“They walked along by the old canal A little confused, I remember well
And stopped into a strange hotel with a neon burnin' bright.
He felt the heat of the night hit him like a freight train Movin' with a simple twist of fate”

Autore: Bryan Ferry
Titolo: Dylanesque
Etichetta: Virgin
Uscita: Marzo 2007
Voto: 8 e ½

La traccia più bella: 07 Positively 4th street

La traccia più brutta: 04 Times they are a changing

Ha il suono di: David Bowie & Roxy Music in Buen Retiro a Duluth e dyntorni.


“E’ un gran momento per i dylaniani. Modern Times, primo in classifica ovunque. Dylan in una discreta forma live. Un nuovo brano inedito, colonna sonora di un film di prossima uscita. Poi il tour europeo che lo riporterà in Italia a fine Aprile per “promuovere il disco”. In attesa di rivedere il Venerando Maestro della canzone americana, esce questo nuovo tributo. Bryan Ferry è tornato, dopo cinque anni di silenzio discografico, con quest’ambizioso progetto. Il disco precedente, (il notevole Frantic, 2002), gia conteneva due brani di Dylan. Adesso, il leader dei Roxy Music, ripropone undici brani dell’autore più importante del Rock. Dieci tracce su undici sono del periodo 62-75. Segno di quanto questo periodo resti tra i più rilevanti del song book dylaniano. Un progetto ambizioso che il cantante inglese supera a pieni voti. Siamo dalle parti del capolavoro, soprattutto in alcune esecuzioni che non fanno rimpiangere le versioni originali dell’autore. Ferry, artista personale e di spessore, si era gia cimentato, in passato, e con risultati più che lusinghieri col catalogo dylaniano. Ricordiamo le sue ottime versioni di A Hard Rain’s A-Gonna Fall, It’s All Over Now Baby Blue, It Ain't Me Babe e Don’t think twice it’s all right (solo per citarne alcune). Proprio per questo motivo l’attesa era forte. Il repertorio è vibrante e poderoso, insomma una scommessa vinta in partenza. Che è un gran lavoro lo si intuisce dai suoni, dalla voce e dall’arredamento musicale. Un disco che farà sicuramente invidia a Daniel Lanois e a molti altri famigerati produttori che in passato hanno lavorato con Dylan e si sono cimentati col suo repertorio. Cantante, tastierista e compositore inglese, dandy intrigante e sofisticato, romantico e decadente, Ferry sembrerebbe quanto di più lontano da Bob Dylan. Superati i luoghi comuni del genere, Ferry da musicista di razza si confronta con autorevolezza con questo repertorio ingombrante. Registrato in una sola settimana è un album immediato, asciutto e potente.

Dopo l’intro, affidato ad una trascurabile “Just Like Tom Thumb's Blues”, uno di quei pezzi che hanno senso solo se cantati e suonati dal suo autore (e qui la critica verte più sulla scelta discutibile che non sull’esecuzione) si passa a “Simple twist of fate” in una versione sbarazzina e gioiosa che ne stravolge la tessitura strumentale e il cantato. Ferry ha dichiarato: “Nel lavoro di Dylan c'è moltissima gioia, una sorta di humour contagioso; e tutto questo è vita, vita vera. Ho sempre apprezzato molto questo atteggiamento…”
In questa esecuzione il violino si annoda abilmente sulla melodia e sale in cattedra  seguito da una robusta sezione ritmica. Poi l’armonica sovrasta tutti in questa riedizione ironica al pari della versione “Budokan”. Da non accostare in nessun caso con “Blood on the tracks”.
Ferry, infatti, ha dato un’impronta personalissima, cambiando spesso il mood e anche lo spirito dei brani, un po’ come fa Dylan dal vivo da oltre trent’anni. Un po’ come certa critica e certo pubblico continuano a non centrare il vaso neanche per sbaglio. Così ogni pezzo diventa qualcosa di diverso dall’originale, anzi diventa quello che ognuno ci vuole trovare dentro; un’idea puramente jazz quella che ogni brano può essere suonato in modi differenti.
Il merito in questo disco non è solo del grande cantante: hanno fatto un gran lavoro anche il produttore e i musicisti, su tutti il violino e le chitarre di Leo Abrahams.

Ferry interpreta con trasporto “Make you feel my love” tratta da “Time out of mind” e la fa sua con grande abilità. Ascoltiamo ancora una volta con piacere questo piccolo gioiello sommesso dalla ruggine e perso in bagliori di sogni frantumati.
“All I really want to do” scorre vivace e leggera come una sedicenne che va in bici in pantaloncini. Carillon e cori sembrano riportare agli anni sessanta, ad una spensierata gaiezza. Un brano leggero e godibile dove è il piano a farla da padrone.
Ed ecco il primo vero gioiello del disco, questa “Knockin’ on heaven’s door” in un’epica versione che guarda tanto alle versioni di Clapton e Waters quanto ai live con Tom Petty di metà anni ottanta. Il brano si prolunga per oltre sei minuti. Senza ricorrere ad effetti speciali, va dritta al sodo, alla mancanza di giustizia velatamente accennato nelle liriche. Il tono dimesso della voce coglie l’atmosfera funesta delle parole. E’ uno dei pezzi forti del disco, con begli interventi di armonica, chitarre e pianoforte che creano a metà brano una sorta di effetto loop. Ascoltate con attenzione la coda finale e capirete a cosa mi riferisco.
Positively 4th street è a mio avviso un gioiello prezioso capace di superare la barriera di “cover”. La voce di Ferry è calda e potente, quasi tradisce le emozioni dei versi. Apparentemente scarna la musica, si mostra come ballata pianistica, ma è in realtà molto di più. Il vocalist dei Roxy Music tratta la materia con grande passione e maestria sfoderando dalla sua manica alcuni dei suoi assi migliori come quando lo si sente sommessamente sospirare e respirare con un accenno di lanugine.
In questo brano Warren Ellis ha dato il suo apporto agli arrangiamenti degli archi.

Passiamo alla chitarristica e Roxyana “If not for you”, dove Ferry s’ispira con ammiccante sensualità addirittura ad Elvis “The King” Presley, come probabilmente già nelle intenzioni di Dylan, che non a caso in quell’album del ‘70 dedicava una canzone al re degli zingari (Went to see the gypsy). Essenziale e misurata, sottilmente ambigua. Con il contributo del geniale musicista demiurgo Brian Eno, che si è occupato degli effetti sonori del brano.

Baby let me follow you down, (portata al successo da Dylan, ma composta da Eric Von Schmidt) qui  in una versione leggera e frizzante, dove in effetti il cantante, a parte l’armonica, sembra fare il verso più a Bowie che a Dylan.

 “Gates of eden”, appare in una notevole veste sonora. Si disinteressa totalmente dell’originale per ricercare nelle liriche uno sfondo tematico e musicale. Lunare e metafisica è la musica che l’avvolge. Stratosferica e sontuosa: una perla di sconfinata magia e fascino suadente. Come chiunque vorrebbe arredare il suo giaciglio ritrovandosi ai cancelli dell’eden.
Quasi per caso passiamo dalla lunare Gates of Eden alla tempesta di fuoco e fiamme che è “All along the watchtower”. Dopo tante versioni inutili che nulla avevano aggiunto a quelle fondamentali di Hendrix e Dylan & The Band, finalmente una proposta che ne coglie il senso profondo d’angoscia e paranoia incendiaria. Afferra l’aspetto spirituale del brano nella sua interezza. Potrebbe fare da colonna sonora ad un film di Wenders alla ricerca del Viaggio e del significato della vita. Magari con Virgilio come guida spirituale. Pensando che questa versione “riposa nei cassetti” da ben sette anni!

Unici difetti del lavoro, a parer mio, il fatto di aver escluso il repertorio che va dal 76 al 93. Questione di lana caprina, perché ci sarebbe voluto almeno un triplo e non solo un cd di quarantatré minuti.
E la versione leccata e glam di Times they are a changing, perché il messaggio qui sarebbe inquietante, i tempi sono cambiati e portano dalla contestazione alla New Wave, dal legno alla plastica, dai diritti civili ai darkettoni da B-side! Uno sconfortante segno dei tempi…

Le tracce migliori sono a mio avviso “Gates of eden”, “Positively 4th street”, “All along the watchtower” e “Knockin’ on heavens door”. Le prime due possono stare al fianco delle versioni originali senza complessi d’inferiorità. Mentre per le seconde vale il discorso del coraggio e  della sensibilità nel misurarsi con due delle “venti migliori canzoni rock mai realizzate”. Ascoltate “Positively” a notte fonda e luci spente, magari accedendo una candela come direbbe Cameron Crowe e vedrete che sarà impossibile non avere un nodo in gola. Ogni persona con un minimo di cuore e sincerità ha qualcosa da farsi perdonare o da rimpiangere, questa versione di Ferry sembra quasi una nenia decadente di rinuncia triste ed abbandono senza possibilità di ritorno.
Se la versione di Dylan era un’arrabbiata invettiva questa è sommessa, malinconica e a tratti maestosa e la musica sembra cullarci fino all’oblio.

Ritengo che le scelte di Ferry siano coraggiose e provocatoriamente retro-futuriste. Come a dire: - Certo possiamo scrivere nuova musica, inventarci nuove definizioni, ma volete mettere col passato e volete paragonare il grande Dylan con gli attuali strimpellatori. -
E’ questo un tributo, da parte di un grande artista, al Genio, suo contemporaneo.

Certo non sarà il disco del decennio: tuttavia è fatto con grande credibilità, gusto e sensibilità. Dedicato a tutti coloro che lo sanno apprezzare. Un disco fatto col cuore e l’eleganza che da sempre contraddistingue Bryan Ferry. Resta in ogni caso uno dei migliori tributi all’artista americano degli ultimi anni. A fine disco resta una sola cosa da fare, il confronto con le versioni di Dylan, ma vedrete che molti episodi di questo lavoro non sfigureranno per niente paragonate con l’originale. Parola di
Dario Twist of fate.
 

“People tell me it's a sin To know and feel too much within.
I still believe she was my twin, but I lost the ring.
She was born in spring, but I was born too late Blame it on a simple twist of fate”


VIDEO

A HARD RAIN'S A-GONNA FALL - BRYAN FERRY (1973)

A HARD RAIN'S A-GONNA FALL - BRYAN FERRY - STOCKHOLM, Sweden 2000
ALLA PRESENZA DI BOB DYLAN (preceduta da Falling In Love Again)