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La notte
che arrivò Bob
di Raymond Foye
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Una sera tardi ero a casa di Ginsberg, nel suo appartamento della 12ma strada. C'era anche Harry Smith, l'eminente etno-musicologo e studioso di folk-music. Stavamo guardando un set di nuove foto di Brian Graham, un freelance che aveva lavorato per lo straordinario regista e fotografo Robert Frank. Un anno prima avevo catalogato oltre 5000 foto di Ginsberg depositate alla Columbia University; una collezione che si dimostrò essere un autentico tesoro di informazione visiva sulla beat-generation e il movimento di controcultura degli anni '60.
Gli avevo proposto di pubblicare un libro di fotografie per l'editrice americana "Twelvetrees Pree", e avevamo cominciato a fare una iniziale selezione.
Cominciando alla fine degli anni '30, Harry Smith aveva viaggiato per tutto il Sud e l'Ovest degli Stati Uniti visitando le riserve indiane e collezionando una vasta collezione di 78 giri di blues e folk music.
Il formato a 33 giri e 1/3 era appena stato introdotto, e per i seguenti 25 anni i vecchi dischi laccati si sarebbero potuti avere per pochi penny.
Così, Harry mise assieme una delle più grandi collezioni di folk music in mani private, una collezione che fu divisa tra lo Smithsonian Institute e la New York Public Library; ma non prima che Harry avesse messo insieme i tre dischi seminali per la Folkways Records, American Folk Music. Fu questa antologia di eredità musicale, fatta di ballate, canzoni popolari e blues, che più di ogni altra accese il folk revival alla fine degli anni '50 e primi '60. Insieme alle registrazioni della Library of Congress di John e Alan Lomax, l'antologia Folkways di Smith (e il delizioso libretto illustrativo che Smith preparò per accompagnarlo) furono materia prima per ogni folksinger americano degli anni '60. "I dischi di Harry Smith mi hanno messo al mondo!" dichiarò Jerry Garcia anni dopo, ricordando come era solito suonare i dischi a 16 giri per impararne gli assoli.
Harry perse la sua casa quando l'ostello in cui viveva fu convertito in un ben più caro condominio per yuppie di Manhattan. Ginsberg lo ospitò a casa sua, offrendogli la "music room", uno spazio tra la cucina che contiene la collezione di nastri di Allen, il banjo di Peter Orlovsky e un piano verticale, le due cose avute da Bob Dylan come parziale compenso per la sua apparizione in Renaldo & Clara.
Allen e Harry litigavano costantemente. Quando non era la suscettibile materia del guru di Allen o la corretta interpretazione della dottrina tibetana, era chi stava rubando le sigarette all'altro. Allen aveva descritto la loro relazione come quella di "una vecchia coppia sposata".
Allen orgogliosamente ostentò un ritratto di Harry: "Sai che sei una minaccia reale con quella macchina fotografica". Harry piagnucolò nella sua parlata nasale, e poi annunciò che, dato che erano le undici, sarebbe andato a letto; io e Allen ricominciammo a lavorare, quando dopo alcuni minuti fummo interrotti da una telefonata. Era Bob Dylan.
Poteva venire lì e far ascoltare ad Allen il nastro del suo nuovo album? Naturalmente, replicò Allen, e gli ripetè l'indirizzo, spiegando a Dylan di chiamare dalla strada, perchè il campanello non funzionava. Circa venti minuti dopo, Dylan era giù in strada, chiamando Allen per nome mentre un taxi giallo scompariva nell'oscurità. Allen aprì la finestra e gettò le chiavi dentro una vecchia calza. Dylan salì i quattro piani a piedi perche non c'era ascensore. "Questa calza era pulita?" chiese a chiare lettere.
Dylan aveva sei birre sotto il braccio ed era accompagnato da una affascinante donna di colore di mezza età che parlava con gli occhi. Portava jeans neri e stivaletti da motociclista, una giacca nera e una camicia mezza sbottonata che mostrava un ventre a recipiente che Allen fissò a lungo con lo sguardo, uno sguardo che Dylan finse di ignorare. Aveva guanti da motociclista senza dita, grigio tra i suoi capelli, dita gialle - per la nicotina - dalle unghie lunghe; appariva logoro, trasandato e molto nervoso mentre entrava nell'appartamento.
Era lo stesso appartamento dove 10 anni prima aveva portato la troupe di Renaldo & Clara per una riunione iniziale. A quei tempi Dylan era accompagnato da musicisti e dalla sua ragazza di allora, Denise Mercedes. Allen aveva invitato alcuni poeti suoi vicini, Gerard Malanga e Rene Ricard. Il poeta Robert Creeley, giunto in città da Bolinas, passò la sera in cucina a bere scotch e a parlottare con Rene, disprezzando i tentativi di Allen di farlo venire in camera da letto dove Dylan sperava di incontrare un poeta di cui aveva grande stima. Creeley ignorò quel che succedeva, probabilmente perchè Allen non spiegò esplicitamente che Dylan era presente. Creeley pensava che il suono che sentiva venisse dalla camera da letto, dove erano i dischi di Bob Dylan. Quando capì che Dylan era stato lì in carne ed ossa,
scoppiò a ridere dell'assurdità di tutto.
"Allora, dov'è il nastro?" chiese Allen eccitato. Dylan cercò nella tasca della sua camicia e ne trasse una cassetta in una busta di plastica. Sedemmo sul pavimento, Dylan si sdraiò su un divanetto basso mentre Allen metteva il nastro. "Speravo che tu potessi darmi un'idea per il titolo" disse Dylan "non ho mai avuto un 'problema' con i titoli degli album. Sono sempre arrivati a me". (enfatizzò la parola 'problema').
Il gruppo attaccò con Tight Connection, Allen si sporse in avanti, cercando di capire le parole. "Non riesco a capire le parole" si lamentò, "cosa diconò le parole?". Metteva in imbarazzo Dylan. "Devi ascoltarle" replicò Dylan con sguardo sgarbato. Allen scosse la testa "Sto ascoltando. Ma non riesco a capirle, me le puoi ripetere?". A questo punto Dylan era ovviamente turbato. "Mi spiace, ma non riesco a capirle" ripeteva Allen. Allora rimettemmo la canzone e Dylan comincò a ripetere le parole, con una particolare espressione spaventata sul viso; era molto imbarazzato. La prossima canzone. La canzone successiva.
A un certo punto Allen notò: "Arrangiamenti fantasiosi".
A un certo punto Ginsberg pronunciò con un tono quasi religioso e ironico: "Ah! vedo che hai ancora il giudizio di Jehova sospeso sopra le nostre teste!". "Tu non conosci Dio, semplicemente" replicò Dylan, anche lui in modo sarcastico, "Già, non ho mai incontrato quel tipo" disse Allen, terminando lo scambio di battute. Dylan aprì la seconda birra.
A un certo punto Harry Smith cominciò ad urlare dalla sua stanza: "Abbassate quella musica! Non vedete che sto cercando di dormire?". Ho sempre conosciuto Harry come la quintessenza di un carattere perverso, ma questo arrivava ben oltre di quanto credevo fosse capace. Allen non abbassò la musica,
ma staccò le casse che erano in cucina.
Ben presto Dylan smise di ripetere le parole e Allen cominciò a capirle, esternando occasionalmente la sua ammirazione per una frase particolarmente ben riuscita. Io continuavo a sedere in uno stato di paralisi, che si accentuò quando ascoltai Dark Eyes per la prima volta, quella melodia contenuta in sè, la struttura tutta, nessun eccesso, nessun imbellimento - una delle più grandi esperienze uditive che uno può avere nella propria vita, con Dylan seduto lì vicino, sentendo il suo sguardo, mentre si muove nervoso, rendendomi consapevole di quanto prezioso, quanto doloroso fosse per lui scoprire così il suo cuore. Il nastro finì e ci fu un lungo silenzio nel quale tutti guardavamo i nostri piedi.
"Come pensavi di chiamare il disco?" chiese poi Ginsberg. "Empire Burlesque", disse Dylan, alquanto
enfaticamente. Allen annuì. "Era il nome di un club dove ero solito andare quando arrivai la prima volta a
New York, giù a Delancey Street".
"Già", replicò Ginsberg "penso che sia un buon titolo". Dylan sembrò abbastanza sorpreso, e quindi
non molto contento di essere condiviso nella sua intuizione.
Non dissero più nulla su questo.
Avevo un occhio sul nastro, e così Dylan. Lo mise in tasca velocemente.
"Harry Smith vive qui da me" annunciò orgogliosamente Allen. Dylan sembrò sinceramente colpito. "Harry Smith" ripetè il nome lentamente, "ho sempre voluto incontrarlo". "Vado a chiamarlo" disse Allen, uscendo dalla stanza; ma Harry, che si era ritirato, rifiutò di uscire dal letto. Allora Allen cercò di scroccare qualche sigaretta, ma trovò uguale resistenza. Quando Allen tornò e riferì che Harry non voleva uscire dal letto, Dylan sembrò contrariato ma impressionato.
"Lascia che ti mostri a cosa sto lavorando" disse Allen orgogliosamente e andammo in cucina. Allen porse a Dylan una foto di Kerouac di profilo su di una scala di emergenza a New York, con in tasca il manuale da ferroviere. "Hai fatto tu questa foto?" disse Dylan incredulo. "Ho visto questa foto per anni, ma non avevo mai pensato che l'avessi fatta tu. È una grande foto". Dylan cominciò a frugare fra le ultime foto. " Amico, un giorno dovresti fare la copertina di un album per me!" "Grande!" replicò Allen. "Cosa ne
dici di questo?" disse indicando il nastro "no, questo è quasi finito, magari il prossimo" promise (l'anno dopo Allen andò nel backstage di un concerto a Kansas City, dove entrambi erano impegnati. Allen tirò fuori la sua macchina e cominciò a fare foto. "Ti pagherò per non fare questo!" lo implorò Dylan. "Ma noi abbiamo un accordo!" protestò Allen "credevo di lavorare per la copertina del tuo prossimo album!" (state attenti fans...). Allen spiegò che stavamo preparando un libro di foto per un editore della West Coast, che gli aveva chiesto di scrivere anche le didascalie.
Dylan si dimostrò entusiasta "Ho una grande idea. Mandami un po' di foto e scriverò le didascalie. Possiamo fare questo libro insieme!" Allen sembrò sorpreso "Già, sicuro" disse, un po' sconcertato "sicuro, amico".
"Scriverò delle piccole storie per ognuna". Una settimana dopo Allen chiamò l'ufficio di Dylan per mettersi d'accordo. "Sai che non potresti mai più rivedere quelle foto?", avvertì la segretaria di Dylan. Allen ci ripensò e decise di chiedere il parere di Robert Frank. "Sicuro, perchè no replicò Frank, "ne vale il rischio". Alcuni mesi dopo Allen chiamò per riavere le foto. Il pacco non era mai stato aperto.
Allen poi gli mostrò un'edizione del suo libro White Shroud, illustrato da Francesco Clemente e stampato a mano in India. Dylan lo osservò attentamente, in silenzio e a lungo, impressionato dall'accuratezza della stampa: "Quanto costa?" chiese. Poiche avevo preso io il libro, lo chiese a me. "20 dollari" risposi. "E quanti ne avete fatti?". "Ne abbiamo fatti cento".
"Quanto ci guadagna l'artista?" chiese. Non penso che diventò così "terraterra" da voler sapere il lato materiale e pratico del libro, ma dopotutto, pensai dopo, difficilmente mi sarei aspettato di star lì a parlare di estetica.
Allen cercò di interessare Dylan nell'andare a insegnare canzoni al Naropa Institute a Boulder quell'estate; Dylan sgattaiolò via e si recò nell'ufficio di Allen, fuori della cucina. Guardò la scrivania. "È qui che
scrivi le tue poesie?" chiese. "No, scrivo la maggior parte delle mie poesie su dei notes. Le batto a macchina qui".
Dylan osservò una parete piena di libri. "Vedi ancora Burroughs?" chiese. "Lo vedrò a Boulder la prossima settimana" rispose Allen. "Digli.. digli che l'ho letto" Dylan balbettava, "e credo ad ogni parola che lui dice".
Erano circa le 2.30 del mattino e Dylan salutò. Allen lo accompagnò alla porta e gli disse buonanotte. Il giorno dopo telefonai all'appartamento. Rispose Harry Smith. Gli chiesi come mai la sera prima non si fosse alzato e mormorò qualche scusa, ma mi disse quanto gli era sembrata umana la voce di Dylan. Penso che questa sia la descrizione più adatta di quest'uomo.
da "Bob Dylan - 50th Anniversary 1941 - 1991" (Quaderni del disastro - Supplemento al n. 165 - ottobre 1991 - della rivista Il Mucchio Selvaggio) - Traduzione di Paolo Vites
 
 
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