MASSIMO PRIVIERO – Rock e Poesia



MASSIMO PRIVIERO: Biografia

Nato all’inizio dei sessanta in un paese del litorale veneziano, ma milanese d’adozione, Massimo vive una giovinezza di folk, di rock e di blues, di vagabondaggi europei fatti da menestrello di stazione a suonare Dylan, Young e le sue prime canzoni. La musica, in questo primo periodo,  accompagna gli studi classici e letterari che, in mezzo a tante cose, lo porteranno qualche anno più tardi anche ad una laurea in Storia Contemporanea. Nel 1987 firma il  primo contratto discografico, nel 1988 esce per Warner Music il suo primo album  intitolato“San Valentino”. L’album, fresco e istintivo e soprattutto la titletrack, hanno un notevole successo ed inaugurano una strada di commistione tra rock, canzone d’autore e poesia, caratteristica peculiare di tutta la sua carriera.
Sempre per Warner esce alla fine del ’90 “Nessuna Resa Mai”. In questo lavoro Priviero si avvale della produzione di “Little” Steven Van Zandt, celebre chitarrista e coproduttore di alcuni grandi album di Springsteen, nonché artista simbolo di molte battaglie musicali sul fronte “sociale” (“Sun City”). L’album, essenziale ed emozionante, vede in studio anche la presenza di alcuni  membri della PFM e consegue importanti riscontri non solo in Italia, ma anche in numerosi altri paesi europei. Da ricordare, oltre a “Nessuna resa mai”, canzoni come “Angel”e “La storia di Jerry”.
E’ del 1992, invece, l’uscita di “Rock In Italia” (Dsb/Ricodi), lavoro nel quale Massimo si fa affiancare nella produzione artistica da Massimo Bubola. L’album conferma la vena e l’amore per sonorità elettroacustiche di respiro internazionale, e non per caso uscirà anche in Giappone, con singoli da ricordare quali “Rock in Italia” e “Solo come te”.
Tra il ’94 e il ’98 escono “Non Mollare” e “Priviero”, due album assai diversi artisticamente, il primo a certificare la parte più rock, a tratti  quasi aspra, dell’artista (citiamo brani come”Addio Italia” e “Giustizia e Libertà”), il secondo a valorizzarne la vena più poetica e cantautorale e che si avvale della produzione di Lucio “violino”Fabbri. Da quest’ultimo lavoro citiamo intense ballate come “Nordest” e “Grande Mare”.
Nel 2000, Priviero reincide alcuni dei suoi brani più importanti ai quali aggiunge sei inediti per dar vita ad una sorta di originale raccolta intitolata “Poetika” (Duck). Naturalmente, tutti questi anni, sono segnati da numerosi tour,concerti e da collaborazioni on stage spesso di carattere internazionale per esempio, solo a citarne una, quella con David Crosby.
Nel 2003 esce “Testimone” (Edel). Sempre di più, il rock, il blues e le ballate d’autore trovano sintesi e splendidi equilibri in chiaroscuri fatti di energia e di forti emozioni. Tra le canzoni, vanno senz’altro ricordate “Nikolajevka” e “Terrasanta”.
Nel 2004 cura la direzione artistica di “Poetarock” (Edel), progetto realizzato in collaborazione con il Cesvi, onlus in prima linea nella lotta all’Aids in Africa. L’album raccoglie molte delle canzoni più significative di alcuni tra gli artisti che hanno segnato la storia del rock d’autore in Italia.
Ad ottobre 2006 (Mbo/UNIVERSAL), infine, esce “Dolce Resistenza”. Un grande album di rock e di poesia, per molti probabilmente il migliore in assoluto della intera carriera di Priviero, dove la canzone che dà il titolo al lavoro e la rilettura di un Tenco d’annata (“Ciao amore ciao”) riscoperto nel testo originario, sono solo le punte di un album davvero di grande forza emozionale, artistica e vocale.
Eccoci dunque arrivati a novembre 2007.
Esce “Rock and Poems”.



 


ROCK & POEMS: Presentato da Massimo Priviero



Molte di queste canzoni sono state composte ed eseguite nel  ‘60/’70 e questi anni hanno “tracciato” le strade più importanti di un certo modo di scrivere e di suonare: io sono figlio di quelle strade.

Troverete canzoni che scavano in una tradizione popolare che da decenni non è più confinabile in luoghi d’origine che non siano un vero “mondo globale”, dove molte generazioni sono cresciute con pochi limiti al proprio desiderio di musica, di poesia, di emozione e di libertà … nel suo senso migliore, mentre altre sono state realizzate appositamente per il completamento questo album “particolare”.

Mi risulta difficile definirle semplicemente delle “cover”, anche se, nella maggior parte dei casi, lo sono e nello stesso tempo non me la sento di considerarle solamente un omaggio ad artisti che amo molto; la maggior parte di queste grandi canzoni infatti sono già state eseguite in modi e stili diversi ed in questo album alcune di loro hanno preso forme che le allontanano molto dalle versioni originali, mentre altre seguono un po’ di più la loro versione “classica”.

Ogni brano mi ha dettato, in qualche modo, la strada più “naturale” da seguire e l’uso della voce ed il lavoro degli strumenti si sono “piegati” a questa strada.
Abbiamo alternato forza, energia, fragilità, emozione, desiderio di memoria e di radici musicali senza limiti; queste radici sono, per quanto mi riguarda, composte da rock e poesia, soprattutto quando trovano il loro punto di sintesi e di equilibrio migliore.
La convinzione che le canzoni contenute in “Rock and poems” siano tutto questo ci hanno fatto realizzare questo album.

Ringrazio i musicisti, i tecnici del suono e tutti coloro i quali hanno collaborato e permesso a questo lavoro di esistere, portando davvero molto “sangue, sudore e lacrime” e aggiungendo molto amore e tanta forza .

Iniziai a suonare da ragazzino, a metà dei ’70, perché qualcuno mi regalò un disco di Bob Dylan. Il mio sogno di ragazzo non era di far dischi, né di aver successo, ma era quello di suonare “Tambourine” in giro per le strade d’Europa e mantenere in quel modo i miei vagabondaggi di ventenne. Lo feci pochi anni dopo. Ricordo quel tempo come uno dei più intensi e folli della mia vita.

“Blowing In The Wind” è la prima canzone che la mia chitarra ha suonato e che la mia voce ha cantato. E’ stata fatta in mille modi, ma mi è piaciuto rincontrarla in questo viaggio. E’ uscita elettrica, appoggiata su un suono di chitarra solido ed antico  anche dopo aver risentito un vecchio live “At Budokan”. Ho spinto a tratti molto sulla voce, usato una ritmica molto marcata, servendomi alla fine di un coro dal sapore gospel che la liberasse liricamente, solo poco prima di chiudere.

 “ The Sound Of Silence” è una ballata geniale nella sua malinconia, nella sua apparente fragilità, ma è anche un “gancio” complesso e continuo. Ho progressivamente cercato di caricarla musicalmente ed emotivamente, sia con la voce che con gli strumenti, avendo riferimenti timbrici originali assai lontani dai miei e dai quali volevo star lontano. Tuttavia volutamente, ho conservato e rifatto l’incipit originario di chitarra, fragile e immortale. Continuo, dopo tanto tempo, a considerare  “…The words of the prophets are written on the subway walls” una delle più belle frasi mai scritte in una canzone.

 “Resistance” è la versione inglese di “Dolce resistenza”, la title-track del mio ultimo album italiano. Chi mi conosce sa che l’idea di resistenza, in varie forme, accompagna da sempre la mia vita. E’ forse quello che un tempo alcuni chiamavano “il messaggio”. “Resistance” è la mia, e spero non solo la mia, parte più emotiva fatta di forza, di energia, di difesa di un modo di esistere, di camminare e di credere in qualcosa per cui vale la pena credere. Quando ancora riesco a trovare questo dentro di me e quando ancora riesco a vederlo in qualcuno, tutto questo diventa le chitarre, il piano, la progressione ritmica e armonica di questa canzone.

“Chimes Of Freedom” è una delle più grandi canzoni mai scritte. Il testo è poesia purissima, visionaria, onirica, universale. I pochi accordi che la sostengono potrebbero accompagnarla per ore, come potrebbe essere per accompagnare un poema. Ne ho scelto una versione che spesso facciamo in concerto e che inizia con un recitato per poi prendere spinta, memore anche di varie versioni rock che ha avuto questa canzone, non ultima una di Springsteen. E’ come leggere un libro a voce alta, che all’inizio canti su registri bassi e che poi si carica sempre di più. Un libro che non smetti di leggere, perché pensi che ci stai trovando dentro qualcosa in più di quel che sei, di quel che credi, di quel che sogni.

 “Ol’55” Avevo molte alternative incontrando le canzoni di Waits, soprattutto verso il Waits più “dritto”, ma tanti anni fa lo scoprii ascoltando questa ballata che in origine gli Eagles portarono al  successo. Per questo motivo l’ho scelta, dunque per il legame forte verso questa canzone oltre che per la sua bellezza, cercandone una mia lettura e provando al contempo un ipotetico “cross” tra le due versioni. “Ol’ 55” scava in fondo all’anima dei vagabondi di varia umanità. Ho spinto ancor più in questa direzione, appoggiandomi a chitarre energiche in difficile equilibrio con fisarmoniche solitarie, in apparente contrasto sonoro, invece spesso parti di una stessa anima.

“The Promised Land”. La verità è che, volutamente, in tanti anni di concerti e di canzoni, non ho mai suonato un pezzo di Springsteen su un palco, pur rimanendo probabilmente l’unico rocker europeo che ha avuto al fianco per un periodo della sua carriera, all’inizio dei’ 90, un chitarrista e un produttore di un suo album di nome “Little Steven Van Zandt”. In tutto questo, viaggiando nei miei ’70, è uscita alla fine “The Promised Land”  in questa versione così scarna, sofferta, lenta, dove chitarra, mandolino e fisarmonica sorreggono solo i crescendo degli incisi, dove la canzone è retta unicamente da una linea di piano che sorregge la voce, dove tutto vuole proprio andare sulla voce cruda, come se fosse qualcosa che tu canti da solo in silenzio e dove qualunque suono o qualunque rumore  “contaminerebbe” in qualche modo l’emozione.

“The Great Pretender”. Da bambino, mentre girava su un vecchio giradischi, guardavo a volte mio padre ascoltare e canticchiare questa canzone, nella versione dei Platters. Così, tante volte nel corso degli anni mi è venuta in mente questa splendida canzone d’amore. Alla fine, ribaltandola e poi provandola con la band, ne è uscita una versione che diventa un rock’n’roll in spinta. Ho cercato dunque, e per quel che mi riguarda trovato, il punto di equilibrio tra quel ricordo, quella immagine e quel che poi questa melodia è diventata per me.
“Desperado” Solitario, outsider, per certi versi anche “looser” almeno nel pensiero dominante. In fondo è anche molto di quel che sono. I primi Eagles (come Browne e Young per esempio) scrivevano grandi canzoni lavorando molto su questa poetica, accompagnandola nel loro caso anche a splendidi impasti vocali. Questa versione è un po’ spaccata in due, fragile e scarna nella prima parte e strumentalmente aggressiva nella seconda. Tuttavia, la voce continua  volutamente nella sua strada senza cambiare, come se non si accorgesse che la band è entrata “pesante” a sorreggere, proteggere e dar forza al suo struggimento.

“Marchin’On” è una mia canzone che parla di soldati solitari, in qualunque latitudine e in qualunque tempo a chiedersi la ragione incompresa di una marcia, di una guerra, di un nemico da combattere. La voce, la cadenza, la fisarmonica, i salti “emozionali” servono ad accompagnare questo cammino senza sosta e forse senza senso in modo diverso, aprendosi e chiudendosi in successione, senza volutamente mai liberarsi melodicamente del tutto, ma caricando lo struggimento passo per passo, fino alla fine della marcia.

“Have You Ever Seen The Rain” è un grande classico dei Creedence che ti trasmette, ad eseguirlo, il puro e splendido piacere di suonare. Un piacere, e spesso una felicità e un’emozione, davvero”fisica”. Ho cercato anche per questo di conservarne il “modo” originario, ripercorrendo in questo caso il cammino originario, solo aggiungendo una fisa che colorasse di “cajun” il brano e che in questo caso non immalinconisce, ma al contrario rafforza la dimensione di felicità e di piacere che spesso esiste in questo modo di fare musica.

 “Lily of the west” è una bellissima melodia irlandese (“Lakes of Ponchartrain”) rifatta in tanti modi, a diverse latitudini, con testi diversi. Tante versioni che ho sentito, fatte da grandi artisti come da magnifiche e sgangherate bande da pub, ne conservano intatta la dolcezza e la malinconia. Questo è quel che anch’io ho cercato di conservare, solo caricando il finale con un salto di tono per rafforzare ancor più il senso del racconto, provando a dare energia e solennità ulteriore a questa meravigliosa e disperata canzone d’amore.

“We shall overcome” Piano, organo, voce. Una canzone, un modulo ostinato di canzone, che mi capita da tanti anni di fare ai concerti non come un inno autoconsolatorio, nostalgico o celebrativo, ma molto più come un semplice e infinito bisogno di pace. 



 

Massimo Priviero - Rock & Poems (Universal)
Recensione di Salvatore Esposito

Massimo Priviero è uno dei più onesti e colti cantautori rock italiani, le sue canzoni hanno da sempre avuto uno spessore artistico che va ben oltre la semplice musica estendendosi sino alla poesia ma soprattutto la storia, di cui il rocker veneto è fine conoscitore. Il suo ultimo album, Dolce Resistenza, ha raccolto consensi di pubblico e critica, proprio per questa sua capacità di fondere la storia con la poesia e con il rock. Questa volta però, Massimo Priviero, si è lanciato in un impresa non da poco. Un disco di cover o meglio in un disco contenente le interpretazioni personalissime di alcuni dei classici del rock e non solo che lo hanno influenzato nella sua carriera artistica. Rock & Poems, questo il titolo del disco, contiene e sintetizza magnificamente un pezzo di storia del rock, rileggendola in modo eccellente e soprattutto con quella passione e quell’amore che contraddistinguono un appassionato. Priviero non è nuovo ad interpretazioni di classici della musica rock, già nel bellissimo Testimone aveva riletto in italiano Eve Of Distruction di Barry McGuire e inoltre da tempo, ben prima che la riscoprisse un certo Springsteen, esegue dal vivo una magnifica versione del traditional We Shall Overcome. Rock & Poems, è così un regalo a se stesso ma anche ai fans nel trentennale della sua carriera artistica, un personale greatest hits della storia del rock in cui è tornato alle radici della sua ispirazione artistica. Si parte ovviamente da Bob Dylan, con una strepitosa Chimes Of Freedom riletta in una versione assolutamente originale quasi fosse uno spooken word, segue Sound Of Silence di Simon & Garfunkel, la poesia di Tom Waits di Ol’ 55 (resa celebre dagli Eagles) e ovviamente si giunge a Springsteen con The Promise Land, riletta con piano e fisarmonica a tessere una trama sonora splendida. Si torna poi a Bob Dylan con Blowin’ In The Wind, che apre la strada a The Great Pretender e a due classici del rock ovvero Desperado degli Eagles e Have You Ever Seen The Rain dei Creedence Clearwater Revival. Completano il lotto delle interpretazioni due traditional, Lily Of West e We Shall Over Come. A soprendere però sono i due inediti inclusi nel disco, ovvero le versioni in inglese di due brani presenti in Dolce Resistenza, Marcin’ On e Resistance, entrambi svelano un lato completamente diverso di Priviero, ovvero la sua grande abilità di maneggiare poeticamente la lingua inglese. Di tratta di due veri e propri capolavori che in bellezza quasi gareggiano (e non esageriamo) e si amalgamano perfettamente con i tanti classici del rock presenti in questo disco. Era un impresa coraggiosa, Rock & Poems, Massimo Priviero l’ha superata con il suo solito slancio rock e tanto coraggio. 



photo by Eddy Valdameri


INTERVISTA A MASSIMO PRIVIERO
Di Salvatore Esposito

Come nasce Rock & Poems?

"Rock And Poems" è il bisogno di ritrovare e di "ribaltare" le mie radici musicali che sono principalmente in certo rock, blues e folk. Credo che certe canzoni e certa musica siano state da linfa e da riferimento non confinabile ad un paese preciso, anche se ad un paese preciso fanno riferimento. Sono un patrimonio del mondo, sono spesso cultura popolare, sono musica e poesia con cui ci siamo formati e che sono diventate parte della nostra vita spesso e volentieri cambiandola. Mi spiego...la musica e la poesia sono vera libertà e sono quello con cui son cresciuto e che è dentro di me. A quel punto posso ritrovare Dylan e allo stesso modo posso cercare i canti degli alpini della Julia. Senza confini alla mia anima.

Qual è lo spirito che ha animato questo progetto?

E'  il mio nono album, a un anno da un disco come "Dolce Resistenza" che, come si usa dire, è anche andato bene. "Rock And Poems" non centra nulla nè con operazioni commerciali di cantanti o cantautori, nè con raschiamenti di fondi di barile più o meno mascherati. Non rifaccio canzoni di cantautori italiani ma cerco le origini del mio viaggio, di quello stesso viaggio che mi portava da ragazzo a girare l'Europa con la chitarra in mano per suonare molte di queste canzoni per le strade, a volte per pagarmi i miei vagabondaggi. Il termine "cover" non mi piace, anche se è d'uso comune. Gran parte delle canzoni di "Rock And Poems" prendono strade lontanissime dalle versioni originali e ci sono due inediti. E tutto poi gira intorno a un certo uso della voce, a un certo tipo di emozione e di energia che prediligo, sie nelle cose più "suonate" che in quelle più scariche.  Facessi Dylan chitarra voce e armonica, per intenderci, sarei un pazzo da appendere al muro. Come se i Green Day avessero fatto Lennon com'era. Invece l'hanno ribaltato e, devo dire, a mio modo di vedere in maniera splendida. Intendo dire che vale se  rimani te stesso, magari ritrovando alcuni pezzi di strada da dove sei partito e che sono state pagine del diario tuo e di tanta altra gente. Gente che percorreva la tua stessa strada e che magari non hai mai incontrato ma che la musica ha il potere di far incontare.

Hai scelto dei classici non solo della storia del rock ma anche più in generale della musica pop, quanto è stato difficile confrontarsi con questi brani storici?

Sai, come puoi immaginare mettere le mani sui classici è molto più dura che farlo su pezzi "minori", nel senso di meno conosciuti. Rischi l'osso del collo...ma sono quelle che ti hanno "cresciuto", che sono entrate nella tua vita, verso cui hai un "debito". "The Great Pretender" è una canzone meravigliosa, dallo struggimento fortissimo. Da bambino mi capitava di sentirla canticchiare dagli adulti, viste le mie origini spesso in un inglese con forte cadenza veneta. La ascoltavo mentre girava sui vecchi giradischi e di riflesso la canticchiavo anch'io. In sala l'abbiamo provata in tanti modi, l'abbiamo fatta "rock" suonandola con molta forza. A volte ho dovuto frenare la band quando la suonavamo, un altro po' e ne avremo fatto una versione "Clash"..... l'abbiamo fatta davvero con grande piacere.

Due brani di Bob Dylan, poi Springsteen, Fogerty, Tom Waits, cosa hanno rappresentato questi cantautori per te?

Dylan e in particolare "Freewheelin'" sono state la salvezza e la condanna di un ragazzo che tanti anni fa decise di incominciare a suonare e a scrivere. Chiaro che ho amato molto anche Fogerty e Springsteen, come Young, Waits, Van Morrison e altri grandi. Sono stati per me importanti riferimenti e loro stessi hanno avuto grandi riferimenti prima di loro. La musica è questo. Tu sei te stesso e nello stesso tempo sei parte e figlio di quel che hai vissuto e sentito. Questo vale sempre e a qualunque livello.
 

Mi ha colpito molto la scelta di Ol’ 55…

Ol' 55 è come sai una canzone del primo Waits. Sono molto legato a questa canzone, come pure ho amato molto i primi Eagles e per questo ho riletto "Desperado". Sono due capitoli di una stessa poetica "solitaria" che mi appartiene molto. E' molto di quello che ero ed è molto di quel che sono rimasto. Non è facile da spiegare, tocca forse corde troppo intime da raccontare, è una cosa che hai negli occhi e che segna i tuoi passi, le tue scelte, spesso molte tue decisioni. I solitari, che in questo mondo spesso diventano i perdenti.....per il "grande pubblico" è anche quel che sei tu, che sono io, intendo, visto che non suono a San Siro o non sono in cima a classifiche, o visto che non sopporto tante e forse troppe cose, visto che non mi sono mai venduto bene. Visto che tanti anni fa me ne sono andato da una grande multinazionale dopo un album "andato" benissimo, prodotto da "Little" Steven Van Zandt, perchè questa gente doveva pilotare il successo di altri, molto più scaltri a vendersi , molto più abili a vendere successi che al mondo dovevano sembrare accaduti per caso o senza spinte particolari. Così è.  Ma è difficile spiegare "al mondo" che a volte ci sono dietro delle tue scelte precise, difficile spiegare che hai cercato altro, che hai cercato di salvare il menestrello di tanti anni prima, quello che suonava "Tambourine" nelle metropolitane e non sognava il successo, ma che inseguiva la sua idea di libertà portandosi dietro le sue mappe. Difficile da spiegare. Come è difficile fare rock in Italia senza parlare come si parla al bar. Ecco, ti racconto pezzi di me e ti dovrei dire che "Desperado" è un capolavoro di canzone, ma questo già lo sai. Come "Ol '55". Storie e immagini di solitari e di perdenti. Suonate con forza.

Parliamo dei tuoi due brani inediti ed in particolare di Marchin’ On che mi ha ricordato Phil Ochs..

Bellissimo il tuo riferimento a Phil Ochs, un grande poeta davvero, conosco quel disco...Se avessi su un cappello me lo toglierei! Quando registrai "Dolce Resistenza" avevo in testa anche la versione inglese dell'album, non è stato difficile, è stato molto naturale. Così sono uscite "Resistance" e "Marchin'On". Sono due canzone estreme e sono parte della poetica a cui sono più vicino, sono due "modi di resistenza" apparentemente lontani che però si ritrovano nel bisogno di vita che va oltre tutte le cose, e che vedi nella marcia del soldatino in mezzo alla neve e nei due amici-fratelli che corrono guardando il mondo che è corso più in fretta di loro, ma che non è riuscito ad ammazzare il loro patto, il loro legame. Chitarre distorte e fisarmoniche, fisarmoniche e chitarre distorte. Due anime che volano vicine, credimi.

Oltre ai tuoi due brani inediti ci sono anche due traditional, ce ne puoi parlare?

Lily l'anno fatta in tanti di quei modi! Penso sia uno dei moduli melodici più belli che esistono nella tradizione popolare...è una canzone d'amore così malinconicamente toccante, maledettamente e stupendamente irlandese. Oh, la potevo immaginare rifatta da Knopfler o da una qualsiasi scalcinata band da pub e un po' mi si arrossavano gli occhi comunque, quando la provavo. Alla fine, come hai sentito, siamo anche saliti di un tono e abbiamo aperto una chitarra distorta, per darci una botta finale al cuore, senza remissione. Vedi anche lì, fisarmoniche e chitarre distorte. Dio, se sapessi suonare la fisa sarei un uomo felice. Su "We Shall Overcome" cosa ti potrei dire...è l'unica "cover", come si dice, che facciamo nei concerti ormai da diversi anni, insieme a "Chimes Of Freedom", e che si aggancia ad una mia canzone. Ne abbiamo inciso questa versione "minimale", praticamente piano e voce. E' una canzone che ha dentro un vero bisogno di libertà, a me arriva sempre come un canto che "si canta" da solo..non so, come se tu lo facessi magari di notte quando torni a casa in macchina e ti ritrovi a modulare qualcosa prima sottovoce e poi un po' più forte e vai avanti per un po' senza fermarti ma sentendoti un po' meglio, per ragioni che non sai mai...
 

Ci sarà un volume due di Rock & Poems?

Non ho idea al momento se ci sarà un volume due, ti dirò che è stato doloroso e difficile per me non includere nell'album delle versioni di Young, di Browne e di Drake, per esempio, che erano già a buon punto. Certamente faremo il possibile anche per portarlo fuori dall'Italia e nei concerti che faremo prepareremo anche uno "spazio" preciso dove suoneremo  buona parte di questi classici, ovviamente attraverso questa  rilettura. Come hai sentito è un album dove credo e spero tu possa trovare molta forza, molta emozione, spesso molta poesia, ed è fatto, come dicevano tempo fa con tanto "sangue, sudore e lacrime". Spero che piacerà alla mia gente e spero che piacerà anche a chi, come me, è molto figlio di questo modo di fare e di scrivere musica. In qualche modo, per quel che mi riguarda, un po' glielo dovevo. Certamente so che lo dovevo a quel menestrello di cui, un po', prima ti raccontavo.