Dopo una giornata passata a visitare i vari siti di interesse di Bologna e un tempo incerto si arriva al Palamaguti.
Nonostante i soldi spesi per il biglietto 46 euro+prevendita ci sistemiamo al posto prenotato gradinata Est L, devo dire che la posizione e' buona non ottima, si vede sia lo sfondo del palco, una sorta di drappeggio di color rosso vermiglio che si aprira' durante il concerto lasciando uno sfondo di cielo notturno stellato, che la "pianola di Bob" in posizione a noi frontale.
La solita introduzione vocale poco dopo le 21.00 e sale Bob con il resto della Band, ovviamente si posiziona nella sua zona preferita e cioe' dietro la "pianola".
Accolto dal boato,vestito in completo nero, camicia, pantaloni e cappello nero qualcuno ha detto alla "Zorro", Bob inizia a scaldare bene l'ambiente con una rockeggiante Maggie's Farm. E devo dire che dopo le prime 4 songs si sente che Dylan e' ben concentrato, la voce e' molto decisa e la band gira bene, e rimarra' cosi fino la fine del concerto.
Molto bella a mio avviso Hard Rain e bellissima la Girl of the North Country queste due cantate e rivisitate in un arrangiamento che non avevo sentito negli altri concerti live.
Il concerto e' stato un bel sano rock ma....
Ma stiamo sempre li', Dylan che nel suo cappello ha circa 400 ? forse di piu' songs tira fuori sempre quelle, da diversi anni non cambia e non si sa il motivo del perche' non lo faccia; per quanto vuoi introdurre qualche chitarrista diverso il sound va a finire che e' sempre quello, anche se diverso, e ti accorgi che e' un "gia' sentito", e quel qualche cosa di diverso che si nota, o che puoi notare, sinceramente e' troppo poco.
Inoltre avendo a disposizione sempre le stesse songs tipo Sugar Baby - Down Along The Cove - Cold Irons Bound - Tweedle Dee & Tweedle Dum e il solito set finale si ha poi la percezione di aver visto un concerto standardizzato, non c'e' improvvisazione di nessun genere, anzi mi sembra di non avere sentito nessuna sbavatura nella band e tanto meno un'introduzione sbagliata di Bob e della Band.
Il concerto di per se' devo dire e' stato energico, pochissimi accenni country e tutto o quasi rock, ma quando cambia? quando riprende la chitarra acustica? e soprattutto quando lascia la pianola? quando lascia un po' di spazio all'improvvisazione musicale, o meglio dire quando cambia tutta la band?
Al prossimo concerto.....
Stefano C.
Racconti dal never-ending tour
Mantova-Bologna-Duluth
I mantovani sono una brutta razza. Io appartengo alla peggiore schiatta di questa genìa, cioè gli alto-mantovani. Poi ci sono i cittadini e i bassi mantovani. I primi sono lombardi, gli altri emilianeggianti. Però siamo tutti mantovani.
Un mantovano fuori sede, per esempio a Bologna per motivi di studio (anche se poi non studia) come me, è e rimane un mantovano. Lancia sempre segni di riconoscimento per poter individuare un conterraneo. Poi ci si incontra e si parla di poche cose: quanto è buono il risotto con le salamelle, qui a Bologna non lo fanno, e soprattutto del Mantova che fa sfracelli in serie B. Un mantovano fuori sede continua a parlare mantovano. Alcuni, come me, abitano in un appartamento studentesco popolato da soli mantovani. L'italiano è la seconda lingua. Malsopportata, tra l'altro. Il mantovano è bello perché è quasi incivile: prendete un discorso di un mantovano, togliete le bestemmie e non sta più in piedi, mancano i nessi, le congiunzioni. Toglietegli i saluti fatti solo tramite insulti pesanti ai parenti del prossimo e non ne rimarrà che un mantovano triste. Perché poi il mantovano si impegna, ma ad essere fine non ci riesce. Però sono compagnoni. Ma questo non c'entra nulla.
Allora c'è il concerto di Bob Dylan a Bologna e il mantovano dylaniano ci va di fisso. Organizza un incontro in osteria con la gente di Internet, si discute e ci si diverte.
Poi c'era Tulipe, che con la mia chitarra, che io avevo preso su per far bella figura, ha cantato come Joan Baez e mi ha smerdato. Bravissima, però, gran voce e grande anticipazione del concerto (ha fatto Hard Rain). Io lì con la chitarrina sdleng-sdleng, ho fatto una strofa di My Back Pages e mi ha interrotto l'arrivo dei primi piatti. Le forze in campo non erano eque.
Dopo pagato di resto veniva un euro a testa e io ridistribuisco la moneta ma Claudia di Roma non la vuole. Dice: la lascio di mancia. Oh, grazie, dico io.
I pazzi vanno sotto i cancelli del Palamalagutti alle 3. I mantovani no, perché non han mica del buontempo. Io ho aspettato le sette, come cristo comanda, con il mio amico Francesco. Poi a far la fila si socializza con la gente. Incontro Giulia di Padova, come previsto, e auspichiamo una Senor che non verrà (a presto, Giulia, prima o poi vengo a Padova). Una tizia non voleva credere che Crema fosse in provincia di Cremona. Io gli dico, sì, Crema è lì. Ma è stupido, fa lei! Crema in provincia di Cremona, mi prendono in giro! Perché, faccio io, i cremonesi non sono mica intelligenti. E già, qui dimostro di essere mantovano e di odiare, per campanilismo, i cremonesi, parlando della loro stupidità, luogo comune locale. Tanto sono stupidi veramente.


Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)
Come per ogni altro suo concerto, i commenti si sprecano, ma è
giusto così. Nessuno, infatti, nel panorama odierno della musica
internazionale, riesce a mantenere alta l'attenzione su un repertorio che
in fin dei conti, è pur sempre risalente agli anni '60 (forse neppure
Paul McCartney ci riuscirebbe se cantasse Yesterday per cento serate all'anno
in tutto il mondo). Segno, questo, della vitalità di quei
brani, che Dylan ripropone con sistematica a tediosa cadenza ad ogni suo
show. L'attenzione, malgrado tutto, resta alta, un po' per il suo carisma,
un po', certamente, per il magnetismo stesso delle composizioni.
Sicuramente, però, la chiave di volta di questo successo che si
registra ormai da diversi anni è costituita dal 'revisionismo' sonoro
dell'opera dylaniana, operazione intelligente e lungimirante che ha toccato
i cuori di un popolo 'rock' ormai molto esteso, e che mai avrebbe potuto
in questi anni accostarsi a un Dylan acustico e cantautorale oggi difficile
da reggere. Sono passati quarant'anni da 'Another Side Of Bob Dylan' e
'The Times They Are A Changin' ' , dischi rivoluzionari nella scena
musicale di quell'epoca, ma oggi praticamente inaccessibili a un pubblico
che ha ingerito trent'anni di musica cantautorale mutuata da quegli standard.
Se Bob oggi continuasse a suonare e cantare così apparirebbe privo
di originalità, per quanto è stato poi imitato. Gli imitatori
hanno inflazionato la sua idea originaria. Oggi è un problema procedere
su quella strada, persino per De Gregori, per Bennato, per chiunque. Tutti
cercano un'evoluzione, almeno sonora. E quella di Dylan, quella di questi
anni, è stata, come al solito, devastante. Il folk elettrico esplode
nei suoi concerti in modo strabiliante, le sue band sono state talmente
forti da consentire a Bob persino di abdicare al suo ruolo di chitarrista
(la chitarra è sempre stata una sorta di protesi della sua immagine:
vederlo in questi anni dietro una tastiera è già, solo questa,
una novità straordinaria che stupisce ogni volta, alla quale non
ci si abitua, di fronte alla quale non ci si rassegna, ma al tempo stesso
è una sollecitazione che incuriosisce, che attira l'attenzione).
Votarsi a interpretazioni volutamente molto rock del suo repertorio
è stata, dunque, una scelta azzeccata. Ha rivitalizzato i brani,
li ha avvicinati all'orecchio del pubblico di oggi (anche dei giovanissimi),
e soprattutto, ha costituito un motivo di recupero di una tradizione di
rock'n'roll americano, di rockabilly e folk rock (quella che Bob esprime
in 'Twedlee Dee' e 'Summer Days', brani che non a caso non esclude mai
dal repertorio, così come pure non vengono mai escluse le 'Highway
61' e 'All Along The Watchtower', proprio per dare un trend marcatamente
rock alle sue esibizioni di oggi). Questa innovazione ha poi anche comportato,
di conseguenza, il definitivo abbandono del tipico cantare dylaniano nasale
e tutto di petto, a favore di un'interpretazione da crooner rock blues.
Segno, anche questo, dell'intelligenza musicale di Bob, artista che
ha sempre dovuto scendere a patti con la sua voce e arrivare con la forza
imperiosa dell'interpretazione là dove non riusciva ad arrivare
con la sola attitudine naturale delle sue corde vocali. Se in 'Nashville
Skyline' , come diceva Eric Clapton, 'cercava di assomigliare ai grandi
crooner del country' (come Hank Williams, o Johnny Cash), elaborando un
modo di cantare particolare ma forse un po' lezioso, oggi, veleggiando
verso i 70 anni, non poteva, il nostro, che cercare un giusto avvicinamento
ai canoni del cantare rock blues, a uno stile che quasi si avvicina
a un John Lee Hooker e a tutti gli altri giganti del genere: quelli che
possono cantare anche a 80 anni, con una voce divenuta rauca, più
profonda e tagliente (proprio come ha cantato Bob a Bologna 'It's All right
Ma' : sublime!).
Il concerto, quindi, va letto in questa ottica. E in tal senso, non
può che considerarsi eccezionale, anche se il repertorio appare
blindato sulle sedici canzoni più o meno tipiche di queste ultime
tournee. Le 'new entries', come tutti rilevano con disappunto, sono sempre
pochissime, c'è meno voglia di sperimentare (insomma, ha anche un'età,
la stanchezza si deve pur concedere agli umani!). Va detto, in tutta onestà,
che stavolta, anche le interpretazioni elettriche della band sono apparse
più costruite del solito, gli assoli erano molto preparati, in particolare
quelli di Danny Freeman, che apparivano quasi 'jazzistici' in alcuni
momenti: niente a che vedere, ad esempio con il lacerante assolo di
Charlie Sexton a Roma, 1° novembre 2003, al Palaeur, che scatenò
su 'Summer Days' l'improvvisazione di un folk elettrico chitarristico da
passare alla storia. La tournee attuale non concede grosse aperture a questo
tipo di performance, e anche Stu Kimball appare molto 'controllato' (quando
suonava con Larry Campbell, per esempio a Strà e a Cernobbio, doveva
necessariamente raccogliere la sfida elettrica di Larry, sempre brillante
e meno prevedibile, e quindi in qualche modo era costretto a superare la
propria indole chitarristica tendenzialmente ortodossa). L'inserimento,
comunque di Donnie Herron, è un punto di novità del sound,
che è apparso molto curato, forse in certi momenti anche più
che nei concerti 2003 e 2004. Le ricercatezze, ad esempio, si sono registrate
in 'Girl From The North Country', brano stravolto, ma in modo intenso,
poetico e ragionato. Non è stata una versione scadente, assolutamente
no. E' stata solo molto diversa, quasi irriconoscibile, ma di grandissimo
livello. E' solo il desiderio dei fans - quello di pretendere l'interpretazione
più nota e classica - a rendere prevenuto il pubblico: in
realtà, la versione offerta è stata, a ben vedere, la novità
più forte di tutto lo show. Immensa, poi, 'It's All Right Ma', 'Highway
61' che in questa veste può reggere per i prossimi due secoli, e
molto felice anche la 'Down Along The Cove', specchio del Dylan di oggi,
anche se già sentita nelle precedenti tournee più o meno
allo stesso modo. Il resto è ripetizione ordinaria, con qualche
momento di 'assuefazione' dei fans (personalmente, 'Hard Rain' me la sarei
evitata, 'Stuck Inside' pure. Dovrebbe capire, Bob, che il suo è
un pubblico ormai molto assiduo, non ogni ripetizione sistematica può
risultare condivisibile).
Nel complesso, comunque, la serata risulta pur sempre ai massimi livelli,
caratterizzata da notevole concentrazione di tutti i musicisti e di Bob,
e da una voluta cura e attenzione. Concerto 'di precisione', insomma.
Giuseppe Basile
Racconti dal never-ending tour
«Ladies and Gentlemen: Bob Dylan!!»
«Ladies and Gentlemen: Bob Dylan!!» : sarebbe potuto bastare quell'annuncio, quella voce che presentava una delle icone della storia del rock e della musica; sarebbe potuto bastare vedere Dylan a pochi metri di distanza, sentire quel brivido che ti percorre per rendere già indimenticabili quei 1200 km tra andata e ritorno (in meno di 24 ore..) da Corato a Casalecchio di Reno. Ma certo non poteva finire lì, anzi il bello si può dire iniziava proprio lì. In realtà iniziava qualche mese prima, alla notizia delle due tappe italiane (Bologna e Milano) nella tournee europea che Bob Dylan iniziava a metà ottobre : era un occasione troppo ghiotta, irripetibile, immancabile specie per chi dal menestrello di Duluth è ogni volta scosso, rigenerato,stupito. Come chi vi scrive che non poteva non esserci.
Si compra il biglietto : Casalecchio di Reno, 10 novembre, Bob Dylan and His Band, ore 21:00. Parte il countdown verso quel giorno, che arriva finalmente.
Si parte giovedì 10 novembre alle ore 11:30, arrivo alle 18:00 al cospetto di un maestoso palazzetto, il PalaMalaguti teatro dei successi della Fortitudo Bologna e che per una sera si trasforma nella casa di tutti i dylaniani d'Italia. L'aria del grande evento è tangibile già all'esterno dell'impianto, con i primi fans che già braccavano i cancelli aspettando che qualcuno aprisse i cancelli, cancellando ogni barriera tra sé e la storia, se mai ce ne fosse. Si entra alle 20:00.. manca un'ora e poi si potrà vedere con i propri occhi sua Maestà Robert Allen Zimmermann. L'attesa la si tocca con i primi battiti di mano, con le ipotesi riguardo la scaletta delle canzoni... Tutto per ingannare il tempo... Che scorre lento, lento, altro che rock (Celentano docet..)..
Poi finalmente arrivano le 21:07, le luci si abbassano, parte la presentazione: «Ladies and Gentlemen: Bob Dylan!!»..
Eccolo Bob, completo nero e il classico cappello che non manca mai , posizionarsi stranamente alla tastiera che non abbandonerà mai per tutto il concerto e sfornare una serie di pezzi rock, molto lontani dal primo Dylan, quello chitarra acustica-voce dei primi anni (quello di Bob Dylan The Freewheelin 1962, per intenderci). E anche quando ripropone hit di quel periodo, a metà esibizione parte con A Hard Rain's Gonna Fall, lo fa alla sua maniera : le stravolge interamente, le fa diventare come appena scritte, irriconoscibili. Bisogna infatti essere attentissimi alle parole ('Oh where have you been, my blue eyed son') per riconoscere la canzone nata dopo la crisi di Cuba del '62. E poi non eravamo abituati a vederlo per un intero concerto esclusivamente al piano, 'emulando' nei movimenti quel Jerry Lee Lewis, leggenda del rock 'n' roll. Torna a calarsi nei panni del menestrello solo quando a tratti imbocca la sua immancabile armonica.
E' un Dylan che però è inconfondibile per la sua voce, una voce cruda, nasale, potremmo dire stonata, sbattuta in faccia da oltre 40 anni a tutti i puritani della musica e ai teorici della voce melodica e 'pulita'. A tratti sembra quasi una cantilena, anomala perché incredibilmente accattivante e affascinante, che trascina i circa 4000 del Palamalaguti. Un pubblico misto e variegato, con i padri accanto ai figli (caso personale), ennesima dimostrazione di come la musica non abbia età, generazioni o scadenze temporali : Bob ha portato il 'reduce' sessantottino che ricorda magari nostalgicamente i suoi anni e il figlio che ha scoperto in quelle note un significato più ampio di quello esclusivamente musicale.
Arrivano le 22 : 40, Dylan abbandona il palco con la sua band, sembra davvero tutto finito, poi torna acclamato dal pubblico e rispettando pienamente un copione non scritto ma ormai rituale di un concerto. Riprende con: "Once upon a time you dressed so fine.."..la canzone che la celebre rivista americana Rolling Stone ha decretato come la più bella in 50 anni di rock e che accende la platea : Like A Rolling Stone. Poi attacca con un altro classico della produzione dylaniana, quella All Along The Watchtower interpretata anche da Jimi Hendrix e che fa calare il sipario alla serata.
Bob abbandona il palco, definitivamente questa volta, vane tutte quelle urla per farlo tornare indietro (..Come back Bob, come back..), le luci si riaccendono spegnendo due ore vissute con la pelle d'oca addosso.
Signori giù il cappello.. anzi tutti con il cappello... alla Dylan ovviamente.
Vincenzo Pastore
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)
Reduce dal concerto di Bologna provo a tirare un po´ le somme
di quanto visto e sentito. Mi ero ripromesso, dopo il moscio concerto del
2001 a La Spezia di non andare più a vedere zimmy dal vivo, dopo
averlo seguito ininterrottamente sin dall´84. Anche i pochi bootlegs
post 2001 mi avevano confermato nell´idea. Ma tant´è,
visto che la mia compagna e mia figlia (quattro anni e mezzo, una passione
per i Blues Brothers ed al suo secondo concerto dal vivo con regolamentare
passeggino) non l´avevano mai visto ho colto l´occasione di
passare a trovare mio fratello a Bologna e insieme a lui siamo andati al
Palamalaguti. Per la strada mi ero nel frattempo premurato di avvisare
le mie due donne che non si dovevano aspettare granchè, che aveva
la voce da licantropo ecc. Insomma avevo messo le mani avanti, come si
suol, dire. Inizia lo show, siamo posizionati di una decina di metri di
fronte al mixer, quindi in ottima posizione per sentire e vedere.
Si parte con Maggie´s, senza infamia e senza lode e via via che
lo show procede si scivola in una scaletta di maniera e, soprattutto, in
una serie di interpretazioni scolorite, mosce e francamente irritanti.
Per es. durante HW61 quando le cose cominciano a girare un po´
il nostro riporta tutto a terra, addormenta i pezzi.
Dalle prime file probabilmente la percezione è diversa, il coinvolgimento
emotivo maggiore, ma da dove mi trovo io ad un certo punto partono anche
dei solenni fischi, e non di approvazione. Altro aspetto per me rilevante
è la presenza di tre o 4 pezzi da L&T (tra l´altro i più
deboli, mica ha fatto Mississippi o Highwater il vecchiaccio), disco a
mio parere tra i più loffi dell´intera carriera (lo so, qui
piace quasi a tutti, ma io la penso come il buon vecchio Bertoncelli) e
se a questo si aggiungono:
- una stravolta North Country da urlare vendetta al cielo
- la moscia versione di Menphis Blues che fa purtroppo scopa con una
altrettanto scazzata Love Minus zero
- HW61 con i difetti già riportati
- Hard Rain così e così
- L´ennesima inutile LARS e la routinaria Wacthtower
non posso che concludere che non ci sarà per me un´altra
volta al cospetto di messer zimmy. Abbiamo già dato, basta così.
Una nota positiva è invece il fatto che a Bologna ho finalmente
trovato il DVD di Scorsese. Ragazzi, lì si che era elettrico, un
tarantolato!
Mi risparmio i commenti sulla band............ anzi no: sono degli
onesti mestieranti, braccia rubate all´agricoltura. Il chitarrista
che stava alla sinistra, vicino alla batteria sembrava addirittura alle
prese con i rudimenti dello strumento e l´altro sembra imbalsamato
nei più triti clichè. Stendo ovviamente un pietoso velo sul
pianista giusto perché "non si spara sul pianista"
Dopo questa roba ho rivalutato, e alla grande, alla grandissima gli
show dell´84 che all'epoca, a parte l'emozione della prima volta,
non mi avevano poi così colpito.
Francesco
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)
L'attesa davanti ai cancelli è lunga e faticosa, ma il tempo
scorre in fretta perché i dylaniani doc - quelli che come me arrivano
sul luogo dell'evento molte ore prima del concerto - hanno sempre delle
storie interessanti da raccontare. Così ci sono i ragazzi che qualche
sera prima hanno intercettato il pullman di Dylan e lo hanno seguito fino
alla sosta in un autogrill. Avrebbero voluto stringergli la mano, ma i
fan del cantautore di Duluth hanno imparato a coglierne gli umori attraverso
alcuni segni impercettibili che il Nostro, ostinatamente taciturno e introverso,
a volte lascia trasparire attraverso uno sguardo che intimorisce anche
i più coraggiosi e spavaldi. Ci sono quelli che hanno seguito già
i concerti nel Nord Europa e partiranno per l'Inghilterra per assistere
alla conclusione di questo tour europeo di Dylan. Al mio fianco si trovano
le fan che arrivano dalla Germania: qualcuna ha i capelli biondi, altre
grigi. C'è la ragazza che al mattino è riuscita a intrufolarsi
nel backstage e con dieci anni di conservatorio sulle spalle ha incantato
i tecnici di Dylan improvvisando un assolo di armonica. Mostra a tutti
le foto degli strumenti del gruppo perché quasi non crede lei stessa
di essere stata a un passo dall'incontro con la 'leggenda'. I suoi sogni
si sono infranti quando la security l'ha cacciata in malo modo e adesso
è insieme a tutti gli altri, in fila, al freddo, anche se non lo
sente. Qualcuno diffonde la notizia che questo probabilmente sarà
l'ultimo tour europeo di Dylan e il panico si diffonde tra la folla che,
consapevole della non più giovane età del cantautore (classe
1941), tuttavia non vuole credere che questa possa essere la sua ultima
apparizione italiana. Per alcuni è diventata una vera e propria
forma di dipendenza, per altri una ragione di vita: anche qua a Casalecchio
è immancabilmente presente una dylaniana che segue ininterrottamente
tutti i concerti di Dylan sin quasi dall'esordio del 'Neverending Tour'
(1988), la tourné infinita voluta dal cantautore che comprende cento,
centocinquanta concerti all'anno. Anche a Casalecchio riesce a trovare
il suo biglietto gratuito che ogni volta chiede fuori dai cancelli con
un curioso cartello che distrugge ogni logica del bagarinaggio ('Cerco
un biglietto gratis'). Del gruppo di Maggie's Farm riesco a salutare solo
la mitica Anna "Duck". Gli altri - lo scoprirò solo in seguito -
sono qualche metro più indietro. Il pubblico è composto da
almeno tre generazioni, ma i giovani e i giovanissimi, che scoprono Dylan
in modo casuale (i suoi brani non vengono trasmessi per radio, né
pubblicizzati), negli ultimi anni sembrano essere diventati la maggioranza.
È una curiosissima fauna pacifica quella dei dylanofili. L'unica
vera battaglia si consuma al momento dell'entrata, quando parte la corsa
per raggiungere l'ambitissimo posto alle transenne. Anche stavolta, nonostante
l'età (sono nata un mese prima della registrazione di 'Bringing
It All Back Home' : ), conquisto un posto proprio sotto il palco in zona
centrale. Sono a tre metri da Bob, anche se lui per tutta la serata guarderà
sul lato destro, avendo collocato - come sempre - la tastiera in posizione
ortogonale rispetto al pubblico (i suoi delicati occhi di ghiaccio non
sopportano i continui flash delle macchine fotografiche).
Puntuale, Dylan sale sul palco e attacca senza esitazioni una eccellente
Maggie's
Farm, un brano inciso anche da David Bowie e dagli U2, che ne fecero
un inno contro Margaret Thatcher. Bob sembra in buona serata e l'interpretazione
di Tonight I?ll Be Stayin Here With You scalda
particolarmente il pubblico femminile, da sempre sedotto dall'intelligenza
e dalla voce intensa del cantautore. Molto buona anche la versione di It's
All Right Ma' (I'm Only Bleeding), che scatena sempre degli applausi
quando Dylan canta che 'persino il presidente degli Stati Uniti a volte
deve presentarsi nudo'. È poi la volta di Love
Minus Zero / No Limit, una delle migliori canzoni anti-romantiche di
Dylan, che non viene tuttavia eseguita in modo eccelso (ne ho ascoltate
versioni migliori). Discreta, anche se non memorabile, l'esecuzione di
Down
Along The Cove. Il momento più alto della serata si raggiunge
però subito dopo con una versione assolutamente deliziosa di Girl
Of The North Country. Dylan, come è noto, si diverte a interpretare
sempre in modo diverso ogni suo brano (anche i testi subiscono delle modifiche
nel corso degli anni). Non solo la 'scaletta' dei brani che esegue viene
modificata ogni sera, ma uno stesso brano viene trasformato di esecuzione
in esecuzione; da una serata all'altra i cambiamenti possono essere minimi
e apprezzati solo dai dylanofili più incalliti, ma nel corso degli
anni le canzoni subiscono dei veri e propri stravolgimenti soprattutto
da un punto di vista musicale. È il caso di questa versione 'contrappuntata'
di 'Girl Of The North Country' che conserva davvero poco del tessuto musicale
originario. Non c'è da stupirsi se intorno a Dylan fiorisca uno
scambio quantitativamente enorme di Bootlegs. Ogni concerto è unico
e assolutamente diverso da ogni altro. E chi apprezza l'arte sa che è
preferibile ascoltare anche un solo minuto di una interpretazione originale
all'interno di un concerto non eccellente, piuttosto che una sequenza di
esecuzioni impeccabili ma sempre identiche a se stesse.
Con il brano seguente si abbandona l'atmosfera acustica per tornare
al rock-blues di Cold Irons Bound. Segue un'altra
perla della serata: Never Gonna Be The Same Again.
Dylan scandisce ogni parola in contrappunto rispetto alla melodia. L'effetto
è straniante e razionalmente intenso: basterebbe la sola esecuzione
di questo brano per comprendere le pagine riconoscenti che Dylan ha tributato
a Brecht nel primo volume della sua autobiografia (Bob Dylan, 'Chronicles',
traduzione di Alessandro Carrera, Milano, Feltrinelli, 2005).
Un brano classico come Highway 61 Revisited
scalda un pubblico non sempre caloroso. Segue una crepuscolare Sugar
Baby che precede una delle canzoni più amate da Dylan (la esegue
molto spesso, anche se il pubblico non pare apprezzarla molto): Tweedle
Dee & Tweedle Dum. Mentre spero che Dylan esegua 'Just Like A Woman',
arriva un'altra canzone tratta da 'Blonde on Blonde': Stuck
Inside of Mobile With The Memphis Blues Again, un blues coinvolgente
che a onor del vero ho sentito eseguire da Dylan in modo migliore altre
volte. Buona invece l'esecuzione di A Hard Rain?s A-Gonna
Fall e coinvolgente come sempre il rock anni Cinquanta di Summer
Days, tanto che si stenta a credere che il testo di questa canzone
sia così tristemente malinconico.
Durante il consueto bis Dylan esegue due brani classici: Like
A Rolling Stone e All Along The Watchtower.
Sono due versioni di routine ma ascoltare questi due piccoli capolavori
direttamente dalla voce dell'autore è comunque una esperienza unica.
Dylan saluta con gesti compassati e ironici. Il pubblico della prima fila
pensa già al concerto di Milano e io devo ricordarmi che ho un lavoro
e troppi pochi soldi in tasca per partire alla volta del capoluogo lombardo...
Elena "Wallflower"
Racconti dal never-ending tour
“Ne ho avuto abbastanza della tua compagnia ” Disse…
Il cerchio si chiude. Da songwriter, a performer, a direttore artistico
teatrale. Mentre la stampa è ancora ferma alla prima fase artistica
di Bob, il cammino compiuto negli ultimi 25 anni almeno da Dylan
focalizza la sua attenzione sulla gestualità, sulla composizione
scenica e cromatica, sul rito quotidiano del palco. Niente di eclatante
e artificioso per carità, il protagonista del microfono vuoto al
centro del palco non è Dylan, ma non è neppure che non esista,
non è neppure la segreta speranza attesa e disattesa che Dylan
imbracci, fors’anche per una canzone, la vecchia chitarra acustica, sistemata
dietro di lui e ritorni ad essere il menestrello, esecutore delle vecchie
ballate. Il protagonista di quel microfono vuoto è lo spettacolo
stesso, del quale Dylan stesso è partecipe, ma di cui per sua stessa
volontà e accidentalmente anche il principale esecutore. La
canzone stessa è la protagonista principale della serata e Dylan
è il direttore artistico, nel quale ruotano il palco con le studiate
rappresentazioni dei partecipanti. In questo senso la vecchia chitarra
fa parte dell’impianto scenografico, come la statuetta dell’oscar, quale,
forse, simbologia un po’ criptica affidata al contesto e che Dylan dimostra
di amare da sempre, dai tempi di Renaldo & Clara per giungere a Masked
& Anonymous . Dylan è forse il cantante che ritorna in scena
per un ultimo spettacolo, in quella figura decadente che ha rappresentato
nel film citato e in Hearts of fire.
“His Band” riporta alla mente le vecchie band anni cinquanta, così
come la studiata composizione di contrasto tra la Band e il protagonista
nei loro abiti di scena. Quale ultimo indizio migliore, se non un sipario
di velluto rosso che si alza a metà spettacolo alle spalle degli
attori? Quale è lo spettacolo, chi sono gli attori e quando è
iniziato? Dylan cessa di essere Dylan e diventa Renaldo come nel suo film
ed è contemporaneamente protagonista e spettatore. Renaldo ascolta
Bob Dylan che canta.
Gli attori che si riuniscono al termine dell’evento non per sorridere
o inchinarsi davanti al doveroso tributo delle folle ma il più possibile
impassibili a fare da personali spettatori alla fine dell’evento, dove
l’armonica nelle mani di Dylan, forse anche per problemi contingenti, si
trova a diventare partecipe della conclusione.
Dylan a Milano ha riso probabilmente per un passaggio sbagliato durante
Memphis blues again, di un riso spontaneo e naturale, la folla ha risposto,
come se si attendesse la partecipazione di uno spettatore, contenta di
quello che stava ascoltando. Quindi lo spettacolo era buono, diverso, il
protagonista è allegro. In questa sintesi stanno le attese di un
popolo di fans che dopo aver ricevuto tanto da Dylan, dopo aver capito
le sofferenze del “dolore senza senso”, coltivano le illusioni della “consapevolezza”,
della non indispensabile risposta alle domande, ma della esistenza di una
possibile via d’uscita. Non ha detto “ciao ragazzi come va, Milano è
una bella città” ma ha riso, come ha riso sardonico la sera prima
a Bologna dopo aver detto mi pare “merci beacoup”, come se avesse compreso
che il francese fosse un tantino fuori luogo.
Bob ripercorre nelle sue scalette alcuni concetti chiari: non sarò
quello che lavora per qualcuno e quindi faccio quello che voglio (apertura
con maggie's farm), questa serà starò con voi ( I’ll be your
baby tonight o tonight i’ll staying here with you), e conclude con
la citazione finale che, come ha, a mio avviso brillantemente sottolineato
Cristopher Ricks, trasferisce la prima strofa ripetendola alla fine e quindi
il verso finale con cui si conclude il concerto è “nessuno
di loro lungo il confine sa quale sia il valore di ciò". La canzone
finisce da dove era cominciata quindi, può essere un'esigenza per
allungare a tre gli intermezzi da dedicare agli assolo dei chitarristi,
ma porta con sè anche una suggestiva interpretazione. Non pretendo
che comprendiate quindi. Può una nota diversa di Mr Tambourine Man
o una versione barocca di Girl of the north country (avremmo preferito
la versione fedele all’originale? Ma suonata da chi?) cambiare realmente
la strada di un concerto? Può l’assolo di un chitarrista più
o meno convinto spostare di molto la situazione? Può fisicamente
Dylan tornare a suonare la chitarra per due ore ogni sera?. Prima
di criticare perché ognuno non si pone onestamente la domanda se
questa sia o meno una verità e se il suo spettacolo non sia intellettualmente
onesto. Io mi sono dato una risposta. Sono particolari, come la ripetizione
ossessiva di Twedlee dee, ma si può veramente arrabbiarsi
(anche se annoia un po’ anche me) con chi ci ripete verità come:
“Stanno per prendere un tram che si chiama Desiderio…/ Il sogno dell'infanzia
è un bisogno immortale / ed una nobile verità è un
sacro credo…”
In questo quadro “Just like a woman” è a mio avviso l’highlight
del concerto, non tanto per la partecipazione del pubblico (l’avevo già
ascoltata a Monaco e Berlino), ma per il diverso approccio di Dylan che,
contrariamente alle altre esibizioni, si trasforma passando da ascoltatore
e voce solista con il controcanto del coro del pubblico, a corista stesso.
Nelle altre esibizioni si era limitato invece ad essere solo la voce solista.
Per questo il cerchio si chiude davanti al microfono vuoto sistemato
al centro del palco.
Può darsi che Dylan negli anni abbia fatto meglio, può
darsi che ci siano spettacoli migliori e che qualcuno riesca a esprimere
emozioni più grandi e riescano a farmi riflettere di più,
fatemi il favore di segnalarmelo, perché, finora, non ho ancora
trovato qualcuno che abbia provato ad andargli lontanamente vicino.
Michele Talo
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)
Non posso dire che non mi sia piaciuto, il concerto a Milano. E' Dylan, quindi è roba autentica. Ma come la gran parte di voi, so di aver assistito ad un concerto strandarizzato, che nella mia memoria si confonde già con quello di 2 o 3 anni fa.
Il problema è che è sempre stato Dylan il centro del concerto, in lui la sorpresa, l'attimo imprevisto, il colpo di genio. I musicisti, per quanto bravi, sono sempre stati la base, o il contorno, che potesse permettere al Bobby di esprimersi al meglio (o al peggio). Ora c'è invece più sorpresa nell'ascoltare l'assolo del chitarrista (quel grande signore occhialuto e semicalvo, che sembra un professore universitario) piuttosto che l'intepretazione vocale di Bob. Si, il chitarrista che noi vedevamo sulla destra mi è piaciuto molto, l'altro molto meno... ho letto che invece ad alcuni di voi non è piaciuto nessuno dei due.
Presumibilmente per precauzione (visto il tour 'infinito') , il nostro indulge in note gravi e non arrischia oltre a certe note più acute (penso possa trattarsi di un Re il limite max), anche se suppongo che se volesse potrebbe esibire un po' più di elasticità vocale. L'esiguità delle note ora a disposizione non gli permette certe sorprese d'intonazione alle quali ci aveva abituati, ancora protagoniste fino a pochi anni fa. In lay lady lay, per esempio, dopo l'entusiasmo della prima parte si avverte un certo tedio, legato proprio all'insistenza con cui Bob ripete le stesse note gravi da una strofa all'altra.
In realtà, più che nella nota in sé stessa, ora c'è comunque una 'variabile', e risiede nel timbro, nel modo in cui la nota viene cantata: rauca, sussurrata, nasale, profonda...ho notato che ad una stessa nota possono corrispondere diverse sfumature, e Bob sembra concentrato più su questo aspetto che sul sorprenderci con stravolglimenti ad 'elastico' delle sue melodie.
Allora qual è il problema? A mio avviso, il suono non favorisce che queste sfumature possano essere apprezzate in pieno: è infatti evidente una certa monotonia nell'ascoltare i brani più 'tirati', che per questioni di sound coprono certe sottigliezze vocali, mentre nei lenti (tra l'altro pochini) si apprezza qualche sfumatura in più. Anche qui, però, c'è troppo eco sulla voce di Bob e sugli strumenti, o riverbero, il suono è troppo 'da stadio', quasi si trattasse non della voce rauca e 'terribile' di un maestro 64enne, ma di Baglioni o Freddy Mercury (...)
La voce di Bob è potenzialmente più che mai espressiva, ora ha la presenza cupa di Johnny Cash, o degli eroi del blues che lui ama tanto, ma di un'espressività assai differente da quella sfoggiata in gloriosi anni passati. Necessiterebbe a mio avvviso di un suono più intimo e 'crudo', alla Oh Mercy, alla Tom Waits, alla Leonard Cohen. Qualcosa di intimo, fumoso, raccolto.
Sul concerto osservo qualche curiosità:
una misura 'mangiata' non so se a causa di Bob o della band... qualcuno
suona una nota fuori posto, e per non andare all'aria la band tira dritto
con indifferenza. Mi pare sia accaduto in just like a woman. Poi, e fa
uno strano effetto, Bob suona costantemente con l'armonica la scala blues,
anche nei brani che blues non sono (ancora just like a woman, per esempio)...
Io, che tempo fa avevo scritto su questo sito sostenendo che in 'shooting
star' (live unplugged) bob avesse sbagliato una nota di armonica, sono
colto ora dal dubbio che la cosa fosse già voluta... o più
probabilmnete, quell'episodio può aver suggerito a bob la possibilità
di farne una regola. Poi c'è quell'assolo su Forever Young, che
ricalca volutamente lo stile di Robbie Robertson nella versione originale,
ed è strambo sentire una chitarra nostalgica ed una voce invece
più che mai lontano dallo stile di allora. Tra i brani che ho amato
di più: Hollis Brown (che qui mi ha ricordato molto Highwater, ed
è fatale che due brani così distanti nel tempo siano idealmente
vicini), Maggie's Farm (forse semplicemente perchè la prima della
serata), Boots of spanish leather (anche se ne avevo già sentita
una versione live che mi era parsa più intensa), Just like a woman,
forse Don't think twice. Ho trovato un po' noiosa Down Along Cove, Tweedle
Dee, e probabilmente qualcos'altro che ora non ricordo.
Walter
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)
Se avessi assistito ad un qualsiasi altro concerto sarebbe stato tutto più facile. Avrei scritto la scaletta delle canzoni, i bis, avrei raccontato del pubblico che canta insieme al cantante e degli accendini accesi durante un pezzo lento. Ma questo non è un concerto come un altro. Questo è un concerto di Mr Zimmerman, in arte Bob Dylan. E mai il termine Arte è stato più appropriato.
Com'è stato il concerto? Coinvolgente, irreale, irripetibile, ironico, irriverente, divertente, emozionante, imprevedibile, impossibile.
Divertente è stato osservare il pubblico del parterre che prima del concerto cercava di capire dove diavolo si sarebbe nascosto Dylan una volta salito sul palco:
"Di solito si mette sul lato sinistro, ma dov'è la tastiera? Non la vedo…Comunque le casse sono messe in alto, non può fare come a Como l’anno scorso, che ci si è nascosto dietro."
Poi la gara per vedere chi indovinava fin da subito quale canzone stesse interpretando:
"E questa cos'è? Every grain of sand?" "Boh… Può essere qualunque cosa…"
Irriverente il modo in cui Dylan maschera o altera pezzi come “Stuck inside the mobile…” che dovrebbero correre come treni merci lanciati nella notte e invece si trascinano come treni metropolitani il lunedì mattino.
Ironico il suo ghigno malefico quando si accorge che il pubblico è riuscito ad aprire un varco nelle sue interpretazioni impossibili da cantare se non con la sua voce, e adesso sono tutti lì a urlare “just like a woman” quasi fosse una sfida, come dire “Stavolta ti abbiamo fregato…” e così l’ultimo “just like a woman” di Dylan sembra uscire dall’oltretomba, perché alla fine comunque è sempre lui a comandare il gioco.
Imprevedibile il bacio che Dylan rivolge al pubblico a fine concerto, talmente imprevedibile che preferisco quasi credere che si fosse rivolto a qualcuno nelle prime file del parterre per chiedere una sigaretta e non che stesse davvero ringraziando tutti con un bacio.
Impossibile l’idea stessa del N.E.T, il Never Ending Tour, con la media di un concerto ogni tre giorni. Ma impossibile anche la freschezza e la forza di “Highway 61”, un pezzo di 40 anni fa che sembra scritto 4 ore prima… forse il miglior pezzo di tutto il concerto.
Emozionante comunque, nonostante la sua voce che appare e scompare, nonostante abbia appeso la chitarra al chiodo, nonostante alcuni pezzi trascurati a discapito di altri che potevano benissimo essere omessi.
Ho letto pareri di ogni tipo su questo ed altri concerti di Dylan. C’è chi rimane deluso se non addirittura incazzato con Dylan, e non capisco se è perché l’amore spesso si trasforma in odio, o perché pensano - sbagliando - che Dylan sia semplicemente un cantante.
C’è chi rimane sempre e comunque soddisfatto, e probabilmente sbaglia, perché vede in Dylan un mito e adora qualunque cosa faccia. Non credo Dylan sia un mito: i miti di solito hanno vita terrena breve, e difficilmente sarebbero diventati miti se non fossero morti suicidi o di overdose, e quindi mito è più la loro morte che la loro vita, mentre Dylan è grande, è immenso, e lo è oggi, da vivo.
Ci ho provato infinite volte, ma non riesco mai a dare una definizione per Dylan, e lo stesso vale per i suoi concerti.
Anni fa lessi un libro, dal titolo "Scritto nell'anima". Il libro raccoglie una serie di interviste ai grandi del Rock. Una delle interviste che più mi colpì fu quella fatta a Pete Townshed, degli Who, che raccontando di una precedente intervista disse:
<< Mi hanno domandato che effetto aveva avuto Dylan su di me; tanto valeva chiedermi come mi ha influenzato il fatto di essere venuto al mondo. >>
E’ la miglior definizione su Bob Dylan che io abbia mai letto.
Marco on the tracks
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)
La fredda Bologna e il freddo
Bob Dylan
Il mio primo concerto di Bob Dylan e la mia prima volta a Bologna sono
stati eventi contraddistinti da un freddo e una nebbia a cui un catanese
in trasferta non è mai stato addestrato.
Ci mettesse mille anni non si abituerà al fiato che gela ogni
volta che muovi le labbra o ai geloni alle mani dentro le tasche.
Ma non mi lamento, anzi tutt'altro:sono contento di aver visto Dylan
dal vivo e di aver conosciuto i fedelissimi adepti dylaniani di MF.
L'appuntamento è a mezzogiorno a piazza maggiore con ilsuonatorejones
Michele che mi aspetta da chissà quanto con aria preoccupata e la
chitarra a tracolla.
In trattoria da Valerio c'è il resto della banda, c'è
anche una nuova joanie baez che ci canta con la chitarra del michelesuonatorejones
una bellissima e struggente versione di "hard rain's". si chiama Tulipe
ed è venuta fin da aosta con la mamma per vedere il concerto del
menestrello di Duluth.
Scambio due parole con due veterani di MF, Anna e Giorgio, e subito
s'accorgono con non poca amarezza che non ho mai visto il concerto di "Hard
Rain", quello imperdibile dove Bob Dylan sembra il Messia e smerda tutti
con la sua voce sublime e incantatrice.
Prima della mia morte per invidia i due fedelissimi adepti del
MF mi promettono che me lo faranno avere.
Grazie Anna! Grazie Giorgio!
Così partiamo per Casalecchio di reno provincia di Bologna.
Ci porta Maurizio che è di Rimini ed ha la macchina, e noi
tanto per cambiare parliamo di lui.
Io più che parlare ascolto, perché sono un novellino
e i novellini stanno zitti e ascoltano, ascoltano di quella volta che una
grassa e luccicosa luna uscì nella fredda notte del primo
concerto del Nostro in Italia, a Verona (dove a quanto pare Carlos Santana
faceva da supporto a Bob, possibile mai?) dopo tre giorni di pioggia
e grandine. Oppure di quale sia la più bella versione di "Maggie's
farm" dal vivo: Newport? Eindhoven '98? Toronto '80? Chissà...
Dopo un po' ci raggiunge il direttore Michele "napoleon in rags" che
è come in fotografia ma senza la Baez, ed ha
una parlantina che ti stende. Gli vengo presentato come Davide, quello
che non ha mai visto "Hard Rain", io abbozzo un timido sorriso ma dentro
covo rabbia.
L'apertura dei cancelli dei cancelli è alle 19:00.
Il Palamalaguti piano piano si riempie, e alle 21:06 in punto si spengono
le luci ed arriva Lui, il poeta del rock in persona, il socrate del XX
secolo a sentire gente come la Pivano o De Andrè. Mi sudano le mani
e lui attacca "Maggie's Farm", non sarà quella di Newport o del
video di "Hard Rain" ma a me piace parecchio. Poi "Love minus zero/no limit"
e una scoppietante "It's alright ma,i'm only bleeding". Mi sudano le mani
ed ho anche la fortuna di avere una coppia di cinquantenni alla mia sinistra
con un binocolo, e quando gli chiedo se si vede qualcosa di più
con quell'affare, la signora sorride e mi passa il binocolo e io lo vedo
un po' meglio, gli occhi di ghiaccio dissotterrati dal grande cappello
alla John Wayne no, ma riesco a vederlo per intero mentre abbandona la
tastiera per l'armonica e si dirige al centro del palco per il finale di
"Tonight i'll be staying here with you".
Momento clou per il sottoscritto.
I pezzi rock scivolano via veloci, una brutta versione di "girl from
north country", poi si riscatta con HW61, la voce è buona, non gracchia
e non miagola, sono in estasi. I pezzi da L&T sembrano suonati con
poco nerbo e poca energia, ma dal mio primo concerto di Bob esco più
che soddisfatto.
I bis sono due classici come LARS e AATW che io e tutti gli 8.000 del
palazzetto apprezzano e cantano a squarciagola.
Grazie Bob! Grazie MF! Grazie ragazzi!
Davide
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)
Per Bob in Italia quest'anno per me solo un rapido blitz a Milano, 24 ore dopo la partenza ero già di ritorno a casa con alle spalle un'altra piacevolissima pagina della mia avventura dylaniana. Pagina molto tranquilla in tutte le sue componenti: i due eurostar andata e ritorno, lo spostamento ad Assago, le tre ore di attesa fuori e dentro il filaforum, la cena post-concerto sui navigli, la sosta da Anna 'Duck' - in attesa della ripartenza all'alba - a vedere la registrazione su dvd dello speciale su Bob trasmesso di recente da LA7.
E, principalmente, molto tranquillo il concerto: pulito, semplice, gradevole, senza grossi sussulti ma senza nemmeno quelle sensazioni che, come al solito, anche stavolta sto sentendo e leggendo su stanchezza, noia, voce gracchiante, musicisti inadeguati, canzoni stravolte, arrendevolezza, ripetitività, capolinea, alla frutta. Continuo a chiedermi perchè chi ricava queste sensazioni dai live di Bob continua ad andare ai suoi concerti e penso che probabilmente una cospicua riduzione delle presenze ai suoi concerti potrebbe indurre Bob a smettere o a cambiare sostanzialmente le cose, il che potrebbe essere un bene ancora maggiore per chi, come me, magari sogna di vederlo in qualche piccolo club, davanti a poca gente, con la chitarra, con il piano, o magari anche con il piffero o con quello che più gli andrebbe.
Parto da una posizione che potrà apparire molto estrema - a me ai concerti di Dylan interessa sempre più relativamente quello che lui propone, se i musicisti che lo accompagnano sono più o meno bravi, se lui è più o meno sorridente, per me andare ai concerti di Bob da qualche anno a questa parte è solo una forma di pellegrinaggio annuale allo stesso modo dei tanti che, una volta l'anno, vanno a San Giovanni Rotondo per Padre Pio - ma io vorrei davvero invitare coloro che più di una volta negli ultimi anni sono usciti da un concerto di Bob terribilmente delusi (alcuni sono gli stessi che ne uscivano delusi pure negli anni 80 e 90) a fare la cosa più normale da fare in questi casi: non andare al concerto quando Dylan tornerà la prossima volta dalle loro parti (spesso però queste persone sostengono che sicuramente non ci saranno altri tour, perchè in quelle condizioni lì Bob non ne potrà più affrontare).
Menomale che in settimana su Maggie's farm e altrove ho letto anche delle considerazioni molto belle ed efficaci sui due concerti di Dylan in Italia, ed ho visto anche le bellissime foto di Peppe Basile, in confronto alle quali quelle che ho scattato a Bologna sono davvero poca cosa. Ne ho fatto comunque un mosaico tipo quelli delle mie top 100, te lo allego e potrebbe anche essere, di quella ipotetica classifica, una sorta di pagina bonus...... ti allego inoltre le due foto di gruppo scattate dopo la cena sui navigli.
Ciao e un grande saluto a tutti gli amici di Maggie's farm!
Elio Rooster
Clicca qui per le foto di Elio da Milano e alcune foto da Bologna (grazie a Giorgio Zampriolo)
E clicca qui
per le foto del gruppone di MF a Bologna (grazie a Maurizio)
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Zurigo 11.11.2005 (Hallenstadion)
Ora, si dice e legge che, spesso, per avere un ottimo concerto, la differenza,
per Bob, la fa il pubblico.
E' vero.
Anzi, no. Il tour del 66 con la Band è la smentita più
evidente.
Zurigo 13 novembre 2005 ribadisce il concetto.
In definiitiva anche il pubblico può non fare la differenza.
E' difficile immaginare un pubblico più gelido di Zurigo 13
novembre 2005.
Già fuori si gelava per l'aria pungente.
Dentro il nuovo palasport però l'atmosfera era imbarazzante.
Tutti seduti al loro posto numerato. Nessuno fuori posto... eccetto
un gruppetto di italiani.
Si, cinque o sei ...noti..., avevano preso posto in quinta fila lato
destro-centro palco.
La quinta fila alla destra era incredibilmente completamente vuota
nonostante il pienone su tutti i posti dietro.
Come in parte anche la quarta.
Bob esce e parte a sorpresa con Drifter's Escape.
La band gira a mille, la canzone finisce ma tutti restano incredibilmente
seduti ed il silenzio è assordante.
Come tutta risposta Bob si butta in una Senor da brivido.
Non sto nella pelle. Siamo solo alla seconda canzone e tutto mi sembra
meraviglioso. Dov'eri Bob a Stoccolma?
Non ricordo una emozione pari per questa canzone se non alla prima
volta che la sentii dal vivo il 1 luglio 1978, Zeppenlinfield.
"... disconnect THESE cableees..."
" can you tell me what we are WAITING for SENOOOR"
E' finita, ma il silenzio persistente del pubblico non riesce a gelare
l'eccitazione e fa ancor più da contrasto con Bob che spara una
God Knows spettacolare.
Sembra un predicatore nel deserto.
Più la reazione del pubblico è nulla e più la
sua voce si innalza e più la band picchia duro. Mi ritrovo a pensare
che questo è il Dylan che amo, quello che trae energia dalle situazioni
più incredbili.
Tra la quinta e la quarta fila, tra italiani, ci guardiamo negli occhi
per trovare una conferma di non vivere una illusione.
Dico a qualcuno che potremmo anche andarcene, a questo punto, di più
non si può avere.
Le seguenti due canzoni non sono altrettanti colpi bassi in termini
di scaletta, ma le versioni sono ottime comunque.
E' forse la prima volta che non mi scoccio per Watching the river flow.
Il pubblico dà un cenno di esistere, giusto per rendersi conto
di avere 10 mila persone dietro le spalle..
Parte Standing in the doorway ed è la conferma che stiamo assistendo
ad una serata straordinaria.
Adoro questa canzone ed anche la versione di stasera non può
che rapire l'ascoltatore.
Ormai sono assolutamente conquistato e non mi preoccupo nemmeno più
di avanzare di due o tre file per stare più vicino.
E' una di quelle sere quando non importa dove stai in sala.
Anche dalle gradinate, sono sicuro, ti arriva l'intensità di
una performance speciale.
A questo punto resto incollato alla sedia e mi godo lo show come avessi
le cuffie nella mia poltrona di casa. Il suono è ottimo e la voce
di Bob non mi è mai parsa così convinta ultimamente.
Non è passato neanche un mese da quel debutto europeo incolore
di Stoccolma e sembra un'eternità.
Arriva High Water ed ha una forza da muovere montagne. Every grain
of sand mi commuove ed è il modo in cui canta Bob che mi travolge.
Non credete a quelle voci di versione già sentita o sottotono. Mi
guardo attorno per capire se sono solo io o veramente stasera stiamo ascoltando
qualcosa di speciale.
Ma Zurigo non lascia trasparire emozioni.
Bob questa sera sembra perverso. Incurante di tutto, meno il pubblico
risponde e più inanella un gioiello dopo l'altro, a dispetto del
silenzio tra una canzone e l'altra che inciterebbe a gridargli qualche
richiesta, tanto sembra raggiungibile. Ma sarebbe tempo perso.
Si passa agli accordi di New Morning, con un arrangiamento travolgente
a cui fa seguito la solita strepitosa versione di HWY61 di questa tournee.
Non riesco più a star fermo nella poltroncina.
Già quanto sentito sarebbe sufficiente a ricordare a lungo questo
show, ma la sequenza che arriva lo colloca definitivamente tra i migliori
di sempre:
My back pages, una delle più belle canzoni di Bob in una interpretazione
struggente.
Till i fell in love with you, l'ennesima trasformazione in un arrangiamento
indovinatissimo con il suono più brillante della serata.
Visions of Johanna...., beh, come può essere mai scialba questa
canzone? Non proprio come l'irripetibile versione di Praga, ma pur sempre
da godere.
E' infatti gioia pura verso la fine e finalmente con i bis il pubblico
si convince a salire in piedi e andare alla transenne.
Rolling stone e più ancora Watchtower sono lo stordimento di
suoni e luci finale per una serata che non dimenticherò facilmente.
Ho 600 chilometri che sono li ad aspettarmi prima di vedere un letto,
ma stasera ho una buona compagnia nel viaggio di ritorno, i ricordi di
un concerto che nessuno potrà portarmi via. Chissà cosa ne
sarebbe uscito con un pubblico meno legato.
Grazie ancora Bob, non finirai mai di sorprendermi e di riscaldarmi
il cuore.
Al diavolo tutti i dibattiti su upsinging o lo spessore dei tuoi chitarristi.
Fa quello che ti pare, basta che escano ancora serate come questa.
Si perchè in serate come questa si ha la conferma del perchè
si continua a venirti a vedere.
Si, perchè, fermandosi a Bologna.... si potrebbe perdere il
miglior show di sempre.
Andrea Orlandi
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)
Ciao Michele,
sono Marco Pavan, ti scrivo a seguito di questa tournèe europea
del Nostro per esprimere qualche considerazione.
Innanzitutto ho avuto l’immenso piacere di conoscerti di persona a
Milano: si è materializzato davanti a me l’uomo che ha fatto il
più bel sito di Bob nel mondo (come abbiamo anche detto a Samantha,
ricordi?). Anche i miei amici sono rimasti molto contenti del nostro meeting
casuale e mi sento di convogliarti anche i loro saluti.
Ti girerei un’analisi del concerto milanese dello scorso 12 novembre,
l’unico che ho visto. Credo che il mio giudizio si vada a porre a metà
strada tra quello di alcuni “vati”, come te o Paolo Vites, che di concerti
di Bob ne avete visti a bizzeffe, e tra quelli che si entusiasmano al loro
primo concerto (è successo al mio amico Michele, che alla fine di
AATW aveva un’espressione alle soglie dell’estasi mistica). Fatte queste
premesse: il 12 novembre ho visto il miglior concerto di Bob dei tre ai
quali ho assistito. La mia “avventura live” come ho già ricordato
è iniziata nel 2003 sempre a Milano e proseguita a Stra lo scorso
anno. Sarà stata anche la compagnia perfetta che avevamo composto
per l’occasione ma credo veramente che Bob questa volta abbia dato il meglio
di sè. Innanzitutto la scaletta: scusate, ma tutti vi lamentate
perchè ha fatto una scaletta stile “greatest hits”...ma che deve
fare Bob in concerto? Spararci Wiggle Wiggle perchè così
fa una “perla” (nonchè una canzone del c.... aggiungo io)? Non è
forse meglio che ci snoccioli un bel po’ di classici (calssici per Bob=
CANZONI CAPOLAVORO!!! Per questo motivo non avevo tanto apprezzato la scaletta
di Stra lo scorso anno, pur dovendo riconoscere una gran versione di Seeing
The Real You At Last)?
Chiarito il primo punto, passerei al scìecondo: a parte il chitarrista
che sta sulla destra (non ricordo il nome, non Kimball comunque), che è
una vera e propria statua di cera che fissa Bob anche con timore a mio
avviso, la band è grandiosa. Recile (o Receli? Dubbio che mi porto
dietro da TROPPO tempo!!!) è una garanzia (un valore aggiunto in
Cold Irons Bound e in AATW). Su Garnier non c’è da dire molto, vista
la bravura e l’affiatamento che ha ormai con Bob; anche Kimball se l’è
cavata egregiamente, non più sotto l’incombente ombra dell’ottimo
Campbell. Un plauso al grande pedal steel guitar player (Herron?), novità
piacevole e graditissima.
Spazzato anche questo dubbio veniamo alle canzoni: STRATOSFERICA Highway
61, una cavalcata rock dall’impatto devastante, il ricordo più vivo
del concerto. Ottima Maggie’s all’inizio (non l’avevo mai sentita dal vivo:
sempre To Be Alone With You...); fantastica AATW (ma c’è bisogno
di ricordarlo?); inferiore a Stra ma ugualmente bella Cold Irons (è
anche una delle mie canzoni preferite...). Alcuni momenti assolutamente
magici: Mr. Tambourine è stata stravolta in una versione dal fascino
terribile, “mistica” come ha suggerito il mio amico Fabio. Just Like A
Woman è da lacrime agli occhi (alla facciaccia di tutti quelli che
dicono “Bob non parla mai”, “non ha rispetto dei suoi fans” ecc....visto
chi è Bob? Anche quello che ti fa cantare il ritornello e quello
che sganascia durante Memphis Blues Again e quello che manda i baci al
pubblico...). Boots Of SL è l’unica nota negativa: arrangiamento
orribile, sarà perchè avrò sempre impresso nella mente
quella meraviglia di canzone che era nel 2003 (andate un po’ tutti a riascoltarvi
il boot di Milano 2003 per sentire la performance vocale che ci aveva regalato
nella canzone in questione...). Hollis Brown è stata la sorpresa,
non me l’aspettavo ed ha avuto il pregio di farmi andare a riapprezzare
una canzone che avevo quasi dimenticato... Della risata su Memphis blues
again ho già detto (momento memorabile su canzone altrettanto memorabile).
Infine Forever Young (in omaggio a Neil?) eseguita molto meglio rispetto
allo scorso anno a Stra. Tra le sorprese: quando mi aspettavo una Tonight’s
I’ll be staying here with you Bob mi esce con una Lay Lady Lay da favola.
Quando mi aspetto l’irruzione della Pietra Rotolante ecco invece partire
i dolcissimi accordi di una Don’t Think Twice da antologia (devo ammettere
di avere avuto un tuffo al cuore)
Si poteva ancha fare a meno: i non memorabili i brani di L&T (Summer
Days ha ufficialmente rotto: bella, divertente ma più che inflazionata;
idem per TD&TD), Down Along The Cove e Watching The River Flow (non
più belle di altri rock blues abbastanza standard).
Un concerto nel complesso strepitoso che ha avuto dei momenti assolutamente
altissimi e che ha soddisfatto appieno me and my company. Insomma tutto
questo sputar fiamme sulla tournèe del nostro mi pare quantomai
esagerato. Non so se condividerai (dall’alto della tua esperienza) alcuni
dei miei umili giudizi, ma credo che se Bob è pronto per Las Vegas
io sono Mike Tyson (che va a sentirsi Bob pure a Las Vegas :o) )!
Un saluto ed un abbraccio e tanti tanti tanti complimenti ancora!!!
Marco Pavan
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Milano 12.11.2005 (Forum di Assago)
Il tour del 2005 è stato il mio terzo tour dilaniano. Per quanto ormai dovrei essere abituato anche questa volta è stata una grandissima emozione, nonostante debba dire che mi è mancata parecchio l’atmosfera del tour 2004, quando eravamo tutti insieme. In questo hanno pesato le scelte per motivi di lavoro di molti della vecchia guardia di Maggie’s Farm di seguire concerti differenti o di restare a Milano pochissimo tempo. Nonostante tutto per me è andato tutto in modo magnifico. E in questo ha contribuito soprattutto la presenza della mia ragazza Michela, dilaniana DOC. Avevo anticipato l’arrivo a Milano di un giorno per comodità e sopratutto per assistere alla serata Aspettando Bob Dylan, che devo dire mi è piaciuta parecchio. No Direction Home, i Beards (ubriacamente straordinari nel loro set), i Blackstones (precisi, rigorosi), insomma tutto perfetto (ottima e carissima la birra, che la producessero proprio loro??). Tranne il locale, “leggermente” caro e con uno staff davvero che dire poco professionale è un grande complimento. Anyway c’erano due amici carissimi come Paolo Vites e Massimo Priviero con cui ho condiviso una bellissima serata nonché commenti dilaniani sempre pungenti e graditissimi. Difficilmente dimenticherò la ricerca affannosa del locale con Michele “Napoleon lost in Milano” così come non dimenticherò la mitica presentazione che gli ha riservato Paolo Vites: “Più che un uomo, un sito!”, ovviamente mi sono sganasciato dalle risate malignando poi sottovoce che “Maggie’s Farm presto diventerà il sito Italiano di Murino che sta diventando più famoso di Dylan stesso”. A proposito mentre ero in coda al Filaforum, ho sentito alcune ragazze “GRAZIANAMENTE” fascinose, che dicevano qualcosa tipo: “Siamo venute da Cagliari per conoscere Murino, ma Murino è venuto a vedere Dylan….che palle quello che canta con le treccine!”. Insomma tutto alla grande. Peccato per la mancanza di Antonio che di solito con la sua tranquillità mette pepe ad ogni situazione. Nonostante ci fossimo impegnati parecchio io, Leo e Michela, non siamo riusciti a macinare quel cumulo di cazzate che ha reso indimenticabili le trasferte a Strà e Cernobbio. E poi anche se Elio “Bad Ass” era presente, insieme a Carlo e tutti gli altri mi è sembrato come era prevedibile abbastanza stanco e fuori forma. Abbiamo cercato di rimediare con la cena ma eravamo tutti troppo stanchi e infreddoliti per darci dentro, come quella sera a Cernobbio. Vengo al concerto….Come scrissi in occasione del tour italiano del 2003, vedere Bob è come assistere alla celebrazione del rito sacro del Rock ‘n’ Roll. Un rito mistico anche in un momento di autorevisionismo storico come questo, segnato dalla pubblicazione del film-capolavoro No Direction Home. Non voglio dilungarmi al lungo sulla nuova line up della band, realmente poco all’altezza del mito che accompagna, ma è necessario chiarire che nonostante tutto, Bob ha fatto da solo un magnifico spettacolo. I musicisti sono fondamentali, è vero ma fino ad un certo punto. Molti erano lì per vedere Dylan, anche se avesse recitato l’elenco telefonico accompagnato da percussionisti e da una band serbo-croata di fiati. In particolare credo che Freeman abbia tutte le carte in regola per essere nella band di Dylan ma credo sfrutti il suo potenziale al 10%, perché non è ancora riuscito (ma credo mai ci riuscirà) a trovare un feeling con il repertorio che probabilmente non lo coinvolge abbastanza o non gli piace. Lo stesso discorso anche se parzialmente lo si può applicare a Kimball, spaesato lo scorso anno, più sveglio quest’anno. Don Herron ha fatto la differenza per quello che ha potuto sbattendosi parecchio e limitando i danni (anche se alcune sbavature erano avvertibili soprattutto alla pedal steel). Il concerto mi è sembrato ottimo sin dal brano di apertura Maggie’s Farm, eseguita in una potentissima versione e cantata da Bob con grande grinta. Di ottimo livello mi è sembrata anche Lay Lady Lay, cantata in modo eccellente da Bob e caratterizzata da un ottimo lavoro della band e in particolare di Don Herron. Non male anche l’ un uno-due potentissimo composto da una tiratissima Watching The River Flow e da Cold Irons Bound, quest’ultima tellurica e intensissima come non si sentiva da tempo. In questo fondamentale è stato l’apporto della sezione ritmica in cui Tony Garnier dettava i tempi alla grande mentre George Receli pesta duro invitando a nozze ora Stu Kimball ora Danny Freeman, che pur non abbandonando mai il suo elegante aplomb in questi due brani è riuscito a far vedere qualche piccolo numero del suo stile chitarristico. Ciò che mi ha sorpreso è stata la bellissima Mr. Tambourine Man, che non avrei mai immaginato di sentire in una versione così accattivante e anche Highway 61 Revisited in cui Freeman e Kimball hanno duellato lungo tutto il brano. Molto coninvolgente ho trovato Boots Of Spanish Leather, caratterizzata da un ottimo lavoro di Don Herron al violino e da un cantato molto buono di Bob. Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again, è stata grandiosa fino all’ evidente errore di Freeman. Bob lo ha guardato, poi ha guardato Tony Garnier e alla fine si è sganasciato di risate. Una cosa tanto inattesa quanto ironica. Io al posto di Freeman mi sarei sotterrato. Una mezza schifezza è stata anche Ballad Of Hollis Brown con ancora protagonista Freeman di un altro evidente errore nell’uso del bottleneck. Il pubblico (te compreso, Michele) non se n’è accorto e Dylan nemmeno così il concerto è continuato senza problemi (io lo avrei preso a pedate perché essendo vicino al suo monitor ho sentito come vibrava in modo strano una delle corde, segno evidentissimo che stava con la testa da un’altra parte). Tuttavia la conferma che Freeman non è male come possa sembrare ma che anzi è un ottimo elemento viene da Down Along The Cove quando insieme a Kimball si è reso protagonista di un'ottima prova chitarristica. Il mattatore però è stato sempre e solo Bob Dylan, anche se ormai se ne stà sulla sinistra del palco, seduto al suo piano elettrico. Un esempio ne è stata la commovente Just Like A Woman in cui ad ogni ritornello Bob incita il pubblico a fare i cori, e sul finale si è lasciato andare anche ad un “Well” di approvazione. Una magia che si è ripetuta rispetto a Cernobbio, in cui mi era uscita una lacrimuccia nostalgica. Il pubblico, conoscendo l’impenetrabilità del Dylan dei nostri tempi, è esploso in un applauso lunghissimo così come accadeva ogni volta che si abbandonava a lunghi assoli di armonica. Ridicola mi è sembrata anche Tweedle Dee & Tweedle Dum, lenta e noiosa. Subito dopo è arrivata a sorpresa Forever Young, eseguita per la prima volta in questo tour europeo, che suonava incontrovertibilmente come un regalo per il sessantesimo compleanno del suo caro amico Neil Young. Summer Days ci ha fatto ballare come al solito, putroppo però significa spesso che il concerto è quasi alla fine. I due bis finali mi sono piaciuti moltissimo, splendida Don't Think Twice, It's All Right e travolgente il super classico All Along The Watchtower. Magnifico il siparietto dei baci.
Speriamo che il prossimo anno Bob ritorni in Italia, casomai con un
disco nuovo da promuovere e magari anche con una band rinnovata (in meglio
si spera).
Salvatore "Eagle" Esposito
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna 10.11.2005 (Palamalaguti)
Ciao Michele, scrivo un pò ritardo ma avendo due bimbi (4 e 10
anni) la sera dopo il lavoro devo dedicargli tutto il tempo possibile e
tra il lavoro, a volte la stanchezza e tutto il resto non è facile
ritagliarmi un pò di tempo.
Innanzitutto ti volevo ringraziare della risposta alla mia prima lettera,
anche se il sito lo guardo da più di
un anno.
Ed a riguardo concordo con te quando parlavi dell' effetto taumaturgico
che a volte le canzoni di Dylan hanno su di te (io l'ho chiamato effetto
di pace, ma penso sia la stessa cosa) e sul fatto che gran merito era della
sua voce. In effetti c'è qualcosa di magico, di arcaico, di veramente
speciale che ti riporta subito ad un mondo che ti fa stare meglio!
Ma tornando al motivo della lettera, volevo dire due cose sul bellissimo
concerto che ho vissuto a Bologna.
Concordo sui commenti generali fatti sul sito riguardo la serata, e
riparlare dei brani ascoltati può essere
ripetitivo.
Anche se devo dire comunque che, pur avendo visto Dylan dalla sua prima
tournè in Italia all'arena di Verona, ogni anno è un emozione
nuova, diversa, è come riempirsi di adrenalina per andare a lottare
i giorni seguenti nel nostro a volte bello, ma a volte triste mondo di
noi comuni mortali.
E forse è più un riempirsi il cuore, o l'anima di una
forza che ci distingue forse da altre persone che preferiscono vivere più
in superfice, non scoprendo così le bellezze delle profondità
dell'oceano della vita, oscuro ma pieno di luce se sai usare la giusta
luce (P.S. faccio il fotografo :o) )
E non sono d'accordo sul fatto che la band era così fiacca.
Io seguo diversi concerti, e vi assicuro che
non si trova tutti i giorni una band come quella del ns. Bob !! Specie
i chitarristi hanno fatto un buon lavoro e mi hanno regalato una versione
di Highway 61 veramente da urlo, un rock attualissimo che è stato
un piacere vedere ballare e cantare da due ragazzi giovanissimi Siriani
che erano davanti a me.
Sembra quasi che sia stata scritta qualche anno fa !!!!
Ah mi dispiace anche non concordare con Giorgio, ma la versione di
Girl from the North Country mi è piaciuta moltissimo, anche se per
apprezzarla bisogna veramente uscire dalla visione di Dylan degli anni
60!
Poi una cosa che mi ha veramente stupito è stato lo stato di
forma di Dylan, da come ha cantato a come è riuscito a reggere con
forza tutto il concerto (si sa , il ns amico non è più un
giovanotto e non ha
certo la salute di ferro !!)
A parte lo scatenamento interiore che ho sentito in quella serata -
come tutte le volte che l'ho visto (e che mi fa scatenare come un ventenne!!)
vorrei raccontarvi la cosa che ha reso "diverso" questo
concerto da quelli delle serate precedenti.
L'incontro con gente che come me ha nel cuore, ma veramente dentro
e nella parte più profonda, un poeta-cantante che ha cambiato la
musica e forse la nostra vita.
Sono stato a pranzo a Bologna e lì ho conosciuto Anna Duck,
Giorgio, Michele ed altri, tra cui una ragazza (scusa la memoria non
fotografica, malgrado il lavoro!) che sembrava la fotocopia italiana (e
qualche anno dopo) di Joan Baez. Veramente brava e se leggi complimenti
davvero.
Chiaramente seduto a quel tavolo dove non conoscevo nessuno in una
tranquilla osteria di Bologna, credevo di trovarmi un pesce fuor d'acqua.
Invece (miracolo Dylaniano!!) pian piano mi è sembrato di avere
persone a fianco che ... non so come spiegarlo .... che mi erano
vicine, con cui avevo piacere spendere del tempo, pur non essendo io un
chiaccherone con cui poter spendere chissà quali racconti.
Poi il momento più bello è stata la fila dalle 15.00
davanti ai cancelli (erano anni che non stavo così in fila per un
concerto!!, forse dai tempi del primo del Boss) dove ho finalmente conosciuto
Michele, il grande ideatore di questo sito bellissimo che mi sta facendo
dormire sempre meno (quando sono in mansarda da solo e posso dedicarmi
al sito non sono mai prima delle 23.00 , e si va avanti fino tarda
notte!!!!!).
Michele me lo aspettavo più o meno così, ma quello che
mi ha colpito è la sua assoluta umiltà mentre potrebbe di
fronte a tutti quei "patiti" di Bob, vantarsi della sua mega cultura. Poi
anche i due Milanesi, Anna e Giorgio, che a pranzo avevo scambiato per
marito e moglie :o) , con cui ho scambiato più tempo,
sono state due persone fantastiche. E pian piano ho conosciuto altri membri
di MF, scoprendo così che io sono solo un piccolo piccolo piccolo
fan, rispetto le persone citate. Scambiarsi opinioni, critiche, esperienze
è stato quasi più bello del concerto e , sinceramente, non
vedo l'ora che venga di nuovo di Italia per poter - oltre rivedere un suo
concerto naturalmente - incontrare di nuove queste persone che pur
non avendo mai visto ho sentito che viaggiano e vedono con la mia stessa
frequenza d'onda. Certo che se è vero che per creare amicizie è
necessario avere un argomento comune, con Bob si ha più di
un argomento, si ha veramente qualcosa che ci aiuta a spiegare la vita!!!!
Non so spiegare bene le mie emozioni, ma questo sentirmi vicino con
altre persone mi ha fatto avvicinare ancora di più al grande Bob,
e a voler ancor più approfondire la mia conoscenza verso tutto quello
che ci sta lasciando in questi anni, per poter vivere più forte
e più uomo.
Per cui da quando sono tornato da Bologna, sto scoprendo che questo
sito sarebbe da leggere dalla A alla Z , anche se so che con il mio tempo
sarà impossibile!! E non vedo l'ora di ricevere da Giorgio la sua
grande compilation, sono questi i lavori importanti di comunicazione!!!!,
ed il DVD del concerto del periodo cristiano di Toronto. E spero, Michele,
di poterci rivedere presto per scambiare altre due
chiacchere su Bob e non solo.
Ah mi dimenticavo che Anna mi ha detto di trovarmi un Nick con il nome
di un animale .... ci sto pensando .... te lo comunico al più presto.
Un salutone a tutti i membri del sito ed ai ragazzi conosciuti a Bologna,
e scusate se non ricordo tutti i
nomi ma la mia memoria è veramente scarsa!
Fino ad ora era bello avere una passione come questa, essere un fan,
dove nel mio piccolo mondo quando mi trovavo solo con la musica sotto di
Bob in penombra scoprivo tante cose di me, ma ora condividere questo con
altri mi fa veramente entrare in un mondo affascinante, dove posso solo
imparare (e nella vita non si finisce mai di imparare!!), da un mare sono
passato ad un oceano e spero di imparare a nuotare bene :o))
E' bello vedere che non l'unico "pirla" che ascolta quel vecchietto
con la voce roca :o)) - ahimè stolta è
la gente ma noi rimarremo per sempre sotto i 30 anni, forever young !!!!
Ciao
Maurizio di Rimini
Racconti dal never-ending tour
Bob Dylan, Bologna & Milano
Ciao ragazzi,
credevo di essermela cavata con l'idea per la strip di Zimmy,
ma Michele continua ad insistere sul fatto che non posso esimermi :-)...
il fatto è che mi diventa sempre più difficile commentare
i concerti di Dylan, perchè ormai li vivo più come eventi,
come ricorrenze, come giorni fausti da festeggiare in compagnia di amici,
una specie di natale, un compleanno, ferragosto... (credo si tratti più
o meno della stessa sensazione di Elio: un "pellegrinaggio rituale"...);
non riesco assolutamente a considerarli un semplice spettacolo di musica
da intrappolare dentro una griglia di valutazioni tecniche se pur soggettive:
le tonalità più o meno roche o acute della voce, la bravura
o la mediocrità del batterista o del chitarrista di turno, la scaletta,
le luci, lo sfondo, la pianola, le canzoni classiche, lo stravolgimento
delle canzoni classiche ecc ecc.
Certo, alcuni brani mi hanno entusiasmato più di altri: su tutti
Highway 61, travolgente da far ballare un resuscitato Lazzaro che fosse
stato presente tra il pubblico, e poi Down Along The Cove, Never Gonna
Be The Same Again, Ballad Of Hollis Brown, Just like a Woman, con
l'estemporaneo coretto nel ritornello.
Sì, forse la band non è tra le migliori che hanno accompagnato
Bob negli ultimi quarantanni, però non darei troppo peso a queste
considerazioni, perchè quella griglia di cui dicevo sopra va ormai
troppo stretta a Dylan (forse gli è sempre stata stretta...).
Bob ha 64 anni, e credo che si meriti ora più che mai di fare
sul palco quello che gli pare, di suonare quello che più gli piace,
di strimpellare lo strumento che più lo attrae al momento, fosse
anche un'arpa :-))), di travestirsi da Zorro, con a fianco il suo fedelissimo
Tenente Garcia, o da Jack lo Squartatore che fa a pezzi Girl From The North
Country, Mr. Tambourine o Hard Rain (eppure la versione "tipo walzer" di
Bologna a me non è dispiaciuta affatto...).
Insomma, per me la cosa più importante è che Dylan continui
ad aver voglia di girare il mondo e ogni volta sono felice di rivederlo
mentre si diverte come un matto sul palco. Se è questo che si intende
per "artista al capolinea" devo dire che il capolinea di Dylan mi piace,
e scendo volentieri dal tram per fermarmi un po' con lui. E sottoscrivo
la frase di Sal : "Molti erano lì per vedere Dylan, anche se avesse
recitato l’elenco telefonico accompagnato da percussionisti e da una band
serbo-croata di fiati"... bè, io faccio parte di quei "molti" .
Piccola nota personale: si è ripetuta anche al Filaforum la
mia consueta allucinazione da concerto: sono sicura che Dylan ad un certo
punto ha guardato dalla mia parte ... mi sono immediatamente voltata verso
Carlo, il quale, ancora prima che gli chiedessi conferma mi ha subito smentito
dicendo: "e non venirci a raccontare che ha guardato verso di te, perchè
non è vero!". Però aveva uno strano luccichio negli occhi,
credo che sia segretamente convinto che Bob abbia guardato lui e non me...
ma si sa, Dylan dimentica sempre gli occhiali sul pullman, e alla fine
ci ha baciato tutti.
Ciao a tutti
Anna "Duck"
Racconti dal never-ending tour
Zurigo 2005
SO HAPPY JUST TO BE ALIVE
AN EVENING WITH BOB ... and not a normal evening,
but a Swiss Evening!
Anche quest’anno abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di poter assistere
a un altro spettacolo di Bob, un altro regalo da parte di un uomo che l’immane
quantità di libri tributo e omaggi che in questi giorni invade i
negozi ha finalmente confermato come una leggenda vivente — e se tutti
noi lo consideravamo tale già da tempo, il fatto che ora lo sia
divenuto “ufficialmente” anche per chi non era avvezzo a considerarlo sotto
questa luce è senz’altro una soddisfazione.
Ed è qualcosa di semplicemente eccezionale il fatto che questa
leggenda sia sempre tra noi, e che ci doni la possibilità di scoprire
ogni anno come la stella della sua arte brilli sempre più forte
con nuove, incredibili sfumature di luce, diverse da quelle di dieci, venti
o trenta anni fa, eppure altrettanto meravigliose, che non mancano mai
di togliere il fiato a chi si ferma ad osservarle e ogni volta catturano
e affascinano la nostra percezione in modi che mai avremmo pensato.
Anche quest’anno, come molti di voi, mi sono perciò lasciata
più che volentieri condurre dalla stella, come si suol dire, e ho
avuto la possibilità di assistere a un concerto a dir poco meraviglioso,
che mi ha lasciato nel cuore la certezza — se mai ci fosse stato bisogno
di conferme — della fortuna che abbiamo a poter gioire dell’immensa arte
di Bob Dylan dal vivo.
Quest’anno, come faccio da alcuni anni a questa parte, sono tornata
in quella che è in assoluto la mia “venue” preferita — l’Hallenstadion
di Zurigo.
Innanzitutto, anche se credo di averlo detto almeno altre due-tre volte
in occasioni precedenti — in tal caso vi prego di perdonarmi la ripetitività
— devo specificare che ogni volta che ho la possibilità di andare
a vedere Bob all'Hallenstadion (e credetemi, vale la pena di fare il viaggio
apposta) mi si riempie il cuore, perché è veramente un altro
mondo rispetto agli orridi palazzetti di cemento dall'acustica a dir poco
inammissibile a cui siamo abituati in Italia. L'amara realtà è
che, a parte poche eccezioni — come ad esempio, a quanto mi dicono, l'Auditorium
Parco della Musica di Roma — in Italia non vi sono sale
adatte alla musica leggera, ovvero spazi pensati per offrire un'esperienza
di ascolto soddisfacente a chi ami la musica pop-rock, nonché per
ospitare i grandi nomi della scena interanzionale che spesso vengono in
tournée nel nostro paese. A quando una Scala anche per Patti Smith,
Lou Reed e Mark Knopfler? Io credo che la meriterebbero.
Così quest'anno ho finito per fuggire dall'orrendo catino ridondante
del Forum di Assago per rifugiarmi nell'abbraccio armonico dell'Hallenstadion,
il quale se dal punto di vista estetico ha perso qualcosa a causa di un’operazione
di rinnovo che l'ha omologato ad altri luoghi similari, dal punto di vista
acustico e di comfort non ha fortunatamente perso proprio nulla, ed è
sempre come piace a me. Le sedie sono comode, il suono è perfetto
e la voce di Bob ne esce chiara e squillante come poche volte mi è
capitato di sentirla.
E in effetti quest'anno ho riscontrato nella voce del nostro una potenza
incredibile, ancor più del solito, nel senso che in questo show
c’è stata una coerenza esemplare e la scelta stilistico-musicale
delle esecuzioni ne è risultata splendente e scintillante come una
perla rara di assoluta perfezione: grazie alla chiarezza di espressione,
la dizione decisa e meravigliosa, e il riproporsi perfetto di quel modo
unico di declamare a raffica le sue cose migliori — le frasi per le quali
lo abbiamo tanto amato e ancora lo
amiamo, e che ben conosciamo ma che ogni volta, semplicemente a seconda
della particolare inflessione con cui le pronuncia e della rabbia o dolcezza
che mette nel proporle, assumono nuovi, sfaccettati significati.
Unica delusione della serata, lo scoprire che i geniali addetti del
Ticketcorner svizzero avevano fatto un discreto caos con i posti numerati
(l'Hallenstadion è tutto a posti a sedere), ragion per cui, nonostante
una volta giunti sul posto si siano notati parecchi posti liberi in platea,
noi (Layeti e io) eravamo state assicurate che questa fosse piena e messe
in balconata; e purtroppo - come spesso succede da quando il nostro ha
deciso di abbandonare la chitarra per la tastiera – ci siamo trovate dalla
parte sbagliata del palco, vale a dire sul lato destro, con gli occhi per
tutta la sera puntati sul sedere di Bob anzichè sul suo volto...
Bobbino nostro un giorno mi dovrà illustrare le motivazioni della
sua scelta scenica di piazzare la tastiera (o la pianola, come la chiama
Layeti, facendo impazzire di rabbia Zimmy ogni volta) sempre da una parte
del palco, la destra, anzichè un po' piu' in centro come la logica
imporrebbe... ho l'impressione che Bob ultimamente, pur essendo un vero
leone sul palco, sia visibilmente un po'a disagio quando la musica infine
si ferma e lui deve mostrarsi al pubblico senza la protezione dello
strumento (si vedano i saluti prima dei bis e simili) e abbia quindi colto
al volo l'occasione offerta dalla pianola per nascondersi,
rendendosi così meno visibile... solo che anche stavolta noi
ci siamo ritrovate a studiare alla perfezione la schiena di Bob, nonché
il retro della sua giacca nera da performer — un altro degno esemplare
della sua collezione di abiti da scena, con coda lunga e tanto di martingala.
Detto questo, posso cominciare la cronaca del concerto vero e proprio dicendo
che fin dall'apertura, quando nel palazzetto si sono diffuse le note del
primo pezzo, ho avuto la sensazione che fosse evidente
che, ancora una volta, Bob stava per emozionarci e stupirci a un livello
pressoché ineguagliabile, un gradino sopra qualunque altro musicista
che siamo abituati a vedere sul palco. Anche quest'anno c’era in serbo
qualcosa di grande.
La voce potente, profonda e corposa di Bob si è esibita in apertura
in una versione incandescente e ritmatissima di Drifter's Escape, canzone
che ho spesso qualche problema a riconoscere, anche perché Bob ha
sempre cura di riarrangiarla in modo tale da far apparire l'attacco
del pezzo simile a quello di altre canzoni ritmate del suo repertorio.
Ma come dicevo, la voce e soprattutto l'energia incredibile che il nostro
metteva in ogni nota mi hanno convinto subito dell'altissimo livello generale
della serata. La band sembrava seguirlo in grande forma, molto affiatata,
e dato che ai miei occhi i chitarristi erano,
naturalmente, la novità, ho potuto subito inziare a “studiarmi”
ogni loro singola mossa per trarre le mie conclusioni personali — conclusioni
che, devo dire, non ho avuto alcuna esitazione nel raggiungere!
Dopo questa intro eccellente, siamo entrati subito nel vivo della scaletta
ed è arrivata una sorpresa per me particolarmente gradita: Bob ha
cantato Senor, una delle mie canzoni preferite nonché, secondo me,
una delle più evocative che abbia mai scritto. E anche stavolta
l'esecuzione era ottima: è stato durante questo pezzo che ho iniziato
a notare le peculiarità musicali del tour di quest'anno, ovvero
quelle novità e scelte negli arrangiamenti e nelle esecuzioni di
cui tanto avevo sentito parlare, sia su MF che dai dylaniani in generale.
La maggior parte di loro attribuiva questi cambiamenti in primis alla nuova
line-up,
più che altro ai nuovi chitarristi, Kimball e Freeman, e
all'intreccio che le due chitarre stabilivano tra di loro. In effetti,
da quando Bob ha abbandonato la chitarra per la tastiera, appare evidente
che rispetto al passato debba affidarsi in misura maggiore all'operato
dei propri chitarristi: questo l'abbiamo visto fin dal primo tour in cui
ha suonato la tastiera, quando Freddy Koella a volte gli rubava addirittura
la scena per interi minuti, esibendosi in suggestivi assoli nei momenti
più intensi di alcune delle canzoni più celebri (dev'essere
per questo che il buon Freddy è durato così poco all'interno
della band di Bob!).
Ora, invece, la tecnica di Bob è, a parer mio, leggermente cambiata:
perché se è vero che i chitarristi, con il loro stile, possono
influenzare le esecuzioni, è di certo lui a decidere come
e perché, e a entrare in prima persona nella cosa, partecipando
attivamente agli assoli e alle variazioni sul tema che costituiscono la
particolarità stilistica e il segno distintivo del tour del 2005:
la sua scelta di quest'anno è ben precisa e molto interessante,
diversa da tutto quel che ha fatto ultimamente.
Ora, nei momenti salienti di molte canzoni dello show, ci sono delle
interessanti variazioni sul tema che appaiono quasi una sorta di improvvisazione,
offerta da Bob in unione pressoché perfetta con la band: i tappeti
sonori offerti in questi momenti, che hanno rappresentato autentici picchi
di creatività all’interno del concerto nonché in ambito di
arrangiamenti, sono stati in gran parte comandati dalla tastiera di Bob,
che si è più volte esibito in assoli intrecciati insieme
alle due chitarre di cui sopra, fondendosi mirabilmente con la slide guitar
dal sapore davvero molto rock (più rock che nell’ultima tournée,
come
alcune versioni di questa serata, tra cui ad esempio “The Times They
Are a-Changin’” hanno ampiamente confermato) e dando un’interessante e
particolare impronta a tutto lo show.
L’impressione personale è stata quella di un grande equilibrio
musicale nell’esecuzione dei pezzi, una continuità magistrale ma,
allo stesso tempo, anche una varietà e una ricchezza del suono che
dimostrano la maestria dopo tanti anni ancora sorprendente di Bob, che
con il suo NeverEnding Tour ha creato una formula di grande spettacolo,
sempre magico ed evocativo, ormai entrato nella storia della musica e tale
da essere in grado di stupirci continuamente anche dopo ormai vent’anni.
Per questo le particolari variazioni sul tema caratteristiche di questo
tour, che arrivano d’improvviso nel corso di un pezzo ridefinendone e modificandone
la struttura, sono guidate da un filo comune, che secondo me unisce in
modo sapiente il gusto di Bob per le novità e le sperimentazioni
e peculiarità stilistiche dei musicisti che lo accompagnano in questo
periodo (vedi i nuovi chitarristi). Sappiamo bene, in quanto dylaniani,
che ogni concerto di Bob è un mondo a sé stante che, grazie
agli esercizi creativi in cui il nostro ogni sera si cimenta, costituisce
un’occasione unica e irripetibile per ascoltare e sperimentare i frutti
della sua improvvisazione e ispirazione del momento, tramite i continui
riarrangiamenti e modifiche che perfino i pezzi più collaudati
subiscono: il trattamento a cui Bob sottopone tutti i suoi successi rende
ogni serata diversa dalle altre, cosa che non accade con nessun altro artista
della scena rock mondiale, che io sappia. È quindi difficile dire
se il prossimo tour seguirà la linea di quest’anno o se sarà
invece completamente diverso, o, ancora, se Bob conserverà qualcosa
di esso per rielaborarla nuovamente in futuro: in ogni caso, mi sembra
uno stile fresco e sincero, estremamente interessante, e non ho avuto al
riguardo le riserve che in molti hanno espresso.
Proseguendo con i dettagli della setlist, per me una delle tante, meravigliose
sorprese di questa serata magica è stata “God Knows”, canzone che
mai mi sarei aspettata di sentire e che Bob ha qui presentato in una versione
a dir poco eccezionale, molto più efficace rispetto a quella su
disco: una versione meditata ed evocativa, in cui i primi versi della canzone
fungono da prologo attento e pieno di tensione, per poi, all’arrivo del
verso forse più forte di tutta la canzone — “Dio sa che non porterai
nulla con te quando te ne andrai” — lasciar esplodere di colpo la canzone,
fino a quel momento trattenuta, in un rock ritmato e martellante, che diviene
una lunga e lucida dichiarazione di forza, la quale giustamente raggiunge
il suo culmine, prima del finale, con il meraviglioso verso “Dio sa che
saprai ergerti sopra il tuo momento più buio”. Fantastico.
Altre highlights sono naturalmente state praticamente tutte le canzoni
della serata, proprio in virtù del carattere sapientemente omogeneo
e di assoluta, altissima qualità che ha permeato ogni esecuzione:
non una sbavatura, non una nota di troppo, bensì, ancora, un’eleganza
assoluta ad attraversare ogni nota — anche se per ovvi motivi le esecuzioni
più impressionanti, per il pubblico, sono state quelle delle canzoni
che non ci aspettavamo, o non osavamo sperare, di sentire — ad esempio,
Standing in the Doorway, altra canzone da Time Out of Mind: un’esecuzione
splendida e davvero molto sentita, con la voce di Bob che si faceva più
profonda e avvolgente a ogni parola, ma allo stesso tempo appuntita come
un rasoio, fino a raggiungere dei picchi di intensità che, grazie
all’influsso combinato dell’interpretazione e della forza di musica e testo,
caricavano ed enfatizzavano il significato di questa canzone rendendola,
se possibile, ancor più del solito un lamento poetico di altissimo
livello — cosa che con Bob succede molto spesso.
E Highwater, allora? Per la prima volta l’ho ascoltata nella nuova
versione, più rock rispetto a quella su disco, con il banjo che
all’inzio pare solo un suono di sottofondo, per poi in seguito colpire
davvero ed ergersi sopra gli altri strumenti, ritmando e conducendo il
pezzo in una continua e sorprendente esplosione di energia, strofa dopo
strofa: ci sono esaltanti intermezzi ritmici condotti sulla base della
tastiera di Bob, e la sua voce che attraversa tutto come la famosa freccia
dritta e appuntita di cui
parlava in Restless Farewell... E verso la fine, subito prima del reprise,
quando non sai più cosa aspettarti, la batteria prende il sopravvento
e tutto esplode in una conclusiva, liberatoria ondata di energia, di nuovo
guidata dalla voce potente di Bob... E la chitarra la accompagna con ritmo
trascinante, mentre l’esecuzione si fa sempre più rabbiosa, fino
al finale a dir poco straordinario, con la tastiera che lentamente sfuma
le sue note sempre più piano e il banjo batte come i rintocchi di
una campana, lasciando nell’ascoltatore la sensazione di qualcosa di travolgente
appena passato, come subito dopo una tempesta... Che energia, gente! Va
però detto che anche le canzoni più abituali sono state un
successo, e le esecuzioni curate tanto
quanto quelle delle “sorprese”: ad esempio la versione di The Times
They Are a-Changin’ è stata molto toccante e piena di dignità,
forse anche più del solito. Una canzone così solenne ed evocativa
non passa mai inosservata, anche se siamo abituati a sentirla molto spesso,
e la versione di Zurigo sembrava quasi avere una marcia in più.
Così come Highway 61 Revisited, che anche stavolta Bob ci ha elargito
in quello stile rabbioso e dinamico a cui ci ha abituati ultimamente, che
prevede che il “61” del ritornello ritorni a essere l’urlo giovanile che
doveva avere in mente quando l’ha composta, con la sua voce che ruggisce
un “sixtyuuaaaaaannnn!” a dir poco irresistibile. Però la novità
di quest’anno è che le strofe sono più scandite, la batteria
è più presente e guida ritmicamente l’intero pezzo, per cui
il ruggito di Bob in alcuni momenti diventa quasi un’eco che si fonde con
gli altri strumenti: ho anche notato, non senza un certo gusto, che la
pedal steel in un paio di punti si è esibita in un acuto di accompagnamento
che somigliava molto a quel geniale fischio perforante in puro stile circo
Barnum che accompagnava la fine
di ogni strofa nell’incisione originale su disco. Ma la vera genialata
è la creazione di uno dei tappeti sonori che menzionavo all’inzio
di questa recensione, ovvero dell’improvvisazione che Bob ci offre con
la tastiera sia in apertura che al termine della strofa finale: insieme
ai musicisti, fa sfumare di colpo la canzone dando l’illusione di un’improvvisa
rilassatezza, per poi farla di colpo decollare di nuovo in un tripudio
di suoni eccezionale. Anche il finale è considerevolmente alterato
rispetto a quel che eravamo abituati ad ascoltare, con un’ampia variazione
sul tema in cui gli strumenti, di nuovo, si fondono tra loro
perfettamente, e devo dire che mi piace molto. E qui mi sento in dovere
di fare i miei complimenti alla band, che gira come un ingranaggio oliato
a perfezione, esibendosi a un cenno di Bob in variazioni e rapide svolte
che credo farebbero impallidire molti musicisti — e del resto, l’estrema
adattabilità e velocità nella risposta, unita a una particolare
sensibilità ai desideri estemporanei del Maestro che la guida, è
un requisito fondamentale al quale ogni formazione che suoni con Bob deve
rispondere. E
l’impressione generale è di qualcosa di semplicemente perfetto,
e mi pare che Bob sembri trovarsi perfettamente a suo agio.
La stessa cosa può dirsi anche per la versione di Visions of
Johanna, presentata in una chiave magistrale, fluida ed emotivamente trattenuta
— e forse per questo ancor più suggestiva — in cui il piano la fa
da padrone e le strofe sono come sospese, avvicendandosi con armonia una
dopo l’altra — si desidererebbe che non finisse mai, anche perché
la frase melodica delle strofe di questa canzone è una delle più
geniali della storia della musica, e si nota subito.
Anche la poco conosciuta Watching the River Flow ci è piaciuta:
per molti ha costituito un intermezzo divertente, dato che l’esecuzione
vocale di Bob e, soprattutto, lo stile scanzonato dei chitarristi con le
loro scale improvvise, unitamente alla pedal steel di Herron, la rendevano,
in diversi punti, simile nientemeno che a Rainy Day Women #12 & 35.
Anche qui le chitarre hanno dato del loro meglio, e gli assoli sono stati
sì rock, ma mai troppo invadenti o eccessivi: e infatti la tastiera
di Bob si è presto insinuata tra essi, e ci sono stati dei piacevolissimi,
e anzi esaltanti, momenti di improvvisazione a tre tra la tastiera e le
chitarre.
Naturalmente ogni volta che Bob faceva cenno di staccarsi dalla tastiera,
tutti nel palazzetto subito pregustavano l’assolo di armonica che avrebbe
regalato, un momento come sempre attesissimo dai fans e da tutti indistintamente
amato. E infatti ogni volta Bob si voltava, dirigendosi verso un tavolino
sul quale erano allineate in fila diverse armoniche, tra cui sceglieva
quella giusta per poi suonarla con una mano sola mentre continuava a picchiare
sui tasti. Anche stavolta abbiamo avuto dei begli assoli, come sempre applauditissimi.
Non è mancata nemmeno Every Grain of Sand, che da un paio d’anni
a questa parte è divenuta a sorpresa una costante degli show di
Bob — e chi l’avrebbe mai detto? La versione è pressoché
identica a quelle del 2003 e 2004, ma sempre bella.
New Morning è stata un’altra gradita e davvero inaspettata gemma
della scaletta — naturalmente riarrangiata a livello tale che soltanto
dopo aver ascoltato le prime parole è stato possibile riconoscerla:
ma non appena il ritornello si è palesato in tutto il suo fulgore,
con il piano di Bob che la guidava con armonia (un po’ come nell’incisione
originale del ‘69!) e la deliziosa chitarra di Kimball a scandire la fine
delle strofe, la canzone si è come rivelata di colpo nella sua bellezza
e in tutta la semplice e
innocente gioia che da sempre, per sua caratteristica intrinseca, è
in grado di trasmettere — cosa che ha raddoppiato il nostro entusiasmo
scanzonato nel cantarla con tutto il fiato che avevamo in gola, scambiandoci
occhiate entusiaste!
Un'altra chicca è stata My Back Pages, distintasi in particolare
per l’interpretazione soft, che ha reso la canzone appena più lenta
che in tour precedenti, e per l’impronta pianistica che Bob le ha dato
con la tastiera. Di nuovo, gli assoli di chitarra, così come gli
accompagnamenti alla steel pedal tra una strofa e l’altra, sono stati molto
belli e mai troppo invadenti.
Altra cosa la sorpresona di ‘Till I Fell In Love With You, che Bob
ha eseguito in modo splendido, riarrangiandola in chiave quasi anni
trenta — questa versione non sarebbe dispiaciuta a Cole Porter! — sebbene
a ricordarci lo stile di provenienza del pezzo ci fossero nuovamente la
steel pedal a ritmare il tutto sapientemente, e la batteria a scandire
le pause tra una strofa e l’altra. La voce di Bob scivola perfetta come
un ballerino sul pavimento di legno di una sala da ballo degli anni ruggenti,
e l’atmosfera è proprio quella del periodo — atmosfera che a maggior
ragione raggiunge il suo apice con Summer Days, presentata infatti in una
versione ancor più da sala da ballo dei bei tempi andati rispetto
a quella cui siamo abituati, tanto che il contrabbasso diviene ancor più
importante che in precedenza, e il piano intreccia con esso un gioco a
due di sapiente maestria — un botta e risposta degno di una band jazzistica
navigata. Anche qui la canzone sembra di nuovo sfumare lentamente, per
poi riprendere quota di colpo e riesplodere nell’ultima strofa: anche la
batteria diviene stilisticamente quasi jazz, che
accompagna il finale dell’ultima strofa in un tripudio di piatti. Ed
è interessante notare come queste variazioni stilistiche di atmosfera
si accordino e combinino alla perfezione con lo stile musicale dell’intero
concerto, che come ho già detto diviene infatti una gemma di continuità
e coerenza. Sei davvero un marpione, Bob!
Tra le novità, di quest’anno, ho inoltre notato che nelle presentazioni
di rito dei componenti della band eseguite prima del bis, Bob ha introdotto
ogni musicista con l’aggiunta delle informazioni sulla sua provenienza
geografica — una novità, per quanto possa ricordare. Abbiamo così
scoperto che George Recile viene da New Orleans, come del resto Tony Garnier,
l’uomo a cui Layeti aspetta di poter dare un bel pattone in faccia alla
prima occasione (chi si chiedesse il perché può scoprirlo
leggendo la prima strip di Mummy & Zimmy su Maggie's Farm). Adesso
almeno sappiamo dove aspettarlo sotto casa quando l’occasione si presenterà!
L’immancabile rituale del bis ci ha mostrato senza ombra di dubbio
quanto Bob, appena si stacca dalla tastiera, sembri terribilmente a disagio,
poiché se non ha qualcosa da tenere tra le mani proprio non riesce
a essere disinvolto: tanto che quando è giunto per lui il momento
di mettersi in fila orgogliosamente a fianco della band per prendersi i
meritati applausi del pubblico, non ha trovato di meglio che prendere due
armoniche dal tavolino, una per mano, e avanzare verso il fronte palco
con il
suo fare goffo, mostrando bene i pugni stretti intorno alle armoniche...
Cosa che ci ha ricordato molto la famosa statuina religiosa del videoclip
di Jokerman, con i due serpenti stretti in mano (“You were born with a
snake in both of your fists, while a hurricane was blowin’”)... Spettacolare
a dir poco. Non c’è stato verso di fargliele mollare fino a quando
non è sparito nel buio del sipario! I bis sono stati i soliti delle
ultime tournée, ovvero l’immancabile Like A Rolling Stone, anche
in questo
caso modificata così da seguire la particolare onda stilistica
di questo tour, ovvero resa un po’più jazzistica e meno violenta,
con altri notevoli tappeti sonori che si intrecciavano tra loro prima del
reprise.
È stata naturalmente seguita dal gran finale di All Along the
Watchtower, quest’ultima eseguita in una versione simile a quella introdotta
nel 2003, ma anch’essa permeata di sottili e intriganti differenze, con
una nota di colore e di energia in più: il piano picchia ancor più
del solito e l’atmosfera si fa rovente, con la voce che scandisce le strofe
accompagnata in perfetta simbiosi da una batteria sempre più valorizzata
e pressante di pari passo con la chitarra, fino al liberatorio urlo finale
di Bob “... Any of it is
wooooorthhhhhh!”, addirittura valorizzato tramite un effetto elettronico
di eco... Mi pare davvero che in questo tour Recile, Bob e i due chitarristi
siano presi in un turbine eccezionale in cui sono uniti in un’armonia perfetta!
Purtroppo è già la fine dello show, con il fantastico,
ultimo saluto di Bob, in piedi di fianco ai suoi uomini come un generale
orgoglioso dopo una battaglia pacifica, prima di sparire del tutto alla
nostra vista, avvolto dalla notte. Sam Shepard, autore del meraviglioso
libro sulla Rolling Thunder Revue appena ristampato in libreria, ha detto
che Dylan sul palco è uno sciamano... Oh, com’è vero! Uno
sciamano che, come nella canzone Silvio, può alleviare le tue pene
e portarti in un’altra dimensione, tirare fuori il meglio di te e dare
un senso a cui non avevi pensato alle cose che ti circondano.
E così, ancora emozionate e come avvolte in una meravigliosa
nebbia dal sapore quasi onirico, Layeti e io abbiamo lasciato a malincuore
l’Hallenstadion, osservando con cura i fan che si riversavano in strada,
tra cui naturalmente moltissimi dylaniani da tutto il mondo (italiani,
spagnoli, etc.etc.). Uno show di Dylan è come sempre un magico polo
d’attrazione, quasi un richiamo della foresta! Dopo il concerto ho avuto
la fortuna di incontrare in una birreria stube tipica del luogo, due dylaniani
che
avevano seguito il tour per buona parte della sua durata: uno di loro
era norvegese e l'altro olandese, e quando sono entrati nel locale (che
era l'unico a quell'ora ancora disposto a placare i nostri palati affamati)
ci siamo subito scambiati uno sguardo d'intesa, poiché, anche se
non ci eravamo mai visti prima, io avevo riconosciuto la faccia di Bob
sulla maglietta di uno dei due: e quella tacita fratellanza ci aveva permesso,
come sempre accade, di comportarci subito come vecchi amici, senza alcun
timore nè autocensura. Questi due signori mi hanno detto che, dopo
aver visto più o meno una quindicina di concerti nell'arco delle
settimane precedenti, ritenevano entrambi che quello di Zurigo fosse stato
il più bello in assoluto; e dato il tenore della serata la cosa,
anche se non avevo visto gli altri show, mi è parsa come null’altro
che la conferma di quanto anch’io, dentro me, pensavo. Oltretutto Henk,
l’olandese, si è rivelato una persona di rara gentilezza e mi ha
addirittura spedito, senza pretendere nulla in cambio, una registrazione
a dir poco perfetta dello show, eseguita in modo magistrale, che non fa
che dimostrarmi una volta di più la grandezza di questo concerto
e, naturalmente, l’eccezionalità dell’arte di Bob, che ormai da
tempo immemore è nei nostri cuori per rimanervi.
Adesso non posso che attendere con ansia la prossima calata di Bob
sull’Europa... Come ogni anno!
È con questa promessa, che è in realtà un augurio
di avere presto l’occasione per rivedere tutti quanti voi il più
presto possibile in occasione di un altro evento come questo, che vi auguro
di cuore un buon Natale e un ancor più meraviglioso anno nuovo —
e credo che almeno sul fronte dylaniano anche il prossimo anno prometta
grandi cose come quello appena trascorso, ahaha!
E come dice Bob, “peace, tranquility and good will”... Tanti auguri
e un abbraccio a tutti voi.
Beni "Hamster"
Racconti dal Neverending tour:
MILANO
2005 - FORUM DI ASSAGO -
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Bob Dylan: il divenire, l’onirico e il femminile dalla
cronaca di un concerto, di Valentino Curti
Grazie a Valentino che ha scritto questa bella recensione sul concerto
di Bob a Milano
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