
Alexan "Wolf"
I'm not there. Su questo magari tornerò, e magari in riferimento
alla recensione del New York Times: This is not a Bob Dylan movie (http://www.nytimes.com/2007/10/07/magazine/07Haynes.html
).
Recensione che giustamente, fin dal titolo, rimanda al fatto che il
film vada visto come opera di Todd Haynes e non di BD (altrimenti la delusione
è inevitabile). Per inciso, la vignetta di Zimmy era irresistibile,
ma dal punto di vista drammaturgico Masked & Anonymous era proprio
insostenibile (ovviamente diverso il discorso per le musiche e per gli
inserti dal vivo, paradossalmente l'unica testimonianza video della miglior
formazione degli ultimi anni, quella con Charlie Sexton e Larry
Campbell).
Dunque, pochi giorni dopo l'uscita sono andato a vedere il film in lingua
originale. La sala era più vuota che piena. Con una discreta conoscenza
dell'inglese e l'aiuto dei sottotitoli il film risultava comunque comprensibile.
Sono un appassionato di cinema e devo dire che la visione mi ha entusiasmato,
magari con una minor preferenza per la parte di Richard Gere - intendo
proprio la sua recitazione - e la sensazione che l'aggressione da parte
delle immagini e dei suoni mi sopraffacesse senza darmi il tempo
di riprendermi da un cambio di scena all'altro.
Sono tornato a vederlo dopo un mese nella versione italiana, in compagnìa
di un amico che di Dylan conosce poco (Blowin' in the wind, Jokerman),
con l'intenzione di verificare alcuni ricordi e vedere di riuscire a cogliere
almeno alcune delle cose che la prima volta mi erano sicuramente sfuggite.
Qualcosa è cambiato. Intanto il mio amico si è annoiato a
morte (musiche escluse).
In effetti al cinema ho sempre cercato delle emozioni e ho sempre diffidato
di quei film che hanno magari bisogno di una scheda introduttiva per essere
apprezzati. I'm not there rimane a mio parere uno splendido film, ma limitatamente
a chi ha gli strumenti per godersi tutti i riferimenti (riferimenti a vita,
musica e opere varie di Dylan, ma anche ad un periodo storico - grosso
modo 1950-1980 - e, infine, alla storia del cinema). Haynes forse si è
tolto uno sfizio da fan, ha combattuto una battaglia personale con una
sua ossessione e gli va senz'altro riconosciuto l'onore delle armi. Il
titolo - che secondo me andava tradotto Io non sono là (anche il
testo della canzone omonima lo fa pensare) - diventa giusto se lo interpretiamo
come Io (Bob Dylan) non sono neppure qui, in questo film, che pure mostra
cosi tante mie facce.
A rivedere il film, questa volta la parte che mi è piaciuta di più è stata quella di Richard Gere - non solo visivamente, la strepitosa Goin' to Acapulco, Enigma, etc. - ma proprio anche l'interpretazione dell'attore. E da qualche parte, forse su una talkin' della fattoria, ho letto di una chiave di lettura onirica, come se i primi 4/5 del film fossero un sogno di Gere. Sono completamente d'accordo. Tra l'altro l'immagine con Richard Gere e la coperta verso l'inizio del film rimanda alle lenzuola rosse di Mulholland drive: Naomi Watts (aspirante attrice arrivata a Holliwood piena di belle speranze) vi inizia il sogno che occupa 2/3 del film per poi risvegliarvisi dopo che il sogno si è tramutato in un incubo. E Charlotte Gainsbourg/Sara Lowndes immersa nella vasca da bagno rimanda a Carlotte Gainsbourg immersa nel latte di Nuovomondo.
Alexan "Wolf"
Toni "Albatros"
Due parole su I'M NOT THERE... A me è piaciuto molto. Lo definirei
un'opera d'arte... e come tale... Come tale può prestarsi a commenti
più o meno positivi, come tale nel giudizio non possono esistere
i "grigi" ma solo bianco o nero.
Chiaramente viene apprezzato (molto) da "chi sa" da "chi conosce" ,
pur con tutte le metafore e le rappresentazioni "a sentimento" e sempre
poco rispondenti alla reale-realtà.
Io ho dovuto spiegare molte cose "in diretta" a chi assisteva assieme
a me, chiarire , giustificare, dare un senso (e se è per quello
una...persona si è anche addormentata dopo 15 minuti...ma lui era
molto stanco...o forse ero io non spiegavo bene...).
Personalmente durante IDIOT WIND mi sono anche commosso....
Paradossalmente la "parte" che è stata più compresa e
apprezzata dagli altri è stata quella di Richard Gere , per intenderci;
e magari è stata anche quella che io-noi dylaniani abbiam compreso
e decifrato meno.... (se non con calma..dopo.. a posteriori).
Ho apprezzato molto dylan-blanchett (ma va??) soprattutto perchè
ho intuito il grande lavoro che ha dovuto svolgere quest'artista per "entrare
nella parte"...., a differenza dalle altre interpretazioni-ruoli degli
altri attori.
Nel complesso GRANDE OPERA anche se credo che chi non leggerà
mai questo commento , avrà apprezzato molti di più la BIOfilmGRAFIA
di Jerry Lee Lewis ...Great Balls of Fire !
Toni "Albatros"
Alfredo "McTell"
Sono d'accordo con A. Carrera. Ho visto il film al piccolo brera di
milano. Venerdì sera. Sala affollata. una settimana fa. In una
settimana la mia considerazione per il film è mutata un po'
ogni giorno. Sono uscito dalla sala con un senso di saturo. Non voglio
dire nausea, non è proprio così. Ma il film, per un fan come
me, è stato un bombardamento di immagini clichè. un caleidoscopio
di pezzi già visti ma ricostruiti a dovere per l'occasione. Tutto
il bene possibile per un regista che come haynes ha saputo filtrare con
tanta professionalità ed arte l'immaginario colllettivo di Dylan.
Ma non ha saputo emozionarmi. Io ho goduto del film, ma non ho potuto fare
a meno di mettermi nei panni di chi di Dylan non sa... un'emerita mazza.
Non è un film che cammina sulle sue gambe. Cammina sulle gambe di
Dylan. Senza l'amore per Dylan e senza la sua conoscenza, il film è
una sequenza di belle immagini per lo più incomprensibili e di canzoni
splendide. Certo che è comunque gradevole, ma lo si deve ancora
una volta alla meravigliosa colonna sonora e alla professionalità
della produzione, come in Masked and Anonymous. Non lo si deve al coinvolgimento
emotivo che ci si aspetta da un buon film. Ciò nonostante, come
dicevo, le rivelazioni di Alessandro Carrera che ho appena letto, hanno
conclamato la mia voglia di rivedere il film. Dopo una settimana di masticamento
mentale del mio "io non sono qui", leggere Carrera mi ha convinto che questo
è come minimo il miglior film su Dylan e sono felice di aver voglia
di rivederlo. Per quanto mi riguarda è stato un successo ma sento
un senso di vuoto; nel cinema non è ancora stata resa giustizia
alla grandezza di Dylan. A livello documentaristico, è stato fatto
l'impossibile ma quello che mi manca è un film che emozioni me ma
anche mio figlio di otto anni e che di Dylan sa poco o niente. Poteva essere
un film splendido, da Oscar, se avesse raccontato dall'inizio alla fine
una storia. Haynes ha scelto di raccontarne tante ma alla fine non ne ha
raccontata nessuna.
McTell@tiscali,.it
Alfredo Della Valle
Varese
Alessandro Carrera
Caro Michele,
finalmente sono riuscito a vedere “I’m Not There”. La Feltrinelli pubblicherà
il DVD a gennaio con un libretto accluso che comprenderà il capitolo
del mio libro in cui parlavo appunto della canzone “I’m Not There”, parti
di “Tarantula” e forse qualcos’altro. Mi hanno chiesto una breve introduzione
e così mi hanno mandato una copia, visto che in America per ora
il film è stato visto solo al New York Film Festival.
In due parole, mi è piaciuto moltissimo. Non lo dico per
partito preso o per andare contro a pareri contrari e che rispetto, ma
mi ha proprio appassionato. Ho cercato di vederlo soprattutto come film,
come approccio originale al problema di come parlare della vita di un artista
senza cadere nelle trappole del genere “bio-pic”. E anche come film sul
rapporto tra cinema e musica, sul come sposare una canzone, il testo e
la voce, con le immagini. Certo, Todd Haynes non è né più
grande né più originale dei maestri che cita. È l’opera
di un epigono, o per meglio dire di qualcuno che, facendo questo film,
si è messo volontariamente nella posizione dell’epigono, riservandosi
la propria originalità di stile per pochi momenti rubati all’insieme.
È un film su Dylan, ma è anche un film su Fellini e Godard,
che sono presenti in maniera massiccia. Il parallelo tra il Dylan del 1965/1966
e il Mastroianni di “Otto e mezzo”, con i fans, i produttori e i pazzi
che gli girano attorno, tutti a chiedergli che cosa vogliono dire i suoi
film e perché non racconta più quelle belle storie semplici
come faceva una volta, non è affatto forzato. E la lunga scena felliniana
del party, con Michelle Williams nella parte di Coco (leggi: Edie Sedgwick)
e l’inserto alla Richard Lester dei Beatles che si rotolano per terra in
sequenza accelerata, non è certo brutto cinema, anzi.
Tutta la storia delle incomprensioni coniugali tra Heath Ledger
e Charlotte Gainsbourg (che assomiglia parecchio a Suze Rotolo, se avete
notato) è un omaggio a “Masculin Feminin” e a “Il disprezzo”. Anche
tutta la discussione sulla misoginia del personaggio è un riferimento
a Godard più ancora che a Dylan. Non direi che queste scene sono
altrettanto riuscite. Ho visto tanti omaggi a Godard da parte di registi
americani, e nessuno è soddisfacente perché gli americani
non hanno la leggerezza dei personaggi di Godard, non posseggono il tono
sofisticato e distaccato della conversazione alla francese. Vanno giù
pesanti, e qui Todd Haynes non fa eccezione. I suoi limiti non mi hanno
disturbato più di tanto, ma direi che Haynes è più
a casa sua quando si inventa la sua “repubblica invisibile”, quando fa
comparire Marcus Carl Franklin che dice di chiamarsi Woody Guthrie o Richard
Gere come un Billy the Kid invecchiato e sopravvissuto a se stesso in mezzo
a una città di fenomeni da baraccone sperduti nel nulla. Qui siamo
più vicini a Jim Jarmusch, e non è una cattiva compagnia.
Tutta la parte iniziale, il Village negli anni sessanta, la comparsa
di Franklin, compresa l’apparizione onirica della balena (non è
Pinocchio, è Giona) mi ha veramente colpito. Le canzoni della colonna
sonora scorrono lisce come l’olio, e soprattutto l’attacco di “Blind Willie
McTell” mentre Franklin fugge via, forse dal riformatorio o dalla famiglia
che l’ha ospitato, ora non ricordo bene, è assolutamente azzeccato.
In “Chronicles Volume 1” Dylan dice che gli sarebbe piaciuto vedere Denzel
Washington a interpretare la parte di Woody Guthrie. Credo che Todd Haynes
se ne sia ricordato quando ha girato queste scene.
Certo, ci sono alcuni momenti deboli, o non altrettanto risolti.
La storia della premiazione al Civil Liberties Committee, nell’occasione
in cui Dylan pronuncia il suo discorso strampalato su Lee Harvey Oswald,
è praticamente buttata via, e anche recitata senza convinzione da
Cristian Bale (è Christian Bale, mi sembra). Se uno non sa come
erano andate esattamente le cose non ci capisce molto, ma soprattutto quell’episodio
è un vero psicodramma americano, assolutamente cruciale per capire
Dylan, e avrebbe meritato più spazio. Anche la scena in cui Christian
Bale canta “Pressing On” non si decide a essere quello che deve. Non so
se Haynes volesse rappresentare Dylan come un predicatore fallito, che
annuncia le sue visioni di salvezza davanti a una congregazione piuttosto
misera e che reagisce alla musica senza calore, oppure se volesse suggerire
che proprio quella sarebbe stata la scelta di un ipotetico Dylan diventato
predicatore a vita, lontano dalle pompe televisive dei predicatori celebri
e delle estasi vere o finte in cui cade il loro pubblico, contento di parlare
di Dio davanti a un gregge di anime povere e malmesse. Può darsi,
ma non direi che si afferrino veramente le sue intenzioni.
Ma tutto il resto funziona, il montaggio è incalzante,
il ritmo non cade, e l’ultima scena con Cate Blanchett (non insisto sulla
sua performance, sulla sua bravura è già stato detto tutto)
che finalmente spiega quello che Dylan vuole dire e ha sempre voluto dire,
citando letteralmente dall’intervista di “Playboy” del 1966 la definizione
dylaniana di musica tradizionale, è la prova che Haynes ha capito
abbastanza Dylan per meritarsi di avere fatto un film su di lui. In tutte
le scene con Cate Blanchett, l’unica battuta che mi è sembrata troppo
“voluta” è quando lei dice “Just Like a Woman!” alla donna che stende
a terra il fan furibondo che si è intrufolato nel party. Non era
veramente necessario, è forzato, ma di tutto il resto non cambierei
un fotogramma. Anche l’apparizione finale di Dylan all’armonica, senza
bisogno di dire una parola, è la conclusione giusta. Il musicologo
Wilfrid Mellers ha scritto che l’armonica di Dylan è “edenica”.
Penso che volesse suggerire che quando Dylan si mette a suonare l’armonica,
ripetendo la melodia che ha appena cantato senza le parole, allude a un
linguaggio paradisiaco perduto, in cui ci si poteva capire senza mediazioni.
Una volta ho letto una lettera o un articolo di qualcuno che si chiedeva
perché mai ai concerti di Dylan la gente va in estasi quando lui
comincia a soffiare nell’armonica. Credo che la risposta sia questa.
Come sai, non sono mai riuscito farmi piacere “Renaldo &
Clara” e “Masked & Anonymous”. Mi vanno bene solo le sequenze musicali
e poco d’altro. Tutto l’impianto di quei film mi sembra presuntuoso e tecnicamente
incompetente. Soprattutto, non credo che Dylan possa rappresentare se stesso.
Può essere se stesso, come lo è in “Don’t Look Back” e in
“No Direction Home”, ma non può fare la parte di se stesso. Per
questo mi è piaciuto “I’ Not There”. Ci permette di liberare l’immaginazione
così come sono capaci di liberarla le sue canzoni, senza constringerci
a ricondurle all’ego del signor Bob Dylan, che quando mette in scena la
sua persona si dimentica di quello che ha sempre predicato, cioè
che “je est un autre”, e diventa ingombrante se non insopportabile. Per
me, anche se lui non ci ha messo mano (anzi, anche per questo), “I’m Not
There” sta sullo scaffale dei migliori film di Dylan.
Un saluto a tutti,
Alessandro Carrera
Elio "Rooster"
Ho visto I'm not there due domeniche fa, il 16 settembre al cinema Maestoso di Roma - Via Appia Nuova, sala 4, spettacolo delle 17.30, spettatori 37 me compreso.
Avevo già letto e sentito molte cose sul film e molte altre ne ho lette e sentite nelle scorse due settimane, ma ho evitato di leggerne e sentirne moltissime altre. Impressionante la quantità di parole che si sono spese su questo film, è vero che siamo nell'era dell'iperinformazione ma mi è parso tutto abbastanza eccessivo (se solo digitiamo "I'm not there Dylan" su Google oggi vengono fuori oltre 2.500.000 di risultati!). Se penso poi alla disinformazione pressoché totale con la quale circolò Renaldo & Clara nella sale cinematografiche italiane una trentina di anni fa .....
Sono andato a vedere il film con la sensazione, quasi con la certezza, che qualcuno avesse fatto su Bob Dylan una cosa nuova dal punto di vista strutturale, ma una cosa che comunque stava adesso lì a beccarsi tutta la solita trafila di interpretazioni e valutazioni da mezzo mondo, con i relativi pro e contro finali, secondo il più classico e scontato filone tirato puntualmente in ballo da oltre 40 anni ogni qualvolta qualcosa di o su Bob Dylan offra la possibilità di farlo. E la quasi certezza è diventata certezza assoluta a fine proiezione.
Il film mi ha tenuto incollato alla sedia per buona parte della sua durata, provocandomi sensazioni di gioia, entusiasmo, commozione, divertimento, ammirazione. Ho anche sbadigliato, un paio di volte, ma in definitiva a me è piaciuto molto e mi farà piacere rivederlo presto, spero in una bella versione dvd che troverà la sua logica e naturale collocazione vicino a tutta quella serie di cose su Bob Dylan che il nuovo millennio ha saputo regalarci e che nessuno di noi avrebbe probabilmente mai immaginato anche solo 10 anni fa, penso a No direction home come allo Scrapbook, alla versione deluxe di Dont look back come a Masked & anonymous, a Chronicles come a Lyrics.
La conoscenza del personaggio Dylan da parte del regista mi è parsa ottima, e interessante ho trovato il modo di proporre Bob non mediante una sorta di biografia ma attraverso il tentativo di esprimerne e rappresentarne cinematograficamente le sensazioni di vita a ridosso di sei fasi diverse della sua esistenza.
Ne è uscito fuori un film dal montaggio particolare, con un continuo spostamento in avanti e indietro nel tempo del personaggio Dylan, a cavallo di tanti di quegli avvenimenti che lo hanno riguardato, di tante delle cose da lui dette, di tante di quelle situazioni, anche di difficile comprensione, che con Dylan hanno avuto a che fare.
Ho sempre pensato che la cosa più ovvia, più normale e naturale che sarebbe potuta succedere a Bob Dylan dopo l'incredibile storia che lo vide, tra il 61 ed il 66, esordire con un album molto particolare e poi proporre due incredibili tris di capolavori, folk il primo con freewhelin, the times e another side, folk-rock il secondo con bringing, highway e blonde on blonde (cambiando per sempre il corso della musica e anche della storia dello scorso secolo), ho sempre pensato, dicevo, che la cosa più logica sarebbe stata la sua morte in quell'incidente in moto. Sotto tanti aspetti sarebbe stato l'epilogo più scontato e quello che aveva fatto in quei sei anni gli sarebbe bastato per garantirgli per l'eternità una sorta di immortalità che nemmeno Jim Morrison, Jimi Hendrix, Brian Jones o Kurt Cobain avrebbero mai potuto insidiargli.
Questo film mi ha fatto molto ripensare a questa cosa, più di qualsiasi altra cosa abbia mai visto - letto - sentito su Bob. In questo film io ho visto una separazione ancora più netta e marcata tra il Dylan pre e post incidente, ancora più di quanto non lo sia stata nella realtà, con l'impressionante cambiamento che troviamo dopo Blonde on blonde. E con quei Basement tapes che, come Greil Marcus ha sottolineato nel suo bellissimo la repubblica invisibile, assumono sempre più una importanza fondamentale nel tentativo d'interpretazione del personaggio Bob Dylan e della sua opera a cavallo degli anni 60, e non solo di quelli.
Bellissimi parecchi passaggi musicali, meravigliose Tombstone blues - Goin' to Acapulco - Pressing on nelle interpretazioni di altri ma indovinatissime le versioni di Bob in alcuni passaggi, primo tra tutti quello di I want you in una bella scena d'amore. Quando nel finale arriva finalmente Dylan in persona in un assolo di armonica a me la pelle d'oca è venuta forte, anche perchè appropriata mi è parsa pure Like a rolling stone sui titoli di coda, ma tutti quelli che hanno provato ad interpretarlo in I'm not there lo hanno fatto, a mio parere, molto bene.
Ora incrociamo le dita e speriamo che ottobre 2007 ci regali quello che Bob merita da tanto tempo.
Elio "Rooster"
Quando un mistero si risolve, un caso si chiude. Nel caso di Bob Dylan, il mistero non si risolve mai, e quindi il caso è sempre aperto (Sam Shepard)
Che Dylan abbia continuato a scrivere, registrare, esibirsi, rendere perplessi, stupire, frustrare, sbalordire, provocare, sfidare ed intrattenere così tante persone per così tanti anni è una cosa sorprendente. Non c'è nessuno come lui. Quelli di noi che lo hanno seguito nella sua corsa sono stati di fatto fortunati. Ed ancora non si ferma! (John Bauldie)
Anna "Duck"
Ciao Michele,
sono andata anch'io finalmente a vedere "I'm not there", ed ecco qualche
impressione. Allora, il film non mi è sembrato certo un capolavoro,
ma comunque credo di aver trascorso due ore molto piacevoli, non mi sono
annoiata, e non mi aspettavo niente di più o di diverso.
Ho letto solo superficialmente i commenti al film, per evitare di essere
troppo influenzata, ma non sono affatto d'accordo con i commenti totalmente
negativi apparsi su MF; a quelli che hanno stroncato il film vorrei chiedere:
ma cosa cavolo avreste fatto voi se vi foste trovati a fare un film su
Dylan ??? Sappiamo tutti che la materia è terribilmente ostica...
e il regista secondo me se l'è cavata fin troppo bene, tenuto conto
del rischio. Come si fa a raccontare qualcosa di così immenso e
di così sfuggente come Dylan ? E' praticamente impossibile e semmai
il regista ha peccato di presunzione pensando di poter affrontare una simile
sfida... E in fondo ha scelto il modo migliore (e forse l'unico possibile):
ha immaginato quattro o cinque racconti che avessero a che fare vagamente
con il mondo-Dylan e che si intrecciano in modo caotico, e ha provato a
rappresentarli utilizzando esclusivamente citazioni dylaniane: brandelli
di canzoni, poesie, interviste, foto, biografie vere e false, miti, leggende
e perfino copertine di dischi (ci sono delle scene impressionanti che sembrano
l'animazione della copertina dei Basement Tapes). Insomma una specie di
gioco, di rompicapo, di puzzle onirico... ma probabilmente l'arte di Dylan
è proprio questo: un gioco, un rompicapo, un puzzle onirico... e
il sogno dylaniano è talmente vasto che sarebbero possibili altri
cento film e altri cento racconti e altri cento personaggi raccontati solo
con l'aiuto di molecole della sua "vita".
Per finire due fermo-immagine.
Scena uno: Cate Blanchett che per cinque secondi guarda dritto dentro
la cinepresa. Impressionante. Gli occhi sono diversi, ma lo sguardo è
lo stesso di Dylan, ti arriva dentro lo stomaco, ti incenerisce. Non so
come ci sia riuscita, è da Oscar.
Scena due: il ragazzino negro e i due bluesman con la chitarra che
cantano una versione di Tombstone Blues più blues che mai: forse
bastava questa scena a spiegare la musica di Dylan, questi pochi istanti
valgono il film.
Saluti a tutta la fattoria
Anna "Duck"
PS: Michele, ti proprongo anch'io un gioco: proviamo a raccogliere tutte le citazioni (immagini, suoni, voci, sensazioni) presenti nel film. Sono sicura che ne ne troveremmo a migliaia...
Marco on the tracks
ciao Michele,
vorrei aggiungere il mio parere(o forse sarebbe meglio dire i miei
pensieri sparsi) ai pareri su "I'm not here".
Il film, come dimostrato da tutte le opinioni che hai ricevuto, si presta a mille interpretazioni e giudizi diametralmente opposti, e non credo si possa mai arrivare a stabilire se sia un capolavoro o una cagata pazzesca senza lasciarsi inevitabilmente influenzare da quello che per ognuno di noi significa Bob Dylan(e le sue canzoni). Fondamentalmente io sono più per un giudizio positivo, anche se non posso fare a meno di notare alcune note dolenti del film.
A me è piaciuto è il tentativo del regista di farti vivere
una giornata da Bob Dylan, ovvero di entrare in qualche modo in quella
che poteva essere la vita di Dylan negli anni sessanta: la pressione dei
giornalisti, l'ombra silenziosa e inquietante di Grossman, il rapporto
con i fans, il rapporto con moglie e amanti varie, l'impossibilità
di vivere tutte quelle emozioni dentro una sola vita.
Mi è piaciuta l'idea di far vivere contemporaneamente più
personalità di Dylan, seppure alla fine emerga soprattutto l'interpretazione
straordinaria della Blancett, davvero eccezionale.
Bella l'idea di far rivivere il famigerato Dylan al Folk Festival nel
'65, e in generale mi è piaciuto il film perchè mi ha lasciato
la sensazione di un viaggio nel tempo e contemporaneamente di un viaggio
-seppure parziale e incompleto- dentro la mente di Dylan.
Sinceramente non l'ho trovato per niente offensivo nei confronti di
Dylan o dei Dylaniani, e io mi ritengo Dylaniano al 100%. E' vero, a volte
Blancett/Dylan è un pò intontito, ma non lo vedo come un
intontimento da "lobotomizzato", bensì come l'intontimento inevitabile
quando sei perennemente circondato da fans urlanti, giornalisti che ti
fanno domande idiote, e sei sempre in movimento e magari contemporaneamente
fai uso di qualche sostanza che altera mente e realtà...
Detto questo, è anche vero che nel film c'è poco
cuore, ed è emblematico in tal senso il fatto che alla fine l'unico
personaggio che sembra possedere umanità e cuore sia Billy the Kid/Dylan/Gere,
come se il giovane Dylan fosse privo di sentimenti.
Ci sono poi troppe citazioni/omaggio: va bene ricreare una scena da
"Don't look back" o da "No direction home" ma prendere a piene mani intere
sequenze e scene mi sembra un pò eccessivo.
Non so sinceramente quanto il mio giudizio comunque positivo sul film nasca dalla mia passione per Dylan: poter andare al cinema ad ascoltare il meglio di "Blonde on blonde" in formato videoclip o immaginare di essere davvero lì, al Newport Folk Festival, mentre Dylan mitragliava il pubblico con "Maggies farm" con Pete Seeger furioso e il pubblico che ancora oggi non si sa a chi o cosa stesse fischiando... beh, a me fa un certo effetto.
Nonostante tutto, nel bene e nel male, resto convinto che sia un film che valga la pena di essere visto, ma probabilmente chi non conosce anche solo gli episodi fondamentali della vita di Dylan, di tante scene e tanti aneddoti non saprebbe davvero che farsene.
ps: per la scena nel finale della "donna cadavere dentro la bara", non
ho avuto il tempo di leggere tutti i messaggi sul tuo sito e quindi non
so se dico cose già note, ma sicuramente il volto e i vestiti della
donna sono copia fedele di un famoso quadro (dove mi sembra di ricordare
che la donna sia galleggiante su di un lago: è un quadro bellissimo
e inquientante).
C'è poi da dire che esistono diverse foto di fuorilegge famosi
come Billy the Kid, fotografati da morti, dentro la bara, e quindi Billy
the kid/Gere/Dylan in quella scena del film potrebbe guardare se stesso,
il suo destino o qualcosa del genere.
Il vero significato della "donna cadavere dentro la bara" che è
in parte copia fedele di un quadro non lo saprei dire, ma mi vengono in
mente una dozzine di idee, tra cui:
- Dylan che per "Blood on the tracks" è influenzato un fantomatico
pittore e dice di aver immaginato ogni canzone dell'album come fosse un
quadro.
- Dylan/Gere/Billy the Kid che guarda in faccia la morte (così
come gli è accaduto con l'incidente in moto), morte rappresentata
non solo dall'assassino di Billy the Kid(Pat Garret) ma anche da quella
bara con la donna dentro.
- qualcosa che richiama "Idiot wind": nel testo della canzone non si
menziona una donna che muore?
Bè, non vorrei averne sparate troppe, quindi ti saluto, alla prossima.
Marco on the tracks
Giovanni Giusti
ciao, è la prima volta che scrivo a Maggie's farm ma è
da molto tempo che vi seguo con interesse.
Mi inserisco nel dibattito scatenatosi intorno al film di Todd Haynes
(che ho visto sabato scorso) per dire brevemente la mia:
credo sia ingiusto ragionare sul film con una logica "documentaristica"
mettendolo sullo stesso piano di "No Direction Home" e "Don't Look Back"
(nel loro genere, capolavori) o criticandone la confusa e inesatta corrispondenza
di luoghi, date, situazioni, ecc.; quello di Haynes è purissimo
cinema che si tuffa nell'universo Dylan per compiervi un viaggio emozionante
e, quel che è da sottolineare, apertissimo alla moltitudine dei
significati/rimandi/suggestioni possibili (in un certo senso condivido
l'impressione, letta in una recensione sul sito, del film come "trailer"
anziché "storia compiuta", e mi è parso un complimento).
Senza avventurarmi in un'analisi dettagliata del film (me ne mancherebbero
anche i mezzi), mi limito a sottolineare la bellezza e l'importanza di
frammentare la figura di Dylan in una moltitudine di personaggi, come frammenti
di uno specchio rotto da ricomporre nella nostra immaginazione, anche e
soprattutto tenendo conto degli spazi vuoti/pezzi mancanti. Mi è
parso bellissimo il ruolo di Richard Gere nella terra di Enigma, e soprattutto
la circolarità della storia che si apre e si chiude sul treno merci,
unendo la figura del bambino e quella del fuorilegge. Credo che Todd Haynes
abbia espresso qui la sua visione dell'arte di Bob Dylan, affrancandosi
dal cliché del "grande artista ingabbiato dalle aspettative del
suo pubblico" per evidenziare la centralità del Mistero della tradizione
americana (musicale e non) che nell'opera dylaniana è stato presente
sempre, anche nei convulsi anni della svolta elettrica (sennò tutti
quei personaggi biblici nelle canzoni che ci stanno a fare? vedi anche
tombstone blues cantato da ritchie havens). Illuminante a questo proposito
è il monologo in auto di Cate Blanchett/Bob Dylan.
In conclusione di queste brevi impressioni, mi viene spontaneo il paragone
con un altro grande film, il Pasto Nudo di Cronemberg: anche lì
il regista, per rappresentare un'opera di per sè "irrappresentabile"
non ha potuto far altro che tradirne la lettera e riproporne lo spirito
attraverso un'immersione allucinata e visionaria nell'opera e nella vita
dello stesso autore. Credo che Todd Haynes si sia posto con il medesimo
atteggiamento nei riguardi di un artista complesso ed enigmatico quale
è Bob Dylan, riuscendo a trarne un opera cinematografica memorabile,
e soprattutto capace di vivere di vita propria e non solo del riflesso
del soggetto che rappresenta - in fondo non sembra quasi un film su una
figura immaginaria?
grazie dell'attenzione e complimenti per la passione e l'intelligenza che animano il vostro lavoro
giovanni giusti
Michele "Napoleon in rags"
Ho visto 'Io non sono qui'.
Multisala Cinelandia di Aosta (Saint Cristophe).
Sala con 5 persone di numero, me compreso, un venerdì, primo
spettacolo serale.
Fine primo tempo, due delle 4 persone davanti a me vanno via e non
tornano più per il secondo tempo, visibilmente nauseate dal film.
Restiamo dunque in tre ma i due che restano fino alla fine (ogni tanto
li scruto), sono annoiati a morte e mi sembra restino lì solo perchè
hanno pagato il biglietto.
A volte sui loro volti leggo un punto interrogativo che mi ricorda
la frase di Greil Marcus a proposito di 'All the tired horses': "Che è
'sta merda?"
Siccome avevo perso i primi dieci minuti resto a guardare anche l'inizio
del secondo spettacolo serale: altre cinque persone in sala, sempre me
compreso.
Vado via dopo i primi dieci minuti e dunque non saprò della
reazione degli altri.
Statisticamente dunque credo che il film sarà un flop per quanto riguarda gli incassi ed il gradimento del pubblico non dylaniano.
E passiamo alla sostanza.
Il film non è brutto e orribile come è stato dipinto da qualcuno su MF nè è da stroncare totalmente come ha fatto Paolo Vites con il quale sono però d'accordo su più di un punto.
Il film non è bello nè un capolavoro come qualcuno su MF ha scritto anche se contiene alcune cose molto belle.
Complessivamente ha molti pregi ma anche molti difetti. Andiamo con ordine.
Il primo pregio, quello più evidente secondo me, è che
il film è girato complessivamente molto bene, con una cura maniacale
per ogni singola scena, per ogni singolo dettaglio, con una splendida fotografia
ed un eccellente lavoro da parte degli scenografi, dei costumisti etc.
Si vede che Haynes ama Dylan, il suo mondo, le sue canzoni, e ha cercato
di rispettare quanto più possibile gli ambienti, il look, i vestiti,
le acconciature etc., dando alla parte più puramente visiva, più
prettamente estetica, una grossa importanza con fotografie note ed arcinote
di Dylan, dei suoi familiari e dei suoi amici che praticamente prendono
vita sullo schermo, come se tutte le immagini che avevamo visto in 45 anni
fossero degli 'still' di un film che ora vediamo davvero. Dunque tanto
di cappello alla bravura del regista, degli scenografi, dei truccatori,
degli addetti agli effetti speciali e di chiunque altro abbia lavorato
su questo piano.
In questo senso ci sono molte scene davvero impressionanti per somiglianza
alla realtà dylaniana e su tutte mi ha colpito il Dylan (non scriverò
mai i nomi fittizi usati nel film, perdonatemi) della metà degli
anni settanta che torna a casa e fa una sorpresa alle bambine che gli aprono
la porta. E' veramente impressionante, sembra di entrare in quelle vecchie
foto.
Questa maniacalità è però da un certo punto di
vista anche un difetto perchè è chiaro che qui è stato
messo molto impegno e si è perso molto tempo in fase di lavorazione
per un qualcosa che però è stato colto solo dai fans hard-core.
Ma il film si suppone che sia visto per la gran parte (80 per cento?
90 per cento?) da spettatori che vanno a vedere appunto un film, non vanno
a vedere Dylan perchè ne sono fans e dunque di certi dettagli sanno
poco o niente. Mi chiedo: questa massa di spettatori cosa può aver
apprezzato in questo senso? Non avrà colto che l'un per cento delle
citazioni, dei riferimenti ai dischi, alle foto, alle immagini, agli ambienti
così radicati ormai nelle menti dei fans. E anche quelli che li
hanno colti... alla fin fine, fino
a che punto hanno motivo di compiacersi di questi ammiccamenti? Sono
poi così fondamentali per capire la vita e l'opera di uno come Dylan?
Il secondo pregio è un po' la scoperta dell'acqua calda, ovvero
l'interpretazione della Blanchett che lascia davvero senza parole. Se non
prende almeno altri cinque o sei premi qua e là per questa interpretazione
allora, come dice Benigni, è tutto un 'magna magna' :o). E' di una
bravura sconcertante e dà veramente la sensazione allo spettatore
in più di una scena di stare assistendo alla visione di materiale
d'archivio con il vero Bob. Solo in un paio di scene secondo me si lascia
prendere un po' la
mano rischiando di cadere nel macchiettistico, ma sono istanti brevissimi,
per il resto (non vorrei spararla grossa ma sono pronto ad essere smentito)
è probabilmente l'attrice (attore) nella storia del cinema che meglio
ha trasposto su schermo un personaggio realmente esistito o vivente (se
qualcuno me ne trova un altro che ha fatto meglio mi faccia sapere, sono
pronto a farla scendere in classifica).
La sua parte però paradossalmente è anche quella che
ha più difetti dal punto di vista dell'impostazione e della scelta
del regista/autore Haynes.
Io mi rendo conto che se fai un film su Dylan devi pescare dalle sue
frasi e dalle sue dichiarazioni, però tutto il segmento col Dylan
elettrico è fatto esclusivamente di citazioni di frasi, di articoli,
di interviste, di canzoni e quant'altro, un enorme collage che alla fine
diventa un po' freddo e ripetitivo. Il punto più basso per me è
quando mettono in bocca a Dylan la frase "proprio come una donna" rivolta
non ricordo più a chi per qualcosa che la donna ha detto. L'ho trovato
di una banalità sconcertante. Mi rifiuto di credere che nella realtà
Bob abbia detto una cosa del genere. Se no me lo vedo come uno che se va
al capezzale di un amico morente gli dice "stai bussando alle porte del
paradiso", o se parla con una donna che ama le dice "i'll be your baby
tonight" oppure se questa lo lascia le dice "you're gonna make me lonesome
when you go", e via di questo passo. In questo senso non mi è piaciuto
nemmeno tutto il pezzo frammentato del Dylan-Rimbaud che snocciolava aforismi
e frasi storiche. Mi è sembrato altrettanto banale e, anche frasi
potenzialmente profonde, in quel contesto mi hanno dato l'impressione dei
pensierini sui bigliettini dei baci Perugina.
Un altro pregio del film è tutta la sequenza con Richard Gere
che non so come mai molti hanno stroncato. Da un punto di vista di "storia"
e di "sceneggiatura" mi è sembrata invece la parte più interessante,
molto visionaria, molto suggestiva, poetica e commovente. La parte più
corposa in cui Haynes mi sembra che si sia dato da fare per scrivere finalmente
qualcosa di suo che non fosse solo un collage di cose già dette
da Dylan nei suoi film e nelle sue canzoni.
Il grosso difetto di questo segmento però è che al di
là della bellezza delle scene, delle visioni, dei costumi e di tutto
il resto, sembra un trailer di un film, piuttosto che un film in sè.
Sembra cioè un'anteprima di un film di prossima uscita. Un film
che però non uscirà mai. Lascia intravvedere una storia lunghissima,
complicata, affascinante, epica, ma ne vediamo appunto un trailer di dieci
o quindici minuti. Niente di più. Peccato perchè poteva secondo
me essere la cosa più bella del film di Haynes.
Grosso pregio di questo segmento è tutta la sequenza dell'arrivo
di Gere nel villaggio e la cover da brividi di Goin' to Acapulco che incredibilmente
oscura anche quella di Dylan.
Punto debole la scena banalissima di Garrett che si scopre essere il
mr Jones di qualche scena prima, magari non necessariamente lo stesso personaggio
ma uno con la stessa faccia, lo stesso attore truccato. Un espediente che
credo sia trito e ritrito da 50 anni a questa parte a partire dal Totò
di 'Siamo uomini o caporali?'
E poi che senso ha quella scena dell'incontro con Garrett? C'è
una città chiamata Enigma piena di gente strana e vestita in modo
eccentrico non si sa per quale motivo, ok... c'è questo Garrett
che vuole costruire un'autostrada, ok... gli altri si oppongono, ok, e
poi? Dov'è il seguito della storia?
Ripeto: un trailer.
Altro grosso pregio del film è la musica e la scelta delle canzoni
che suppongo sia di Haynes. Scelta perfetta dalla prima all'ultima e non
era facile dovendo pescare tra centinaia e centinaia di pezzi. La palma
della migliore cover va per me a 'Pressing on' che mi ha dato davvero i
brividi nella scena del Dylan pastore della Gateway che fa il sermone ai
fedeli. Ma al primo posto ex-aequo metto anche l'incredibile frammento
di 'Tombstone Blues' di Richie Havens col piccolo Dylan-Woody e l'altro
musicista nero. Superba. Al secondo posto metto Goin' to Acapulco.
Bella anche la Maggie's Farm di cui si sente un frammento. Non mi ha colpito
invece positivamente (ma voglio riascoltarla) la cover di 'I'm not there
(1956)' dei Sonic Youth. Soprattutto perchè la si sente poco dopo
quella di Bob nel film e l'originale la eclissa letteralmente.
La parte del Dylan bambino nero... Mah, l'idea non era forse male in linea puramente teorica ma tutto sommato non me lo vedo proprio un bambino nero a rappresentare Dylan... E poi il suo personaggio è appena abbozzato ed in cinque minuti ha già detto tutto quello che aveva da dire, ha l'illuminazione sulla via da seguire grazie ad una frase magica della donna di colore che lo ospita e via verso la gloria... mah, tutto molto rapido e indolore... e poi perchè inghiottito dalla balena?... Azzardo: forse perchè aveva detto un sacco di bugie fino a quel momento (Sioux Falls, il Messico, le canzoni scritte per grandi nomi) e quindi, essendo un bugiardo, fa la fine di Pinocchio e viene inghiottito dal cetaceo? Comunque segmento alquanto algido e poco coinvolgente. Sì, è vero, quando va da Guthrie in ospedale si impenna per un attimo ma è solo un barlume.
I restanti segmenti, il Dylan marito ed il Dylan pastore evangelico, sono alquanto scialbi e soprattutto troppo brevi per far capire due cose fondamentali nella vita di Bob, ovvero il rapporto con la moglie e la crisi spirituale... Come può Haynes liquidare cose fondamentali nella vita di qualsiasi essere umano, l'amore, la separazione, la crisi personale e la fede, con pochi minuti di sequenze così superficiali? Non era meglio a questo punto nemmeno prenderle in considerazione?
E questo ci porta al più grosso difetto del film (anche se mi
rendo conto che è un difetto dovuto al fatto che devi farci stare
dentro tutto in due ore) ovvero al fatto che i personaggi della vita di
Dylan sono a stento abbozzati, anzi in molti casi nemmeno abbozzati. Norman
ovvero Grossman ad esempio. Appare moltissime volte ma allo spettatore
non viene detto nulla di lui. Non si sa chi è. Lasciamo perdere
i fans che conoscono a menadito la storia di Dylan. Ma i non fans? Forse
nemmeno hanno capito che quello era il manager/padrone di Dylan.
Bobby Neuwirth c'è ma non viene mai nemmeno citato di striscio,
non si dice niente del suo rapporto con Dylan, niente di niente... Joan
Baez, ok forse non avrà avuto l'importanza nella vita di Dylan che
alcuni esageratamente le conferiscono, ma nel film di Haynes è veramente
inesistente... Eppure qualcosa avrà anche detto nella storia con
Bob, artistica e non... E poi Sara? Ovvero Claire? Non ci viene detto NULLA
di questa donna. Il nulla assoluto. Tranne che è una pittrice francese.
Come può
uno spettatore che non conosce la storia di Dylan capire qualcosa dei
risvolti umani di un rapporto se non sa nulla dei personaggi coinvolti?
Se gli viene detto solo il nome e la nazionalità? E ancora: Woody
Guthrie. Viene detto solo che è un famoso cantante folk. Ok, si
dirà che molti dovrebbero conoscere già la storia di Woody.
Ma chi l'ha detto? Provate ad andare per strada a chiedere di Guthrie e
della sua storia, delle sue lotte, della sua malattia, delle sue canzoni,
del suo retaggio recepito da Dylan e da quelli come lui, del suo libro
fondamentale. Dubito che qualcuno sappia chi è o quanto meno che
ne conosca
la storia un po' nei dettagli. Dunque una scena commovente come quella
del bambino Dylan al capezzale di Woody (a proposito la pronuncia è
"wudi"... perchè tutti i doppiatori continuavano a pronunciare "udi"?)
può essere apprezzata da noi dylaniani, ma uno spettatore che quasi
nemmeno sa chi è Guthrie come può recepirla? Ora, Haynes
non poteva pretendere che gli spettatori del suo film andassero prima a
leggersi tutti i libri su Dylan e sui personaggi coinvolti nella sua storia
e a vedere tutti i filmati che lo/li riguardavano. Se fai un film biografico,
anche se non è un film biografico classico siamo d'accordo, devi
dare gli elementi, anche minimi, almeno quelli essenziali, perchè
lo spettatore "normale" possa capire di che cosa si sta parlando, a che
cosa si voglia alludere, che possa rendersi conto di quali sono i rapporti
tra i personaggi, di quali sono le storie che ci sono dietro i personaggi,
perchè determinate cose sono avvenute (perchè sono la conseguenza
di altre... ma se tu le altre non me
le fai vedere ci vuole la sfera di cristallo per indovinare), e ancora,
in che epoca certe cose sono avvenute.
Altro difetto infatti è che lo spettatore "comune" è
disorientato dall'accavallarsi delle scene avanti e indietro nel tempo.
Noi riusciamo ad orizzontarci perchè conosciamo a memoria le date
di riferimento ma il povero spettatore non dylaniano come fa? Come può
sapere che una cosa è avvenuta prima di un'altra nella vita di Dylan,
se oltrettutto non gli viene fornito quasi alcun indizio? Chiaro che poi
la gente alla fine del primo tempo si alza e va via perchè non ha
capito quasi niente di quello che sta vedendo.
Insomma il film è buono, girato bene, visivamente splendido,
è una manna per i dylaniani che possono apprezzarne gli ammiccamenti,
i rimandi, le citazioni, le ricostruzioni d'epoca, gli ambienti e tutto
il resto (anche se molti sono un po' fini a se stessi)... ma non va in
profondità, si limita ad utilizzare molti stereotipi, a dare tutto
per scontato come se tutti sapessero già tutto di tutto e di tutti,
non approfondisce anzi nemmeno quasi tocca un periodo fondamentale come
quello di Dylan a New York ventenne che muove i primi passi nel Greenwich
Village. Si concentra molto sul Dylan elettrico ma anche qui va
avanti per frasi fatte e per situazioni semplificate (terribile la
scena della band che spara con i mitra sul pubblico... mi chiedo come possa
essere venuta in mente ad Haynes una cretinata del genere), la Blanchett
superba salva tutto quel segmento da sola. La scenetta con Dylan e i Beatles
che sembrano dei bambini è carina ed è un piccolo (ma piccolo)
colpo di genio di Haynes che bilancia la stupidata dei mitra fortunatamente,
ma stilisticamente non c'entra niente con quel segmento. Soprattutto quando
sullo sfondo, mentre Dylan parla con gli ospiti, si vedono i Beatles prima
andare a sinistra e poi correre a destra inseguiti dalla folla dei fans.
Sembra un cartone animato e la scena è bellissima ma è anche
fuori luogo in quel segmento. La sequenza con Mr. Jones è splendida
ma sembra un videoclip di Ballad of a thin man. Non sembra la scena di
un film. Un film dovrebbe essere qualcosa di diverso da tanti videoclip
messi insieme. O no?
'Io non sono qui' resterà per me un film che a molti dylaniani
'duri' potrà piacere (a chi di più, a chi di meno), ma un
film non dovrebbe essere per pochi iniziati, credo, soprattutto quando
riguarda un artista che ha avuto un peso come quello che ha avuto Dylan.
Forse l'idea di fare un film biografico non convenzionale, con sei attori
diversi, con sequenze simboliche ed oniriche, con salti indietro e avanti
nel tempo senza una logica e chiara spiegazione, non è stata l'idea
vincente. Forse paradossalmente un film biografico classico e lineare sarebbe
risultato forse meno artistico e visionario, meno intellettuale ed elitario,
meno astratto e cerebrale, ma più coinvolgente ed emozionante. Forse.
Naturalmente però forse Haynes voleva fare solo ed esclusivamente
un film non convenzionale, un film per pochi iniziati, assolutamente non
biografico nel senso classico del termine, un film poetico e visionario,
dalla narrazione ellittica, voleva rappresentare le nevrosi e i tormenti
di un Dylan ingabbiato nel ruolo di rockstar, di profeta, di poeta, incapace
di vivere una vita vera sempre nell'occhio della macchina da presa, o dell'obiettivo
delle macchine fotografiche, o del taccuino, delle penne e dei microfoni
dei giornalisti, e non gli importava che si capisse esattamente la cronologia
degli avvenimenti o che si approfondissero gli aspetti della vita di Dylan
che sono serviti solo ed esclusivamente come spunto ed ispirazione per
un film che non vuole rappresentare la vita, o meglio "le vite", di Dylan.
E allora ha ragione lui e ritiro tutto.
Michele Murino
ps: "musica tradizionale basata sugli esagoni"? Ma non erano esagrammi?
Franz
Salve amici della fattoria.
Ho visto il film su Dylan e sono rimasto molto deluso. Dylan è
presentato come se fosse un deficiente e non un genio.Mi chiedo come Bob
abbia potuto permettere che un simile film fosse proiettato nelle sale,anzichè
destinarlo ad una pattumiera.
Se lo vedesse qualcuno che non sa nulla di Dylan si chiederebbe: "Ma
perchè mai candidano uno così al Nobel?E perchè
tanta gente lo segue?". Spero di essere stato chiaro....In poche parole,
il regista ha fatto fare a noi dylaniani la figura dei cretini.
franz
Davide Imbrogno
“Io non sono qui!”
Una breve recensione astratta su un’opera espressionista*
di Davide “the saint” Imbrogno
Sogno, visone, passione, dolore, realtà, finzione, vita!
Entriamo in una sala cinematografica. Quelle di un tempo in cui si
proiettavano i porno film. Le luci si spengono. E delle immagini iniziano
ad essere proiettate sullo schermo. Quello è un film! Il titolo
è “I am not there”! Un film sulla vita di un certo cantante. Un
ex cantante folk passato alla musica elettrica. Titoli di coda. Fine!
Rewind! Quello è un film! Inizio! Un film sulla vita non di
un artista, ma semplicemente sulla storia di un genio solitario e misantropo:
Bob Dylan!
Il regista Todd Haynes, ha creato un’opera
delirante, travolgente e sopraffina. Le perfette immagini, ci mandano in
un mondo surreale. In cui lo spirito di Magritte, si lega alla tradizione
di un sacro cinema: da Fellini a Godard, da Antonioni a Vigo, da Peckinpah
a Burton. In quelle immagini, l’oggi diviene domani, e il domani è
già ieri.
Diversi attori che interpretano differenti periodi
della vita e del sogno di Dylan. Sei volti, sei personalità, sei
stati d’animo differenti. Dylan da bambino che strimpella la sua chitarra,
è un negretto, immaginiamo che Haynes abbia voluto prendersi una
“sacra” licenza poetica. Sublime la scena in cui il bambino, va a trovare
Woody Guthrie in ospedale, triste e commosso nel guardare la sua “guida”
in agonia. Il Dylan folk è interpretato da Cristian Bale, un Dylan
tormentato spiritualmente, si converte al cristianesimo, loda Gesù
cantando in una chiesa evangelica, in seguito si riconvertirà all’ebraismo.
Arthur Rimbaud interpreta il Dylan poeta. Ma vediamo anche un Dylan padre
e marito, interpretato da Heath Ledger. E poi cambiano i colori, e ci troviamo
dinanzi uno strepitoso Richiard Gere, sopra un treno merci, pronto ad andare
verso il tutto e verso il niente. Un “Bill the Kid” solitario, un fuggiasco,
un uomo consapevole del suo dolore, consapevole di portare con se un fardello
fatto di consapevolezza. Consapevole di percorre una strada solitaria.
Niente e nulla è scontato. Tutto un giorno verrà pagato.
“Bill the kid” è l’anima solitaria, pronta a bussare alle porte
del paradiso, chiedendo giustizia. Un’anima solitaria diretta verso la
valle. Bill vive in un paese chiamato Enigma, un posto in cui modernità
e passato si mescolano, un luogo immaginario, suggestivo. E forse proprio
in quel posto, Dylan si è sempre rifugiato da tutti e da tutto,
cercando di spingersi “al di là del bene e del male”.
E poi…poi veniamo trasportati in un mondo felliniano,
come Mastroianni interpretava un artista visionario in “8 e mezzo”, Cate
Blanchett (sublime!), interpreta un Dylan allucinato, smarritosi volontariamente
nella sua mente, tra allucinazioni e psicosi, tra complotti e desideri,
tra amore e misericordia. Così, la vita di Dylan diviene un poema
beat. Un poema di consapevolezza. Consapevole di un domani che è
già passato. Consapevole di un whiskey già bevuto. Consapevole
di un amplesso già goduto. Consapevole di una verità fittizia.
Un poema scritto in una notte d’inverno, una notte in cui il sangue ha
bagnato i cuscini, e la pioggia è divenuta vento.
Quei volti, quelle immagini, illustrano un
genio pronto a percorrere un cammino, un sentiero selvaggio che l’avrebbe
portato sul monte della cognizione, in cui il male è bene, ed il
bene è male. Un posto in cui verità e bellezza non vengono
più ricercate, ma solo guardate attraverso un vetro nero di un Rayban
anni sessanta.
*il sottotitolo si collega alla recensione del mio fraterno amico Dario
twist of fate (abbiamo visto il film insieme). Il sottotitolo della sua
recensione è “una recensione astratta su un’opera impressionistica”.
Non sono d’accordo, credo che d’impressionista nel film ci sia poco e niente.
Credo che l’opera sia di tipo espressionista e surreale! I segni trasmessi
dall’ immagine hanno un alto valore metaforico, sono allegorie di uno stato
d’animo. Nel film la realtà viene distorta. E che cos’è questo
se non espressionismo?
Per quanto riguarda Paolo Vites e la sua recensione, mi ha colpito
ciò che dice a proposito del cinema: “Poi a me il cinema non piace.
Be’, mi piacciono I vitelloni di Fellini o Un mercoledì da leoni,
ma poco altro. Lo trovo un mezzo limitato ad esprimere in un paio di ore
storie, persone, fatti. Le vite della gente insomma”. E allora io dico:
ma perché il Vites ascolta canzoni? Le canzoni raccontano storie
e vite in circa tre minuti (Dylan lo insegna)! Mi sembra una lieve contraddizione!
Non c’entra il tempo, non c’entra quanto si impiega a raccontare qualcosa,
tutto dipende da come lo si fa!
Voto: 9
Un consiglio per chi ancora non ha visto l’opera: andate a vedere il film in compagnia della dolce Queen Mary.
Junior
ciao...innanzitutto complimenti per il sito
ho visto il film mercoledi,e mi è piaciuto moltissimo... sicuramente
per uno che non ha seguito o,se vogliamo dire "studiato" bob
dylan,questo film è quasi incomprensibile,molte parti infatti
devo ora rivedermele appena lo potrò comperare,perchè ci
sono moltissime scene simboliche,ma credo che bisognerà mettersi
tutti assieme per poterle capire tutte...
sarei felice se si potesse fare una sezione in cui si spiegano le varie
simbologie del film...
vorrei in particolare sapere cosa rappresenta la ragazza sulla bara
e la balena che inghiotte woody...
ho visto poi il cavallo bianco morto,di cui parla in una canzone di
cui ora non ricordo il titolo...
ciao,junior
Giovanni Della Corte
Martedì scorso, dopo il clamore delle prime recensioni positive, mi dirigo solo soletto da casa per vedere "Io non sono qui" all''America Hall di Napoli, supertraffico di ordinanza ma riesco fortunatamente a parcheggiare l'auto a breve distanza dal cinema. Spettacolo delle 20:00, chiedo un biglietto e mi viene indicata la sala n°1 quella grande, quella per intenderci destinata ai film più gettonati.Ero l'unico spettatore, non solo del film in questione ma di tutto il cinema che è un piccolo multisala. Era aperto il bar, c'erano delle signorine con banchetto che pubblicizzavano gli abbonamenti ad un cineforum, tutto come nei giorni di pieno regime, e tutto questo solo per me...! Una grossa responsabilità mi è toccata, una atmosfera irreale e suggestiva e diciamo anche suggestiva, molto dylaniana per intenderci. Mi siedo al centro della sala e lascio il cell. ovviamente acceso, al massimo disturberò me stesso, si spengono le luci e parte, oserei dire in automatico, la proiezione. Un caleidoscopio di immagini già nel prologo, e poi la musica, una stuck inside of mobile nella sigla di testa, una delle mie preferite che mi trasmette un senso di pace e compiacimento. Todd Haynes è un fanatico di Dylan e lo si vede chiaramente in tutto e per tutto. La scelta delle canzoni non è quella da appassionato della prima ora, le immagini sono modulate con le melodie di un canzoniere personale che ogni seguace di Bob Dylan ha fatto proprio e che spesso coincide. Per intenderci, Blind Wille Mc Tell e Man on the long black coat, anche queste tra le mie preferite, non le senti per radio se non in programmi di memorabilia o di "area protetta" ma proprio per questo ci appartengono di più rispetto alla abusata Blowing in the wind, che è patrimonio di tutti, e al tempo stesso individua ed etichetta il personaggio in questione, che in questo film come nella vita reale sfugge alle umane comprensioni, reinventandosi sempre in maniera diversa da quello che vuole il comune sentire del tempo. Volendo fare un gioco di parole, Bob Dylan è figlio del pretempo nel modo in cui ha precorso con la sua arte e la sua vita i cambiamenti della società, un vero intellettuale, sempre contro e comunque e per questo infinitamente onesto. Il film in questione tenta di rappresentare tutto questo, è un film dylaniano, dicevo in tutto, una sorte di enorme copia e incolla di Tod Haines tra i simbolismi di Mr tambourine e la sua musica e i riferimenti ai grandi del cinema con Fellini in testa. Bob Dylan è una spugna ebbene Haines non lo è da meno. I sei personaggi non sono tutti pienamente riusciti, ma soprattutto perchè Cate Blanchett sbaraglia tutti con il suo Dylan verosimile, da premio Oscar. In tema di regia bellissima la fotografia del Dylan Blanchett con i contorni della swinging london dell'epoca, ma ancora più bella la basament tapes del Dylan Gere con Jim James che canta un astraordinaria Going To Acapulco. Sono uscito dal cinema soddisfatto, sempre da solo e salutando l'addetto al cinema che mi guardava in maniera stranita, imperniato com'ero da quella dimensione onirica non mi avrebbe sorpreso incontrare una giraffa girato l'angolo.
Giovanni Della Corte
Bruno "Jackass"
Ho appena visto il film...
Mia moglie, che di Dylan conosce soltanto le canzoni più famose,
s'è annoiata molto e s'è fatta di Dylan una brutta immagine.
Dal canto mio credo sia la peggiore opera sulla vita di Dylan che ho mai
letto/visto/ascoltato. Sono stati presi tutti gli aspetti più
mitizzati del personaggio e sono stati mistificati a fini spettacolari.
Sembra più che altro un trip onirico su come Dylan può apparire
nella mente di un fan "decerebrato" e disinformato.
Molto peggio di quel film pessimo sulla vita di Jim Morrison.
Una cosa che mi ha sconvolto è che la consulenza ai dialoghi
italiani sia stata a cura di Tito Schipa Jr., cioè del peggior
traduttore/intreprete di Dylan in Italia. La versione in lingua originale
deve essere sicuramente meno peggio.
Il fatto che Dylan abbia autorizzato il film non significa nulla perché
credo che neanche l'abbia visto e comunque Dylan ha sempre giocato a distruggere
il proprio mito per poi rinascere, più forte, dalle proprie ceneri.
Potremmo stare ore a criticare ogni singolo fotogramma... ma è
una perdita di tempo.
Le uniche emozioni sgorgano dalle canzoni di Dylan, e particolarmente
da quelle cantate da lui.
Per fare arte non bastano sei attoroni e un regista, ci vuole un cuore.
P.S.: come al solito anche la traduzione del titolo è toppata:
"Io non sono qui" è esattamente il contrario di "Io non sono lì",
e dal punto di vista del significato è totalmente fuorviante
ed opposta al senso della canzone "I'm not there".
Cordialmente
Bruno Jackass
Matteo "Squirrel"
Mi sono recato a vedere “Io non sono qui” pieno di curiosità.,
come penso tutti coloro che seguono le pagine di questo sito.
Per esprimere una valutazione complessiva riguardo l’opera c’è
però bisogno di suddividerla in diverse parti.
Intanto necessita sottolineare che è difficile esprimere un
giudizio obiettivo su un film che tratta un argomento del quale si è
così partecipi, conoscitori, direi affezionati.
Dal punto di vista puramente cinematografico ho notato una grande fotografia
e una scelta del bianco e nero che riproduce magnificamente l’ ambientazione
anni ’60 e lo fa in modo preciso e accurato già dal tipo di caratteri
usato nei titoli di testa.
Il film, come sappiamo è scomposto in diverse parti , diversamente
trattate tra loro. La mia opinione quindi è diversa a seconda del
“segmento”.
Trovo decisamente fuori luogo il tipo di recitazione del bambino
di colore, oltre che forzata la scelta di un interprete del genere. La
prima parte della vita di Bob Dylan è già abbastanza romanzata
e avventurosa senza bisogno di aggiungere simbolismi quali balene o altro…
Trovo veramente inutili le “finte interviste” che tanto mi ricordano
quelle umoristiche presenti nei film di Woody Allen (ma quelle erano appunto
umoristiche).
Il Bob Dylan di Cate Blanchett è a mio modo di vedere il migliore,
sia per l’interpretazione sia per il modo di raccontarlo. Anche qui ci
sono i simbolismi, ma meglio si sposano con la sceneggiatura.
Il tutto mi sembra avere una uniformità stilistica decisamente
superiore. Il regista qui ha potuto usare un linguaggio a volte anche
visionario che bene ci trasmette lo stato di confusione interiore del Dylan
di quegli anni. Ecco, trovo che qui vi sia il cinema migliore raggiunto
all’interno del film. Purtroppo anche in questo segmento ho trovato delle
forzature: piuttosto dei mitra spianati sulla folla del folk festival,
avrei preferito una sceneggiatura che calasse il pubblico in sala (soprattutto
quello inconsapevole) nei panni del pubblico di Newport. Mi sarebbe piaciuto
percepire la grande attesa per il nuovo re del folk, la tensione che sale
tra i presenti e poi il grande schiaffo delle chitarre elettriche a volume
mostruoso. C’era bisogno di usare dei mitra? Non è stata quella
una raffica già abbastanza efficace?
La parte relativa al Dylan post incidente e la fase più “famigliare”
è intensa solo in particolari momenti come la scena
tra Bob e Sara con Idiot Wind che scorre in sottofondo.
Il Bob Dylan interpretato da Richard Gere è quello che più
mi ha lasciato perplesso. Ho letto, qui sul sito, che la città di
Enigma rappresenterebbe la repubblica invisibile ecc., ma personalmente
trovo del tutto inutile una rappresentazione così lontana dalla
realtà. E’ vero, le immagini sono nuovamente suggestive e Haynes
dimostra davvero di saper usare la macchina da presa, ma è proprio
per questo che mi rammarico maggiormente.
Un film che è stato presentato in prima visione tramite uno
sforzo pubblicitario non indifferente rischia in questo modo di sparire
dalle sale in pochissimi giorni. Potete stare certi che chi poco sa di
Bob Dylan difficilmente sarà convinto da questa pellicola, così
carica di riferimenti e citazioni alla sua vera storia, in massima parte
però solo simboliche e da decifrare. In questo modo, grazie al passaparola,
anche il vasto pubblico di appassionati di musica sarà tenuto alla
larga dalle sale. Non credo che questa sia stata una scelta consapevole
e deliberata visto il largo battage pubblicitario che ne ha accompagnato
l’uscita.
Devo aggiungere però una cosa importante: uscendo dalla sala
ho avvertito un forte peso, una certa angoscia e non perché il film
mi fosse dispiaciuto totalmente. Probabilmente è l’angoscia vissuta
del protagonista? Alla fine, quindi il regista è riuscito a trasferirci
e a darci un’idea dell’irrequitezza interiore di Bob Dylan? Beh se così
fosse bisogna ammettere che è un risultato che nessuno era riuscito
ancora a perseguire e che il film ha raggiunto uno scopo non indifferente.
Matteo "Squirrel"
Alessandro Metlica
Caro Michele,
ho visto ieri sera I'm not there. Ora, se ti scrivo è perché ho letto il dibattito sul sito, e francamente ho trovato imbarazzanti alcuni dei pareri espressi, in particolare quello di Paolo Vites, critico che stimo e rispetto ma che, questa volta, mi pare non averci capito un'acca.
Intendiamoci: qui parliamo tra dylaniani, e perciò è normale che un film come Masked e Anonymous ci abbia toccato; personalmente, ne sono stato emozionato. Questo non toglie che sia un cattivo film: a livello narrativo, strutturale, e onestamente anche visivo, dove non si segnala per spunti particolari. I gusti sono gusti, e non per questo un film deve non piacere. Tutti hanno diritto alla propria opinione. Però paragonarlo alla pellicola di Haynes è davvero troppo. A livello visivo I'm not there è superbo: è realizzato da uno che di cinema ne capisce, e si vede. Il montaggio è raffinato, propone alternanze di colori che danno i brividi, e i vari stili di regia (dal documentario al cinema classico, sino al grottesco/avanguardistico della parte della Blanchett) sono giustapposti senza soluzione di continuità, con un'intuizione geniale, la sola che potesse esprimere anche visivamente la molteplicità di Dylan. In questo stile babelico e multiforme anche le citazioni da videoclip si innestano con naturalezza.
Ora, che dire del montaggio della scena in cui la Blanchett scrive Tarantula? Qui siamo ai livelli di un Godard, di un Eisentein. I dettagli (in primis la tarantola su sfondo bianco), i piani medi o ravvicinati sono alternati, ripetuti, stratificati come nel tentativo di rendere la stessa scrittura dylaniana, fatta di ritagli incollati tra loro.
E come sarebbe a dire che a volte Haynes sbaglia nell'associazione tra musica e immagine? Ma l'avete visto il cavallo morto che appare sulla strada di Richard Gere mentre si sentono le prime note di The man in the long black coat? Inoltre credo che, offrendo la propria interpretazione delle canzoni di Dylan, Haynes abbia talvolta toccato il loro senso più profondo: mi veniva da piangere, a vedere la Gainsbourg fare l'amore per l'ultima volta sulle note di Idiot wind, o ancora (sarà banale, ma vero al tempo stesso) quando Blind Willie McTell accompagnava il piccolo Dylan al letto di Woody Guthrie, vicino al vecchio mondo che stava morendo…
L'operazione, in sé, è certo criticabile. Altri cinefili che hanno visto il film con me, ma che non conoscono Dylan come lo conosco io, hanno trovato il film molto interessante, splendido a tratti ma confusionario, un po' caotico. Vero: difficile capire il dialogo tra la Blanchett e Coco sulla collina, se non si colgono i versi di She's your lover now (non esattamente una canzone celebre…) Non a caso la parte più apprezzata dai miei amici è stata quella del Dylan elettrico, la più conosciuta, con alcuni particolari da brividi, come il Dylan-aquilone che ondeggia in cielo, appeso a un filo, nella metafora di un sogno (non si capisce di chi, se suo o di una generazione).
Insomma: caotico forse, criptico sicuramente, e di arduo godimento per chi non conosce Dylan. Ma noi, che Dylan lo amiamo, facciamo uno sforzo: qui è un intero linguaggio, quello cinematografico, a rendergli omaggio, e nel modo più sincero possibile; perché Haynes è un po' celebrale, forse, ma mai freddo. Questa non è un'opera di Dylan, per cui non vi si parla il suo linguaggio, come invece avveniva in Masked and Anonymous: ma è la più grande opera su Dylan finora concepita. E dubito che, visivamente e poeticamente, si possa fare di più, in un libro o in un film.
Alessandro
Francesco Maggi
Ciao Michele,
riguardo a "I'm not there"!
Funzionano il Dylan 66 di Blanchett e il Dylan 60-61 del ragazzino nero,
evocano davvero la biografia di Scaduto, Chronicles (per il 60-61), i documentari
sul 66 e le varie leggende su Dylan, in una forma nuova (prescindere da
queste fonti era impossibile, ovviamente).
Nella parte Dylan 66 è meno riuscito l'accenno al rapporto Dylan-Hardy.
Ho trovato noioso il personaggio Dylan-attore con la sua fidanzata-moglie
francese ibrido fra Suze e Sarah. Privo del supporto
di fonti e modelli di spessore, la qualità della storia precipita
verso un polpettone sentimentale che non prova a raccontare nulla nè
dell'amore di Dylan per queste due donne nè della sua infedeltà
cronica a entrambe... non c'è un singolo episodio che contenga un
minimo di poesia, di umanità... davvero non si poteva inventare
di meglio ascoltando le tante canzoni che paiono evidentemente parlare
di queste donne? Nota critica relativa all'edizione italiana: o la fai
parlare in italiano, o prendi una francese vera e la fai parlare in italiano...
ma prendere un'italiana che fa il verso dell'accento francese è
roba comica... la pantera rosa davvero!!!
Inguardabile il Dylan-di protesta del 62-63, pare un sociopatico! Chiunque
è entrato in contatto con foto, canzoni, scritti, filmati, interviste,
testimonianze del periodo sa che non c'entra nulla.
Certo poi arriva il Dylan-cristiano-rinato e allora rimpiangi quello
di protesta ehehehe
Carino il Dylan-intervistato.
La parte di Gere ha alti e bassi: il picco negativo è la scena con Pat Garrett, il picco positivo la scena in cui si ferma ad ascoltare la canzone, con la bara sul palco e quell'incredibile gruppo che suona... stupenda!
Bellisima la musica (ahahhaha!)
Nel complesso mi sono divertito perchè è sempre emozionante entrare in contatto con la musica di Dylan. Mi sembra che il film non sia molto riuscito in relazione al potenziale enorme che portava l'idea dei sei attori e del montaggio a incastro, e purtroppo, a tratti, riesce addirittura ad essere irritante! Il regista ha dimostrato tutti i suoi enormi limiti di storyteller in svariati punti della storia, in particolare in quelli dove aveva scarse fonti o riferimenti di altri registi, oppure dove li ha usati parzialmente o affatto.
In conclusione, non credo lo riguarderò mai, o lo consiglierò
a qualcuno che voglia avvicinarsi a Dylan con un film. In questa
direzione, No Direction Home è infinitamente più valido!
Ciao
Francesco (Acoustic Visions of Bob Dylan)
Dario "Twist of fate"
“Ode a Jude Quinn: baciato dalla Fortuna, ma lontano della grazia di Dio”
Sottotitolo:
Una Recensione Astratta su un’opera impressionistica
Hanno detto:
“Quello di Todd Haynes è una miscela perfetta di musica, arte visiva, cinema!”
“L’autopsia di uno dei più eclettici talenti musicali d’ogni tempo!”
“Tecnicamente splendido per quanto riguarda la parte narrativa e fotografica!”
“Uno scenario di libera e devastante indigenza.
C’è uno struzzo, gente sfollata, uomini a piedi diretti verso
la fine del tempo, nel Missouri, in un piccolo villaggio chiamato Enigma,
fantasmagorica polis minacciata dall’Autostrada della Modernità,
di sicuro situato lungo la Highway 61, dove Dio chiese ad Abramo di sacrificare
suo figlio…
Gli occhi ingannano il vecchio fuorilegge, Kid, che scorge nel caos
una giraffa…
Gabriele nel cielo suona la sua tromba, ma si può vedere solo
da un marciapiede di Los Angeles, quando ci sente soli, sperduti fra il
nulla e l’addio, alla ricerca di verità e bellezza…
Una tarantula in bianco e nero sfila ripetutamente, con la sua cadenza
perversa ed ammaliante…
Ginsberg che rincorre su un macinino il menestrello traditore annunciandogli
che se si è venduto lo ha fatto a Dio, ringraziandolo per aver introdotto
l’arte nel jukebox all’idrogeno…
I Beatles, quattro candidi monellacci, si rotolano in un giardino alto-borghese,
le loro voci sanno di elio, ma non lo è quello che hanno appena
spippettato…
Colpa di un ex- cantante folk che adesso fa tossire termosifoni, mentre
i gatti sul tetto miagolano il loro amore…
E’ un cantante con voce asmatica e imperfetta quello che fa risuonare
la sua armonica, le chitarre mercuriali, l’organo e il piano come se fossero
coltelli a serramanico, o peggio fucili mitragliatori, che luccicano in
una notte senza fine…
Le anfetamine, la mancanza di riposo, le contestazioni di un pubblico
evidentemente impreparato che arriva a chiamarlo Giuda… facendo di lui
un pallone aerostatico…
Soltanto una pedina nel loro gioco o forse un semplice scherzo del
destino, quello che ti fa perdere la donna amata, forse perchè “Tu
hai domato il leone nella mia gabbia ma non era abbastanza per cambiare
il mio cuore!”
Ispirato alla musica e alle molte vite di Bob Dylan, recita la didascalia iniziale…
Visivamente fascinoso, miscelato fra un rotocalco menzognero, biopic,
tecniche da videoclip, verità e fantasia, I’ m not there, brilla
d’intense luci lisergiche.
C’è dentro una bella fetta del glorioso cinema anni 60-70 e
non solo…
Da Fellini (Dolce Vita e 8 e ½, su tutti, ma anche Giulietta
degli spiriti e Casanova) all’Antonioni di Blow Up, da Godard a Peckinpah,
fino a Gus Van Sant e Tim Burton, perfino una citazione da Jean Vigo e
dal Woody Allen di “Zelig” e di “Accordi e Disaccordi”, ed almeno un pezzetto
di Renaldo & Clara…
Il tutto impreziosito dall’inimitabile song book dylaniano, nelle sue
versioni più conosciute o in nuove riproposizione di altri artisti,
ed è doveroso citare almeno le rivisitazioni di Goin’ to Acapulco,
Ballad of thin man, Knockin’on heavens door, Pressing on e un’audace Maggie’s
farm…
Una sinfonia di immagini, dove con grande coerenza ed abilità sfilano i pezzi da novanta del repertorio dylaniano: Vision of Johanna, Idiot wind, Sad eyed lady of lowland, Memphis blues again, All along the watchtower, Simple twist of fate, Like a rolling stone, Blind Willie Mc tell, Man in the long black coat)
Hanno detto:
Le storie dei sei personaggi s’ intrecciano, pur essendo diverse e
lontane tra loro, non solo nel tempo e nello spazio ma anche nello stile:
alcune sono in bianco e nero, altre a colori, tutte comunque legate in
qualche modo, esattamente come si legherebbero le multiple personalità
di un Genio!
A Cosenza, Cinema Garden, Sala A, quella piccola, per fare posto a Shrek
3, che si è beccato la grande…
Ci sono poche persone, durante i tre spettacoli. L’esercente dice che
il film resterà fino a giovedì in programmazione e che nei
primi quattro giorni ha incassato una miseria! M’incupisco: ci sono poche
persone, ripeto, tutt’altro che entusiaste, a parte me e un signore anziano,
un’Eminenza Grigia, sarà stato un Poeta o un professore che la sa
molto lunga…
Il suo commento finale è stato, “Non so in che modo questo film
possa interessare e piacere alla gente comune, in fondo ci sono molti più
elementi che in una vita media”.
E poi “non lo definirei proprio un vero Capolavoro, anche se oggi,
dove sono “questi Capolavori!?!”
Ho ringraziato e mi sono accucciato nella poltrona mentre i titoli
di coda scorrevano lenti su una maestosa “Knockin ’ on heavens door” eseguita
da Antony & The Johnsons
“La recensione nella recensione”
La narrazione si confonde, fra passato presente e futuro, alla Rimbaud,
sogno e realtà, pillole & alcool, bianco e nero misto a colori
sgargianti, foto che prendono vita, canzoni che si trasformano in film,
documento e finto documentario, e un film che è una canzone!
Todd Haynes, dirige questo caleidoscopio senza sbavature e senza poi
tanti eccessi barocchi, muove la fotografia e la fa vibrare di luce come
se fosse un elemento aggiunto, la sua sfida è quella di restituire
poesia al cinema, e ci riesce, musica, immagini, linguaggio dei segni,
pittura astratta, pescecani che inghiottono sogni di gioventù e
candore…Un predicatore coi capelli ricci, sul finire degli anni 70…
Strepitose le interpretazioni di tutti gli attori, incantevole Julianne
Moore nei panni di Joan Baez, dotata di una melanconia dolce e disarmante…
E poi eccellenti Richard Gere, nei panni di un ex- bandito ora indigente
che ha probabilmente perduto la sua strada ed è miracolosamente
sopravvissuto ad una pallottola oppure a se stesso, alla sua leggenda…
Christian Bale che ancora una volta rivendica la sua sconfinata bravura,
fuori dal comune e dagli schemi…
Heat Ledger, modesto divo della nostra epoca, che però regge
bene al confronto nella calata agli inferi del periodo dylaniano dark,
che ha però prodotto dischi come Planet Waves, Blood on the tracks
e Desire, ma che ha tormentato l’autore con la solitudine, lontano dalla
sua bucolica visione di vita e di famiglia…
Senza parole l’interpretazione mimetica ed eterea di Cate Blanchett,
vincitrice della Coppa Volpi al Festival di Venezia e sicura candidata
dei prossimi Golden Globe…
Amore ed invidia per questa grande attrice!
Un film su Dylan, sull’America e forse anche su noi stessi, su come siamo cambiati per sopravvivere e su come siamo stati capaci di distruggere ogni cosa che amavamo, fino all’Apocalisse. E l’abbiamo fatto proprio come una donna, incapace di fare gran poesia e per questo motivo votata soltanto al nichilismo; quando un’altra luce si spegne e un'altra notte risplende nei nostri cuori!
Buona fortuna ai sopravvissuti da Dario Twist of fate, il parassita di Piano dei Rossi Lounge # 41
Una scena su tutte: Richard Gere osserva il panorama e in lontananza
si sentono echi di cannoni,
Guerra Civile a Babilonia! A me sembra la mia Catena Costiera e mi
emoziono un po’, in un breve twist of fate…
La parte meno convincente: quella del poeta Rimbaud, interpretato dal modesto Ben Wishaw, lievemente superflua e impalpabile
La canzone: “Goin’ to Acapulco” eseguita da Jim James & Calexico
La frase: "Io non scelgo le canzoni da cantare, sono loro a scegliere me”
Voto: 8 e ½ (non a caso)
Un consiglio: prima del film (ri) -ascoltate Highway 61, Blonde on Blonde
e Blood on the tracks!
“They sat together in the park, as the evening sky grew dark, She looked
at him and he felt a spark tingle to his bones. 'Twas then he felt alone
and wished that he'd gone straight
And watched out for a simple twist of fate”
Dario "Twist of fate"

Andrea Orlandi
foto di Andrea Orlandi
Caro Michele
ho visto l'altra sera la proiezione a Venezia di "I'm not there" e finalmente si è dissolto l'incubo di assistere ad un clamoroso flop.
Emozionatissimo, ero in sala con circa 1.800 sconosciuti. Appena pochi secondi dopo le prime immagini ed i primi suoni, la paura è svanita, e son rimasto inchiodato alla sedia, come TUTTI gli altri 1800 presenti, per 2 ore e mezza, travolto dalla forza evocativa della rappresentazione della vita di uno dei più grandi artisti del secolo.
Montaggio incalzante , spostamenti in avanti ed indietro nel tempo - e nei personaggi - continui , citazioni familiari, musica grandiosa (e molta di più di quanto mi aspettassi in versione originale ufficiale di Bob) attori entusiasmanti.
Non voglio andar oltre per non rovinare la sorpresa della prima a chi non ha ancora visto il film, ma voglio dire che, almeno per me, ha superato ogni aspettativa.
Originale nel raccontare la storia e nel rappresentare l'artista, la cosa che più mi ha colpito è il modo in cui ti fa entrare nella sua mente , fino quasi a farti provare l'emozione di come possa funzionare.
Ecco , è come un viaggio all'interno della mente di Dylan e delle sue canzoni per i primi venti anni della sua carriera.
Forse la parte meno riuscita è in alcuni rimandi alle vicende familiari, con scene troppo forzate e frettolose, messe per cucire la storia del divorzio.
Cate Blanchett è diventata la mia attrice super preferita: è di una bravura sconvolgente, e posso dire che il minore dei pregi è la straordinaria somiglianza che riesce ad avere con l'artista di Blonde on Blonde e del British tour.
Era impossibile fare meglio di quello che ha fatto lei, non la cambierei
con nessun altro in quel ruolo.
E Todd Haynes è un genio per la scelta di una donna a rappresentare
Bob in quel periodo, come per il modo originale in cui ha saputo rappresentare
i momenti topici delle sue performances.
Haynes con la Blanchett ha catturato per sempre l'essenza del Dylan "hipster" del '66, rivelandone anche il lato femminile che spiega il fascino che emana forte anche per il pubblico maschile.
foto di Andrea Orlandi
Ho voglia di vederlo subito di nuovo per rivivere l'esperienza dell'altra sera sperando che venga confermata .
E' un film che, tra l'altro, potrebbe sicuramente colpire dritto al cuore anche uno spettatore che non sa nulla di Dylan, e penso che potrà incuriosire molti, portando ad allargare la platea dei suoi ammiratori.
Andrea Orlandi
Gipsy Flag
Il dibattito su I am not there si fa acceso e interessante. A me sembra
che il film di Todd Haynes tenti di avvicinarsi realmente all’estetica
dylaniana. I piani diversi sovrapposti e intersecati, a formare un caleidoscopico
disegno generale, ricordano l’idea che Dylan ha espresso parlando di Blood
on the Tracks. Così anche tutto il gioco di sostituzioni e spostamenti,
di sfasamenti temporali e di soggetti fluttuanti, che caratterizza il film
e lo rende caotico, difficile, forse impossibile per chi non ha sufficienti
conoscenze per decodificare tutto l’intrico di riferimenti. Riferimenti
che possono essere estremamente precisi e raffinati o assolutamente infedeli
e fuorvianti. Non sono forse sempre stati così i riferimenti culturali
e musicali dello stesso Dylan?
Le migliori e più coinvolgenti interpretazioni degli attori
che impersonano Dylan sono le più lontane dalla somiglianza: Marcus
Carl Franklin è un ragazzino nero, Cate Blanchett una donna, Richard
Gere tutt’altro tipo. Il registro interpretativo è affettivo o di
magistrale immedesimazione, nel caso della Blanchett. Il sorriso della
Blanchett nella sua ultima inquadratura è talmente enigmatico e
inquietante che merita secondo me di essere ricordato nella storia del
cinema.
Dopo decenni in cui la figura di Dylan ha continuato per un verso o
per un altro a essere imprigionata a Blowin’ in the Wind e ai soliti stereotipi,
qui troviamo un regista che inchioda Dylan alla canzone più oscura,
sconosciuta, sconclusionata e inquietante di tutto il suo repertorio: I'm
Not There (1956). Infatti sono proprio l’enigma, lo sfuggimento, l’indefinitezza
(e la libertà) a essere poste come chiavi di lettura del personaggio
Dylan e dello stesso film. L’autostrada a sei corsie che minaccia il piccolo
villaggio
chiamato “Enigma”, nel frammento di storia con i riferimenti a Billy
the Kid, mi sembra il passaggio nodale per la comprensione di tutto il
film. La rivendicazione del diritto a essere complessi, stratificati e
contraddittori, di fronte all’appiattimento del costume generale a cui
Dylan fu testimone nel passaggio tra gli anni cinquanta e sessanta, e contro
cui protestò. Il rifiuto di qualsiasi cliché, di qualsiasi
ruolo o atteggiamento preconfezionato, che Dylan ha espresso in tutta la
sua vita. Il suo “non esserci” quando doveva esserci, nell’estate dell’amore,
a Woodstock, in quegli anni settanta che non gli appartenevano
più. La “chiave” di Dylan è nei Basement Tapes: Greil
Marcus e Alessandro Carrera lo hanno abbondantemente argomentato. Todd
Haynes coglie nel segno intitolando così il suo film. Lasciando
nel finale i due riferimenti più importanti: l’autenticità
esoterica della tradizione popolare e l’enigmatica concezione dylaniana
del tempo...
Perché dunque lamentarsi con questo regista e con questo film?
Todd Haynes non celebra né beatifica né documenta il fenomeno
Dylan, piuttosto lo rielabora creativamente e affettivamente. Così
come anche Sam Shepard aveva fatto nel suo Rolling Thunder logbook.
Gipsy Flag
Stefano C.
Ho visto il film, finalmente!
Che dire? Da una parte mi e' piaciuto in modo totale dall'altra un
po' meno, ma andiamo in ordine. Esco dal lavoro e andiamo io, mia moglie
e le mie figlie (virtuali) al cinema, non so perche' ma mi sembra di stare
andando a un concerto di Dylan l'emozione e' la stessa. In sala siamo in
tutto 5 persone piu' le mie figlie che sono 2 virtuali perche' stanno nel
pancione di mia
moglie e quindi siamo in totale 7.
Si spengano le luci e... BOB DYLAN!
Si! Bob Dylan perche' questo film e' suo, e' di lui che si parla, le
vicende che si dipanano per tutta la durata del film sono unicamente sue.
Si apre il film con il Dylan elettrico nell'obitorio a dire cosa sarebbe
accaduto se Bob fosse morto in quell'incidente motociclistico...
E via si parte con il film. E' incredibile! E' incredibile come ogni
dettaglio non viene trascurato e questa e' la parte che mi e' piaciuta
di piu' del film, e' incredibile come le foto che abbiamo visto di Dylan,
durante gli anni prendono forma e vita, mi riferisco soprattutto al periodo
mostrato dal film con Dylan e Claire (Sara), la casa, e come e' l'aspetto
di Dylan, di quel periodo.
E poi il ragazzetto di colore, bellissima la scena del bambino-Dylan
che va a trovare Woody Gutrie a letto veramente commovente.
E il Dylan elettrico con Cate Blanchett che imita Dylan raggiunge quasi
la perfezione!
Ma la scena migliore del film secondo me e' quella (tutta l'intera
sequenza) del giornalista, in cui Dylan sputa veleno cantando Ballad of
a Thin man, soprattutto quando il giornalista entra nella sala del concerto
e c'e' il pseudo Dylan che recita la song e 'Non e' cosi Mr. Jones?' GRANDE!
La cosa che mi ha colpito del film sono i dettagli, addirittura le
unghie di Cate Blanchett nere come Bob le aveva in quel periodo o le movenze
di questa in tutte le situazioni.
Grande la colonna sonora.
La cosa che non capisco e' quale e' la chiave di lettura del film?
Chi conosce Dylan sa molto vedendo e ne sa cogliere anche le varie
sfumature del film stesso anche i continui flash-back ma a chi non lo conosce
come ne esce fuori qui? (bob)
Eppure questo film e' stato addirittura autorizzato da Dylan quindi
viene presentato come un qualche cosa di 'VERO'.
In poche parole per me e' un grande film su Bob, non so quanto si poteva
chiedere di piu' al regista visto come e' Dylan e le cose che si hanno
su Bob Dylan.
Peccato che riguarda solo alcuni periodi della carriera di Bob!
Ad ogni modo la cosa che traspare dal film e' la grande sofferenza
di Bob a tutto questo, al mondo musicale e non solo, anche sofferenza alla
vita stessa.
Joan Baez lo disse una volta: Dylan non e' mai stato felice.
Stefano C.
Ferdinando "Ferdyp" Pollastri
Cari amici, ieri sera (7 settembre) sono andato a vedere Io Non Sono Qui.
Premetto che non sono un esperto di cinema ma, a differenza di Paolo
Vites, a me il cinema piace, non capisco quali siano le caratteritiche
per dire che un film sia valido però credo che un film come Forrest
Gump, ad esempio, sia meglio di Natale A Miami, ma quello lo sapevano anche
i gatti. Posso inoltre dire da modesto scrittore di canzoni che è
molto più facile esprimersi in due ore di film che in 50 minuti
di disco, ma questa è un altra storia. Con questo "bagaglio cinefilo"
ho ritenuto che Masked & Anonymous sia stato un film molto bello, magari
alla seconda visione dove ho capito meglio, ma l'ho ritenuto valido. Io
Non Sono Qui non è un film facile, bisogna avere pazienza, capire
che non si ha a che fare con un biopic comune perchè del resto una
storia recitata sulla vita di un personaggio ancora in vita sarebbe poco
credibile. Cate Blanchett è straordinaria ma non perchè assomiglia
a Dylan ma perchè ha saputo cogliere gli aspetti più interiori
di Dylan che nè in Don’t Look Back e nè in No Direction Home
emergono veramente dalle immagini. Credo inoltre che nella storia del cinema
sia rarissimo trovare una donna che interpreta un uomo tra l'altro difficile
da capire, enigmatico e complesso e in uno dei momenti più difficili
della sua vita. A volte le inquadrature mi ricordavano alcuni telefilm
inglesi degli anni '60. Il Dylan-Rimbaud degli anni della protesta ha un
filo in comune col Dylan-attore degli anni '70 e cioè la Suze Rotolo/Sara
Dylan pittrice dagli occhi tristi e che rappresenta un lato importante
della vita di Dylan, quello dell' amore, delle donne. Il motivo per cui
il Dylan hobo è un ragazzino nero secondo me è
dovuto al fatto che egli stesso si dipingeva come un piccolo bluesman
e che faceva credere di essere stato in New Mexico, Gallup, Sioux Falls
e tutte le altre fandonie che raccontava appena arrivato a New York e dato
che dimostrava 14 anni anzichè 19 era oggetto di coccole e attenzioni
da parte di qualche mamma del Village. Nel Dylan/Gere/Billy The Kid ho
visto il Dylan rifugiatosi nella pace di Woodstock, lontano dalle scene
e dai riflettori che conduceva una vita serena, modesta e felice ma che
poi ha dovuto abbandonare per il clamore dei fans, dei pazzi, dei curiosi,
dei giornalisti, dei paparazzi, etc. Praticamente l'autostrada a 6 corsie
che spazzerà via le cose buone. Il costruttore Mr. Jones smaschera
Billy/Dylan che è costretto a tornare al suo destino. Se viene rappresentato
come un vecchio è per lasciare intendere di trovarsi in un momento
di saggezza. Purtroppo la fase Dylan/religioso non viene approfondita come
dovrebbe. Il personaggio rappresentato qui è un individuo
maturo e positivo, mentre nella realtà Dylan si trovava nel
bel mezzo di un esaurimento nervoso che poi superò tenendosi stretta
la sua spiritualità. La colonna sonora, inutile dirlo è straordinaria
e in alta definizione rende ancora di più. La scena coi Beatles
ragazzini è bellissima così come quella della conferenza
stampa. La mitragliata di Newport e relativa performance sono buone. In
conclusione direi che a parte in qualche caso dove la canzone scelta per
la scena non è appropriata si tratta di un film
molto interessante anche se non di facile digestione. Inoltre sarebbe
consigliabile, per chi non conosce Dylan, di leggersi una biografia prima
di vedere il film per fare in modo di riconoscere nelle battute degli attori,
le dichiarazioni di Dylan tratte da interviste, i riferimenti alle sue
canzoni, alle sue poesie e al libro Tarantula. In questo modo il film è
più comprensibile.
Mi spiace che Vites non abbia gradito il film ma come egli scrive non
è un amante del cinema (anche se però non capisco come abbia
potuto apprezzare Masked & Anonymous). Come al solito Dylan spiazza.
Ferdinando "Ferdyp" Pollastri
Luigi Catuogno
Sono stato a vedere il film ieri sera.. Sono tornato frastornato, e
nonostante la stanchezza, stanotte
ogni tanto ci pensavo.
Poi ho letto la recensione di Paolo Vites. Per la verità non
ho mai condiviso una sola parola su Dylan di
questo "critico".. ma questa recensione tocca il fondo. Intendiamoci:
uno può condividere o meno le
scelte artistiche di chiunque ma non capire a cosa si riferisse il
personaggio interpretato da Richard
Gere mi sembra proprio una cosa da ignoranti (nel senso latino del
termine). La parte di Gere per me è
stata la più bella. Era Woodstock e La Repubblica invisibile!!
(sentito il concerto in lontananza?) e
Dylan/Gere con il suo cavallo, la sua maschera ad incontrare quei personaggi
fantastici della musica
popolare, e difendere quel mondo dalle autostrade di Garrett... ma
quel mondo non aveva bisogno di
essere difeso da nessuno... rivede se stesso... butta via la maschera
e di nuovo sul treno/never ending
tour..
E' un film strepitoso.. il massimo che si puo' fare in due ore..
Luigi Catuogno
Giulia "Rabbit"
He's not there.
L'ho visto.
Oggi davanti al cinema ero già alle 17,30 , a scrutare la locandina
affissa al muro.
Ci siamo fatti 100 km per andare a Foggia al cinema più vicino
a casa, primo giorno di proiezione e primo spettacolo.
Alle 17,50 entriamo... siamo i primi , tre speranzosi che un po' scoraggiati
si sentono, alle 18 si abbassano le luci nella piccola confortevole sala
del cinema Falso Movimento e siamo sempre solo noi tre.... per un po' avevamo
temuto che annullassero la proiezione... dopo qualche minuto arrivano alla
spicciolata altre persone , nove in tutto noi compresi... evvabbè....
sono le 18 di un venerdì... chi ci va al cinema a quest'ora?
Non ero mai stata lì e sono piacevolmente sorpresa dall'audio,
perfetto, meno male...
Comincia, comincia e finisce dopo due ore ininterrotte..
Ne usciamo silenziosi, dobbiamo trovare le parole.. le trova mio figlio
quando mi chiede: "mamma, un parere? ti è piaciuto?"
e io laconicamente: "mah..."
Difficile esprimere giudizi , magari sono io che non ho abbastanza
intelletto da capire le sfumature, però non mi è piaciuto.
Capitolo a parte è l'interpretazione della Blanchette, che ha
talmente metabolizzato il personaggio da diventarne la reincarnazione.
E' da Oscar.
L'unica cosa che si nota è il grande amore di Todd Haynes per
Dylan, amore cieco che lo ha fatto impantanare tra fantasmi e sogni.
Amore che si vede anche dalla selezione dei brani della colonna sonora
, compito estremamente arduo.
Amore che ci ha risparmiato (emmenomale) blowin' in the wind .
Di tutto il film, quello che colpisce perchè è geniale
e immortale, è la musica, senza tempo, impigliata nella nostra mente
e pronta a darci ogni volta le stesse emozioni a ogni riascolto.
Rimango sempre più convinta che Dylan non lo si può interpretare
nè reinventare, ma solo raccontare.
E' troppo grande, ci si perde.
Giulia "rabbit"
Maurizio Polverelli
Ho letto la recensione di Paolo Vites sul film tanto atteso.
Beh, apprezzo la sintesi molto sincera e senza mezzi termini ma non
mi trovo d'accordo.
Io l'ho visto venerdì in compagnia, e sono rimasto colpito dalla
ricerca di introspezione psicologica che il regista ha cercato.
Chiaro, Dylan non lo si può descrivere in un film di 2 ore,
ma alcuni spunti sono degni di nota.
Per non parlare della interpretazione della bravissima Cate Blanchette
(che ho letto è stata premiata) che è qualcosa di veramente
incredibile !!
E' più Dylan di Dylan stesso. Mi sa che anche lei ha proprio
le palle !!
Ho trovato come dice Paolo una colonna sonora bellissima, tutta da
godere e solo per quello due ore passate lì meritano in pieno il
prezzo del biglietto.
Ma anche il film mi ha lasciato aperte delle domande, mi ha interrogato,
mi ha fatto pensare se conosco bene Bob e quello che ha rappresentato.
Un film che non da' risposte, ma suscita interrogativi; e nella vita
oggi purtroppo tendiamo sempre a non interrogarci ma solo a voler dare
risposte.
Fantasica la scena che rappresenta in pieno l'assurdità degli
anni 60 con Bob e la famosa modella di Andy Warrol, Coco.
Bellissima la scena dei Beatles e concordo con Paolo Vites sulla forzatura
di Billy the Kid, forse non c'entra nulla !!
In sostanza io non penso che chi non conosce Bob pensi che sia l'uomo
più noioso del pianeta, anzi penso che possa arrivare a pensare
come noi che Bob Dylan è il più grande genio della storia
della musica rock !! E da un genio come lui riusciamo a scoprire quello
che troppo spesso rimane nascosto in mezzo alla ns banale quotidianità.
Ah, con Paolo condivido in pieno la visione del film tratta dai due
grandi documentari (Don't Look Back e No Direction Home) ma penso li abbia
trapiantati di sana pianta volutamente inserendo le scene da vero film
in maniera intelligente ed originale (escludendo forse il cowboy Richard
Gere). Bellissimo il personaggio del ragazzino di colore, come le stesse
parti di intervista ci dipingono esattamente quello che Bob ha vissuto
nel suo momento di fama, quindi niente di scandaloso!!
Per non parlare della bellissima intervista di Mr Jones !!! Scena studiata
con ingegno e rispetto al vero Bob!!
Mi è piaciuto il commento di skywalkerboh che dice che il carisma
è sempre al top .... gli altri artisti sono in coda dietro ....
chi con rispetto, chi con invidia .......
e questo nel film è lampante e chiaro ....... come
Bob sia sempre stato avanti a tutti ci ha regalato delle strade e delle
emozioni che senza di lui forse non avremmo vissuto. E' vero che Bob non
è solo gli anni 60 , ma un film dura 2 ore :o))
L'ultimo aspetto che vorrei sottolineare è come anche in questo
film esce fuori un grande concetto che Paolo vede molto nel film Masked
and Anonimous : "della condizione esistenziale dell'uomo. Cioè dell'impossibilità
di sfuggire al mistero che ci afferra. Sempre." Anche qui si tocca con
mano quello che Dylan ha sempre cercato nella sua vita, quella domanda
che sta a cuore a tutti gli uomini veri , a cui Bob ha dato forse risposta
?
Beh , sicuramente ci ha aiutato a cercarla .
Maurizio
Teo Lorini
ecco la mia recensione a I'm Not There:
http://www.ilcritico.com/modules.php?name=News&file=article&sid=342
Visto che "bilancia" un po' la stroncatura, secondo me eccessiva di Vites, ho pensato che magari ti poteva interessare metterla sul sito in questi primi giorni di programmazione del film.
Teo Lorini
Edo
Ieri sera ho potuto assistere alla proiezione di "I'm not there" e posso
dire di essere rimasto soddisfatto: non so se il mio giudizio e le
mie sensazioni incontreranno quelle della maggioranza, but... I don't care!!
Innanzitutto la storia, intricata, ma comprensibile (almeno per me
che la conoscevo - la mia ragazza e i miei amici hanno guardato la fine
del film ad occhi sbarrati e molti punti non gli erano chiari) e se si
presta attenzione le storie dei vari Bob Dylan non sono così a se
stanti, ma sembrano avere dei punti in cui, anche se solo di sfuggita,
si incontrano e si mescolano. Il regista e gli sceneggiatori hanno fatto,
nel complesso, un ottimo lavoro anche se si sono ispirati troppo a "No
direction home" di Scorsese: i dialoghi e le inquadrature di molte
scene sono state prese pari pari, ma d'altronde non potevano inventare
un'altra storia da quella che in realtà è.
Gli attori mi sono piaciuti molto, ma ovviamente spicca Cate Blanchett
che si è impersonificata alla perfezione tanto da essere, in molte
scene, del tutto identica al Dylan "ghost of electricity".
Alcune trovate, forse, non erano ottime (i Beatles che giocano con
Dylan come fossero alunni idioti di un asilo infantile per esempio) ma,
nel complesso, è un buon film, costruito sulle visioni che immaginiamo
sentendo le canzoni, leggendo gli scritti o vedendo i filmati di Dylan.
Tentativo riuscito insomma.
Edo