DYLAN, UN'ICONA AMERICANA?
(tratto da "Rassegna", rivista della Banca Regionale Europea, N. 12 dicembre 2001)

L'america inizia come sempre con un aeroporto e con una macchina in affitto: "...counting the cars on the New Jersey Turnpike and all come to look for America"; come cantava Paul Simon in un vecchio hit anche noi cerchiamo l'America seguendo il tour di Bob Dylan! Il primo concerto è a State College a oltre 8 ore di auto da New York. Forse l'America è il Verrazzano Bridge che taglia la baia con le sue 12 corsie su due piani, l'america della gomma del ponte per intendersi e di mille altri stereotipi: sulla destra il profilo spettacolare di Manhattan incastonato in un cielo indaco (siamo in maglietta tra l'altro e sembra giugno inoltrato e non il 10 novembre) non denuncia lo sfregio del WTC; forse è la distanza, forse la giornata ma sembra impossibili che due giganti come le Twin Towers semplicemente non esistano più.
Mi accorgerò in questi giorni che molti americani hanno questa stessa sensazione: incredulità. Ho letto da qualche parte che non puoi capire nulla dell'America se non prendi un'autostrada, una Highway qualunque che ti può portare ovunque. Dylan canta della Highway 61 che taglia gli States dal nord del "suo" Minnesota al sud di New Orleans attraversando come una spina dorsale l'anima stessa della musica americana: il blues di Chicago, il jazz di New Orleans, il country di Nashville, il Delta Blues di Atlanta e Memphis.
Su quella strada ti può succedere di tutto. Forse è là che Dio ha incontrato Abramo e Isacco oppure è da là che partirà una terza guerra mondiale: "bastano appena un giocatore annoiato ed qualche imbianchino"... Sempre da là generazioni di straccioni, avventurieri, puttane e musicisti sono partiti, si sono moltiplicati rotolando nel mondo su miglia di asfalto.
E in senso lato è là che il sessantenne Robert Allen Zimmerman, da 40 anni Bob Dylan, consuma le suole della sua arte: un percorso incessante sempre on the road, sfiancante fisicamente (da 13 anni ormai è sempre in tour con oltre 100 concerti all'anno) e musicalmente (Dylan ha svariato in ogni genere sempre sconcertando un pubblico che ancora si aspettava la musica dell'anno prima).
La HW61 è la madre di tutte le strade d'America, ma ne potete imboccare una qualunque e sarà la stessa cosa: il viaggio ha inizio.
In macchina Dylan è come fosse con noi, nei cd ovviamente che suonano incessantemente, nei discorsi in cui non è necessario specificare il soggetto, nei pensieri che si rincorrono tra alberi e nuvole lassù oltre il cristallo del finestrino: ma a ben guardare Dylan è soprattutto là fuori in quel fluire senza sosta di verde, blu e ocra, nell'impasto di quest'autunno che qualcuno qui chiama Estate Indiana, e poi nelle case e nei fast food , giù, giù fino all'ultima fattoria dove ci sarà sempre una donna che canta Lay lady lay e un ragazzo da qualche parte che suona i tre accordi di Knockin' on heaven's door.
Dylan è l'America, una chiave di lettura della società, della cultura, della poesia, della musica americana, ma soprattutto della vita americana. Una volta ho chiesto a Fernanda Pivano, che degli Stati Uniti è una delle maggiori conoscitrici, che cosa fosse per lei l'America; mi ha risposto così: "E' stata e continua ad essere la speranza del mondo; il 900 è il secolo americano, in tutte le forme dell'espressione umana".
E non è stato forse anche Dylan una speranza del mondo? Non per le sue "protest songs", non per il mito che lo ha accompagnato (e spesso intrappolato) per anni, ma per la poesia che al mondo ha dato. Per la musica che ha creato, per la felicità e i ricordi che sa suscitare in milioni di persone nel mondo quando alla radio passa un suo pezzo: hanno scritto più volte che se tra mille anni qualcuno canterà ancora una canzone del nostro secolo, beh sarà una canzone di Bob Dylan.
Non credo che a lui importi granchè, voleva diventare una rock star (come dice spesso "è l'unico lavoro che so fare") e lo ha fatto, non pensava realmente di poter cambiare il mondo e forse proprio per questo un pochino ci è riuscito.
State College è il più grosso college degli States, oltre 40.000 studenti "in the middle of nowhere" come mi dice Shelley mentre gira intorno ad uno stadio impossibile tanto è enorme.
Sostanzialmente oltre allo stadio al Convention Center e al College non c'è nulla. Un classico della provincia, ingigantito dal fatto che ci vivono 40.000 ragazzi. Perchè qui quindi? Perchè suonare in una cittadina sperduta quando le regole dello Showbiz dicono che dopo un disco nuovo (e Dylan ne ha appena pubblicato uno spettacolare, "Love and Theft") si va in tour nelle grandi capitali?
In effetti a Dylan dello Showbiz non è mai importato nulla e di solito fa di testa sua incurante di inflazionarsi, programmarsi, insomma vendersi nel migliore dei modi; semplicemente sale su un palco e suona per due ore e un quarto e chi vuole andare a sentirlo sa che quella sera lo può fare. Punto. Detta così è molto semplice. Bono (il cantante degli U2) ha detto "una delle 100 ragioni per cui adoro Bob è che ogni ragazzo americano sa che prima o poi lui suonerà nella sua città!".
Ed eccoli qui i ragazzi americani, migliaia di ragazzi arrivare e fare la fila tre ore prima per essere in "front row" - davanti diremmo noi - come se cantasse Britney Spears e invece sale sul palco un vecchio di sessant'anni anche ben portati (-a volte- l'età esteriore di Dylan è indefinibile; dieci anni fa dimostrava venti anni di più) che non parla praticamente mai, attacca con un pezzo non suo (uno dei tradizionali religiosi che da un paio d'anni esegue in arrangiamenti esaltanti) e si fa presentare semplicemente come A Columbia Recording Artist - un Artista che incide per la Columbia! - Eppure tutti qui sanno a memoria le canzoni dell'ultimo disco (che per inciso sono canzoni nuove che suonano come standard anni 40-50 e spaziano dal Blues allo Skiffle, dal Rockabilly al Jazz... un disco che piacerebbe a Paolo Conte per esempio) ballano per mezzo concerto, si sbracciano e si tengono per mano.
E' incredibile vedere cosa riesce a fare Dylan da 40 anni sul palco; questa è la terza generazione di ragazzi che cresce con le sue canzoni, e non sempre con le stesse di 30 anni fa! La domanda che faccio più spesso a tutti questi eighteen, nineteen, a tutti 'sti teenagers: "Perchè sei qui?". La risposta di solito è: "Perchè è Dylan! Perchè Bob Dylan sta suonando qui e io cosa potevo fare di meglio stasera? Perchè il suo ultimo disco è stupendo! Perchè spero che mi canti..." Insomma perchè sono americano e anche se non ho sentito niente di lui (cosa impossibile) so chi è e se suona vicino ci vado, perchè questo è il mio paese e in tutto o in parte, in niente o in fondo anche Dylan è "questo" paese.
Nel corso della sua lunga e tormentata carriera Dylan è stato molte cose: bandiera di una generazione "che voleva cambiare il mondo", profeta, visionario, poeta, padre, joker, predicatore, peccatore e mille altri santini che di solito giornalisti e vecchi fan cercano di appiccicargli addosso, cosa che massimamente odia.
A ventitrè anni aveva già scritto Blowin' in the wind, Hard rain, Masters of war, Don't think twice, The times they are a-changin' e Mr. Tambourine man, cioè le canzoni per le quali generalmente viene citato più spesso; era già Dylan, il Mito, il Portavoce, la Bandiera.
Ed è da allora che scappa dalle definizioni, dalle gabbie, dalle abitudini. Così fu per la famosa "svolta elettrica" a Newport in cui venne anche fischiato; poi con i dischi country (Dylan si è venduto al sistema, dicevano) idem con il circo della Rolling Thunder (fa il verso a se stesso, dicevano) e ancora con la "sbornia mistica" della conversione cristiana e tre dischi meravigliosi, liquidati con sufficienza... Si potrebbe continuare, ogni volta - uno o due anni dopo - eccoli tutti correre a Canossa e dichiarare che Dylan era ancora un Genio, salvo stroncarlo alla prossima svolta.
Insomma la lettura del suo lavoro è -per la gran parte dei mass media- ancora da fare anche perchè troppo spesso si sono volute addossare a Dylan responsabilità che lui non ha mai cercato (Joan Baez per esempio lo vedeva come il Re del Folk capace di mobilitare le masse per la Causa!) e da cui si è spesso e a suo modo dissociato.
L'elenco porterebbe via troppo spazio ma le canzoni in cui Dylan attacca fan, amici o elite culturali, accusandoli di non lasciarlo libero di agire come vuole sono moltissime.Un artista è per definizione libero, non risponde a nessun potere se non alla propria creatività, neanche quindi al potere delle minoranze elitarie... "non esiste destra o sinistra, c'è solo un alto e un basso" confessava già nel '64.
Questo per dire che l'unica chiave di lettura dell'opera di Dylan deve essere la poetica, la musica e l'unione delle due, cioè l'arte della performance.
Dylan è il più grande performer del mondo.
Da decine di anni sale sul palco per sperimentare ed eseguire qualche cosa di assolutamente nuovo che esiste e si manifesta solo perchè lui è la, ed ogni volta è diverso.
Dylan dal vivo non riproduce musica: la crea; il paragone più vicino è la commedia dell'arte con il canovaccio (le canzoni) su cui si recita a soggetto: Dylan improvvisa (ed in questo è davvero un jazzista) e può cambiare testi, musiche, ritmi, tonalità e melodie!
Si contano a decine le versioni della stessa canzone, A Towson, ultimo concerto dell'anno scorso, ha suonato una versione pazzesca di "Mr. Tambourine Man", una canzone che avrà eseguito centinaia di volte, cambiandola completamente: chi ha sentito il nastro (ci sono persino gli MP3 su Internet) oltre a restare allibito dall'esecuzione, può sentire cosa fa il pubblico: un'estasi, un crescendo di partecipazione che a sua volta stimola il performer a dare ancora di più; questa magia non avviene sempre ma Dylan sa ormai da molto tempo che il pubblico è un membro della sua band. E suona con lui e non per lui.
Impressionante poi la capacità che ha di creare, trasmettere, stimolare emozioni: nelle prime file si può sentire l' "energia" che corre da una mano all'altra sopra le teste dei ragazzi; a Reno nel 2000, una donna accanto a me è semplicemente esplosa in lacrime su "Lay Lady Lay" dicendo "Oh, it's too much!". A Pistoia nel 96, 10.000 persone sono rimaste in assoluto silenzio davanti ad una versione magica di "Hard Rain"; in Australia anni fa fu lui stesso ad interrompere dei concerti, uscendo piangendo dal palco; quest'estate a Taormina, Dylan ha regalato un concerto indimenticabile a fan venuti da mezzo mondo, sopraffatti dal Teatro Greco, dall'Etna in eruzione e da una "Lonesome death of Hattie Carroll" da brivido.
L'America di oggi è diversa ma queste sono storie del dopoguerra non dell'800... A Washington Bob eseguirà John Brown (una specie di "Guerra di Piero") in una maniera incredibile lasciandoci tutti di stucco (e dire che parla di guerra nella sua scaletta ma non è "Masters of War" o "With God on our side": Dylan esegue una cover "Searching for a soldier's grave" che è un compianto del milite ignoto.
Di college in college passiamo a Syracuse e quindi a Morgantown facendo zig-zag tra New York, Pennsylvania, Maryland e West Virginia. Sull'autostrada vediamo decine di daini morti (è la stagione degli amori mi spiegano) e dopo lo sconcerto iniziale dici: "beh, almeno voi ce li avete ancora"; lo spettacolo della natura è meraviglioso, tutti questi ragazzi crescono con un continente alle spalle che chiamano casa, praticamente vuoto e intatto, da esplorare, percorrere, vivere; quindi con il viaggio come naturale evoluzione della vita; la mobilità, il cambiamento, il "domani è un altro giorno" ce li hanno nel DNA. Insieme a Dylan.
L'unico Ebreo Errante d'America arriva ai concerti in pullmann (su cui praticamente vive) suona e scappa di nuovo sull'autostrada , per la prossima tappa: più On the road di così! Del resto il suo epitaffio se lo era scritto già a vent'anni: "Quando il gallo canterà, tu guarda fuori dalla finestra, io me ne sarò andato; sei tu la ragione del mio viaggiare, ma non pensarci più ormai, va bene così".
A Washington è invevitabile visitare il Mall con Capitol Hill e White House ma anche con gli Smithsonian Museum e la National Gallery; andremo anche a Georgetown, il quartiere boheme della città in cui si può tirare tardi al ristorante e le librerie chiudono alle 11.
Al tramonto siamo al  Lincoln Memorial, il tempio laico d'America, il simbolo stesso della nazione e dei suoi principi.
Sui muri ai lati di un Abe Lincoln di 6 metri ci sono i suoi discorsi, i principi di uguaglianza e di libertà su cui si fonda il paese. Qui la sera dell'11 settembre migliaia di ragazzi si sono seduti, portando candele in una veglia spontanea, su questa scalinata; nel '63 da qui cantò Dylan alla Marcia per i diritti civili con Martin Luther King.
L'America è molto attenta ai suoi simboli, li rispetta ma soprattutto ci si riconosce. Tutte le macchine che vedo passare hanno la loro brava bandierina sul cofano, con la scritta "God Bless America" e la sensazione/convinzione di fare il loro "dovere".
Noi europei siamo più cinici, meno idealisti, ma il Lincoln Memorial un pò glielo invidio.
Quando siamo in giro se porti una maglietta con Bob per strada ti capita di essere fermato solo per chiederti "Com'è stato il concerto?". E' bello sapere che ovunque tu vada nel mondo troverai un sacco di amici, di persone disposte ad aiutarti (per dormire o viaggiare o anche solo per mangiare insieme) semplicemente dicendo Bob Dylan...in effetti i fan più accaniti sono una specie di comunità senza regole o codici ma con il tacito accordo di ritrovarsi da qualche parte per il prossimo concerto: si chiamano Bob Cats (come la lince americana) e sono migliaia.
Molti concerti sono "sold out" eppure raramente capita di rimanere fuori se sei senza biglietto; nel 99 siamo entrati a Santa Cruz per due concerti da soli 2300 posti trovando due "extra ticket" alla cassa! A Dublino l'anno scorso per una serata di 800 posti (presenti un sacco di star da Bono ai REM a Elvis Costello e Ron Wood) dopo tre ore di pioggia torrenziale il tour manager stesso - impietosito forse - ci ha fatto entrare (eravamo rimasti in sei)... storie del Neverending Tour, il tour senza fine, un'idea che Dylan già vagheggiava negli anni '60 e che ha messo in pratica dall'88 (anche se oggi non lo chiama più così).
Siamo fortunati due volte: perchè siamo suoi contemporanei e perchè lui ha scelto di passare la sua vita sul palcoscenico a suonare, come se Rimbaud avesse scritto poesie fino a cent'anni...
Da alcuni anni si parla di Dylan per il Nobel per la Letteratura... vedendo con quale gioia la gente lo vada a vedere forse dovrebbero dargli il Nobel per la Pace, perchè ad ogni concerto trovi migliaia di persone felici che semplicemente si vogliono bene.
L'ultima tappa è New York, la città dove arrivò a vent'anni, senza un dollaro con la chitarra in spalla e Woody Guthrie in testa, e da dove un anno dopo nel Greenwich Village "nasceva" Dylan e tre anni dopo con un colpo di batteria e un accordo all'organo hammond partiva l'attacco del più rivoluzionario (questo sì) grido di libertà e disperazione della storia del Rock: quella Like a rolling stone che ancora oggi fa urlare migliaia di persone "How does it feel? To be without a home, with no direction home, like a complete unknown, like a rolling stone?".
Lo grideranno al Garden domani sera, come una liberazione, lo urlava Dylan stesso nel '66 a Manchester al vertice della popolarità nel suo più famoso concerto (finalmente pubblicato dalla Columbia l'anno scorso) come una nemesi al pubblico; pochi mesi dopo cadrà dalla moto, quasi ci rimase stecchito, decidendo di ritirarsi a vita privata a Woodstock con la moglie Sara e cinque figli. Qui - per me - compone alcune delle sue cose più belle. Tornerà a suonare dal vivo solo nel 1974, ancora con la Band, il "suo" gruppo che lo aveva già accompagnato nel '66 e che due anni dopo si scioglierà con un celebre concerto "The Last Waltz", immortalato da Scorsese in un film.
"Tutto intorno alla torre di guardia i Principi stanno all'erta, in un via-vai di donne e di servitù scalza; in lontananza un gatto selvatico prese a miagolare, due cavalieri si avvicinavano, il vento iniziò a ululare".
L'apocalittico finale di All along the watchtower è la prima cosa che mi viene in mente entrando a Manhattan. Domani Bob la canterà per ultima, ma ripetendo come finale la prima strofa "Ci deve essere una via d'uscita, disse il joker al ladro...". Chissà se davvero come suggerisce malizioso il ladro "life is just a joke". New York è la città più straordinaria che ho visto, è diversa da ogni altro posto al mondo. Anche adesso è capace di sorprenderti: alle 8 del mattino, dalla camera d'albergo al 18mo piano mi sembra Gotham City;  è spettrale, la nebbia (o le nuvole?) la avvolge e sotto le strade fumano di tombini e scarichi d'auto. Eppure due ore dopo il sole brillerà sul Flat Iron Building e il parco con gli scoiattoli sarà perfetto per la mia colazione... inevitabile trovarsi a bighellonare nel Village, tra negozi di dischi e coffee house. Dopo c'è Soho, poi Tribeca e il District e infine Battery Park col World Trade Center... ci andremo solo nel pomeriggio prima del concerto al Madison Square Garden.
Se vi dicono che la gente non prende il Subway, che N.Y. è vuota, che nessuno spende... non credeteci, non è vero. E' facile citare il Dylan di "It's all over now Baby Blue": "accendi un altro cerino, riparti da capo" oppure "se proprio devi contare su qualcuno, beh, conta su di te" da Trust Yourself per spiegare la reazione degli americani all'11 settembre.
Ground Zero ci attende nella luce delle quattro e la prima cosa che ti colpisce è il cielo: per la prima volta davanti a te vedi il cielo grande e aperto, non solo un ritaglio tra due grattacieli, uno spicchio in fondo alle Avenues, ma proprio il cielo blu, e sarebbe anche bello... ci sono 5.000 persone in polvere, stritolate, incenerite, volatilizzate in mezzo a migliaia di tonnellate di ferro e cemento che si sono sbriciolate come una fisarmonica per aprire questo cielo blu.
L'impatto anche dopo due mesi è comunque fortissimo, specie se ti ricordi come erano le torri.
E anche qui puoi leggere l'America; quella della bandiera ovunque, del Fire Department mitizzato con tanto di Gift Shop accanto alla Stazione, delle bancarelle dei negri che ti vendono t-shirt con scritto "Sopravvissuto" o "WTC 1973/2001": eppure bisogna ripartire, anche dalle magliette; qui il denaro non è mai lo sterco del diavolo e se hai un dollaro in tasca  puoi comprarti il mondo (o almeno provarci).
Non esiste un'America "buona" e una "cattiva", mi capita di leggere ogni tanto di "un'altra America" ma - mi dispiace - di America ce n'è una sola: 100%, prendere o lasciare, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti.
E per me resta un paese straordinario.
Sulle staccionate che bloccano l'accesso a "Ground Zero" accanto ai meeting point per i dispersi, sui muri dei grattacieli pericolanti, ognuno ha messo qualcosa: fiori, foto, messaggi, magliette, poster, candele... guardandoli puoi toccare facilmente la parola solidarietà che troppo spesso è il sale dei discorsi dei politici, puoi capire veramente cosa significhi "I care".
Ci sono centinaia di disegni di tutte le scuole del paese, su uno leggo "We will smile again" con il sole che sale sopra un prato pieno di animali, - torneremo ancora a sorridere - Da qui è difficile crederci.
Adesso siamo in un Burger King, e sto uscendo dal bagno; il megaschermo della tv è sulla CNN, sta parlando di alcuni giornalisti dispersi in Afghanistan... dice che una è italiana, un uomo seduto due tavoli più in là si fa il segno della croce, il giorno dopo la faccia di Maria Grazia Cutuli sarà stampata sulla prima pagina dell'USA Today. Dopo poche pagine lo stesso giornale pubblica le storie normali, le vite banali dei "dispersi" al WTC, a venti per volta andranno avanti per anni... eppure trovo giusto che abbiano un volto, un nome, una storia, e non solo un numero nell'elenco dei morti; e a leggere queste storie così normali , così comuni, ti fanno ancora più pena.
"Still, tomorrow's going to be another working day and I'm trying to get some rest, that's all" come canta Paul Simon, di N.Y, nella sua splendida "American Tune".
Il concerto al Garden è perfetto, lo vediamo dagli spalti di questo monumento dello Showbiz con 19.000 posti a sedere, decine di bar, ristoranti, camerieri: qui si consuma di tutto di continuo... non potevano mangiare a casa? No, per loro non c'è divertimento senza un hot dog di mezzo metro, e una pinta di birra... Eppure l'atmosfera del Garden è meravigliosa, l'acustica una perfezione, la visuale idem.
Il concerto scivola via immacolato (penso/spero che forse finalmente ne faranno un live ufficiale) con alcuni momenti indimenticabili: "Summer Days" un rock and roll scatenato che fa ballare l'intera arena, mentre Bob ammicca "i giorni e le notti estive sono finiti, ma conosco un posto dove ancora c'è qualcosa in movimento", è il pezzo più bello del concerto proprio per la carica che riesce a trasmettere al pubblico.
Guardando questi uomini e donne e ragazzi, ragazze, persino bambini che ridono, bevono e ballano penso che sì "they will smile again", ma ci vorrà comunque tanto tempo.
E guardandolo adesso capisci che Dylan stesso è l'America così come la Coca Cola, Marylin Monroe, la Statua della Libertà o JFK.
"A poem is a naked person" - una poesia è una persona nuda - ha scritto una volta Bob; sul palco il vecchio "uncle Bob",  ancora e sempre nudo a regalarci (perchè non c'è biglietto che li valga) momenti indimenticabili.
Grazie Mr. Dylan per la tua straordinaria avventura, grazie per averla voluta condividere con noi.
"E se mi verrete a cercare a novant'anni, mi troverete su un palco, da qualche parte".
A novant'anni noi ci saremo, saremo lì con te.





 


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