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L'america inizia come sempre con un aeroporto e con una macchina in
affitto: "...counting the cars on the New Jersey Turnpike and all come
to look for America"; come cantava Paul Simon in un vecchio hit anche noi
cerchiamo l'America seguendo il tour di Bob Dylan! Il primo concerto è
a State College a oltre 8 ore di auto da New York. Forse l'America è
il Verrazzano Bridge che taglia la baia con le sue 12 corsie su due piani,
l'america della gomma del ponte per intendersi e di mille altri stereotipi:
sulla destra il profilo spettacolare di Manhattan incastonato in un cielo
indaco (siamo in maglietta tra l'altro e sembra giugno inoltrato e non
il 10 novembre) non denuncia lo sfregio del WTC; forse è la distanza,
forse la giornata ma sembra impossibili che due giganti come le Twin Towers
semplicemente non esistano più.
Mi accorgerò in questi giorni che molti americani hanno questa
stessa sensazione: incredulità. Ho letto da qualche parte che non
puoi capire nulla dell'America se non prendi un'autostrada, una Highway
qualunque che ti può portare ovunque. Dylan canta della Highway
61 che taglia gli States dal nord del "suo" Minnesota al sud di New Orleans
attraversando come una spina dorsale l'anima stessa della musica americana:
il blues di Chicago, il jazz di New Orleans, il country di Nashville, il
Delta Blues di Atlanta e Memphis.
Su quella strada ti può succedere di tutto. Forse è là
che Dio ha incontrato Abramo e Isacco oppure è da là che
partirà una terza guerra mondiale: "bastano appena un giocatore
annoiato ed qualche imbianchino"... Sempre da là generazioni di
straccioni, avventurieri, puttane e musicisti sono partiti, si sono moltiplicati
rotolando nel mondo su miglia di asfalto.
E in senso lato è là che il sessantenne Robert Allen
Zimmerman, da 40 anni Bob Dylan, consuma le suole della sua arte: un percorso
incessante sempre on the road, sfiancante fisicamente (da 13 anni ormai
è sempre in tour con oltre 100 concerti all'anno) e musicalmente
(Dylan ha svariato in ogni genere sempre sconcertando un pubblico che ancora
si aspettava la musica dell'anno prima).
La HW61 è la madre di tutte le strade d'America, ma ne potete
imboccare una qualunque e sarà la stessa cosa: il viaggio ha inizio.
In macchina Dylan è come fosse con noi, nei cd ovviamente che
suonano incessantemente, nei discorsi in cui non è necessario specificare
il soggetto, nei pensieri che si rincorrono tra alberi e nuvole lassù
oltre il cristallo del finestrino: ma a ben guardare Dylan è soprattutto
là fuori in quel fluire senza sosta di verde, blu e ocra, nell'impasto
di quest'autunno che qualcuno qui chiama Estate Indiana, e poi nelle case
e nei fast food , giù, giù fino all'ultima fattoria dove
ci sarà sempre una donna che canta Lay lady lay e un ragazzo da
qualche parte che suona i tre accordi di Knockin' on heaven's door.
Dylan è l'America, una chiave di lettura della società,
della cultura, della poesia, della musica americana, ma soprattutto della
vita americana. Una volta ho chiesto a Fernanda Pivano, che degli Stati
Uniti è una delle maggiori conoscitrici, che cosa fosse per lei
l'America; mi ha risposto così: "E' stata e continua ad essere la
speranza del mondo; il 900 è il secolo americano, in tutte le forme
dell'espressione umana".
E non è stato forse anche Dylan una speranza del mondo? Non
per le sue "protest songs", non per il mito che lo ha accompagnato (e spesso
intrappolato) per anni, ma per la poesia che al mondo ha dato. Per la musica
che ha creato, per la felicità e i ricordi che sa suscitare in milioni
di persone nel mondo quando alla radio passa un suo pezzo: hanno scritto
più volte che se tra mille anni qualcuno canterà ancora una
canzone del nostro secolo, beh sarà una canzone di Bob Dylan.
Non credo che a lui importi granchè, voleva diventare una rock
star (come dice spesso "è l'unico lavoro che so fare") e lo ha fatto,
non pensava realmente di poter cambiare il mondo e forse proprio per questo
un pochino ci è riuscito.
State College è il più grosso college degli States, oltre
40.000 studenti "in the middle of nowhere" come mi dice Shelley mentre
gira intorno ad uno stadio impossibile tanto è enorme.
Sostanzialmente oltre allo stadio al Convention Center e al College
non c'è nulla. Un classico della provincia, ingigantito dal fatto
che ci vivono 40.000 ragazzi. Perchè qui quindi? Perchè suonare
in una cittadina sperduta quando le regole dello Showbiz dicono che dopo
un disco nuovo (e Dylan ne ha appena pubblicato uno spettacolare, "Love
and Theft") si va in tour nelle grandi capitali?
In effetti a Dylan dello Showbiz non è mai importato nulla e
di solito fa di testa sua incurante di inflazionarsi, programmarsi, insomma
vendersi nel migliore dei modi; semplicemente sale su un palco e suona
per due ore e un quarto e chi vuole andare a sentirlo sa che quella sera
lo può fare. Punto. Detta così è molto semplice. Bono
(il cantante degli U2) ha detto "una delle 100 ragioni per cui adoro Bob
è che ogni ragazzo americano sa che prima o poi lui suonerà
nella sua città!".
Ed eccoli qui i ragazzi americani, migliaia di ragazzi arrivare e fare
la fila tre ore prima per essere in "front row" - davanti diremmo noi -
come se cantasse Britney Spears e invece sale sul palco un vecchio di sessant'anni
anche ben portati (-a volte- l'età esteriore di Dylan è indefinibile;
dieci anni fa dimostrava venti anni di più) che non parla praticamente
mai, attacca con un pezzo non suo (uno dei tradizionali religiosi che da
un paio d'anni esegue in arrangiamenti esaltanti) e si fa presentare semplicemente
come A Columbia Recording Artist - un Artista che incide per la Columbia!
- Eppure tutti qui sanno a memoria le canzoni dell'ultimo disco (che per
inciso sono canzoni nuove che suonano come standard anni 40-50 e spaziano
dal Blues allo Skiffle, dal Rockabilly al Jazz... un disco che piacerebbe
a Paolo Conte per esempio) ballano per mezzo concerto, si sbracciano e
si tengono per mano.
E' incredibile vedere cosa riesce a fare Dylan da 40 anni sul palco;
questa è la terza generazione di ragazzi che cresce con le sue canzoni,
e non sempre con le stesse di 30 anni fa! La domanda che faccio più
spesso a tutti questi eighteen, nineteen, a tutti 'sti teenagers: "Perchè
sei qui?". La risposta di solito è: "Perchè è Dylan!
Perchè Bob Dylan sta suonando qui e io cosa potevo fare di meglio
stasera? Perchè il suo ultimo disco è stupendo! Perchè
spero che mi canti..." Insomma perchè sono americano e anche se
non ho sentito niente di lui (cosa impossibile) so chi è e se suona
vicino ci vado, perchè questo è il mio paese e in tutto o
in parte, in niente o in fondo anche Dylan è "questo" paese.
Nel corso della sua lunga e tormentata carriera Dylan è stato
molte cose: bandiera di una generazione "che voleva cambiare il mondo",
profeta, visionario, poeta, padre, joker, predicatore, peccatore e mille
altri santini che di solito giornalisti e vecchi fan cercano di appiccicargli
addosso, cosa che massimamente odia.
A ventitrè anni aveva già scritto Blowin' in the wind,
Hard rain, Masters of war, Don't think twice, The times they are a-changin'
e Mr. Tambourine man, cioè le canzoni per le quali generalmente
viene citato più spesso; era già Dylan, il Mito, il Portavoce,
la Bandiera.
Ed è da allora che scappa dalle definizioni, dalle gabbie, dalle
abitudini. Così fu per la famosa "svolta elettrica" a Newport in
cui venne anche fischiato; poi con i dischi country (Dylan si è
venduto al sistema, dicevano) idem con il circo della Rolling Thunder (fa
il verso a se stesso, dicevano) e ancora con la "sbornia mistica" della
conversione cristiana e tre dischi meravigliosi, liquidati con sufficienza...
Si potrebbe continuare, ogni volta - uno o due anni dopo - eccoli tutti
correre a Canossa e dichiarare che Dylan era ancora un Genio, salvo stroncarlo
alla prossima svolta.
Insomma la lettura del suo lavoro è -per la gran parte dei mass
media- ancora da fare anche perchè troppo spesso si sono volute
addossare a Dylan responsabilità che lui non ha mai cercato (Joan
Baez per esempio lo vedeva come il Re del Folk capace di mobilitare le
masse per la Causa!) e da cui si è spesso e a suo modo dissociato.
L'elenco porterebbe via troppo spazio ma le canzoni in cui Dylan attacca
fan, amici o elite culturali, accusandoli di non lasciarlo libero di agire
come vuole sono moltissime.Un artista è per definizione libero,
non risponde a nessun potere se non alla propria creatività, neanche
quindi al potere delle minoranze elitarie... "non esiste destra o sinistra,
c'è solo un alto e un basso" confessava già nel '64.
Questo per dire che l'unica chiave di lettura dell'opera di Dylan deve
essere la poetica, la musica e l'unione delle due, cioè l'arte della
performance.
Dylan è il più grande performer del mondo.
Da decine di anni sale sul palco per sperimentare ed eseguire qualche
cosa di assolutamente nuovo che esiste e si manifesta solo perchè
lui è la, ed ogni volta è diverso.
Dylan dal vivo non riproduce musica: la crea; il paragone più
vicino è la commedia dell'arte con il canovaccio (le canzoni) su
cui si recita a soggetto: Dylan improvvisa (ed in questo è davvero
un jazzista) e può cambiare testi, musiche, ritmi, tonalità
e melodie!
Si contano a decine le versioni della stessa canzone, A Towson, ultimo
concerto dell'anno scorso, ha suonato una versione pazzesca di "Mr. Tambourine
Man", una canzone che avrà eseguito centinaia di volte, cambiandola
completamente: chi ha sentito il nastro (ci sono persino gli MP3 su Internet)
oltre a restare allibito dall'esecuzione, può sentire cosa fa il
pubblico: un'estasi, un crescendo di partecipazione che a sua volta stimola
il performer a dare ancora di più; questa magia non avviene sempre
ma Dylan sa ormai da molto tempo che il pubblico è un membro della
sua band. E suona con lui e non per lui.
Impressionante poi la capacità che ha di creare, trasmettere,
stimolare emozioni: nelle prime file si può sentire l' "energia"
che corre da una mano all'altra sopra le teste dei ragazzi; a Reno nel
2000, una donna accanto a me è semplicemente esplosa in lacrime
su "Lay Lady Lay" dicendo "Oh, it's too much!". A Pistoia nel 96, 10.000
persone sono rimaste in assoluto silenzio davanti ad una versione magica
di "Hard Rain"; in Australia anni fa fu lui stesso ad interrompere dei
concerti, uscendo piangendo dal palco; quest'estate a Taormina, Dylan ha
regalato un concerto indimenticabile a fan venuti da mezzo mondo, sopraffatti
dal Teatro Greco, dall'Etna in eruzione e da una "Lonesome death of Hattie
Carroll" da brivido.
L'America di oggi è diversa ma queste sono storie del dopoguerra
non dell'800... A Washington Bob eseguirà John Brown (una specie
di "Guerra di Piero") in una maniera incredibile lasciandoci tutti di stucco
(e dire che parla di guerra nella sua scaletta ma non è "Masters
of War" o "With God on our side": Dylan esegue una cover "Searching for
a soldier's grave" che è un compianto del milite ignoto.
Di college in college passiamo a Syracuse e quindi a Morgantown facendo
zig-zag tra New York, Pennsylvania, Maryland e West Virginia. Sull'autostrada
vediamo decine di daini morti (è la stagione degli amori mi spiegano)
e dopo lo sconcerto iniziale dici: "beh, almeno voi ce li avete ancora";
lo spettacolo della natura è meraviglioso, tutti questi ragazzi
crescono con un continente alle spalle che chiamano casa, praticamente
vuoto e intatto, da esplorare, percorrere, vivere; quindi con il viaggio
come naturale evoluzione della vita; la mobilità, il cambiamento,
il "domani è un altro giorno" ce li hanno nel DNA. Insieme a Dylan.
L'unico Ebreo Errante d'America arriva ai concerti in pullmann (su
cui praticamente vive) suona e scappa di nuovo sull'autostrada , per la
prossima tappa: più On the road di così! Del resto il suo
epitaffio se lo era scritto già a vent'anni: "Quando il gallo canterà,
tu guarda fuori dalla finestra, io me ne sarò andato; sei tu la
ragione del mio viaggiare, ma non pensarci più ormai, va bene così".
A Washington è invevitabile visitare il Mall con Capitol Hill
e White House ma anche con gli Smithsonian Museum e la National Gallery;
andremo anche a Georgetown, il quartiere boheme della città in cui
si può tirare tardi al ristorante e le librerie chiudono alle 11.
Al tramonto siamo al Lincoln Memorial, il tempio laico d'America,
il simbolo stesso della nazione e dei suoi principi.
Sui muri ai lati di un Abe Lincoln di 6 metri ci sono i suoi discorsi,
i principi di uguaglianza e di libertà su cui si fonda il paese.
Qui la sera dell'11 settembre migliaia di ragazzi si sono seduti, portando
candele in una veglia spontanea, su questa scalinata; nel '63 da qui cantò
Dylan alla Marcia per i diritti civili con Martin
Luther King.
L'America è molto attenta ai suoi simboli, li rispetta ma soprattutto
ci si riconosce. Tutte le macchine che vedo passare hanno la loro brava
bandierina sul cofano, con la scritta "God Bless America" e la sensazione/convinzione
di fare il loro "dovere".
Noi europei siamo più cinici, meno idealisti, ma il Lincoln
Memorial un pò glielo invidio.
Quando siamo in giro se porti una maglietta con Bob per strada ti capita
di essere fermato solo per chiederti "Com'è stato il concerto?".
E' bello sapere che ovunque tu vada nel mondo troverai un sacco di amici,
di persone disposte ad aiutarti (per dormire o viaggiare o anche solo per
mangiare insieme) semplicemente dicendo Bob Dylan...in effetti i fan più
accaniti sono una specie di comunità senza regole o codici ma con
il tacito accordo di ritrovarsi da qualche parte per il prossimo concerto:
si chiamano Bob Cats (come la lince americana) e sono migliaia.
Molti concerti sono "sold out" eppure raramente capita di rimanere
fuori se sei senza biglietto; nel 99 siamo entrati a Santa Cruz per due
concerti da soli 2300 posti trovando due "extra ticket" alla cassa! A Dublino
l'anno scorso per una serata di 800 posti (presenti un sacco di star da
Bono ai REM a Elvis Costello e Ron Wood) dopo tre ore di pioggia torrenziale
il tour manager stesso - impietosito forse - ci ha fatto entrare (eravamo
rimasti in sei)... storie del Neverending Tour, il tour senza fine, un'idea
che Dylan già vagheggiava negli anni '60 e che ha messo in pratica
dall'88 (anche se oggi non lo chiama più così).
Siamo fortunati due volte: perchè siamo suoi contemporanei e
perchè lui ha scelto di passare la sua vita sul palcoscenico a suonare,
come se Rimbaud avesse scritto poesie fino a cent'anni...
Da alcuni anni si parla di Dylan per il Nobel per la Letteratura...
vedendo con quale gioia la gente lo vada a vedere forse dovrebbero dargli
il Nobel per la Pace, perchè ad ogni concerto trovi migliaia di
persone felici che semplicemente si vogliono bene.
L'ultima tappa è New York, la città dove arrivò
a vent'anni, senza un dollaro con la chitarra in spalla e Woody Guthrie
in testa, e da dove un anno dopo nel Greenwich Village "nasceva" Dylan
e tre anni dopo con un colpo di batteria e un accordo all'organo hammond
partiva l'attacco del più rivoluzionario (questo sì) grido
di libertà e disperazione della storia del Rock: quella Like a rolling
stone che ancora oggi fa urlare migliaia di persone "How does it feel?
To be without a home, with no direction home, like a complete unknown,
like a rolling stone?".
Lo grideranno al Garden domani sera, come una liberazione, lo urlava
Dylan stesso nel '66 a Manchester al vertice della popolarità nel
suo più famoso concerto (finalmente pubblicato dalla Columbia l'anno
scorso) come una nemesi al pubblico; pochi mesi dopo cadrà dalla
moto, quasi ci rimase stecchito, decidendo di ritirarsi a vita privata
a Woodstock con la moglie Sara e cinque figli. Qui - per me - compone alcune
delle sue cose più belle. Tornerà a suonare dal vivo solo
nel 1974, ancora con la Band, il "suo" gruppo che lo aveva già accompagnato
nel '66 e che due anni dopo si scioglierà con un celebre concerto
"The Last Waltz", immortalato da Scorsese in un film.
"Tutto intorno alla torre di guardia i Principi stanno all'erta, in
un via-vai di donne e di servitù scalza; in lontananza un gatto
selvatico prese a miagolare, due cavalieri si avvicinavano, il vento iniziò
a ululare".
L'apocalittico finale di All along the watchtower è la prima
cosa che mi viene in mente entrando a Manhattan. Domani Bob la canterà
per ultima, ma ripetendo come finale la prima strofa "Ci deve essere una
via d'uscita, disse il joker al ladro...". Chissà se davvero come
suggerisce malizioso il ladro "life is just a joke". New York è
la città più straordinaria che ho visto, è diversa
da ogni altro posto al mondo. Anche adesso è capace di sorprenderti:
alle 8 del mattino, dalla camera d'albergo al 18mo piano mi sembra Gotham
City; è spettrale, la nebbia (o le nuvole?) la avvolge e sotto
le strade fumano di tombini e scarichi d'auto. Eppure due ore dopo il sole
brillerà sul Flat Iron Building e il parco con gli scoiattoli sarà
perfetto per la mia colazione... inevitabile trovarsi a bighellonare nel
Village, tra negozi di dischi e coffee house. Dopo c'è Soho, poi
Tribeca e il District e infine Battery Park col World Trade Center... ci
andremo solo nel pomeriggio prima del concerto al Madison Square Garden.
Se vi dicono che la gente non prende il Subway, che N.Y. è vuota,
che nessuno spende... non credeteci, non è vero. E' facile citare
il Dylan di "It's all over now Baby Blue": "accendi un altro cerino, riparti
da capo" oppure "se proprio devi contare su qualcuno, beh, conta su di
te" da Trust Yourself per spiegare la reazione degli americani all'11 settembre.
Ground Zero ci attende nella luce delle quattro e la prima cosa che
ti colpisce è il cielo: per la prima volta davanti a te vedi il
cielo grande e aperto, non solo un ritaglio tra due grattacieli, uno spicchio
in fondo alle Avenues, ma proprio il cielo blu, e sarebbe anche bello...
ci sono 5.000 persone in polvere, stritolate, incenerite, volatilizzate
in mezzo a migliaia di tonnellate di ferro e cemento che si sono sbriciolate
come una fisarmonica per aprire questo cielo blu.
L'impatto anche dopo due mesi è comunque fortissimo, specie
se ti ricordi come erano le torri.
E anche qui puoi leggere l'America; quella della bandiera ovunque,
del Fire Department mitizzato con tanto di Gift Shop accanto alla Stazione,
delle bancarelle dei negri che ti vendono t-shirt con scritto "Sopravvissuto"
o "WTC 1973/2001": eppure bisogna ripartire, anche dalle magliette; qui
il denaro non è mai lo sterco del diavolo e se hai un dollaro in
tasca puoi comprarti il mondo (o almeno provarci).
Non esiste un'America "buona" e una "cattiva", mi capita di leggere
ogni tanto di "un'altra America" ma - mi dispiace - di America ce n'è
una sola: 100%, prendere o lasciare, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi
difetti.
E per me resta un paese straordinario.
Sulle staccionate che bloccano l'accesso a "Ground Zero" accanto ai
meeting point per i dispersi, sui muri dei grattacieli pericolanti, ognuno
ha messo qualcosa: fiori, foto, messaggi, magliette, poster, candele...
guardandoli puoi toccare facilmente la parola solidarietà che troppo
spesso è il sale dei discorsi dei politici, puoi capire veramente
cosa significhi "I care".
Ci sono centinaia di disegni di tutte le scuole del paese, su uno leggo
"We will smile again" con il sole che sale sopra un prato pieno di animali,
- torneremo ancora a sorridere - Da qui è difficile crederci.
Adesso siamo in un Burger King, e sto uscendo dal bagno; il megaschermo
della tv è sulla CNN, sta parlando di alcuni giornalisti dispersi
in Afghanistan... dice che una è italiana, un uomo seduto due tavoli
più in là si fa il segno della croce, il giorno dopo la faccia
di Maria Grazia Cutuli sarà stampata sulla prima pagina dell'USA
Today. Dopo poche pagine lo stesso giornale pubblica le storie normali,
le vite banali dei "dispersi" al WTC, a venti per volta andranno avanti
per anni... eppure trovo giusto che abbiano un volto, un nome, una storia,
e non solo un numero nell'elenco dei morti; e a leggere queste storie così
normali , così comuni, ti fanno ancora più pena.
"Still, tomorrow's going to be another working day and I'm trying to
get some rest, that's all" come canta Paul Simon, di N.Y, nella sua splendida
"American Tune".
Il concerto al Garden è perfetto, lo vediamo dagli spalti di
questo monumento dello Showbiz con 19.000 posti a sedere, decine di bar,
ristoranti, camerieri: qui si consuma di tutto di continuo... non potevano
mangiare a casa? No, per loro non c'è divertimento senza un hot
dog di mezzo metro, e una pinta di birra... Eppure l'atmosfera del Garden
è meravigliosa, l'acustica una perfezione, la visuale idem.
Il concerto scivola via immacolato (penso/spero che forse finalmente
ne faranno un live ufficiale) con alcuni momenti indimenticabili: "Summer
Days" un rock and roll scatenato che fa ballare l'intera arena, mentre
Bob ammicca "i giorni e le notti estive sono finiti, ma conosco un posto
dove ancora c'è qualcosa in movimento", è il pezzo più
bello del concerto proprio per la carica che riesce a trasmettere al pubblico.
Guardando questi uomini e donne e ragazzi, ragazze, persino bambini
che ridono, bevono e ballano penso che sì "they will smile again",
ma ci vorrà comunque tanto tempo.
E guardandolo adesso capisci che Dylan stesso è l'America così
come la Coca Cola, Marylin Monroe, la Statua della Libertà o JFK.
"A poem is a naked person" - una poesia è una persona nuda -
ha scritto una volta Bob; sul palco il vecchio "uncle Bob", ancora
e sempre nudo a regalarci (perchè non c'è biglietto che li
valga) momenti indimenticabili.
Grazie Mr. Dylan per la tua straordinaria avventura, grazie per averla
voluta condividere con noi.
"E se mi verrete a cercare a novant'anni, mi troverete su un palco,
da qualche parte".
A novant'anni noi ci saremo, saremo lì con te.
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