Maggie's
Farm intervista
Fernanda
Pivano
WITH ALL
MEMORIES AND FATE...
Una splendida chiacchierata
con Fernanda Pivano
By Benedicta "Hamster"
Cagnone
FERNANDA PIVANO VISTA DA MILO
MANARA
Incontro Fernanda Pivano
in un delizioso ristorante toscano dall'atmosfera tranquilla.
Lei, come sempre, è
gentilissima: prendiamo posto al nostro tavolo e, mentre chiediamo al maitre
cosa ci consiglia, sento già l'emozione salire dentro di me.
E' la mia prima intervista,
e che intervista!
Sono davanti a Fernanda
Pivano, la donna alla quale tutti i giovani, e non solo, vorrebbero chiedere,
raccontare e parlare di ogni cosa, la donna alla quale chiedono consiglio
su come portare avanti le proprie speranze in questi tempi grigi; la donna
che tutti ammirano, e anche sotto sotto invidiano, per le cose fantastiche
che ha saputo scatenare e vivere in quegli anni meravigliosi in cui ha
viaggiato tra gli Stati Uniti e l'Italia, portandoci qui, lei per prima,
i testi rivoluzionari dei poeti della Beat Generation e insegnandoci ad
amare "Sulla Strada" di Kerouac e i racconti di Hemingway.
Fernanda Pivano, tramite
la sua sensibilità, ci ha aperto una finestra privilegiata sulla
vita e sulla personalità di questi fantastici personaggi, con i
quali ha condiviso indimenticabili giorni in un rapporto di amicizia che
solo lei, la "Very Distinguished Italian Literary Lady", come la definì
Ginsberg, ebbe l'occasione di avere con loro.
Ce li ha raccontati come
solo lei sa fare, attraverso il loro lato umano e quotidiano, e ci ha insegnato
l'amore per gli ideali che con loro condivideva, ideali che non appartengono
solo agli anni 60, ma che sono universali.
Queste sono esperienze
che tutti vorrebbero aver vissuto, e tutti noi vorremmo una macchina del
tempo per tornare a quei magici momenti e potervi assistere insieme a lei.
E stasera tutto questo
sta per accadere, e, senza bisogno di alcuna macchina del tempo, proprio
io sto per esserne testimone.
Stasera sono davanti
a Fernanda Pivano con il mio foglio di domande, e lei aprirà per
me e per voi amici di Maggie's Farm, ancora una volta, quella magica finestra
sulle sue esperienze, sui suoi pensieri e su tutto quello che avrà
voglia di raccontare: e non c'è nessuno che io conosca che in questo
momento non vorrebbe essere al mio posto.
So già che quando
Fernanda Pivano inizierà a parlare si creerà una magia irripetibile,
che il mio registratore può solo tentare di documentare.
Sono qui per chiederle
di uno in particolare dei grandiosi personaggi con i quali lei ha condiviso
idee e speranze, un personaggio che lei, come me e come voi, ammira
molto.
Fernanda Pivano nel '66
fu la prima in Italia a scrivere un articolo su Bob Dylan, che venne addirittura
rifiutato perché si pensava che non costituisse un argomento interessante
per i lettori. Ma lei, che scrisse quell'articolo dopo aver conosciuto
Dylan durante una cena al ristorante giapponese Kikkoman Shoyu di San Francisco,
ne fece un capolavoro: tratteggiò, colse e comprese la figura di
Dylan come se lo conoscesse da sempre.
Mentre, più emozionata
che mai, scandisco con voce incerta la prima domanda, so bene che nulla
di quello che posso immaginare potrà eguagliare il racconto che
lei sta per regalarmi dalla sua viva voce.
E infatti è così.
Fernanda Pivano, partendo dalle mie domande, mi ha regalato un incredibile,
meraviglioso affresco, molto di più di una semplice intervista:
sono aneddoti e ricordi vivi e vibranti, quelli che sfilano davanti a me,
e io mi trovo a riviverli con lei nello stesso momento in cui li racconta:
e come li racconta! In modo così vivo e partecipe che dimentico
subito tutto quel che mi circonda per entrare in questa meravigliosa macchina
del tempo, che mi porta dritta davanti al giovane Bob insieme a lei.
E quello che state per
leggere, amici miei della Maggie's Farm, sta per portare lì anche
voi...
B- Un argomento che è stato più volte affrontato su Maggie's Farm riguarda la posizione occupata da Dylan nel panorama artistico: lei considera Dylan un poeta, un musicista, o, in questo caso particolare, le due cose vanno di pari passo?
FP- Io sono convinta che
Bob Dylan sia stato uno dei più grandi poeti del secolo; questa
sua fantastica poesia, definitiva sia per il contenuto che per la forma,
doveva in qualche modo cantarla, e quindi si accompagnava con la sua musica.
Non so che cosa possa succedere se si ascolta la musica senza le parole,
questo non lo so... ma non vorrei dire nulla che in qualche modo possa
danneggiare Bob Dylan (ride), perché è uno dei miei idoli
e lo è stato fin dai primi cinque minuti in cui l'ho ascoltato,
tanti anni fa; non ho cambiato di una virgola la mia passione per lui.
E continuo a pensare
che la sua poesia sia sicuramente immortale, perché rappresenta
il secolo americano, con i drammi americani, le speranze americane, i sogni
americani, e anche le proposte americane: lui ha fatto delle proposte,
non ha soltanto mostrato che l'America stava andando alla deriva, ha anche
suggerito che cosa fare perché non ci andasse. Questa è una
cosa positiva, molto commovente. Io credo che se una persona è incapace
di avere sensazioni e passioni, è inutile che ascolti Bob Dylan,
è meglio che ascolti Celentano...
Dylan, non c'è
dubbio, è il più grande artista, il più grande poeta
che l'America abbia avuto in questi ultimi anni. Non si può certo
confrontare con la poesia dei mediocri cantanti in voga ora...
B - E secondo lei, quella
che comprende poesia e musica insieme si può considerare a sua volta
una forma d'arte a sé stante? E'un discorso che, ovviamente, non
riguarda solo Dylan ma può valere anche per altri cantautori, come
ad esempio Fabrizio De André.
FP- Ho una mia teoria
per Fabrizio De André: Fabrizio De André, cronologicamente,
è venuto prima di Bob Dylan, e d'altra parte sono sicura che Bob
Dylan, allora, non avesse mai sentito De André; forse l'ha ascoltato
di recente, ma all'epoca non lo conosceva. Conosceva Woody Guthrie e un
po'di americani, ma Fabrizio no. Questo non toglie che Fabrizio abbia le
stesse caratteristiche di Bob Dylan, e in Italia De André è
sicuramente il più grande poeta che questo Paese abbia avuto, non
ci sono dubbi.
E'stato Fabrizio De André
a inventare l'idea del cantautore, sai; sulla sua scia poi è venuta
tutta la scuola di Genova, e da lì sono arrivati altri cantautori,
però la partenza è stata quella... quella di un ragazzo che
cenava con il cameriere in guanti bianchi che lo serviva, e che poi diceva
"Buonanotte, mamma", buonanotte, papà", si levava la cravatta e
andava fuori, nei luoghi e tra la gente di cui poi cantava nelle sue canzoni.
In generale, facendo
un discorso teorico (se mi sentono i professori, mi mandano in galera),
io penso che la poesia tradizionale sia in un momento di crisi terribile.
Noi non possiamo più sentirci dire cose come "Fratelli d'Italia,
con l'elmo di Scipio..."; possiamo sentir dire "Sparagli, Piero, sparagli
adesso"..., possiamo sentire queste meravigliose rime di Fabrizio, e anche
di Dylan, che sono rime allo stato puro, con delle assonanze, a volte,
che sono ancora più patetiche e più emozionanti che delle
vere e proprie rime.
Quando si ascoltano queste
cose ci si sente un po' rinfrancati, molto più che a sentir dire,
ad esempio: "Io, quando vidi il tempio di quel grande..."; anche questo
è molto bello, per carità, però a noi piace sentir
dire cose come "La baciò, le disse ti amo sulla bocca...", mi spiego?
Oggi loro rappresentano
la nostra poesia, e di questo sono sicura.
I loro precorritori,
che a loro volta rappresentavano la poesia del loro tempo, sono stati i
libretti delle opere. Tutta la librettistica di Verdi è straordinaria.
Per farla entrare nel cuore della gente tagliavano le parole; questo è
un problema tipicamente italiano, perché nell'italiano ci sono le
parole lunghe, a differenza dell'inglese, dove "orologio" è semplicemente
"watch" o "clock". Se, ad esempio, si diceva "speranza" , la si faceva
diventare "spé"...
B- Alla luce di quello che abbiamo detto prima, cosa ne pensa del "romanzo" di Dylan intitolato "Tarantola"?
FP- Quello è un
libro fatto sotto LSD e quindi è incomprensibile, le associazioni
sono assolutamente incomprensibili. Non c'è neanche da dire che
pretendano di essere rese comprensibili dall' LSD, perché ciascuno
ha delle reazioni diverse sotto l'effetto di queste cose. Da una parte,
in quel momento, lui ha voluto fare questo esperimento; ma le sue canzoni,
quelle non sono mai scritte sotto droga. Dylan non è uno scrittore
di prosa, è uno scrittore di poesia, ha il suo ritmo da seguire.
Ad esempio, lui non ha
mai usato il pentametro giambico, e questa è già una cosa
meravigliosa in un paese in cui se non si usa il pentametro giambico si
è cacciati dalle comunità, diciamo, letterarie!
Il loro pentametro giambico
è come il nostro endecasillabo: loro adottano il pentametro giambico
perché è quello di Shakespeare. Dylan non l'ha mai usato,
nella sua musica... ne ha fatte di tutti i colori, lui!
Ad esempio, in America
avevano un sistema per cui bisognava che le canzoni avessero una certa
durata, altrimenti alla radio non le avrebbero trasmesse, poiché
bisognava lasciare lo spazio per la pubblicità. Lui per i primi
dieci anni della sua carriera non è mai sottostato a una regola
del genere, e infatti non era mai trasmesso... preferivano non trasmetterlo,
non so come sia poi finita, ma lui ha del fegato.
Sono cose come quella
che successe quando andai con lui in quel bar a S.Francisco (Fernanda
Pivano si riferisce alla sera in cui ha conosciuto Bob, il 2 dicembre 1965,
n.d.r.) e lo cacciarono dal bar perché
aveva i sandali! Quella era stata una serata straordinaria, perché
c'erano lui, Allen Ginsberg (e anche lui non scherzava...), Ferlinghetti,
Donald Allen, Shig Murau e altri tre o quattro, siamo entrati in un bar
e ci hanno cacciati perché avevamo i sandali! Era il bar "La Tosca"...
Per esempio, la sai una
storia straordinaria? Dylan non ha mai voluto tenere i soldi; quando guadagnava
e gli davano dei soldi, lui li dava a suo padre, non sapeva cosa farne.
Però ha voluto i soldi per due cose: per comperarsi un tappeto di
visone, perché lui mangiava su questo tappeto, si sedeva sul tappeto
e lì mangiava; e per comperarsi una motocicletta, quella con la
quale poi si è quasi rotto l'osso del collo... figurati se sapeva
guidarla, non c'era neanche da immaginarlo... poi è stato due anni
a riposo e non ci è più andato, in motocicletta!
E quando si è
fatto fare la casa a Malibu, ha voluto due cose: una cupola che si vedesse
da New York, o almeno questa fu la richiesta all'architetto, poi non so
come sia finita, e l'altra, questa realizzata di sicuro, un soggiorno che
fosse grande abbastanza per poterci entrare a cavallo! Insomma, un uomo
un po' bizzarro, diciamo così...
Quando l'ho conosciuto,
lui parlava con Ken Kesey, aveva dei joint, uno per mano, e oscillava in
continuazione, buttando tutta la cenere intorno; non si sentiva una parola,
perché lui non parlava, mormorava.
Kesey lo stava intervistando
perché voleva scrivere un libro con un cantante rock come protagonista,
io ero lì... quando Bob Dylan l'ha sentito dire ciò, l'ha
guardato come si può guardare un verme, e ha cominciato a parlare
in questo modo incomprensibile. Ma naturalmente Ken Kesey doveva far finta
di capire, altrimenti che figura ci avrebbe fatto? E allora ogni tanto
si sentiva un "Right", e, in risposta, "Right on" e Dylan lo guardava con
quest'aria... una cosa da morire dal ridere. Lui non metteva la gente a
proprio agio, non aveva questa meta.
C'era anche un film,
di cui non ricordo il titolo, in cui lui appariva con un cappellino in
testa e stava tutto il tempo immobile a guardarsi intorno, con questa faccia
pazzesca... una roba da pazzi, non si capiva che diavolo ci facesse, in
quel film... si vede che gli avevano dato così tanti soldi che stava
volentieri lì a farsi vedere con il cappellino!
Ma lui è il più
grande poeta d'America, può permettersi di fare quel che vuole...
B- Quindi Lei è d'accordo con Ginsberg? Lui disse che "...era una provocazione artistica vedere se la grande arte potesse stare in un juke-box: Dylan ha dimostrato che era possibile"?
FP- Può darsi che
Ginsberg l'abbia detto, perché era esaltato quando Bob Dylan è
entrato nel juke-box. La famosa sera che io e Ginsberg stemmo due ore accoccolati
davanti al juke-box, mentre lui mi ripeteva le parole delle canzoni affinché
io le capissi, mi aveva detto: "Vedi, Bob
ha portato i nostri pensieri nel juke-box, perché non ha mai usato
parole sconvenienti"; questo è il modo
per poter raggiungere i mezzi di comunicazione della massa, e lui l'aveva
capito.
B- A proposito di Ginsberg, ecco una domanda sul legame tra Dylan e la Beat Generation: quali valori avevano in comune? Tra l'altro, Dylan e Ginsberg erano molto amici... ci può raccontare qualcosa sui loro rapporti e sulla loro influenza reciproca?
FP- E'stata veramente
un'influenza reciproca. Dylan cominciava sempre, quando si parlava, ricordandoci
che lui era di dieci anni più giovane, che aveva iniziato quando
è uscito "Sulla Strada"; quindi, tutto il movimento dei Beat l'ha
recepito, ma non l'ha vissuto. Questo significa che, nel recepirlo, probabilmente
vi sarà intervenuto con tutti gli sviluppi, le trasformazioni, le
negazioni o i miglioramenti che gli è venuto in mente di fare, però
c'era una base che era quella solita: l'ecologia, perché anche Dylan
parla degli alberi, ti ricordi?, la liberazione, che lui non formulava
teoricamente come faceva Ginsberg, ma che però si sente in tutte
le sue canzoni; la negazione del consumismo, perché se non l'ha
fatta Dylan non so proprio chi l'abbia fatta; il disgusto verso la guerra,
accidenti, io stavo in ginocchio a sentirgli dire queste cose!, e l'attacco
antinucleare, con la hard rain che distrugge tutto e rovina i monumenti.
E poi il discorso esistenziale
base, che è quello di Mr Jones: "something is happening", ma che
cosa succede?, ma sai che cos'è, Mr Jones?
Questo era proprio una
specie di inno a Ginsberg, perché quello che stava succedendo era
quello che Ginsberg aveva fatto succedere; dico Ginsberg perché
tu hai nominato Ginsberg, ma in realtà si tratta di Kerouac, ricordati
che il genio è stato Kerouac. Ginsberg è stato l'organizzatore
e il divulgatore, ma le idee partivano da Kerouac.
Pensa che Dylan e Ginsberg
una volta sono andati insieme a cantare sulla tomba di McCarthy, e questo
è stato molto strano, dopo averlo combattuto per tutta la vita...
ma sono andati a cantargli un mantra, a fargli il "Bhardo Todol" dal Libro
Tibetano dei Morti, è stata una cosa molto bella, io ho le fotografie...
L'hanno fatto per esorcizzare tutto quello che McCarthy aveva fatto, per
far "salire di livello" la sua anima, perché il Bhardo Todol si
fa dicendo "Sali, sali, sali, senza voltarti, su all'eternità...
sali, sali, sali..." , e lo si ripete fino a quando si ha fiato.
B- L'impegno civile di Dylan lo lega profondamente al suo mentore, il folksinger Woody Guthrie: lei non crede che, insieme a quelle di Dylan, le vecchie canzoni di protesta della tradizione americana potrebbero aprire gli occhi ai giovani su tante realtà di oggi?
FP- Noi ora abbiamo bisogno
di qualcuno che racconti le cose come sono adesso: le canzoni di Woody
Guthrie sono in qualche modo datate, quelle di Dylan a loro modo lo sono
anche loro, c'è bisogno di qualcuno che canti e racconti i problemi
di adesso.
Ci vuole qualcosa che
corrisponda a questo tempo, perché il problema sociale cambia di
generazione in generazione. Perché, vedi, i problemi e le speranze
che aveva Roosevelt, con l'America devastata dalla Grande Depressione,
erano diversi da quelli che poteva avere Franklin o da quelli di Nixon.
Woody Guthrie ha scritto
delle canzoni meravigliose per raccontare i problemi del suo tempo, ma
ora noi abbiamo bisogno di qualcuno che racconti il nostro. Comunque sono
d'accordo con voi: quei ragazzi che non conoscono Dylan e non sanno più
nemmeno chi è Kerouac si perdono davvero qualcosa che li aiuterebbe
a fronteggiare la crisi di adesso.
Mi viene in mente Lenny
Bruce, te lo ricordi? Lui era straordinario, quello che diceva era folgorante,
però certe volte diceva di proposito delle stupidaggini e il pubblico
rideva lo stesso da pazzi... questi svegli americani!
B- Qualche domanda sul suo incontro personale con Bob, del quale chiaramente i frequentatori di Maggie's Farm sono molto curiosi. Dato che all' epoca del suo primo incontro con Bob lei l'aveva appena scoperto come artista, qual è stata la prima impressione che ne ha avuto?
FP- Prima della cena con
Bob a San Francisco, Ginsberg mi fece ascoltare "Mr Tambourine man" al
jukebox, e io ne rimasi folgorata: stemmo a piangere davanti al juke-box,
ascoltando quella canzone.
Quando fummo al ristorante,
nell'averlo lì al tavolo io ero in adorazione, perché mi
giravano ancora per la testa le parole della sua canzone.
Aveva il viso dello stesso
colore di questa tovaglia, anzi color yoghurt bisognerebbe dire, e i capelli
come poi li avrebbero portati in tanti, e mangiava dal piatto proprio come
uno scoiattolo.
Stropicciava in continuazione
i suoi stivaletti di pelle, e non era minimamente sotto l'effetto di alcuna
droga, anzi era lucidissimo.
Lui e gli altri parlarono
tutta la sera delle marce in corso, perché in quel momento il problema
principale erano le marce, dato che gli Hell's Angels, che si proclamavano
difensori di tutto, intervenivano durante le manifestazioni per far sì
che alla fine tutti se le dessero di santa ragione.
Pensa che una cosa che
nessuno sa è che il giorno dopo Dylan e Ginsberg andarono a casa
di Sonny Barger, il fondatore degli Hell's Angels, a parlargli, e così
facendo riuscirono a evitare un probabile attacco alla manifestazione che
ci sarebbe stata il giorno successivo: addirittura gli Hell's Angels controllarono
e protessero quella marcia.
Al concerto di Bob, nelle
prime file, Ginsberg mi aveva fatto conoscere Sonny Barger, presentandomi
come la "Very Distinguished Literary Italian Lady", da proteggere e di
cui avere "good care"; io mi trovai davanti questo tipo enorme, pieno di
svastiche... fantastico, da morir dal ridere.
La mia prima impressione
di Dylan? La mia impressione fu quella di una persona molto abile, pensai
che stava creando un personaggio che avrebbe conquistato il mondo, perché
il suo personaggio era molto forte.
Lui, a differenza degli
altri, non aveva una vera e propria divisa, ma un vestito normale, il suo
completo di velluto pieds de poule.
E faceva sul palco i
movimenti esattamente contrari a quelli di Elvis Presley; Elvis muoveva
il bacino perché doveva far vedere che ci sapeva fare con le ragazze,
mentre invece Bob si ritirava tutto su se stesso.
E poi, pensa, io ero
lì, gliel'ho visto fare, ha raccolto da terra uno di quei sostegni
da dry-heater, una gruccia per abiti, e piegandola con le mani ne ha fatto
un sostegno per il joint, e ti garantisco che non era da tutti tenere a
portata di mano il joint mentre si suonava. E fece anche un sostegno per
la mundarmonica da mettere al collo; e cantava così, con l'armonica
davanti e questo joint tenuto su dal fil di ferro...
La sera del concerto
di Dylan a Berkeley (il concerto fu il giorno
dopo la cena con Bob a San Francisco, n.d.r.) fu
la sera che nacque la moda dei figli dei fiori. C'era di tutto: c'erano
le giacche della guerra civile portate come giacche normali, c'erano i
"grannie dresses", i vestiti della nonna: le soffitte erano state svaligiate,
e i vestiti della mamma o della nonna tirati fuori e indossati; poi c'erano
i vestiti aperti sul davanti con i pantaloni bassi, portati senza mutande,
il che, ti garantisco, faceva un certo effetto...
B- ...E il suo incontro con Dylan nel '98?
FP- Ahhh! Dunque, era
estate, a Roma, e c'era questa piazza, un enorme spazio con una lunga gradinata,
dove c'erano un sacco di giovani; allora, siccome per me non c'era posto
a sedere, sono venuti dei pompieri e mi hanno portata dietro, dove c'erano
i camerini dei cantanti, non so chi altri si dovesse esibire, e dove c'era
tutto quanto, compresa una che cuoceva delle specie di hamburger sulla
piastra... una puzza!
I pompieri, comunque,
sono stati così efficienti da trovarmi una sedia, e mi hanno sistemato
lì, dicendo: "Mi raccomando, signora, non si muova da qui", e io
mi ci sono accomodata. A un certo punto, ho notato che da una delle porte
dei camerini usciva un tipo vestito di bianco, e nel vederlo ho pensato,
colpita: "Ma guarda quello, così tutto vestito di bianco!", senza
però farci troppo caso.
Però, d'un tratto,
questo signore passa e, arrivato davanti a me, si ferma a poca distanza
e mi fissa, finché alla fine non chiede: "Nanda?". Allora io vedo
il sostegno per la mundarmonica, che non si toglie davvero mai, e lo riconosco!
Quel giorno, era evidentemente lontanissimo da alcool e droga. Stava benissimo.
Io gli ho detto "Sei proprio come quella sera a Berkeley", e giù
lacrime. Bob mi ha risposto "It's not possible", ma anche lui piangeva
con me. Ci siamo abbracciati, e poi mi ha presa per mano e portata con
sé sul palco: mi ha fatto sedere lì, mentre cantava. Non
so come ho fatto a non svenire, su quel palco... per me quello è
stato il mio premio Nobel.
B- Che ci dice delle altre prove artistiche di Dylan, come ad esempio la regia di "Renaldo e Clara"?
FP- Su Renaldo e Clara
ho un bel pacco di pettegolezzi... non ho mai visto i concerti della Rolling
Thunder Revue, però mi hanno raccontato qualcosa. Ad esempio, Bob
ha voluto che la madre intervenisse allo spettacolo e si presentasse al
pubblico. Lei, ignara, pensando che lui fosse un angioletto, è salita
sul palco e gli si è avvicinata: Bob le ha dato un calcio per farla
indietreggiare, abbastanza strano ma vero...
E poi c'è Joan
Baez, che era convinta che con questo show avrebbero ripreso la loro storia...
lei è sempre stata, ed era rimasta, innamorata di Bob: lui era,
per così dire, il suo "gigolo", era stata lei a lanciarlo, quindi
le pareva che lui gliela dovesse, questa cosa, mentre Bob non era dell'idea.
E anche Joan Baez, dopo una scena iniziale, spariva un po' dal film. Insomma,
lui non voleva nessuno vicino, doveva esserci lui e basta, era questa la
sua debolezza.
B- A proposito di Joan Baez... il binomio Dylan-Baez all'epoca è stato un simbolo importante per i giovani e per il Movimento dei Diritti Civili... Cosa può dirci sul rapporto tra i due?
FP- Beh, quello fu il
periodo in cui Bob scrisse "Blowin' in the Wind" in un quarto d'ora, e
ha sempre pensato che non valesse niente... Lei, Joan Baez, era proprio
innamorata di lui "alla spagnola", e aveva capito chi fosse Bob: lei era
solo una cantante, ma lui era un genio. E siccome è tutt'altro che
stupida, l'aveva capito subito. Lei è una donna molto strana, sai,
aveva ad esempio un modo di guardare che pareva ti trapassasse, come se
riuscisse a capirti attraverso lo sguardo, era un po' streghetta. Al di
là della faccia angelica in realtà aveva uno sguardo terribile,
che passava attraverso... insomma, un po' insolita doveva essere anche
lei.
B- C'è un album, una canzone o un verso di Dylan a cui lei è particolarmente affezionata?
FP- Beh, questo ritornello
che cantavamo: "The answer, my friend, is
blowin' in the wind, the answer is blowin' in the wind...",
questa è una cosa che andava al di là dei Diritti Civili,
era proprio una risposta esistenziale a tutti i misteri del mondo e della
vita... il mistero del mondo noi non lo conosceremo mai, soffia nel vento...
hai capito che meraviglia?
Come, ad esempio, l'immagine
del drogato che c'è in "Mr Tambourine Man": "in the jingle-jangled
morning I'll come following you..." E che dire di una frase come "it's
alright, ma, I'm only bleeding"..? Porca miseria..!
B- Nel 1985, Dylan ha dichiarato che "i giovani non hanno più nessuno che comunichi loro qualcosa attraverso la musica"; lei stessa, in un'intervista del '97, esprimeva delle preoccupazioni per la mancanza di messaggi pacifisti nella musica d'oggi. Quale futuro prevede per la "canzone-letteratura"? Secondo lei, oggi ci sarebbero le condizioni per la nascita di un altro fenomeno Dylan, con lo stesso coraggio e chiarezza di idee da lui dimostrate fin dall'inizio?
FP- Beh, il coraggio non
si può programmare: o un personaggio ce l'ha, o niente...
In questo momento, mi
pare che non ci siano personaggi che hanno questo coraggio, almeno in Italia.
Per quanto riguarda l'America... con Clinton non c'era bisogno di qualcuno
che protestasse, perché faceva tutto lui, compresi i suoi affari
sessuali; ma adesso, con questo disgraziato di Bush che fa le cose pazzesche
che sta facendo, vedrai che verrà fuori qualcuno, non può
non succedere.
In Italia, questi personaggi
ci sono stati solo quando Fabrizio De André se li è tirati
dietro; il vuoto che ha lasciato Fabrizio è incalcolabile, un po'
come il vuoto che ha lasciato il Partito Comunista...
Infatti Luciano Ligabue,
che, come concorderai, era il più coinvolto nel commento sociale,
adesso è distrutto, e il produttore Procacci, che lo adora, gli
farà un film.
Procacci venne a vedere
una serata bellissima a Reggio Emilia, a teatro, nella quale Luciano e
io abbiamo parlato per tre ore, soli sul palcoscenico, senza musica né
niente; chiacchieravamo e basta, ci eravamo anche dimenticati di essere
a teatro.
Lui parlava della fine
del comunismo, perché lui era proprio un comunista sognatore e idealista,
e io della fine del mio sogno; in quel momento è stato chiaro che
erano finite le due fonti d'ispirazione, perché anche il comunismo,
sai, è stato una grossa ispirazione... In questo momento, se in
Italia la situazione non cambia, io non riesco a immaginare che non succeda
nulla... lo vedo dai ragazzi, che vengono a chiedermi "Signora, cosa devo
fare?", e io gli rispondo "Prova a sognare"; e allora loro, ancora: "Cosa
devo sognare?"... E' triste sentirsi fare questa domanda da uno di diciott'anni
che piange mentre te la fa, non lo auguro a nessuno, ma è una cosa
abbastanza comune.
Quando vengono a chiedermi
"Signora, ci dica cosa dobbiamo fare", è impossibile restare indifferenti
davanti alle loro facce, e ti assicuro che ho la pelle d'oca mentre te
lo dico.
B- Anche a Dylan i ragazzi chiedevano queste cose... mi viene in mente anche che lui una volta ha detto di aver sofferto così tanto, a vent'anni, per i dolori del mondo da esserne quasi sopraffatto...
FP- E' vero... e infatti
hai visto che cosa ha saputo fare e come ne ha cantato? C'è anche
un'altra frase di Dylan che mi ricordo, si riferisce a quando è
arrivato a New York, giovanissimo, diciannovenne o giù di lì:
disse che aveva scritto certe canzoni perché "sono
le canzoni che si cantano quando non si ha un posto in cui dormire"...
B- Questo aspetto di lui e della sua storia lei l'aveva colto e raccontato benissimo, in modo assolutamente invidiabile direi, nei suoi articoli su Dylan... era proprio come avere un punto di vista privilegiato su di lui...
FP- Non so se fosse invidiabile,
però ho l'impressione di aver capito alcune cose... e guarda che
non me le aveva spiegate nessuno, neanche lui...
B- A 60 anni, Dylan continua imperterrito a portare avanti il suo messaggio, mentre altri che condividevano gli stessi ideali sono spariti dalle scene da tempo. Secondo lei, a cosa si deve la grande longevità di Dylan?
FP- Al fatto che
le idee di Dylan sono immortali, e sono, come dicono, universali; queste
canzoni potrebbe scriverle adesso, e sarebbero altrettanto valide. Giusto
la droga è passata di moda, ecco magari "Mr Tambourine Man" è
passata di moda, però è magnifica...
Dico che la droga è
passata di moda perché non è più intesa come era intesa
allora, quando era proprio una fiaccola, sai: pensa che io andavo nei posti
dove c'erano le signore con le perle al collo, e quando mi chiedevano "Vuole
una sigaretta?" io rispondevo, apposta: "No grazie, fumo solo marijuana",
e queste diventavano bianche come la tovaglia...
Aveva un significato,
allora: significava essere "contro". Poi diventò anche di moda,
ma in quel momento per noi non era una moda, perché si era un momento
in cui bisognava in qualche modo contrastare il consumismo sfrenato, che
era diventato veramente morboso: se pensi che si andava in giro per strada
con la scritta "Legalize Marijuana", che diventava semplicemente la sigla
LEMAR, e si andava a fare gli uomini sandwich così...
Io ero astemia, non bevevo,
non fumavo, quindi dal punto di vista personale non me ne fregava niente,
però in quel momento aveva un senso... ah, naturalmente quando i
poliziotti hanno capito cosa voleva dire LEMAR, sono finiti tutti in galera
nel giro di pochi minuti...
B- Lei sa qualcosa della voce secondo la quale, alla sua prima tournée italiana, Bob Dylan invitò De André a cantare con lui, ma questi rifiutò per eccessiva modestia?
FP- E'vero, Fabrizio rifiutò
perché pensava di non essere abbastanza bravo, di non essere capace.
Hai capito com'era Fabrizio? Mica male, eh?
Il tempo è passato
incredibilmente in fretta... il tavolo è vuoto e pieno di briciole,
e ormai - per parafrasare il maestro - "the
hour is getting late". Non so come ringraziare
Fernanda Pivano per questa chiacchierata straordinaria, e la magia è
dimostrata dal fatto che questa è una delle poche volte in cui non
mi sento troppo dispiaciuta per la fine di una serata speciale, semplicemente
perché quello che porto a casa è davvero un tesoro, nonché
una di quelle esperienze che non si esauriscono mai.
Inoltre, ho fatto da
messaggero per Maggie's Farm, e mi aspetta la gioia di potervi raccontare
tutto io stessa: mi basterà premere il tasto "play" del registratore
e trascrivere quello che è stato detto in questa serata, affinché
voi possiate viverla con me.
E' quello che ho appena
fatto, e spero solo che vi piaccia come è piaciuto a me. Quanto
a Fernanda Pivano, è stata felice di offrirvi questa testimonianza,
tanto che vorrebbe conoscervi, e mi chiedeva se ero soddisfatta, se l'intervista
mi andava bene, se voi sareste stati contenti.
Fateglielo sapere!
Benedicta "Hamster"
"Bob è come Hemingway... sapevano tutto, quei due dannati, e non si capiva come facessero!"
In conclusione un grazie
personale alla signora Pivano ed un invito agli amici in ascolto a spedire
i propri commenti che costituiranno l'argomento della prossima pagina della
posta di Maggie's Farm, "Talkin' Bob Dylan Blues".
Michele "Napoleon in
rags"
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