PIETA' L'E' MORTA NEI NUOVI "PEZZI" DI DE GREGORI
di Michele Murino

E' un disco scuro, tenebroso, questo "Pezzi" di Francesco De Gregori.
A partire dalla copertina.
I pezzi di un puzzle da comporre, ma senza alcun disegno, che in qualsiasi modo li si riassembli il risultato finale sarà sempre e soltanto un quadro scuro.
Parole senza speranza si susseguono di brano in brano, come forse mai negli album precedenti di De Gregori, in cui un raggio di sole, un barlume di speranza, un velo di pietà aveva sempre fatto la sua comparsa.
Qui abbiamo carne dilaniata con le mosche ronzanti intorno pronte a posarsi sul cadavere di un soldato colpito alla schiena (un palestinese, un israeliano, non ha importanza) ne "Il panorama di Betlemme", abbiamo pezzi di carne, pezzi di persone nella title-track "Vai in Africa Celestino" che ricorda molto da vicino nella costruzione del testo e nel ritmo la dylaniana "Everything is broken".
E come in quel brano di "Oh Mercy", anche qui non c'è speranza, pezzi di mondo in un mondo a pezzi, e l'uomo si scava la fossa con le proprie mani: "Ognuno è fabbro della sua sconfitta e ognuno merita il suo destino".
Pezzi di fame, pezzi di immigrazione, pezzi di lacrime e pezzi di persone... prosegue De Gregori con una voce quanto mai acida... Pezzi di colla da annusare, pezzi di diossina...
Il degrado è palpabile, il futuro è cupo... Anche quando usa termini più solari traspare disillusione, scherno, ironia: Pezzi di sorriso, pezzi di canzone (sorrisi patinati da rivista)... Pezzi d'amore eterno, pezzi di stagione... Pezzi di plastica, pezzi di mtv (pezzi musicali costruiti a tavolino)... E pronti dietro l'angolo "Pezzi di corda e pezzi di sapone...".
Ognuno è figlio del suo tempo, Ognuno è complice del suo destino.
Ognuno come Cristo ha il suo Calvario personale, "Ognuno porta la sua croce... Ognuno inciampa sul suo destino".
Ed il futuro non sembra offrire speranza.
In un altro rimando dylaniano (sono moltissimi in questo disco i riferimenti al maestro Bob) sta arrivando un lento treno, arriva da lontano ed è nero come il fumo (da "Numeri da scaricare", un bel blues con reminescenze musicali di "Meet me in the morning"), e non c'è niente da vedere... solo madri senza latte e cenere, bambini soldato sepolti in piedi... Sono molti anche i riferimenti alla guerra in questi "Pezzi", e come potrebbe essere diversamente?
"E' l'inferno che avanza..." conclude il De Gregori più cupo di sempre, un De Gregori che non esita sfacciatamente a rinnegare il mondo in cui si ritrova a vivere, l'Italia, in una acida cavalcata con gli ennesimi rimandi dylaniani, "Tempo Reale" (costruita efficacemente sulle chitarre di "Highway 61 Revisited"), una sorta di "Viva l'Italia" degli anni duemila, in cui il quadro è nero come non mai, e "l'Italia che resiste, che lavora, che si innamora, l'Italia liberata..." lascia qui  il posto ad un paese di terra, una terra di cani, in cui la Democrazia viene torturata dalla Libertà... Un paese di pecore e pescecani in cui l'Autorità va a tavola con l'anarchia e il ritratto della verità si sta squagliando... Un Paese di ricchi e di esuberi e tasse pagate dai poveri...
De Gregori è spietato, corrosivo, brutalmente schietto: "Se potessi rinascere ancora... Preferirei non rinascere qua", conclude amaramente. Non in questa Italia in cui se rubi non muore nessuno, un Paese di uomini tutti d'un pezzo in cui però tutti hanno un prezzo... Paese di figli di donne di strada dove il crimine paga e a terra restano i segni di gesso senza colpevoli perchè la gente non ricorda la faccia del boia (non è escluso anche qui un rimando al verso in cui Dylan cantava che "...la faccia del boia è sempre ben nascosta).
Geniale il gioco di parole del titolo che dà contorni differenti ad una frase fatta, di cui si fa largamente abuso in TV.
E' un disco di sangue che cola, questo "Pezzi". Un album in cui non avrebbe sfigurato uno dei recenti classici di De Gregori, quel "Sangue su sangue" apparso sull'album che aveva l'ironico titolo di "Canzoni d'amore". Il sangue del soldato ucciso de "Il panorama di Betlemme" ("Che questa mosca continua a volare mentre mi sto dissanguando"), il sangue dei bambini di Beslan morti nella strage della scuola in Ossezia, protagonisti de "Il vestito del violinista" ("Ma poi l'esercito si fece avanti e gridavamo "Assassini! Fermatevi! Non vedete! Noi siamo i bambini!" Fino a che tutto diventa rosso e non si può più guardare, tutto diventa rosso e non si deve guardare").
Il sangue di "Parole a memoria" ("E averti visto sanguinare le ossa e maledire domani"). Il sangue dei corpi cerchiati di gesso di "Tempo Reale". Il sangue de "La testa nel secchio" ("Ma ho del sangue nei capelli e non so chi mi ha ferito... E il treno sta partendo... e non è ancora partito") e quello de "Le lacrime di Nemo" ("Chiaro di luna scendi in fondo al mare (...) e illumina il sangue e l'innocenza di nessuno, il sangue e l'innocenza di nessuno").
Il sangue della guerra che, scrivevamo, fa la propria comparsa in molti versi di questo disco. La guerra israelo-palestinese, che fa da sfondo al testo più toccante dell'album, quello de "Il panorama di Betlemme", cui abbiamo accennato prima, in cui sulla spianata delle moschee un soldato ferito alla schiena si trascina sulla sabbia e sente la morte che sta per arrivare. La ricostruzione della scena operata da De Gregori è estremamente realistica e drammatica mentre un suono nervoso di chitarre che riecheggia ancora Dylan ("All along the watchtower") accompagna l'agonia dell'uomo. "Signore ti prego lasciami respirare, lasciami un po' riposare, prima che devo morire... (...) Signore lo vedi il panorama di Betlemme... Questo cielo senza riparo questo sipario di fiamme...".
E ancora la strage dei bambini di Beslan o la guerra dei "soldati carichi di pioggia" del "dopoguerra sul lungomare" di "Gambadilegno a Parigi".
Musicalmente il disco è - come detto - molto dylaniano (va segnalata anche una scoperta citazione musicale di "Knockin' on heaven's door" - non a caso un altro brano di morte - che caratterizza la bella "Parole a memoria" dedicata da De Gregori al padre scomparso), ma ha anche echi di Leonard Cohen e di Roberto Vecchioni. Sembra insomma che De Gregori voglia dire: "Questa è la nostra musica... Questa è la musica con cui sono cresciuto. Questa è la musica che amo e che voglio fare".
Al di là delle citazioni, delle imitazioni, delle accuse di plagio che i più prevenuti sono sempre pronti a muovergli.
De Gregori non potrebbe comporre qualcosa di diverso, non potrebbe venir meno a questo stile.
Per fortuna, aggiungiamo noi.
"C'è molto Dylan, non lo nego, ma non mi pongo il problema. Quattro anni fa ho portato tutta la band a vederlo in azione, a Brescia. Ascoltate come suona con la sua band, ho detto ai miei, cerchiamo di fare la stessa cosa. Quando un musicista ti piace cerchi di rubargli tutto, è un espediente per arrivare a sviluppare qualcosa di tuo".
Unica eccezione musicale che traligna dagli schemi del sound statunitense di Dylan & soci è la suggestiva melodia napoletana de "Le lacrime di Nemo - L'esplosione - La fine" con un bellissimo mandolino in grande evidenza ("Può ricordare molte cose, in effetti. A me ricorda ‘Fenestra ca luciva’, ma ci sono dentro anche Bellini, ‘La barcarola’, le romanze che mia madre ascoltava alla radio quando ero bambino", ha detto Francesco).
Con "Pezzi" De Gregori conferma di essere uno dei fari della canzone d'autore italiana (oggi più che mai, dopo la scomparsa di De Andrè), capace di coniugare un discorso di impegno ad una cifra poetica più viva che mai, abbinandovi le sonorità rock a lui care, mai come in questo disco proposte in una veste vicina alla dimensione live.
Michele Murino


Francesco De Gregori
PEZZI
(Columbia/Sonymusic)

Vai in Africa, Celestino
Numeri da scaricare
Gambadilegno a Parigi
Tempo reale
Parole a memoria
La testa nel secchio
Passato remoto
Il panorama di Betlemme
Le lacrime di Nemo - L'esplosione - La fine
Il vestito del violinista



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