DYLAN DAL SOTTOSUOLO CON UN ROCK A 220 VOLT

da "La Stampa" del 16 settembre 1998


Esiste ormai un'archeologia del rock, cosa più che comprensibile per una musica che si appresta a celebrare i cinquant'anni di vita. E' fatta di nastri rari, di incisioni perdute nella notte dei tempi che ogni tanto le case discografiche
estraggono dai loro archivi, digitalizzano e presentano poi orgogliosamente al pubblico, come si potrebbe fare con certi affreschi rinascimentali o fondi
oro restaurati a nuova vita. A questa categoria appartiene il nuovo disco di Bob Dylan, che non è il seguito del bellissimo Time Out Of Mind dell'anno scorso ma una favolosa scheggia del passato, uno dei più bei pezzi della Santa Croce Anni 60 arrivati fino a noi. Si chiama Bob Dylan Live 1966 (The «Royal Albert Hall» Concert) e ha una storia straordinaria alle spalle.
Nel 1966 Dylan era all'apice della carriera. Ogni suo disco era un evento, ogni suo atteggiamento o dichiarazione influenzava non solo milioni di ragazzi di tutto il mondo ma gli stessi musicisti, i Beatles e Stones dominanti che lo veneravano come Il Maestro. Da arrabbiato folksinger, da «nuovo Guthrie» per l'America di Kennedy si era trasformato in Sibilla dei tempi nuovi, con una lingua originale in cui il rock&roll, il folk, il blues si mescolavano con le provocazioni della beat generation e le utopie della cultura psichedelica. Era cambiato anche fisicamente, Bob Dylan: il ragazzo grassoccio con buffi
copricapi dei primi anni aveva lasciato il posto a uno zingaro elettrico, magro e attillato, con occhiali scuri un po' esistenzialisti su una disordinata chioma
a riccioli. Quel look nervoso e scostante rifletteva gli spigoli delle sue nuove canzoni: che sempre più spesso non erano ballate acustiche come le amatissime Blowin' In The Wind del passato ma veementi rock blues a 220 volt, poesie sonore di taglio surrealista.
Fu con quell'aura e con quel bagaglio di favolose novità che Dylan venne in Europa nella primavera del 1966; non in Italia, dove la sua musica era fondamentalmente sconosciuta, ma in Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Irlanda. Lo seguivano una troupe cinematografica guidata dal regista Don
Pennebaker e una squadra di tecnici della Columbia per registrare un film e un disco live: e lo accompagnava il suo complesso di fiducia, The Hawks, il
nucleo della futura Band. Con un gesto di delicatezza nei confronti dei fans, e per evitare polemiche, Dylan aveva deciso per un doppio set di quasi due
ore. La prima parte era acustica e, anche se non c'erano i classici della protesta di una volta ma solo canzoni nuove, chi voleva poteva ritrovare l'ombra
del Dylan giovane e menestrello. Il secondo set invece era tuoni e fulmini, con il tiro incrociato delle chitarre elettriche dello stesso Dylan e di Robbie Robertson che miravano a brani nuovissimi (Blonde On Blande era appena uscito nei negozi) ma anche ad acide trasfigurazioni del passato.
Furono concerti riuscitissimi e uno in particolare, quello alla Manchester Trade Hall del 17 maggio, che è per l'appunto quello del disco edito in questi giorni. Una performance da brividi, una magnetica carezza seguìta da un elettrochoc, non senza code velenose. «Giuda!», grida una voce dal pubblico verso la fine del concerto, suscitando la stizzita reazione del protagonista: «Non ti credo, sei
un bugiardo!». C'è tensione. Robertson strattona il suo leader perchè non perda la concentrazione ma Dylan ha trovato anzi nell'incidente nuovi stimoli di
energia. «Suonate più forte che potete!», urla adiratissimo ai suoi mentre attacca il pezzo finale, Like A Rolling Stone.
Quelli eseguono. La sarcastica canzone su un amore perduto che era nata come un gentile valzer diventa così un epico, sfrontato inno alla Nuova Musica Elettrica.
E' straordinario che una pagina così bella e storica sia rimasta ufficialmente inedita per tanto tempo. Eppure i discografici dell'epoca scartarono il live
e anche il film di Pennebaker (Eat That Document) non ebbe mai forma definitiva e circolò pochissiino. I nastri del concerto di Manchester finirono in un cassetto e lì trovarono un destino curioso. Qualcuno li trafugò (la storia dylaniana è piena di «tombaroli» del genere) e cominciò a farli circolare sul mercato nero dei dischi clandestini, però con i dati sbagliati. Così per anni, in decine di edizioni pirata, quei nastri vennero indicati come relativi al concerto
della Royal Albert Hall, di una settimana più tardi; e questo spiega il sottotitolo che la Columbia oggi Sony ha scelto per il disco. Un omaggio al mondo
dei collezionisti che, sotto un certo profilo, può essere letto anche come una piccola resa. I mille David dei nastri clandestini hanno colpito il Golia delle
multinazionali; e non c'è dubbio che negli archivi dei «tombaroli» ci sia molto, molto più Dylan di quanto la Columbia fino a oggi ha pubblicato e, probabilmente, di quanto mai pubblicherà.
Riccardo Bertoncelli


Bob Dylan, il menestrello che da folksinger si trasformò in un'elettrica rockstar
idolo e simbolo degli Anni 60. Sotto il suo chitarrista Robbie Robertson, che tremò per l'atmosfera creatasi nel tour europeo del '66




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