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intervista MASSIMO PRIVIERO |
| Un grazie di cuore a Massimo Priviero per averci concesso
questa lunga intervista in cui abbiamo parlato del suo ultimo album, "Testimone",
di musica, di guerra, di Bob Dylan, e di molto altro...
Michele Murino |
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Maggie's Farm: Dopo tre anni di silenzio sei tornato con un grande album, Testimone... come è nato, come hai vissuto questo periodo? Massimo Priviero: Testimone ha avuto una gestazione
lunga e per certi aspetti "sofferta". Avevo necessità di riflessione
da una parte, di scrivere molto (ho tagliato almeno dieci canzoni) ma ugualmente
di disegnare un album che fosse preciso nei contorni, nelle anime, nei
chiaroscuri. Volevo scavare il più possibile nelle emozioni, nei
viaggi, nella memoria musicale e non solo, volevo che ogni traccia avesse
un mood che si distanziava dal resto e che continuamente si legava.
MF: Di recente hai dichiarato: "In questo periodo ho cercato di precisare ulteriormente la mia strada, ho cercato di capire dove volevo andare, a chi legarmi, se andarmene dall'Italia". E' un messaggio forte, cosa ne pensi della scena rock italiana e quali stimoli ti da' ancora? MP: In parte il virgolettato risponde già alla seconda domanda,
resta il discorso legato all'Italia, al rock in Italia ecc.ecc. Su questo
voglio darvi una risposta davvero sincera: sono profondamente italiano
(e veneto ed europeo) e non voglio mettermi a a fare il lamento dell'artista
che non va nei primi posti in classifica e si sente incompreso dal grande
pubblico e allora dà la colpa al "sistema" o al destino cinico e
baro. Non me ne frega niente del grande pubblico e ho scelto io di tagliare
certi ponti. Tuttavia, in ambito musicale e non solo, considero il mio
paese disperatamente conformista (anche e soprattutto, cosa più
triste, quelli "della mia parte"), ridicolmente opportunista, e profondamente
"mafioso" nell'approccio a gran parte delle espressioni artistiche che
normalmente avvengono. Mi spiego meglio, se volete. E' un fatto spesso
inconscio, ma per esempio gran parte della stampa, della critica musicale
(per restare nel mio campo) è profondamente "mafiosa"e corrotta
senza sapere di esserlo, magari, proprio perchè ormai abituata ad
un approccio corrotto derivante non solo nella scarsezza culturale ma da
un
MF: La canzone che apre il disco, Fratellino, è un esempio di questa tua poetica diretta, efficace ma soprattutto altamente emozionale, puoi parlarci di questa canzone? MP: Esistono non so più nemmeno io quante versioni di Fratellino
più o meno incise. Ho provato in diversi modi a centrare in una
canzone un'idea di "amicizia virile", di "dolce" resitenza umana cercata
nel legame tra due persone di generazioni diverse, quindi legata all'idea
che chi ha qualche
MF: Il pezzo più commovente del tuo disco è Nikolajevka, una canzone scritta con la mente alla disfatta dell'ARMIR in Russia; alla luce dei fatti di Nassiria questa canzone sembra acquisire, quanto a tematica di fondo ancor più profondità. Quanto di universale c'è in una canzone come questa? MP: Nokolajevka è una canzone di pace non urlata, ma vissuta
attraverso la commozione di una storia. Musicalmente ho scelto questa successione
di salti di tonalità, di "ganci"successivi ad aumentare la tensione
emozionale senza
MF: Il tema della guerra in questo disco ritorna dal punto di vista sia poetico sia musicale... Come avverti questo male che affligge il mondo nella tua musica? MP: E' vero... il tema della guerra è molto presente anche se, avrete notato, quasi sempre in modo non invasivo, spesso è un concetto indiretto. La sensazione, che parecchi hanno, è che la stiamo già vivendo anche se in forme diverse, poco tradizionali evidentemente e quello che mi sembra è che stiamo vivendo comunque la fine di qualcosa e l'inizio di qualcos'altro che ci sforziamo invano di comprendere. La memoria di un passato, la visione anche irrazionale ed emotiva del futuro ("Diluvio") è la mia chiave di lettura e il mio modo per provare a comprendere... MF: La musica può cambiare il mondo come sostenevano CSN&Y a Woodstock o è un palliativo? MP: La musica non cambia il mondo, può dartene una chiave di
lettura ed eventualmente può darti una chiave molto forte di interpretazione,
può spingere aggregazione verso un obbiettivo preciso, può
dare percezioni condivise che conducono magari a battaglie che singolarmente
possono essere vinte (pensate a una dozzina d'anni fa per la liberazione
di Mandela... c'era
MF: Eve of Discruction di Barry McGuire fu scritta durante la guerra del Vietnam alla luce anche dei testi di Bob Dylan; tu hai rifatto il trucco alla grande alla versione italiana di Gino Santercole... Come mai hai scelto questa canzone? MP: Eve of destruction è una canzone meravigliosa... scritta
sull'onda di tante cose del momento ma, se ci pensate,di un'attualità
sconcertante e sorprendente.
MF: Abbiamo sentito che dietro alla splendida ballata Alice c'è una storia vera; cosa puoi dire al riguardo e come è nata questa canzone? MP: "Alice" è una storia vera, come si può immaginare,
riferita a un'amica di tanti anni fa che qualche volta mi capita di "vedere"
in qualche ricordo... gli strumenti sono tenuti molto indietro, per non
"disturbare" il dialogo ipotetico, reso struggente soprattutto dalla viola
di Lucio "violino" Fabbri. Quando ero ragazzo, alcuni di noi cadevano facilmente
in
MF: Veniamo a Diluvio; cosa ti ha spinto a scrivere questa canzone sul senso e la forza della vita? MP: Diluvio è una delle canzoni che amo di più... ho sempre
amato la pioggia e il suo significato di catarsi, di purificazione, di
"fine del mondo", di rinnovo.. in questo probabilmente devo avere qualche
antenato irlandese che non ho conosciuto. Ugualmente è sempre stato
l'evento biblico che più mi ha colpito, l'ho sempre considerato
il momento di "forza" definitiva, assoluta... è un momento dell'album
molto preciso, assurdamente di pacificazione, lo canto quasi col sorriso,
credetemi... la forza della vita, la sua ragione più profonda
MF: Un altro brano che ci ha colpito per la sua struttura folkie è Terrasanta; quanto ti ha influenzato la tradizione americana e quanto quella italiana? MP: Ho letto una recensione di Testimone che fa un parallelo tra "Terrasanta"
e "Worlds apart" e l'ho trovato pertinente (mi ha pure onorato molto..)..
effettivamente la commistione folkie/etno col rock mi ha sempre interessato
molto anche se non credo che sia facile, come credo che non basti introdurre
strumenti etnici in un brano rock per ottenere risultati originali. Aggiungo
che molti su questo versante hanno marciato a livello di critica approffittando
di palati solo apparentemente colti e questo era quello che volevo evitare.
Volete un parallelo reale? Accostate l'attacco di Terrasanta, dopo l'intro,
con l'attacco di "Masters of war" e capirete da dove è partita la
canzone. Terrasanta è una canzone "sulfurea", molto
MF: Il rock domina tutto il disco ma poi Agnus dei viene travolta dal suo andamento blues hardboiled; come mai hai messo in blues questa sorta di preghiera laica? MP: La "preghiera laica" nasce da il bisogno di spiritualità
di cui già ho parlato e il blues è fondamentalmente bisogno
di spiritualità (intesa come disperazione/bisogno di dio-di aiuto...).
Agnus Dei è un blues assai rigoroso, nella costruzione musicale
come nel testo che cerca di andare a
MF: Di recente si sta rivalutando il folk italiano. Come vedi questa operazione di recupero storico? MP: Qualunque ricerca e qualunque recupero del folk e della tradizione
di un paese, magari musicalmente mescolato in maniera intelligente con
"linguaggi musicali" diciamo più attuali non può che trovarmi
d'accordo e positivo.... è una tendenza che scorgo anch'io e che
spero si sviluppi ancora di più, anche
MF: Quali sono le tue principali influenze a livello musicale? In
MP: Sono d'accordo sulle influenze che avete citato riguardo alla mia musica, anche se aggiungerei il Tom Waits più "dritto", Neil Young sicuramente e in generale un certo rock americano, soprattutto, degli anni settanta, anche un certo blues classico... ma vi assicuro che è molto difficile autoinquadrare le influenze che puoi aver avuto più o meno consapevolmente. MF: In una tua personale classifica dei 10 migliori album di sempre, pubblicata da un famoso mensile, hai messo in testa The Times They Are A-Changing di Bob Dylan; cosa pensi di quel disco? MP: ... tenete presente che sono nato agli inizi dei sessanta e che
quindi l'onda era già passata da un pezzo. "The times..." è
un disco perfetto come artisticamente perfetto è tutto il periodo
acustico di Dylan (nel senso che puoi sostituire "The times.." con "The
Freewheelin'" o "Bringing...".. la canzone che nella mia vita ho più
amato e più suonato, sicuramente in quel
MF: Come sei venuto in contatto con la musica di Bob? MP: Riguardo a Dylan il discorso è molto più semplice: ero un ragazzino, parecchi anni fa, che ha preso in mano una chitarra perchè doveva imparare a suonare e a cantare Dylan e questo potrebbe essere già tutto. MF: Qual è il tuo rapporto con la produzione discografica di Bob Dylan? Qual è il periodo che più ti attrae? MP: Ho amato soprattutto il periodo acustico, come vi dicevo, ma ho
apprezzato gran parte di quel che ha fatto, anche dischi che non sono stati
capolavori... ammetto solo una cosa e cioè che faccio una gran fatica
a vederlo dal vivo perchè troppo umorale, a volte troppo "distante",
troppo in
MF: La canzone di protesta con Bob Dylan ha fatto un salto; da fatto di cronaca narrato in musica è passata ad avere un respiro universale, cosa pensi di questo? MP: Riguardo alla "canzone di protesta" è indubbio che con lui fece il grande salto (e citando The times... dichiaro di amare forse il disco più"politico")... ma, credetemi, è ancora più importante dove lui portò il livello di poesia nella canzone popolare... soprattutto questo fu il punto di svolta, questa la forza incredibile che cambiava le cose, che si affiancava al rock 'n roll che già viaggiava da un pezzo. MF: Cosa ne pensi della dichiarazione di Dylan riguardo a Masters of
War? (Dylan ha detto che non è una canzone antiguerra, che lui non
è mai stato un pacifista: "Tutte le volte che canto Masters of War
qualcuno scrive o dice che è una canzone antiguerra. Ma non esiste
ombra di un sentimento
MP: Conoscevo questa dichiarazione riguardo a" Masters of War ed è
l'ennesima risposta alle letture conformiste, di cui soprattutto noi italiani
siamo maestri, fatte da altri e riguardanti il nostro bisogno di leggere
nelle parole di un artista un conforto alle nostre idee, comprese quelle
più scontate e quindi spesso di distorcerle a nostro piacimento.
Ricordo i
MF: Come vedi oggi l'arte di Bob Dylan, alla luce del suo ritorno alla ribalta con due grandi dischi come Time out Of Mind e "Love & Theft"? MP: Time out of mind è un capolavoro assoluto e lo è soprattutto Highlands.... è un colpo di genio di chi era dato per artisticamente defunto, è commovente... il mix con Lanois funziona benissimo, il ballance tra rock e blues è bellissimo.... "Love and Theft" è anch'esso un gran disco, anche se un filo sotto, almeno per me... ma stiamo parlando comunque di un gran lavoro... se esiste un Dio, che conservi mister Zimmerman.... a cura di Salvatore Esposito e Michele Murino |
http://www.priviero.com/
MASSIMO PRIVIERO
La Recensione
Il rock in Italia, non è morto, anzi è più vivo
che mai. Lo dimostra Testimone, il recente disco di Massimo Priviero, rocker
dalla solida esperienza e dalla voce che tocca l'anima. Questo disco segna
un importante punto di ripartenza per la carriera del rocker veneto, giunge
infatti a tre anni di distanza dal suo ultimo lavoro discografico e può
vantare una gestazione più serena e meditata rispetto ai suoi lavori
del passato.
La Tracklist
01. Fratellino
Massimo Priviero
Massimo Priviero, è uno dei migliori rocker italiani degli ultimi dieci anni, veneto di origine e milanese di adozione. Sin da giovane ha accumulato esperienza suonando in numerose rock band ma soprattutto girando l'Europa quasi fosse un hobo, "suonando sui marciapiedi delle città" come ama dire lui stesso. Tutto ciò lo ha arricchito e lo ha formato, facendogli acquisire il desiderio di esprimersi in forma canzone, che lui ha sempre cantato e composto in italiano senza mai cedere alle tendenze del mercato e rimanendo sempre fedele alla sua idea di partenza, cioè fare rock ma nel vero senso del termine. L'autenticità non è l'unica cosa che distingue questo
straordinario cantante da molti altri.
Massimo Priviero pubblica il primo album nel 1988, "SAN VALENTINO".
"NESSUNA RESA MAI" di due anni dopo tuttavia è sensibilmente
migliore, arrangiato divinamente e con dieci canzoni una più bella
dell'altra, tutte frutto della prolifica collaborazione con Little Steven
chitarrista e coproduttore di grandi album di Springsteen, nonché
autore in quel periodo di "Bitterfruit" e di "Sun City", quest'ultima vera
canzone-manifesto della battaglia anti-apartheid).
Massimo Priviero "non si arrende mai" e nel 1992 pubblica "ROCK IN ITALIA" senza cedere di un millimetro: un altro album splendido in linea coi precedenti accompagnato anche dal video di "Rock in Italia", la canzone più trascinante dell'album (e con lo stesso titolo) che però ancora una volta non mette in ombra le altre canzoni tutte di alto livello e tutte rigorosamente rock. "Solo come te", "La tua città", "Nemici", "L'ultimo ballo", "Amigo" sono tutte molto belle, grintose, cariche ed e si ascoltano molto piacevolmente. Il video contribuisce a diffondere la canzone e l'album, che il quel periodo va bene. Le scelte di questo album girano soprattutto intorno all'idea di occuparsi direttamente della produzione, facendosi affiancare in parte da Elio Fabro, chitarrista di Massimo ormai da qualche anno, e in parte da Massimo Bubola. L'album esce per una piccola etichetta, scontando scarsi mezzi a disposizione della stessa e pagandone le conseguenze in termini di esposizione, tuttavia ottenendo alla fine risultati più che positivi. NON MOLLARE è del 1994 è il primo dei due album incisi per "Dig it intl", anch'esso dal titolo della canzone principale del disco. E anche per "non mollare" viene realizzato un video. La canzone è effettivamente di spessore minore delle precedenti ma ancora una volta il disco è ben fatto e anche il video è di ottima fattura. Sta di fatto che il successo è minore degli album precedenti. L'album successivo arriva infatti solo alla fine del 1997 Priviero esce un paio d'anni dopo, ratificando una scelta più "d'autore", decidendo di affidare la produzione a Lucio "violino" Fabbri e orientando il lavoro maggiormente sulle ballate e sulla dimensione intimista, senza tuttavia mettere da parte episodi più aggressivi . Un album ben equilibrato, ad alto tasso di emozionalità e in qualche misura più maturo rispetto al passato recente. La critica lo accoglie in termini assai positivi, anche in termini di vendita i risultati sono più che buoni...."..... Il penultimo album è una esaustiva raccolta, Poetika del 2000. a cura di Salvatore Esposito |
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