UNO, NESSUNO E CENTOMILA: SELF PORTRAIT DI
BOB DYLAN
di Sandro Naglia
Self Portrait è uno dei capitoli più controversi
della biografia artistica di Bob Dylan. È rimasto famoso l'incipit
della recensione che al disco dedicò il noto critico di musica rock
Greil Marcus, in altre occasioni acceso sostenitore di Dylan: "Cos'è
'sta merda?". Dylan fu accusato di giocare deliberatamente ad alienarsi
il suo pubblico, e rispose dicendo che la Storia avrebbe dimostrato l'importanza
delle sue sperimentazioni.
Cos'era l'oggetto di tanta querelle?
Dopo l'incidente del 1966 e quasi due anni di silenzio
discografico (durante i quali in realtà aveva scritto e inciso con
la Band un'infinità di canzoni confluite poi in The Basement Tapes
e vari bootlegs) Dylan era "tornato" con l'LP John Wesley Harding, un disco
molto diverso dai precedenti ma accolto molto favorevolmente, e poi con
Nashville Skyline, in cui il deciso avvicinamento ad un certo tipo di musica
country aveva lasciato molto perplessi i critici, ottenendo d'altro canto
un gran successo di vendite. Self Portrait, uscito nel 1970, era un LP
doppio, dove però su 24 tracce solo 14 erano canzoni di Dylan, di
cui 10 nuove (ma solo 5 potevano propriamente definirsi "canzoni") e altre
4 riprese "live" dalla disastrosa esibizione con la Band al Festival dell'Isola
di Wight nell'agosto del 1969.
A questo disco - unanimemente stroncato e tuttora considerato
uno dei momenti più bassi della produzione dylaniana - sono state
date molte "giustificazioni": un momento di crisi creativa (ipotesi plausibile,
ma con l'occhio di oggi bisogna dire che Dylan aveva comunque sfornato
due LP in due anni e mezzo, e solo quattro mesi dopo sarebbe uscito il
bel New Morning), un accesso autolesionistico o effettivamente la voglia
di "distruggere il proprio mito". Queste due ultime tesi hanno sicuramente
una base di verità: se da un lato Dylan è una delle persone
più schiave dei propri umori (a volte autolesionistici) di questa
terra, dall'altro ha sempre avuto un pessimo rapporto con la fama intesa
come glamour e soprattutto come "museificazione".
Ma io vorrei proporre un'altra tesi: fermo restando che
Self Portrait non è un bel disco, e se fosse veramente un esperimento?
Magari non del tutto riuscito, ma comunque un tentativo di concept album
più interessante di quanto appare in superficie?
Il titolo, innanzitutto: è stato visto come ironico,
o addirittura irriverente nei confronti del pubblico, ma potrebbe in realtà
essere fondamentalmente sincero. In questo disco Dylan presenta soprattutto
delle cover, ma forse era un modo di omaggiare la propria storia musicale,
le proprie radici, come più di vent'anni dopo farà con Good
as I been to you, accolto peraltro piuttosto bene da pubblico e critica.
In ogni caso, ad un ascolto obiettivo a tanti anni di distanza (anni in
cui la proposta di cover, più o meno note, da parte di Dylan è
stata grandemente accettata dai suoi fans) direi che fra le cover di Self
Portrait ci sono dei piccoli gioielli, soprattutto lì dove l'uso
della voce da parte di Dylan rivela un filtro sottilmente ironico nell'approccio
a queste canzoni (I forgot more than you'll ever know about blues; Early
mornin' rain - ascoltate bene come Dylan canta i primi due versi della
terza strofa! -; Let it be me) , come pure ci sono dei momenti veramente
bassi, forse perché lo stesso filtro ironico non ha funzionato (come
in The boxer).
Una buona fede di fondo, insomma, in cui si insinua quel
che di maldestro o di "non finito" che spesso ha accompagnato Dylan
nei suoi progetti più grandiosi (il film Renaldo&Clara ne è
il maggior esempio). Dylan è un artista geniale soprattutto nell'estemporaneità,
ma l'estemporaneità, si sa, comporta molti rischi, a cui del resto
Dylan non si è mai sottratto.
Quella che sicuramente non sembra "improvvisata" è
la struttura dell'album: quattro facciate con sei canzoni ciascuna; al
di là dell'"introduzione", la prima e l'ultima traccia sono due
versioni della stessa canzone.
L' "introduzione" è costituita da All the tired
horses, certo un brano non bello. Un coro femminile, accompagnato da chitarra,
organo e archi (con tanto di pizzicati e tremoli), ripete i versi: "All
the tired horses in the sun / How 'm I suppos'd to get any ridin' done?".
L'assonanza fra ridin' (cavalcare) e writin' (scrivere) ha fatto pensare
a molti ad una dichiarazione di "crisi creativa" ("come potrò più
scrivere?"). Ma la cosa più evidente (ed importante) è che
Dylan non canta questo pezzo d'apertura. L'"autoritratto" comincia in absentia,
e la prima facciata del disco prosegue in maniera altrettanto programmatica:
la prima canzone che Dylan canta, Alberta#1, è una sorta di "prima
lettura" registrata (che inizia con dei rumori di fondo nello studio di
registrazione, esattamente come accadrà più di 25 anni dopo
in Time Out of Mind), un "non finito" un po' sciatto che troverà
il proprio compimento nell'ultima traccia del disco, la perfettamente confezionata
Alberta#2.
Poi iniziano le cover: le due citate I forgot more...
e Early mornin' rain, e una grintosa Days of 49 (l'unica canzone dell'intero
album in cui la voce e il modo di cantare di Dylan sono vicini a
quelli pre-incidente - la canzone è una ballata del periodo della
"febbre dell'oro"). Già solo a questo punto si capisce (o si dovrebbe
capire) che Dylan non vuole essere uno, rivendica il suo non essere univocamente
né quello di Freewheelin', né quello di Blonde on Blonde,
e neanche quello di John Wesley Harding, proprio nel momento stesso in
cui si mette in un certo senso a nudo spacciandoci tanto le sue (inimmaginabili)
"canzoni preferite", quanto il brano sinfonico iniziale quale possibile
"sogno nel cassetto", ed anche un autoritratto vero e proprio in copertina,
rendendoci edotti di una sua passione pittorica fino ad allora rimasta
strettamente privata. Tutto il disco gioca sull'ambiguità del Let
it be me o del Take me as I am (or let me go) (non a caso due delle canzoni
incluse nel disco stesso).
Ma torniamo alla struttura dell'album: la prima facciata
si conclude con In search of Little Sadie. È strano che (quasi)
nessuno si sia accorto che questo "abbozzo" (dichiarato tale dal titolo
stesso) sia la rappresentazione della costruzione di una canzone. I giri
armonici assurdi sono in realtà tentativi di trovare quella che
poi (sull'altro lato del disco) sarà la versione "definitiva" della
canzone. Può non piacere, ma è interessante (e unica) l'idea
di incidere una canzone nel suo farsi.
Se prendiamo allora in esame le aperture e conclusioni
delle quattro facciate del disco avremo: 1) All tired horses seguita da
Alberta#1, e alla fine In search of Little Sadie, di cui si è detto;
2) Let it be me e la versione dal vivo di Like a rolling stone, di cui
diremo; 3) Copper Kettle, e Take me as I am ; 4) Take a message to Mary
e la versione "definitiva" di Alberta a conclusione dell'album.
Avete fatto caso che Like a rolling stone è la
prima registrazione "live" pubblicata ufficialmente da Dylan? Perché
proprio quella - viene da domandarsi -, tratta da un concerto non proprio
fortunato, sgangherata, un bel po' stonata e accolta da sonori fischi
alla fine dell'esecuzione?
Forse a Dylan pubblicare questo "incidente" (in questo
contesto) serviva proprio ad (auto)distruggere il ricordo del Dylan-rocker
"di prima", così come in fondo accade anche con Copper Kettle (con
buona pace di Rinzler e Heylin che amano tanto questa versione) rispetto
al Dylan-folksinger, grazie ad un arrangiamento veramente pacchiano di
questa splendida ballata. Quanto a Take a message to Mary, a mio modestissimo
parere è la cosa meno dylaniana in assoluto che Dylan abbia mai
inciso.
Tra tutti questi eccessi, tra un Dylan-crooner e un Dylan
riveduto e corrotto da Dylan stesso, tra un Dylan "sinfonico" e uno che
si avventura in campi non "suoi", c'è il Dylan vero. Tutto sta a
trovarlo. Oppure Dylan è tutte queste cose, e risponde alla sua
supposta "crisi creativa", mostrandocele come in un caleidoscopio. Nel
disco c'è anche una versione di Blue Moon con "violino obbligato"
che all'epoca scatenò le ire di non pochi ascoltatori (la rivista
"Record World" scrisse a proposito dell'album: "La rivoluzione è
finita. Dylan sta cantando Blue Moon a Mr. Jones"). Eppure - al di là
della riuscita o meno della canzone di Self Portrait - è interessante
notare che, trent'anni dopo, in Love and Theft (disco osannato e di grandissimo
successo di pubblico), Dylan citerà Blue Moon nell'incipit melodico
di Bye and Bye, e che altrove, nello stesso disco, userà il violino.
La vera "presa in giro dell'acquirente", semmai, è
in Woogie Boogie, di una banalità sconcertante. O in Belle Isle
o Living the Blues - per rimanere agli originali dylaniani del disco -
deliberatamente mediocri nella loro realizzazione. Ma ci sono anche un
paio di cose piuttosto notevoli: It hurts me too, per esempio, e Wigwam.
Wigwam è un pezzo che può piacere moltissimo
o suscitare orrore: un tentativo di mexblues, per così dire, che
probabilmente all'epoca - al punto del disco in cui è collocato
- avrà fatto pensare a molti ascoltatori che Dylan era completamente
impazzito. Eppure oggi possiamo capire che presagiva Pat Garrett&Billy
the Kid (del 1973), o certi altri accostamenti da parte di Dylan alla musica
texmex, negli anni successivi, che all'epoca sarebbero sembrati impensabili
(come era stato precedentemente impensabile l'abboccamento col country
di Nashville Skyline).
Ma, alla fin fine, com'è questo disco?
Certo non è un bel disco, e sicuramente non una
delle cose meglio riuscite della produzione dylaniana. I pezzi che lasciano
veramente il segno si contano sulla punta delle dita di una mano (a essere
buoni). Ma, dando credito a ciò che Dylan stesso dichiarò
all'epoca (anche se, come sempre, non sarebbero mancate negli anni successivi
dichiarazioni di segno opposto), e cioè che si trattò di
un esperimento, una buona metà dell'album acquista improvvisamente
un senso al di là del risultato.
Nel 1967 i Beatles avevano pubblicato Sgt. Pepper's Lonely
Hearts Club Band, un disco che a quanto si dice aveva irritato Dylan, il
quale "contraccambiò" l'essere stato incluso fra i personaggi in
copertina "nascondendo" i volti dei Fab Four nella foto di John Wesley
Harding. Nel 1968 uscì The White Album, controverso "esperimento"
dei Beatles. Forse Self Portrait è anche un'altra risposta al quartetto
di Liverpool da parte di Dylan, un concept album azzardato e non del tutto
riuscito (come, secondo alcuni, The White Album). Se vogliamo azzardare
anche noi, ricorderei che Otto e mezzo di Fellini è di pochi anni
prima, del 1963. E Dylan - si sa - ha sempre amato molto andare al cinema.
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una produzione TIGHT CONNECTION --------------------