Racconti dal never-ending tour

Bologna - Concerto......

Dopo una giornata passata a visitare i vari siti di interesse di Bologna e un tempo incerto si arriva al Palamaguti.

Nonostante i soldi spesi per il biglietto 46 euro+prevendita ci sistemiamo al posto prenotato gradinata Est L, devo dire che la posizione e' buona non ottima, si vede sia lo sfondo del palco, una sorta di drappeggio di color rosso vermiglio che si aprira' durante il concerto lasciando uno sfondo di cielo notturno stellato, che la "pianola di Bob" in posizione a noi frontale.

La solita introduzione vocale poco dopo le 21.00 e sale Bob con il resto della Band, ovviamente si posiziona nella sua zona preferita e cioe' dietro la "pianola".

Accolto dal boato,vestito in completo nero, camicia, pantaloni e cappello nero qualcuno ha detto alla "Zorro", Bob inizia a scaldare bene l'ambiente con una rockeggiante Maggie's Farm. E devo dire che dopo le prime 4 songs si sente che Dylan e' ben concentrato, la voce e' molto decisa e la band gira bene, e rimarra' cosi fino la fine del concerto.

Molto bella a mio avviso Hard Rain e bellissima la Girl of the North Country queste due cantate e rivisitate in un arrangiamento che non avevo sentito negli altri concerti live.

Il concerto e' stato un bel sano rock ma....

Ma stiamo sempre li', Dylan che nel suo cappello ha circa 400 ? forse di piu' songs tira fuori sempre quelle, da diversi anni non cambia e non si sa il motivo del perche' non lo faccia; per quanto vuoi introdurre qualche chitarrista diverso il sound va a finire che e' sempre quello, anche se diverso, e ti accorgi che e' un "gia' sentito", e quel qualche cosa di diverso che si nota, o che puoi notare, sinceramente e' troppo poco.

Inoltre avendo a disposizione sempre le stesse songs tipo Sugar Baby - Down Along The Cove - Cold Irons Bound - Tweedle Dee & Tweedle Dum e il solito set finale si ha poi la percezione di aver visto un concerto standardizzato, non c'e' improvvisazione di nessun genere, anzi mi sembra di non avere sentito nessuna sbavatura nella band e tanto meno un'introduzione sbagliata di Bob e della Band.

Il concerto di per se' devo dire e' stato energico, pochissimi accenni country e tutto o quasi rock, ma quando cambia? quando riprende la chitarra acustica? e soprattutto quando lascia la pianola? quando lascia un po' di spazio all'improvvisazione musicale, o meglio dire quando cambia tutta la band?

Al prossimo concerto.....

Stefano C.


Racconti dal never-ending tour

Mantova-Bologna-Duluth

I mantovani sono una brutta razza. Io appartengo alla peggiore schiatta di questa genìa, cioè gli alto-mantovani. Poi ci sono i cittadini e i bassi mantovani. I primi sono lombardi, gli altri emilianeggianti. Però siamo tutti mantovani.

Un mantovano fuori sede, per esempio a Bologna per motivi di studio (anche se poi non studia) come me, è e rimane un mantovano. Lancia sempre segni di riconoscimento per poter individuare un conterraneo. Poi ci si incontra e si parla di poche cose: quanto è buono il risotto con le salamelle, qui a Bologna non lo fanno, e soprattutto del Mantova che fa sfracelli in serie B. Un mantovano fuori sede continua a parlare mantovano. Alcuni, come me, abitano in un appartamento studentesco popolato da soli mantovani. L'italiano è la seconda lingua. Malsopportata, tra l'altro. Il mantovano è bello perché è quasi incivile: prendete un discorso di un mantovano, togliete le bestemmie e non sta più in piedi, mancano i nessi, le congiunzioni. Toglietegli i saluti fatti solo tramite insulti pesanti ai parenti del prossimo e non ne rimarrà che un mantovano triste. Perché poi il mantovano si impegna, ma ad essere fine non ci riesce. Però sono compagnoni. Ma questo non c'entra nulla.

Allora c'è il concerto di Bob Dylan a Bologna e il mantovano dylaniano ci va di fisso. Organizza un incontro in osteria con la gente di Internet, si discute e ci si diverte.

Poi c'era Tulipe, che con la mia chitarra, che io avevo preso su per far bella figura, ha cantato come Joan Baez  e mi ha smerdato. Bravissima, però, gran voce e grande anticipazione del concerto (ha fatto Hard Rain). Io lì con la chitarrina sdleng-sdleng, ho fatto una strofa di My Back Pages e mi ha interrotto l'arrivo dei primi piatti. Le forze in campo non erano eque.

Dopo pagato di resto veniva un euro a testa e io ridistribuisco la moneta ma Claudia di Roma non la vuole. Dice: la lascio di mancia. Oh, grazie, dico io.

I pazzi vanno sotto i cancelli del Palamalagutti alle 3. I mantovani no, perché non han mica del buontempo. Io ho aspettato le sette, come cristo comanda, con il mio amico Francesco. Poi a far la fila si socializza con la gente. Incontro Giulia di Padova, come previsto, e auspichiamo una Senor che non verrà (a presto, Giulia, prima o poi vengo a Padova). Una tizia non voleva credere che Crema fosse in provincia di Cremona. Io gli dico, sì, Crema è lì. Ma è stupido, fa lei! Crema in provincia di Cremona, mi prendono in giro! Perché, faccio io, i cremonesi non sono mica intelligenti. E già, qui dimostro di essere mantovano e di odiare, per campanilismo, i cremonesi, parlando della loro stupidità, luogo comune locale. Tanto sono stupidi veramente.

Entriamo pacifici dentro e siamo abbastanza vicini al palco. Scommettiamo sulla set-list con dei tizi veneti lì di fianco a noi.
Lui parte quasi puntuale. Maggie's Farm gli esce bene. Io prendo Francesco e comincio a dargli dei pugni: sta cantando, miracolo, sta cantando! Non in ordine: meravigliosa It's alright ma, potente Highway 61. Hard Rain l'ha fatta ottimamente: la partecipazione corale del pubblico è stata una cosa unica. Tutti, alla fine dalla prima strofa, cantano il ritornello com'era su Freewheeling. Ma lui lo fa diverso. Non vuole che cantiamo, lo fa diverso. Un pubblico svedese avrebbe pensato: Väffänkülø Bøb Dylän, nön ci fuöi far käntare, e si sarebbe seduto glaciale sulle sue poltroncine di ghiaccio nel palaghiaccio di Ghiacciolund. Però noi siamo italiani e se abbiamo voglia di cantare, percristo, cantiamo come lui. Allora, imparata l'antifona, non c'è Bob Dylan che tenga: ci siamo piegati a dire hard quando lo diceva lui. Lui ha fatto grunt e snort, infastidito, ma in Italia si fa così! Era bello, Bob Dylan: lanciava occhiate quando gli strumentisti chiedevano il permesso per partire in assolo e lo accordava con un sorriso intimidatorio. Finito il loro momento di gloria, gli chiedevano scusa. Mi è piaciuto un sacco il chitarrista vecchietto, Freeman, e il tizio alla slide, che sembrava uscito da un cine anni cinquanta. Poi Bob ha fatto delle robe strane: tutte le volte che iniziava la canzone andava a prendere l'armonica e faceva una nota una. Poi non la suonava. Che robe! Forse doveva prendere la nota per cantare o non lo so. E alla fine quando è andato davanti a prendere l'applauso era lì con le armoniche in mano come il turibolo dell'incenso. Che la Hohner sia lo sponsor tecnico di Dylan? Poi ballava, rideva, ha fatto un improbabile assolo di piano e ha cantato bene. Never Gonna Be The Same Again non mi piace e non so che farci, pazienza, Summer Days ha rotto l'anima. Però mi è piaciuto, più che a Stra l'anno scorso, e ha fatto una gran Sugar Baby, una ottima Love Minus Zero, poi Stuck, Cold Irons Bound (possente!) e i due rodati bis, un po' rovinati dall'up-singing, ma bellissimi. E quando a presentato la band ha detto da dove venivano i musici, Kimball di Boston, Herron del Tennensee, due di New Orleans eccetera. A parte che non gliene fregava niente a nessuno, però m'è venuto da pensare che se era italiano non faceva così effetto dire al basso Bufalini da Faenza, alla chitarra Di Lallo dalla Basilicata, alla zampogna Ballardini di Ponte di Legno alta valle Camonica, alla batteria Bolzacchini di Mantova. Era tutto diverso. Poi se Dylan era italiano mica scriveva Catfish sul giocatore di baseball. Scriveva Burgnich su quello dell'Inter ('Burgnich, l'òmm da un miliòn, nissoen stopa el balòn cuma lü l'è bòn' cioè l'uomo da un milione, nessuno stoppa il pallone come Burgnich sa fare)
Poi nell'uscire sento voci con un accento familiare che dicono 'al m'è mia piasù di mondi' e allora chiedo se sono di Mantova. Sono di Mirandola (MO). Bastardi di confine. Un mantovano fuori sede si può anche sbagliare a riconoscere l'accento, però va a letto felice e domani torna a casa e continua a fare it's a hard it's a hard etc. nella zucca e adesso va a suonarla. Perché Bob Dylan c'ha i poteri.
Michele "hound dog (ma cavoli, c'è già un altro con 'sto soprannome)" Mari


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)

Come per ogni altro suo concerto, i commenti si sprecano, ma è giusto così. Nessuno, infatti, nel panorama odierno della musica internazionale, riesce a mantenere alta l'attenzione su un repertorio che in fin dei conti, è pur sempre risalente agli anni '60 (forse neppure Paul McCartney ci riuscirebbe se cantasse Yesterday per cento serate all'anno in tutto il mondo).  Segno, questo, della vitalità di quei brani, che Dylan ripropone con sistematica a tediosa cadenza ad ogni suo show. L'attenzione, malgrado tutto, resta alta, un po' per il suo carisma, un po', certamente,  per  il magnetismo stesso delle composizioni. Sicuramente, però, la chiave di volta di questo successo che si registra ormai da diversi anni è costituita dal 'revisionismo' sonoro dell'opera dylaniana, operazione intelligente e lungimirante che ha toccato i cuori di un popolo 'rock' ormai molto esteso, e che mai avrebbe potuto in questi anni accostarsi a un Dylan acustico e cantautorale oggi difficile da reggere. Sono passati quarant'anni da 'Another Side Of Bob Dylan' e 'The Times They Are A Changin' ' , dischi rivoluzionari nella scena
musicale di quell'epoca, ma oggi praticamente inaccessibili a un pubblico che ha ingerito trent'anni di musica cantautorale mutuata da quegli standard. Se Bob oggi continuasse a suonare e cantare così apparirebbe privo di originalità, per quanto è stato poi imitato. Gli imitatori hanno inflazionato la sua idea originaria. Oggi è un problema procedere su quella strada, persino per De Gregori, per Bennato, per chiunque. Tutti cercano un'evoluzione, almeno sonora. E quella di Dylan, quella di questi anni, è stata, come al solito, devastante. Il folk elettrico esplode nei suoi concerti in modo strabiliante, le sue band sono state talmente forti da consentire a Bob persino di abdicare al suo ruolo di chitarrista (la chitarra è sempre stata una sorta di protesi della sua immagine: vederlo in questi anni dietro una tastiera è già, solo questa, una novità straordinaria che stupisce ogni volta, alla quale non ci si abitua, di fronte alla quale non ci si rassegna, ma al tempo stesso è una sollecitazione che incuriosisce, che attira l'attenzione).
Votarsi a interpretazioni volutamente molto rock del suo repertorio è stata, dunque, una scelta azzeccata. Ha rivitalizzato i brani, li ha avvicinati all'orecchio del pubblico di oggi (anche dei giovanissimi), e soprattutto, ha costituito un motivo di recupero di una tradizione di rock'n'roll americano, di rockabilly e folk rock (quella che Bob esprime in 'Twedlee Dee' e 'Summer Days', brani che non a caso non esclude mai dal repertorio, così come pure non vengono mai escluse le 'Highway 61' e 'All Along The Watchtower', proprio per dare un trend marcatamente rock alle sue esibizioni di oggi). Questa innovazione ha poi anche comportato, di conseguenza, il definitivo abbandono del tipico cantare dylaniano nasale e tutto di petto, a favore di un'interpretazione da crooner rock blues.
Segno, anche questo, dell'intelligenza musicale di Bob, artista che ha sempre dovuto scendere a patti con la sua voce e arrivare con la forza imperiosa dell'interpretazione là dove non riusciva ad arrivare con la sola attitudine naturale delle sue corde vocali. Se in 'Nashville Skyline' , come diceva Eric Clapton, 'cercava di assomigliare ai grandi crooner del country' (come Hank Williams, o Johnny Cash), elaborando un modo di cantare particolare ma forse un po' lezioso, oggi, veleggiando verso i 70 anni, non poteva, il nostro, che cercare un giusto avvicinamento ai canoni del cantare rock blues,  a uno stile che quasi si avvicina a un John Lee Hooker e a tutti gli altri giganti del genere: quelli che possono cantare anche a 80 anni, con una voce divenuta rauca, più profonda e tagliente (proprio come ha cantato Bob a Bologna 'It's All right Ma' : sublime!).
Il concerto, quindi, va letto in questa ottica. E in tal senso, non può che considerarsi eccezionale, anche se il repertorio appare blindato sulle sedici canzoni più o meno tipiche di queste ultime tournee. Le 'new entries', come tutti rilevano con disappunto, sono sempre pochissime, c'è meno voglia di sperimentare (insomma, ha anche un'età, la stanchezza si deve pur concedere agli umani!). Va detto, in tutta onestà, che stavolta, anche le interpretazioni elettriche della band sono apparse più costruite del solito, gli assoli erano molto preparati, in particolare quelli di Danny Freeman, che apparivano quasi 'jazzistici' in alcuni
momenti: niente a che vedere, ad esempio con il lacerante assolo di Charlie Sexton a Roma, 1° novembre 2003, al Palaeur, che scatenò su 'Summer Days' l'improvvisazione di un folk elettrico chitarristico da passare alla storia. La tournee attuale non concede grosse aperture a questo tipo di performance, e anche Stu Kimball appare molto 'controllato' (quando suonava con Larry Campbell, per esempio a Strà e a Cernobbio, doveva necessariamente  raccogliere la sfida elettrica di Larry, sempre brillante e meno prevedibile, e quindi in qualche modo era costretto a superare la propria indole chitarristica tendenzialmente ortodossa). L'inserimento, comunque di Donnie Herron, è un punto di novità del sound, che è apparso molto curato, forse in certi momenti anche più che nei concerti 2003 e 2004. Le ricercatezze, ad esempio, si sono registrate in 'Girl From The North Country', brano stravolto, ma in modo intenso, poetico e ragionato. Non è stata una versione scadente, assolutamente no. E' stata solo molto diversa, quasi irriconoscibile, ma di grandissimo livello. E' solo il desiderio dei fans - quello di pretendere l'interpretazione più nota e classica - a rendere  prevenuto il pubblico: in realtà, la versione offerta è stata, a ben vedere, la novità più forte di tutto lo show. Immensa, poi, 'It's All Right Ma', 'Highway 61' che in questa veste può reggere per i prossimi due secoli, e molto felice anche la 'Down Along The Cove', specchio del Dylan di oggi, anche se già sentita nelle precedenti tournee più o meno allo stesso modo. Il resto è ripetizione ordinaria, con qualche momento di 'assuefazione' dei fans (personalmente, 'Hard Rain' me la sarei evitata, 'Stuck Inside' pure. Dovrebbe capire, Bob, che il suo è un pubblico ormai molto assiduo, non ogni ripetizione sistematica può risultare condivisibile).
Nel complesso, comunque, la serata risulta pur sempre ai massimi livelli, caratterizzata da notevole concentrazione di tutti i musicisti e di Bob, e da una voluta cura e attenzione. Concerto 'di precisione', insomma.
Giuseppe Basile 


Racconti dal never-ending tour
«Ladies and Gentlemen: Bob Dylan!!»

«Ladies and Gentlemen: Bob Dylan!!» : sarebbe potuto bastare quell'annuncio, quella voce che presentava una delle icone della storia del rock e della musica; sarebbe potuto bastare vedere Dylan a pochi metri di distanza, sentire quel brivido che ti percorre per rendere già indimenticabili quei 1200 km tra andata e ritorno (in meno di 24 ore..) da Corato a Casalecchio di Reno. Ma certo non poteva finire lì, anzi il bello si può dire iniziava proprio lì. In realtà iniziava qualche mese prima, alla notizia delle due tappe italiane (Bologna e Milano) nella tournee europea che Bob Dylan iniziava a metà ottobre : era un occasione troppo ghiotta, irripetibile, immancabile specie per chi dal menestrello di Duluth è ogni volta scosso, rigenerato,stupito. Come chi vi scrive che non  poteva non esserci.

Si compra il biglietto : Casalecchio di Reno, 10 novembre, Bob Dylan and His Band, ore 21:00. Parte il countdown verso quel giorno, che arriva finalmente.

Si parte giovedì 10 novembre alle ore 11:30, arrivo alle 18:00 al cospetto di un maestoso palazzetto, il PalaMalaguti teatro dei successi della Fortitudo Bologna e che per una sera si trasforma nella casa  di tutti i dylaniani d'Italia. L'aria del grande evento è tangibile già all'esterno dell'impianto, con i primi fans che già braccavano i cancelli aspettando che qualcuno aprisse i cancelli, cancellando ogni barriera tra sé e la storia, se mai ce ne fosse. Si entra alle 20:00.. manca un'ora e poi si potrà vedere con i propri occhi sua Maestà Robert Allen Zimmermann. L'attesa la si tocca con i primi battiti di mano, con le ipotesi riguardo la scaletta delle canzoni... Tutto per ingannare il tempo... Che scorre lento, lento, altro che rock (Celentano docet..)..

Poi finalmente arrivano le 21:07, le luci si abbassano, parte la presentazione: «Ladies and Gentlemen: Bob Dylan!!»..

Eccolo Bob, completo nero e il classico cappello che non manca mai , posizionarsi stranamente alla tastiera che non abbandonerà mai per tutto il concerto e sfornare una serie di pezzi rock, molto lontani dal primo Dylan, quello chitarra acustica-voce dei primi anni (quello di Bob Dylan The Freewheelin 1962, per intenderci). E anche quando ripropone hit di quel periodo, a metà esibizione parte con A Hard Rain's Gonna Fall, lo fa alla sua maniera : le stravolge interamente, le fa diventare come appena scritte, irriconoscibili. Bisogna infatti essere attentissimi alle parole ('Oh where have you been, my blue eyed son') per riconoscere la canzone nata dopo la crisi di Cuba del '62. E poi non eravamo abituati a vederlo per un intero concerto esclusivamente al piano, 'emulando' nei movimenti quel Jerry Lee Lewis, leggenda del rock 'n' roll. Torna a calarsi nei panni del menestrello solo quando a tratti imbocca la sua immancabile armonica.

E' un Dylan che però è inconfondibile per la sua voce, una voce cruda, nasale, potremmo dire stonata, sbattuta in faccia da oltre 40 anni a tutti i puritani della musica e ai teorici della voce melodica e 'pulita'. A tratti sembra quasi una cantilena, anomala perché incredibilmente accattivante e affascinante, che trascina i circa 4000 del Palamalaguti. Un pubblico misto e variegato, con i padri accanto ai figli (caso personale), ennesima dimostrazione di come la musica non abbia età, generazioni o scadenze temporali : Bob ha portato il 'reduce' sessantottino che ricorda magari nostalgicamente i suoi anni e il figlio che ha scoperto in quelle note un significato più ampio di quello esclusivamente musicale.

Arrivano le 22 : 40, Dylan abbandona il palco con la sua band, sembra davvero tutto finito, poi torna acclamato dal pubblico e rispettando pienamente un copione non scritto ma ormai rituale di un concerto. Riprende con: "Once upon a time you dressed so fine.."..la canzone che la celebre rivista americana Rolling Stone ha decretato come la più bella in 50 anni di rock e che accende la platea : Like A Rolling Stone. Poi attacca con un altro classico della produzione dylaniana, quella All Along The Watchtower interpretata anche da Jimi Hendrix e che fa calare il sipario alla serata.

Bob abbandona il palco, definitivamente questa volta, vane tutte quelle urla per farlo tornare indietro (..Come back Bob, come back..), le luci si riaccendono spegnendo due ore vissute con la pelle d'oca addosso.

Signori giù il cappello.. anzi tutti con il cappello... alla Dylan ovviamente.

Vincenzo Pastore


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)

Reduce dal concerto di Bologna provo a tirare un po´ le somme di quanto visto e sentito. Mi ero ripromesso, dopo il moscio concerto del 2001 a La Spezia di non andare più a vedere zimmy dal vivo, dopo averlo seguito ininterrottamente sin dall´84. Anche i pochi bootlegs post 2001 mi avevano confermato nell´idea. Ma tant´è, visto che la mia compagna e mia figlia (quattro anni e mezzo, una passione per i Blues Brothers ed al suo secondo concerto dal vivo con regolamentare passeggino) non l´avevano mai visto ho colto l´occasione di passare a trovare mio fratello a Bologna e insieme a lui siamo andati al Palamalaguti. Per la strada mi ero nel frattempo premurato di avvisare le mie due donne che non si dovevano aspettare granchè, che aveva la voce da licantropo ecc. Insomma avevo messo le mani avanti, come si suol, dire. Inizia lo show, siamo posizionati di una decina di metri di fronte al mixer, quindi in ottima posizione per sentire e vedere.
Si parte con Maggie´s, senza infamia e senza lode e via via che lo show procede si scivola in una scaletta di maniera e, soprattutto, in una serie di interpretazioni scolorite, mosce e francamente irritanti.
Per es. durante HW61 quando le cose cominciano a girare un po´ il nostro riporta tutto a terra, addormenta i pezzi.
Dalle prime file probabilmente la percezione è diversa, il coinvolgimento emotivo maggiore, ma da dove mi trovo io ad un certo punto partono anche dei solenni fischi, e non di approvazione. Altro aspetto per me rilevante è la presenza di tre o 4 pezzi da L&T (tra l´altro i più deboli, mica ha fatto Mississippi o Highwater il vecchiaccio), disco a mio parere tra i più loffi dell´intera carriera (lo so, qui piace quasi a tutti, ma io la penso come il buon vecchio Bertoncelli) e se a questo si aggiungono:
- una stravolta North Country da urlare vendetta al cielo
- la moscia versione di Menphis Blues che fa purtroppo scopa con una altrettanto scazzata Love Minus zero
- HW61 con i difetti già riportati
- Hard Rain così e così
- L´ennesima inutile LARS e la routinaria Wacthtower
non posso che concludere che non ci sarà per me un´altra volta al cospetto di messer zimmy. Abbiamo già dato, basta così.
Una nota positiva è invece il fatto che a Bologna ho finalmente trovato il DVD di Scorsese. Ragazzi, lì si che era elettrico, un tarantolato!
Mi risparmio i commenti sulla band............ anzi no: sono degli onesti mestieranti, braccia rubate all´agricoltura. Il chitarrista che stava alla sinistra, vicino alla batteria sembrava addirittura alle prese con i rudimenti dello strumento e l´altro sembra imbalsamato nei più triti clichè. Stendo ovviamente un pietoso velo sul pianista giusto perché "non si spara sul pianista"
Dopo questa roba ho rivalutato, e alla grande, alla grandissima gli show dell´84 che all'epoca, a parte l'emozione della prima volta, non mi avevano poi così colpito.
Francesco


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)

L'attesa davanti ai cancelli è lunga e faticosa, ma il tempo scorre in fretta perché i dylaniani doc - quelli che come me arrivano sul luogo dell'evento molte ore prima del concerto - hanno sempre delle storie interessanti da raccontare. Così ci sono i ragazzi che qualche sera prima hanno intercettato il pullman di Dylan e lo hanno seguito fino alla sosta in un autogrill. Avrebbero voluto stringergli la mano, ma i fan del cantautore di Duluth hanno imparato a coglierne gli umori attraverso alcuni segni impercettibili che il Nostro, ostinatamente taciturno e introverso, a volte lascia trasparire attraverso uno sguardo che intimorisce anche i più coraggiosi e spavaldi. Ci sono quelli che hanno seguito già i concerti nel Nord Europa e partiranno per l'Inghilterra per assistere alla conclusione di questo tour europeo di Dylan. Al mio fianco si trovano le fan che arrivano dalla Germania: qualcuna ha i capelli biondi, altre grigi. C'è la ragazza che al mattino è riuscita a intrufolarsi nel backstage e con dieci anni di conservatorio sulle spalle ha incantato i tecnici di Dylan improvvisando un assolo di armonica. Mostra a tutti le foto degli strumenti del gruppo perché quasi non crede lei stessa di essere stata a un passo dall'incontro con la 'leggenda'. I suoi sogni si sono infranti quando la security l'ha cacciata in malo modo e adesso è insieme a tutti gli altri, in fila, al freddo, anche se non lo sente. Qualcuno diffonde la notizia che questo probabilmente sarà l'ultimo tour europeo di Dylan e il panico si diffonde tra la folla che, consapevole della non più giovane età del cantautore (classe 1941), tuttavia non vuole credere che questa possa essere la sua ultima apparizione italiana. Per alcuni è diventata una vera e propria forma di dipendenza, per altri una ragione di vita: anche qua a Casalecchio è immancabilmente presente una dylaniana che segue ininterrottamente tutti i concerti di Dylan sin quasi dall'esordio del 'Neverending Tour' (1988), la tourné infinita voluta dal cantautore che comprende cento, centocinquanta concerti all'anno. Anche a Casalecchio riesce a trovare il suo biglietto gratuito che ogni volta chiede fuori dai cancelli con un curioso cartello che distrugge ogni logica del bagarinaggio ('Cerco un biglietto gratis'). Del gruppo di Maggie's Farm riesco a salutare solo la mitica Anna "Duck". Gli altri - lo scoprirò solo in seguito - sono qualche metro più indietro. Il pubblico è composto da almeno tre generazioni, ma i giovani e i giovanissimi, che scoprono Dylan in modo casuale (i suoi brani non vengono trasmessi per radio, né pubblicizzati), negli ultimi anni sembrano essere diventati la maggioranza. È una curiosissima fauna pacifica quella dei dylanofili. L'unica vera battaglia si consuma al momento dell'entrata, quando parte la corsa per raggiungere l'ambitissimo posto alle transenne. Anche stavolta, nonostante l'età (sono nata un mese prima della registrazione di 'Bringing It All Back Home' : ), conquisto un posto proprio sotto il palco in zona centrale. Sono a tre metri da Bob, anche se lui per tutta la serata guarderà sul lato destro, avendo collocato - come sempre - la tastiera in posizione ortogonale rispetto al pubblico (i suoi delicati occhi di ghiaccio non sopportano i continui flash delle macchine fotografiche).
Puntuale, Dylan sale sul palco e attacca senza esitazioni una eccellente Maggie's Farm, un brano inciso anche da David Bowie e dagli U2, che ne fecero un inno contro Margaret Thatcher. Bob sembra in buona serata e l'interpretazione di Tonight I?ll Be Stayin Here With You scalda particolarmente il pubblico femminile, da sempre sedotto dall'intelligenza e dalla voce intensa del cantautore. Molto buona anche la versione di It's All Right Ma' (I'm Only Bleeding), che scatena sempre degli applausi quando Dylan canta che 'persino il presidente degli Stati Uniti a volte deve presentarsi nudo'. È poi la volta di Love Minus Zero / No Limit, una delle migliori canzoni anti-romantiche di Dylan, che non viene tuttavia eseguita in modo eccelso (ne ho ascoltate versioni migliori). Discreta, anche se non memorabile, l'esecuzione di Down Along The Cove. Il momento più alto della serata si raggiunge però subito dopo con una versione assolutamente deliziosa di Girl Of The North Country. Dylan, come è noto, si diverte a interpretare sempre in modo diverso ogni suo brano (anche i testi subiscono delle modifiche nel corso degli anni). Non solo la 'scaletta' dei brani che esegue viene modificata ogni sera, ma uno stesso brano viene trasformato di esecuzione in esecuzione; da una serata all'altra i cambiamenti possono essere minimi e apprezzati solo dai dylanofili più incalliti, ma nel corso degli anni le canzoni subiscono dei veri e propri stravolgimenti soprattutto da un punto di vista musicale. È il caso di questa versione 'contrappuntata' di 'Girl Of The North Country' che conserva davvero poco del tessuto musicale originario. Non c'è da stupirsi se intorno a Dylan fiorisca uno scambio quantitativamente enorme di Bootlegs. Ogni concerto è unico e assolutamente diverso da ogni altro. E chi apprezza l'arte sa che è preferibile ascoltare anche un solo minuto di una interpretazione originale all'interno di un concerto non eccellente, piuttosto che una sequenza di esecuzioni impeccabili ma sempre identiche a se stesse.
Con il brano seguente si abbandona l'atmosfera acustica per tornare al rock-blues di Cold Irons Bound. Segue un'altra perla della serata: Never Gonna Be The Same Again. Dylan scandisce ogni parola in contrappunto rispetto alla melodia. L'effetto è straniante e razionalmente intenso: basterebbe la sola esecuzione di questo brano per comprendere le pagine riconoscenti che Dylan ha tributato a Brecht nel primo volume della sua autobiografia (Bob Dylan, 'Chronicles', traduzione di Alessandro Carrera, Milano, Feltrinelli, 2005).
Un brano classico come Highway 61 Revisited scalda un pubblico non sempre caloroso. Segue una crepuscolare Sugar Baby che precede una delle canzoni più amate da Dylan (la esegue molto spesso, anche se il pubblico non pare apprezzarla molto): Tweedle Dee & Tweedle Dum. Mentre spero che Dylan esegua 'Just Like A Woman', arriva un'altra canzone tratta da 'Blonde on Blonde': Stuck Inside of Mobile With The Memphis Blues Again, un blues coinvolgente che a onor del vero ho sentito eseguire da Dylan in modo migliore altre volte. Buona invece l'esecuzione di A Hard Rain?s A-Gonna Fall e coinvolgente come sempre il rock anni Cinquanta di Summer Days, tanto che si stenta a credere che il testo di questa canzone sia così tristemente malinconico.
Durante il consueto bis Dylan esegue due brani classici: Like A Rolling Stone e All Along The Watchtower. Sono due versioni di routine ma ascoltare questi due piccoli capolavori direttamente dalla voce dell'autore è comunque una esperienza unica. Dylan saluta con gesti compassati e ironici. Il pubblico della prima fila pensa già al concerto di Milano e io devo ricordarmi che ho un lavoro e troppi pochi soldi in tasca per partire alla volta del capoluogo lombardo...
Elena "Wallflower"


Racconti dal never-ending tour
“Ne ho avuto abbastanza della tua compagnia ” Disse…

Il cerchio si chiude. Da songwriter, a performer, a direttore artistico teatrale. Mentre la stampa è ancora ferma alla prima fase artistica di Bob, il cammino compiuto negli ultimi 25 anni almeno da Dylan  focalizza la sua attenzione sulla gestualità, sulla composizione scenica e cromatica, sul rito quotidiano del palco. Niente di eclatante e artificioso per carità, il protagonista del microfono vuoto al centro del palco non è Dylan, ma non è neppure che non esista, non è neppure  la segreta speranza attesa e disattesa che Dylan imbracci, fors’anche per una canzone, la vecchia chitarra acustica, sistemata dietro di lui e ritorni ad essere il menestrello, esecutore delle vecchie ballate.  Il protagonista di quel microfono vuoto è lo spettacolo stesso, del quale Dylan stesso è partecipe, ma di cui per sua stessa volontà e  accidentalmente anche il principale esecutore. La canzone stessa è la protagonista principale della serata e Dylan è il direttore artistico, nel quale ruotano il palco con le studiate rappresentazioni dei partecipanti.  In questo senso la vecchia chitarra fa parte dell’impianto scenografico, come la statuetta dell’oscar, quale, forse, simbologia un po’ criptica affidata al contesto e che Dylan dimostra di amare da sempre, dai tempi di Renaldo & Clara per giungere a Masked & Anonymous . Dylan è forse il cantante che ritorna in scena per un ultimo spettacolo, in quella figura decadente che ha rappresentato nel film citato e in Hearts of fire.
“His Band” riporta alla mente le vecchie band anni cinquanta, così come la studiata composizione di contrasto tra la Band e il protagonista nei loro abiti di scena. Quale ultimo indizio migliore, se non un sipario di velluto rosso che si alza a metà spettacolo alle spalle degli attori? Quale è lo spettacolo, chi sono gli attori e quando è iniziato? Dylan cessa di essere Dylan e diventa Renaldo come nel suo film ed è contemporaneamente protagonista e spettatore. Renaldo ascolta Bob Dylan che canta.
Gli attori che si riuniscono al termine dell’evento non per sorridere o inchinarsi davanti al doveroso tributo delle folle ma il più possibile impassibili a fare da personali spettatori alla fine dell’evento, dove l’armonica nelle mani di Dylan, forse anche per problemi contingenti, si trova a diventare partecipe della conclusione.
Dylan a Milano ha riso probabilmente per un passaggio sbagliato durante Memphis blues again, di un riso spontaneo e naturale, la folla ha risposto, come se si attendesse la partecipazione di uno spettatore, contenta di quello che stava ascoltando. Quindi lo spettacolo era buono, diverso, il protagonista è allegro. In questa sintesi stanno le attese di un popolo di fans che dopo aver ricevuto tanto da Dylan, dopo aver capito le sofferenze del “dolore senza senso”, coltivano le illusioni della “consapevolezza”, della non indispensabile risposta alle domande, ma della esistenza di una possibile via d’uscita. Non ha detto “ciao ragazzi come va, Milano è una bella città” ma ha riso, come ha riso sardonico la sera prima a Bologna dopo aver detto mi pare “merci beacoup”, come se avesse compreso che il francese fosse un tantino fuori luogo.
Bob ripercorre nelle sue scalette alcuni concetti chiari: non sarò quello che lavora per qualcuno e quindi faccio quello che voglio (apertura con maggie's farm), questa serà starò con voi ( I’ll be your baby tonight o tonight i’ll staying here with you),  e conclude con la citazione finale che, come ha, a mio avviso brillantemente sottolineato Cristopher Ricks, trasferisce la prima strofa ripetendola alla fine e quindi  il verso finale con cui si conclude il concerto  è “nessuno di loro lungo il confine sa quale sia il valore di ciò". La canzone finisce da dove era cominciata quindi, può essere un'esigenza per allungare  a tre gli intermezzi da dedicare agli assolo dei chitarristi, ma porta con sè anche una suggestiva interpretazione. Non pretendo che comprendiate quindi. Può una nota diversa di Mr Tambourine Man o una versione barocca di Girl of the north country (avremmo preferito la versione fedele all’originale? Ma suonata da chi?) cambiare realmente la strada di un concerto? Può l’assolo di un chitarrista più o meno convinto spostare di molto la situazione? Può fisicamente Dylan tornare a suonare  la chitarra per due ore ogni sera?. Prima di criticare perché ognuno non si pone onestamente la domanda se questa sia o meno una verità e se il suo spettacolo non sia intellettualmente onesto. Io mi sono dato una risposta. Sono particolari, come la ripetizione ossessiva di  Twedlee dee, ma si può veramente arrabbiarsi (anche se annoia un po’ anche me) con chi ci ripete verità come: “Stanno per prendere un tram che si chiama Desiderio…/ Il sogno dell'infanzia è un bisogno immortale / ed una nobile verità è un sacro credo…”
In questo quadro “Just like a woman” è a mio avviso l’highlight del concerto, non tanto per la partecipazione del pubblico (l’avevo già ascoltata a Monaco e Berlino), ma per il diverso approccio di Dylan che, contrariamente alle altre esibizioni, si trasforma passando da ascoltatore e voce solista con il controcanto del coro del pubblico, a corista stesso. Nelle altre esibizioni si era limitato invece ad essere solo la voce solista.
Per questo il cerchio si chiude davanti al microfono vuoto sistemato al centro del palco.
Può darsi che Dylan negli anni abbia fatto meglio, può darsi che ci siano spettacoli migliori e che qualcuno riesca a esprimere emozioni più grandi e riescano a farmi riflettere di più, fatemi il favore di segnalarmelo, perché, finora, non ho ancora trovato qualcuno che abbia provato ad andargli lontanamente vicino.

Michele Talo


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)

Non posso dire che non mi sia piaciuto, il concerto a Milano. E' Dylan, quindi è roba autentica. Ma come la gran parte di voi, so di aver assistito ad un concerto strandarizzato, che nella mia memoria si confonde già con quello di 2 o 3 anni fa.

Il problema è che è sempre stato Dylan il centro del concerto, in lui la sorpresa, l'attimo imprevisto, il colpo di genio. I musicisti, per quanto bravi, sono sempre stati la base, o il contorno, che potesse permettere al Bobby di esprimersi al meglio (o al peggio). Ora c'è invece più sorpresa nell'ascoltare l'assolo del chitarrista (quel grande signore occhialuto e semicalvo, che sembra un professore universitario) piuttosto che l'intepretazione vocale di Bob. Si, il chitarrista che noi vedevamo sulla destra mi è piaciuto molto, l'altro molto meno... ho letto che invece ad alcuni di voi non è piaciuto nessuno dei due.

Presumibilmente per precauzione (visto il tour 'infinito') , il nostro indulge in note gravi e non arrischia oltre a certe note più acute (penso possa trattarsi di un Re il limite max), anche se suppongo che se volesse potrebbe esibire un po' più di elasticità vocale. L'esiguità delle note ora a disposizione non gli permette certe sorprese d'intonazione alle quali ci aveva abituati, ancora protagoniste fino a pochi anni fa. In lay lady lay, per esempio, dopo l'entusiasmo della prima parte si avverte un certo tedio, legato proprio all'insistenza con cui Bob ripete le stesse note gravi da una strofa all'altra.

In realtà, più che nella nota in sé stessa, ora c'è comunque una 'variabile', e risiede nel timbro, nel modo in cui la nota viene cantata: rauca, sussurrata, nasale, profonda...ho notato che ad una stessa nota possono corrispondere diverse sfumature, e Bob sembra concentrato più su questo aspetto che sul sorprenderci con stravolglimenti ad 'elastico' delle sue melodie.

Allora qual è il problema? A mio avviso, il suono non favorisce che queste sfumature possano essere apprezzate in pieno: è infatti evidente una certa monotonia nell'ascoltare i brani più 'tirati', che per questioni di sound coprono certe sottigliezze vocali, mentre nei lenti (tra l'altro pochini) si apprezza qualche sfumatura in più. Anche qui, però, c'è troppo eco sulla voce di Bob e sugli strumenti, o riverbero, il suono è troppo 'da stadio', quasi si trattasse non della voce rauca e 'terribile' di un maestro 64enne, ma di Baglioni o Freddy Mercury (...)

La voce di Bob è potenzialmente più che mai espressiva, ora ha la presenza cupa di Johnny Cash, o degli eroi del blues che lui ama tanto, ma di un'espressività assai differente da quella sfoggiata in gloriosi anni passati. Necessiterebbe a mio avvviso di un suono più intimo e 'crudo', alla Oh Mercy, alla Tom Waits, alla Leonard Cohen. Qualcosa di intimo, fumoso, raccolto.

Sul concerto osservo qualche curiosità: una misura 'mangiata' non so se a causa di Bob o della band... qualcuno suona una nota fuori posto, e per non andare all'aria la band tira dritto con indifferenza. Mi pare sia accaduto in just like a woman. Poi, e fa uno strano effetto, Bob suona costantemente con l'armonica la scala blues, anche nei brani che blues non sono (ancora just like a woman, per esempio)... Io, che tempo fa avevo scritto su questo sito sostenendo che in 'shooting star' (live unplugged) bob avesse sbagliato una nota di armonica, sono colto ora dal dubbio che la cosa fosse già voluta... o più probabilmnete, quell'episodio può aver suggerito a bob la possibilità di farne una regola. Poi c'è quell'assolo su Forever Young, che ricalca volutamente lo stile di Robbie Robertson nella versione originale, ed è strambo sentire una chitarra nostalgica ed una voce invece più che mai lontano dallo stile di allora. Tra i brani che ho amato di più: Hollis Brown (che qui mi ha ricordato molto Highwater, ed è fatale che due brani così distanti nel tempo siano idealmente vicini), Maggie's Farm (forse semplicemente perchè la prima della serata), Boots of spanish leather (anche se ne avevo già sentita una versione live che mi era parsa più intensa), Just like a woman, forse Don't think twice. Ho trovato un po' noiosa Down Along Cove, Tweedle Dee, e probabilmente qualcos'altro che ora non ricordo.
Walter


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)









Se avessi assistito ad un qualsiasi altro concerto sarebbe stato tutto più facile. Avrei scritto la scaletta delle canzoni, i bis, avrei raccontato del pubblico che canta insieme al cantante e degli accendini accesi durante un pezzo lento. Ma questo non è un concerto come un altro. Questo è un concerto di Mr Zimmerman, in arte Bob Dylan. E mai il termine Arte è stato più appropriato.

Com'è stato il concerto? Coinvolgente, irreale, irripetibile, ironico, irriverente, divertente, emozionante, imprevedibile, impossibile.

Divertente è stato osservare il pubblico del parterre che prima del concerto cercava di capire dove diavolo si sarebbe nascosto Dylan una volta salito sul palco:

"Di solito si mette sul lato sinistro, ma dov'è la tastiera? Non la vedo…Comunque le casse sono messe in alto, non può fare come a Como l’anno scorso, che ci si è nascosto dietro."

Poi la gara per vedere chi indovinava fin da subito quale canzone stesse interpretando:

"E questa cos'è? Every grain of sand?" "Boh… Può essere qualunque cosa…"

Irriverente il modo in cui Dylan maschera o altera pezzi come “Stuck inside the mobile…” che dovrebbero correre come treni merci lanciati nella notte e invece si trascinano come treni metropolitani il lunedì mattino.

Ironico il suo ghigno malefico quando si accorge che il pubblico è riuscito ad aprire un varco nelle sue interpretazioni impossibili da cantare se non con la sua voce, e adesso sono tutti lì a urlare “just like a woman” quasi fosse una sfida, come dire “Stavolta ti abbiamo fregato…” e così l’ultimo “just like a woman” di Dylan sembra uscire dall’oltretomba, perché alla fine comunque è sempre lui a comandare il gioco.

Imprevedibile il bacio che Dylan rivolge al pubblico a fine concerto, talmente imprevedibile che preferisco quasi credere che si fosse rivolto a qualcuno nelle prime file del parterre per chiedere una sigaretta e non che stesse davvero ringraziando tutti con un bacio.

Impossibile l’idea stessa del N.E.T, il Never Ending Tour, con la media di un concerto ogni tre giorni. Ma impossibile anche la freschezza e la forza di “Highway 61”, un pezzo di 40 anni fa che sembra scritto 4 ore prima… forse il miglior pezzo di tutto il concerto.

Emozionante comunque, nonostante la sua voce che appare e scompare, nonostante abbia appeso la chitarra al chiodo, nonostante alcuni pezzi trascurati a discapito di altri che potevano benissimo essere omessi.

Ho letto pareri di ogni tipo su questo ed altri concerti di Dylan. C’è chi rimane deluso se non addirittura incazzato con Dylan, e non capisco se è perché l’amore spesso si trasforma in odio, o perché pensano - sbagliando - che Dylan sia semplicemente un cantante.

C’è chi rimane sempre e comunque soddisfatto, e probabilmente sbaglia, perché vede in Dylan un mito e adora qualunque cosa faccia. Non credo Dylan sia un mito: i miti di solito hanno vita terrena breve, e difficilmente sarebbero diventati miti se non fossero morti suicidi o di overdose, e quindi mito è più la loro morte che la loro vita, mentre Dylan è grande, è immenso, e lo è oggi, da vivo.

Ci ho provato infinite volte, ma non riesco mai a dare una definizione per Dylan, e lo stesso vale per i suoi concerti.

Anni fa lessi un libro, dal titolo "Scritto nell'anima". Il libro raccoglie una serie di interviste ai grandi del Rock. Una delle interviste che più mi colpì fu quella fatta a Pete Townshed, degli Who, che raccontando di una precedente intervista disse:

<< Mi hanno domandato che effetto aveva avuto Dylan su di me; tanto valeva chiedermi come mi ha influenzato il fatto di essere venuto al mondo. >>

E’ la miglior definizione su Bob Dylan che io abbia mai letto.

Marco on the tracks


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)
La fredda Bologna e il freddo Bob Dylan

Il mio primo concerto di Bob Dylan e la mia prima volta a Bologna sono stati eventi contraddistinti da un freddo e una nebbia a cui un catanese in trasferta non è mai stato addestrato.
Ci mettesse mille anni non si abituerà al fiato che gela ogni volta che muovi le labbra o ai geloni alle mani dentro le tasche.
Ma non mi lamento, anzi tutt'altro:sono contento di aver visto Dylan dal vivo e di aver conosciuto i fedelissimi adepti dylaniani di MF.
L'appuntamento è a mezzogiorno a piazza maggiore con ilsuonatorejones Michele che mi aspetta da chissà quanto con aria preoccupata e la chitarra a tracolla.
In trattoria da Valerio c'è il resto della banda, c'è anche una nuova joanie baez che ci canta con la chitarra del michelesuonatorejones una bellissima e struggente versione di "hard rain's". si chiama Tulipe ed è venuta fin da aosta con la mamma per vedere il concerto del menestrello di Duluth.
Scambio due parole con due veterani di MF, Anna e Giorgio, e subito s'accorgono con non poca amarezza che non ho mai visto il concerto di "Hard Rain", quello imperdibile dove Bob Dylan sembra il Messia e smerda tutti con la sua voce sublime e incantatrice.
Prima della mia morte per invidia i due fedelissimi  adepti del MF mi promettono che me lo faranno avere.
Grazie Anna! Grazie Giorgio!
Così partiamo per Casalecchio di reno provincia di Bologna. Ci porta Maurizio che è di Rimini ed ha  la macchina, e noi tanto per cambiare parliamo di lui.
Io più che parlare ascolto, perché sono un novellino e i novellini stanno zitti e ascoltano, ascoltano di quella volta che una grassa e luccicosa luna uscì  nella fredda notte del primo concerto del Nostro in Italia, a Verona (dove a quanto pare Carlos Santana
faceva da supporto a Bob, possibile mai?) dopo tre giorni di pioggia e grandine. Oppure di quale sia la più bella versione di "Maggie's farm" dal vivo: Newport? Eindhoven '98? Toronto '80? Chissà...
Dopo un po' ci raggiunge il direttore Michele "napoleon in rags" che è come in fotografia ma senza la Baez, ed ha
una parlantina che ti stende. Gli vengo presentato come Davide, quello che non ha mai visto "Hard Rain", io abbozzo un timido sorriso ma dentro covo rabbia.

L'apertura dei cancelli dei cancelli è alle 19:00.
Il Palamalaguti piano piano si riempie, e alle 21:06 in punto si spengono le luci ed arriva Lui, il poeta del rock in persona, il socrate del XX secolo a sentire gente come la Pivano o De Andrè. Mi sudano le mani e lui attacca "Maggie's Farm", non sarà quella di Newport o del video di "Hard Rain" ma a me piace parecchio. Poi "Love minus zero/no limit" e una scoppietante "It's alright ma,i'm only bleeding". Mi sudano le mani ed ho anche la fortuna di avere una coppia di cinquantenni alla mia sinistra con un binocolo, e quando gli chiedo se si vede qualcosa di più con quell'affare, la signora sorride e mi passa il binocolo e io lo vedo un po' meglio, gli occhi di ghiaccio dissotterrati dal grande cappello alla John Wayne no, ma riesco a vederlo per intero mentre abbandona la tastiera per l'armonica e si dirige al centro del palco per il finale di "Tonight i'll be staying here with you".
Momento clou per il sottoscritto.
I pezzi rock scivolano via veloci, una brutta versione di "girl from north country", poi si riscatta con HW61, la voce è buona, non gracchia e non miagola, sono in estasi. I pezzi da L&T sembrano suonati con poco nerbo e poca energia, ma dal mio primo concerto di Bob esco più che soddisfatto.
I bis sono due classici come LARS e AATW che io e tutti gli 8.000 del palazzetto apprezzano e cantano a squarciagola.
Grazie Bob! Grazie MF! Grazie ragazzi!

Davide 


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)

Per Bob in Italia quest'anno per me solo un rapido blitz a Milano, 24 ore dopo la partenza ero già di ritorno a casa con alle spalle un'altra piacevolissima pagina della mia avventura dylaniana. Pagina molto tranquilla in tutte le sue componenti: i due eurostar andata e ritorno, lo spostamento ad Assago, le tre ore di attesa fuori e dentro il filaforum, la cena post-concerto sui navigli, la sosta da Anna 'Duck' -  in attesa della ripartenza all'alba - a vedere la registrazione su dvd dello speciale su Bob trasmesso di recente da LA7.

E, principalmente, molto tranquillo il concerto: pulito, semplice, gradevole, senza grossi sussulti ma senza nemmeno quelle sensazioni che, come al solito, anche stavolta  sto sentendo e leggendo su stanchezza, noia, voce gracchiante, musicisti inadeguati, canzoni stravolte, arrendevolezza, ripetitività, capolinea, alla frutta. Continuo a chiedermi perchè chi ricava queste sensazioni dai live di Bob continua ad andare ai suoi concerti e penso che probabilmente una cospicua riduzione delle presenze ai suoi concerti potrebbe indurre Bob a smettere o a cambiare sostanzialmente le cose, il che potrebbe essere un bene ancora maggiore per chi, come me, magari sogna di vederlo in qualche piccolo club, davanti a poca gente, con la chitarra, con il piano, o magari anche con il piffero o con quello che più gli andrebbe.

Parto da una posizione che potrà apparire molto estrema - a me ai concerti di Dylan interessa sempre più relativamente quello che lui propone, se i musicisti che lo accompagnano sono più o meno bravi, se lui è più o meno sorridente, per me andare ai concerti di Bob da qualche anno a questa parte è solo una forma di pellegrinaggio annuale allo stesso modo dei tanti che, una volta l'anno, vanno a San Giovanni Rotondo per Padre Pio - ma io vorrei davvero invitare coloro che più di una volta negli ultimi anni sono usciti da un concerto di Bob terribilmente delusi (alcuni sono gli stessi che ne uscivano delusi pure negli anni 80 e 90) a fare la cosa più normale da fare in questi casi: non andare al concerto quando Dylan tornerà la prossima volta dalle loro parti  (spesso però queste persone sostengono che sicuramente non ci saranno altri tour, perchè in quelle condizioni lì Bob non ne potrà più affrontare).

Menomale che in settimana su Maggie's farm e altrove ho letto anche delle considerazioni molto belle ed efficaci sui due concerti di Dylan in Italia, ed ho visto anche le bellissime foto di Peppe Basile, in confronto alle quali quelle che ho scattato a Bologna sono davvero poca cosa. Ne ho fatto comunque un mosaico tipo quelli delle mie top 100, te lo allego e potrebbe anche essere, di quella ipotetica classifica, una sorta di pagina bonus...... ti allego inoltre le due foto di gruppo scattate dopo la cena sui navigli.

Ciao e un grande saluto a tutti gli amici di Maggie's farm!

Elio Rooster

Clicca qui per le foto di Elio da Milano e alcune foto da Bologna (grazie a Giorgio Zampriolo)

E clicca qui per le foto del gruppone di MF a Bologna (grazie a Maurizio)


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Zurigo 11.11.2005 (Hallenstadion)

Ora, si dice e legge che, spesso, per avere un ottimo concerto, la differenza, per Bob, la fa il pubblico.
E' vero.
Anzi, no. Il tour del 66 con la Band è la smentita più evidente.
Zurigo 13 novembre 2005 ribadisce il concetto.
In definiitiva anche il pubblico può non fare la differenza.
E' difficile immaginare un pubblico più gelido di Zurigo 13 novembre 2005.
Già fuori si gelava per l'aria pungente.
Dentro il nuovo palasport però l'atmosfera era imbarazzante.
Tutti seduti al loro posto numerato. Nessuno fuori posto... eccetto un gruppetto di italiani.
Si, cinque o sei ...noti..., avevano preso posto in quinta fila lato destro-centro palco.
La quinta fila alla destra era incredibilmente completamente vuota nonostante il pienone su tutti i posti dietro.
Come in parte anche la quarta.
Bob esce e parte  a sorpresa con Drifter's Escape.
La band gira a mille, la canzone finisce ma tutti restano incredibilmente seduti ed il silenzio è assordante.
Come tutta risposta Bob si butta in una Senor da brivido.
Non sto nella pelle. Siamo solo alla seconda canzone e tutto mi sembra meraviglioso. Dov'eri Bob a Stoccolma?
Non ricordo una emozione pari per questa canzone se non alla prima volta che la sentii dal vivo il 1 luglio 1978, Zeppenlinfield.
"... disconnect THESE cableees..."           " can you tell me what we are WAITING for SENOOOR"
E' finita, ma il silenzio persistente del pubblico non riesce a gelare l'eccitazione e fa ancor più da contrasto con Bob che spara una God Knows spettacolare.
Sembra un predicatore nel deserto.
Più la reazione del pubblico è nulla e più la sua voce si innalza e più la band picchia duro. Mi ritrovo a pensare che questo è il Dylan che amo, quello che trae energia dalle situazioni più incredbili.
Tra la quinta e la quarta fila, tra italiani, ci guardiamo negli occhi per trovare una conferma di non vivere una illusione.
Dico a qualcuno che potremmo anche andarcene, a questo punto, di più non si può avere.
Le seguenti due canzoni non sono altrettanti colpi bassi in termini di scaletta, ma le versioni sono ottime comunque.
E' forse la prima volta che non mi scoccio per Watching the river flow.
Il pubblico dà un cenno di esistere, giusto per rendersi conto di avere 10 mila persone dietro le spalle..
Parte Standing in the doorway ed è la conferma che stiamo assistendo ad una serata straordinaria.
Adoro questa canzone ed anche la versione di stasera non può che rapire l'ascoltatore.
Ormai sono assolutamente conquistato e non mi preoccupo nemmeno più di avanzare di due o tre file per stare più vicino.
E' una di quelle sere quando non importa dove stai in sala.
Anche dalle gradinate, sono sicuro, ti arriva l'intensità di una performance speciale.
A questo punto resto incollato alla sedia e mi godo lo show come avessi le cuffie nella mia poltrona di casa. Il suono è ottimo e la voce di Bob non mi è mai parsa così convinta ultimamente.
Non è passato neanche un mese da quel debutto europeo incolore di Stoccolma e sembra un'eternità.
Arriva High Water ed ha una forza da muovere montagne. Every grain of sand mi commuove ed è il modo in cui canta Bob che mi travolge. Non credete a quelle voci di versione già sentita o sottotono. Mi guardo attorno per capire se sono solo io o veramente stasera stiamo ascoltando qualcosa di speciale.
Ma Zurigo non lascia trasparire emozioni.
Bob questa sera sembra perverso. Incurante di tutto, meno il pubblico risponde e più inanella un gioiello dopo l'altro, a dispetto del silenzio tra una canzone e l'altra che inciterebbe a gridargli qualche richiesta, tanto sembra raggiungibile. Ma sarebbe tempo perso.
Si passa agli accordi di New Morning, con un arrangiamento travolgente a cui fa seguito la solita strepitosa versione di HWY61 di questa tournee.
Non riesco più a star fermo nella poltroncina.
Già quanto sentito sarebbe sufficiente a ricordare a lungo questo show, ma la sequenza che arriva lo colloca definitivamente tra i migliori di sempre:
My back pages, una delle più belle canzoni di Bob in una interpretazione struggente.
Till i fell in love with you, l'ennesima trasformazione in un arrangiamento indovinatissimo con il suono più brillante della serata.
Visions of Johanna...., beh, come può essere mai scialba questa canzone? Non proprio come l'irripetibile versione di Praga, ma pur sempre da godere.
E' infatti gioia pura verso la fine e finalmente con i bis il pubblico si convince  a salire in piedi e andare alla transenne.
Rolling stone e più ancora Watchtower sono lo stordimento di suoni e luci finale per una serata che non dimenticherò facilmente.
Ho 600 chilometri che sono li ad aspettarmi prima di vedere un letto, ma stasera ho una buona compagnia nel viaggio di ritorno, i ricordi di un concerto che nessuno potrà portarmi via. Chissà cosa ne sarebbe uscito con un pubblico meno legato.
Grazie ancora Bob, non finirai mai di sorprendermi e di riscaldarmi il cuore.
Al diavolo tutti i dibattiti su upsinging o lo spessore dei tuoi chitarristi. Fa quello che ti pare, basta che escano ancora serate come questa.
Si perchè in serate come questa si ha la conferma del perchè si continua a venirti a vedere.
Si, perchè, fermandosi a Bologna.... si potrebbe perdere il miglior show di sempre.

Andrea Orlandi


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)

Ciao Michele,
sono Marco Pavan, ti scrivo a seguito di questa tournèe europea del Nostro per esprimere qualche considerazione.
Innanzitutto ho avuto l’immenso piacere di conoscerti di persona a Milano: si è materializzato davanti a me l’uomo che ha fatto il più bel sito di Bob nel mondo (come abbiamo anche detto a Samantha, ricordi?). Anche i miei amici sono rimasti molto contenti del nostro meeting casuale e mi sento di convogliarti anche i loro saluti.
Ti girerei un’analisi del concerto milanese dello scorso 12 novembre, l’unico che ho visto. Credo che il mio giudizio si vada a porre a metà strada tra quello di alcuni “vati”, come te o Paolo Vites, che di concerti di Bob ne avete visti a bizzeffe, e tra quelli che si entusiasmano al loro primo concerto (è successo al mio amico Michele, che alla fine di AATW aveva un’espressione alle soglie dell’estasi mistica). Fatte queste premesse: il 12 novembre ho visto il miglior concerto di Bob dei tre ai quali ho assistito. La mia “avventura live” come ho già ricordato è iniziata nel 2003 sempre a Milano e proseguita a Stra lo scorso anno. Sarà stata anche la compagnia perfetta che avevamo composto per l’occasione ma credo veramente che Bob questa volta abbia dato il meglio di sè. Innanzitutto la scaletta: scusate, ma tutti vi lamentate perchè ha fatto una scaletta stile “greatest hits”...ma che deve fare Bob in concerto? Spararci Wiggle Wiggle perchè così fa una “perla” (nonchè una canzone del c.... aggiungo io)? Non è forse meglio che ci snoccioli un bel po’ di classici (calssici per Bob= CANZONI CAPOLAVORO!!! Per questo motivo non avevo tanto apprezzato la scaletta di Stra lo scorso anno, pur dovendo riconoscere una gran versione di Seeing The Real You At Last)?
Chiarito il primo punto, passerei al scìecondo: a parte il chitarrista che sta sulla destra (non ricordo il nome, non Kimball comunque), che è una vera e propria statua di cera che fissa Bob anche con timore a mio avviso, la band è grandiosa. Recile (o Receli? Dubbio che mi porto dietro da TROPPO tempo!!!) è una garanzia (un valore aggiunto in Cold Irons Bound e in AATW). Su Garnier non c’è da dire molto, vista la bravura e l’affiatamento che ha ormai con Bob; anche Kimball se l’è cavata egregiamente, non più sotto l’incombente ombra dell’ottimo Campbell. Un plauso al grande pedal steel guitar player (Herron?), novità piacevole e graditissima.
Spazzato anche questo dubbio veniamo alle canzoni: STRATOSFERICA Highway 61, una cavalcata rock dall’impatto devastante, il ricordo più vivo del concerto. Ottima Maggie’s all’inizio (non l’avevo mai sentita dal vivo: sempre To Be Alone With You...); fantastica AATW (ma c’è bisogno di ricordarlo?); inferiore a Stra ma ugualmente bella Cold Irons (è anche una delle mie canzoni preferite...). Alcuni momenti assolutamente magici: Mr. Tambourine è stata stravolta in una versione dal fascino terribile, “mistica” come ha suggerito il mio amico Fabio. Just Like A Woman è da lacrime agli occhi (alla facciaccia di tutti quelli che dicono “Bob non parla mai”, “non ha rispetto dei suoi fans” ecc....visto chi è Bob? Anche quello che ti fa cantare il ritornello e quello che sganascia durante Memphis Blues Again e quello che manda i baci al pubblico...). Boots Of SL è l’unica nota negativa: arrangiamento orribile, sarà perchè avrò sempre impresso nella mente quella meraviglia di canzone che era nel 2003 (andate un po’ tutti a riascoltarvi il boot di Milano 2003 per sentire la performance vocale che ci aveva regalato nella canzone in questione...). Hollis Brown è stata la sorpresa, non me l’aspettavo ed ha avuto il pregio di farmi andare a riapprezzare una canzone che avevo quasi dimenticato... Della risata su Memphis blues again ho già detto (momento memorabile su canzone altrettanto memorabile). Infine Forever Young (in omaggio a Neil?) eseguita molto meglio rispetto allo scorso anno a Stra. Tra le sorprese: quando mi aspettavo una Tonight’s I’ll be staying here with you Bob mi esce con una Lay Lady Lay da favola. Quando mi aspetto l’irruzione della Pietra Rotolante ecco invece partire i dolcissimi accordi di una Don’t Think Twice da antologia (devo ammettere di avere avuto un tuffo al cuore)
Si poteva ancha fare a meno: i non memorabili i brani di L&T (Summer Days ha ufficialmente rotto: bella, divertente ma più che inflazionata; idem per TD&TD), Down Along The Cove e Watching The River Flow (non più belle di altri rock blues abbastanza standard).
Un concerto nel complesso strepitoso che ha avuto dei momenti assolutamente altissimi e che ha soddisfatto appieno me and my company. Insomma tutto questo sputar fiamme sulla tournèe del nostro mi pare quantomai esagerato. Non so se condividerai (dall’alto della tua esperienza) alcuni dei miei umili giudizi, ma credo che se Bob è pronto per Las Vegas io sono Mike Tyson (che va a sentirsi Bob pure a Las Vegas :o) )!
Un saluto ed un abbraccio e tanti tanti tanti complimenti ancora!!!

Marco Pavan


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)

Il tour del 2005 è stato il mio terzo tour dilaniano. Per quanto ormai dovrei essere abituato anche questa volta è stata una grandissima emozione, nonostante debba dire che mi è mancata parecchio l’atmosfera del tour 2004, quando eravamo tutti insieme. In questo hanno pesato le scelte per motivi di lavoro di molti della vecchia guardia di Maggie’s Farm di seguire concerti differenti o di restare a Milano pochissimo tempo. Nonostante tutto per me è andato tutto in modo magnifico. E in questo ha contribuito soprattutto la presenza della mia ragazza Michela, dilaniana DOC. Avevo anticipato l’arrivo a Milano di un giorno per comodità e sopratutto per assistere alla serata Aspettando Bob Dylan, che devo dire mi è piaciuta parecchio. No Direction Home, i Beards (ubriacamente straordinari nel loro set), i Blackstones (precisi, rigorosi), insomma tutto perfetto (ottima e carissima la birra, che la producessero proprio loro??). Tranne il locale, “leggermente” caro e con uno staff davvero che dire poco professionale è un grande complimento. Anyway c’erano due amici carissimi come Paolo Vites e Massimo Priviero con cui ho condiviso una bellissima serata nonché commenti dilaniani sempre pungenti e graditissimi. Difficilmente dimenticherò la ricerca affannosa del locale con Michele “Napoleon lost in Milano” così come non dimenticherò la mitica presentazione che gli ha riservato Paolo Vites: “Più che un uomo, un sito!”, ovviamente mi sono sganasciato dalle risate malignando poi sottovoce che “Maggie’s Farm presto diventerà il sito Italiano di Murino che sta diventando più famoso di Dylan stesso”. A proposito mentre ero in coda al Filaforum, ho sentito alcune ragazze “GRAZIANAMENTE” fascinose, che dicevano qualcosa tipo: “Siamo venute da Cagliari per conoscere Murino, ma Murino è venuto a vedere Dylan….che palle quello che canta con le treccine!”. Insomma tutto alla grande. Peccato per la mancanza di Antonio che di solito con la sua tranquillità mette pepe ad ogni situazione. Nonostante ci fossimo impegnati parecchio io, Leo e Michela, non siamo riusciti a macinare quel cumulo di cazzate che ha reso indimenticabili le trasferte a Strà e Cernobbio. E poi anche se Elio “Bad Ass” era presente, insieme a Carlo e tutti gli altri mi è sembrato come era prevedibile abbastanza stanco e fuori forma. Abbiamo cercato di rimediare con la cena ma eravamo tutti troppo stanchi e infreddoliti per darci dentro, come quella sera a Cernobbio. Vengo al concerto….Come scrissi in occasione del tour italiano del 2003, vedere Bob è come assistere alla celebrazione del rito sacro del Rock ‘n’ Roll. Un rito mistico anche in un momento di autorevisionismo storico come questo, segnato dalla pubblicazione del film-capolavoro No Direction Home. Non voglio dilungarmi al lungo sulla nuova line up della band, realmente poco all’altezza del mito che accompagna, ma è necessario chiarire che nonostante tutto, Bob ha fatto da solo un magnifico spettacolo. I musicisti sono fondamentali, è vero ma fino ad un certo punto. Molti erano lì per vedere Dylan, anche se avesse recitato l’elenco telefonico accompagnato da percussionisti e da una band serbo-croata di fiati. In particolare credo che Freeman abbia tutte le carte in regola per essere nella band di Dylan ma credo sfrutti il suo potenziale al 10%, perché non è ancora riuscito (ma credo mai ci riuscirà) a trovare un feeling con il repertorio che probabilmente non lo coinvolge abbastanza o non gli piace. Lo stesso discorso anche se parzialmente lo si può applicare a Kimball, spaesato lo scorso anno, più sveglio quest’anno. Don Herron ha fatto la differenza per quello che ha potuto sbattendosi parecchio e limitando i danni (anche se alcune sbavature erano avvertibili soprattutto alla pedal steel). Il concerto mi è sembrato ottimo sin dal brano di apertura Maggie’s Farm, eseguita in una potentissima versione e cantata da Bob con grande grinta. Di ottimo livello mi è sembrata anche Lay Lady Lay, cantata in modo eccellente da Bob e caratterizzata da un ottimo lavoro della band e in particolare di Don Herron. Non male anche l’ un uno-due potentissimo composto da una tiratissima Watching The River Flow e da Cold Irons Bound, quest’ultima tellurica e intensissima come non si sentiva da tempo. In questo fondamentale è stato l’apporto della sezione ritmica in cui Tony Garnier dettava i tempi alla grande mentre George Receli pesta duro invitando a nozze ora Stu Kimball ora Danny Freeman, che pur non abbandonando mai il suo elegante aplomb in questi due brani è riuscito a far vedere qualche piccolo numero del suo stile chitarristico. Ciò che mi ha sorpreso è stata la bellissima Mr. Tambourine Man, che non avrei mai immaginato di sentire in una versione così accattivante e anche  Highway 61 Revisited in cui Freeman e Kimball hanno duellato lungo tutto il brano. Molto coninvolgente ho trovato Boots Of Spanish Leather, caratterizzata da un ottimo lavoro di Don Herron al violino e da un cantato molto buono di Bob. Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again, è stata grandiosa fino all’ evidente errore di Freeman. Bob lo ha guardato, poi ha guardato Tony Garnier e alla fine si è sganasciato di risate. Una cosa tanto inattesa quanto ironica. Io al posto di Freeman mi sarei sotterrato. Una mezza schifezza è stata anche Ballad Of Hollis Brown con ancora protagonista Freeman di un altro evidente errore nell’uso del bottleneck. Il pubblico (te compreso, Michele) non se n’è accorto e Dylan nemmeno così  il concerto è continuato senza problemi (io lo avrei preso a pedate perché essendo vicino al suo monitor ho sentito come vibrava in modo strano una delle corde, segno evidentissimo che stava con la testa da un’altra parte). Tuttavia la conferma che Freeman non è male come possa sembrare ma che anzi è un ottimo elemento viene da Down Along The Cove quando insieme a Kimball si è reso protagonista di un'ottima prova chitarristica. Il mattatore però è stato sempre e solo Bob Dylan, anche se ormai se ne stà sulla sinistra del palco, seduto al suo piano elettrico. Un esempio ne è stata la commovente Just Like A Woman in cui ad ogni ritornello Bob incita il pubblico a fare i cori, e sul finale si è lasciato andare anche ad un “Well” di approvazione. Una magia che si è ripetuta rispetto a Cernobbio, in cui mi era uscita una lacrimuccia nostalgica. Il pubblico, conoscendo l’impenetrabilità del Dylan dei nostri tempi, è esploso in un applauso lunghissimo così come accadeva ogni volta che si abbandonava a lunghi assoli di armonica. Ridicola mi è sembrata anche Tweedle Dee & Tweedle Dum, lenta e noiosa. Subito dopo è arrivata a sorpresa Forever Young, eseguita per la prima volta in questo tour europeo, che suonava incontrovertibilmente come un regalo per il sessantesimo compleanno del suo caro amico Neil Young. Summer Days ci ha fatto ballare come al solito, putroppo però significa spesso che il concerto è quasi alla fine. I due bis finali mi sono piaciuti moltissimo, splendida Don't Think Twice, It's All Right e travolgente il super classico All Along The Watchtower. Magnifico il siparietto dei baci.

Speriamo che il prossimo anno Bob ritorni in Italia, casomai con un disco nuovo da promuovere e magari anche con una band rinnovata (in meglio si spera).
Salvatore "Eagle" Esposito


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)

Ciao Michele, scrivo un pò ritardo ma avendo due bimbi (4 e 10 anni) la sera dopo il lavoro devo dedicargli tutto il tempo possibile e tra il lavoro, a volte la stanchezza e tutto il resto non è facile
ritagliarmi un pò di tempo.
Innanzitutto ti volevo ringraziare della risposta alla mia prima lettera, anche se il sito lo guardo da più di
un anno.
Ed a riguardo concordo con te quando parlavi dell' effetto taumaturgico che a volte le canzoni di Dylan hanno su di te (io l'ho chiamato effetto di pace, ma penso sia la stessa cosa) e sul fatto che gran merito era della sua voce. In effetti c'è qualcosa di magico, di arcaico, di veramente speciale che ti riporta subito ad un mondo che ti fa stare meglio!
Ma tornando al motivo della lettera, volevo dire due cose sul bellissimo concerto che ho vissuto a Bologna.
Concordo sui commenti generali fatti sul sito riguardo la serata, e riparlare dei brani ascoltati può essere
ripetitivo.
Anche se devo dire comunque che, pur avendo visto Dylan dalla sua prima tournè in Italia all'arena di Verona, ogni anno è un emozione nuova, diversa, è come riempirsi di adrenalina per andare a lottare i giorni seguenti nel nostro a volte bello, ma a volte triste mondo di noi comuni mortali.
E forse è più un riempirsi il cuore, o l'anima di una forza che ci distingue forse da altre persone che preferiscono vivere più in superfice, non scoprendo così le bellezze delle profondità dell'oceano della vita, oscuro ma pieno di luce se sai usare la giusta luce (P.S. faccio il fotografo :o)  )
E non sono d'accordo sul fatto che la band era così fiacca. Io seguo diversi concerti, e vi assicuro che
non si trova tutti i giorni una band come quella del ns. Bob !! Specie i chitarristi hanno fatto un buon lavoro e mi hanno regalato una versione di Highway 61 veramente da urlo, un rock attualissimo che è stato un piacere vedere ballare e cantare da due ragazzi giovanissimi Siriani che erano davanti a me.
Sembra quasi che sia stata scritta qualche anno fa !!!!
Ah mi dispiace anche non concordare con Giorgio, ma la versione di Girl from the North Country mi è piaciuta moltissimo, anche se per apprezzarla bisogna veramente uscire dalla visione di Dylan degli anni 60!
Poi una cosa che mi ha veramente stupito è stato lo stato di forma di Dylan, da come ha cantato a come è riuscito a reggere con forza tutto il concerto (si sa , il ns amico non è più un giovanotto e non ha
certo la salute di ferro !!)
A parte lo scatenamento interiore che ho sentito in quella serata - come tutte le volte che l'ho visto (e che mi fa scatenare come un ventenne!!) vorrei raccontarvi la cosa che ha reso "diverso" questo
concerto da quelli delle serate precedenti.
L'incontro con gente che come me ha nel cuore, ma veramente dentro e nella parte più profonda, un poeta-cantante che ha cambiato la musica e forse la nostra vita.
Sono stato a pranzo a Bologna e lì ho conosciuto Anna Duck, Giorgio, Michele ed altri, tra cui una ragazza (scusa la memoria non  fotografica, malgrado il lavoro!) che sembrava la fotocopia italiana (e qualche anno dopo) di Joan Baez. Veramente brava e se leggi complimenti davvero.
Chiaramente seduto a quel tavolo dove non conoscevo nessuno in una tranquilla osteria di Bologna, credevo di trovarmi un pesce fuor d'acqua.
Invece (miracolo Dylaniano!!) pian piano mi è sembrato di avere persone a fianco che ... non  so come spiegarlo .... che mi erano vicine, con cui avevo piacere spendere del tempo, pur non essendo io un chiaccherone con cui poter spendere chissà quali racconti.
Poi il momento più bello è stata la fila dalle 15.00 davanti ai cancelli (erano anni che non stavo così in fila per un concerto!!, forse dai tempi del primo del Boss) dove ho finalmente conosciuto Michele, il grande ideatore di questo sito bellissimo che mi sta facendo dormire sempre meno (quando sono in mansarda da solo e posso dedicarmi al sito non sono mai prima delle 23.00 , e si va avanti fino tarda
notte!!!!!).
Michele me lo aspettavo più o meno così, ma quello che mi ha colpito è la sua assoluta umiltà mentre potrebbe di fronte a tutti quei "patiti" di Bob, vantarsi della sua mega cultura. Poi anche i due Milanesi, Anna e Giorgio, che a pranzo avevo scambiato per marito e moglie  :o)  , con cui ho scambiato più tempo, sono state due persone fantastiche. E pian piano ho conosciuto altri membri di MF, scoprendo così che io sono solo un piccolo piccolo piccolo fan, rispetto le persone citate. Scambiarsi opinioni, critiche, esperienze è stato quasi più bello del concerto e , sinceramente, non vedo l'ora che venga di nuovo di Italia per poter - oltre rivedere un suo concerto naturalmente -  incontrare di nuove queste persone che pur non avendo mai visto ho sentito che viaggiano e vedono con la mia stessa frequenza d'onda. Certo che se è vero che per creare amicizie è necessario  avere un argomento comune, con Bob si ha più di un argomento, si ha veramente qualcosa che ci aiuta a spiegare la vita!!!!
Non so spiegare bene le mie emozioni, ma questo sentirmi vicino con altre persone mi ha fatto avvicinare ancora di più al grande Bob, e a voler ancor più approfondire la mia conoscenza verso tutto quello che ci sta lasciando in questi anni, per poter vivere più forte e più uomo.
Per cui da quando sono tornato da Bologna, sto scoprendo che questo sito sarebbe da leggere dalla A alla Z , anche se so che con il mio tempo sarà impossibile!! E non vedo l'ora di ricevere da Giorgio la sua grande compilation, sono questi i lavori importanti di comunicazione!!!!, ed il DVD del concerto del periodo cristiano di Toronto. E spero, Michele, di poterci rivedere presto per scambiare altre due
chiacchere su Bob e non solo.
Ah mi dimenticavo che Anna mi ha detto di trovarmi un Nick con il nome di un animale .... ci sto pensando .... te lo comunico al più presto.
Un salutone a tutti i membri del sito ed ai ragazzi conosciuti a Bologna, e scusate se non ricordo tutti i
nomi ma la mia memoria è veramente scarsa!
Fino ad ora era bello avere una passione come questa, essere un fan, dove nel mio piccolo mondo quando mi trovavo solo con la musica sotto di Bob in penombra scoprivo tante cose di me, ma ora condividere questo con altri mi fa veramente entrare in un mondo affascinante, dove posso solo imparare (e nella vita non si finisce mai di imparare!!), da un mare sono passato ad un oceano e spero di imparare a nuotare bene :o))
E' bello vedere che non l'unico "pirla" che ascolta quel vecchietto con la voce roca  :o))   - ahimè stolta è la gente ma noi rimarremo per sempre sotto i 30 anni, forever young !!!!
Ciao
Maurizio di Rimini


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna & Milano

Ciao ragazzi,
credevo di essermela cavata con l'idea per la strip di Zimmy, ma Michele continua ad insistere sul fatto che non posso esimermi :-)...  il fatto è che mi diventa sempre più difficile commentare i concerti di Dylan, perchè ormai li vivo più come eventi, come ricorrenze, come giorni fausti da festeggiare in compagnia di amici, una specie di natale, un compleanno, ferragosto... (credo si tratti più o meno della stessa sensazione di Elio: un "pellegrinaggio rituale"...); non riesco assolutamente a considerarli un semplice spettacolo di musica da intrappolare dentro una griglia di valutazioni tecniche se pur soggettive: le tonalità più o meno roche o acute della voce, la bravura o la mediocrità del batterista o del chitarrista di turno, la scaletta, le luci, lo sfondo, la pianola, le canzoni classiche, lo stravolgimento delle canzoni classiche ecc ecc.
Certo, alcuni brani mi hanno entusiasmato più di altri: su tutti Highway 61, travolgente da far ballare un resuscitato Lazzaro che fosse stato presente tra il pubblico, e poi Down Along The Cove, Never Gonna Be The Same Again,  Ballad Of Hollis Brown, Just like a Woman, con l'estemporaneo coretto nel ritornello.
Sì, forse la band non è tra le migliori che hanno accompagnato Bob negli ultimi quarantanni, però non darei troppo peso a queste considerazioni, perchè quella griglia di cui dicevo sopra va ormai troppo stretta a Dylan (forse gli è sempre stata stretta...).
Bob ha 64 anni, e credo che si meriti ora più che mai di fare sul palco quello che gli pare, di suonare quello che più gli piace, di strimpellare lo strumento che più lo attrae al momento, fosse anche un'arpa :-))), di travestirsi da Zorro, con a fianco il suo fedelissimo Tenente Garcia, o da Jack lo Squartatore che fa a pezzi Girl From The North Country, Mr. Tambourine o Hard Rain (eppure la versione "tipo walzer" di Bologna a me non è dispiaciuta affatto...).
Insomma, per me la cosa più importante è che Dylan continui ad aver voglia di girare il mondo e ogni volta sono felice di rivederlo mentre si diverte come un matto sul palco. Se è questo che si intende per "artista al capolinea" devo dire che il capolinea di Dylan mi piace, e scendo volentieri dal tram per fermarmi un po' con lui. E sottoscrivo la frase di Sal : "Molti erano lì per vedere Dylan, anche se avesse recitato l’elenco telefonico accompagnato da percussionisti e da una band serbo-croata di fiati"... bè, io faccio parte di quei "molti" .
Piccola nota personale: si è ripetuta anche al Filaforum la mia consueta allucinazione da concerto: sono sicura che Dylan ad un certo punto ha guardato dalla mia parte ... mi sono immediatamente voltata verso Carlo, il quale, ancora prima che gli chiedessi conferma mi ha subito smentito dicendo: "e non venirci a raccontare che ha guardato verso di te, perchè non è vero!". Però aveva uno strano luccichio negli occhi, credo che sia segretamente convinto che Bob abbia guardato lui e non me... ma si sa, Dylan dimentica sempre gli occhiali sul pullman, e alla fine ci ha baciato tutti.
Ciao a tutti
Anna "Duck"


Racconti dal never-ending tour
Zurigo 2005

SO HAPPY JUST TO BE ALIVE
AN EVENING WITH BOB ... and not a normal evening, but a Swiss Evening!





Anche quest’anno abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di poter assistere a un altro spettacolo di Bob, un altro regalo da parte di un uomo che l’immane quantità di libri tributo e omaggi che in questi giorni invade i negozi ha finalmente confermato come una leggenda vivente — e se tutti noi lo consideravamo tale già da tempo, il fatto che ora lo sia divenuto “ufficialmente” anche per chi non era avvezzo a considerarlo sotto questa luce è senz’altro una soddisfazione.
Ed è qualcosa di semplicemente eccezionale il fatto che questa leggenda sia sempre tra noi, e che ci doni la possibilità di scoprire ogni anno come la stella della sua arte brilli sempre più forte con nuove, incredibili sfumature di luce, diverse da quelle di dieci, venti o trenta anni fa, eppure altrettanto meravigliose, che non mancano mai di togliere il fiato a chi si ferma ad osservarle e ogni volta catturano e affascinano la nostra percezione in modi che mai avremmo pensato.
Anche quest’anno, come molti di voi, mi sono perciò lasciata più che volentieri condurre dalla stella, come si suol dire, e ho avuto la possibilità di assistere a un concerto a dir poco meraviglioso, che mi ha lasciato nel cuore la certezza — se mai ci fosse stato bisogno di conferme — della fortuna che abbiamo a poter gioire dell’immensa arte di Bob Dylan dal vivo.
Quest’anno, come faccio da alcuni anni a questa parte, sono tornata in quella che è in assoluto la mia “venue” preferita — l’Hallenstadion di Zurigo.
Innanzitutto, anche se credo di averlo detto almeno altre due-tre volte in occasioni precedenti — in tal caso vi prego di perdonarmi la ripetitività — devo specificare che ogni volta che ho la possibilità di andare a vedere Bob all'Hallenstadion (e credetemi, vale la pena di fare il viaggio apposta) mi si riempie il cuore, perché è veramente un altro mondo rispetto agli orridi palazzetti di cemento dall'acustica a dir poco inammissibile a cui siamo abituati in Italia. L'amara realtà è che, a parte poche eccezioni — come ad esempio, a quanto mi dicono, l'Auditorium Parco della Musica di Roma — in Italia non vi sono sale
adatte alla musica leggera, ovvero spazi pensati per offrire un'esperienza di ascolto soddisfacente a chi ami la musica pop-rock, nonché per ospitare i grandi nomi della scena interanzionale che spesso vengono in tournée nel nostro paese. A quando una Scala anche per Patti Smith, Lou Reed e Mark Knopfler? Io credo che la meriterebbero.
Così quest'anno ho finito per fuggire dall'orrendo catino ridondante del Forum di Assago per rifugiarmi nell'abbraccio armonico dell'Hallenstadion, il quale se dal punto di vista estetico ha perso qualcosa a causa di un’operazione di rinnovo che l'ha omologato ad altri luoghi similari, dal punto di vista acustico e di comfort non ha fortunatamente perso proprio nulla, ed è sempre come piace a me. Le sedie sono comode, il suono è perfetto e la voce di Bob ne esce chiara e squillante come poche volte mi è capitato di sentirla.
E in effetti quest'anno ho riscontrato nella voce del nostro una potenza incredibile, ancor più del solito, nel senso che in questo show c’è stata una coerenza esemplare e la scelta stilistico-musicale delle esecuzioni ne è risultata splendente e scintillante come una perla rara di assoluta perfezione: grazie alla chiarezza di espressione, la dizione decisa e meravigliosa, e il riproporsi perfetto di quel modo unico di declamare a raffica le sue cose migliori — le frasi per le quali lo abbiamo tanto amato e ancora lo
amiamo, e che ben conosciamo ma che ogni volta, semplicemente a seconda della particolare inflessione con cui le pronuncia e della rabbia o dolcezza che mette nel proporle, assumono nuovi, sfaccettati significati.
Unica delusione della serata, lo scoprire che i geniali addetti del Ticketcorner svizzero avevano fatto un discreto caos con i posti numerati (l'Hallenstadion è tutto a posti a sedere), ragion per cui, nonostante una volta giunti sul posto si siano notati parecchi posti liberi in platea, noi (Layeti e io) eravamo state assicurate che questa fosse piena e messe in balconata; e purtroppo - come spesso succede da quando il nostro ha deciso di abbandonare la chitarra per la tastiera – ci siamo trovate dalla parte sbagliata del palco, vale a dire sul lato destro, con gli occhi per tutta la sera puntati sul sedere di Bob anzichè sul suo volto... Bobbino nostro un giorno mi dovrà illustrare le motivazioni della sua scelta scenica di piazzare la tastiera (o la pianola, come la chiama Layeti, facendo impazzire di rabbia Zimmy ogni volta) sempre da una parte del palco, la destra, anzichè un po' piu' in centro come la logica imporrebbe... ho l'impressione che Bob ultimamente, pur essendo un vero leone sul palco, sia visibilmente un po'a disagio quando la musica infine si ferma  e lui deve mostrarsi al pubblico senza la protezione dello strumento (si vedano i saluti prima dei bis e simili) e abbia quindi colto al volo l'occasione offerta dalla pianola per nascondersi,
rendendosi così meno visibile... solo che anche stavolta noi ci siamo ritrovate a studiare alla perfezione la schiena di Bob, nonché il retro della sua giacca nera da performer — un altro degno esemplare della sua collezione di abiti da scena, con coda lunga e tanto di martingala. Detto questo, posso cominciare la cronaca del concerto vero e proprio dicendo che fin dall'apertura, quando nel palazzetto si sono diffuse le note del primo pezzo, ho avuto la sensazione che fosse evidente
che, ancora una volta, Bob stava per emozionarci e stupirci a un livello pressoché ineguagliabile, un gradino sopra qualunque altro musicista che siamo abituati a vedere sul palco. Anche quest'anno c’era in serbo qualcosa di grande.
La voce potente, profonda e corposa di Bob si è esibita in apertura in una versione incandescente e ritmatissima di Drifter's Escape, canzone che ho spesso qualche problema a riconoscere, anche perché Bob ha sempre cura di riarrangiarla in  modo tale da far apparire l'attacco del pezzo simile a quello di altre canzoni ritmate del suo repertorio. Ma come dicevo, la voce e soprattutto l'energia incredibile che il nostro metteva in ogni nota mi hanno convinto subito dell'altissimo livello generale della serata. La band sembrava seguirlo in grande forma, molto affiatata, e dato che ai miei occhi i chitarristi erano,
naturalmente, la novità, ho potuto subito inziare a “studiarmi” ogni loro singola mossa per trarre le mie conclusioni personali — conclusioni che, devo dire, non ho avuto alcuna esitazione nel raggiungere!
Dopo questa intro eccellente, siamo entrati subito nel vivo della scaletta ed è arrivata una sorpresa per me particolarmente gradita: Bob ha cantato Senor, una delle mie canzoni preferite nonché, secondo me, una delle più evocative che abbia mai scritto. E anche stavolta l'esecuzione era ottima: è stato durante questo pezzo che ho iniziato a notare le peculiarità musicali del tour di quest'anno, ovvero quelle novità e scelte negli arrangiamenti e nelle esecuzioni di cui tanto avevo sentito parlare, sia su MF che dai dylaniani in generale. La maggior parte di loro attribuiva questi cambiamenti in primis alla nuova line-up,
più che altro ai nuovi chitarristi, Kimball e Freeman, e  all'intreccio che le due chitarre stabilivano tra di loro. In effetti, da quando Bob ha abbandonato la chitarra per la tastiera, appare evidente che rispetto al passato debba affidarsi in misura maggiore all'operato dei propri chitarristi: questo l'abbiamo visto fin dal primo tour in cui ha suonato la tastiera, quando Freddy Koella a volte gli rubava addirittura la scena per interi minuti, esibendosi in suggestivi assoli nei momenti più intensi di alcune delle canzoni più celebri (dev'essere per questo che il buon Freddy è durato così poco all'interno della band di Bob!).
Ora, invece, la tecnica di Bob è, a parer mio, leggermente cambiata: perché se è vero che i chitarristi, con il loro stile, possono influenzare le esecuzioni, è di certo lui  a decidere come e perché, e a entrare in prima persona nella cosa, partecipando attivamente agli assoli e alle variazioni sul tema che costituiscono la particolarità stilistica e il segno distintivo del tour del 2005: la sua scelta di quest'anno è ben precisa e molto interessante, diversa da tutto quel che ha fatto ultimamente.
Ora, nei momenti salienti di molte canzoni dello show, ci sono delle interessanti variazioni sul tema che appaiono quasi una sorta di improvvisazione, offerta da Bob in unione pressoché perfetta con la band: i tappeti sonori offerti in questi momenti, che hanno rappresentato autentici picchi di creatività all’interno del concerto nonché in ambito di arrangiamenti, sono stati in gran parte comandati dalla tastiera di Bob, che si è più volte esibito in assoli intrecciati insieme alle due chitarre di cui sopra, fondendosi mirabilmente con la slide guitar dal sapore davvero molto rock (più rock che nell’ultima tournée, come
alcune versioni di questa serata, tra cui ad esempio “The Times They Are a-Changin’” hanno ampiamente confermato) e dando un’interessante e particolare impronta a tutto lo show.
L’impressione personale è stata quella di un grande equilibrio musicale nell’esecuzione dei pezzi, una continuità magistrale ma, allo stesso tempo, anche una varietà e una ricchezza del suono che dimostrano la maestria dopo tanti anni ancora sorprendente di Bob, che con il suo NeverEnding Tour ha creato una formula di grande spettacolo, sempre magico ed evocativo, ormai entrato nella storia della musica e tale da essere in grado di stupirci continuamente anche dopo ormai vent’anni.
Per questo le particolari variazioni sul tema caratteristiche di questo tour, che arrivano d’improvviso nel corso di un pezzo ridefinendone e modificandone la struttura, sono guidate da un filo comune, che secondo me unisce in modo sapiente il gusto di Bob per le novità e le sperimentazioni e peculiarità stilistiche dei musicisti che lo accompagnano in questo periodo (vedi i nuovi chitarristi). Sappiamo bene, in quanto dylaniani, che ogni concerto di Bob è un mondo a sé stante che, grazie agli esercizi creativi in cui il nostro ogni sera si cimenta, costituisce un’occasione unica e irripetibile per ascoltare e sperimentare i frutti della sua improvvisazione e ispirazione del momento, tramite i continui riarrangiamenti  e modifiche che perfino i pezzi più collaudati subiscono: il trattamento a cui Bob sottopone tutti i suoi successi rende ogni serata diversa dalle altre, cosa che non accade con nessun altro artista della scena rock mondiale, che io sappia. È quindi difficile dire se  il prossimo tour seguirà la linea di quest’anno o se sarà invece completamente diverso, o, ancora, se Bob conserverà qualcosa di esso per rielaborarla nuovamente in futuro: in ogni caso, mi sembra uno stile fresco e sincero, estremamente interessante, e non ho avuto al riguardo le riserve che in molti hanno espresso.
Proseguendo con i dettagli della setlist, per me una delle tante, meravigliose sorprese di questa serata magica è stata “God Knows”, canzone che mai mi sarei aspettata di sentire e che Bob ha qui presentato in una versione a dir poco eccezionale, molto più efficace rispetto a quella su disco: una versione meditata ed evocativa, in cui i primi versi della canzone fungono da prologo attento e pieno di tensione, per poi, all’arrivo del verso forse più forte di tutta la canzone — “Dio sa che non porterai nulla con te quando te ne andrai” — lasciar esplodere di colpo la canzone, fino a quel momento trattenuta, in un rock ritmato e martellante, che diviene una lunga e lucida dichiarazione di forza, la quale giustamente raggiunge il suo culmine, prima del finale, con il meraviglioso verso “Dio sa che saprai ergerti sopra il tuo momento più buio”. Fantastico.
Altre highlights sono naturalmente state praticamente tutte le canzoni della serata, proprio in virtù del carattere sapientemente omogeneo e di assoluta, altissima qualità che ha permeato ogni esecuzione: non una sbavatura, non una nota di troppo, bensì, ancora, un’eleganza assoluta ad attraversare ogni nota — anche se per ovvi motivi le esecuzioni più impressionanti, per il pubblico, sono state quelle delle canzoni che non ci aspettavamo, o non osavamo sperare, di sentire — ad esempio, Standing in the Doorway, altra canzone da Time Out of Mind: un’esecuzione splendida e davvero molto sentita, con la voce di Bob che si faceva più profonda e avvolgente a ogni parola, ma allo stesso tempo appuntita come un rasoio, fino a raggiungere dei picchi di intensità che, grazie all’influsso combinato dell’interpretazione e della forza di musica e testo, caricavano ed enfatizzavano il significato di questa canzone rendendola, se possibile, ancor più del solito un lamento poetico di altissimo livello — cosa che con Bob succede molto spesso.
E Highwater, allora? Per la prima volta l’ho ascoltata nella nuova versione, più rock rispetto a quella su disco, con il banjo che all’inzio pare solo un suono di sottofondo, per poi in seguito colpire davvero ed ergersi sopra gli altri strumenti, ritmando e conducendo il pezzo in una continua e sorprendente esplosione di energia, strofa dopo strofa: ci sono esaltanti intermezzi ritmici condotti sulla base della tastiera di Bob, e la sua voce che attraversa tutto come la famosa freccia dritta e appuntita di cui
parlava in Restless Farewell... E verso la fine, subito prima del reprise, quando non sai più cosa aspettarti, la batteria prende il sopravvento e tutto esplode in una conclusiva, liberatoria ondata di energia, di nuovo guidata dalla voce potente di Bob... E la chitarra la accompagna con ritmo trascinante, mentre l’esecuzione si fa sempre più rabbiosa, fino al finale a dir poco straordinario, con la tastiera che lentamente sfuma le sue note sempre più piano e il banjo batte come i rintocchi di una campana, lasciando nell’ascoltatore la sensazione di qualcosa di travolgente appena passato, come subito dopo una tempesta... Che energia, gente! Va però detto che anche le canzoni più abituali sono state un successo, e le esecuzioni curate tanto
quanto quelle delle “sorprese”: ad esempio la versione di The Times They Are a-Changin’ è stata molto toccante e piena di dignità, forse anche più del solito. Una canzone così solenne ed evocativa non passa mai inosservata, anche se siamo abituati a sentirla molto spesso, e la versione di Zurigo sembrava quasi avere una marcia in più. Così come Highway 61 Revisited, che anche stavolta Bob ci ha elargito in quello stile rabbioso e dinamico a cui ci ha abituati ultimamente, che prevede che il “61” del ritornello ritorni a essere l’urlo giovanile che doveva avere in mente quando l’ha composta, con la sua voce che ruggisce un “sixtyuuaaaaaannnn!” a dir poco irresistibile. Però la novità di quest’anno è che le strofe sono più scandite, la batteria è più presente e guida ritmicamente l’intero pezzo, per cui il ruggito di Bob in alcuni momenti diventa quasi un’eco che si fonde con gli altri strumenti: ho anche notato, non senza un certo gusto, che la pedal steel in un paio di punti si è esibita in un acuto di accompagnamento che somigliava molto a quel geniale fischio perforante in puro stile circo Barnum che accompagnava la fine
di ogni strofa nell’incisione originale su disco. Ma la vera genialata è la creazione di uno dei tappeti sonori che menzionavo all’inzio di questa recensione, ovvero dell’improvvisazione che Bob ci offre con la tastiera sia in apertura che al termine della strofa finale: insieme ai musicisti, fa sfumare di colpo la canzone dando l’illusione di un’improvvisa rilassatezza, per poi farla di colpo decollare di nuovo in un tripudio di suoni eccezionale. Anche il finale è considerevolmente alterato rispetto a quel che eravamo abituati ad ascoltare, con un’ampia variazione sul tema in cui gli strumenti, di nuovo, si fondono tra loro
perfettamente, e devo dire che mi piace molto. E qui mi sento in dovere di fare i miei complimenti alla band, che gira come un ingranaggio oliato a perfezione, esibendosi a un cenno di Bob in variazioni e rapide svolte che credo farebbero impallidire molti musicisti — e del resto, l’estrema adattabilità e velocità nella risposta, unita a una particolare sensibilità ai desideri estemporanei del Maestro che la guida, è un requisito fondamentale al quale ogni formazione che suoni con Bob deve rispondere. E
l’impressione generale è di qualcosa di semplicemente perfetto, e mi pare che Bob sembri trovarsi perfettamente a suo agio.
La stessa cosa può dirsi anche per la versione di Visions of Johanna, presentata in una chiave magistrale, fluida ed emotivamente trattenuta — e forse per questo ancor più suggestiva — in cui il piano la fa da padrone e le strofe sono come sospese, avvicendandosi con armonia una dopo l’altra — si desidererebbe che non finisse mai, anche perché la frase melodica delle strofe di questa canzone è una delle più geniali della storia della musica, e si nota subito.
Anche la poco conosciuta Watching the River Flow ci è piaciuta: per molti ha costituito un intermezzo divertente, dato che l’esecuzione vocale di Bob e, soprattutto, lo stile scanzonato dei chitarristi con le loro scale improvvise, unitamente alla pedal steel di Herron, la rendevano, in diversi punti, simile nientemeno che a Rainy Day Women #12 & 35. Anche qui le chitarre hanno dato del loro meglio, e gli assoli sono stati sì rock, ma mai troppo invadenti o eccessivi: e infatti la tastiera di Bob si è presto insinuata tra essi, e ci sono stati dei piacevolissimi, e anzi esaltanti, momenti di improvvisazione a tre tra la tastiera e le chitarre.
Naturalmente ogni volta che Bob faceva cenno di staccarsi dalla tastiera, tutti nel palazzetto subito pregustavano l’assolo di armonica che avrebbe regalato, un momento come sempre attesissimo dai fans e da tutti indistintamente amato. E infatti ogni volta Bob si voltava, dirigendosi verso un tavolino sul quale erano allineate in fila diverse armoniche, tra cui sceglieva quella giusta per poi suonarla con una mano sola mentre continuava a picchiare sui tasti. Anche stavolta abbiamo avuto dei begli assoli, come sempre applauditissimi.
Non è mancata nemmeno Every Grain of Sand, che da un paio d’anni a questa parte è divenuta a sorpresa una costante degli show di Bob — e chi l’avrebbe mai detto? La versione è pressoché identica a quelle del 2003 e 2004, ma sempre bella.
New Morning è stata un’altra gradita e davvero inaspettata gemma della scaletta — naturalmente riarrangiata a livello tale che soltanto dopo aver ascoltato le prime parole è stato possibile riconoscerla: ma non appena il ritornello si è palesato in tutto il suo fulgore, con il piano di Bob che la guidava con armonia (un po’ come nell’incisione originale del ‘69!) e la deliziosa chitarra di Kimball a scandire la fine delle strofe, la canzone si è come rivelata di colpo nella sua bellezza e in tutta la semplice e
innocente gioia che da sempre, per sua caratteristica intrinseca, è in grado di trasmettere — cosa che ha raddoppiato il nostro entusiasmo scanzonato nel cantarla con tutto il fiato che avevamo in gola, scambiandoci occhiate entusiaste!
Un'altra chicca è stata My Back Pages, distintasi in particolare per l’interpretazione soft, che ha reso la canzone appena più lenta che in tour precedenti, e per l’impronta pianistica che Bob le ha dato con la tastiera. Di nuovo, gli assoli di chitarra, così come gli accompagnamenti alla steel pedal tra una strofa e l’altra, sono stati molto belli e mai troppo invadenti.
Altra cosa la sorpresona di ‘Till I Fell In Love With You, che Bob ha eseguito in modo  splendido, riarrangiandola in chiave quasi anni trenta — questa versione non sarebbe dispiaciuta a Cole Porter! — sebbene a ricordarci lo stile di provenienza del pezzo ci fossero nuovamente la steel pedal a ritmare il tutto sapientemente, e la batteria a scandire le pause tra una strofa e l’altra. La voce di Bob scivola perfetta come un ballerino sul pavimento di legno di una sala da ballo degli anni ruggenti, e l’atmosfera è proprio quella del periodo — atmosfera che a maggior ragione raggiunge il suo apice con Summer Days, presentata infatti in una versione ancor più da sala da ballo dei bei tempi andati rispetto a quella cui siamo abituati, tanto che il contrabbasso diviene ancor più importante che in precedenza, e il piano intreccia con esso un gioco a due di sapiente maestria — un botta e risposta degno di una band jazzistica navigata. Anche qui la canzone sembra di nuovo sfumare lentamente, per poi riprendere quota di colpo e riesplodere nell’ultima strofa: anche la batteria diviene stilisticamente quasi jazz, che
accompagna il finale dell’ultima strofa in un tripudio di piatti. Ed è interessante notare come queste variazioni stilistiche di atmosfera si accordino  e combinino alla perfezione con lo stile musicale dell’intero concerto, che come ho già detto diviene infatti una gemma di continuità e coerenza. Sei davvero un marpione, Bob!
Tra le novità, di quest’anno, ho inoltre notato che nelle presentazioni di rito dei componenti della band eseguite prima del bis, Bob ha introdotto ogni musicista con l’aggiunta delle informazioni sulla sua provenienza geografica — una novità, per quanto possa ricordare. Abbiamo così scoperto che George Recile viene da New Orleans, come del resto Tony Garnier, l’uomo a cui Layeti aspetta di poter dare un bel pattone in faccia alla prima occasione (chi si chiedesse il perché può scoprirlo leggendo la prima strip di Mummy & Zimmy su Maggie's Farm). Adesso almeno sappiamo dove aspettarlo sotto casa quando l’occasione si presenterà!
L’immancabile rituale del bis ci ha mostrato senza ombra di dubbio quanto Bob, appena si stacca dalla tastiera, sembri terribilmente a disagio, poiché se non ha qualcosa da tenere tra le mani proprio non riesce a essere disinvolto: tanto che quando è giunto per lui il momento di mettersi in fila orgogliosamente a fianco della band per prendersi i meritati applausi del pubblico, non ha trovato di meglio che prendere due armoniche dal tavolino, una per mano, e avanzare verso il fronte palco con il
suo fare goffo, mostrando bene i pugni stretti intorno alle armoniche... Cosa che ci ha ricordato molto la famosa statuina religiosa del videoclip di Jokerman, con i due serpenti stretti in mano (“You were born with a snake in both of your fists, while a hurricane was blowin’”)... Spettacolare a dir poco. Non c’è stato verso di fargliele mollare fino a quando non è sparito nel buio del sipario! I bis sono stati i soliti delle ultime tournée, ovvero l’immancabile Like A Rolling Stone, anche in questo
caso modificata così da seguire la particolare onda stilistica di questo tour, ovvero resa un po’più jazzistica e meno violenta, con altri notevoli tappeti sonori che si intrecciavano tra loro prima del reprise.
È stata naturalmente seguita dal gran finale di All Along the Watchtower, quest’ultima eseguita in una versione simile a quella introdotta nel 2003, ma anch’essa permeata di sottili e intriganti differenze, con una nota di colore e di energia in più: il piano picchia ancor più del solito e l’atmosfera si fa rovente, con la voce che scandisce le strofe accompagnata in perfetta simbiosi da una batteria sempre più valorizzata e pressante di pari passo con la chitarra, fino al liberatorio urlo finale di Bob “... Any of it is
wooooorthhhhhh!”, addirittura valorizzato tramite un effetto elettronico di eco... Mi pare davvero che in questo tour Recile, Bob e i due chitarristi siano presi in un turbine eccezionale in cui sono uniti in un’armonia perfetta!
Purtroppo è già la fine dello show, con il fantastico, ultimo saluto di Bob, in piedi di fianco ai suoi uomini come un generale orgoglioso dopo una battaglia pacifica, prima di sparire del tutto alla nostra vista, avvolto dalla notte. Sam Shepard, autore del meraviglioso libro sulla Rolling Thunder Revue appena ristampato in libreria, ha detto che Dylan sul palco è uno sciamano... Oh, com’è vero! Uno sciamano che, come nella canzone Silvio, può alleviare le tue pene e portarti in un’altra dimensione, tirare fuori il meglio di te e dare un senso a cui non avevi pensato alle cose che ti circondano.
E così, ancora emozionate e come avvolte in una meravigliosa nebbia dal sapore quasi onirico, Layeti e io abbiamo lasciato a malincuore l’Hallenstadion, osservando con cura i fan che si riversavano in strada, tra cui naturalmente moltissimi dylaniani da tutto il mondo (italiani, spagnoli, etc.etc.). Uno show di Dylan è come sempre un magico polo d’attrazione, quasi un richiamo della foresta! Dopo il concerto ho avuto la fortuna di incontrare in una birreria stube tipica del luogo, due dylaniani che
avevano seguito il tour per buona parte della sua durata: uno di loro era norvegese e l'altro olandese, e quando sono entrati nel locale (che era l'unico a quell'ora ancora disposto a placare i nostri palati affamati) ci siamo subito scambiati uno sguardo d'intesa, poiché, anche se non ci eravamo mai visti prima, io avevo riconosciuto la faccia di Bob sulla maglietta di uno dei due: e quella tacita fratellanza ci aveva permesso, come sempre accade, di comportarci subito come vecchi amici, senza alcun timore nè autocensura. Questi due signori mi hanno detto che, dopo aver visto più o meno una quindicina di concerti nell'arco delle settimane precedenti, ritenevano entrambi che quello di Zurigo fosse stato il più bello in assoluto; e dato il tenore della serata la cosa, anche se non avevo visto gli altri show, mi è parsa come null’altro che la conferma di quanto anch’io, dentro me, pensavo. Oltretutto Henk, l’olandese, si è rivelato una persona di rara gentilezza e mi ha addirittura spedito, senza pretendere nulla in cambio, una registrazione a dir poco perfetta dello show, eseguita in modo magistrale, che non fa che dimostrarmi una volta di più la grandezza di questo concerto e, naturalmente, l’eccezionalità dell’arte di Bob, che ormai da tempo immemore è nei nostri cuori per rimanervi.
Adesso non posso che attendere con ansia la prossima calata di Bob sull’Europa... Come ogni anno!
È con questa promessa, che è in realtà un augurio di avere presto l’occasione per rivedere tutti quanti voi il più presto possibile in occasione di un altro evento come questo, che vi auguro di cuore un buon Natale e un ancor più meraviglioso anno nuovo — e credo che almeno sul fronte dylaniano anche il prossimo anno prometta grandi cose come quello appena trascorso, ahaha!
E come dice Bob, “peace, tranquility and good will”... Tanti auguri e un abbraccio a tutti voi.
Beni "Hamster" 


Racconti dal Neverending tour: MILANO 2005 - FORUM DI ASSAGO - Clicca qui
Bob Dylan: il divenire, l’onirico e il femminile dalla cronaca di un concerto, di Valentino Curti
Grazie a Valentino che ha scritto questa bella recensione sul concerto di Bob a Milano


grazie a Paolo Graziani per le foto di questa pagina


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