da Il Giornale del 15 aprile 2001
Chissà che cosa farà Bob Dylan
il 24 maggio per celebrare o per dimenticare i suoi sessant'anni che compirà
quel giorno in una soffocante cornice di tributi, antologie discografiche,
articolesse di
giornali.
Io lo immagino aqquattato nella sua villa di
Los Angeles indifferente come un gatto alla cui specie riottosa appartiene.
O su qualche palcoscenico del mondo a intonare
con la solita voce
riarsa: Sognai romanitcherie
da moschettiere/ero molto più vecchio di oggi.
Figurarsi poi se rammenterà Bob Dylan
che proprio in questi giorni ricorrono quarant'anni da quando approdato
a New York dal Minnesota salì per la prima volta su un palco e intanto
cominciava a mettere insieme i brani del suo primo ellepì.
Era l'aprile del 1961 lui era un ventenne magro
e sparuto, suscitava
senso materno e contrastate simpatie.
Ai suoi vecchi idoli Elvis e Chuck Berry aveva
sostituito Woody Guthrie poeta vagabondo e il folk "che
rappresentava un'alternativa di purezza al r'n'r - scrive Robert
Shelton biografo di Dylan - grazie alla sua tradizione
di dissenso".
Da vero picaro Bob dorme nelle stazioni del
subway, mangia a scrocco, incontra Guthrie ormai morente, fatica a capire
quella metropoli "che rimpiangeva - scriverà
Fernanda Pivano - Marlon Brando e James Dean in motocicletta,
giacca di cuoio e pantaloni neri."
E' una New York a corto di idoli alternativi,
insomma, quella che arruola lo scostante talento di Dylan. Così
da un locale all'altro del Greenwich Village il ragazzo del Minnesota approda
al Gerde's Folk City, club prestigioso gestito da un calabrese, Mike Porco.
Qui Bob canta "nervoso e
impacciato - è
ancora la Pivano che racconta - imitando Woody con
abbastanza magnetismo da attirare l'attenzione". Il village lo adotta,
un manager come John Hammond lo ingaggia e comincia a nascere Bob Dylan
l'album di esordio. Apprezzato dagli esperti con saggia prudenza; non è
facile intravedere in quella voce desertica in quel fraseggio scarnito
il futuro Omero del rock.
C'è un ispido omaggio a Woody non ancora
affiancato nel gotha dei modelli dylaniani da Rimbaud e dalla Bibbia da
Dante e Blake da Baudelaire e Whitman: grandi mistici, grandi visionari,
grandi reprobi.
Poi Dylan racconta il suo impatto con New York
strambo macrocosmo dove "la gente va sottoterra e
le case raggiungono il cielo". Il resto sono classici della tradizione
popolare, snaturati col talento eretico che appartiene ai geni. E che di
genio si trattasse il giovanotto del Minnesota lo dimostrò già
col successivo The Freewheelin' Bob Dylan. Che si apriva con i definitivi
quesiti di Blowin' in the wind svelando il vigore di una voce caustica,
spiritata, preveggente: la voce di un poeta e di un
profeta.
L'America di Kennedy e di Luther King vibrò
con quella voce. The times they are a-changin', Highway 61 revisited, Blonde
on blonde reiterarono l'intreccio di rabbia e disincanto, il mondo si inchinò
al salmista invasato e al cronista sardonico. E si applaudì perfino
nei sinedri degli
intellettuali. "E' un
genio menestrello dell' era spaziale" decretò Allen Ginsberg;
"è
la personificazione della collera e della solitudine" fece eco il
New York Tribune; "è l'erede di Faulkner e
di Hemingway" aggiunse il New York Times.
Il musicista Peter Hammill salutò in
Dylan "un troubadour, un fratello di sangue di Villon,
un figlio della Provenza sopravvissuto alla
peste".
E un sondaggio negli atenei d'America indicò
nel cantore di Masters of war "il maggior poeta della
letteratura americana, l'uomo più notevole di quest'epoca con Kennedy
e Castro".
A lui tutto ciò piaceva e dispiaceva
. Non gli andava di essere ibernato in un mito, imprigionato in una etichetta
e/o in una fazione.
"Faccio cose che nessun
movimento mi consentirebbe di fare" sbottò.
Sogghignò: "Non
ho una bella voce, non so cantare bene e neppure lo voglio".
E alle pagine di Tarantula affidò il
suo vanitas vanitatum "I grandi libri sono stati
scritti, i grandi detti sono stati pronunciati/le mie poesie sono scritte
in un un ritmo di distorsione impoetica/divise da orecchie
forate, finte ciglia/sottratte
da gente che si tortura a vicenda/con una sommessa linea melodica
vibrante di vuoti descrittivi".
Da quarant'anni insomma Dylan continua a spiazzare
estimatori e
detrattori con le sue nervose virate: imprendibile,
incodificabile. Passando dalla poesia civile all'intimismo; dall'infatuazione
religiosa di Saved all'annuncio che "nemmeno nel
palazzo del Papa c'è salvezza"; dalla denuncia dei "signori
della guerra" alla scoperta che "a volte Satana
ha l'aspetto di un uomo di pace".
Che in un mondo di fucilieri e di predicatori
"gli
uni braccano le loro vittime e gli altri pure".
Lo proponevano per il Nobel, lo definivano
come fece Dave Van Ronk "figlio della stessa razza
di Kerouac " e lui ci sghignazzava su e cambiava stile. Fino
a seppellire la sua leggenda dietro un epitaffio feroce:
"I miei modelli da James Dean alla Bibbia"
Rarissime volte Bob Dylan ha parlato con i giornalisti
tanto che molte "interviste" a lui attribuite sono del tutto inventate.
Da quelle autentiche - in gran parte citate
nel bel libro di Clinton Heylin
Jokerman - emerge dunque materia per un più
dettagliato identikit.
I modelli:"Amavo James Dean perchè in lui vedevo qualcosa di me... Quando morì Elvis Presley non parlai con nessuno per una settimana. Non sarei diventato quello che sono se non ci fosse stato lui".
Il paese natale: "Sono nato circondato dalla morte in una cittadina morente. Me ne andai perchè sentivo che altrove c'era qualcosa in più di Walt Disney".
La prima donna: "La conobbi in un bar, io avevo diciannove anni lei era un donnone di 60 con i denti affilati . Mi rimorchiò nel suo monolocale dove il materasso era talmente infossato da sfiorare il pavimento. Mi fece di tutto, mi sentii usato."
La musica:"Volevo cantare ma nessuno scriveva quello che intendevo esprimere. Così divenni autore . Quando scrivo non penso, reagisco".
L'ispirazione: "All'epoca dei missili a Cuba mi chiedevo: la vedremo l'alba di domani? Nacque così A hard rain's a-gonna fall . Un'altra volta vidi degli operai che lavoravano a costruire un rifugio antiatomico. Pensai: invece di perdere tempo a scavare una buca perchè non fanno cose più importanti come guardare il cielo o vivere? E scrissi Let me die in my footsteps".
La stampa:"Mi fanno sempre domande sbagliate. Che colore preferisci? Cosa hai mangiato oggi? I giornalisti sono spesso romanzieri frustrati, e si sfogano appiccicandoti folli etichette. Così mi diverto a prenderli per i fondelli".
Il suono:"Quello che vorrei è sottile, selvaggio, mercuriale. Metallico, dorato, brillante. Chitarra, armonica, organo".
Beatles:"Ascoltai Sgt. Pepper e non mi piacque; senz'altro valide le canzoni ma il tutto mi parve troppo autoindulgente".
Dio:"Voi mi chiedete una parola con la quale concludere questo colloquio. Eccola: Dio".
(CGR)
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