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Intervista a Larry "Ratso" Sloman di Paolo Vites |
"Non hai bisogno di una chitarra per essere una rock'n'roll
star", disse lo scrittore americano Paul Williams una volta, riferendosi
a Bill Graham. E se è certo che il vecchio e compianto Bill è
paragonabile a una rockstar per il ruolo da protagonista del rock svolto
nella sua vita, certe volte anche i giornalisti musicali possono ambire
a quel ruolo.
Soprattutto se sei americano e hai vissuto i Seventies,
quando il rock'n'roll era ancora una cosa vera. Immortalati nello splendido
film di Cameron Crowe Almost Famous, alcuni di loro ne hanno viste e fatte
esattamente come quei
musicisti di cui erano chiamati a scrivere, sapendone
poi raccontare le gesta in modo tale da meritarsi un posto in paradiso.
Sicuramente uno di questi è Larry 'Ratso' Sloman
che, allora giovane cronista di Rolling Stone, nell'autunno 1975 riceve
un invito da un certo Bob Dylan:
"Ok, Larry, meglio tu di chiunque altro. Sei con noi,
seguirai il tour e lo racconterai al pubblico".
Se inizialmente sembrava un sogno talmente grande da
non potersi neanche sognare, la realtà si sarebbe rivelata quasi
un incubo, con il povero cronista vittima di manager invidiosi e di caporedattori
idioti, sempre a caccia di scandali piuttosto che di vero giornalismo.
Ma sarebbe stata comunque un'avventura così grande da essere immortalata
in un libro, quel On The
Road With Bob Dylan, pubblicato originalmente nel 1978,
subito divenuto un libro cult per ogni aficionado del cantautore americano
e talmente ricercato, perche mai più ristampato, da essere venduto
al mercato nero anche a bordate di 200, 300mila lire. Fino a che lo scorso
agosto è stato finalmente ristampato, quasi in contemporanea al
Bootleg Series 5 che di quel libro è la colonna sonora: "Credo sia
una purissima coincidenza, davvero non lo so!", mi
dice scoppiando a ridere Sloman. "Qualche anno fa avevo
pensato a pubblicare un'edizione in tiratura limitata: la gente continuava
a dirmi, Ratso, perche non ristampi il tuo libro? Qualcuno mi ha chiesto
200 dollari per una copia! Avevo
anche pensato di pubblicare l'edizione integrale, più
di 500 pagine, che allora fu accorciata, specialmente per gli appassionati.
Ecco perche Dylan l'ha chiamato il 'Guerra e pace del
rock'n'roll,' lui aveva letto la stesura originale! Poi ho pensato, dopo
dischi strepitosi come Time Out Of Mind e "Love And Theft", dischi in cui
Dylan si è reinventato in modo
brillante ancora una volta, che fosse il momento giusto,
e Helter Skelter, l'editore inglese, ha acconsentito a ristamparlo. Curiosamente
è una
coincidenza che il libro sia uscito alla fine di agosto,
mentre adesso esce il disco di quel tour".
Ma come succede che un giornalista appena più
che ventenne finisca on the road con Bob Dylan, l'uomo più riservato
del rock business, a documentarne passo dopo passo ogni serata nonchè
a incontarne la madre, la moglie, i
compagni di viaggio?
"Avevo cominciato a collaborare con Rolling Stone da
poco", racconta, "da circa un anno.
Avevo fatto una recensione di Berlin di Lou Reed che
aveva suscitato un certo scalpore, perchè lo avevo definito il Sgt
Pepper's degli anni 70. La casa discografica prese la frase, togliendola
dal contesto, e la usò per la campagna pubblicitaria, piazzandola
ovunque, anche nelle fermate della metropolitana. E
quando l'album fu un fiasco commerciale Lou Reed mi odiò
per anni (scoppia a ridere, nda). Al tempo in cui Dylan stava registrando
Blood On The Tracks,
poi, mi capitò di incontrare proprio lui, un pomeriggio,
per le strade di
New York. Qualcuno della Columbia mi aveva detto che
stava registrando un nuovo disco. Mi presentai dicendo che ero un amico
di Phil Ochs, che abitavo
con lui. Per il solo fatto che vivevo con Phil Ochs,
Bob mi diede una copia del disco ancora non pubblicato e feci un'anteprima
per il giornale.
Poi mi mandarono a seguire il primo tour (che sarebbe
stato anche l'ultimo, nda) di George Harrison negli Stati Uniti, e lo fecero
dopo che Ben Fong Torres e Jann Wenner avevano massacrato i suoi primi
concerti. Così fui accolto come uno stronzo, lo stronzo di Rolling
Stone.
Ma quando incontrai George nei camerini del Madison Square
Garden gli chiesi, per rompere il ghiaccio, visto che lui non voleva parlarmi,
se aveva ascoltato le nuove canzoni di,Bob Dylan.
'Certo', mi rispose lui sorpreso, 'Bob mi ha dato una
copia. E tu come diavolo fai ad averle ascoltate?' Quando gli dissi che
Bob le aveva date anche a me, diventammo grandi amici e venne fuori un'ottima
intervista. Insomma, ero
diventato piuttosto conosciuto e Bob mi rispettava perchè
ero un giornalista amico dei musicisti, così una sera al Greenwich,
mentre giiravo con Roger McGuinn, incontrammo Bob. Stava per partire in
tour. Mi disse: "Ci serve un giornalista ch ci segua, meglio tu di qualcun
altro". E così cominciò tutto.
Ma comincia anche un'incredibile serie di disavventure,
brillantemente raccontate nel libro. Nonostante Dylan si fidi di lui, intorno
al musicista ci sono persone che non ne vogliono sapere di avere un giornalista
in tour. Su tutte Lou Kemp, amico d'infanzia di Dylan che il musicista
aveva messo a capo della tournée proprio per avere vicino una persona
fidata.
Kemp si rivelerà un odioso bastardo, che, probabilmente
per invidia o per troppo zelo, non lesinerà a Sloman autentici colpi
bassi, come chiuderlo a chiave in camera d'albergo per impedirgli di prendere
il bus del tour in
partenza, o sabotare la macchina che il cronista ha noleggiato
per cercare, disperatamente, di raggiungerli: "Se sono storie vere?", dice
scoppiando a ridere. "Hanno ammesso di aver sabotato la mia macchina, quando
il tour finì!
Lou Kemp e il suo compagno, Barry Imhoff, un protegé
di Bill Graham... Pensavano di tenermi alla larga da Dylan, e onestamente
credo che lo facessero per il suo bene. Ma non avevano scrupoli di sorta
e poi non avevano capito che io non ero mica Jann Wenner... Quando finalmente
li raggiunsi, dopo che mi avevano fatto perdere i primi due concerti, andai
da loro urlando: 'Ho cercato di fare il bravo, ho preso un albergo diverso
dal vostro per non stare in mezzo ai musicisti, sto cercando di non disturbare
e voi continuate a sabotarmi!'.
Proprio in quel momento arrivano Dylan e Joan Baez. "Che
succede?", dice Dylan, e io "Me ne vado a casa, non scrivo più niente,
mi sono rotto le scatole di essere trattato come un delinquente". E Dylan:
"Rilassati amico, di cosa hai bisogno?", e io: "Devo scrivere un articolo
per Rolling Stone, lo sai. Ho bisogno di una camera in albergo', e Dylan:
'Dategli una camera'. 'Ho bisogno di una diaria giornaliera.' E Dylan:
'Ok dategliela, di cos'altro hai bisogno?'. E io, urlando: 'HO BISOGNO
DI ACCESSO! Accesso ai concerti, accesso al backstage, accesso ai musicisti!'.
In seguito Howard Alk, che lavorò a Renaldo & Clara con Dylan,
mi disse che avevano pensato di intitolare il film Accesso...".
Se la ride, oggi, Sloman, ma allora, durante il tour,
Joan Baez lo soprannominò Ratso, il personaggio sfigato che Dustin
Hoffman interpreta in Un uomo da marciapiedi... E' per questo che a un
certo punto il libro, dalla prima persona, passa alla terza: Ratso diventa
il narratore.
Oltre a questi episodi, il libro è anche un atto
di accusa contro il giornalismo musicale fatto di gossip e scandalismo
a buon mercato: il direttore di Rolling Stone chiede unicamente a Sloman
che scriva se Dylan è andato a letto con
Joan Baez o con qualcun altra, quanti soldi sta guadagnando
o perdendo con il tour, non gliene frega niente della musica: "Greil Marcus
fece la recensione del libro, ai tempi, e ne parlò bene.
Poi la scorsa estate quando il libro, che negli anni
si era guadagnato tanti consensi, fu ristampato Marcus lo recensì
di nuovo, attribuendo a Jann Wenner, con cui ai tempi ci mandavamo sempre
a quel paese, il grande merito di avermi lanciato come scrittore, di essere
stato lui a darmi fiducia. Non credo neanche che Jann abbia mai letto il
libro...".
Ma il ritratto di Bob Dylan che esce dal libro è
quanto di più candido ci si potrebbe aspettare, viste le tante leggende
sull impenetrabilità che circondano l'artista: "Ogni volta che avevo
l'occasione di incontrarlo di persona non mi
deludeva mai, mi incoraggiava sempre. Ero un ragazzino,
hai presente il film di Cameron Crowe, Almost Famous? Ero così.
E leggendo le interviste che feci con sua madre o con Sara, vedrai che
erano tutte persone aperte, serene,
senza alcun problema di ego, e allora puoi anche capire
che persona splendida è Bob Dylan. Se conosci i suoi figli vedrai
che sono anche loro persone splendide. Sara era una donna meravigliosa,
intelligente con un grande senso dell'umorismo, lo stesso umorismo di Bob".
Ma poi il tour finisce e Ratso torna a casa: "Avevo qualcosa
come cinquanta, sessanta booknotes fitti di appunti, avevo centinaia di
nastri di interviste... Usavo la tecnica di Andy Warhol, sempre con il
registratore acceso tutto il
tempo. Rolling Stone mi aveva licenziato perchè
non avevo scritto quello che volevano loro, non avevo un soldo, ero sfinito.
Ma mi misi a trascrivere ogni nastro, scrissi centinaia di pagine di manoscritto,
ci misi sei mesi. Poi lo
mandai a due persone, a Dylan e a Joni Mitchell, la mia
migliore amica. Una settimana dopo mi chiama Howard Alk, che con Dylan
stava preparando il film del tour: 'Ratso, sono stato sveglio tutta la
notte, ho letto il tuo libro. Credevo che eri uno stronzo, invece è
un libro bellissimo. L'ho dato a Bob, l'ha letto anche lui e pensa sia
fantastico... Ma non abbiano idea di che cosa farci'. In seguito mi dissero
che decisero che Renaldo & Clara doveva essere montato seguendo la
traccia del mio libro.
L'altra persona a cui lo mandai, Joni Mitchell, mi telefonò
a casa alle sei del mattino, le tre di notte a Los Angeles, dove viveva
lei: 'Ratso, mi hai fatto dire tutte queste cose!'. 'Cosa vuoi dire: ti
ho fatto dire? E' tutto su registratore, è tutto documentato. Tornatene
a letto e rileggi il libro con calma domani.' Il giorno dopo mi richiama
e mi dice: "E' il libro più fantastico che abbia mai
letto!".
Tutti quelli che parteciparono al tour lo ricordano con
affetto, come un momento di grande amicizia e cameratismo: "Sicuramente
per i musicisti fu così. Vivevano insieme tutto il tempo, facevano
dei grandi party, ognuno
guardava l'esibizione dell'altro. Ma devo dire che Joan
Baez, soprattutto quando arrivò Joni Mitchell, si comportò
un po' da stronza... Forse aveva paura di perdere il posto da primadonna".




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Anche Sloman, dopo quel tour, ha dato un taglio netto
alla sua vita. Basta scrivere musica, si è reinventato una brillante
carriera come scrittore
umoristico e biografico, tra cui la vita di Abbie Hoffman
e un libro con il grande dj newyorkese Howard Stern: "Dopo quell'avventura
diventai
redattore della rivista High Times, un magazine dedito
alla liberalizzazione delle droghe leggere che cercammo di trasformare
in qualcosa di più culturale, chiamando ad esempio a collaborare
Allen Ginsberg. Poi andai a National Lampoon dove divenni un umorista,
quindi ho scritto diversi libri. Sai, avevo scritto articoli su Leonard
Cohen, Lou Reed, intervistato George Harrison,
Bob Dylan... Insomma, avevo scritto dei migliori, che
mi restava da fare? Ho solo il rimpianto di non aver potuto scrivere di
Nick Cave, che ritengo l'unico degno di stare accanto a Dylan fra gli esponenti
delle nuove generazioni. Tempo fa Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers
mi ha chiesto di scrivere con lui un libro... Ma sai, allora era diverso,
ero giovane, ero affamato di storie, oggi non credo sarei in grado di fare
una cosa analoga. Non so se potrei ripetere un'esperienza simile."
Larry 'Ratso' Sloman è una rockstar, se non ci
credete leggete il suo libro, On The Road With Bob Dylan. Cose che potevano
accadere solo nei 70, quando il rock'n'roll era ancora una cosa vera...
Per lui restano ad epitaffio le parole
dello stesso Dylan, quando alla fine della Rolling Thunder
Revue scrisse di suo pugno sul suo tesserino da giornalista: "Tu mi piaci
Larry, ma sei senza controllo...".
Paolo Vites






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