MAGGIE'S FARM
intervista
MASSIMO PRIVIERO

 
Un grazie di cuore a Massimo Priviero per averci concesso questa lunga intervista in cui abbiamo parlato del suo ultimo album, "Testimone", di musica, di guerra, di Bob Dylan, e di molto altro...
Michele Murino

 
MASSIMO PRIVIERO: L'intervista

Maggie's Farm: Dopo tre anni di silenzio sei tornato con un grande album, Testimone... come è nato, come hai vissuto questo periodo?

Massimo Priviero: Testimone ha avuto una gestazione lunga e per certi aspetti "sofferta". Avevo necessità di riflessione da una parte, di scrivere molto (ho tagliato almeno dieci canzoni) ma ugualmente di disegnare un album che fosse preciso nei contorni, nelle anime, nei chiaroscuri. Volevo scavare il più possibile nelle emozioni, nei viaggi, nella memoria musicale e non solo, volevo che ogni traccia avesse un mood che si distanziava dal resto e che continuamente si legava.
Ho vissuto questo periodo riflettendo molto sul senso di quel che mi accadeva dentro e quel che accadeva intorno... ed erano così spesso momenti slegati... sapete, questo ti porta magari a isolarti, a volte a isolarti troppo... ma questo è alla fine quello che sei e quello che hai scelto d'essere e dunque questo diventa giusto. Testimone è anche frutto di questa scelta di "isolamento" artistico da un lato e di necessità di avere occhi ben aperti sul mondo e sulla vita dall'altro... credetemi, la contraddizione è solo apparente, ognuno di noi è continuamente in cerca di un proprio equilibrio.

MF: Di recente hai dichiarato: "In questo periodo ho cercato di precisare ulteriormente la mia strada, ho cercato di capire dove volevo andare, a chi legarmi, se andarmene dall'Italia". E' un messaggio forte, cosa ne pensi della scena rock italiana e quali stimoli ti da' ancora?

MP: In parte il virgolettato risponde già alla seconda domanda, resta il discorso legato all'Italia, al rock in Italia ecc.ecc. Su questo voglio darvi una risposta davvero sincera: sono profondamente italiano (e veneto ed europeo) e non voglio mettermi a a fare il lamento dell'artista che non va nei primi posti in classifica e si sente incompreso dal grande pubblico e allora dà la colpa al "sistema" o al destino cinico e baro. Non me ne frega niente del grande pubblico e ho scelto io di tagliare certi ponti. Tuttavia, in ambito musicale e non solo, considero il mio paese disperatamente conformista (anche e soprattutto, cosa più triste, quelli "della mia parte"), ridicolmente opportunista, e profondamente "mafioso" nell'approccio a gran parte delle espressioni artistiche che normalmente avvengono. Mi spiego meglio, se volete. E' un fatto spesso inconscio, ma per esempio gran parte della stampa, della critica musicale (per restare nel mio campo) è profondamente "mafiosa"e corrotta senza sapere di esserlo, magari, proprio perchè ormai abituata ad un approccio corrotto derivante non solo nella scarsezza culturale ma da un
proprio modo d'essere ormai radicato e vi assicuro che lo dico a prescindere totalmente dagli spazi che danno o meno ai miei dischi. Avrei dovuto andarmente, avevo avuto parecchie offerte, anche, ma sono rimasto perchè comunque questo è il mio paese e anche perchè ho una moglie e un figlio. Magari accadrà più avanti se altre opportunità si presenteranno e se
avrò ancora energia sufficiente. Quanto al rock che si fa in Italia... ci sono alcune cose molto belle e una gran massa di porcheria... come per altro succede in Germania, in Francia, in Grecia o in Bulgaria... niente di più e niente di meno.

MF: La canzone che apre il disco, Fratellino, è un esempio di questa tua poetica diretta, efficace ma soprattutto altamente emozionale, puoi parlarci di questa canzone?

MP: Esistono non so più nemmeno io quante versioni di Fratellino più o meno incise. Ho provato in diversi modi a centrare in una canzone un'idea di "amicizia virile", di "dolce" resitenza umana cercata nel legame tra due persone di generazioni diverse, quindi legata all'idea che chi ha qualche
anno e anche qualche ferita in più sia più capace di prendere per mano il compagno di strada. In fondo confesso che è anche una canzone rivolta al me stesso di tanti anni fa o rivolta a un bambino che ipoteticamente vive a fianco/dentro di me. Rimane, nell riff di chitarra, nel tipo di tempo scelto, nel salto di tono, una canzone dal mio punto di vista "felice" (mi
riferisco particolarmente alla versione elettrica) e positiva proprio perchè legata all'esistenza di un ipotetico "fratellino" e dunque, in qualche modo, legata ad una solitudine condivisa.

MF: Il pezzo più commovente del tuo disco è Nikolajevka, una canzone scritta con la mente alla disfatta dell'ARMIR in Russia; alla luce dei fatti di Nassiria questa canzone sembra acquisire, quanto a tematica di fondo ancor più profondità. Quanto di universale c'è in una canzone come questa?

MP: Nokolajevka è una canzone di pace non urlata, ma vissuta attraverso la commozione di una storia. Musicalmente ho scelto questa successione di salti di tonalità, di "ganci"successivi ad aumentare la tensione emozionale senza
mai risolvere in un vero "chorus". Sono particolarmentre orgoglioso di questa canzone, ammetto, e lo sono anche da un punto di vista lirico... volevo anche tradurre in musica una mia antica passione e i miei studi di storia contemporanea (confesso tra le altre cose una laurea con studi approfonditi di quel periodo storico) e molte letture legate alla tragedia di Russia (Nuto Revelli e Rigoni Stern su tutti). Non scordate
neppure che sono veneto... in qualche modo nel dna della mia terra c'è una guerra mondiale fatta lì e moltissimi alpini spediti a farsi massacrare sul Don... c'entrano dunque anche ricordi famigliari, come potete immaginare... Qualunque canzone legata alla guerra è universale, qualunque sia la chiave che uno scelga... l'orrore, l'ingiustizia e l'idiozia sono universali e si ripetono in modi e tempi diversi, lo vedete bene, ...contemporaneamente, il modo di raccontarli può prendere strade diverse e, per quanto mi riguarda, prende soprattutto la via della memoria per non dimenticare, per non rimuovere.

MF: Il tema della guerra in questo disco ritorna dal punto di vista sia poetico sia musicale... Come avverti questo male che affligge il mondo nella tua musica?

MP: E' vero... il tema della guerra è molto presente anche se, avrete notato, quasi sempre in modo non invasivo, spesso è un concetto indiretto. La sensazione, che parecchi hanno, è che la stiamo già vivendo anche se in forme diverse, poco tradizionali evidentemente e quello che mi sembra è che stiamo vivendo comunque la fine di qualcosa e l'inizio di qualcos'altro che ci sforziamo invano di comprendere. La memoria di un passato, la visione anche irrazionale ed emotiva del futuro ("Diluvio") è la mia chiave di lettura e il mio modo per provare a comprendere...

MF: La musica può cambiare il mondo come sostenevano CSN&Y a Woodstock o è un palliativo?

MP: La musica non cambia il mondo, può dartene una chiave di lettura ed eventualmente può darti una chiave molto forte di interpretazione, può spingere aggregazione verso un obbiettivo preciso, può dare percezioni condivise che conducono magari a battaglie che singolarmente possono essere vinte (pensate a una dozzina d'anni fa per la liberazione di Mandela... c'era
in prima linea un mio fratello e mio produttore dell'epoca... Little Steven. (Sun City)... quante volte abbiamo parlato insieme di questo e quanto anch'io mi sono schierato...

MF: Eve of Discruction di Barry McGuire fu scritta durante la guerra del Vietnam alla luce anche dei testi di Bob Dylan; tu hai rifatto il trucco alla grande alla versione italiana di Gino Santercole... Come mai hai scelto questa canzone?

MP: Eve of destruction è una canzone meravigliosa... scritta sull'onda di tante cose del momento ma, se ci pensate,di un'attualità sconcertante e sorprendente.
Musicalmente, poi, ha una costruzione apparentemente semplice ma in realtà davvero magica nello sviluppo, nella  soluzione dell'inciso, almeno per me. Mi sembrava una fotografia da riprendere: conoscevo ovviamente la versione
italiana e mi era sempre dispiaciuto il fatto che il testo non significasse nulla rispetto al senso originale... ho provato a
riportarla alle origini, l'ho anche arrangiata in modo volutamente "datato" citando gli Who all'inizio, proprio con l'intento di "storicizzarla" e, vi confesso, mi piaceva un sacco suonarla... così il seguito è venuto da solo. Ripeto, è una canzone che poteva essere scritta dopo l'undici settembre e
questa è la forza di alcune canzoni e cioè la capacità di attraversare il tempo e gli eventi.

MF: Abbiamo sentito che dietro alla splendida ballata Alice c'è una storia vera; cosa puoi dire al riguardo e come è nata questa canzone?

MP: "Alice" è una storia vera, come si può immaginare, riferita a un'amica di tanti anni fa che qualche volta mi capita di "vedere" in qualche ricordo... gli strumenti sono tenuti molto indietro, per non "disturbare" il dialogo ipotetico, reso struggente soprattutto dalla viola di Lucio "violino" Fabbri. Quando ero ragazzo, alcuni di noi cadevano facilmente in
quelle che definirei "intossicazioni letterarie" e cioè nell'idea di vivere come un personaggio di Baudelaire, di Proust o di Keoruac, per fare dei nomi, perdendo di vista la propria esistenza, a volte cercando salvazione in droghe per compensare questa distanza tra i propri desideri e il proprio
quotidiano... questo porta facilmente a perdersi anche se può essere un "perdersi" consapevole e comprensibile... ognuno di noi sceglie più o meno la sua strada... ovviamente "le droghe non salvano" non ha valenza moralistica ma è semplicemente una anche amara constatazione, come pure i richiami letterari sono volutamente un riferimento a quella "intossicazione"di cui vi dicevo... La considero una canzone molto "spirituale", molto emotiva, e penso che del resto tutto l'album contenga un "bisogno di spiritualità" che spesso vien fuori...

MF: Veniamo a Diluvio; cosa ti ha spinto a scrivere questa canzone sul senso e la forza della vita?

MP: Diluvio è una delle canzoni che amo di più... ho sempre amato la pioggia e il suo significato di catarsi, di purificazione, di "fine del mondo", di rinnovo.. in questo probabilmente devo avere qualche antenato irlandese che non ho conosciuto. Ugualmente è sempre stato l'evento biblico che più mi ha colpito, l'ho sempre considerato il momento di "forza" definitiva, assoluta... è un momento dell'album molto preciso, assurdamente di pacificazione, lo canto quasi col sorriso, credetemi... la forza della vita, la sua ragione più profonda
è per me nella sua capacità continua di rinnovamento, di fine che anticipa nuovi inizi. La struttura musicale è dilatata (anche se tagliata rispetto alla versione iniziale)... immaginatevi davanti ad una finestra a guardare la pioggia che cade da tanto tempo e voi che la osservate e sorridete, quasi illudendovi o pensando di averne carpito un segreto, magari la voce... così
esci di casa e cominci a camminare senza meta, per ore... così è "Diluvio"..

MF: Un altro brano che ci ha colpito per la sua struttura folkie è Terrasanta; quanto ti ha influenzato la tradizione americana e quanto quella italiana?

MP: Ho letto una recensione di Testimone che fa un parallelo tra "Terrasanta" e "Worlds apart" e l'ho trovato pertinente (mi ha pure onorato molto..).. effettivamente la commistione folkie/etno col rock mi ha sempre interessato molto anche se non credo che sia facile, come credo che non basti introdurre strumenti etnici in un brano rock per ottenere risultati originali. Aggiungo che molti su questo versante hanno marciato a livello di critica approffittando di palati solo apparentemente colti e questo era quello che volevo evitare. Volete un parallelo reale? Accostate l'attacco di Terrasanta, dopo l'intro, con l'attacco di "Masters of war" e capirete da dove è partita la canzone. Terrasanta è una canzone "sulfurea", molto
bluesy, molto ossessiva, a tratti volutamente ripetitiva.. e sono
particolarmente contento della lirica del brano, del fatto che l'ipotetico ritorno e la ricerca della propria terra possa essere letto in maniera duplice (in modo "palestinese" o "israeliano")... non era facile rendere questa necessità, converrete che lo è molto di più una dichiarazione di parte più o meno "romanticizzata". Spero di essere riuscito in questo intento.

MF: Il rock domina tutto il disco ma poi Agnus dei viene travolta dal suo andamento blues hardboiled; come mai hai messo in blues questa sorta di preghiera laica?

MP: La "preghiera laica" nasce da il bisogno di spiritualità di cui già ho parlato e il blues è fondamentalmente bisogno di spiritualità (intesa come disperazione/bisogno di dio-di aiuto...). Agnus Dei è un blues assai rigoroso, nella costruzione musicale come nel testo che cerca di andare a
trovare il punto di partenza di una "preghiera", dunque senza la
"dissacrazione"pure intelligente o abile fatta da altri in Italia di questo "modo"musicale... Perchè il blues? Perchè,ovviamente, quasi tutto parte dal blues e perchè è "l'altro" punto da cui la mia musica è partita... ogni tanto, ti vien fuori in modo che non puoi fermare, come se si scrivesse da solo.

MF: Di recente si sta rivalutando il folk italiano. Come vedi questa operazione di recupero storico?

MP: Qualunque ricerca e qualunque recupero del folk e della tradizione di un paese, magari musicalmente mescolato in maniera intelligente con "linguaggi musicali" diciamo più attuali non può che trovarmi d'accordo e positivo.... è una tendenza che scorgo anch'io e che spero si sviluppi ancora di più, anche
se spero non diventi un modo per mascherare l'assenza di idee o di cose da dire....

MF: Quali sono le tue principali influenze a livello musicale? In
Testimone ho rivisto passaggi di Bob Dylan, Bruce Springsteen, ma anche di Who, Stones e a tratti anche Pearl Jam...

MP: Sono d'accordo sulle influenze che avete citato riguardo alla mia musica, anche se aggiungerei il Tom Waits più "dritto", Neil Young sicuramente e in generale un certo rock americano, soprattutto, degli anni settanta, anche un certo blues classico... ma vi assicuro che è molto difficile autoinquadrare le influenze che puoi aver avuto più o meno consapevolmente.

MF: In una tua personale classifica dei 10 migliori album di sempre, pubblicata da un famoso mensile, hai messo in testa The Times They Are A-Changing di Bob Dylan; cosa pensi di quel disco?

MP: ... tenete presente che sono nato agli inizi dei sessanta e che quindi l'onda era già passata da un pezzo. "The times..." è un disco perfetto come artisticamente perfetto è tutto il periodo acustico di Dylan (nel senso che puoi sostituire "The times.." con "The Freewheelin'" o "Bringing...".. la canzone che nella mia vita ho più amato e più suonato, sicuramente in quel
periodo comunque, è stata Mister Tambourine....)... ho girato l'Europa, ho pagato i miei viaggi e i miei vagabondaggi suonando in metropolitane e stazioni soprattutto canzoni di Dylan, quando avevo vent'anni... cos'altro potrei dirvi.. la mia iniziale discografia aveva una ventina di dischi in totale di cui la metà erano suoi...

MF: Come sei venuto in contatto con la musica di Bob?

MP: Riguardo a Dylan il discorso è molto più semplice: ero un ragazzino, parecchi anni fa, che ha preso in mano una chitarra perchè doveva imparare a suonare e a cantare Dylan e questo potrebbe essere già tutto.

MF: Qual è il tuo rapporto con la produzione discografica di Bob Dylan? Qual è il periodo che più ti attrae?

MP: Ho amato soprattutto il periodo acustico, come vi dicevo, ma ho apprezzato gran parte di quel che ha fatto, anche dischi che non sono stati capolavori... ammetto solo una cosa e cioè che faccio una gran fatica a vederlo dal vivo perchè troppo umorale, a volte troppo "distante", troppo in
colloquio con se stesso per comunicare la grande poesia che si porta dietro.

MF: La canzone di protesta con Bob Dylan ha fatto un salto; da fatto di cronaca narrato in musica è passata ad avere un respiro universale, cosa pensi di questo?

MP: Riguardo alla "canzone di protesta" è indubbio che con lui fece il grande salto (e citando The times... dichiaro di amare forse il disco più"politico")... ma, credetemi, è ancora più importante dove lui portò il livello di poesia nella canzone popolare... soprattutto questo fu il punto di svolta, questa la forza incredibile che cambiava le cose, che si affiancava al rock 'n roll che già viaggiava da un pezzo.

MF: Cosa ne pensi della dichiarazione di Dylan riguardo a Masters of War? (Dylan ha detto che non è una canzone antiguerra, che lui non è mai stato un pacifista: "Tutte le volte che canto Masters of War qualcuno scrive o dice che è una canzone antiguerra. Ma non esiste ombra di un sentimento
simile! Io non sono un pacifista, non lo sono mai stato. Se guardate bene dentro alla canzone vi renderete conto che non è altro che quanto detto da Eisenhower sui pericoli legati alla presenza di industrie militari sul nostro paese".

MP: Conoscevo questa dichiarazione riguardo a" Masters of War ed è l'ennesima risposta alle letture conformiste, di cui soprattutto noi italiani siamo maestri, fatte da altri e riguardanti il nostro bisogno di leggere nelle parole di un artista un conforto alle nostre idee, comprese quelle più scontate e quindi spesso di distorcerle a nostro piacimento. Ricordo i
commenti idioti di certa sciocca stampa quando Dylan venne a suonare per il papa..... ci sono tanti modi di essere pacifisti... e ve lo dice uno che ha fatto un sacco di concerti per nobili cause, scoprendo quante volte queste nobili cause nascondessero il marcio, anche dalla mia parte, anche tra la
mia gente.

MF: Come vedi oggi l'arte di Bob Dylan, alla luce del suo ritorno alla ribalta con due grandi dischi come Time out Of Mind e "Love & Theft"?

MP: Time out of mind è un capolavoro assoluto e lo è soprattutto Highlands.... è un colpo di genio di chi era dato per artisticamente defunto, è commovente... il mix con Lanois funziona benissimo, il ballance tra rock e blues è bellissimo.... "Love and Theft" è anch'esso un gran disco, anche se un filo sotto, almeno per me... ma stiamo parlando comunque di un gran lavoro... se esiste un Dio, che conservi mister Zimmerman....

a cura di Salvatore Esposito e Michele Murino

Immagini tratte dal sito ufficiale di Massimo Priviero:
http://www.priviero.com/
 







MASSIMO PRIVIERO
TESTIMONE
 

La Recensione
 

Il rock in Italia, non è morto, anzi è più vivo che mai. Lo dimostra Testimone, il recente disco di Massimo Priviero, rocker dalla solida esperienza e dalla voce che tocca l'anima. Questo disco segna un importante punto di ripartenza per la carriera del rocker veneto, giunge infatti a tre anni di distanza dal suo ultimo lavoro discografico e può vantare una gestazione più serena e meditata rispetto ai suoi lavori del passato.
L'ascolto è coinvolgente sin dalle prime note di Fratellino, una cavalcata elettrica dal riuscitissimo ritornello che descrive con estrema lucidità il rapporto tra grandi e piccoli, ma non solo va a scavare nella nostra anima alla ricerca del bambino che c'è in ognuno di noi. Il sound è compatto, solido, con chitarre e batteria da subito in bella evidenza grazie alla produzione dello stesso Priviero, che mira dritto alla E-Street Band come riferimento principale. La seconda traccia è Nikolajevka, una rock-ballad che ripercorre una delle tragedie che hanno segnato la storia della nostra nazione durante la Seconda Guerra Mondiale: la disfatta dell'ARMIR in Russia. Attraverso un linguaggio semplice e diretto, questa canzone, scritta in forma di lettera, parte dalla storia di un soldato che scrive alla
propria donna dal fronte per sfociare in una riflessione universale sulla guerra. Il risultato è una canzone che tocca il cuore e questo grazie ad un riuscitissimo arrangiamento e alla partecipazione di Massimo Bubola che sfodera una voce da brividi che si amalgama in modo eccellente con quella di Priviero. Dopo una storia di guerra ecco l'ideale contraltare con Terrasanta, una sorta di inno alla pace in cui si ha la sensazione che questo disco sia un piccolo scrigno ricco di sorprese, infatti su una ballata dall'anima folkie Massimo con estrema abilità riesce a innestare influenze etno, e lo dimostra la presenza di Marco Allevi al kamantchè che segna una sorta di sintesi del mondo mediterraneo con quello del rock americano. La speranza di vedere un mondo in cui regna la pace sono un'illusione e lo dimostra Pazzo Mondo, ripresa in italiano del classico di Barry Mc Guire Eve Of Distruction (fu portata però al successo dai Byrds), a noi italiani suona familiare in quanto alla fine degl'anni sessanta Gino Santercole ne propose una sua versione. Rispetto alla versione in italiano
di Santercole, il brano è stato ritradotto e riarrangiato seguendo una via nuova e facendone emergere i suoi contenuti originari, che si inseriscono perfettamente nel disco. Se Pazzo Mondo era un urlo di dolore e Diluvio è quasi una canzone di redenzione, in cui ermerge forza della vita, inesauribile, capace di farci vincere ogni battaglia. Sei è un blues potente, che suona quasi come una presa di coscienza su quello che si è, una  sorta di invito a tornare a fidarsi delle proprie capacità. Il disco confluisce poi nella parte più intimista e personale, che si apre con una bella canzone d'amore come Cielo Chiaro, per poi confluire nella preghiera laica, in forma rock-blues di Agnus Dei. Un brano in cui un particolarisismo coro e un muro di chitarre, rendono benissimo le atmosfere del testo.
Vertice del disco è Alice una ballad semi-acustica, in cui è presente Lucio "Violino" Fabbri alla viola, che si amalgama benissimo con la band di Priviero rendendo l'atmosfera di questo brano davvero da brividi. Il testo è un urlo disperato contro le droghe ispirato alla storia realmente accaduta di una sua amica. Sul finale troviamo Ritorno, una sorta di sogno in cui il mandolino suonato da Giancarlo Galli rende benissimo le atmosfere rareffatte del testo. Chiude il disco una versione acustica di Fratellino, che dimostra il lato intimista della canzone che apre l'album, da cavalcata rock è trasformata in una ballad folkie dalle trame semplici in cui domina la chitarra acustica. Il risultato non cambia, ma l'atmosfera sì, se la prima era una scarica di energia, questa è una scarica di emozioni. Il disco continua a correre anche dopo la fine... uno scricchiolio e poi ecco di nuovo chitarre elettriche in primo piano. E' una nuova versione del suo classico Nessuna Resa Mai, una inaspettata Ghost Track, dal piglio rock n' roll che da subito si ritaglia un posto d'onore nel disco. Insomma una conclusione perfetta per un lavoro che dimostra di essere davvero riuscitissimo, sia per il forte legame con la tradizione sia per la sua spiccata tendenza alla ricerca poetica. Un disco che potrebbe diventare un must della musica italiana. Da avere.
 

La Tracklist
 

01. Fratellino
02. Nikolajevka
03. Terrasanta
04. Pazzo Mondo
05. Diluvio
06. Sei
07. Cielo Chiaro
08. Agnus Dei
09. Alice
10. Ritorno
11. Fratellino (ripresa)
+ gost track Nessuna Resa Mai
 
 


 
 


 
 


 
 


 
 


 
 


 
 








Massimo Priviero
Una breve biografia
 

Massimo Priviero, è uno dei migliori rocker italiani degli ultimi dieci anni, veneto di origine e milanese di adozione. Sin da giovane ha accumulato esperienza suonando in numerose rock band ma soprattutto girando l'Europa quasi fosse un hobo, "suonando sui marciapiedi delle città" come ama dire lui stesso. Tutto ciò lo ha arricchito e lo ha formato, facendogli acquisire il desiderio di esprimersi in forma canzone, che lui ha sempre cantato e composto in italiano senza mai cedere alle tendenze del mercato e rimanendo sempre fedele alla sua idea di partenza, cioè fare rock ma nel vero senso del termine. 

L'autenticità non è l'unica cosa che distingue questo straordinario cantante da molti altri.
Infatti Massimo Priviero è riuscito a sposare il rock (il rock duro degli anni '90) e la lingua italiana senza penalizzare l'uno né l'altro. Questo perché i suoi testi di parole brevi e in molti case tronche (accentate) si adattano perfettamente alle storie che ci descrive e che si adattano molto bene anche alla sua voce.

Massimo Priviero pubblica il primo album nel 1988, "SAN VALENTINO".
Registrato a Londra con musicisti e produzione internazionale, è un album fresco, istintivo, forse anche acerbo, che apre comunque nuove strade a un certo rock d'autore che in Italia sta finalmente trovando spazio. La canzone più riuscita è "San Valentino", una canzone d'amore dal testo romantica e dura contemporaneamente così come la musica. La canzone ottiene un discreto successo ma non è sufficiente a rendere popolare il cantante veneto come meriterebbe perché è un ottimo album. Infatti le altre canzoni sono tutte al livello ma non si prestano ad una diffusione tramite le radio commerciali:
al massimo le radio di solo musica italiana o le radio rock (dalle mie parti K-Rock di Scandiano). "Solo un ragazzo", "Sud Africa" sono forse le più significative ma tutto l'album ma nonostante qualche ingenuità dovuta al fatto che questo è il primo album, si ascolta piacevolmente dall'inizio alla fine e avrebbe di certo meritato un successo maggiore.

"NESSUNA RESA MAI" di due anni dopo tuttavia è sensibilmente migliore, arrangiato divinamente e con dieci canzoni una più bella dell'altra, tutte frutto della prolifica collaborazione con Little Steven chitarrista e coproduttore di grandi album di Springsteen, nonché autore in quel periodo di "Bitterfruit" e di "Sun City", quest'ultima vera canzone-manifesto della battaglia anti-apartheid).
Little Steven cura la produzione e realizza con Massimo video, dando vita a un importante sodalizio artistico: l'equilibrio tra testi d'autore e impianto rock volutamente "basic", "stoniano". E` un album rock al cento per cento, senza esitazioni; per riuscire a raccontare dieci storie così coinvolgenti e senza cadere nel banale in lingua italiana
di talento ce ne vuole davvero tanto. "Angel" è certamente da mettere fra i capolavori della musica italiana perché è suonata, cantata, arrangiata meravigliosamente ed è di immediato ascolto. Il successo c'è, portato soprattutto da questa canzone, ma non è grande come un disco così bello avrebbe meritato. "Nessuna resa mai", la canzone che dà titolo all'album, è di impatto un po' meno immediato ma dello stesso spessore e qualità di "Angel" e le altre canzoni non riempiono l'album: tra "Dormirò quando sarò morto", "Quando l'amore arriverà in città", "La storia di Jerry", "Le voci delle piazze" è impossibile dire qual è la migliore. L'album entra nelle charts e ottiene riconoscimenti importanti anche in Francia e Germania.

Massimo Priviero "non si arrende mai" e nel 1992 pubblica "ROCK IN ITALIA" senza cedere di un millimetro: un altro album splendido in linea coi precedenti accompagnato anche dal video di "Rock in Italia", la canzone più trascinante dell'album (e con lo stesso titolo) che però ancora una volta non mette in ombra le altre canzoni tutte di alto livello e tutte rigorosamente rock. "Solo come te", "La tua città", "Nemici", "L'ultimo ballo", "Amigo" sono tutte molto belle, grintose, cariche ed e si ascoltano molto piacevolmente.

Il video contribuisce a diffondere la canzone e l'album, che il quel periodo va bene. Le scelte di questo album girano soprattutto intorno all'idea di occuparsi direttamente della produzione, facendosi affiancare in parte da Elio Fabro, chitarrista di Massimo ormai da qualche anno, e in parte da Massimo Bubola. L'album esce per una piccola etichetta, scontando scarsi mezzi a disposizione della stessa e pagandone le conseguenze in termini di esposizione, tuttavia ottenendo alla fine risultati più che positivi.

NON MOLLARE è del 1994 è il primo dei due album incisi per "Dig it intl", anch'esso dal titolo della canzone principale del disco.

E anche per "non mollare" viene realizzato un video. La canzone è effettivamente di spessore minore delle precedenti ma ancora una volta il disco è ben fatto e anche il video è di ottima fattura. Sta di fatto che il successo è minore degli album precedenti.

L'album successivo arriva infatti solo alla fine del 1997 Priviero esce un paio d'anni dopo, ratificando una scelta più "d'autore", decidendo di affidare la produzione a Lucio "violino" Fabbri e orientando il lavoro maggiormente sulle ballate e sulla dimensione intimista, senza tuttavia mettere da parte episodi più aggressivi .

Un album ben equilibrato, ad alto tasso di emozionalità e in qualche misura più maturo rispetto al passato recente. La critica lo accoglie in termini assai positivi, anche in termini di vendita i risultati sono più che buoni....".....

Il penultimo album è una esaustiva raccolta, Poetika del 2000.

a cura di Salvatore Esposito


 
 
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