
Lei disse, “Dove sei stato?” Io dissi, “In nessun posto speciale.”
Lei disse, “Sembri differente.” Io dissi, “Beh, lo credo.”
Lei disse, “Te ne sei andato.” Io dissi, “È solamente naturale.”
Lei disse, “Ora resterai?” io dissi, “Se ancora mi vuoi, si!”
In One more cup of coffee, che è lo stesso tipo di canzone di
Isis, Dylan si dice pronto a partire, ma ancora prende tempo, si concede
“un’altra” tazza di caffè, attende dei segni. Sistemata com’è
fra le due, Mozambique assume un valore particolare ai nostri occhi. Mozambique
è il classico jingle di una pubblicità per turisti idioti,
col suo invito a recarsi nella bella “magical land”, presto sconvolta da
una guerra civile. È come se Dylan dicesse, parodiando, a se stesso:
si lo so che “devo” partire, che “devo” andare, ma lì oltre l’esotico
misterioso paesaggio c’è solo la fine del mondo, la guerra e il
disastro. Mi conviene davvero partire?
La catastrofe incombe sui suoi fratelli di strada, quelli da lui descritti
come mai completamente buoni, seppure innocenti, e sempre un po’ cattivi,
ma non ha importanza per Dylan. La strada è un luogo spietato, dato
per viverci ai lupi e ai giocatori. La catastrofe attende anche lui dunque,
ne è consapevole. Ma lo stesso non riesce a resistere al suo fascinoso
richiamo.
Pure tentenna. Prova a far pace. Cerca di riavviare una conversazione
perduta con la moglie, anche se è lui il primo a tradire: Sorella,
dammi un’altra occasione… Sara, non scordarti del nostro passato… Non mi
abbandonare o dammi tu la forza di non lasciarti… Questo si legge fra le
righe.
Ancora di più tutto assume un senso se lo si contestualizza
nella sua produzione degli anni ’70. Pat Garrett & Billy the Kid, Planet
Waves, nonostante le date, sono ancora riaccostabili alla sua produzione
precedente, quella da lui definita “romantica”. Wedding song è l’apice
di questa produzione. Ma sempre su Planet Waves, in Dirge, Dylan dà
ufficialmente inizio a una nuova fase. Brucia il terreno dietro di sé.
Poi verranno Before the flood, prima della tempesta, lì dove comincia
a ricaricarsi l’odio, la furia necessaria a tornare in giro. Le lezioni
di Raeben per rinnovare/ridefinire la propria visione e la successiva incomunicabilità
con la moglie sono una conseguenza e non semplici fatti avvenuti dopo per
caso. Blood on the tracks descrive la crisi di un amore, o meglio di un
ideale d’amore ormai finito, perché cambiati sono i tempi. Non dimentichiamo
che il punk è lì a nascere. Che Lou Reed aveva inciso Berlin.
E John Lennon Walls and Bridges.
Pure Dylan tentenna. Dibatte, non si dà pace. Il passo è
grave, perché non implica solo la fine del matrimonio. Bensì
di tutto un modo di vita. Qui si situa Desire. Desiderio. Di certezze,
di almeno una sicurezza in quello stato di dubbio. Canzoni di redenzione,
le definì Ginsberg acutamente.
Ma Dylan, lo sappiamo, sceglierà la strada. E si porterà
dietro per un po’ gli strascichi del suo amore in crisi a ispirarlo. Verrà
Hard Rain, documento in diretta della notte in cui (secondo la leggenda)
il matrimonio finì: fine sublimata nella drammatica interpretazione
di Idiot wind. Poi Renaldo & Clara, film pittorico, o quadro in movimento
di quei due anni terribili e mirabolanti. Verrà infine Street legal,
estrema sintesi del dopo matrimonio e tramite (per mezzo del gospel, e
non solo per appropriarsi di esso, come molti hanno sostenuto) verso quella
conversione che tenterà di sostituire al potere “romantico” della
donna come angelo salvatore, quello superiore di un Dio/Señor che
non ponesse ricatti morali all’artista, ma solo affrancasse lo spirito
tribolato del viandante in corsa per il mondo. O che magari gli offrisse
un breve passaggio sul suo treno…

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