da "Sette", settimanale del Corriere della Sera, n. 38 - 20 settembre 2001

 
Parola di Dylan
HO DI NUOVO VENT'ANNI

Abbiamo analizzato i versi del suo ultimo album e trovato omaggi a Hemingway, citazioni da Shakespeare e William
Blake, furtarelli da Sinatra e Scott Fitzgerald. Con «Love and Theft» il musicista torna ai tempi d'oro quando la
risposta la portava il vento. Un vento che soffia ancora.

di Ranieri Polese

Dicono che i tempi sono difficili/se non mi credi dà retta al tuo naso/Per me non è un problema, i tempi sono difficili dappertutto/Dobbiamo solo stare a vedere come andranno le cose». Così scrive e canta Bob Dylan in Floater (Vagabondo), una delle 12 canzoni nuove dell'album Love And Theft (Amore e Furto) appena uscito. Quello che ha fatto gridare critici devoti, maniaci collezionisti e ascoltatori comuni al miracolo: il caro vecchio Bob è ancora qui e lotta insieme a noi. In un ritmato viavai di tributi al passato, di autocitazioni, di rinnovati stupori e moderne sgradevolezze per dirci che tutti i nostri ieri sono ancora qui, che il futuro non può essere troppo diverso dal passato, che il primo amore in fondo è anche l'ultimo.
Nei fatti, e grazie a Dio, Mr. Tamburino non ha nessuna voglia di cambiare. Degli smarrimenti religiosi di qualche tempo
fa, delle sbandate cristiane o new age si è fortunatamente persa la traccia. La voce oggi è volutamente più rauca, e nuove sono le foto con i baffetti e i capelli neri quasi fosse un guitto che fa il verso a Clark Gable nei panni di Rhett Butler. Ma il «rubato» (Solo a lui riesce così) che fa entrare nella misura ritmica una quantità straripante di parole è quello di sempre. E anche il vocabolario non è mutato: «times» e «rains» ritornano con il loro carico simbolico, con echi desiderati o a volte inattesi. Il vento soffia ancora nelle sue canzoni, magari è una brezza d'estate «a summer's breeze is blowing», Summer Days ). Ma a volte di notte il vento sussurra qualcosa che non sempre si riesce a capire ( «last night the wind was whispering», l'altra notte il vento mormorava qualcosa, cercavo di capire che cosa, mi dico: forse qualcosa sta per succedere, ma non succede mai niente, da Lonesome Day Blues).
Chi canta, comunque, è sempre troppo lontano da casa, perchè ha la mente distante «milioni di miglia» (Lonesome Day Blues ,
ma già nel '62, in Song to Guthrie diceva: «I'm out there a thousand miles from my home» ). Ci sono ancora highways lungo cui andarsene, la strada è ancora là, c'è sempre un treno che parte per non si sa dove. E riappare anche la morte: il Dylan giovane parlava di «grave» e di «tombstone» , di fosse e di lapidi: oggi c'è una «bara che avanza nella strada».
Malinconico però non nostalgico, se è tornato a essere il Dylan che era non è perche si è arreso ai ricatti della memoria, alla forza del rimpianto. Ma forse perchè ha raggiunto la stagione di chi può finalmente abbracciare il passato, farsene una ragione,
guardarlo, viverlo. Magari perfino concedendosi qualcosa che un tempo non si poteva, l'omaggio a Papa Hemingway: proprio nella più struggente ballata d'amore, Moonlight ( «won't you meet me out in the moonlight alone?», dice il refrain, non vorresti incontrarmi da solo al chiaro di luna?), ecco spuntare la citazione. «For whom does the bell toll for, love?", per chi suona la campana, amore mio? E la risposta è: "It tolls for you and me...». Miracolosamente scampato ai danni irreparabili della sovrae-
sposizione (quante tournee, quanti tributi per i suoi 60 anni, quanto rumore per la sua candidatura al Nobel, quanto spaesa-
mento in quell'esibizione davanti al Papa), Bob Dylan ritrova se stesso. Il se stesso di sempre, quello che già era nel '62, all'uscita del primo album (Bob Dylan), manifesto perfetto e completo di una poetica che ora ritroviamo intatta. Nelle musiche e soprattutto nelle parole, con le sue combinazioni ardite della grande tradizione populista (Woody Guthrie e John Steinbeck), dei blues e dei beatnicks (Leadbelly e Allen Ginsberg), della Bibbia e di Walt Whitman, dei gospel e di Elvis Presley, di James Dean e Rimbaud. Ecco, il Dylan di oggi è come quello di quarant'anni fa. Che non ha paura a cominciare una
canzone (Moonlight) con un giro di parole- «The seasons, they are turning" -uguale a quello celebrato del '64, «The times they are a-changing". Come se gli «hard times» non avessero inciso troppo sulla qualità della sua ispirazione, come se le «hard rains
che gli sono, ci sono cadute addosso non avessero portato via altro che scorie inessenziali. Insomma, come se il ragazzo di Duluth, Minnesota, nato li 24 maggio del '41 con il nome di Robert Allen Zimmerman, fosse ancora lo stesso di allora.
In America lo considerano un poeta, ma senza quella retorica che anima da noi il fastidioso tormentone su cantautori e/o poeti.
Semplicemente, dicono le sue biografie, «è l'uomo che ha dato contenuto letterario ai versi delle canzoni rock". Questo non toglie che proprio a partire dalla sua produzione letteraria sia fiorita una bibliografia sterminata (per averne un'idea, è di grande
aiuto il saggio di Alessandro Carrera, La voce di Bob Dylan, Feltrinelli), e una miriade di siti Internet dove ogni testo viene interpretato e sezionato grazie anche ai continui interventi di coltissimi fan. Repertori bizzarri, a volte utili, come utile è
il sito italiano (lovetesti.htm) con testi, traduzioni e note di questo Love and Theft.
Letterato e poeta in realtà Dylan lo è, come denunciano la varietà dei suoi furti, la ricchezza delle citazioni, le sorprese che cela dietro le più colloquiali espressioni. Già nel '63, con A Hard Rain's a-Gonna Fall, si era appropriato di una ballata scozzese del 14° secolo, Lord Randall.
Poco deve meravigliare se ora, in questa nuovissima raccolta, ricorrono personaggi di Shakespeare (Romeo e Giulietta in Floater, Vagabondo), di Lewis Carroll (Tweedledee and Teedledum, i due gemelli dispettosi di Attraverso lo specchio ), versi di William Blake (in By and By), frasi di Francis Scott Fitzgerald (Summer Days riprende il Grande Gatsby), drammi di Tennessee Williams (ancora in Tweedle dee... si legge: «They're taking a streetcar named desire» )
insieme a blues, versetti biblici e perfino Frank Sinatra. Qualcosa che ricorda la libertà e l'ambiguità del suo più affezionato esti-
matore italiano, Franco Battiato, che costellava i testi de La voce del padrone con una serie impressionante di omaggi-citazioni,
molti dei quali di provenienza dylaniana.
Ma fin qui abbiamo parlato del laboratorio, degli attrezzi che Dylan adopera. C'è un di più, ed è la qualità imponderabile (tu chiamala se vuoi, poesia) che gli permette di combinare microracconti del mondo in cui si vive come pietre che rotolano con l'amarezza dei fallimenti sentimentali.
«Son dovuto andare a incontrare un certo Mr. Goldsmith/un tipo cattivo, sporco, doppiogiochista, uno insomma che ti pugnala alle spalle/ma l'ho fatto per te e tu, tutto quello che mi hai dato in cambio è stato un sorriso/Be', ho pianto per te, ora tocca a te piangere un po'» (Cry A While). Poco importa riconoscere furti e citazioni da Sinatra ( «I Cried For
You») o da Julie London «Cry Me a River» ): ci basta la sconsolata elegia di questo amore che amore non è. E ancora: «Ho una voglia pazza della velocità che brucia, devo saltare su una Ford Mustang /Salta su un vagone, amore mio, butta giù le mutandine/Posso scriverti poesie, far perdere la testa a un vero uomo/non sono un porco senza parrucca, spero solo che mi tratti bene/Là fuori tutto va a pezzi /Acqua alta dappertutto» (High Water): in un colpo solo ecco spazzati via i tributi ai grandi del blues, i ricordi dell'epopea degli hobos, l'accorato e mai cancellato ricordo dei personaggi di Furore di Steinbeck.
Tempi e stagioni sono cambiati. Dylan no. «Il futuro per me /è già una cosa del passato /Sei stato il mio primo amore/Sarai anche l'ultimo». E non si sa se sia più giusto registrare con ammirazione il criptico omaggio a Eliot «time present and time past...» dai Quattro Quartetti) o ringraziarlo per la dolcissima rima «past/last». Come i classici, Dylan non si esaurisce in un ascolto solo, in una prima lettura. Ha tesori nascosti in serbo, ha continue sorprese da offrire, ha «segreti che potrebbero strangolare un uomo» e sa cantare «inni all'amore con rime coperte di zucchero» .
«Se solo tu potessi capirlo» , dice alla sua donna, «saresti onesta con me» (Honest With Me). Ma in fondo, che importa. «Non mi pento di nessuna cosa che ho fatto, son contento di aver combattuto, spero solo che abbiamo vinto. Quando lasciai casa mia il cielo si squarciò, ma non ho mai voluto tornare indietro, piuttosto avrei preferito morire. Però tu non capisci quello che sento per te: se solo lo capissi, saresti onesta con me» .La vita può essere vana, a volte crudele. Ma quando la ballata ritrova il suo refrain, come fare a non illuderci che valga ancora la pena viverla?
Ranieri Polese
 
 

MAGGIE'S FARM

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