Nell'autunno 1960, all'alba della "nuova frontiera" promessa
da Kennedy, Dylan fa vela ad est.
Unico suo sogno stringere la mano al suo eroe di sempre
che, a soli cinquant'anni, va spegnendosi in un ospedale del New Jersey.
Di lui scriverà così nel '64: .'Woody Guthrie fu il mio ultimo
idolo. Fu l'ultimo perche' fu il primo idolo che io avessi mai conosciuto
a insegnarmi coi fatti che gli uomini sono uomini, distruggendo così
persino il suo stesso mìto... Sono gli idoli che non si vedono,
quelli che creano paura e infrangono ogni speranza quando vengono smascherati.
Woody non mi ha mai fatto paura, ne' ha mai infranto le mie speranze, perche'
ha soltanto portato con se' un libro sull'Uomo, dandomelo da leggere per
un attimo.
Da quel libro io ho tratto la mia lezione più
grande".
Nativo dell'Oklahoma (1912-1967), Guthrie e la sua chitarra
"ammazzafascisti" furono per più d'una generazìone il simbolo
e la voce di una Nuova America: un' America di diseredati, di vagabondi,
di "hoboes" appunto, di diversi, di "meravigliosi perdenti" vittime della
Depressione e del Grande Miraggio. Quelli stessi che negli anni '50, delusi
dal New Deal, ribattezzandosi Beats ("Beal sta per beatitudine", disse
Kerouac), avrebbero dichiarato guerra a qualunque divisione tra Arte e
Vita, sfidando maggioranze silenziose e paure atomiche, glorificando nel
loro rifiuto "totale" il sesso, la droga, la negritudine, il jazz, il buddismo
zen e un'incurabile "white line fever".
L'uomo di Guthrie, il solitario hobo che, malgrado le
avversità della vita e in lotta mortale contro le regole imposte
dal Sistema, sa di essere "destinato alla gloria", diviene inevitabilmente
modello del giovane Dylan. Nelle Dust Bowl Ballads, nei blues struggenti
lamentati con rabbia su una chitarra e con un'armonica a bocca nelle fabbriche,
alle riunioni dei sindacati, nei campi di cotone, sui treni in rotta per
la California, agli angoli di strada, Dylan trova l'integrità e
la visione necessarie all'impresa che si è prefissato. Ma c'è
di più: l''omettino di Okemah è diverso, profondamente diverso
dai Whitman, dai Sandburg, dai Will Rogers, dai campioni della letteratura
democratica e della cultura populista d'America. L'uso incalzante del linguaggio
parlato, quel torrente di parole, di immagini, di splendida energia in
divenire ("Ho sentito dentro di me una tempesta di parole, che mi sarebbero
bastate per scrivere diverse centinaia di canzoni e altrettanti libri",
aveva detto Guthrie), che rivolta le tasche alla lingua "ufficiale" per
"creare" lo stesso giornalismo cantato che sarà di With God On Our
Side, Masters Of War, A Hard Rain's A-Gonna Fall, Blowin' In The Wind e
The Times They Are A-Changin', illuminano Dylan attraverso lo spirito di
un intero popolo in cammino.
È facile comprenderne i motivi, e vedere allo
stesso tempo il grande disegno dell'artista.
Guthrie è il traguardo di un'intera tradizione
popolare centenaria e pure il nastro di partenza di una nuova tradizione
di cultura "militante". Come ha scritto Umberto Fiori, "Con Guthrie, l'arte
popolare esce dal ghetto della cultura subalterna, non teme di confrontarsi
con la cultura ufficiale, non ha paura di contaminarsi, e anzi opera uno
scambio continuo, in attivo, tra cultura alta e bassa, impara dal cinema,
dai cartoni animati, dalla letteratura, dal giornalismo, succhia sapere
dappertutto e se ne serve per un suo progetto... quello di una rinascita
sostanziale dell'espressività popolare". I suoi segni si ritrovano
quindi lungo tutto l'arco di un trentennio "contro": dal folk revival (si
pensi a campioni del calibro di Pete Seeger, Joan Baez, Phil Ochs e Arlo
Guhtrie, primogenito di Woody) ai Beats, da Kerouac a Dylan, per arrivare
sino all'ultimo Springsteen (una simile linea evolutiva non è poi
così azzardata se si ascoltano i solchi di Nebraska, ultima fatica
del poeta di Asbury Park).
"Le canzoni di Woody sono talmente semplici da deludervi,
ma solo quando son diventate parte integrante della vostra vita, vi rendete
conto della loro eccezionalità. Qualunque fesso può scrivere
roba complicata, tuttavia ci vuole del genio per riuscire ad essere semplici",
ha scritto Pete Seeger degli oltre mille motivi scritti dall'uomo tra il
'32 e il '52. Motivi che hanno spinto Steinbeck a definire Guthrie "l'essenza
dello spirito americano", e Clifton Fadiman a scrivere sul "New Yorker"
"Guthrie e le sue canzoni fanno parte del patrimonio nazionale non meno
dei parchi di Yellowstone e Yosemite, tra le cose migliori che questo paese
possa offrire al mondo.
Ma fu "Bound For Glory", l'autobiografia "in viaggio"
data alle stampe da Guthrie nel '43, a elettrizzare Dylan: visioni romantiche
di vagabondaggi da una costa all'altra, di libertà assaporata sotto
le stelle... ? Cos'altro poteva desiderare un ragazzino? Arrivato a Guthrie,
per lui tutto cominciò ad avere un senso: da quel grande affresco
degli anni '30/'40 emergeva soprattutto l'incredibile potere comunicativo
della musica. Un'arma per i tempi nuovi? Aveva scritto il critico Irwin
Sibler: "Quando conobbi Woody ne11941, la sua chitarra portava la scritta
che oggi è diventata famosa: 'Questa chitarra ammazza i fascisti'.
Io non ho conosciuto il Che, ma vedo incise sul suo mitra le parole: 'Questa
macchina fa musica'... C'è un Woody Guthrie in qualche posto di
questa terra da incubo che chiamiamo USA che possa scrivere e cantare la
vera Ballata di Che Guevara? C'è un Che Guevara da qualche parte
in questa notte profonda che possa alzare il suo mitra sopra la testa e
ispirare un popolo a prendere questa terra e a farne la sua terra?".
(Guido Harari)
da Rock Storia e Musica - Fabbri 1982
BOB DYLAN E IL SUO MITO
Jonathan Cott, in un'intervista apparsa su "Rolling Stone"
domanda a Bob Dylan, a proposito del suo film "Renaldo & Clara": "Fra
i personaggi del film, che spesso si scambiano e si confondono, chi è
veramente Bob Dylan?". "Quello col cappello in testa!", è la risposta.
"Ma quasi tutti hanno il cappello in testa!" - " Appunto. È un gioco
di equivoci e di scambi, dove ognuno porta una maschera. E spesso le maschere
contano più della faccia vera."
La confessione torna utile ma in fondo arriva tardi.
Da anni, ormai, gli studiosi più attenti hanno individuato proprio
nelle "maschere" dylaniane, nel suo apparire con trucco sempre diverso,
fino a negarsi, la chiave per leggere e decifrare il personaggio. Giustificati
dal gioco, dal capriccio, dalla necessità, in realtà indirizzati
a sviare, a ritagliare un'intoccabile area personale, i "mutamenti" dell'artista
han pesato sull'intera vicenda. Era "travestito" il Dylan del '62, che
cantava Peace And Love e giurava di esser scappato di casa "a 9 anni, a
11, 12, 13 e mezzo, 14, 16, finalmente libero": e portava maschere il bohemien
di Another Side e L' "angelo nero" del '65, che giocava a ping-pong con
Henry Miller, faceva innamorare Allen Ginsberg, rubava il ritmo a Rimbaud
e Leadbelly per poi scrivere "Tarantula" alla maniera di Tommaso Marinetti.
Eguali accorgimenti, con più zelo ancora, usò l'uomo di Nashville
Skyline, recitando western, poi il menestrello ritrovato di George Jackson,
poi l'uomo maturo che di botto tornò a predicare, visitò
i luoghi giovanili per un impossibile seguito, caricò infine amici
e fantasmi su un Greyhound per fare pace con l' America. In ogni spostamento
lo seguivano milioni di occhi indiscreti, anime sciolte alla ricerca di
un guru (ma: "Don't follow leaders", fin dal principio) o smaliziati giocatori
alla ricerca del trucco da svelare. Spiegare Dylan, ridurne la personalità
agli elementi semplici, coglierlo in fallo diventò sport nazionale,
e chi può giurare che oggi non è più? Stephen Pickering
legò i fili tesi delle sue metafore in abbaglianti mandala con la
stella di Davide, A.J. Weberman intuì l'esistenza di una "cospirazione
dylaniana" e si sforzò di distinguerla con le tinte più fosche;
Anthony Scaduto imbracciò I'arma della "precisione" biografica e
ne uscì sconfitto, stupito dall'incessante balenar d'immagini.
A spiegar tutto (a confondere, a gettar benzina sul fuoco
della dylanologìa) arriva nel '78 un film, "Renaldo & Clara",
opera prima del maestro e autentico "ballo in maschera", dove le incertezze,
gli equivoci, le emblematiche frasi doppie delle canzoni son risorte in
immagini di straordinaria provocazione. Chi lo ha visto (il film fu presentato
in anteprima europea a Cannes e giunse sui nostri schermi l'anno seguente,
finendo mutilato malamente anche a uso e consumo del pubblico televisivo)
ha deprecato la fondamentale ingenuità stilistica ma non ha potuto
fare a meno di sottolinearne l'importanza in relazione a quel macchinoso
"gioco delle parti" che è da sempre la commedia dylaniana. Storia
di una ricerca d'identità, il film dispone figurine classiche (Joan
Baez, Sarah Dylan, Allen Ginsberg, Roger McGuinn, Ronnie Hawkins, Jack
Elliott) lungo un percorso in più tappe che va letto con la discrezione
e l'ambiguità di un sogno. Per render ragione di un "taglio" tanto
evanescente, Dylan ha scomodato Bufiuel, sciogliendo voti altresì
a Godard, Hitchcock, Andy Warhol, Peckinpah; altri hanno intuito paradossali
legami tra immagini e colonna sonora, con ciò arrivando a risolvere
l'equazione che comprende Clara e la Donna in Bianco, Sarah e Joan Baez,
i due "poli femminili" del film e
della vicenda dylaniana. La dovizia di particolari, la
gamma degli argomenti trattati, la stessa mole del film (quattro ore e
mezzo, un vero record) non impediscono che il rebus si stagli ancora più
difficile di prima, con nuovi elementi. Usando la morale di Frankie Lee
And Judas Priest, "nulla è rivelato": o meglio "il film arriva sin
dove può spingersi il pensiero, fino ai segreti intimi, alla superficie
dell'anima. Di lì in profondità, nulla più può
essere detto".
Fra tutte le maschere, quella forse più difficile
da portare è quella della star, dell'artista sdegnoso che amministra
oculatamente il proprio mito. Dylan ci prova con puntiglio, si affida a
managers ringhiosi, concede rare interviste "decisive", circonda il proprio
privato di insuperabile filo spinato. Qualcuno lo vede come il più
insopportabile esponente della nuova razza padrona; torna di moda il celebre
slogan lanciato da A.J. Weberman, un tempo il maniaco persecutore dell'artista:
"Free Bob Dylan from himself", "liberiamo Dylan da se stesso".
Ma il personaggio più recente, il "mistico" di
Saved e di Shot Of Love, il "figlio di Gesù" che balbetta la propria
redenzione e cita il Vangelo di Luca ("Ti ringrazio, Signore, perche' hai
nascosto queste cose al saggio e al prudente e le hai rivelate ai bambini"),
non è forse un Dylan "liberato", fuori da ogni gioco, privo ormai
di maschere? La "liberazione" (1"'uccisione" del Dylan, come voleva la
profezia finale di "Tarantula") avviene paradossalmente per via di sincerità.
Si leva ogni velo e non esiste più Dylan; quel che rimane è
più imbarazzante di qualsiasi travestimento e il pubblico, la critica
- che pure avevano domandato a lungo quest'atto di chiarezza - sono
sconcertati e infastiditi in egual misura. Le cifre commerciali e la popolarità
dell'ultimo periodo parlano chiaramente; la "nudità" dylaniana non
paga.
(Riccardo Bertoncelli)
da Rock Storia e Musica - Fabbri 1982
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