PANORAMA -18 LUGLIO 1978

 
Il ritorno del profeta


Il pubblico del concerto di Bob Dylan a Norimberga

Ora viaggia più protetto di un presidente della Repubblica, circondato da una tribù di musicisti, ragazze del coro, tecnici del suono, gorilla amministratori. Ma i suoi fan lo ricordano ancora quando, chitarra in spalla, partecipava alle marce dei pacifisti, alle manifestazioni per i diritti civili.
Anche la sua musica è cambiata: tutti i grandi classici, da Blowin' in the wind a Maggie's farm, da Like a Rolling Stone a The times they are a-changin', sono stati investiti da una raffica di arrangiamenti rivoluzionari, a colpi di blues, jazz, rock, salsa, folk, hill-billy.
Vecchi e nuovi fan rimangono sconcertati. Almeno inizialmente. Poi, sotto quella valanga di suoni inattesi, ecco farsi strada la celebre voce riasale, acuta, di Bob Dylan, e il suo particolarissimo fraseggiare. E tutti capiscono che, per l'ennesima volta, il profeta si è trasformato per rimanere sempre uguale a se stesso: « Dylan si è sempre reinventato, continuamente », hanno scritto recentemente David Dalton e Lenny Kay nel loro libro sulla musica giovane (Rock '86, Mondadori}. « E' l'uomo delle mille metamorfosi ».
La prima metamorfosi risale a vent'anni fa, quando Robert Allen Zimmerman, nato nel 1941 a Duluth, Minnesota, scelse come nome d'arte per le sue prime esibizioni nello stile di Little Richard e Buddy Holly il nome di Bob Dylan.
Seconda trasformazione: all'inizio deglì anni Sessanta Dylan scoprì Woody Guthrie, il cantore dell'America povera, e fuggì a New York per conoscere il vecchio maestro che stava morendo. In pochi anni diventò l'idolo del Greenwich Village e le sue
canzoni entrarono nel repertorio dei piu celebri cantanti e complessi folk.
A metà degli anni Sessanta, nuova metamorfosi: Dylan scoprì che ìl rock poteva diventare la « musica sacra » del nostro tempo: ai primi tentativi i suoi vecchi fan cacciarono a fischi lui e la sua chitarra elettrica dal Newport Folk Festival (1965). Ma Dylan conquistò una popolarità immensa e dìventò, in ritardo di alcuni anni, il vero profeta della sua generazione, il Mito al quale si ispireranno i giovani di tutto il mondo.
Nel 1966 subì un grave incidente motociclìstico; per quasi un anno scomparve letteralmente, e su di lui corsero le voci piu incontrollate: era paralizzato, ormai incapace di comporre. In realtà si era ritirato nella sua casa di Woodstock, con la moglie Sarah (dalla quale ha avuto cinque figli).
Cominciava così la « lunga assenza » di otto anni, quella che Dylan stesso ha definito "la mia amnesia ", interrotta da rarissime apparizioni in pubblìco e dalla registrazione di tutta una serie di dischi in cui si compiva un progressivo ritorno alla musica country e a temi più intimi.
Ma già sotto questo Dylan « intimistico » si preparava una nuova metamorfosi. Il cantante si trasformava nel manager di se stesso, e organizzava nel 1974 e nel 1976 due trionfali tournee negli Stati Uniti.
E adesso la prima tournee mondiale. Durante la tappa di Londra, Dylan ha rilasciato in esclusiva questa intervista.


L' intervista

Domanda. Al suo ingresso in scena, a Londra, Norimberga o Parigi, dovunque ha tenuto concerti, lei ha ricevuto un'ovazione fantastica. E' una cosa esaltante, non le pare?

Risposta. No, perche non penso che fosse per me. Era una ovazione per qualcun altro, o per qualcos'altro.

D. In questi giorni sulla stampa internazionale, si parla di lei come di un mito, di una leggenda vivente, di un « poeta elettrico ».

R. Me ne frego. E mi rompe pure un poco. Nel momento stesso in cui mi rifilano un'etichetta, è come se alzassero una barriera tra il pubblico e me.

D. Il fatto di aver deciso di tornare sulle scene significa che la sua « traversata del deserto» è finita?

R. Si, credo proprio di si. Sono nuovamente in pista.

D. Lo fa per denaro?

R. No. Certo, ho anche bisogno di soldi, e so come spenderli, ma è molto più semplicemente perchè ho voglia di fare l'unica cosa che ho sempre saputo fare: cantare e suonare. Sono un musicista, nient'altro che un musicista.

D. Allora non dovremo aspettare altri 12 anni per rivederla in scena?

R. No, l'amnesia è finita (ride)...


Dylan, in autobus, durante la sua tournèe europea: 16 concerti, 5 miliardi di guadagno

D. Perchè nella sua nuova orchestra ha dato moltissimo spazio alle percussioni?

R. Perchè nella mia musica sono essenziali. Le mie canzoni hanno bisogno di moltissimo ritmo. La prossima volta girerò addirittura con tre batteristi.

D. Qualcuno ha detto che, facendosi accompagnare da un coro di tre belle ragazze, lei si prepara la strada per i grandi cabaret di Las Vegas...

R. Pfff!

D. La leggenda vuole che la sua prima canzone sia stata dedicata a Brigitte Bardot. E' vero?

R. Sì, ma adesso non me la ricordo più.

D. A che età ha comprato la sua prima chitarra?

R. A dodici anni. Era una chitarra elettrica. Allora adoravo Elvis Presley, Chuck Berry , Buddy Holly, e suonavo musica rock. E poi, un giorno, ho sentito un disco di Odetta, e tutto è cambiato.

D. Ma in partenza non è stato influenzato da Woody Guthrie?

R. No. Prima ci sono stati i rock and rollers, e poi Odetta, il Kingston Trio, Harry Belafonte e The Carter Family. Guthrie è venuto dopo... ma che impressione mi ha fatto! Mi ha letteralmente sconvolto, ho imparato a memoria più di duecento sue canzoni

D. Quando ha lasciato la chitarra folk per quella elettrica, i suoi primi fan non l'hanno affatto apprezzato...

R. Proprio per niente. A Newport mi hanno persino cacciato di scena, a fischi, nel 1965 (ride). Poi, mi ci sono abituato ai fischi. Ne ho ricevuti anche a Parigi e a Londra, nel '66. In fondo, credo che alla gente piaccia fischiare. Come a un incon-
tro di catch.

D. Perche ha cambiato il suo nome da Zimmerman in Dylan ?

R. Perchè la gente cambia città, nazionalità, vita? Mi è venuto così, un giorno, diciamo che mi è caduto di bocca, che mi è piaciuto e me lo sono tenuto.

D.Non c'è, quindi, alcun rapporto col poeta Dylan Thomas?

R. Assolutamente nessuno. Se fossi stato un fan di Dylan Thomas avrei cantato le sue poesie, o avrei scelto come nome Bob Thomas...

D. Lei è sempre stato molto riservato sulla sua infanzia. In un certo periodo, ha anche sostenuto di essere orfano... Alcuni biografi hanno parlato di un padre farmacista, minatore o elettricista...

R. No, niente di tutto questo. Mio padre era un uomo molto attivo, che purtroppo da giovane è stato colpito da un attacco di poliomielite. Credo che la malattia abbia posto fine a tutti i suoi sogni: non poteva quasi neanche più camminare. E quando ci siamo trasferiti a nord, due dei suoi fratelli che lavoravano come elettricisti hanno aperto un negozio, e l'hanno preso con loro, come magazziniere.

D. Che studi aveva fatto, prima?

R. Nessuno. Mio nonno era arrivato dalla Russia all'inizio degli anni Venti, faceva il venditore ambulante e cuciva scarpe. Aveva sette maschi e una femmina. Mio padre non ha quindi mai avuto il tempo di andare a scuola: doveva sempre fare qualche lavoretto, per portare soldi a sua madre. Poi è morto nel 1968.

D. Qualcuno ha detto che l'incidente in moto del 1966 è stato come un segno del destino, quando lei stava « bruciando » la sua vita...

R. Certo, non avrei potuto resistere a lungo a quel ritmo.

D. E poi è venuto un lungo periodo di silenzio, in cui lei si è come volatilizzato.

R. Sì, era la mia « amnesia » ( ride)...

D. Dopo i concerti di Parigi chiuderà la tournee europea e andrà a riposarsi da qualche parte ?

R. No. Vado in Svezia, poi torno in Inghilterra per un gigantesco festival all'aperto in un aeroporto abbandonato, dove arriveranno più di centomila persone. Dopo, continuo il mio giro in America, sino alla fine dell'anno. Poi registro un nuovo al-
bum...

D. Ma dove e come trova il tempo per scrivere?

R. Dovunque e comunque.

D. Le vengono spesso idee e motivi di canzoni?

R. Sì, continuamente. E annoto subito le mie idee.

D. Ha un quaderno di appunti?

R. No, l'annoto su fogli staccati, come voi giornalisti.

D. Pensa che le sue nuove canzoni siano aderenti all'attualità come quelle dei suoi esordi ?

R. Sì, ne sono convinto. E questo sarà ancora più evidente nel mio prossimo album. Credo che le mie nuove canzoni rispecchino veramente il modo di pensare della gente di oggi. Almeno, di quella che frequento io.

D. Di che gente si tratta?

R. Musicisti, suonatori, pittori. E gente che lavora. Io vado dappertutto, dove c'è gente, la ascolto parlare, confidarsi, raccolgo il loro feeling.

D. Una canzone come The times they are a-changin' ha ormai 15 anni, ma lei la canta sempre, non è stufo?

R. Ogni volta che la canto, ho l'impressione di averla scritta il giorno prima.

D. Cosa pensa dei punk?

R. Be', non me ne intendo molto di quel movimento: ho ascoltato alcuni dischi, ho visto alcuni gruppi... Credo che scatenino molta energia, e questo è molto importante. Ma per essere sincero, io ascolto quasi esclusivamente della buona musica, rhythm and blues, hill-billy, blues...

D. Perchè va sempre in giro con quegli occhiali neri? Si tratta di una forma di aggressività?

R. No, al massimo di insicurezza. Credo di portarli soprattutto perche mi piace portarli.

D. Un giorno ha detto di essere uno molto al di sotto dei 30 anni », e che contava di restarlo il più a lungo possibile. Cosa dice oggi che ne ha 37?

R. Be', adesso sono uno "decisamente al di sotto dei 15 anni» (ride)...

D. Durante la sua "amnesia", alcuni dei suoi fan hanno costituito un Fronte per la liberazione di Bob Dylan, per costringerla a uscire dal suo ritiro, a riprendere il suo impegno. A un certo punto, fecero persino circolare la voce che lei avesse comprato azioni di una industria di armamenti che fabbricava il napalm...

R. Mai fatta una cosa del genere! Ho la mia armeria personale, ho pistole, fucili, come tutti gli americani...del resto... ma na-
palm no, proprio no, soltanto armi un po' più tradizionali...

D. Lei abita sempre in quella sua incredibile casa di Point Zuma, in California?

R. Sì, ma non ci sto molto spesso. È giusto un buco per dormire. Ma perchè « incredibile» ?

D. Perchè è sormontata da una misteriosa e strana cupola di rame. Hanno detto che è un nido d'aquila, un osservatorio, una cipolla pelata... Che cos'è in realtà?

R. Un segno distintivo, per consentirmi di riconoscerla...

D. Quando ha divorziato, sua moglie Sarah non ha voluto quella casa?

R. No, se ne è andata da un'altra parte. E poi, lei non ci ha mai abitato molto.

D. Va spesso a trovare i suoi figli ?

R. Ogni volta che ho l'opportunità di farlo.

D. Cosa farebbe se scoprisse che uno di loro si droga?

R. Be' penso che... (fa la mossa di dare un paio di schiaffi, ma quasi teneramente; poi scoppia a ridere ). Dipenderebbe dalla droga che prende. E poi, cosa ci si può fare? Si può solo parlare, spiegare, la gente vuole fare le sue esperienze da sola. Io personalmente ho sempre agito così... E poi, certo, bisognerebbe che la gente avesse abbastanza esperienza, abbastanza senso della propria identità, abbastanza fiducia in se stessa... Per noi era diverso: prendevamo le droghe e dicevamo « facciamo un'esperienza ». Ma io non sono mai stato schiavo di una droga, anche se ne ho presa di tutti i tipi (fa una smorfia).
In tutti i modi, non potete far schioccare la frusta per far vivere la gente secondo le regole che volete imporre voi... Be', tornando ai miei figli... non so cosa farei. Magari l'hanno già presa e non lo so (ride). Anzi, la mia figlia maggiore ne ha sicura-
mente presa, ma io non ero da quelle parti...

D. Sapendo l'influenza che lei esercita su milioni di giovani, non pensa che sia pericoloso continuare a cantare Everbody must get stoned?

R. Ma quella canzone ha tanti altri significati!

D. D'accordo, ma ne ha anche uno ben preciso.

R. La marijuana non è una droga come le altre... E oggi ci sono droghe molto più pericolose dei miei tempi. Ce n'è una che chiamano « polvere d'angelo », è un tranquillante che danno agli elefanti. E la gente la prende per planare. Credo che si possa fare tutto quello che si vuole fino al momento in cui non si capisce che bisogna assumersi la propria responsabilità, sennò tutto
è fottuto.

D. Come mai il suo film Renaldo e Clara è stato accolto piuttosto male negli Usa?

R. Be', in un primo momento questo mi ha un poco scioccato, ma adesso me ne frego. Non hanno voluto lasciarsi impressionare, ma io non avevo fatto quel film per impressionare tutta la gente! E poi, l'hanno visto dal lato sbagliato, hanno voluto soltanto vederci la storiella Bob - Sarah - Joan Baez, mentre il film non ha niente a che vedere con quella storia. Io so che è un bel film, e so anche che la gente deve abituarcisi, tutto lì.

D. In compenso, il film è stato favorevolmente accolto all'ultimo festival di Cannes.

R. Eh già, che volete, nessuno è profeta in patria.

D. Pensa ora di girarne un altro ?

R. Sì. La pittura mi ha sempre appassionato. Per me un film è come un quadro vivente che esce da un muro. Se Michelangelo e Cezanne tornassero in vita, farebbero i registi.

D. Lei cita spesso Henry Miller tra le persone che l'hanno profondamente influenzato. Perchè?

R. Penso che sia il più grande scrittore americano di tutti i tempi.

D. La prima volta che l'ha incontrato, di cosa avete parlato?

R. Abbiamo giocato a ping-pong (ride).

D. Fa sempre sua la definizione di Miller del ruolo dell'artista: « inoculare al mondo la disillusione » ?

R. Sì.

D. Ha incontrato anche il presidente Carter?

R. Sì, è un amico. Una volta ho detto di lui che ha il cuore « al posto giusto ». Ed è importante, questo!

D. L'ha rivisto recentemente?

R. No, non mi ha telefonato (ride).

D. Lei incontra molta gente quando è in tournee?

R. No. Lavoro, e non ne ho il tempo.

D. Lei preferisce mangiare in albergo o in ristorante ?

R. Non mi piacciono i ristoranti. E neppure gli alberghi. Mi piace mangiare dove conosco la persona che ha preparato il pasto.


Dylan fa colazione nel suo albergo: "Sono solo un musicista"

D. Un giorno lei ha detto che l'insuccesso era preferibile al successo...

R. Sì, perche l'insuccesso genera il successo, mentre il successo è un punto finale. Non ho mai avuto la sensazione di aver raggiunto il successo, e ne sono felice. Se avessi quella convinzione, non sarei qui. E da un sacco di tempo.

D. Lei crede in Dio?

R. Diciamo nella sua evidenza.

D. Pensa spesso alla morte?

R. Sì, spesso.

D. Si sente pronto ad affrontarla?

R. Io? Ah no, assolutamente no! Ho ancora tanto tempo per pensarci no? (ride).

Philippe Adler




 
 
 

IN ITALIA NON CI VUOL VENIRE

Bob Dylan, grande artista ma soprattutto buon manager di se stesso, si è messo in viaggio per tournee in Australia, Giappone, Nuova Zelanda, e alla fine è ricomparso in queste ultime settimane davanti al pubblico europeo. L'ultima volta nove anni fa i fan di mezza Europa lo avevano applaudito al famoso festival pop dell'isola di Wight.
Aveva suonato per un'ora davanti a 200 mila persone e guadagnato 120 milioni. Questa volta dopo tutti e 16 gli spettacoli (l'ultimo lo terrà nell'aeroporto di Blackbushe il 12 luglio: si calcola che complessivamente a quel punto lo avranno visto almeno in 400 mila spettatori) potrà portare a casa quasi cinque miliardi di lire.
L'accoglienza è stata dappertutto entusiasta. A Londra i biglietti per i concerti allo stadio di Earls Court erano esauriti parecchi giorni prima del debutto, il 16 giugno, e a mercato nero un posto che normalmente costava 35 mila lire poteva arrivare senza difficoltà anche alle centomila. E anche a Rotterdam in Olanda il pubblico non lo ha lasciato fino alla fine dello spettacolo, nonostante la pioggia cadesse a dirotto, mentre a Norimberga, in uno stadio da centomila posti, si è scatenato un fanatismo ormai vecchia maniera. Soltanto a Dortmund e a Berlino l'entusiasmo non ha raggiunto il colmo.
Sotto la grande volta di ferro del Pavillon de Paris, nel vecchio mattatoio alla periferia di Parigi trasformato in teatro, agli inizi di luglio, gli applausi più calorosi sono venuti dai vecchi fan, sulla quarantina, che sono andati a sentirlo in giacca e cravatta. Come uscirà Dylan dalla prova europea (lo aspettano ancora due tappe, in Svezia e in Inghilterra) ? Certamente in piedi, più famoso e più ricco che mai, come hanno scritto i quotidiani parigini all'indomani del suo concerto. Nel bene e nel male Dylan è un mito che resiste. Si prevede per esempio che venderà milioni di copie anche del suo ultimo Lp con le nuove canzoni, ancora una volta di protesta e di amore. Si intitola Street legal ed è uscito contemporaneamente in tutto il mondo l'8 giugno. Solo in Italia ne saranno distribuite ai negozi 400 mila copie, e le prime 60 mila sono letteralmente andate a ruba. « Non c'è da stupirsi. Quando si parla di Bob Dylan il successo è comunque sicuro », dice Goffredo Fofi, uno dei critici di spettacolo più brillanti della nuova sinistra, grande ammiratore di Bob Dylan, che però non aveva mai visto in concerto prima d'ora. È stato a Parigi con uno dei tanti gruppi di italiani che hanno inseguito Dylan e la sua "band" all'estero. "Che tristezza però! In fondo era quello che ci aspettavamo, si sa che non può più essere quello di una volta. Ma per chi ha seguito fin dagli inizi e amato il più grande poeta degli anni 60 fa male al cuore ritrovarselo così. E' un musicista perfetto, ma il poeta non esiste più ».
« Nemmeno quando attacca con i vecchi successi è più convincente: con il nuovo arrangiamento anche Blowin'in the wind non ha la forza e la sincerità di una volta. E The times they are a-changin'? Si è vero: i tempi sono cambiati, ma in che direzione! ».
E tuttavia il personaggio affascina ancora, anche i giovanissimi che ne hanno sempre sentito parlare come del papà degli ultimi cantautori italiani. C'erano soprattutto ragazzi dai 17 ai 20 tra i mille iscritti a un viaggio in pullman per il concerto di Norimberga organizzato da una agenzia e pubblicizzato dal settimanale di musica Ciao 2001: 110 mila lire per il concerto e quattro giorni in albergo. Ma tantissimi altri, almeno un altro migliaio, si sono arrangiati per proprio conto.
Se fosse venuto in Italia ci sarebbero state folle anche più entusiaste che altrove, assicurano in molti.
Ma Dylan non vuol venire, per quante richieste gli siano state fatte. A un giovane milanese che è riuscito a raggiungerlo e a chiedergli il perchè della esclusione, ha risposto che ha paura delle contestazioni. Così chi non può raggiungerlo all'estero non ha che due consolazioni: il film sulla sua toumee americana di due anni fa, Rolling thunder revue, al Filmstudio di Roma in questi giorni, e L 'ultimo valzer che si proietterà in settembre e in cui fa una apparizibne. Renaldo e Clara, il film autobiografico che ha prodotto, diretto e interpretato (e che è stato un tonfo in America) in Italia non arriverà.


Un fan di Bob Dylan durante una manifestazione


nota: le fotografie e le didascalie sono quelle originali dell'articolo di Panorama

 
 
 
MAGGIE'S FARM

sito italiano di Bob Dylan

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