre provengono da alcuni articoli su
riviste specializzate.
Resta il fatto che in questo periodo ci sono di nuovo persone che non sopportano
questo nuovo Dylan che alla fine della carriera sta raccogliendo i frutti del
suo lavoro. Certo in questi riconoscimenti ci sono anche tante contraddizioni
però quando davano i Grammies a Madonna i puristi di oggi dicevano che avrebbero
dovuto darli a Bob Dylan e quando Bob Dylan prende 500 milioni per suonare del
Papa salta fuori anche Vittorio Messori che scrive che quei soldi Bob Dylan non
se li merita perché è il capo dei comunisti e che, aggiungo io, se venivano le
Spice Girls nessuno diceva niente se prendevano 5 miliardi perché Bob Dylan è
Bob Dylan e deve essere un morto di fame e deve essere duro e puro che in Italia
c’è la democrazia, perbacco!. Moralisti e puristi a destra e a sinistra.
Intendiamoci, ognuno è libero di dire la propria opinione purchè non offenda nel
profondo la dignità altrui. Inoltre anch’io ho qualche riserva sul lavoro di
Dylan: non mi piace l’album Under The Red Sky, non mi piacciono i concerti del
’90/91/92 e anche a me piacerebbe che cambiasse il sound negli spettacoli dal
vivo; ultimamente trovo la sua musica un po’ asciutta e poco solare ma non per
questo mi sento di negare ne l’uomo ne l’artista.
Ma la verità è che oramai qualsiasi cosa faccia Dylan io faccio fatica ad
odiarla, lo dico con molta bontà d’animo anche perché io lego inevitabilmente la
sua musica ai fatti della mia vita e quindi i miei giudizi sono sempre
soggettivi.
Volete che ve ne dica qualcuno? Mi piace moltissimo il live at Budokan, si
quello con la “schifosa” versione reggae di Knockin’ On Heaven’s Door perché è
stato uno dei primi dischi che ho ascoltato e Down In The Groove che è uscito
mentre stavo facendo il servizio militare mi ha tenuto compagnia per diversi
mesi e devo dire che mi piace riascoltarlo di tanto in tanto. Il concerto di
Dylan più bello che ho visto è stato quello di Verona nell’84 anche se i critici
hanno detto che è stato il più brutto della sua carriera e su queste pagine l’ho
già scritto; riscrivo anche che per me Love And Theft è un “vintage album”, cioè
un buon album con un sound d’annata anni 30/40/50/60 (vintage appunto) e che per
me Bob Dylan può scrivere, dire, cantare cosa, quando e come vuole che siccome
per me è come un figlio, tanto poi ai figli si perdona sempre tutto. E se c’è
qualche canzone che ha un ‘arrangiamento che non mi convince prendo la chitarra
e me ne faccio una versione io così mi diverto anche.
Questo alla faccia dei soliti puristi snob intellettuali schizzinosi con l’aria
perennemente scocciata e incazzati col mondo intero che ai concerti di Dylan (ne
ho visto più di uno anche a concerti di altri) fanno una fatica tremenda a
battere le mani perché evidentemente è un gesto per loro troppo primitivo e
puerile e che ti guardano storto come per dire: “ma guarda ‘sto imbecille come
si agita tanto per un cantante di protesta che poi si è venduto all’industria
discografica e poi si è comprato 17 case e si fa anche pagare per suonare e noi
dobbiamo anche pagare il biglietto che in Italia c’è la democrazia, perbacco!”.

Bene amici, io e mia moglie saremo al concerto di Milano in tribuna numerata e
applaudiremo Bob Dylan anche quando farà la solita versione di All Along The
Watchtower e canterà le “brutte” canzoni di Love And Theft e ci sentiremo come
quelli delle ultime file che vengono per la prima volta ai suoi concerti così
canterà per noi la solita Blowin’ In The Wind ed esulteremo anche se avremo di
fianco Vittorio Sgarbi o qualche altro purista che ci guarda male. Ricordo che
siamo fortunati se questo signore ultrasessantenne se ne va in giro per il mondo
a suonare e a cantare invece di starsene seduto a godersi i suoi miliardi in
una delle sue 17 case (ma è vero poi?). A me personalmente basterebbe che
venisse anche ogni due o tre anni, però visto che c’è….
Chiedo scusa per il tono aspro e un po’ polemico forse ho esagerato un po’ e se
qualcuno si è offeso, mi creda, non era mia intenzione. Volevo solo fare qualche
riflessione su alcune cose che ho letto recentemente e per evitare
incomprensioni dico che se si cerca bene e si legge un po’ di tutto si riescono
a trovare cose veramente “interessanti” anche se poi fanno poco piacere.
So di non aver scritto niente di originale e che magari troverete questa lettera
lunga e noiosa e preferirete, giustamente, leggere quelle di Alessandro Carrera
o di Paolo Vites, ma non sapevo in quale altro modo avrei potuto sfogarmi per
aver trovato le cose fuori posto al mio ritorno a casa.
Ciao
Ferdyp

Ciao Ferdyp,
ne ho conosciuti anch'io diversi di quelli che criticano tanto per dare un pò di aria ai denti o per far vedere che ne capiscono. Quel che conta è che Dylan è ancora qui e loro... dove son finiti? Se poi ogni tanto ne salta ancora fuori qualcuno di quelli in stile "...they're planting stories in the preeeeesss" non saremo certo noi a volergli togliere anche quest'ultimo piccolo divertimento (se si divertono così...). Fortunatamente a contare son sempre i fatti e tra L&T, i grammy, gli Oscar ed il Tour direi che contano alla grande... Che dici... ci andiamo a sentire un pò di brutte canzoni ad Aprile?...
Michele "Napoleon in rags"


1149) Hi Michele,

Come mezzo mondo sa io sono di Venezia e sono vittima “dell’aqua alta” come tutti i Veneziani e i nostri ospiti “foresti”.
Carrera dice “Due annotazioni: "High Water" vuol dire "acqua alta", ma è anche un termine tecnico. Quando un'inondazione raggiunge il culmine, si dice che ha raggiunto "high water". Direi quindi che si può tradurre con "acqua alta" (se pensiamo a quella di Venezia), ma anche come "colmo della piena".”
In realtà quella di Venezia è Alta Marea, ma siccome noi in dialetto diciamo “aqua alta”, tutti traducono in italiano “acqua alta”. Il colmo è che i gestori del servizio pubblico, vaporetti, hanno deciso di tradurre il termine “aqua alta” in inglese come “High Water” .
Diciamolo una volta per sempre quella di Venezia è Alta Marea, sei ore va, sei ore viene……a meno di sovvertimenti metereologici.
Direte cosa c’entra questo con Bob Dylan, moltissimo o no?
Ristatemi bene
papa Mario

Naturalmente papa, visto che in realtà High Water parla di Venezia, non del Mississippi... O no?


1150) Nuova classifica inviata da una "new entry", Federico.

1-Hurricane
2-Joey
3-Sara
4-Mr. Tambourine Man
5-All Along The Watchtower
6-Shelter from the Storm
7-Tangled up in blue
8-Idiot Wind
9-One More Cup of Coffee
10-Blowin' in the wind

Federico

Ciao Federico, è evidente il tuo debole per "Desire". Ricordati che c'è anche una classifica degli album. Se vuoi mandami la tua (immagino chi ci sarà al primo posto...). Approfitto per ricordare che avevamo lanciato anche una terza classifica destinata alle migliori performance live. Finora non ho ricevuto classifiche... Cosa aspettate?... Troppo difficile scegliere?... 


1151) L' ultima pagina della posta è magnifica: non solo per Carrera, ma quando parla Carrera è come vedere un film d'avventura...
Carlo Pig

Un bravo a Carlo che con una semplice frase sintetizza una lunga serie di elogi che ho ricevuto dopo la lunga mail di Alessandro Carrera della parte 104 della posta. Grazie a tutti.
Michele "Napoleon in rags"


1152) Ciao Michele,
ovviamente, viste alcune tue precedenti prese di posizione, sapevo che amavi Guccini quanto me e immaginavo bene che l'avessi inserito in quella lista solo per una scelta di comodo. Il mio messaggio era semplicemente la punzecchiatura, spero simpatica, di un gucciniano punzecchiato.
Mi chiedi un commento sul tuo discorso relativo a gli ultimi tre albi di Guccini. Mi sembra di capire che per te Guccini sia caduto ultimamente in una sorta di autoindulgenza. Mah, che dire? Non sono un critico (semmai un criticone) e francamente ho sempre avuto l'impressione che, almeno da "Radici" in poi, Guccini faccia in fondo sempre  lo stesso disco. Quindi a differenza di te non vedo una grande differenza tra gli ultimi album e i capolavori del passato.
Per me, i suoi dichi sono come i capitoli di un unico libro (un'autobiografia ovviamente), in cui sostanzialmente ritornano sempre gli stessi personaggi, situazioni e parole.
Per quanto mi riguarda ho sempre visto Guccini come un personaggio dei fumetti, alla stregua di Tex o Charlie Brown, immutabile negli anni, eternamente uguale a se stesso, immune alla noia della ripetizione perché a renderlo grande è la somma delle sue storie, non i singoli capolavori, che pure ovviamente ci sono. Guccini è come un vecchio amico di cui ormai conoscono tutte le abitudini, le manie , gli scazzi e le gioie, e proprio per questo fedele e rassicurante. Magari si potrebbe obbiettare che un'artista non dovrebbe mai essere fedele e rassicurante, ma il primo a sottrarsi alla definizione di artista è proprio lui, vedi "Addio".
Con particolare originalità, trattandosi di Guccini, potrei citare Bertoncelli quando osserva che, contrariamente alla norma, il nostro sembra fare il percorso opposto rispetto a tutti i grandi cantautori e artisti in generale, i quali in gioventù tendono a sbrodolarsi addosso e in vecchiaia cercano la sintesi (vedi anche Dylan). Guccini fa l'opposto; da giovane era stringato ed essenziale, più invecchia più la sua scrittura si fa rigogliosa e colorita.
Ad esempio è insolito notare che in "D'amore, di morte e di altre sciocchezze" Guccini canta canzoni d'amore come non aveva mai fatto.
A trent'anni Guccini cantava canzoni da sessantenne ("Incontro" è di trent'anni fa!), a sessanta canta a volte con spirito trentenne.
Come dice esplicitamente in Don Chisciotte "Sono stato anche io un realista, ma ormai oggi me ne frego...", credo che in questo sorta di pacata e molto parziale abiura di quella disillusione, di cui Guccini è sempre stato massimo cantore, stia a mio parere la chiave di lettura degli ultimi dischi. E' come se arrivato all'età della ragione, essendo sempre stato  "ragionevole", Guccini non sapesse che farsene.
Questa specie di estate indiana della giovinezza senza illusioni non ha, in un certo senso, toccato anche il Dylan di "Love and theft", sia pure più a livello musicale che di testi?
Poi, come sempre, è una questione di gusti; la canzone "I fichi" a me fa ridere quanto i capolavori di "Opera Buffa" punto e basta, non saprei proprio come "difenderla" (per altro conosco alcuni infelici che non sopportano il Guccini comico... poveretti!).
Comunque, da alcuni articoli di giornale che ho letto, sembrerebbe che il prossimo album in uscita ad autunno dovrebbe riportarci un Guccini piuttosto "avvelenato".
Sarà autentico veleno o retorica tipo canzone sul Che?
Per noi due credo andrà bene comunque, per me solo un po' di più.

Tornando invece a parlare di artisti su cui concordiamo perfettamente, volevo chiederti se la versione live di "John Birch Paranoid Blues" pubblicata sulla Booteg Series è la stessa censurata su Freewheelin', o esiste anche una versione in studio. Nelle battute iniziali mi sembra che Dylan ironizzi sulla censura, ma non capisco se si riferisce al programma televisivo in cui gli era stato impedito di eseguire quella canzone, o al disco.
Ciao, Tommaso

Ciao Tommaso,
no, si tratta di due versioni differenti. Quella di Bootleg Series è una registrazione live dal concerto della Carnegie Hall del 26 ottobre 1963. Quella originale esclusa da Freewheelin' si può ascoltare ad esempio sul boot "The Freewheelin' Bob Dylan Outtakes" di cui riproduco sotto la copertina.

L'ironia che citi è riferita al programma televisivo "Ed Sullivan Show" in cui gli fu impedito di cantare il brano che attaccava un'associazione di destra, la John Birch Society. Ne approfitto per riportare una mia traduzione delle note alla canzone apparse su Bootleg Series:
Nel febbraio del 1962, quale parte del germogliare della scena folk music di New York, fece la propria apparizione una nuova rivista ciclostilata chiamata "Broadside". L'idea di base di Broadside era di fornire un mezzo grazie al quale i nuovi autori potevano veder pubblicate le loro più recenti composizioni e così disseminarle per i potenziali performers. Bob Dylan, che ogni settimana scriveva più canzoni di quante egli stesso sapesse come utilizzare, divenne un collaboratore regolare (a partire dal numero 48 egli venne inserito come "Contributing Editor" anche se questo ruolo durò solo per dieci numeri), ed infatti nella primissima edizione di Broadside fu pubblicata una nuova composizione di Bob Dylan, "Talkin' John Birch Paranoid Blues". Ad ogni modo non si ha traccia di una registrazione della canzone da parte di Bob Dylan fino a nove mesi dopo, in occasione delle sessions di Freewheelin'. Il soggetto della canzone - una tagliente satira della "meglio-morti-che-comunisti" John Birch Society - era destinato ad essere apprezzato da Pete Seeger, Gil Turner e tutti gli anziani della comunità folk del Village, sebbene nessuno di loro avrebbe mai immaginato lo scompiglio che la canzone avrebbe causato al suo compositore alcuni mesi dopo.
"Talkin' John Birch Paranoid Blues" era una delle 4 canzoni programmate per l'inclusione in "The Freewheelin' Bob Dylan" che alla fine non trovarono posto sull'album. Fu a causa di questa singola canzone che l'LP fu ristrutturato, perchè i legali della Columbia furono colti dal panico quando cominciarono a temere una querela per diffamazione a causa dell'insinuazione contenuta nel testo per cui i membri della John Birch Society venivano dipinti come persone che approvavano "il punto di vista di Hitler". Il brano venne dunque eliminato e sostituito da "Talking World War III Blues". Ma si era solo all'inizio.
Il 12 maggio del 1963 Dylan era stato inserito nel programma "The Ed Sullivan Show". Questo avrebbe significato una grandissima pubblicità su un network TV ed il manager di Dylan, Albert Grossman era eccitato alla prospettiva. Lo stesso Sullivan ed il produttore dello show avevano sentito Dylan eseguire "Talkin' John Birch Paranoid Blues" all'inizio della settimana ed erano felici che egli la cantasse nello show. Non così però Stowe Phelps, editor della CBS, il quale aveva sentito la canzone durante le prove dello spettacolo. Ricorda lo stesso Bob Dylan: "Proprio quando ero sul punto di uscire sul palco per cantarla loro entrarono e ci fu una gran confusione. Vedevo gente discutere di qualcosa . Ero pronto a suonare e poi qualcuno arrivò e mi disse che non avrei potuto cantare quella canzone. Avrei potuto cantare qualcos'altro ma avevamo provato la canzone per così tante volte e tutti l'avevano sentita. Aveva sempre ricevuto un'ottima reazione ed io non vedevo l'ora di cantarla. Persino Ed Sullivan sembrava apprezzarla davvero-hahaha!".
Dylan rimase stupito - ancor più quando gli fu proposto di eseguire una canzone dei Clancy Brothers invece della sua. E piantò tutti in asso. Il chiasso continuò per alcuni giorni sulla stampa con Dylan e la sua canzone difesi su tutti i fronti. Grossman era ovviamente felice della pubblicità supplementare e Dylan continuò ad eseguire la canzone in concerto introducendola in genere come "la canzone che non mi hanno fatto cantare in TV".
La versione della canzone che si ascolta qui è stata registrata alla New York Carnegie Hall il 26 ottobre del 1963. Come per molte canzoni divertenti di Dylan diventa davvero viva con la reazione del pubblico. Il riferimento alla "Hootenanny television" è in relazione ad un programma televisivo di folk music chiamato "Hootenanny" - uno show cui Dylan e molti altri artisti socialmente coscienti rifiutarono di partecipare. La rete televisiva era ancora sotto l'influenza della lista nera dell'era McCarthy che impediva agli artisti con presunte relazioni comuniste di apparire nei programmi tv o nei films della tv americana. Di conseguenza Pete Seeger and The Weavers non apparirono allo show.

Ciao Tommaso e fammi sapere qualcosa del nuovo disco di Guccini che lo pubblicizziamo su MF.


1153) Giovanni Cerutti mi invia i credits di quel film con citazione dylaniana di cui si parlava qualche pagina della posta fa...

Pensieri pericolosi

CREDITI

Anno: 1995
Nazione: Stati Uniti
Durata: 100 m

Regia:  John N. Smith
 

CAST

Michelle Pfeiffer
George Dzundza
Courtney B. Vance
Robin Bartlett
Beatrice Winde , John Neville
 

Perduto dopo nove anni il lavoro nel corpo dei Marines, una insegnante ottiene un posto in un liceo di Palo Alto dove è alle prese con suburbani sedicenni, tosti e inclini alla delinquenza. Grazie ad arditi collegamenti tra Dylan Thomas e Bob Dylan, li doma, li educa, li trasforma in bravi cittadini. Ispirato al romanzo autobiografico My Posse Don't Do Their Homework di LouAnne Johnson, l'edificante film vende pedagogiche banalità insopportabili, basate sul consueto schema propagandistico: "... il compito di un insegnante americano è infondere fiducia in sé stessi e nell'opportunità che ti offre la Grande America ... Il Grande Paese offre un'opportunità a tutti..." (Silvio Danese). Per M. Pfeiffer è un incidente di percorso. Obbligato?

E Gianni aggiunge...

A proposito, per il mio nome di membro della fattoria, che ne dici di lonesome sparrow ? (Gates of Eden)
Gianni Cerutti
 

Ciao Gianni, ok. Fatto.
Ciao, Michele "Napoleon in rags"


1154) Hi Michele,

Raccolgo l’invito e scopro le mie carte, anzi le carte di “Musica” della scorsa settimana, pag 30 “canzoni e riflessi” di enrico sisti, è il proto che lo scrive minuscolo. È lui il critico di turno….capite “Mr Bojangles” di Dylan…è stata fatta di corsa forse, ma sapeva di gospel. Adesso di che cosa sa, di menta forse?

Ma che dotti state diventando,  forse che il buon BOB vi deve interrogare? Immagino cosa vi risponderebbe “che palle”.

Andate avanti così, che va bene!

Come sempre

Statemi bene

papa  Mario

Avrai apprezzato l'intervento di Ferdyp più su...


1155) Caro professore,
vorrei segnalare ai maggiesfarmiani che nel porcile
(http://dylantree.supereva.it) è possibile partecipare alla scelta del
prossimo tree attraverso un sondaggio.
Poi, sempre riguardo ai Dylan-tree, ho una brutta storia da raccontarti su
una nostra amica e sulle sue condizioni attuali.
Del tutto involontariamente, con questa storia del porcile, credo di aver
contribuito alla nascita di una nuova patologia psichica, la "dipendenza da
tree". L' unica affetta è Anna Duck che, prigioniera del morbo, non può
interrompere la propria attività di partorire trees e duplicare cd. Oramai
ragiona solo in termini gerarchici di alberi, rami e foglie anche nella vita
di tutti i giorni e con disperazione dei suoi familiari non prepara più la
cena, ma organizza dei trees culinari per cui cucina per un solo familiare
che poi dovrà fare lo stesso per il successivo e via di seguito. Giorni fa
mi ha scritto il figlio: voleva la password per poter mangiare...
Attualmente la Papera versa in gravi condizioni: il marito ieri sera è
rincasato tardissimo dopo un giornata di lavoro senza pausa pranzo e si è
diretto in cucina, ma mentre stava per aprire il frigorifero Anna gli si è
parata innanzi in vestaglia e con tono severo ha chiesto "un momento, tu di
che ramo sei?". Il marito non ci ha visto più; è sceso in giardino, ha
staccato il ramo più nodoso di una quercia secolare e l' ha vibrato sul capo
del gestore sua moglie. Finalmente.
Carlo Pig


1156) Caro Michele,
tutto ciò che ha raccontato Carlo Pig è la cruda verità. Ma la storia ha un seguito, e tutti i maggiesfarmiani devono conoscerla...
Allora, quella botta in testa con il ramonodosodiquerciasecolare fu provvidenziale: all'istante rientrai in me stessa e capii di essere rimasta invischiata nel porcile, mio malgrado. Il prof. Von Krapfen, da me consultato in seguito, mi dichiarò completamente ristabilita dalla terribile sindrome "dipendenza da tree" e mi consigliò, per il futuro, di tenermi assolutamente lontana dagli alberi di qualsiasi specie (non credo che riuscirò a seguire il suo consiglio...). Anche in famiglia si resero conto che io ero stata solo una vittima inconsapevole. Perchè il vero colpevole della mia malattia e della conseguente spiacevole situazione familiare è colui che regge di nascosto le fila del porcile, colui che trama nell'ombra, che si cela dietro indirizzi e-mail fantasiosi e che inventa le password più surreali, colui che si arrampica furtivamente sui rami e si nasconde dentro al fogliame, il Richelieu degli alberi dylaniani, sì, proprio lui, il mitico Carlo Pig! A questo punto il marito affamato decise di usare il ramonodosodiquerciasecolare per far ricadere su di lui una tremenda vendetta. Io mi spaventai... nonostante tutto, il Porcello molti meriti li ha, ed io sono da tutti conosciuta come "la papera dal cuore tenero", o ancora peggio "la papera mammona" ... e così  decisi di avvertirlo del pericolo imminente. Carlo Pig cercò di inventarsi una strategia di difesa e, conoscendo mio marito come un fan accanito del grande Mozart, tentò in ogni modo di rabbonirlo, sostenendo addirittura di chiamarsi "Volfango" di secondo nome. Naturalmente mio marito si rifiuta di credere ad una simile assurdità, e continua con le sue terribili minacce...
Io credo che la sua furia vendicatrice si addolcirà solo quando si renderà conto che esiste un numero strabiliante di utenti del porcile pronti a correre in aiuto di Carlo Pig. ... quindi, se volete salvare il Porcello... PARTECIPATE NUMEROSI AL SONDAGGIO!!

Anna Duck

Ciao Carlo, ciao Anna
i vostri racconti esilaranti meritano un'adesione al prossimo tree di quelle di dimensioni oceaniche... Scrivete scrivete scrivete e partecipate al sondaggio (siete meglio di Mannheimer!!!)...


1157) Ciao Michele!

Non sia mai che Zimmy si offenda!: ritiro subito il "rasenta" accostato a "perfezione" [per MF]!!! Anzi, dopo aver letto l’ultima mail di Alessandro Carrera propongo un titolo più competo per MF: Maggie’s Farm: rivista di filologia dylaniana del Centro di Alti Studi "Napoleon in rags"!

La proposta di Stef "the Porcupine" va proprio in questa direzione. Trovo veramente interessante l’idea di provare a ricostruire la "biblioteca" di Bob o meglio, un elenco delle "fonti" dylaniane con precisi rimandi alle dichiarazioni esplicite e alle citazioni interne della sua opera. Sarebbe un lavoro piuttosto lungo (che fretta abbiamo?) ma se collaborassimo un po’ tutti la cosa risulterebbe fattibile [nota apocrifa di "Napoleon in rags": non vorrete mica che faccia tutto da solo, già non ho più tempo neppure per dormire!]. Si potrebbero creare due diverse sezioni, ad esempio:
 

Autori e testi citati da Dylan nel corso di interviste

[provo a fare un esempio a partire dalla recente intervista rilasciata da Dylan a Gino Castaldo]

Blake, William
 Castaldo, Gino, Bob Dylan, "La Repubblica", 07.09.2001, pp. 40-41.

Byron, George Gordon
 Ibidem

Guthrie, Woody
 Ibidem

Kafka, Franz
 Ibidem

Omero
 Ibidem

Parker, Charlie
 Ibidem

Shelley, Percy Bysshe
 Ibidem

Williams, Hank
 Ibidem
 
 

Autori e testi citati esplicitamente da Dylan all’interno della sua opera

[anche in questo caso provo a fare un esempio proprio a partire da High Water]

Darwin, Charles
 High Water (For Charley Patton), Love and Theft, Columbia, 2001

Lewis [Lewes], George
 Ibidem

Patton, Charley
 Ibidem
 
 

Magari si potrebbe aggiungere anche un’altra sezione [ma qui le cose comincerebbero a diventare un po’ più complicate]
 

Autori e testi citati in modo implicito da Dylan all’interno della sua opera
 

Ciao, e grazie per la lunga e circostanziata risposta alla mia precedente e-mail

"Wallflower" Elena

Ok. Allora iniziate a mandarmi segnalazioni e appena ne abbiamo un pò inauguriamo la pagina... Ok?


1158) Caro Michele,

    ti segnalo che sul numero in edicola di Diario c'è uno splendido reportage di Enrico Deaglio su Hibbing, con filo conduttore l'adolescenza di Dylan. Tra una quindicina di giorni dovrebbe essere disponibile sul sito www.diario.it, ma di solito nella versione web non ci sono le foto, che invece sono molto belle ed interessanti.

A presto     Gianni

Ciao Gianni, ricevuto.


1159) ciao,
prova ad andare a www.deadnet.com sezione hotline>music new releases
ciao
fra

Ciao Fra,
il sito non riesco a visualizzarlo. Comunque riporto quello che mi hai spedito tu via e-mail. Se ho capito bene si tratta di una novità discografica dei Grateful Dead, un album con solo canzoni di Dylan eseguite dal vivo dai Dead (deve uscire? E' già uscito? Chi lo sa?). Ecco i dati:

Titolo:
Postcards of the hanging
(Grateful Dead perform the songs of Bob Dylan)

GRATEFUL DEAD
Jerry Garcia
Mickey Hart
Bill Kreutzmann
Phil Lesh
Brent Mydland
Bob Weir
 

CD ONE
  Song Title ~ All song written by Bob Dylan (di fianco la data della performance)
1  When I Paint My Masterpiece 10/11/89
2  She Belongs to Me 9/15/85
3  Just Like Tom Thumb's Blues 7/12/89
4  Maggie's Farm 10/3/87
5  Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again 7/16/88
6  It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry* 6/10/73
7  Ballad of a Thin Man 4/1/88
8  Desolation Row 3/24/90
9  All Along the Watchtower 7/4/89
10  It's All Over Now, Baby Blue 12/3/81
11  Man of Peace** 6/9/87
 

WHILE SUPPLIES LAST THIS SPECIAL EDITION INCLUDES....
A Second CD with Special Bonus Tracks
1  Queen Jane Approximately 12/29/88
2  Quinn The Eskimo/The Mighty Quinn 12/30/85

  Compliation Produced by   David Gans
  Tape Archivist   David Lemieux
  Mastered by   Joe Gastwirt at OceanView Digital
  Art Direction by   Geoff Gans of Culver City
  Illustration and Design by   Emilie Burnham
  Album Coordination by  Cassidy Law
  Photograph © Ken Friedman 1987

* It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry
  Jerry Garcia guitar, vocals
  Bob Weir guitar, vocals
  Phil Lesh bass, vocals
  Keith Godchaux piano
  Bill Kreutzmann drums
  with special appearance by
  Dickey Betts guitar
  Butch Trucks drums

** Man of Peace
  Bob Dylan acoustic guitar, vocals
  Jerry Garcia guitar, vocals
  Bob Weir guitar, vocals
  Phil Lesh bass, vocals
  Brent Mydland keyboards
  Bill Kreutzmann drums
  Mickey Hart drums

  Bob Dylan appears courtesy of Columbia Records

  When I Paint My Masterpiece, Just Like Tom Thumb’s Blues, Desolation Row, All Along the Watchtower, and Man of Peace - recorded by John Cutler; mixed by Jeffrey Norman

  She Belongs to Me, Maggie's Farm, Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again, Ballad of a Thin Man, and It's All Over Now, Baby Blue - concert sound mixes by Dan Healy; Ultra Matrix: Don Pearson

  It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry - recorded by Bill Candelario

E queste sono le liner notes di Mikal Gilmore:
 
 

Postcards of the Hanging .... Liner Notes ....

Bob Dylan and the Grateful Dead are artists who first made their marks on American culture in the 1960s, a time often associated with far-reaching social and artistic upheaval. Indeed, both the Dead and Dylan owe a lot to the associations we attribute to that period - and no doubt how we view and judge those times owes to the work, styles and impact of these artists and others like them. You heard Dylan deliver a song like “Desolation Row,” with its startling mix of vision and humor, despair and resolve, or you marveled at the Dead as they careened through “St. Stephen” - crisscrossing through a wondrous maze of time signatures, moods, improvisations and dreamlike affirmations - and you felt you were witnessing a new world being born, of endless and emboldening possibilities. And, of course, that is true: these were young artists in the heat of their own inventions, and in the heat of heady times. But the Dead and Dylan shared more than an impetus for innovation for its own sake. They also shared something deeper, something ultimately more surprising, complex, and enduring: a love for the ancient and mysterious qualities of the music that originally inspired them - music rooted in folk, country and blues traditions, even if their own music seemingly transmogrified those traditions. In a conversation I had with Dylan for Rolling Stone in 2001, he remarked: “Folk music is where it all starts and in many ways ends. If you don’t have that foundation, or if you’re not knowledgeable about it and you don’t know how to control that and you don’t feel historically tied to it, then what you’re doing is not going to be as strong as it could be. That was what I was most interested in.” Years earlier, in another discussion with the Dead’s Jerry Garcia for Rolling Stone about Workingman’s Dead and American Beauty - albums that took a hard appraisal of the costs of psychedelic modernization - Garcia had told me that the band turned back to its earlier roots at that moment as a way of responding to the accumulated chaos that they saw swarming in their world. “It was our attempt to say that we can play this kind music - we can play music that’s heartland music. It’s something we do as well as we do anything.” With this sort of background - with a respect for the debts and meanings that come from tradition and an eye for recasting that tradition in new terms - it is hardly an accident that Dylan and the Dead have shared some significant common subject matter in their music. The songs they have written, as well as the songs they have chosen to cover, have often favored themes of mortality - reflected in a passion and weariness regarding life, and a fear but also a certain respect for death - and their music (its melodies and structures, its language and tales) has frequently depicted competing desires for order in the face of pandemonium, and for disruption over unearned stability. For me, these are the concerns that prevail in the Dylan songs that the Grateful Dead have performed here. By and large, they were composed during Dylan’s mid- and late-1960s fervor period, when he was writing in the quicksilver of odd hours, delivering us all to unfamiliar and transfixing understandings of the world and times we once thought we knew so well. The characters in songs like “Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again,” “Desolation Row” and “Just Like Tom Thumb’s Blues” were caught in states of bewilderment. They were moving fast through mystifying settings, and they were scurrying from the debts of the past - from the history that had shaped them, from memories that impelled them to flee but never quite escape - moving toward exciting yet uncertain fates. By the time the songs are over, we don’t know if the people in the songs (and therefore ourselves) have won a hard new freedom or if their adventure has cost them everything. All you know for sure is that after experiences and music like this, nothing can ever be the same. And yet in “When I Paint My Masterpiece” and “All Along the Watchtower” we hear a different voice: a voice that doesn’t always trust the misapprehensions of adventure and revolution. “Let us not talk falsely now/The hour is getting late” may be one of the most urgent and defining couplets in all of Dylan’s writing. Certainly, Bob Weir sings it that way here, and Jerry Garcia backs it up with a guitar line that fastens the song’s truth to the ages. In the end, we need all these songs, all these characters and their voices - the cocky ones, the honorable ones, the devastated and the emancipated - for the full picture of the journey that this music envisions. The songs and their songwriter, as well as these musicians and their music, take us through hope, disillusion, loss and rejuvenation. By the time we’ve witnessed all this, we feel we’ve heard something that help us withstand anything the world might throw at us. And so, these are songs about possibility and fate, as Bob Dylan first imagined those prospects in the 1960s, and as the Grateful Dead continued to search through and elaborate on them in live performances from the 1980s and early 1990s. But this is also an album about language - about how people relate to each other not just through words, but through music. The Dead were drawn to these songs not only because they recognized their own outlook in Dylan’s lyrical sensibility, but also because they knew they could find something valuable about themselves and their own music in Dylan’s compositions. Consider, for example, how Jerry Garcia’s guitar commentary - his rich, almost visual lines in “When I Paint My Masterpiece,” his multifaceted and rhapsodic fills in “Stuck Inside of Mobile” and “Just Like Tom Thumb’s Blues” - adds as much to the meaning in the song’s moment as do Dylan’s words. Garcia was a guitarist of boundless imagination and enormous power, and in several instances here it’s as if he were Dylan’s belated collaborator, finding new, unspoken depths behind the songwriter’s intentions - for example, the way staggeringly dense and momentous solos on “All Along the Watchtower” propel the lyric’s sense of urgent destiny, as if everything about the song and its performance was delivering us to some place inevitable and irrevocable. Also, there’s Garcia’s own forlorn singing on “She Belongs to Me” - as good as I’ve ever heard from this affecting yet largely underrated vocalist. Speaking about Garcia’s singing, his songwriting partner, Robert Hunter, once told me: “When the pathos is there, I’ve always thought Jerry is the best. The man can get inside some of those lines and turn them inside out, and he makes those songs entirely his. There is no emotion more appealing than the bittersweet when it’s truly, truly spoken” - and it is truly, truly spoken here in “She Belongs to Me,” as well as Garcia ever realized it. Beyond that, Postcards of the Hanging is - like all of the music made in the Grateful Dead’s history - also about musical language as a form of communion - as a way of getting through life, and as a bond between partners that can prove as thick, intricate and sustaining as the ties of blood. To see the Grateful Dead onstage was to see a band that clearly understood the meaning of playing together from the perspective of the long haul. Interestingly, that’s something we’ve seen fairly little of in rock ‘n’ roll, since rock is an art form whose most valuable and essential pleasures - including inspiration, meaning and fraternity - are founded in the knowledge that such moments cannot hold forever. The Grateful Dead, like any great rock ‘n’ roll band, lived up to that ideal, but they also shattered it, or at least bent it to their own purposes. At their best, they were a band capable of surprising both themselves and their audience, while at the same time playing as if they had spent their whole lives learning to make music as a way of talking to one another, and as if music were the language of their fellowship, and therefore their history. No doubt it was. What the Grateful Dead understood - probably better than any other band in pop music history - was that nobody in the group could succeed as well, or mean as much, outside the context of the entire group, and that the group itself could not succeed without its individuals. It was a band that needed all its members playing and thinking together to keep things inspiring. It is interesting, of course, that when the Grateful Dead and Bob Dylan later teamed up to play as a performing unit in a late 1980s tour, the pairing of these similar-minded but irrevocably idiosyncratic wonders didn’t always work as fluently as one might have wished for. Dylan was - and remains - an artist reluctant to be contained or delimited by anybody’s expectations - he’s a man who, even with bands beside him through the years, has pretty much stood on his own. For all the Dead’s adaptability and ingenuity, they couldn’t always follow his caprices and instincts, though they tried. Still, Dylan and the Dead’s collaboration made for enough remarkable musical moments - more than are readily apparent on the official 1988 Dylan and the Dead album release. Also, Dylan later admitted that the experience of playing in the Dead’s company was a turning point in his musical life - an event that helped him find new faith in his music. “It happened… when I was playing some shows with the Grateful Dead,” he told Rolling Stone in 2001. “They wanted to play some of my songs that I hadn’t played in years and years…. I really didn’t think I had a mind to do them, but when I began to play with the Grateful Dead… I really had some sort of epiphany then on how to do those songs again, using certain techniques that I had never thought about…. I was kind of standing on a different foundation at that point and realized: I could do this. I found out I could do it effortlessly - that I could sing night after night after night and never get tired. I could project it out differently.” In the end, Dylan and the Dead’s greatest cooperation occurred in how they inspired one another over the years - in how they informed each other of new promises still to be uncovered by exploring older music, and plumbing it for new mystery and sustenance. As intriguing as Postcards of the Hanging is, it is hardly the final word on the rich associations between these artists. There are other luminous examples of the Dead’s performance of Dylan songs - some reaching back into the 1960s - that may eventually be collected, and there are also the recordings of the 1987 Dylan-Dead rehearsal sessions in San Rafael that have appeared here and there in bootleg form, and that hopefully will be harvested someday for a fascinating release. And then there are Dylan’s own live covers of such songs by the Dead as “Friend of the Devil” and “Alabama Getaway,” among others that proved among his most stirring live performances in the 1990s. Across time, and despite age, change, loss and even death, the Grateful Dead and Bob Dylan still have much to say to one another, and the interlocking shadows in their histories still have rich depths to give up. We’re lucky to be witness as some of their hidden dialogue is revealed in this collection, and hopefully in others to come.
Mikal Gilmore Los Angeles January 9, 2002


Un grazie speciale a Massimouse autore dei nuovi superbi pannelli delle tre pagine principali di MF (Home page, Indice Generale e Cosa c'è di nuovo).
Li avete notati?... Thanx, Massimo!
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