"CONTINUERO' A SUONARE
FINCHE' IL FUOCO
NON SARA' SPENTO..."

L'intervista di Karen Hughes - Sidney, 1 Aprile 1978
 



Hughes: A volte, quando parli, è quasi come se le parole fossero energia e troppe parole comportano uno spreco di tale energia... Energia che invece potrebbe essere utilizzata meglio nelle tue canzoni. E' questa la tua sensazione?

Dylan: Assolutamente sì. Io parlo raramente. Raramente amo parlare con qualcuno anche perchè è una cosa falsa, perchè quando parli o conversi con qualcuno è tutto quel che fai. E questa cosa deve essere diretta. Io non riesco a farla in nessun altro modo se non essendo diretto. E molta gente non vuole essere diretta... e allora ti ritrovi alla deriva.

Hughes: Nelle convenzioni sociali della comunicazione?

Dylan: Sì, nelle opinioni e nelle idee. A me non importa di queste cose... (pausa)... sì e no...

Hughes: Oppure te ne importa se hanno alla base dei sentimenti?

Dylan: Beh, sentimenti, sì, e anche esperienza. Se hanno esperienza alla base allora può andar bene. Però... sai... E' come quando qualcuno ti parla dell'Australia... Questa è una cosa, ma quando poi ci vai di persona e la guardi con i tuoi occhi... è un'altra cosa. A me non piace che le cose mi vengano raccontate...

Hughes: Nel momento in cui cominci a scrivere, pensi che sia necessario che tu debba restare da solo e mettere a tacere qualsiasi altra cosa che possa disturbarti?

Dylan: Sì, la penso così. Tu no?

Hughes: Sì, però non trovi che questa cosa sia un po' paradossale?

Dylan: Per cosa?

Hughes: Per la comunicazione.

Dylan: Beh, hai bisogno di qualcosa da comunicare, perciò... (pausa) ...no non penso affatto che sia paradossale.

Hughes: Che tipo di sfogo ti consente il fatto di andartene sempre in giro quando sei in tour?

Dylan: E' difficile da spiegare a qualcuno che non lo fa. Fin da quando ero solo un ragazzino, quando ero solo un bimbo, ero solito guardare i gruppi musicali che venivano in tour nella mia città. Mi è sempre sembrato che fosse quello che dovevo fare. L'unica fuga per me era scender giù dal bus...

Hughes: E oggi invece?

Dylan: E' lo stesso.


Ray Davies

Hughes: Ray Davies una volta ha detto, a proposito del fatto di andare in tour: "Quando sono in giro capisco che devo comunicare con l'esterno. Se non ho un pubblico e mi limito a scrivere, la mia mente comincia a vagare e vagare intorno al soggetto. Ma quando so che devo comunicarlo alla gente, allora la mia mente va dritta al soggetto. Ecco perchè mi piace andare in tour". Sei d'accordo?

Dylan: Sì, sono d'accordo. Mi piace cantare per la gente. Non mi piace cantare ad un microfono in uno studio.

Hughes: Molte persone che vengono a vedere i tuoi concerti lo fanno come se fosse una sorta di pellegrinaggio. A molti piacerebbe incontrarti. Cosa senti di avere da offrire ai tuoi ammiratori su questo tipo di livello individuale?

Dylan: In India ci sono degli uomini che vivono sull'Himalaya e la gente fa lunghi viaggi per andare a sedersi ai loro piedi. E che cosa succede quando si siedono ai loro piedi? Niente. Non succede niente, in genere ricevono una grossa dose di silenzio.

Hughes: In un certo senso questa è una risposta... far tornare la domanda all'interrogatore...

Dylan: Non so se questa sia una risposta. A volte è meglio restarsene zitti che fare un sacco di rumore; perchè quando te ne stai zitto in genere sei maggiormente in armonia con gli uccelli e con le api e i fantasmi della vita...

Hughes: Mediti?

Dylan: Oh, ne so qualcosa di questo argomento ma non seguo alcun rituale giornaliero.


Woody Guthrie

Hughes: Non vedi alcun parallelismo tra il fatto che i tuoi fans cercano di parlarti in privato ed il fatto che un sacco di tempo fa tu stesso sei andato a far visita a Woody Guthrie in un ospedale del New Jersey?

Dylan: No, quando io andai a trovare Woody in quel posto, non c'era molta gente che andava da lui. Era malato. Nessuno sentiva parlare di lui in quei giorni, tranne un piccolo gruppo di persone che suonavano musica folk. Così andai a fargli visita e, sai, non fu come andare a vedere il re.

Hughes: Che tipo di sensazione hai ricevuto dal pubblico Australiano?

Dylan: ....... (lunga pausa) ........ Il fatto che capiscono senza bisogno che qualcuno gli spieghi di che si tratta, di cosa tratta la musica. Che capiscono perchè io sono differente da tutto il resto dei gruppi o della gente che viene a suonare qui. Voglio dire, è una cosa che faccio ormai da moltissimo tempo. In genere accade che uno fa questa cosa finchè qualcun altro arriva a prendere il suo posto. Io lo faccio ancora. E lo farò finchè non arriverà qualcun altro.

Hughes: Ma di certo non arriverà mai nessun altro che sia uguale a te...

Dylan: Beh, è vero, ma in genere le cose vanno così... Arriva qualcun altro, spunta dalla folla, qualcuno di considerevole abilità il quale riesce a fare quel che fai tu e riesce a portarlo avanti facendogli fare un passo ulteriore ..... (pausa) .... Quando il fuoco si è estinto... Io continuerò a farlo finchè il fuoco non sarà spento. Muddy Waters ancora suona, e ha 65-66 anni.

Hughes: E pensi che tu ci riuscirai a resistere così a lungo, ad andare in tour?

Dylan: Se altri ci sono riusciti non vedo perchè non debba riuscirci io.

Hughes: Sì, ma non è qualcosa che ti prende molto da un punto di vista fisico?

Dylan: Beh, sì, ti prende molto quando sei giovane perchè non ti conosci ancora bene. Se guardi alla totalità della cosa e non solo ai frammenti non vedo perchè uno non possa resistere finchè lo desideri. Non è una cosa inusuale anche a 65 o 70 anni. Muddy Waters, io continuo a tornare a Muddy Waters perchè... (pausa) ...Lightning Hopkins era molto vecchio. Non so quanto vecchio perchè non lo diceva ma credo che fosse ben al di là dei cinquant'anni. Bill Munroe ancora dura ed è uno che va per i sessanta.


Muddy Waters

Hughes: Come si può paragonare la reazione del pubblico qui in Australia con quello che hai visto in Giappone, in Nuova Zelanda o negli Stati Uniti?

Dylan: Per quanto riguarda gli Stati Uniti non posso dirlo, non siamo ancora stati negli States con questo show. (Nota del traduttore: a questo punto Dylan inizia un discorso in cui non è chiarissimo a cosa si riferisca. L'unica ipotesi che mi viene in mente è che voglia alludere alle polemiche che c'erano state quando aveva suonato al Budokan di Tokyo: un concerto rock in un tempio dedicato allle arti marziali e alle cerimonie religiose) In Giappone erano molto riservati, come se qualcosa fosse andato distrutto. Non so cosa. Beh, lo sai cosa, io lo so cosa. Tutti lo sanno cos'era. Sì, erano molto riservati, ma forse c'era una barriera linguistica. Probabilmente c'era. Non vedo come non avrebbe potuto esserci. Ma sono stati grandi, le cose sono andate sempre meglio ad ogni nuovo concerto.


Dylan e band in Giappone, 1978

Hughes: E che mi dici della Nuova Zelanda?

Dylan: Quello in Nuova Zelanda è stato un concerto all'aperto. Abbiamo suonato all'aperto in Nuova Zelanda ed il pubblico è stato davvero di gran sostegno.

Hughes: Ti piace la Nuova Zelanda?

Dylan: Beh, sono stato solo ad Auckland, ma il cielo era immenso e...

Hughes: Hanno montagne e mare insieme lì.

Dylan: Sì, i fiori sono strani e gli uccelli sono davvero interessanti. Ne ho visti alcuni che non avevo mai visto prima.

Hughes: Pensi che il fatto di andare in tour ti dia una comunicazione più diretta e quindi il processo creativo sia più rapido?

Dylan: Una cosa alimenta l'altra.

Hughes: Hai detto che andare in tour era un modo di fuggire dal posto in cui vivevi in Minnesota.

Dylan: Beh, era una fuga... Sai era come quando te ne stai seduto tutto il giorno... come quando il treno arriva in città e tu vedi tutte quelle facce che ti osservano dai finestrini.

Hughes: Già, come quando sei seduto in aeroporto e vedi tutta quella gente che viene e che va.

Dylan: Esatto, era così, era proprio così.

Hughes: Che sentimenti hai nei confronti del Minnesota oggi? Senti una qualche attrazione?

Dylan: Sì, ogni tanto ancora ci torno.

Hughes: Perchè possiedi del terreno lì, non è vero?

Dylan: Sì. Conosco ancora delle persone lì, e ogni tanto ci ritorno.

Hughes: Vai ancora alle riunioni scolastiche?

Dylan: No.

Hughes: Lo hai fatto?

Dylan: Ci sono andato una volta in... ehm... Ci sono andato una volta, sono andato alla decima.

Hughes: Quando è stato, nel '63?

Dylan: Nel 1969, ho solo fatto una capatina veloce

Hughes: Disegni molto in questi giorni?

Dylan: No.

Hughes: Come mai?

Dylan: Tempo.

Hughes: Ma ti piacerebbe?

Dylan: Certo.

Hughes: Che genere di soddisfazione ne trai?

Dylan: Una volta dipingevo tutto il giorno. L'ho fatto per un paio di mesi a New York. E' stato due o tre anni fa, era il 74/75. Lo facevo tutti i giorni dalle otto di mattina fino alle quattro di pomeriggio con una pausa. Era una cosa che mi teneva legato al tempo presente più di ogni altra cosa che mai avessi fatto in passato. Più di qualsiasi delle esperienze che avessi fatto, più di ogni altra illuminazione che mai avessi avuto. Perchè ero costantemente mescolato a me stesso (nota del traduttore: Dylan utilizza proprio il termine "intermingled", mischiato, mescolato) e a tutti i differenti me stesso che c'erano dentro di me, finchè ne andava via uno, poi ne andava via un altro, finchè arrivavo a quello con cui avevo familiarità.

Hughes: Chi sono i tuoi amici in questi giorni?

Dylan: Ho gli stessi vecchi amici che ho sempre avuto. Persone che sono simili a me (nota del traduttore: Dylan utilizza il termine "akin" che in realtà è anche "consanguineo"). Nessuno dei miei amici mi guarda con timore reverenziale, non c'è nessuno intorno a me che pensa che io sia un leader. E' difficile spiegare chi sono; sono solo persone; persone come te e me.


traduzione di Michele Murino

fine prima parte

- continua -

clicca qui per la seconda parte
 


E' UNA PRODUZIONE
TIGHT CONNECTION