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by Tommaso
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Nelle mappe geografiche dylaniane, "New Morning" è
un puntolino insignificante, sperduto non si sa dove tra le colline del
country-pop, spesso trascurato anche dai cartografi più puntigliosi.
Un album che c'è e non c'è, trattato nelle
enciclopedie del rock quasi solo nelle note a piè di pagina.
Non sono pochi a ritenere che questa scarsa considerazione
"New Morning" se la meriti ampiamente.
Sono pochi invece quelli che ogni tanto provano ad inoltrarsi
nei viottoli e nei cortili della sua strana planimetria musicale, per scrutare
da una porta, da una finestra lasciate inavvertitamente socchiuse, tentando
di gettare un'occhiata all'interno di una di quelle colorate canzoni, e
cercare così di meglio inquadrare questo bislacco album.
A volte chi scrive ci prova, ma ogni suo tentativo in
tal senso si risolve puntualmente in un fallimento; ogni porta è
sbarrata, sbirciare dalle finestre per spiare gli interni è inutile,
spesse tende impediscono la vista.
Così, come un povero vagabondo "senza famiglia
o amici", mi ritrovo ogni volta a vagare tra le canzoni di "New Morning"
senza mai ricevere reale ospitalità, trattato con gentilezza ma
sempre fermamente tenuto a distanza.
"New Morning" non è un capolavoro, ma a mio parere
è il disco che più di ogni altro rischia di somigliare al
suo autore.
Anche "John Wesley Harding" pochi anni prima (ma sembrano
secoli) era stato impenetrabile e criptico.
Ma quell'impenetrabilità profumava di fascino
e mistero, dietro quelle finestre cieche e quelle porte sbarrate si intuivano
stanze visitate da inquietanti presenze ed echi arcani; autentico gotico
americano insomma.
Dietro alle (apparentemente) solari facciate di "New
Morning" invece si immaginano stanze vuote e impolverate, o forse nemmeno
quelle, ma solo i tralicci che sostengono le scenografie di un paese finto.
Ma è proprio questa sorta di vuotezza una delle
chiavi di lettura dell'album e motivo del suo fascino obliquo.
Dylan non sembra aver niente da dire, ma vuole dirlo
lo stesso.
"New Morning" è un disco paradossalmente fin troppo
esplicito. Dice tutto senza dire niente.
E' semplice spiegare cosa non è: non è
un'affettuosa parodia alla "Nashville Skyline", nè una masochista
decostruzione alla "Selfportrait"; ma è decisamente più complicato
spiegare cosa, in concreto, è.
Uno svagato viaggio attraverso gli standard musicali
d'America? Potrebbe andare, in effetti in questo disco Dylan si diverte
a giocare con i generi, conducendo la musica attraverso moduli perfettamente
codificati, ma alla fine si finisce quasi sempre in un vicolo cieco.
Prese da sole quasi tutte le canzoni del disco hanno
un loro perché, è il disegno generale che sfugge.
L'originale destinazione teatrale di alcune delle composizioni
non aiuta; sfido chiunque a capire, solo ascoltando il disco, di che accidenti
avrebbe parlato la rappresentazione teatrale che doveva esserne tratta.
Nell'atmosfera ovattata e distante di alcune canzoni
c'è un che di inquietante, un'impalpabile sensazione di disfacimento
e claustrofobia.
In "Went To See the Gipsy", cronaca surreale di una visita
a Elvis Presley, è inquietante la lucidità con cui Dylan
fotografa quel senso di isolamento, di realtà deformata, che modellavano
la gabbia dorata in cui il Re del Rock si era volontariamente rinchiuso
negli ultimi anni della sua vita.
Presley ai tempi era ancora vivo e attivo, ma la canzone
ne parla già come uno spettro dell'immaginario collettivo, un cadavere
ambulante che si limita a recitare stancamente il proprio mito.
Anche troppo facile leggervi la paura di Dylan di fare
una fine analoga.
"Day of the Locusts" è altrettanto sottilmente
sinistra, la cronaca di un banale avvenimento mondano diventa lo specchio
di una realtà già in decomposizione, che puzza di morte e
i cui personaggi possono significativamente esplodere come bubboni.
Le locuste non sono presagio di piaghe bibliche, perché
per Dylan la fine del mondo o, meglio, della realtà si è
già consumata.
L'apocalisse prossima ventura, protagonista nella musica
di Dylan fino ad allora, è superata, "Day of the Locusts" è
già calata nelle atmosfere di un bizzarro e indolente dopo-bomba.
Un dopo-bomba che per Dylan era probabilmente soprattutto
musicale.
E la Bomba era stata il movimento psichedelico, che nel
breve arco di un paio d'anni, tra il '67 e il '68, aveva fatto esplodere
il concetto stesso di canzone e scardinato la musica popolare.
Solo quattro anni prima (solo quattro!) con "Highway
61 Revisited" e "Blonde on Blonde" era stato l'apprendista stregone che
aveva plasmato quella nuova musica, che poi però gli era scivolata
tra le mani ed era andata ad attorcigliarsi, dilatarsi e pervertirsi in
forme e modi che lui forse mai avrebbe saputo e voluto immaginare.
Non è difficile supporre che Dylan mal sopportasse
la scena musicale alternativa dell'epoca, troppo iconoclasta, troppo "free",
troppo surreale, troppo capricciosa, troppo distante da quei modelli tradizionali
al quale lui sempre e comunque si rifaceva.
In quel tramonto degli anni Sessanta, stava indiscutibilmente
succedendo qualcosa, ma Mister Dylan non sapeva, nè voleva, capire
cosa.
Come al solito, a quei tempi, per Dylan l'unico appiglio
nello smarrimento è rappresentato dal rapporto di coppia, qui declinato
nel sua concezione più bucolica e pantofolaia.
"If not for you", "New Morning" e "The Man in Me" sono
comode e confortevoli ballate country-pop, forse un po' convenzionali ma
con il pregio, rispetto agli album immediatamente precedenti, di una ritrovata
sincerità e freschezza melodica.
"One More Weekend" è un piccolo blues simpaticamente
prevedibile, opportunamente piazzato per spezzare le atmosfere zuccherine.
Nella sua semplicità e nel suo romanticismo sornione
"Winterlude" è la più graziosa del mazzo; un autentico gioiellino.
Come sempre in Dylan, il rapporto a due è vissuto
in maniera da escludere la realtà esterna; forse per la loro estraneità
rispetto al mondo musicale a cui (volente o nolente) Dylan appartiene,
in queste canzoni si ha quasi l'impressione che la realtà esterna
non esista nemmeno, come provenissero da un bunker mentale.
Le canzoni restanti sono quanto di più singolare
abbia mai realizzato Dylan nella sua carriera.
Sono queste che probabilmente denunciano più delle
altre l'origine teatrale dell'intera opera.
"Time Passes Slowly" è una non-canzone che sembra
uscita direttamente da "Selfportrait", un rhythm 'n' blues zoppo, anzi
senza entrambe le gambe, che si trascina faticosamente sulle mani. Un pasticcio.
"If Dogs Run Free" è un Jazz confidenziale come
mai si sarebbe pensato di poter udire uscire dalla bocca di Dylan. Tra
duecento anni, quando tutte le differenze e le sfumature che oggi vediamo
nella musica moderna non avranno più senso, potrà forse sembrare
normale che Dylan possa aver composto e soprattutto pubblicato una canzone
simile. A distanza di trent'anni lo smarrimento resta.
"Sign On the Window" è un'altra canzone che sconcerta.
Domina lo stile Broadway ma con toni parecchio dimessi. Ad un certo punto
spunta fuori anche un flauto alla Donovan, ma è solo l'ennesima
bizzarria che sembra non portare da nessuna parte.
Appunto per gli appassionati di fumetti: i cartelli di
avvertimento di cui parla la canzone non possono non far venire in mente
i cartelli attorno al deposito di Zio Paperone.
Il talkin' country "Three Angels" e la preghiera "Father
of Night" sono affascinanti quanto surreali.
I testi finalmente entrano in contatto con la melodie
e gli arrangiamenti. Un ipotesi irrisolta ma sfiziosa di riproporre le
atmosfere di "John Wesley Harding" in salsa hollywoodiana.
Resta da commentare l'ennesima trasformazione vocale
di Dylan operata in questo disco.
Questa volta il Nostro sfodera una sfumatura dolcemente
roca, alla Rod Stewart, che mai aveva fatto capolino nelle sue prove precedenti
e che mai si risentirà (l'arròcchimento corvesco degli ultimi
dischi è di tutt'altro genere). Tanto per ribadire che "New Morning"
è la più strana parentesi delle tante parentesi che formano
la carriera di Dylan.
Tommaso

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