Nat Hentoff, Bob Dylan: Interview, su "Playboy", Marzo 1966
Meno di cinque anni fa Bob Dylan vagolava per New York, dormiva a casa
di amici nel Lower East Side e viveva di occasionali lavori come cantante
al Gerde's Folk City, un bar non troppo attraente per gli hillibillies
cittadini del Village. Cappello di cuoio, blue jeans e scarponcini usurati
di camoscio (sua immancabile uniforme di quei giorni), Dylan pareva una
versione aggiornata quanto denutrita di Huck Finn. E come Huck era venuto
direttamente dal Midwest; lui avrebbe preferito dire d'essere "fuggito".
Figlio di Abraham Zimmerman, un venditore di elettrodomestici, crebbe a
Hibbing, Minnesota, una cupa città mineraria vicina al confine canadese.
Nonostante regolari fughe da casa dall'età di dieci anni fino a
diciotto, il giovane Zimmerman riuscì a finire il Liceo e passò
a trascorrere circa sei mesi all'Università del Minnesota nel 1960.
Aveva già assunto il nome di Bob Dylan; secondo la leggenda in omaggio
a Dylan Thomas, in realtà per assonanza con il cognome d'uno zio
giocatore d'azzardo, che assomigliava a Dylan. Nell'autunno di quell'anno,
si trasferì sulla Costa Orientale a far visita al suo vecchio idolo,
Woody Guthrie, nell'ospedale del New Jersey in cui il vecchio bardo folk
dell'Oklahoma viveva gli ultimi giorni, afflitto da una malattia progressiva
del sistema nervoso. Dylan si fermò là e tentò di
mettere assieme una carriera di cantante. Secondo i conoscenti d'allora
era timido e ribelle ma fondamentalmente amichevole e, dietro la maschera
eccentrica, d'una gentilezza non comune. Ma la sua voce era discussa. Alcuni
trovavano le sue tonalità piatte da midwestern, spiacevolmente mesmeriche;
altri erano d'accordo con quel cantante folk del Missouri che aveva paragonato
la voce di Dylan a quella di "un cane con una zampa intrappolata nel filo
spinato" Nessuno negava, però, che le sue canzoni fossero stranamente
personali e spesso inquietanti, una pungente mistura di solitudine e sfida
guarnita con tracce di Guthrie, echi di blues nero e più di una
suggestione country and western; ma, essenzialmente, Dylan stava sviluppando
un proprio stile, penetrante quanto notevole. Eppure la voce era così
arrocchita e le canzoni così amaramente sprezzanti verso il conformismo,
il pregiudizio razziale e la mitologia della guerra fredda che gran parte
dei suoi amici neanche immaginava un Dylan veramente celebre, nonostante
la musica folk fosse già in piena espansione. Sbagliavano. Nel settembre
del 1961 un critico musicale del New York Times vide il suo spettacolo
al Gerde's e salutò nel lacero diciannovenne del Minnesota una delle
voci nuove più significative nell'orizzonte folk. Più o meno
nello stesso periodo, Dylan firmò un contratto con la Columbia Records
e pubblicò il suo primo album all'inizio dell'anno seguente. Nonostante
risultasse tutt'altro che un successo clamoroso, i concerti e le scritture
si moltiplicarono gradatamente; quindi Dylan ottenne il suo trionfo storico
al Newport Folk Festival del 1962. Il nuovo LP iniziò a funzionare
e, nella primavera del 1963, venne il primo singolo importante: Blowin'
In The Wind. Quella stessa primavera, Dylan rifiutò una redditizia
apparizione come ospite all'Ed Sullivan Show perché la CBS non voleva
permettergli di cantare una mordente parodia della John Birch Society.
Per la gioventù nazionale stava formandosi l'immagine di Dylan:
una sorta di James Dean canoro con ipertoni di Holden Caulfield. Stava
sfondando, però senza vendersi. I suoi concerti presero ad attrarre
folle imponenti mentre le sue canzoni, eseguite da lui stesso o da altri
folksinger, scalavano le classifiche. Una di quelle, The Times They Are
A-Changin', diventò un inno per i giovani ribelli, che assaporavano
il suo messaggio: gli adulti non sanno che fare e non possono dare direttive
ai propri figli. Nel 1965 Dylan era diventato un grande fenomeno della
scena musicale. Un numero crescente di esecutori folk, da Joan Baez ai
Byrds, consideravano indispensabile disporre d'una vasta scelta di canzoni
dylaniane nel proprio repertorio; in un mese di frenetico apprezzamento
(l'agosto scorso) sono state pubblicate quarantotto incisioni diverse di
ballate dylaniane, cantate da altri personaggi. Sempre più aspiranti
esecutori, e autori, di folk songs cominciano a suonare come Dylan. L'odierna
ondata di canzoni di "protesta", a opera di rock'n roller post-beat dai
capelli lunghi quali Barry McGuire e Sonny and Cher, è accreditabile
a Dylan. E l'ultimissima esplosione commerciale, il "folk-rock", fusione
di testi a impronta folk con beat e strumentazione R'n'R, è in buona
parte una conseguenza della recente decisione dylaniana (esecrata come
"svendita" dai puristi del folk) di esibirsi con un gruppo di rock and
roll invece d'insistere ad accompagnarsi da solo alla chitarra. Sostenuto
dalla robusta pulsazione del nuovo gruppo, Dylan suona in Inghilterra ottenendo
lo stesso successo tumultuoso che riscuote in America e lo spazio radiofonico
concesso ai suoi singoli in entrambi i Paesi trova rivali soltanto nei
Beatles, Herm's Hermits e Rolling Stones, nelle trasmissioni dei Top Forties.
Nei prossimi diciotto mesi, le sue entrate (apparizioni personali, dischi
e diritti d'autore) supereranno con tutta probabilità il milione
di dollari. Con tutto ciò, Dylan sembra esteriormente la stessa
persona degli anni poveri del Greenwich Village. I suoi abiti sono sempre
estemporanei fino all'esotismo; i capelli sono ancora lunghi e ribelli,
e continua ad essere improbabile vederlo indossare una cravatta quanto
uno smoking. Ma ci sono stati dei mutamenti. Niente più proteste
polemiche contro la bomba, i pregiudizi razziali o il conformismo: le sue
canzoni sono diventate sempre più personali, un amalgama surrealistica
di minacce kafkiane, satira corrosiva e opaca sensualità. I testi
sono più affollati che mai di parole rotolanti e immagini irrequiete
e appaiono più simili a poesie in versi liberi che a strofe normali.
Gli adulti incontrano ancora difficoltà ad amare il suo linguaggio
inconsueto e il suo messaggio d'alienazione, ma i giovani continuano a
sintonizzarsi e mettersi in ascolto.
Ma ci sono altri cambiamenti. Dylan è diventato elusivo. Non
lo si vede più nei suoi vecchi ritrovi del Village e del Lower East
Side. Con sporadiche eccezioni, evita le interviste e in pubblico lo si
vede di solito da lontano, epicentro di una congrega protettiva di giovanotti
dai capelli arruffati vestiti come lui e di flessuose ragazze dai capelli
lunghi che sembrano a loro volta vestite come lui.
La sua casa-base, se così la si può definire, è
un villa di proprietà del suo manager, vicino a Woodstock, una colonia
di artisti alla moda nello Stato di New York; apprezza anche l'andazzo
dell'appartamento del suo manager, nel dignitoso Gramercy Park di New York.
Ci sono racconti su Dylan motociclista, romanziere, regista di interessantissimi
film casalinghi; ma, a parte il suo piccolo circolo di intimi, il ventiquattrenne
eroe folk è imperscrutabilmente in disparte.
È stato solo dopo un lungo periodo di evasività ed esitazione
che Dylan ha infine acconsentito di rilasciare questa intervista, la più
lunga che abbia mai concesso. L'abbiamo incontrato al decimo piano della
nuova sede di Manhattan della CBS - Columbia Records. La stanza era asettica:
muri bianchi con finiture nere, mobilio contemporaneo di linea severa,
arte d'avanguardia scelta con competenza, tutto in ordine, scrivanie pulite
e personale impeccabile. In quest'ambiente sterile, sprofondato in un sedia
di fronte a noi, Dylan portava una fresca nota discordante; con la criniera
spettinata biondo-brunastra che scendeva a carezzare il colletto aperto
della sua canadese blu, la giacca nera, pantaloni grigi striati, da vaudeville,
e impeccabili scarpe blu scamosciate. Seduto al suo fianco, a sua volta
con capelli lunghi, camicia aperta e giacca nera, ma anche con jeans sbiaditi,
stava un giovanotto sottile che il cantante ha identificato semplicemente
come Taco Pronto. Mentre Dylan parlava, strascicando mollemente le parole,
sorridendo solo di rado e fugacemente, sorseggiando tè e fumando
sigarette a catena, il suo silenzioso amico ridacchiava e approvava con
cenni del capo dalla sua postazione laterale. Dapprima teso e sulla difensiva,
Dylan ha iniziato gradualmente a lasciarsi andare, poi ad aprirsi, mentre
tentava di spiegarci (per quanto in maniera un poco surrealista) dov'è
stato e dove sta andando. Date le circostanze, abbiamo scelto d'essere
onesti e candidi nel porre le domande, convinti che comportandoci altrimenti
avremmo rischiato di troncare il libero fluire delle risposte di Dylan.
PLAYBOY: Le canzoni pop, hai dichiarato l'anno scorso a un giornalista,
sono l'unica forma d'arte che descrive l'umore dei tempi. L'unico
luogo dove succede qualcosa è alla radio e nei dischi. È
là che la gente viene allo scoperto. Non nei libri, non sui palcoscenici,
non nelle gallerie. Tutta quest'arte di cui parlano resta sullo scaffale,
non fa felice nessuno. Visto il fatto che più gente che mai legge
libri e va a teatro e nelle gallerie d'arte, non pensi che questa presa
di posizione sia cancellata dai fatti?
DYLAN: Le statistiche misurano la quantità, non la qualità.
La gente delle statistiche è gente molto annoiata. L'arte, se una
talcosa esiste, sta nelle stanze da bagno; lo sanno tutti. Andare a
una di quelle cose delle gallerie d'arte, dove ti danno latte e krapfen
gratis e c'è un gruppo di rock'n'roll che suona: è tutta
una questione di status. Non che sia contrario, attenzione: ma passo molto
tempo in bagno. Trovo volgari i musei. Sono tutti antierotici. Comunque,
non ho detto che la gente "se ne viene fuori" alla radio, ho detto che
“sta attaccata alla radio”. *
* Rispettivamente: hang out e hang up (N.d.T.)
PLAYBOY: Perché pensi che il rock'n'roll sia diventato un simile
fenomeno internazionale?
DYLAN: Non riesco davvero a pensare che esista un rock'n'roll. In effetti,
se ci pensi bene, qualunque cosa non abbia una vera esistenza è
pronta a diventare un fenomeno internazionale. Comunque, cosa vuol dire
rock'n'roll? Vuol dire Beatles, vuol dire John Lee Hooker, Bobby Vinton,
il figlio di Jerry Lewis! Che dici di Lawrence Welk? Deve suonare qualche
canzone rock. Queste persone sono tutte uguali? Ricky Nelson è come
Otis Redding ? Mick Jagger è davvero Ma Rainey? Dal modo in cui
una persona tiene le sigarette riesco a capire se gli piace Ricky Nelson.
Penso sia bello amare Ricky Nelson. Ma mi sembra che stiamo uscendo dal
seminato. Non esiste nessun Ricky Nelson. Non esistono i Beatles; oh, questo
non è vero; ci sono tantissimi scarafaggi! (In inglese beetles,
N.d.T.). Ma non esiste nessun Bobby Vinton. Comunque, la parola giusta
non è "fenomeno internazionale" ma "incubo genitoriale"
PLAYBOY: Negli ultimi anni, secondo certi critici, il jazz ha perso
molta della sua attrattiva per la giovane generazione. Sei d'accordo?
DYLAN: Non credo che il jazz abbia mai attratto la giovane generazione.
Comunque, non so proprio chi sia questa giovane generazione. In ogni caso,
non credo che riuscirebbero mai a entrare in un jazz club. Ma è
difficile seguire il jazz; voglio dire, ti deve piacere sul serio il jazz
per seguirlo. E il mio motto è: non seguire mai nulla. Non so quale
sia il motto della giovane generazione ma penso che dovrebbero seguire
i loro genitori. Voglio dire, che cosa potrebbe dire un genitore a suo
figlio se il ragazzo arrivasse a casa con un occhio di vetro, un disco
di Charles Mingus e le tasche piene di piume? Direbbe: "Chi stai seguendo?"
E il povero ragazzo dovrebbe starsene là fermo con l'accusa nelle
scarpe, una cravatta a farfalla all'orecchio e fuliggine che esce dall'ombelico
e dire: "Il jazz, Padre, sto seguendo il jazz". E suo padre probabilmente
gli direbbe: "Oh sì, il nostro piccolo Donald, sapete, fa parte
della giovane generazione"
PLAYBOY: Eri solito dire che volevi esibirti in pubblico il meno possibile,
che volevi tenere per te la maggior parte del tuo tempo. Eppure ogni anno
che passa fai sempre più concenti e incidi sempre più dischi.
Perchè ? Per i soldi?
DYLAN: Ora tutto è diverso da prima. La scorsa primavera temo
d'essere stato lì lì per smettere di cantare. Mi sentivo
del tutto prosciugato, e il modo in cui andavano le cose creava una situazione
stagnante. Voglio dire, come quando canti “Everybody Loves You For Your
Black Eye” e intanto la parte posteriore della tua testa inizia a cedere.
Comunque, suonavo tante canzoni che non avevo voglia di suonare. Cantavo
parole che in realtà non volevo cantare. E non intendo parole come
"Dio" e "madre" e "presidente" e "suicidio" e "mannaia da macellaio". Intendo
parolette semplici come “se” e “speranza” e "tu". Ma Like A Rolling Stone
cambiò tutto; da allora non me ne importa più di scrivere
libri o poesie o altre cose. Voglio dire, era qualcosa che riusciva a piacere
a me. È molto stancante sentire altri che ti dicono quanto gli piaci,
se poi tu non ti piaci affatto. E’ anche mortale, da un punto di vista
spettacolare. Contrariamente a quanto pensano certi personaggi paurosi,
non suono con un gruppo, oggi, per motivi d'ordine propagandistico o commerciale.
E’ soltanto che le mie canzoni sono immagini e il gruppo crea la colonna
sonora delle immagini.
PLAYBOY: Ti pare che usare un gruppo e passare dal folk al folk-rock
ti abbia migliorato come interprete?
DYLAN: Non m'interessa essere un interprete. Gli interpreti sono gente
che si esibisce per altra gente. Diversi dagli autori, so quel che dico.
Per me è semplicissimo. Non importa quali reazioni ottenga tutto
questo dal pubblico. Quel che accade sul palco obbedisce a leggi proprie.
Non s'attende ricompense o multe da nessun agitatore esterno. È
ultra-semplice ed esisterebbe comunque, ci fosse o meno qualcuno che sta
a guardare. Per quanto riguarda il folk e il folk-rock, non hanno importanza
i nomi odiosi che la gente inventa per la musica. La si potrebbe chiamare
musica arsenica o forse musica di Fedra; non credo che una parola come
folk-rock ci abbia niente a che fare. E musica folk è una parola
che non riesco a usare. La musica folk è un mucchio di persone grasse.
Io devo pensare a tutto ciò come alla musica tradizionale. La musica
tradizionale è basata sugli esagrammi. Viene da leggende, Bibbie,
pestilenze e tratta di verdure e morte. Nessuno riuscirà a uccidere
la musica tradizionale. Tutte queste canzoni che parlano di rose che crescono
dal cervello della gente o di amanti che in realtà sono oche e cigni
che si trasformano in angeli, non moriranno. Sono tutti questi personaggi
paranoici, che pensano che stia per arrivare qualcuno a rubargli la carta
igienica, sono loro che moriranno. Canzoni come “Which Side Are You On?”
e “I Love You, Porgy” non sono canzoni folk, sono canzoni politiche. Sono
già morte. Ovviamente, la morte non è accettata molto universalmente.
Voglio dire, viene da pensare che gli autori di musica tradizionale siano
riusciti ad estrapolare dalle loro canzoni che il mistero è un fatto,
un fatto tradizionale. Io ascolto le vecchie ballate, ma non andrei a una
festa ad ascoltarle. Potrei darti descrizioni dettagliate dell'effetto
che hanno su di me, ma probabilmente qualcuno penserebbe che la mia immaginazione
sia impazzita. Mi diverte da morire il fatto che la gente abbia la costanza
di pensare che io godo di una qual immaginazione fantastica. Fa sentire
molto soli. Comunque, la musica tradizionale è troppo irreale per
morire. Non ha bisogno di protezione. Nessuno la può colpire. Quella
musica contiene l'unica morte vera, valida, che oggi si possa tirar fuori
da un giradischi. Ma come tutto ciò che è molto richiesto,
la gente la vuole possedere. Ha qualcosa a che fare con la purezza. Penso
che la sua mancanza di significato sia sacra. Tutti sanno che io non sono
un cantante folk.
PLAYBOY: Qualcuno dei tuoi vecchi fans sarebbe d'accordo e non per
farti un complimento, dal giorno del tuo debutto con un gruppo rock al
Newport Folk Festival dell'anno scorso, quando molti di loro ti hanno sonoramente
fischiato per esserti "venduto" al gusto del pop commerciale. Il primo
Bob Dylan, pensavano, era il Bob Dylan "puro". Come ti senti al proposito?
DYLAN: Ero come sbalordito. Ma non posso prendermela con nessuno per
essere venuto a fischiarmi. In fin dei conti avevano pagato il biglietto.
Forse avrebbero potuto starsene un po' più tranquilli e non insistere
tanto. Laggiù c'erano anche molte persone anziane; intere famiglie
erano venute là fin dal Vermont, un sacco d'infermiere con i genitori,
e dopo tutto erano venuti soltanto a sentire qualche vecchia canzone, sai
come, magari una polka indiana o due. E proprio mentre tutto va bene, ecco
che arrivo io e il posto si trasforma in una fabbrica di birra. Diverse
persone, là, erano molto soddisfatte di quei fischi. Le ho viste
dopo. In qualche modo mi offende, comunque, che tutti quelli che mi hanno
fischiato dicono d'averlo fatto perché erano vecchi fans.
PLAYBOY: Che dici della loro accusa, che hai volgarizzato le tue doti
naturali?
DYLAN: Che posso dire! Vorrei vedere uno di questi cosiddetti fans.
Vorrei che gli bendassero gli occhi e lo portassero da me. È come
andare nel deserto e gridare, e scoprire che ci sono dei bambini che ti
tirano addosso i loro secchielli. Ho solo ventiquattro anni. Le persone
che hanno detto questo... erano americani?
PLAYBOY: Americani o no, molta gente non ha apprezzato il tuo nuovo
sound. Vista questa ampia reazione negativa, non pensi che modificare il
tuo stile possa essere stato un errore?
DYLAN: Un errore è commettere un'incomprensione. Ma non ci può
essere nulla di simile in questa mia azione. O la gente capisce (o fa finta
di capire) oppure proprio non capisce. Quello di cui stai parlando è
far cose sbagliate per motivi egoisti. Non conosco la parola giusta per
esprimere questo, a meno che non sia suicidio. In ogni caso, non ha nulla
che fare con la mia musica.
PLAYBOY: Errore o no, che cosa ti ha fatto decidere di scegliere la
strada del rock'n'roll?
DYLAN: Negligenza. Ho perso il mio vero amore. Ho incominciato a bere.
La prima cosa che so, è che sto giocando a carte. Poi mi ritrovo
in una sala da gioco. Poi una grossa signora messicana mi trascina via
dal tavolo e mi porta a Filadelfia. Mi lascia solo nella mia casa e la
casa va a fuoco. Finisco a Phoenix. Trovo lavoro come cinese. Inizio a
lavorare in un negozietto e vado a vivere con una tredicenne. Poi arriva
la grossa signora messicana e mi brucia la casa. Me ne vado a Dallas. Trovo
lavoro come "prima" in un avviso pubblicitario del genere "prima e dopo".
Vado a vivere con un fattorino che sa cucinare chili e hot dog favolosi.
Poi arriva la tredicenne di Phoenix e mi brucia la casa. Il fattorino che
sa cucinare chili e hot dog non è un tipo tenero: le fa assaggiare
il coltello e poi tutto quel che so è che sono a Omaha. Laggiù
è tanto freddo, e a questo punto rubo da me le mie biciclette e
cucino da me il pesce. M'imbatto in un po' di fortuna e trovo lavoro come
carburatore alle corse automobilistiche del giovedì sera. Vado a
vivere con un'insegnante di liceo che fa anche l'idraulica a tempo perso,
che non è granché a guardarla ma ha costruito un tipo speciale
di frigorifero che trasforma i giornali in lattuga. Tutto procede bene,
finché non si fa vivo quel fattorino e non tenta di accoltellarmi.
Inutile dire che mi brucia la casa e sono di nuovo in strada. Il primo
tizio che ho incontrato mi ha chiesto se volevo diventare una star. Che
potevo dirgli?
PLAYBOY: Ed è così che sei diventato un cantante rock?
DYLAN: No, così mi sono preso la tubercolosi.
PLAYBOY: Riformuliamo la domanda: perché hai smesso di comporre
e cantare canzoni di protesta?
DYLAN: Ho smesso di comporre e cantare qualunque cosa che avesse una
ragione per essere scritta o un motivo per essere cantata. Ora, non prendetemi
dalla parte sbagliata: "Protesta" non è una parola mia. Non ho mai
pensato a me in questi termini. La parola "protesta", credo, è stata
coniata per la gente sottoposta a intervento chirurgico. E’ una parola
da parco dei divertimenti. Una persona normale, sana di mente, dovrebbe
farsi venire il singhiozzo a pronunciarla seriamente. La parola "messaggio",
secondo me, ha un suono decisamente erniario, che quasi m'impressiona.
Proprio come la parola "delizioso". E anche la parola "meraviglioso". Sai,
gli inglesi pronunciano benissimo la parola "meraviglioso". Però
non riescono a pronunciare bene "rauco". Be', tutti noi abbiamo le nostre
difficoltà. Comunque, le canzoni con un messaggio, come tutti sanno,
sono un bidone. Soltanto i redattori dei giornalini scolastici e le ragazzine
sotto i quattordici possono sprecarci il loro tempo.
PLAYBOY: Hai detto di ritenere volgari le canzoni con un messaggio.
Perché?
DYLAN: Be', prima di tutto chiunque abbia un messaggio imparerà
dall'esperienza che non può metterlo dentro una canzone. Voglio
dire, non ne uscirà mai fuori lo stesso messaggio. Dopo un paio
di tentativi falliti, ti accorgi di essere ormai incollato a quel messaggio
risultante, che non è nemmeno il messaggio che avevi pensato all'inizio.
Perché, dopo tutto, una canzone lascia la tua bocca appena ha lasciato
le tue mani. Mi segui?
PLAYBOY: Oh, perfettamente.
DYLAN: Be', comunque, in secondo luogo, devi anche rispettare il diritto
degli altri ad avere i loro messaggi. Io, da parte mia, vorrei affittare
il municipio e mettere in cartellone tanti fattorini della Western Union
(Compagnia telegrafica statunitense (N.d.T.). Voglio dire, in questo modo
ci sarebbero davvero dei messaggi. La gente potrebbe venire e ascoltarsi
più messaggi di quanti ne abbia sentiti in tutta la sua vita.
PLAYBOY: Ma le tue prime ballate sono state definite "canzoni di appassionata
protesta". Questo non le rende musiche "con un messaggio"?
DYLAN: Questo non è importante. Non capisci ? Io scrivo da quando
avevo otto anni. Suono la chitarra da quando ne avevo dieci. Sono cresciuto
suonando e scrivendo qualunque cosa avessi da suonare e scrivere.
PLAYBOY: Allora sarebbe poco gentile dire, come è stato detto,
che sono stati motivi commerciali più che creativi a farti scrivere
le canzoni che ti hanno reso popolare?
DYLAN: Molto bene, ora, guarda. Non è una questione così
profonda. Non è complicato. I miei motivi, o quello che sono, non
sono mai stati commerciali nel senso monetario della parola. Si trattava
piuttosto del senso non-morire-con-la-sega-in-mano della
parola. Non l'ho mai fatto per denaro. È successo, e io ho lasciato
che mi succedesse. Non c'era motivo per non lasciare che succedesse. Comunque,
prima d'ora non sarei riuscito a scrivere quel che scrivo oggi. Le canzoni
parlavano di quanto vedevo e provavo. Non c'è mai entrato nulla
del mio personale vomito ritmico. Il vomito non è romantico. Allora
pensavo che le canzoni avrebbero dovuto essere romantiche. E non volevo
cantare nulla che non fosse determinato. Le cose indeterminate sono prive
di senso del tempo. Nessuno di noi ha senso del tempo, è un grosso
problema dimensionale. Chiunque può essere determinato e ovvio.
È stato sempre quello il modo facile. I leader del mondo scelgono
il modo facile. Non che sia difficile essere indeterminati e meno ovvi;
è solo che non c'è nulla, assolutamente nulla, su cui essere
determinati e ovvi. Le mie vecchie canzoni, a dir poco, non parlavano di
niente. Le nuove parlano dello stesso niente; solo, come fosse visto dall'interno
di qualcosa di più grande, forse chiamato il nulla assoluto [In
inglese: nowhere, cioè "nessun luogo" (N.d.T.)]. Ma tutto ciò
è assai costipato. Io so quanto valgono le mie canzoni.
PLAYBOY: E sarebbe?
DYLAN: Oh, qualcuna vale per quattro minuti, qualcuna per cinque, e
qualcuna che tu ci creda o no, vale per circa undici o dodici.
PLAYBOY: Non potresti essere un po' più informativo?
DYLAN: No.
PLAYBOY: Va bene. Cambiamo argomento. Come sai, i tuoi ascoltatori
hanno un'età che va circa da sedici a ventitré anni. Perchè
secondo te?
DYLAN: Non vedo che cosa ci sia di strano nel fatto che i miei ascoltatori
abbiano quell'età. Sono abbastanza intelligente da capire che non
saranno le persone tra gli ottantacinque e i novanta. Se le persone tra
gli ottantacinque e i novanta ascoltassero le mie canzoni, saprebbero che
io non ho niente da dire loro. Le persone tra i sedici e i ventitrè
anni probabilmente sanno che non ho niente da dire neanche a loro; e sanno
che io lo so. È una faccenda divertente. Naturalmente non sono un
computer IBM, non più di quanto sia un portacenere. Voglio dire,
è evidente a chiunque abbia mai dormito sul sedile posteriore d'un'auto
che io non sono assolutamente un maestro di scuola.
PLAYBOY: Anche se non sei un maestro di scuola, non ti piacerebbe aiutare
i giovani che ti amano, a diventare qualcosa di diverso da quello che sono
diventati alcuni dei loro genitori?
DYLAN: Bene, devo dire che io non li conosco proprio, i loro genitori.
Per la verità, non so se esistano genitori così pessimi.
Ora, odio l'idea di sembrare un debole o un codardo e capisco che
può sembrare in qualche modo irreligioso, ma non sono proprio
la persona giusta per andare in giro per tutta la nazione a salvare anime.
Non passerei mai sopra a un uomo disteso attraverso la strada e certo non
sceglierei il mestiere del boia. Non esiterei a dare una sigaretta a un
affamato. Ma non sono un pastore. E non ho intenzione di salvare nessuno
dal suo fato, di cui oltretutto non so nulla. «Genitori», in
questo caso, non è la parola chiave. La parola chiave è «destino».
Da quello non posso salvarli.
PLAYBOY: Eppure, migliaia di giovani ti vedono come un eroe folk. Non
senti un qualche senso di responsabilità verso di loro?
DYLAN: Non sento responsabilità, no. Chiunque sia ad ascoltare
le mie canzoni, non deve niente a me. Come potrei avere delle responsabilità
verso tutte quelle migliaia di persone? Cosa potrebbe farmi pensare che
io devo qualcosa a qualcuno che semplicemente è qui? Non ho mai
scritto una canzone che incomincia con le parole: "Vi ho riunito qui stasera...".
Non ho intenzione di dire a nessuno di essere un bravo ragazzo o una brava
ragazza e così andranno in paradiso. Proprio non so che cosa pensa
di me la gente che sta dalla parte di chi ascolta le mie canzoni, comunque
è orribile. Scommetto che Tony Bennet non deve passare attraverso
queste cose. Mi chiedo che cosa avrebbe risposto Billy The Kid a una domanda
simile.
PLAYBOY: Nella loro ammirazione per te, molti giovani hanno iniziato
ad imitare il tuo modo di vestire, che un commentatore adulto ha definito
"coscientemente eccentrico e tremendamente trasandato". Qual è la
tua reazione a questo genere di critica?
DYLAN: Cazzate. Oh, che cazzate. Conosco quello che le ha dette. Una
volta veniva da queste parti e prendeva sempre botte. Farebbe bene a starci
attento. C'è gente che ce l'ha con lui. Lo voglio denunciare e mettere
alla gogna in Times Square. Lo legheranno e gli metteranno anche un termometro
in bocca. Queste idee, questi commenti morbosi, sono così stupidi;
voglio dire, è in corso una "guerra". La gente è rachitica,
tutti vogliono fare una rivolta, donne quarantenni mangiano spinaci vicino
al bagagliaio della macchina, i medici non hanno una cura per il cancro
ed ecco qui quest'imbecille che dice che non gli piace il modo di vestire
altrui. Peggio ancora, lo stampano sui giornali, e persone innocenti sono
obbligate a leggerlo. E’ una cosa terribile. E lui è un uomo tremendo.
Naturalmente il grasso gli scoppia fuori da tutti i pori e lui si aspetta
che i figli si prendano cura di lui. Probabilmente i suoi figli ascoltano
i miei dischi. Il fatto che i miei vestiti sono troppo lunghi implica per
forza che non sono qualificato a fare quello che faccio?
PLAYBOY: No, ma c'è chi la pensa cosi, e molti di costoro sembrano
pensarla allo stesso modo riguardo i tuoi capelli lunghi. Ma al confronto
dei tagli con capelli lunghi fino alle spalle oggi in voga tra i cantanti
rock, i tuoi gusti tonsori sembrano conservatori. Cosa provi verso queste
acconciature estremistiche?
DYLAN: Quello che la maggior parte della gente non capisce è
che i capelli lunghi tengono più caldo. Tutti vogliono stare caldi.
Le persone con i capelli corti hanno facilmente freddo. Allora cercano
di nascondere il loro freddo e diventano gelosi di chiunque si senta caldo.
Alla fine diventano o barbieri o deputati. Tanti secondini hanno i capelli
corti. Hai mai notato che Abramo Lincoln aveva i capelli molti più
lunghi di John Wilkes Booth?
PLAYBOY: Credi che Lincoln portasse i capelli lunghi per tenerci la
testa al caldo?
DYLAN: In realtà, penso che lo facesse per motivi medici, che
non sono affari miei. Ma se cerchi d'immaginartelo, capisci che i capelli
di ciascuno di noi circondano e ricoprono il cervello dentro la testa.
In termini matematici, più capelli riesci a tirarti fuori dalla
testa meglio è. Chi vuol pensare liberamente a volte sorvola sul
fatto che bisogna avere il cervello sgombro. Naturalmente, se porti i capelli
sull'esterno della testa, il tuo cervello sarà un po' più
libero. Ma tutto questo parlare di capelli lunghi è un trucco. È
stato ideato da uomini e donne che sembrano sigari; il comitato anti-felicità.
Sono tutti scaricatori e poliziotti. Si vede benissimo chi sono: hanno
sempre in mano calendari, pistole o forbici. Cercano tutti di entrare nelle
tue sabbie mobili. Pensano che tu abbia in mano qualcosa. Non so perché
Abe Lincoln portava i capelli lunghi.
PLAYBOY: Fino al tuo abbandono delle canzoni "con messaggio", tu eri
considerato non solo una delle voci più importanti del movimento
di protesta degli studenti, ma anche un campione militante della lotta
per i diritti civili. Secondo amici, pareva che tu avessi un particolare
legame di fratellanza con lo Student Nonviolent Coordinating Committee,
cui fornivi supporto attivo sia come attivista sia come volontario. Perché
hai smesso di partecipare a tutte queste attività? Hai perso interesse
anche verso la protesta, oltre che verso le canzoni di protesta?
DYLAN: Per quanto riguarda lo SNCC, io conoscevo qualcuno dei suoi
vecchi membri ma soltanto come persone; non come parte di qualcosa che
era più grande o più bello di loro. Non sapevo neanche che
cosa fossero i diritti civili prima di incontrarli. Voglio dire, sapevo
che esistevano i negri e sapevo che c'erano tantissime persone che non
amavano i negri. Ma devo ammettere che se non avessi conosciuto qualcuno
degli attivisti del SNCC avrei continuato ad essere convinto che Martin
Luther King non fosse altro che un eroe di guerra poco privilegiato. Non
ho mai avuto interesse nella protesta, fin dall'inizio, non più
di quanto ne avessi negli eroi di guerra. Non si può perdere ciò
che non si è mai avuto. Comunque, quando non ti piace la tua situazione,
o la lasci perdere o la superi. Non puoi startene lì e limitarti
a piagnucolare. Gli altri si accorgono soltanto del rumore che fai, non
si accorgono davvero di te. Anche se ti danno quello che vuoi, è
solo perché tu fai troppo rumore. Allora, dapprima desideri qualcos'altro,
poi desideri qualcos'altro, poi desideri qualcos'altro, e alla fine non
è più uno scherzo, e quelli contro cui protesti, chiunque
siano, finiscono per stufarsi e saltano in testa tutti. Certo, puoi andare
in giro a educare quelli che sanno meno di te ma allora non dimenticare
che stai scherzando con la legge di gravità. Io non combatto la
gravità. Credo nell'uguaglianza ma credo anche nella distanza.
PLAYBOY: Vuoi dire che la gente dovrebbe tenere le distanze razziali?
DYLAN: Credo nella gente che si tiene tutto quello che ha.
PLAYBOY: Qualcuno potrebbe pensare che cerchi di evitare di combattere
per le cose in cui credi.
DYLAN: Costoro sarebbero persone che pensano che io abbia qualche sorta
di responsabilità verso di loro. Probabilmente vogliono che li aiuti
a farsi degli amici. Non so. Probabilmente vogliono o mettermi in casa
loro e farmi venir fuori ogni ora a dir loro che ora è oppure vogliono
soltanto stiparmi tra i materassi. Come potrebbero mai capire in che cosa
credo?
PLAYBOY: Bene, ma in che cosa credi?
DYLAN: Te l'ho già detto.
PLAYBOY: D'accordo. Molti dei tuoi colleghi folksingers sono tuttora
attivi nella lotta per i diritti civili, per la libertà di parola
e il ritiro dal Vietnam. Pensi che abbiano torto?
DYLAN: Non credo che abbiano torto, se è davvero quello che
vogliono fare. Ma non credere di avere a che fare con un drappello di piccoli
Budda che marciano in parata. Quelli che usano Dio come arma dovrebbero
essere mutilati. Lo vedi sempre scritto dappertutto: "Sii buono o non piacerai
a Dio e andrai all'inferno". Roba del genere. Quelli che marciano con slogan
e simili, tendono a perdersi un po' troppo sul sacro. Sarebbero un vero
schifo se anche loro si mettessero a usare Dio come arma.
PLAYBOY: Trovi inutile dedicarti alla causa della pace e dell'uguaglianza
razziale?
DYLAN: Non è inutile dedicarsi alla pace e all'uguaglianza razziale,
piuttosto è inutile dedicarsi alla "causa". È molto da ignorante.
Dire "causa della pace" è come dire "pezzo di burro". Voglio dire,
come puoi stare ad ascoltare qualcuno che ti vuole far credere che si dedica
al pezzo e non al burro! Quelli che non riescono a concepire come gli altri
stanno male, sono loro che cercano di cambiare il mondo. Hanno tutti paura
di ammettere che non si comprendono l'un l'altro. È probabile che
saranno ancora qui molto tempo dopo che noi ce ne saremo andati e noi metteremo
alla luce i nostri discendenti. Ma, quanto a loro, non credo che riusciranno
a mettere alla luce alcunché.
PLAYBOY: Sembri un po' fatalista.
DYLAN: Non sono fatalista. I cassieri di banca sono fatalisti. Gli
impiegati sono fatalisti. Io sono un agricoltore. Chi ha mai sentito parlare
di un agricoltore fatalista! Non sono fatalista. Fumo un sacco di sigarette
ma questo non mi rende fatalista.
PLAYBOY: Di recente, risulta che tu abbia affermato che "le canzoni
non possono salvare il mondo. Io ho superato tutto ciò". Ne deduciamo
che non condividi la convinzione di Pete Seeger, che le canzoni possono
cambiare la gente, che possono aiutare a costruire la comprensione internazionale.
DYLAN: A proposito della comprensione internazionale, O.K. Ma lì
sorge un problema di traduzione. Chiunque arrivi a questo genere di livello
intellettuale deve anche tener conto di questa faccenda della traduzione.
Ma non credo, comunque, che le canzoni possano cambiare le persone. Non
sono Pinocchio. Lo considero un insulto. Non sono parte di quella storia.
Non biasimo nessuno perché la pensa così. Ma non dono neanche
a loro i miei soldi. Non che li consideri fuori moda; sono piuttosto nella
categoria degli elastici di gomma.
PLAYBOY: Come ti senti di fronte a chi ha rischiato la galera bruciando
la cartolina precetto, per significare la propria opposizione alla politica
USA in Vietnam o rifiutando, come ha fatto la tua amica Joan Baez, di pagare
la tassa sul reddito per protestare contro le spese governative per armi
e guerra? Pensi che perdano il loro tempo?
DYLAN: Bruciare le cartoline precetto non porrà termine a nessuna
guerra. Né salverà delle vite. Se qualcuno si sente più
onesto di fronte a sé stesso bruciando la sua cartolina precetto,
benissimo. Ma se si sente soltanto più importante perché
lo ha fatto, allora è una schifezza. Quanto a Joan Baez, non è
che sappia granché di lei e dei suoi problemi fiscali. L'unica cosa
che posso dirti a proposito di Joan Baez è che non è Belle
Starr.
PLAYBOY: Scrivendo di "barbuti incendiari di cartoline precetto ed
evasori fiscali pacifisti" un commentatore ha definito questo genere di
contestatori "non meno estranei alla società che il junkie,
l'omosessuale o l'assassino di massa". Qual è la tua reazione?
DYLAN: Non credo a termini come quelli. Sono troppo isterici. Non descrivono
nulla. La maggior parte delle persone crede che omosessuale, gay, pederasta,
checca, finocchio siano tutte la stessa parola. Chiunque pensa che un junkie
sia un freak è drogato. Per quanto mi riguarda, non mi considero
estraneo a nulla. Semplicemente, mi considero fuori dalla circolazione.
PLAYBOY: Joan Baez ha recentemente aperto una scuola nella California
del Nord per insegnare ai lavoratori la filosofia e le tecniche della non-violenza.
Condividi quel concetto?
DYLAN: Se intendi chiedermi se sono d'accordo o meno, non vedo proprio
che cosa ci sia con cui essere d'accordo. Se chiedi se l'approvo temo di
sì ma la mia approvazione non sarà della minima utilità.
Non conosco le simpatie degli altri ma la mia va agli zoppi, agli storpi
e alle cose belle. Mi danno sensazione di perdita d'energia, qualcosa come
un senso di reincarnazione. Non lo provo verso gli oggetti meccanici, come
automobili o scuole. Sono certo che è una bella scuola ma se mi
chiedessi se ci vorrei andare, dovrei risponderti di no.
PLAYBOY: Da escluso dell'università in età giovanile,
sembra che tu abbia una visione sgradevole della scuola in generale, qualunque
sia l'argomento.
DYLAN: a questo proprio non ci penso.
PLAYBOY: Be', non hai mai avuto il rimpianto di non aver terminato
l'università? .
DYLAN: Sarebbe ridicolo. Le università sono come le vecchie
case; a parte il fatto che muore più gente all'università
che nelle vecchie case, non c'e la minima differenza. Le persone hanno
un gran dono, l'oscurità, e quasi nessuno è grato per questo.
A tutti è sempre stato insegnato a essere riconoscente per il cibo,
i vestiti e simili ma non a essere riconoscente per la propria oscurità.
Quello le scuole non l'insegnano. Insegnano a diventare ribelli o avvocati.
Non che io voglia svalutare il sistema scolastico; sarebbe troppo stupido.
E’ solo che non ha granché da insegnare. Le università sono
parte dell'Istituzione Americana. Tutti le rispettano. Sono molto ricche
e influenti ma non hanno nulla a che vedere con la sopravvivenza. Tutti
lo sanno.
PLAYBOY: Allora consiglieresti ai giovani di evitare l'università?
DYLAN: Non consiglierei nulla a nessuno. Certo non consiglierei a nessuno
di evitare l'università. Soltanto non pagherei la sua permanenza
all'università.
PLAYBOY: Non credi che le cose che s'imparano all'università
possano aiutare ad arricchire la vita?
DYLAN: Non credo che nulla di quel genere possa arricchire la mia vita,
no; non la mia vita, comunque. Le cose accadono, che io ne sappia il motivo
o meno. Diventa soltanto più complicato quando tu ti ci metti in
mezzo. Non scopri perché le cose si muovono. Le lasci muovere; le
guardi muoversi; le fermi mentre si muovono. Le lasci muovere. Ma non ti
siedi lì a cercare di capire perché c'è movimento;
a meno che, naturalmente, tu non sia un innocente idiota o un qualche vecchio
saggio giapponese. Di tutti quelli che se ne stanno lì a chiedersi
"perché", quanti pensi che lo vogliano davvero sapere?
PLAYBOY: Sai suggerire un uso migliore per i quattro anni che altrimenti
si passerebbero all'università?
DYLAN: Allora: potresti fare un salto in Italia. Potresti andare in
Messico. Potresti fare lo sguattero. Potresti persino andare nell'Arkansas.
Non so, ci sono migliaia di cose da fare e di posti dove andare. Tutti
pensano che tu debba battere la testa contro il muro ma è stupido,
se appena ci pensi. Voglio dire, ci sono questi fantastici scienziati che
lavorano a metodi per prolungare la vita umana e poi ci sono altri che
danno per scontato che tu debba battere la testa contro il muro per essere
felice. Non puoi prendere tutto ciò che non ti piace come un insulto
personale. Temo che dovresti andare dove i tuoi desideri sono nudi, dove
sei invisibile e non necessario
PLAYBOY: Classificheresti il sesso fra i tuoi desideri, ovunque tu
vada?
DYLAN: II sesso è qualcosa di temporaneo. Il sesso non è
l'amore. Puoi trovare del sesso dappertutto; ma se cerchi qualcuno che
ti ama, allora è diverso. Temo che si debba andare all'università,
per questo.
PLAYBOY: Dal momento che non sei rimasto all'università, vuoi
dire che non hai trovato nessuno che ti ama?
DYLAN: Passiamo alla prossima domanda.
PLAYBOY: Hai difficoltà ad entrare in relazione con le persone
o viceversa?
DYLAN: A volte ho la sensazione che gli altri vogliano la mia anima.
Se gli dico: "Io non ho un'anima", mi rispondono "Lo so, non devi
dirmelo, non a me. Mi prendi per stupido? Io sono
tuo amico". Che posso dire, tranne forse pensare che lo star male e
la paranoia sono la stessa cosa?
PLAYBOY: Si dice che la paranoia sia uno degli stati mentali a volte
indotti dagli allucinogeni come peyote e LSD. Considerati i fattori di
rischio, pensi che la sperimentazione di simili droghe dovrebbe essere
parte delle esperienze di maturazione di un giovane?
DYLAN: Non consiglierei a nessuno l'uso di droghe, certo non di droghe
pesanti. Le droghe sono medicine. Ma oppio e hashish e erba... ora, queste
non sono droghe. Si limitano a curvarti la mente un pochino. Direi che
tutti dovrebbero lasciarsi curvare la mente, una volta ogni tanto. Ma non
con l'LSD. L'LSD è una medicina, un altro tipo di medicina.
Ti rende conscio dell'universo, per così dire. Capisci quanto sono
stupidi gli oggetti. Ma l'LSD non è
per gente giusta. È per i matti,
per chi odia e vuole vendetta. È per quelli che di solito
hanno attacchi di cuore. Dovrebbero usarlo alla Convenzione di Ginevra.
PLAYBOY: Ora che ti avvicini ai trenta, sei preoccupato di poter diventare
uno "square", perdere parte della tua apertura all'esperienza, disprezzare
il mutamento e la novità?
DYLAN: No. Ma se succede, succede. Che cosa dire? Sembra che non esista
un domani. Ogni volta che mi sveglio, non importa in quale posizione, è
sempre un oggi. Guardare avanti e preoccuparsi di piccole cose banali,
non direi abbia più importanza che guardarsi indietro e ricordare
piccole cose banali. Non diventerò mai un istruttore di poesia in
una scuola femminile; questo lo so per certo. Ma è più o
meno tutto quel che so per certo. Semplicemente, mi metterò a fare
queste cose diverse, temo.
PLAYBOY: Del tipo ?
DYLAN: Svegliarmi in diverse posizioni.
PLAYBOY: E che altro?
DYLAN: Sono fatto come chiunque altro. Proverò di tutto almeno
una volta.
PLAYBOY: Compresi furto e omicidio ?
DYLAN: Non posso dire che non commetterei mai furto o omicidio e attendermi
che qualcuno mi creda. Io non crederei mai a nessuno che mi dicesse una
cosa simile.
PLAYBOY: Verso i venticinque anni, la maggior parte delle persone hanno
incominciato ad adagiarsi nella loro nicchia, a trovarsi un posto nella
società. Ma tu sei riuscito a mantenere la tua direzione interiore
e a non comprometterti. Che cosa ti ha spronato a scappare di casa sei
volte tra i dieci e i diciott'anni e infine ad andartene definitivamente?
DYLAN: Niente. È stato soltanto un incidente geografico. Per
dire, se fossi nato e cresciuto a New York o a Kansas City, sono sicuro
che tutto sarebbe andato diversamente. Ma Hibbing, Minnesota, non era il
posto giusto per me, non per restarci a Vivere. Non c'era proprio niente,
laggiù. L'unica cosa che si poteva fare, là, era il minatore,
e anche di quei posti di lavoro ce n'erano sempre meno. Quelli che vivono
là... sono brava gente. Sono stato in tutto il mondo da quando me
ne sono andato di là e ancora loro restano di tutti i meno indisponenti.
Le miniere stavano morendo, ecco tutto; ma non era colpa loro. Tutti quelli
che avevano la mia età se ne sono andati. Non è stata una
gran cosa romantica. Non ci voleva un gran pensare o genio individuale,
e certo non c'era il minimo orgoglio a farlo. Non sono scappato da Hibbing;
le ho solo girato le spalle. Non avrebbe potuto darmi nulla. Era estremamente
vuota. Per cui lasciarla non è stato difficile. Sarebbe stato molto
più difficile rimanere. Non volevo morire laggiù. Anche se,
ripensandoci ora, non sarebbe un brutto posto per tornarci a morire. Non
c'è un posto cui oggi mi senta più vicino o di cui abbia
la sensazione di far parte, a parte New York. Ma non sono un newyorkese.
Sono un Nord Dakota-Minnesota midwestern. Vengo da un posto che si chiama
Iron Range. Ho quel colore; parlo a quel modo. Il mio cervello e il mio
modo di sentire vengono di là. Non farei mai un'amputazione a uno
che sta annegando. Nessuno che venga di là lo farebbe.
PLAYBOY: Oggi sei sulla buona strada per diventare milionario. Non
ti senti in pericolo d'essere intrappolato da tutto quest'afflusso di denaro,
e dalle cose che puoi comprare?
DYLAN: No, il mio mondo è molto piccolo. Il denaro non può
assolutamente migliorarlo. Il denaro può solo preservarlo dall'essere
soffocato.
PLAYBOY: Quasi tutte le grandi stars trovano difficile evitare d'essere
coinvolte dalla cura manageriale della loro carriera. Come uomo di successo
in ben tre carriere (performer, cantante, discografico e autore) ti senti
mai inscatolato da queste responsabilità non creative?
DYLAN: No. Ci sono altri che lo fanno per me. Tengono d'occhio il mio
denaro. Gli fanno guardia. Ci tengono sopra costantemente gli occhi. Si
presume che siano estremamente acuti nelle questioni di soldi. Sanno che
cosa fare del mio denaro. Ne uso molto per pagarli. Non è che parli
molto con loro e loro non parlano con me del tutto, quindi immagino che
sia tutto a posto.
PLAYBOY: Se la fortuna non ti ha intrappolato, che mi dici della fama?
Trovi che la tua celebrità ti renda difficile mantenere intatta
la tua vita privata?
DYLAN: La mia vita privata è stata pericolosa fin dal principio.
Tutto questo non fa che aggiungere un poco d'atmosfera.
PLAYBOY: Un tempo ti piaceva andare in giro per il paese, partire per
viaggi liberi, vagabondare da città a città senza particolari
destinazioni in mente. Ma sembri farlo molto meno di frequente in
questo periodo. Perchè? È perché sei troppo
ben conosciuto?
DYLAN: È soprattutto perché il venerdì sera devo
essere a Cincinnati e la sera dopo ad Atlanta e poi, la sera successiva
a quella, devo trovarmi a Buffalo. Poi devo scrivere qualche canzone per
il prossimo album.
PLAYBOY: Riesci ancora a trovare il tempo per salire sulla motocicletta
?
DYLAN: Mantengo ancora il mio patriottismo autostradale ma non guido
più molto la moto, no.
PLAYBOY: Allora come fai, oggi, a prenderti i tuoi calci?
DYLAN: Affitto delle persone che mi guardino negli occhi e poi mi faccio
prendere a calci.
PLAYBOY: Ed è così che ottieni i tuoi calci?
DYLAN: No. Dopo li perdono. Ed è a quel punto che arriva il
calcio.
PLAYBOY: L'anno scorso hai detto ad un intervistatore: "Ho fatto tutto
quel che ho mai voluto fare". Se è vero, che cosa ti è rimasto
da cercare?
DYLAN: La salvezza. Soltanto la semplice salvezza.
PLAYBOY: Niente altro ?
DYLAN: Pregare. Mi piacerebbe anche fondare una rivista di cucina.
E ho sempre voluto essere arbitro di boxe. Vorrei arbitrare un combattimento
del campionato pesi massimi. Te l'immagini? Te l'immagini un pugile sano
di mente che riconosce me?
PLAYBOY: Se la tua felicità svanisse, come accoglieresti l'idea
di tornare anonimo?
DYLAN: Intendi accoglierla come accoglierei un povero pellegrino venuto
dalla pioggia? No, non sarei felice di accoglierla. Ma potrei accettarla.
Un giorno, ovviamente, sarò obbligato ad accettarla.
PLAYBOY: Pensi mai a sposarti, metterti a posto, avere una casa, magari
vivere all'estero? Ti piacerebbe godere di qualche lusso, per dire uno
yacht o una Rolls-Royce?
DYLAN: No, non penso a queste cose. Se avessi voglia di comprarmi qualcosa,
la comprerei. Tu mi stai chiedendo del futuro, del mio futuro. Io sono
l'ultima persona al mondo cui chiedere qualcosa del mio futuro.
PLAYBOY: Stai dicendo che ti limiterai ad essere passivo e lasciare
che le cose ti accadano?
DYLAN: Be', questo significa essere molto filosofici al proposito ma
temo che sia vero.
PLAYBOY: Un tempo progettavi di scrivere un romanzo. Ci pensi ancora?
DYLAN: Non credo. Tutto quello che scrivo va a finire in canzoni ora.
Le altre forme d'espressione non m'interessano più.
PLAYBOY: Hai qualche ambizione insoddisfatta?
DYLAN: Ho sempre desiderato, temo, di essere Anthony Quinn in “La strada”.
Non sempre; solo per sei anni, a tutt'oggi. Non è uno di quei sogni
infantili. Oh, ora che ci penso ho anche sempre desiderato di essere Brigitte
Bardot. Ma non voglio pensarci troppo, a questo.
PLAYBOY: Non hai mai coltivato il sogno dell'adolescente medio, di
diventare il Presidente?
DYLAN: No. Quando ero ragazzo, il presidente era Harry Truman. Chi
potrebbe desiderare di essere Harry Truman!
PLAYBOY: Bene, supponiamo che tu fossi il presidente. Che cosa vorresti
realizzare durante i tuoi primi mille giorni?
DYLAN: Giusto per ridere, visto che insisti, la prima cosa che farei
sarebbe spostare la Casa Bianca. Invece di lasciarla in Texas la metterei
nell'East Side di New York. Mc George Bundy sarebbe assolutamente obbligato
a cambiare nome e il Generale McNamara sarebbe costretto a portare un berretto
di tasso con tendine. Riscriverei immediatamente The Star-Spangled Banner
e i bambini a scuola, invece di imparare a memoria America The Beautiful,
dovrebbero imparare Desolation Row. E telefonerei immediatamente a Mao
Tse-Tung per un incontro di lotta. Lo combatterei personalmente; e troverei
qualcuno per farci un film.
PLAYBOY: Un’ultima domanda. Anche se ti sei più o meno ritirato
dalla protesta politica e sociale, riesci a immaginare delle circostanze
che potrebbero persuaderti a ritornarci?
DYLAN: No, a meno che tutti gli abitanti del mondo sparissero.
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