PERSONAGGI
Più d 'un milione di persone hanno applaudito Bob Dylan nel corso della sua ultima tournée in Europa, Australia e Giappone. Dopo i trionfi degli anni '60,
e il silenzio che da qualche tempo era caduto intorno al suo nome, l' ex menestrello della musica folk, radicale e politica ha cambiato stile, e conosce ora una nuova straordinaria fortuna. 
"Sono prima un poeta, e poi un musicista", dice. 
"Vivo da poeta, e da poeta morirò".
DYLAN
PROFETA DELLA RABBIA GIOVANILE
ORA CANTA L'AMORE
di Enrico Verdecchia
fotografie di Annie Leibovitz

 

Londra, agosto 1978

Sono accorsi in 250 mila a sentirlo cantare prima del suo ritorno in America: il vecchio aeroporto abbandonato di Blackbushe, in mezzo alla campagna inglese dello Hampshire, predisposto per accogliere non più di centomila persone, si è trasformato in un gigantesco tappeto umano come all'epoca d'oro dei grandi festival. «E' stata la più imponente manifestazione rock che si sia mai vista in Inghilterra » , assicurano gli organizzatori.
A Rotterdam, a Norimberga, a Goteborg, a Parigi l'entusiasmo non è stato minore.
A Londra, nel giugno scorso, all'inizio della tournée, i 94 mila biglietti disponibili per i sei concerti a Earl's Court sono spariti nel giro di 18 ore. Nella tournée precedente, tra gennaio e maggio, in Australia, in Nuova Zelanda, in Giappone e negli Stati Uniti, si calcola che i biglietti venduti abbiano raggiun-
to, nel complesso, gli 800 mila.
Bob Dylan, 37 anni, 18 anni di carriera alle spalle e un decennio di assenza dai palcoscenici e dai festival, ha dimostrato di essere tutt'altro che un sopravvissuto: unico rimasto dei grandi idoli del rock degli anni sessanta (Elvis
Presley e Jimy Hendrix sono morti, i Beatles e i Rolling Stones hanno fatto naufragio tra gli scogli della celebrità), ormai miliardario, carico di miti e ingrassato, riesce ancora a parlare un linguaggio in armonia con i tempi. «E' rimasto » ha detto un critico, « inquieto e integro come quando imbracciava
il vessillo della rivolta di un'intera generazione ".
Ne1l' America di John Kennedy e di Marilyn Monroe, Dylan emerse dapprima come uno dei grandi interpreti, insieme a Joan Baez, del nuovo filone "folk" intriso di radicalismo politico, messianismo e aneliti di rinnovamento, che stava prendendo il posto del rock'n'roll ormai in via di esaurimento.
Robert Zimmerman (è questo il suo vero nome, cambiato poi in Dylan in omaggio al poeta Dylan Thomas) era giunto a New York City diciannovenne,
nel '61, dal Minnesota, uno degli Stati più chiusi e provinciali, dove era nato da una famiglia di ebrei ortodossi.
Aveva cominciato a suonare in un piccolo locale, il Gerde's Folk City, incontrando Woody Guthrie, Pete Seeger, Jack Elliott e Joan Baez, e leggendo le poesie di Ginsberg e di Kerouac.
A rivelarlo fu un articolo sul New York Times scritto da Robert Shelton, uno scrittore che lo aveva sentito per caso suonare da Gerde's. Fu un successo immediato. Le sue canzoni, come Blowin' in the Wind (Soffiando nel vento)
e The Times they are a-Changing (l tempi stanno proprio cambiando) divennero gli inni dell' America giovane, intellettuale e progressista. Il giovane smilzo e arruffato, che suonava la chitarra e nello stesso tempo l'armonica tenuta davanti alla bocca da un supporto di fil di ferro, fu subito il simbolo dell'anticonformismo, della moda dei blue-jeans e delle giacche a vento, dei capelli lunghi e dell'aspetto straccione.
Oggi Bob Dylan mantiene la stessa statura bassa, la stessa costituzione gracile, la stessa goffaggine nei movimenti, ma si fa accompagnare sul palcoscenico da
un'orchestra di nove elementi, tutti vestiti in bianco e nero, e da un coretto di tre ragazze in abito da sera.
« Sembrano usciti da un teatro di Las Vegas », ha commentato qualcuno. La sua notissima voce, aspra, nasale e monotona, ha acquistato flessibilità e maturità professionali. La meccanica delle sue canzoni è semprela stessa, ma ora compone motivi d'amore, canta sentimenti del tutto personali.
Il rivoluzionario s'è trasformàto in poeta. « È vero », confessa. « Mi considero prima di tutto un poeta e poi un musicista. Vivo da poeta e morirò da poe-
ta. ». Un poeta che gira in Rolls Royce e riceve un compenso di 800 mila lire per ogni minuto che passa ad esibirsi. Una villa favolosa a Malibu Beach, in California, una moglie, da cui è divorziato, e cinque figli.


 Bob Dylan durante la tournèe in Europa. Il cantante americano, il cui vero nome è Robert Zimmerman, ha oggi 37 anni, e 18 di carriera alle spalle. Guadagna 800 mila lire per ogni minuto di spettacolo. Ha sposato una ex coniglietta di "Playboy" dalla quale è ora divorziato, e ha cinque figli

Cosa è rimasto dell'antico profeta? Gli ideali politici, come è accaduto a tanti della sua generazione, sono svaniti. « II mio dovere » , dicono le parole di una
sua canzone del 1974, « non è mai stato quello di cambiare il mondo intero. Ne voglio fare il trombettiere che suona il segnale dell'assalto. »
Ma Dylan non è neppure interamente un integrato. La sua è stata un'evoluzione piena di conflitti interni, di ripulse e di accettazioni, di malesseri e di fughe, di
mutamenti continui e di fedeltà a se stesso.
La prima crisi arrivò molto presto, nel '64, con l'avvento dei Beatles, che oscurarono la sua fama e sembrarono prendere il suo posto tra le nuove generazioni. Ma Dylan colse perfettamente il senso del messaggio. Kennedy era morto, e il Vietnam bruciava: i Beatles, con otto dischi tra i primi dieci della Hit Parade, rappresentavano il nuovo gusto, ma anche l'evasione. Dylan mise insieme il nuovo rock e i fermenti radicali e libertari; il risultato fu una rivoluzione: Like a Rolling Stone, un motivo dalla struttura grandiosa e dal tono visionario che cambiò il corso della musica pop, ispirando tutti, da Frank Zappa a Jimi Hendrix, da Seely Dom al più recente David Bowie. Da allora anche John Lennon si arrischiò a dotare le canzoni dei Beatles di parole intelligenti.
« Se i Beatles », ha scritto il critico del Financial Times, Anthony Thorncroft, «dettero rispettabilità alla musica pop, Dylan le dette invece il colore politico e la trasformò in un'arma formidabile contro l'Establishment. »
Eppure il nuovo corso fu considerato un tradimento. Quando Dylan si recò in tournée nel '65 in America, in Scandinavia, in Australia, in Inghilterra e in Francia, fu un disastro. Il pubblico voleva il Dylan « folk » che era abituato ad ascoltare, e di fronte alla chitarra elettrica e al nuovo stile « rock » esplodeva in urla e fischi. Al festival di Newport, in Inghilterra, il cantante dovette addirittura abbandonare il podio.
Da quel momento non si fece più vedere, divenne geloso della propria vita privata, si chiuse nel silenzio. Per due anni non incise neppure un disco. Invece si sposò con Sara, un'ex coniglietta di Playboy.
Quando, infine, uscì dal silenzio con un long playing intitolato John Wesley Harding nel 1968, fu un Dylan ancora una volta diverso, anticonvenzionale,
controcorrente.

Quanto i Beatles sguazzavano nel barocchismo degli effetti sonori del sintetizzatore elettronico misti a musica pseudoclassica, tanto il nuovo Dylan era essenziale, conciso, semplice, ascetico. Il disco fu considerato il capolavoro di un fantasma.
Poi venne un altro scandalo: Nashville Skyline, la scoperta della musica country, lo stile dimesso dei bianchi poveri, degli operai che votavano per Nixon e disprezzavano quella stessa classe di studenti e intellettuali di cui Dylan era stato l'interprete e il portabandiera. Ma il peggio doveva ancora venire. Quando uscì Self portrait (Autoritratto) con accompagnamento di violini, coretti femminili e canzoni tipo Blue Moon, la rivista Rolling Stone Magazine, nuovo vangelo del pop alla moda, aprì la recensione con le parole: «Ma che è questa merda? ».
Dylan aveva capitolato, era finito. In realtà, erano state delle dimissioni volontarie dal ruolo di profeta, il rifiuto di continuare ad indicare la strada. Dylan aveva cominciato coscientemente a demolire con le sue mani il suo stes-
so mito, diventatogli odioso.
Altri quattro anni di silenzio, dal '70 al '74, dovevano completare l'opera. Ma non fu così. Nel '74, all'improvviso, Dylan riappare in tournée per l' America, rinnovato, disteso, gioioso. Gli americani fanno a gara per vedere il redivivo.
Si calcolò che ben sei milioni di persone fecero richiesta di un biglietto.
Ma Dylan non si scompose.
« Ho pagato il prezzo della solitudine », cantava, "ma almeno ora ho esaurito il debito ».
Il suo long playing successivo, Blood on the tracks (Sangue sulle rotaie), fu salutato come un capolavoro assoluto. « Il più inatteso colpo d'ala della sua carriera", scrissero i critici.
Dylan cantava « eccomi ancora in cammino; verso il prossimo incrocio » .
Il prossimo incrocio è stato questa tournee europea, un po' un banco di prova
dello stato di popolarità. Gli organizzatori avevano fatto dei preventivi per difetto, e Dylan stesso lo ha affrontato con un po' di nervosismo. Si è parlato di« tournée per gli alimenti » : il divorzio dalla moglie Sara, dopo undici anni di matrimonio, gli è costato, si dice, un patrimonio, e molte amarezze, che hanno portato nelle sue ultime canzoni un'ulteriore nota di sarcasmo e di misogenia.
« Canzoni non più d'amore, ma sull'amore », ha notato un critico.
Ma sulle sue vicende personali, Dylan mantiene come sempre il più stretto riserbo. Persino i suoi numerosi biografi (se ne contano finora quasi una decina) hanno poco materiale su cui basarsi.
« Oltre alle parole delle canzoni » , dice uno di loro, "non ha detto mai molto". Un altro, A. J. Weberman, è ricorso perfino all'analisi del contenuto dei bidoni di rifiuti fuori dei cancelli della villa del cantante, inaugurando così la «rifiutologia », applicata poi con successo da alcuni studenti anche su Henry Kissinger.
Scarso aiuto, da questo punto di vista, offre anche il film autobiografico che Dylan ha girato, diretto e prodotto da sè: Renaldo and Clara. Quelli che l'hanno visto in anteprima negli Stati Uniti parlano di biografia "obliqua"  in stile surrealista: Renaldo è chiaramente Bob Dylan, ma poi c'è anche un altro personaggio che si chiama Bob Dylan: analogamente c'è Sara, che è contemporaneamente Clara e Sara Dylan. Poi c'è Joan Baez che cerca di strappare Bob dalle braccia di Sara. E così via. La morale sembra essere che ogni personaggio è sdoppiato tra la sua immagine ufficiale e il suo io privato.
« Il peggior nemico », ha spiegato Dylan in una rara intervista, « è quello interno".
Che significa « nemico interno » ? , ha chiesto I'intervistatore. « Quello dentro di noi », ha risposto Dylan. "Qui" , e si è puntato il dito contro il petto.
Non ha voluto dire di più. Che tutto questo voglia indicare un conflitto interno, una specie di scissione della personalità tra il Dylan-mito e il Dylan che rifiuta
il mito? « Non bisogna dimenticare » , dice ancora, « che non sono un mito per me stesso, ma solo per gli altri ».
Enrico Verdecchia


Bob Dylan è gelosissimo della propria vita privata (i "biografi" sono andati a frugare perfino nei suoi bidoni dei rifiuti, per avere notizie). Il cantante ha tuttavia diretto un film "Renaldo and Clara", incomprensibile e surrealista


le foto e le didascalie di questa pagina sono quelle dell'articolo originale




 

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