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di Cesare G. Romana |
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Un sentito grazie a Cesare G. Romana
per questo articolo (basato sulla presentazione del volume "De Andrè
il corsaro" alla Fnac di Milano il 27-9-2002) rielaborato ed aggiornato
per Maggie's Farm.
Grazie a Giovanni Cerutti, curatore
del volume in questione (qui sopra la copertina)
Mi trovo nella difficile situazione di sostituire, anzi
di surrogare due personaggi di altissima levatura, come Fernanda Pivano
e Michele Serra, assenti giustificati. Meglio delle mie parole, li sostituiranno
degnamente gli interventi di entrambi, riportati su questo libro. Il quale
si intitola, non casualmente, «De André il corsaro».
Corsaro perché, pensando a De André e al suo lungo navigare
fuori dalle rotte stabilite, non si può, per analogia, non pensare
a Pier Paolo Pasolini e ai suoi «Scritti corsari». E poi perché
lui stesso pose in testa a «Le nuvole» la frase d’un pirata
inglese, Samuel Bellamy che di sé diceva
«… io sono un principe libero
e ho altrettanta autorità di far guerra al mondo intero quanto colui
che ha cento navi in mare».
La rotta corsara di De André comincia con la sua
infanzia di figlio della media borghesia genovese, portato da un suo congenito
rovello a vivere un’esistenza parallela: di qui le sue amicizie con coetanei
appartenenti alla classe popolare, e la frequentazione dei caruggi: che
sono i vicoli della Genova angiportuale, una sorta di kasbah in buona parte
popolata di emarginati, gente di malavita, prostitute. Da quell’umanità
di vinti splendidamente descritta in pagine come «Via
del Campo» e «La città
vecchia», e che occuperà fino all’ultimo il canzoniere
di De André.
Ma c’è anche la musica, nella rotta corsara del
nostro più grande cantautore-poeta. Che infatti fin dagli inizi,
anche sul fronte musicale, sceglie di muoversi fuori dalla consuetudine,
ponendosi risolutamente fuori dagli stereotipi del mercato: partendo dalla
cultura mediterranea e partenopea della tarantella, da quella francese
della giava e da quella mitteleuropea del valzer e della mazurka per approdare
a metà degli anni Ottanta alla tradizione araba e turca, greca e
macedone del Mediterraneo, molto prima del boom etnico che anche sul suo
esempio caratterizzerà la musica internazionale.
Se questa vocazione all’eresia segna fin dai primi anni
Sessanta le musiche di De André, figurarsi la carica eversiva che
stimola già allora i testi di questo autore formatosi su Bakunin,
Stirner, Villon, Malatesta, Brassens, sui grandi anarchici e sui
grandi maudits, raggiungendo tra i maestri della canzone d’autore un ruolo
così eccentrico e anche per ciò così fecondo, da farlo
definire da Fernanda Pivano «il più
grande poeta italiano degli ultimi cinquant’anni». La sterzata
impressa da De André alla nostra canzone d’autore emerge dalla determinazione
con cui le sue liriche escono dalla macerazione esistenziale dei primi
cantautori per raccontare la realtà sociale, le sue discriminazioni,
la lotta impari tra il potere e i suoi sudditi, la scelta criminale, spesso,
come strada obbligata per chi la società ha costretto ai propri
margini. Da tutto ciò traendo pretesto per la ricerca d’una moralità
diversa da quella codificata, non imposta dall'alto ma scaturita dalla
nostra coscienza, che abbia per fine non la conservazione del potere ma
l’esaltazione dell’uomo. Che viaggi dunque «in
direzione ostinata e contraria, tra il vomito dei respinti»,
come canterà Fabrizio, con sintesi suprema, nel suo ultimo album.

Fratello Bob, Fratello Faber
di Fernanda Pivano
Un grazie di cuore a Fernanda Pivano e Giovanni Cerutti
per questo saggio tratto da "De Andrè Il Corsaro" (Interlinea Edizioni
- Novara)
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