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Riportiamo
in questa pagina un'interessante intervista a Francesco De Gregori pubblicata
su L'Unità del 27 maggio 1984
ECCO COME
UNA VOLTA L'HO COPIATO
- A colloquio
con FRANCESCO DE GREGORI -
Roma - Guai a ricordargli, anche solo
per scherzo, la faccenda del "Dylan italiano". Dice, incupendo la voce
e lo sguardo, che fu una brutta trovata giornalistica, la solita pigrizia
mentale di chi crede di poter sistemare ogni artista nel cassetto che fa
più comodo al momento. Si può dargli torto? Eppure, in questi
ultimi giorni Francesco De Gregori è stato tormentato (e corteggiato)
da settimanali, rubriche RAI e riviste di musica affinché dicesse
la sua sull'arrivo in Italia di Bob Dylan. A tutti, cortesemente, ha risposto
di no (per pudore, per paura di essere messo in mezzo, per rispetto verso
il "maestro"), ma per l'Unità ha voluto fare un'eccezione. Eccoci
dunque a casa sua a stuzzicarlo sulla musica, sui temi, sui ricordi, in
una parola, sui sentimenti che gli ispira quel mito vivente dalle debolezze
così umane.
Sul tavolo campeggia un libro americano
sul cantante, più in là ci sono due armoniche a bocca (che
lui suona rigorosamente alla Dylan)
e una chitarra; la copertina di Highway 61 Revisited
occhieggia dallo scaffale dei dischi.
E per creare l'atmosfera giusta ci accoglie con le note (è un
nastro consunto, sentito mille volte)
di George Jackson, quella che dice "A volte penso che questo
vecchio mondo non sia altro che una
grande prigione, alcuni di noi sono prigionieri, gli altri sono le
guardie". Anche lui "dylaniato dal
dylanismo"? Sì, un po'; ma non è fanatismo il suo: è
amore
gentile, omaggio struggente alla colonna
sonora della nostra vita. - Facciamo un salto indietro:
qual è la prima canzone di
Bob Dylan che hai ascoltato? E quando? «Confesso di aver saputo
dell'esistenza di Dylan un bel po'
di tempo dopo aver ascoltato quello che molti considerano il suo
capolavoro, vale a dire Blowin' in
the wind. Era successo che mio fratello Luigi aveva portato a
casa il 45 giri di Peter Paul &
Mary con quel brano. Lì per lì mi parve un delicato e malinconico
inno alla pace che mi conquistò,
però, più per la ineccepibile interpretazione (così
levigata e
polifonica), che non per il suo folgorante
contenuto. Più tardi arrivò la versione interpretata da
Dylan. Fu una rivelazione. Dylan non
cantava, lui sputava le parole come sassi, non cercava
d'esser piacevole, al contrario...
Come tutti i grandi artisti non dava l'impressione di voler parlare a
qualcuno, ma di parlare a nome di
qualcuno. Magari a nome di un'intera generazione. Erano gli
anni '64-'65». - Dicci la verità:
c'è un verso di una canzone di Dylan che avresti voluto scrivere?
«No, e ti spiego il perché.
Qui non si tratta di invidiare la capacità di scrivere un singolo
verso o di comporre, "architettare"
un'intera canzone o addirittura un'intera opera. Ciò che è
stupefacente in Dylan, il suo dono
più grande, è il coraggio di interpretare la propria epoca
e i suoi
cambiamenti senza mai abdicare alla
propria condizione di individuo, e di vivere fino in fondo
(chissà quanto dolorosamente)
questa contraddizione. Se proprio dovessi scegliere un verso -ma
non vorrei averlo scritto io, per
la disperazione senza scampo da cui pare nascere- citerei quello
tratto da I and I: "Ho fatto scarpe
per tutti, anche per te, e io vado ancora in giro scalzo..."». -
Hai mai copiato Dylan? «Sì,
c'è una canzone, che tra l'altro mi è venuta benissimo (Buonanotte
Fiorellino), in cui ho coscientemente
copiato la metrica e lo stile di un pezzo di Dylan, Winterlude.
Te lo ricordi? E poi ho il sospetto
che tutto il mio album Rimmel sia stato influenzato dal suono
dylaniano. Del resto come potrebbe
un romanziere di oggi prescindere dalla lezione di Manzoni, di
Cervantes, di Céline?».
- Ci sono stati molti Dylan: dal "menestrello" con la chitarra acustica
che
dava voce alla rivolta giovanile a
quello "elettrico", da quello "mistico" a quello di Infidels che
sembra marcare un ritorno all'impegno
politico. Qual è il Dylan che ti piace di più? «È
incredibile
che ci si possa ancora stupire dei
cambiamenti operati da Dylan i questi vent'anni. Tutti
testimoniano la vivacità dell'uomo-Dylan,
il suo essersi testardamente rifiutato di somigliare, giornodopo giorno,
al Dylan delle riviste specializzate per continuare semplicemente a somigliare
a se stesso.
Quello che a certi "dylanologi" sembrano
rivoluzioni copernicane, in realtà sono solo
impudiche testimonianze di un uomo
che cambia in un mondo che cambia». - Dylan viene in Italia per la
prima volta. Ma pare diventato di moda parlare male di lui. Si dice che
è un cinico, si
riportano interviste malevole dei
suoi "amici", c'è chi che è solo un grande "orecchiante"
e che
canta per fare pubblicità alle
"lobbies" ebraiche... Che ne pensi? «Penso che il voler ad ogni costo
inquadrare Dylan in un movimento politico
sia una forzatura sciocca. E per favore, lasciamo ai
politologi la pratica della dietrologia.
Come dicevo prima, Dylan ha sempre ricercato la sintonia e
perseguito la coerenza con se stesso.
Le sue prese di posizione politiche (sulle quali, peraltro, mi
sembra che non abbia mai rilasciato
interviste) credo influiscano relativamente poco sulle canzoni
che scrive. Canzoni che non hanno
(e non danno) certezze, che vivono di una meravigliosa
ambiguità. Canzoni necessariamente
impenetrabili, canzoni-specchio che riflettono realtà scomode
e contraddittorie, canzoni assolutamente
non addomesticabili, senza prezzo e senza regime». - A
proposito di prezzo, Dylan prende
circa 300 milioni a concerto. Se li merita? «Ritengo che Dylan
guadagni esattamente quello che vale
sul mercato. Personalmente sono molto più preoccupato per
il prezzo della benzina che sale.
E poi è stupefacente vedere riemergere puntualmente, in occasioni
del genere, l'atteggiamento blandamente
ipocrita di chi, senza conoscere le cose e le cifre, si erge a
pubblico moralizzatore dei costumi
altrui. Sono certo che Dylan non sarebbe disposto di cambiare
una virgola di se stesso per un centesimo
in più: e questo mi basta. Egli stesso, intervistato
sull'argomento, taglia corto: "É
l'essere fuori dal compromesso che qualifica un artista. Non
importa il denaro che si ha. Guardate
Matisse: era un banchiere..."». - Joan Baez ha fatto un bel
concerto a Roma. C'era tanta gente
e un clima caldo, commosso, forse nostalgico. Ci sarà di
sicuro tanta gente a Verona. Pensi
che diventerà un raduno di "reduci" in peregrinazione sulle
macerie del proprio passato? Oppure
una grande festa? «Bah, a dire la verità mi sembra che metà
del pubblico di Joan Baez fosse costituito
da giovani e giovanissimi che conoscono a menadito
Michael Jackson e Boy George e che,
non per questo, rinunciano a ritrovare (o a scoprire) nel
repertorio di una "vecchia signora"
i temi universali e concreti di della lotta per la pace e le libertà.
Credo, però, che il pubblico
che andrà a sentire Dylan sarà più confuso e indecifrabile,
più caotico
e variegato: un pubblico più
problematico e quotidiano, forse più "casinaro", sicuramente più
rappresentativo. Un pubblico - almeno
lo spero - che non canterà insieme a Dylan il 90 % dei
brani, ma che starà a sentire
insieme a lui, ormai ultraquarantenne, al di là delle carte di identità
ideologiche, pur sempre dolorosamente
giovane». - Per concludere: come definiresti Bob Dylan?
«Un uomo, un artista che ha
galleggiato sul suo tempo come un'esca».
Michele Anselmi

Questa intervista insieme ad
altre cose molto interessanti sul "principe" De Gregori potete trovarle
nel bellissimo sito: http://www.freeweb.org/musica/DEGREGORI/intro.htm
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