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HO DI NUOVO VENT'ANNI |
Abbiamo analizzato i versi del suo ultimo album
e trovato omaggi a Hemingway, citazioni da Shakespeare e William
Blake, furtarelli da Sinatra e Scott Fitzgerald.
Con «Love and Theft» il musicista torna ai tempi d'oro quando
la
risposta la portava il vento. Un vento che
soffia ancora.
di Ranieri Polese
Dicono che i tempi sono difficili/se non mi credi
dà retta al tuo naso/Per me non è un problema, i tempi sono
difficili dappertutto/Dobbiamo solo stare a vedere come andranno le cose».
Così scrive e canta Bob Dylan in Floater (Vagabondo), una delle
12 canzoni nuove dell'album Love And Theft (Amore e Furto) appena uscito.
Quello che ha fatto gridare critici devoti, maniaci collezionisti e ascoltatori
comuni al miracolo: il caro vecchio Bob è ancora qui e lotta insieme
a noi. In un ritmato viavai di tributi al passato, di autocitazioni, di
rinnovati stupori e moderne sgradevolezze per dirci che tutti i nostri
ieri sono ancora qui, che il futuro non può essere troppo diverso
dal passato, che il primo amore in fondo è anche l'ultimo.
Nei fatti, e grazie a Dio, Mr. Tamburino non
ha nessuna voglia di cambiare. Degli smarrimenti religiosi di qualche tempo
fa, delle sbandate cristiane o new age si è
fortunatamente persa la traccia. La voce oggi è volutamente più
rauca, e nuove sono le foto con i baffetti e i capelli neri quasi fosse
un guitto che fa il verso a Clark Gable nei panni di Rhett Butler. Ma il
«rubato» (Solo a lui riesce così) che fa entrare nella
misura ritmica una quantità straripante di parole è quello
di sempre. E anche il vocabolario non è mutato: «times»
e «rains» ritornano con il loro carico simbolico, con echi
desiderati o a volte inattesi. Il vento soffia ancora nelle sue canzoni,
magari è una brezza d'estate «a summer's breeze is blowing»,
Summer Days ). Ma a volte di notte il vento sussurra qualcosa che non sempre
si riesce a capire ( «last night the wind was whispering»,
l'altra notte il vento mormorava qualcosa, cercavo di capire che cosa,
mi dico: forse qualcosa sta per succedere, ma non succede mai niente, da
Lonesome Day Blues).
Chi canta, comunque, è sempre troppo lontano
da casa, perchè ha la mente distante «milioni di miglia»
(Lonesome Day Blues ,
ma già nel '62, in Song to Guthrie diceva:
«I'm out there a thousand miles from my home» ). Ci sono ancora
highways lungo cui andarsene, la strada è ancora là, c'è
sempre un treno che parte per non si sa dove. E riappare anche la morte:
il Dylan giovane parlava di «grave» e di «tombstone»
, di fosse e di lapidi: oggi c'è una «bara che avanza nella
strada».
Malinconico però non nostalgico, se è
tornato
a essere il Dylan che era non è perche si è arreso ai ricatti
della memoria, alla forza del rimpianto. Ma forse perchè ha raggiunto
la stagione di chi può finalmente abbracciare il passato, farsene
una ragione,
guardarlo, viverlo. Magari perfino concedendosi
qualcosa che un tempo non si poteva, l'omaggio a Papa Hemingway: proprio
nella più struggente ballata d'amore, Moonlight ( «won't you
meet me out in the moonlight alone?», dice il refrain, non vorresti
incontrarmi da solo al chiaro di luna?), ecco spuntare la citazione. «For
whom does the bell toll for, love?", per chi suona la campana, amore mio?
E la risposta è: "It tolls for you and me...». Miracolosamente
scampato ai danni irreparabili della sovrae-
sposizione (quante tournee, quanti tributi per
i suoi 60 anni, quanto rumore per la sua candidatura al Nobel, quanto spaesa-
mento in quell'esibizione davanti al Papa), Bob
Dylan ritrova se stesso. Il se stesso di sempre, quello che già
era nel '62, all'uscita del primo album (Bob Dylan), manifesto perfetto
e completo di una poetica che ora ritroviamo intatta. Nelle musiche e soprattutto
nelle parole, con le sue combinazioni ardite della grande tradizione populista
(Woody Guthrie e John Steinbeck), dei blues e dei beatnicks (Leadbelly
e Allen Ginsberg), della Bibbia e di Walt Whitman, dei gospel e di Elvis
Presley, di James Dean e Rimbaud. Ecco, il Dylan di oggi è come
quello di quarant'anni fa. Che non ha paura a cominciare una
canzone (Moonlight) con un giro di parole- «The
seasons, they are turning" -uguale a quello celebrato del '64, «The
times they are a-changing". Come se gli «hard times» non avessero
inciso troppo sulla qualità della sua ispirazione, come se le «hard
rains
che gli sono, ci sono cadute addosso non avessero
portato via altro che scorie inessenziali. Insomma, come se il ragazzo
di Duluth, Minnesota, nato li 24 maggio del '41 con il nome di Robert Allen
Zimmerman, fosse ancora lo stesso di allora.
In America lo considerano un poeta, ma senza
quella retorica che anima da noi il fastidioso tormentone su cantautori
e/o poeti.
Semplicemente, dicono le sue biografie, «è
l'uomo che ha dato contenuto letterario ai versi delle canzoni rock". Questo
non toglie che proprio a partire dalla sua produzione letteraria sia fiorita
una bibliografia sterminata (per averne un'idea, è di grande
aiuto il saggio di Alessandro Carrera, La voce
di Bob Dylan, Feltrinelli), e una miriade di siti Internet dove ogni testo
viene interpretato e sezionato grazie anche ai continui interventi di coltissimi
fan. Repertori bizzarri, a volte utili, come utile è
il sito italiano (lovetesti.htm) con testi, traduzioni
e note di questo Love and Theft.
Letterato e poeta in realtà Dylan lo è,
come denunciano la varietà dei suoi furti, la ricchezza delle citazioni,
le sorprese che cela dietro le più colloquiali espressioni. Già
nel '63, con A Hard Rain's a-Gonna Fall, si era appropriato di una ballata
scozzese del 14° secolo, Lord Randall.
Poco deve meravigliare se ora, in questa nuovissima
raccolta, ricorrono personaggi di Shakespeare (Romeo e Giulietta in Floater,
Vagabondo), di Lewis Carroll (Tweedledee and Teedledum, i due gemelli dispettosi
di Attraverso lo specchio ), versi di William Blake (in By and By), frasi
di Francis Scott Fitzgerald (Summer Days riprende il Grande Gatsby), drammi
di Tennessee Williams (ancora in Tweedle dee... si legge: «They're
taking a streetcar named desire» )
insieme a blues, versetti biblici e perfino Frank
Sinatra. Qualcosa che ricorda la libertà e l'ambiguità del
suo più affezionato esti-
matore italiano, Franco Battiato, che costellava
i testi de La voce del padrone con una serie impressionante di omaggi-citazioni,
molti dei quali di provenienza dylaniana.
Ma fin qui abbiamo parlato del laboratorio, degli
attrezzi che Dylan adopera. C'è un di più, ed è la
qualità imponderabile (tu chiamala se vuoi, poesia) che gli permette
di combinare microracconti del mondo in cui si vive come pietre che rotolano
con l'amarezza dei fallimenti sentimentali.
«Son dovuto andare a incontrare un certo
Mr. Goldsmith/un tipo cattivo, sporco, doppiogiochista, uno insomma che
ti pugnala alle spalle/ma l'ho fatto per te e tu, tutto quello che mi hai
dato in cambio è stato un sorriso/Be', ho pianto per te, ora tocca
a te piangere un po'» (Cry A While). Poco importa riconoscere furti
e citazioni da Sinatra ( «I Cried For
You») o da Julie London «Cry Me a
River» ): ci basta la sconsolata elegia di questo amore che amore
non è. E ancora: «Ho una voglia pazza della velocità
che brucia, devo saltare su una Ford Mustang /Salta su un vagone, amore
mio, butta giù le mutandine/Posso scriverti poesie, far perdere
la testa a un vero uomo/non sono un porco senza parrucca, spero solo che
mi tratti bene/Là fuori tutto va a pezzi /Acqua alta dappertutto»
(High Water): in un colpo solo ecco spazzati via i tributi ai grandi del
blues, i ricordi dell'epopea degli hobos, l'accorato e mai cancellato ricordo
dei personaggi di Furore di Steinbeck.
Tempi e stagioni sono cambiati. Dylan no. «Il
futuro per me /è già una cosa del passato /Sei stato il mio
primo amore/Sarai anche l'ultimo». E non si sa se sia più
giusto registrare con ammirazione il criptico omaggio a Eliot «time
present and time past...» dai Quattro Quartetti) o ringraziarlo per
la dolcissima rima «past/last». Come i classici, Dylan non
si esaurisce in un ascolto solo, in una prima lettura. Ha tesori nascosti
in serbo, ha continue sorprese da offrire, ha «segreti che potrebbero
strangolare un uomo» e sa cantare «inni all'amore con rime
coperte di zucchero» .
«Se solo tu potessi capirlo» , dice
alla sua donna, «saresti onesta con me» (Honest With Me). Ma
in fondo, che importa. «Non mi pento di nessuna cosa che ho fatto,
son contento di aver combattuto, spero solo che abbiamo vinto. Quando lasciai
casa mia il cielo si squarciò, ma non ho mai voluto tornare indietro,
piuttosto avrei preferito morire. Però tu non capisci quello che
sento per te: se solo lo capissi, saresti onesta con me» .La vita
può essere vana, a volte crudele. Ma quando la ballata ritrova il
suo refrain, come fare a non illuderci che valga ancora la pena viverla?
Ranieri Polese
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