On The Road With Bob Dylan
Intervista a Larry "Ratso" Sloman
di Paolo Vites



Un sentito grazie da parte mia a Paolo Vites per aver concesso a Maggie's Farm questa intervista da lui fatta al mitico Larry "Ratso" Sloman (giornalista e scrittore, amico di Bob Dylan) per Jam n. 88

"Non hai bisogno di una chitarra per essere una rock'n'roll star", disse lo scrittore americano Paul Williams una volta, riferendosi a Bill Graham. E se è certo che il vecchio e compianto Bill è paragonabile a una rockstar per il ruolo da protagonista del rock svolto nella sua vita, certe volte anche i giornalisti musicali possono ambire a quel ruolo.
Soprattutto se sei americano e hai vissuto i Seventies, quando il rock'n'roll era ancora una cosa vera. Immortalati nello splendido film di Cameron Crowe Almost Famous, alcuni di loro ne hanno viste e fatte esattamente come quei
musicisti di cui erano chiamati a scrivere, sapendone poi raccontare le gesta in modo tale da meritarsi un posto in paradiso.
Sicuramente uno di questi è Larry 'Ratso' Sloman che, allora giovane cronista di Rolling Stone, nell'autunno 1975 riceve un invito da un certo Bob Dylan:
"Ok, Larry, meglio tu di chiunque altro. Sei con noi, seguirai il tour e lo racconterai al pubblico".
Se inizialmente sembrava un sogno talmente grande da non potersi neanche sognare, la realtà si sarebbe rivelata quasi un incubo, con il povero cronista vittima di manager invidiosi e di caporedattori idioti, sempre a caccia di scandali piuttosto che di vero giornalismo. Ma sarebbe stata comunque un'avventura così grande da essere immortalata in un libro, quel On The
Road With Bob Dylan, pubblicato originalmente nel 1978, subito divenuto un libro cult per ogni aficionado del cantautore americano e talmente ricercato, perche mai più ristampato, da essere venduto al mercato nero anche a bordate di 200, 300mila lire. Fino a che lo scorso agosto è stato finalmente ristampato, quasi in contemporanea al Bootleg Series 5 che di quel libro è la colonna sonora: "Credo sia una purissima coincidenza, davvero non lo so!", mi
dice scoppiando a ridere Sloman. "Qualche anno fa avevo pensato a pubblicare un'edizione in tiratura limitata: la gente continuava a dirmi, Ratso, perche non ristampi il tuo libro? Qualcuno mi ha chiesto 200 dollari per una copia! Avevo
anche pensato di pubblicare l'edizione integrale, più di 500 pagine, che allora fu accorciata, specialmente per gli appassionati.
Ecco perche Dylan l'ha chiamato il 'Guerra e pace del rock'n'roll,' lui aveva letto la stesura originale! Poi ho pensato, dopo dischi strepitosi come Time Out Of Mind e "Love And Theft", dischi in cui Dylan si è reinventato in modo
brillante ancora una volta, che fosse il momento giusto, e Helter Skelter, l'editore inglese, ha acconsentito a ristamparlo. Curiosamente è una
coincidenza che il libro sia uscito alla fine di agosto, mentre adesso esce il disco di quel tour".
Ma come succede che un giornalista appena più che ventenne finisca on the road con Bob Dylan, l'uomo più riservato del rock business, a documentarne passo dopo passo ogni serata nonchè a incontarne la madre, la moglie, i
compagni di viaggio?
"Avevo cominciato a collaborare con Rolling Stone da poco", racconta, "da circa un anno.
Avevo fatto una recensione di Berlin di Lou Reed che aveva suscitato un certo scalpore, perchè lo avevo definito il Sgt Pepper's degli anni 70. La casa discografica prese la frase, togliendola dal contesto, e la usò per la campagna pubblicitaria, piazzandola ovunque, anche nelle fermate della metropolitana. E
quando l'album fu un fiasco commerciale Lou Reed mi odiò per anni (scoppia a ridere, nda). Al tempo in cui Dylan stava registrando Blood On The Tracks,
poi, mi capitò di incontrare proprio lui, un pomeriggio, per le strade di
New York. Qualcuno della Columbia mi aveva detto che stava registrando un nuovo disco. Mi presentai dicendo che ero un amico di Phil Ochs, che abitavo
con lui. Per il solo fatto che vivevo con Phil Ochs, Bob mi diede una copia del disco ancora non pubblicato e feci un'anteprima per il giornale.
Poi mi mandarono a seguire il primo tour (che sarebbe stato anche l'ultimo, nda) di George Harrison negli Stati Uniti, e lo fecero dopo che Ben Fong Torres e Jann Wenner avevano massacrato i suoi primi concerti. Così fui accolto come uno stronzo, lo stronzo di Rolling Stone.
Ma quando incontrai George nei camerini del Madison Square Garden gli chiesi, per rompere il ghiaccio, visto che lui non voleva parlarmi, se aveva ascoltato le nuove canzoni di,Bob Dylan.
'Certo', mi rispose lui sorpreso, 'Bob mi ha dato una copia. E tu come diavolo fai ad averle ascoltate?' Quando gli dissi che Bob le aveva date anche a me, diventammo grandi amici e venne fuori un'ottima intervista. Insomma, ero
diventato piuttosto conosciuto e Bob mi rispettava perchè ero un giornalista amico dei musicisti, così una sera al Greenwich, mentre giiravo con Roger McGuinn, incontrammo Bob. Stava per partire in tour. Mi disse: "Ci serve un giornalista ch ci segua, meglio tu di qualcun altro". E così cominciò tutto.
Ma comincia anche un'incredibile serie di disavventure, brillantemente raccontate nel libro. Nonostante Dylan si fidi di lui, intorno al musicista ci sono persone che non ne vogliono sapere di avere un giornalista in tour. Su tutte Lou Kemp, amico d'infanzia di Dylan che il musicista aveva messo a capo della tournée proprio per avere vicino una persona fidata.
Kemp si rivelerà un odioso bastardo, che, probabilmente per invidia o per troppo zelo, non lesinerà a Sloman autentici colpi bassi, come chiuderlo a chiave in camera d'albergo per impedirgli di prendere il bus del tour in
partenza, o sabotare la macchina che il cronista ha noleggiato per cercare, disperatamente, di raggiungerli: "Se sono storie vere?", dice scoppiando a ridere. "Hanno ammesso di aver sabotato la mia macchina, quando il tour finì!
Lou Kemp e il suo compagno, Barry Imhoff, un protegé di Bill Graham... Pensavano di tenermi alla larga da Dylan, e onestamente credo che lo facessero per il suo bene. Ma non avevano scrupoli di sorta e poi non avevano capito che io non ero mica Jann Wenner... Quando finalmente li raggiunsi, dopo che mi avevano fatto perdere i primi due concerti, andai da loro urlando: 'Ho cercato di fare il bravo, ho preso un albergo diverso dal vostro per non stare in mezzo ai musicisti, sto cercando di non disturbare e voi continuate a sabotarmi!'.
Proprio in quel momento arrivano Dylan e Joan Baez. "Che succede?", dice Dylan, e io "Me ne vado a casa, non scrivo più niente, mi sono rotto le scatole di essere trattato come un delinquente". E Dylan: "Rilassati amico, di cosa hai bisogno?", e io: "Devo scrivere un articolo per Rolling Stone, lo sai. Ho bisogno di una camera in albergo', e Dylan: 'Dategli una camera'. 'Ho bisogno di una diaria giornaliera.' E Dylan: 'Ok dategliela, di cos'altro hai bisogno?'. E io, urlando: 'HO BISOGNO DI ACCESSO! Accesso ai concerti, accesso al backstage, accesso ai musicisti!'. In seguito Howard Alk, che lavorò a Renaldo & Clara con Dylan, mi disse che avevano pensato di intitolare il film Accesso...".
Se la ride, oggi, Sloman, ma allora, durante il tour, Joan Baez lo soprannominò Ratso, il personaggio sfigato che Dustin Hoffman interpreta in Un uomo da marciapiedi... E' per questo che a un certo punto il libro, dalla prima persona, passa alla terza: Ratso diventa il narratore.
Oltre a questi episodi, il libro è anche un atto di accusa contro il giornalismo musicale fatto di gossip e scandalismo a buon mercato: il direttore di Rolling Stone chiede unicamente a Sloman che scriva se Dylan è andato a letto con
Joan Baez o con qualcun altra, quanti soldi sta guadagnando o perdendo con il tour, non gliene frega niente della musica: "Greil Marcus fece la recensione del libro, ai tempi, e ne parlò bene.
Poi la scorsa estate quando il libro, che negli anni si era guadagnato tanti consensi, fu ristampato Marcus lo recensì di nuovo, attribuendo a Jann Wenner, con cui ai tempi ci mandavamo sempre a quel paese, il grande merito di avermi lanciato come scrittore, di essere stato lui a darmi fiducia. Non credo neanche che Jann abbia mai letto il libro...".
Ma il ritratto di Bob Dylan che esce dal libro è quanto di più candido ci si potrebbe aspettare, viste le tante leggende sull impenetrabilità che circondano l'artista: "Ogni volta che avevo l'occasione di incontrarlo di persona non mi
deludeva mai, mi incoraggiava sempre. Ero un ragazzino, hai presente il film di Cameron Crowe, Almost Famous? Ero così. E leggendo le interviste che feci con sua madre o con Sara, vedrai che erano tutte persone aperte, serene,
senza alcun problema di ego, e allora puoi anche capire che persona splendida è Bob Dylan. Se conosci i suoi figli vedrai che sono anche loro persone splendide. Sara era una donna meravigliosa, intelligente con un grande senso dell'umorismo, lo stesso umorismo di Bob".
Ma poi il tour finisce e Ratso torna a casa: "Avevo qualcosa come cinquanta, sessanta booknotes fitti di appunti, avevo centinaia di nastri di interviste... Usavo la tecnica di Andy Warhol, sempre con il registratore acceso tutto il
tempo. Rolling Stone mi aveva licenziato perchè non avevo scritto quello che volevano loro, non avevo un soldo, ero sfinito. Ma mi misi a trascrivere ogni nastro, scrissi centinaia di pagine di manoscritto, ci misi sei mesi. Poi lo
mandai a due persone, a Dylan e a Joni Mitchell, la mia migliore amica. Una settimana dopo mi chiama Howard Alk, che con Dylan stava preparando il film del tour: 'Ratso, sono stato sveglio tutta la notte, ho letto il tuo libro. Credevo che eri uno stronzo, invece è un libro bellissimo. L'ho dato a Bob, l'ha letto anche lui e pensa sia fantastico... Ma non abbiano idea di che cosa farci'. In seguito mi dissero che decisero che Renaldo & Clara doveva essere montato seguendo la traccia del mio libro.
L'altra persona a cui lo mandai, Joni Mitchell, mi telefonò a casa alle sei del mattino, le tre di notte a Los Angeles, dove viveva lei: 'Ratso, mi hai fatto dire tutte queste cose!'. 'Cosa vuoi dire: ti ho fatto dire? E' tutto su registratore, è tutto documentato. Tornatene a letto e rileggi il libro con calma domani.' Il giorno dopo mi richiama e mi dice: "E' il libro più fantastico che abbia mai
letto!".
Tutti quelli che parteciparono al tour lo ricordano con affetto, come un momento di grande amicizia e cameratismo: "Sicuramente per i musicisti fu così. Vivevano insieme tutto il tempo, facevano dei grandi party, ognuno
guardava l'esibizione dell'altro. Ma devo dire che Joan Baez, soprattutto quando arrivò Joni Mitchell, si comportò un po' da stronza... Forse aveva paura di perdere il posto da primadonna".



La Rolling Thunder Revue resta un flash, un periodo unico della carriera di Dylan, per cui si sono ricercate le più disparate interpretazioni:
"In un certo senso era un tentativo di recuperare le vibrazioni degli anni Sessanta, ma soprattutto Dylan era rimasto male dell'esperienza del
comeback tour con The Band, un tour in grandi arene, dove ci si spostava su jet privati, limousine... Lui non si sentiva come uno dei Rolling Stones, aveva odiato tutta quella faccenda, me lo disse personalmente. La Revue per lui significò fuggire dalla pazzia del music business per ritrovare il calore e la semplicità di un tour informale tra amici. Tutti in un bus come una carovana, arrivare in città il giorno prima, distribuire i volantini pubblicitari in mezzo alla
gente, per strada, concerti in luoghi piccoli e intimi... Verso la fine del tour dovettero scegliere grandi arene perchè i costi del film e della troupe erano diventati veramente alti ma lo spirito di cameratismo tra i musicisti era
rimasto intatto".
Ma si può definire, come hanno detto alcuni, il momento più alto della, sua carriera di performer? "Probabilmente il mio giudizio è partigiano, dettato dal particolare tipo di esperrenza emotiva che mi lega a quel tour. Ero un giovane cronista agli inizi e vedere sera dopo sera quelle performance, con quegli incredibili grandi artisti, naturalmente per me rimane il punto più alto della sua carriera, ma certamente ha continuato a fare grandi cose. Ero a Las Vegas, la scorsa settimana, e Dylan è venuto a suonare. Un grande concerto, sicuramente."
Quali sono le performance che preferisce di questo doppio cd? "Mi piacciono Tonight I'll be Staying Here With You, in studio una canzone un po' melensa che qui acquista una forza enorme, ma sono legato soprattutto alle canzoni di
Desire.
Allora erano nuove, brani ancora inediti che ci colpirono particolarmente: Isis, ad esempio, è una performance straordinaria, uno psicodramma in presa diretta. E poi Sara, quando dice: 'Sono stato sveglio per giorni al Chelsea Hotel, a scrivere Sad Eyed Lady Of The Lowlands per te...'. Certi particolari così intimi della sua vita sono una manna per il fan.
Bob che parla di quando scrisse uno dei suoi capolavori, ti fa entrare nel suo cuore... wow!"
E si può dire che fu allora che Dylan capì che l'andare incessantemente in tour sarebbe stata la sua strada per il resto della vita, l'inizio di quello che oggi chiamiamo Never Ending Tour?
"Se leggi l'ultima intervista con Bob alla fine del libro è proprio quello che profetizzò quando mi disse: 'Questo tour non finirà mai, andare in tour è nel mio sangue'. Lui è a suo agio in queste condizioni, quando è in tour. La gente
non si rende conto di quanto sia dura essere sempre in tour, fisicamente ed emotivamente.
Ma può diventare come una droga, a cui diventi assuefatto. Nell'84 dopo aver prodotto il video Jokerman per lui, lo seguii nel corso del tour europeo, fino a quando ci trovammo a Dublino, allo Slane Castle. C'erano almeno 100mila
persone, una folla impressionante; ero con lui nel backstage e venne il momento di salire sul palco. Ci incamminammo: la gente, da lontano,
cominciava a riconoscere questa piccola figura che si avvicinava e nel frattempo si sentiva il rombo della folla che cresceva sempre più, era
qualcosa di impressionante e capivi che lui percepiva questo e l'adrenalina gli scorreva sempre più forte nel corpo... Insomma capisci cosa significhi essere un musicista che sera dopo sera si appresta a sfidare una folla, qualcosa di così affascinante che ne diventi vittima come una droga, non puoi farne a meno. Da un altro punto di vista, lui si vede come un vecchio bluesman che gira di città in città, senza sosta. Essere on the road gli dà una certa libertà che non avrebbe in altri modi."

E cosa rimane, oggi, di quella avventura? Dylan ha tagliato del tutto i ponti con gente come Bob Neuwirth, Jack Elliott o Joan Baez... "Lui non si ripete, lui cambia costantemente, non mi sorprenderebbe se facesse un tour con Pavarotti, piuttosto che ripetere qualcosa di già fatto. Oggi il '75 è così lontano, appartiene a un'altra vita, lui non è il tipo da nostalgia. E poi negli anni ha
fatto cose analoghe, andando in tour con i Grateful Dead o con Tom Petty."

Anche Sloman, dopo quel tour, ha dato un taglio netto alla sua vita. Basta scrivere musica, si è reinventato una brillante carriera come scrittore
umoristico e biografico, tra cui la vita di Abbie Hoffman e un libro con il grande dj newyorkese Howard Stern: "Dopo quell'avventura diventai
redattore della rivista High Times, un magazine dedito alla liberalizzazione delle droghe leggere che cercammo di trasformare in qualcosa di più culturale, chiamando ad esempio a collaborare Allen Ginsberg. Poi andai a National Lampoon dove divenni un umorista, quindi ho scritto diversi libri. Sai, avevo scritto articoli su Leonard Cohen, Lou Reed, intervistato George Harrison,
Bob Dylan... Insomma, avevo scritto dei migliori, che mi restava da fare? Ho solo il rimpianto di non aver potuto scrivere di Nick Cave, che ritengo l'unico degno di stare accanto a Dylan fra gli esponenti delle nuove generazioni. Tempo fa Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers mi ha chiesto di scrivere con lui un libro... Ma sai, allora era diverso, ero giovane, ero affamato di storie, oggi non credo sarei in grado di fare una cosa analoga. Non so se potrei ripetere un'esperienza simile."
Larry 'Ratso' Sloman è una rockstar, se non ci credete leggete il suo libro, On The Road With Bob Dylan. Cose che potevano accadere solo nei 70, quando il rock'n'roll era ancora una cosa vera... Per lui restano ad epitaffio le parole
dello stesso Dylan, quando alla fine della Rolling Thunder Revue scrisse di suo pugno sul suo tesserino da giornalista: "Tu mi piaci Larry, ma sei senza controllo...".

Paolo Vites




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