Sheffield University Paper
Maggio 1965
(Data dell'intervista: 30 Aprile 1965)

"Bob Dylan"

di Jenny De Yong e Peter Roche

"I try to harmonise with songs the lonesome sparrow sings," ha cantato Bob Dylan, da solo sul palco in una City Hall piena lo scorso Venerdì: Dylan stesso sembra un passero - un passero magro, patito, arruffato - ma un passero che canta al ritmo di 2.000 sterline a concerto.

I suoi occhi cerchiati di scuro sembravano spuntare da sotto la conglomerazione che lo circondava (due microfoni, un tavolo con due bicchieri di acqua assai necessaria ed un'armonica attorno al collo), mentre le sue penetranti canzoni convincevano persino i più cinici che Bob Dylan è degno di tutte le lodi che gli sono state tributate e sotto le quali i suoi estimatori temono che egli possa rimanere soffocato.

Una parte essenziale dell'immaginario popolare è il senso di solitudine di Bob Dylan. Egli lo canta con immagini simboliche. Canta anche di amarezza, di "Flesh-coloured Christs that glow in the dark". Non si cada nell'errore però - Dylan è in grado di scrivere con brillanti immagini canzoni che riguardano la guerra e la violenza ma può scrivere con eguale capacità di penetrazione anche a proposito di cose che sono la realtà per la gran parte del suo pubblico, come un ragazzo che cerca di persuadere la sua ragazza a rimanere per la notte.

Dylan è stato etichettato in vari modi, un dio con la camicia di denim azzurro, un Socrate che suona la chitarra e che corrompe la gioventù aprendo le porte al teppismo, ammonendo i genitori: "Your sons and your daughters are beyond your command". E' stato per questo motivo che lo abbiamo avvicinato con una certa trepidazione (ed una considerevole difficoltà). Eravamo pronti ad incontrare l' "imbronciato, annoiato Sig. Dylan" a proposito del quale così tanto è stato scritto sui giornali - ed abbiamo trovato invece un individuo molto stanco ma desideroso di parlare. Ha risposto alle nostre domande nella sua stanza del Grand Hotel, appollaiato sul ciglio di un divano, una tazza di caffè nero in una mano, una sigaretta (marca Player's) nell'altra. Attorno a lui il suo entourage: un duro, volubile manager con fluenti capelli grigi; un giovanotto con gli occhiali neri ed una (bella?) giacca che parlava alla maniera hip; un negro massiccio con un mento seducente; una ragazza scura e chiacchierona che maneggiava un iris di plastica.

Dylan parla velocemente - la sua voce è molto bassa. Anche quando parla di argomenti che sente particolarmente (la Stampa, per esempio) il suo tono rimane pacato. La sua faccia magra e pallida ha un'aspetto fragile e quasi trasparente - sebbene questo sia probabilmente dovuto in parte alla mancanza di sonno ("Non ha dormito per niente per tre giorni", ci ha confidato Joan Baez). La Signora Baez, la quale ha in programma di fare un tour in Gran Bretagna in autunno, sedeva in silenzio in un angolo della stanza, osservando attentamente Dylan mentre questi parlava.

Domanda: Per iniziare con una domanda ovvia: cosa ne pensi di Donovan e della sua "Catch the Wind?"

Dylan: Mi piace quella canzone e lui la canta molto bene. Però è molto giovane e la gente potrebbe cercare di cambiarlo in qualcosa che egli non è; è qualcosa cui deve stare attento. Ma la canzone è O.K.

Domanda: Non trovi che la melodia assomigli molto alla tua "Chimes of Freedom"?

Dylan: Oh, non mi importa se ha preso qualcosa da me; non mi importa quello che gli altri cantanti fanno con le mie canzoni, non mi fanno nulla di male. Come con gli Animals e "Baby Let Me Follow You Down", non mi è importato niente. Ho incontrato gli Animals a New York, sono O.K., mi è piaciuta la loro ultima canzone, "Don't Let Me be Misunderstood", è davvero bella.

Domanda: E veniamo al tuo ultimo singolo, "Subterranean Homesick Blues", [molte?] persone sembrano preoccupate perchè ci sono chitarre elettriche e batteria.

Dylan: Sì, in effetti abbiamo avuto un sacco musicisti quando abbiamo registrato quella traccia, musicisti veramente hip, non solo gente che ho raccolto per strada, ci siamo riuniti tutti insieme e ci siamo messi a ballare. Comunque è solo una canzone in tutto l'album.

Domanda: Perchè pubblicarlo come singolo?

Dylan: Quello non l'ho deciso io, è stata la Casa Discografica. La Casa Discografica mi dice "E' il momento per un nuovo album", io vado e registro le canzoni (segue una parte incomprensibile)... Non volevo registrare un singolo.

Domanda: Non hai paura che ti trasformino in una popstar?

Dylan: Non possono trasformarmi in niente; scrivo semplicemente le mie canzoni, questo è tutto. Non possono cambiarmi in alcun modo, nè possono cambiare le mie canzoni. "Subterranean" suona un po' diversa per l'accompagnamento elettrico, ma l'ho già avuto un accompagnamento simile sulle mie canzoni prima d'ora, ad esempio in "Corrain" (Dylan si riferisce a "Corrina, Corrina" su "Freewheelin'").

Domanda: Quali sono le canzoni preferite tra le tue?

Dylan: Intendi dire tra quelle che ho scritto io? Beh, dipende da come mi sento; penso che una canzone ti sembra bella a seconda del momento giusto in cui la ascolti. Comunque mi piacciono quelle del nuovo album, e di quello precedente mi piaceva molto "I don't believe you".

Domanda: Le tue canzoni sono cambiate un sacco negli ultimi due anni. Stai cercando di cambiare deliberatamente il tuo stile o si tratta di un'evoluzione naturale?

Dyaln: Oh, è una cosa naturale, credo. La grande differenza è che le canzoni che scrivevo l'anno scorso, canzoni come "Ballad in Plain D", erano quelle che io chiamo canzoni unidimensionali, invece le mie nuove canzoni cerco di renderle più tridimensionali, capisci, ci sono più simbolismi, sono scritte su più livelli.

Domanda: Quanto tempo ti ci vuole per scrivere una canzone? Diciamo una canzone come "Hard Rain"?

Dylan: Beh, ho scritto "Hard Rain" mentre ero ancora nelle strade, credo che sia stata la prima canzone tridimensionale che ho scritto. Per scriverla mi ci è voluto - oh, circa due giorni.

Domanda: E questa è la norma?

Dylan: No, quello è un tempo troppo lungo; in genere le scrivo molto più velocemente, a volte in un paio di ore.



Domanda: Te la sentiresti di affermare che le tue canzoni contengono sufficiente poesia da poter avere un valore anche senza la musica?

Dylan: Se non ci riescono allora non sono quel che io voglio che siano. Di base credo di essere più interessato alla scrittura che all'esibizione.

Domanda: Questo spiega tutte quelle poesie che metti sul retro dei tuoi album?

Dylan: Oh, quelle (ride) - beh quelle in un certo senso le scrivo per il terrore, ho paura che non durerò molto a lungo perciò scrivo le poesie dovunque mi riesca di metterle, sul retro dei miei album, sul retro degli album di Joan, capisci, dovunque...

Domanda: Perchè pensi che la stampa nazionale ti dipinge sempre come uno arrabbiato e annoiato e tutto il resto?

Dylan: Questo avviene perchè mi fanno sempre le domande sbagliate, domande del tipo 'Cosa hai mangiato a colazione', 'Qual è il tuo colore preferito', roba del genere. I giornalisti, amico, sono solo scrittori falliti, romanzieri frustrati, non mi feriscono appiccicandomi stupide etichette. Hanno tutta una serie di idee preconcette su di me, perciò li prendo in giro.

Domanda: Che ne pensi del fatto che sei stato etichettato come la voce della tua generazione?

Dylan: Beh, non saprei. Voglio dire, ho ventiquattro anni, come posso parlare a nome di gente che ne ha 17 o 18? Non posso essere la voce di qualcun altro. Se questi ultimi si sentono associati a me OK, ma non posso dare voce a gente che non ha voce. Tu diresti che io sono la tua voce?

Domanda: Beh, tu riesci a dire un sacco di cose che a me piacerebbe dire, solo che non ho le parole.

Dylan: Già, ma non è la stessa cosa che essere la tua voce.

Domanda: No, però è qualcosa.


traduzione di Michele Murino


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