Racconti dal Neverending
Tour
Parte 37
Parigi 2003
di Alexan "Wolf"
Ciao Michele,
come promesso ti invio un resoconto del concerto di Parigi (sigh, sono
già passate due settimane) che comunque non aggiunge molto alla
relazione di Eagle - approfitto per salutarlo visto che a Milano ho avuto
il piacere di stringergli la mano - e alla recensione di Terrapin.
Prima però lasciami fare qualche considerazione sullo spettacolo
del 2 novembre al Filaforum:
- il concerto è stato senz’altro più godibile di quello
del 2002, soprattutto per la sua fruibilità visto che l’altra volta,
per i noti motivi, le luci furono sparate contro il pubblico invece che
sul palco
- siccome credo che nulla accada per caso e non mi pare di aver letto
niente in proposito - salvo, ma potrei sbagliare, la definizione di ‘occhio
di Iside’ - se qualcuno ne sapesse qualcosa mi piacerebbe capire il perché
della scenografia e del perché dopo la quarta canzone venga sollevata
per lasciare il posto agli effetti luminosi statici che abbiamo visto
- qualunque sia il motivo per il quale Bob si stia dedicando al piano
elettrico (mal di schiena, …), il suono che ne usciva mi è sembrato
orribile – al limite era meglio che cantasse soltanto – ma probabilmente
si sente più a suo agio così
- boots of spanish leather è tra le mie preferite ed è
stata bella come l’altra volta; anch’io ho faticato a riconoscerla (vedi
Wallflower)
- LARS e AATW per me può farle sempre perché mi piacciono
sempre; pur piacendomi, invece, non ho una particolare simpatia per Blowin’
in the Wind, ma in questo caso l’ultima versione che ho ascoltato dal vivo
a Milano si fa rimpiangere (tra l’altro mio figlio l’ha imparata sul flauto)
- AATW mi colpì di più nel 2002: era più marziale,
più implacabile
- Koella è un chitarrista con tutti gli attributi (c’è
stato un pezzo, non ricordo quale, dove ha spostato il climax sempre più
in là, … e anche oltre quanto si potesse immaginare) e l’interplay
tra le due chitarre è stato tra le cose migliori della serata –
tuttavia non so fino a che punto alcune canzoni non vengano “snaturate”
da questo trattamento e credo sia per questo che nel ricordo confondo alcuni
brani tra loro
- summer days, ma anche altre, sono state cantate con una straordinaria
velocità ed allo stesso tempo con estrema accuratezza nella dizione;
non dev’essere per niente facile e sono rimasto sbalordito
- non credo che dire “ciao milano” sia necessariamente ipocrita – Bob
passa in tour gran parte della sua vita, incide dei dischi, fa dei concerti:
si rivolge a noi; voglio dire: qual è il problema nel comunicare
un po’ di più? Ovviamente, se non lo vuol fare … mi sta bene anche
così, ma certo non gli darei del ruffiano se fosse un po’ più
espansivo
- ci siamo abituati a dire che Dylan improvvisa serata per serata e
sicuramente in passato è stato così … ora un po’ meno. La
scaletta dei brani varia poco da un giorno all’altro (stiamo parlando di
Bob: uno che tra cover ed originali ha sicuramente più di 1500 pezzi
in repertorio) ed anche gli arrangiamenti sono gli stessi per tutto il
Tour, salvo poche variazioni
- l’improvvisazione è più che altro limitata alla successione
delle canzoni il cui ordine viene probabilmente stabilito sul palco nella
pausa a luci spente che si interpone tra un pezzo e l’altro. A proposito
di queste pause ho avuto impressioni contrastanti: da un lato hanno il
merito di “contenere” quasi per intero gli applausi, dall’altro causano
un’ “interruzione” nel flusso della musica. Non è stato sempre così:
ricordo un concerto a Milano, negli anni ’80 (per intenderci quello del
Tour con Van Morrison), nel quale suonava accompagnato da un trio (chitarra
– basso - batteria) ed i brani si succedevano senza soluzione di continuità.
Prima di passare al concerto di Parigi infilo qui un pensiero che mi
frulla in testa da un po’ di tempo: sarebbe bello avere una T-shirt della
Fattoria in modo che noi animali ci si possa riconoscere ai concerti.
Parigi. (saltare le prossime righe se non si è interessati agli
aspetti logistici)
Sono un po’ stupito di me stesso. Vado in un’altra città, da
solo, apposta per un concerto. Il fatto è che da quando sono uscite
le date del Tour europeo mi sono messo in testa di vedere Bob almeno due
volte. Alla fine dopo un’attenta valutazione di date, dislocazione dei
festivi, impegni familiari e di lavoro, costi per il trasporto e del biglietto
(quest’ultimo anche molto diverso da città a città) ho optato
per la Ville lumiére. Le rinunce più faticose sono state
quelle per Praga (che ha cominciato ad essere servita da una compagnìa
low cost solo dopo una settimana dal concerto di Bob) e Zurigo (dove Hamster
garantiva un’acustica eccezionale). Insomma dopo lunghi tentennamenti e
consultazioni della rete un giorno incappo in un’offerta Milano-Parigi
a 4.99 il 13 all’andata e 0.01 il 14 al ritorno (se qualcuno fosse interessato
per il futuro è però bene che sappia che i 5 euro dopo tasse,
assicurazioni, etc. diventano circa 33, ai quali ne vanno aggiunti altri
20 per l’andata e ritorno con bus dall’aeroporto di arrivo a Parigi – 1h30’
– e che l’aeroporto di partenza è Orio al Serio).
Arrivo a Parigi città alle 15; il tempo è bellissimo
anche se fà freddo. Ritiro il biglietto alla FNAC e faccio il turista.
Lungo le rive della Senna spulcio tra i libri dei bouquinistes (è
un’antica tradizione parigina che vede alternarsi lungo il fiume i venditori
di libri, esposti in caratteristici espositori verdi, ai pittori), più
di uno vende locandine di un concerto di Bob al Village nei primi anni
’60.
Alle 20 sono a Le Zenith. Si tratta, per capienza, del terzo spazio
per spettacoli di Parigi (il primo è lo Stade de France, il secondo
è il palazzetto di Bercy). Mi dicono che negli ultimi anni Dylàn
(sic) ha sempre suonato lì. Immaginate un esagono con un lato più
lungo, dove è sistemato il palco, verso il quale sono rivolte le
sedie che dagli altri cinque lati vi convergono: la visuale è dunque
ottima. La scenografia è la stessa di Milano (l’occhio coronato
anche qui viene sollevato dopo il quarto pezzo).
Il concerto inizia alle 20.45 con circa 15’ di ritardo, preceduto dalla
solita presentazione (“ladies & gentlemen … Columbia recording artist:
Bob Dylan ! ”). I 5000 posti sono esauriti, rimane forse un po’ di spazio
in piedi in platea (che ha la forma di una semiluna ed è molto più
piccola di quella di Milano).
Il concerto.
Maggie’s farm comincia dove finisce il punto esclamativo della presentazione.
È un ottimo pezzo per scaldare l’ambiente. La disposizione dei musicisti
probabilmente è sempre stata uguale in tutto il Tour: Bob a sinistra
(ma praticamente ben visibile da quasi tutti) vestito di nero, con file
di bottoni d’argento sulle maniche e sui pantaloni, ed intarsi argentati
sul colletto della giacca. Stivali. Freddy Koella (senza cappello) tra
lui e la batteria, ma con la libertà – appesa agli sguardi del capo
– di spostarsi in mezzo al palco o di arretrare dietro Bob. Poi George
Recile (basco) più in alto al centro del palco e Tony Garnier (stivali
e cappello). A destra Larry Campbell (cappello e spolverino grigio, stivali)
– l’uomo tuttodunpezzo – secondo l’azzeccata definizione di Daria a Milano.
Confesso che Larry è quello che mi dà le soddisfazioni maggiori
a livello musicale, sia con le chitarre, elettriche o acustiche, che con
il mandolino (niente cittern a Parigi).
Questi scarni elementi scenografici sono importanti: la band è
estremamente compatta e i movimenti, dopo un po’, in qualche modo prevedibili
– riusciamo quasi ad anticipare la successione degli interventi e, in qualche
modo, a pregustarli. Ancora una volta più delle parti solistiche
mi piace l’interplay tra le due chitarre, sia nei suoni bluesati che in
quelli stoppati/funkeggianti.
Viene cancellato il piacere di risentire i brani così come li
abbiamo ascoltati la prima volta su un disco; d’altronde molti brani migliorano
dal vivo o mostrano lati che prima non vedevamo ed anche questo è
bello … e tuttavia la ripetizione si riaffaccia, con il piacere ad essa
connesso, proprio nel suono dal vivo là dove la band scorre con
sicurezza sui binari della riproposizione di “ambienti musicali classici”
(per adesso non riesco a trovare una definizione più soddisfacente).
L’acustica del teatro è migliore di quella di Milano anche se
sinceramente mi aspettavo ancora di più. Di questo, però,
è in parte responsabile la band che a mio parere suona ad un volume
troppo alto. Soprattutto gli assoli di Freddy (che sono tutti pertinenti
al mood dei brani e molto precisi nelle note) hanno delle ridondanze e
dei riverberi che “suonano” stonati.
Non mi è sembrato che ci siano stati interventi vocali da parte
della band, come del resto a Milano, il contesto molto più elettrico
mal si adatterebbe a cori di accompagnamento.
Il piano si sente meglio che a Milano, Dylan si muove molto di più,
sollecita i musicisti andando vicino a loro e all’occorrenza spinge Recile
con gesti di entrambe le mani come nei break di All along the watchtower
– inoltre non ha l’andatura “chapliniana” che aveva esibito a Milano. La
posizione che assume più spesso è quella illustrata sulla
copertina del libro di Carrera (dove però imbraccia la chitarra):
solo, molto incurvato davanti al piano, in questo caso la gamba che tiene
indietro è la sinistra. Gli interventi all’armonica sono tutti pregnanti,
mai fuori posto, e si sente che lo strumento viene usato anche per guidare
i compagni. Stesso discorso per la sua voce-guida, spesso forte e sicura.
La scaletta:
Parigi, Francia - Le Zénith - 13 Novembre 2003
Maggie's Farm
Señor (Tales Of Yankee Power)
Tweedle Dee & Tweedle Dum
Visions Of Johanna
It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding)
Boots Of Spanish Leather (acustica)
Things Have Changed
Highway 61 Revisited
(Pausa di venti minuti)
Down Along The Cove
Mr. Tambourine Man (acustica)
Cold Irons Bound
Most Likely You Go Your Way (And I'll Go Mine)
The Lonesome Death Of Hattie Carroll (acustica)
Honest With Me
Every Grain Of Sand
Summer Days
Bis:
Cat's In The Well
Like A Rolling Stone
All Along The Watchtower
Per la descrizione dei singoli brani rimando a quanto scritto da Eagle
che sembra essere stato lì. Di mio aggiungo: grande convinzione
nell’esecuzione dei primi due brani (molto lenta Señor); il cantato
di TD&TD è stato più incisivo a Milano; Visions of Johanna
fu più ispirata nel 2002 a Milano; Boots Of Spanish Leather mi è
piaciuta tantissimo (Dylan ha descritto questa canzone solo una volta:
“è la storia di una ragazza che lascia un ragazzo”). Potenti sia
Things Have Changed sia Highway 61 Revisited la cui resa vocale (sixty-uaaaaaan)
è stata più continua rispetto a quella di It's Alright, Ma
(I'm Only Bleeding) anche musicalmente un po’ troppo fracassona.
Poi c’è stata la pausa di 20’, come ha detto Dylan con voce
roca e profonda “……. because of the laaaaw”. Non era una cosa inaspettata
perchè subito si sono accese le luci ed hanno cominciato a girare
i ragazzi che vendevano bibite.
Alla ripresa non sono stato in grado di riconoscere Down Along The
Cove (la pronuncia di Bob non c’entra, è che non me la ricordavo).
Mr. Tambourine Man è stata cantata masticando – a me è
sembrato di proposito – le parole (in particolare “… in the jingle-jangle
morning …).
Nell’oscurità della pausa hanno cominciato a risuonare le note
di una tellurica Cold Irons Bound: francamente la fuckin’ loud Like a Rolling
Stone del Live 1966 era acustica al confronto. Sono queste le esecuzioni
che più mi disturbano: suonate ad un volume da stadio, con grande
risalto delle capacità strumentali dei musicisti, ma un po’ a detrimento
del mood particolare di ogni canzone (c’è da dire che la versione
originale su Times Out of Mind soffriva troppo della produzione levigata
di Daniel Lanois che invece era stato perfetto in Oh Mercy). Stesso discorso
per Most Likely You Go Your Way (And I'll Go Mine). La mia sensazione è
che la forma musicale verso la quale Bob si è orientato in questo
periodo sia una sorta di hard-rock-blues, dove l’accento sta più
sull’Hard che sul Blues.
Apro qui una parentesi: laddove nella scaletta si legge “acustica”
si intende semplicemente che il solo Larry imbracciava una chitarra acustica
o un mandolino. Qualcosa di ben diverso da Milano 2002 e il mio rimpianto
riguarda anche le performance vocali di Bob, adesso senz’altro più
potenti, ma mi mancano quelle note dolenti che quella voce più bassa,
anche più sporca, si poteva permettere nel contesto di arrangiamenti
elettrici “più acustici” (chi avesse sotto mano la registrazione
di One Too Many Mornings presente su Napoli-Arena Flegrea 26 luglio 2001
mi capirà).
Viste queste premesse nessuno si stupirà che per me l’apice
della serata sia stato The Lonesome Death of Hattie Carroll. Qui anche
Tony ha sostituito il basso elettrico con un contrabbasso. Pur essendo
eseguita in velocità, la dizione è perfettamente scandita.
La successione delle parole è inesorabile. I musicisti non strafanno
e la partecipazione emotiva di Bob è tangibile. Anche il verso apparentemente
più scontato (“and she never done nothing to William Zanzinger”)
viene detto in un modo carico di senso.
Honest with me è la fotocopia di quella sentita a Milano, con
la vena bluesy ben in evidenza; Bob abbandona più volte la tastiera
per portarsi al centro del palco. Every Grain Of Sand riporta un po’ di
sollievo per le mie povere orecchie, prima della conclusione con Summer
Days. Questo brano è ormai un classico: come altre melodie di Dylan
(ed un po’ come tutto “Love and Theft”) sembra che queste canzoni fossero
lì prima di lui e che già le conoscessimo prima della loro
incisione. Un concetto che ho ritrovato identico in queste parole di Alan
Taylor: “His early songs sound as fresh today as they did when they were
first minted. The songs he writes now seem as if they’ve been around for
centuries”.
Presentazione della band - nell’ordine: Larry, Freddy, George e infine
Tony al quale spetta l’ovazione più lunga – e saluti.
Nessuna sorpresa per i tre bis: Cat's In The Well, Like A Rolling Stone
(esaltata dalle luci sul pubblico durante il ritornello, cantato da tutti)
ed All Along The Watchtower.
Per LARS (ancora largamente in testa alla classifica della Fattoria)
vorrei spendere qualche parola in più. Come ho già detto
è un pezzo di cui non mi stanco mai, e però … insomma, visto
che si è portato dietro le tastiere (non arrivo a dire l’organo),
perché non tentare se non altro ad avvicinarsi alla versione originale
(con quell’attacco … per me insuperabile)? So bene che in quello studio
si verificò una magia che non si può riprodurre – tra gli
altri ingredienti: Al Kooper seduto per caso all’organo che peraltro non
aveva mai suonato. La versione con tre chitarre del 2002 a Milano mi era
piaciuta di più e spero comunque di sentire in futuro performance
di LARS più intense di quelle di quest’anno.
Durante l’esecuzione di AATW mi rendo conto che Bob tende a riprodurre
alcuni stilemi vocali in modo pressoché uguale da un brano all’altro
– così ad esempio “… said the joker to the thieeef” assomiglia alla
“… play a song for meee” di Mr. Tambourine Man. AATW è simile a
quella sentita a Milano con le forti sottolineature della batteria ad introdurre
i break. È una logica chiusura di concerto: comunica un senso di
marzialità, di circolarità (la ripetizione della prima strofa),
di smarrimento, di avvertenza a stare in guardia.
Adesso il concerto è veramente finito. Bob è soddisfatto.
Tutti si portano in mezzo al palco e per alcuni secondi si concedono alla
vista del pubblico, guardandolo e salutandolo, e praticamente questi sono
anche gli unici momenti del concerto nei quali possiamo osservarli senza
che stiano suonando.
Allora mi sono venute in mente alcune cose. Negli stessi giorni a Parigi
c’era il 2° Social Forum (il 1° fu l’anno scorso a Firenze), tema:
quale Europa per il futuro? Io non lo sapevo, ma era impossibile non accorgersene
perché la città era invasa da giovani che tra una sessione
e l’altra hanno fatto ovviamente anche i turisti. Dunque, delle persone
che sperano di cambiare il mondo. È giusto, sono convinto che sia
giusto così, e che non sia inutile. Uno dei quattro poli di raduno
era alla Villette, quindi praticamente di fianco alla Cité de la
Musique, dove si trova Le Zenith.
E dentro di me ho pensato che in fondo tra i cento motivi (è
a suo agio solo sul palco, ha bisogno di soldi, sta costruendo la mitologia
di se stesso, … ha lasciato qualcuno ed è in cerca di qualcosa -
vedi ancora One Too Many Mornings) per i quali questo signore di 62 anni
(che si dice abbia 17 case sparse per il mondo, ma quando ci sta?) passa
la maggior parte dell’anno sulla strada a suonare, uno possa essere il
suo desiderio di dirci quello che pensa, comunicarci qualcosa di sé
(forse davvero tutte le canzoni parlano di lui), esprimere il suo punto
di vista, …, infine, nel suo particolarissimo modo: si mette in contatto
con il suo prossimo. E che lo voglia o no, ci aiuta. È al nostro
fianco, e tra le tante lezioni che ci dà io ne sento vicine soprattutto
due: non avere idoli (nemmeno Bob Dylan) e non stare chiuso nel proprio
mondo, lasciando che le cose ci accadano intorno.
Alla fine ero pieno di gratitudine. Spero che non paghi un prezzo troppo
alto per la vita che si è scelto.
Leggendo la rubrica What’s going on in your show… temevo di potermi
trovare di fronte ad un Dylan svogliato (c’è stato anche quello
…). Invece, evidentemente, man mano che si è avvicinato al Mediterraneo
qualcosa è cambiato. Da quello che ho scritto sopra magari non si
è capito e allora lo dico adesso: Dylan c’è, è in
gran forma, produce uno degli spettacoli più belli che si possano
vedere in giro. L’aspetto della sua musica che ha voluto farci apprezzare
questa volta ha meno le cadenze della ballata e più il ‘tiro’ dell’esecuzione
rock potente. La sua presenza sul palco sprigiona qualcosa che si può
chiamare aura o carisma o magnetismo, ma che in ogni caso si avverte.
A me sembra stia bene anche fisicamente. E la sua voce lo sorregge
ancora. All’inizio degli anni ’70 avevo delle fantasie su come potesse
essere la vita di un rocker. Di tutti quelli che circolavano allora credo
che l’unico a vivere ancora così sia lui, che pure è molto
di più (è proprio vero: “nessuno fa quello che sto facendo
io”).
Concludo il resoconto del concerto con parole non mie: “A song, of
course, is not the same as a poem. In order to be realised a song must
be performed. While a poem lives or dies on the page, a song comes alive
when it’s played, particularly in front of an audience. Each performance
is unique but it is probably not definitive, otherwise why reheat old songs?
Something changes every time. But in the case of Dylan what doesn’t change
is his quest to realise things anew. It’s as if he doesn’t know what he’s
looking for until he finds it.” (Christopher Ricks)
E allora, ricordando che Ricks si concentra sulle parole di Dylan senza
tuttavia dimenticare che esse sono solo un elemento della sua arte, gli
altri due essendo la musica e la sua voce, possiamo affermare che nel suo
work in progress Bob è ancora ai massimi livelli in tutt’e tre.
Ed ora vorrei mandarti un collage di alcuni scritti, già presenti
su MF, del sommo Carrera (ovviamente imprescindibile per la stesura di
quanto ho scritto, in particolare per i rapporti tra l’arte di Dylan e
la poesia), di altre notizie reperite in rete piuttosto che da articoli
e monografie come l’ultima di UNCUT Legends#1, e di qualche mia impressione
in omaggio all’immensa
The Lonesome Death of Hattie Carroll
William Zanzinger killed poor Hattie Carroll
With a cane that he twirled around his diamond ring finger
At a Baltimore hotel society gath'rin'.
And the cops were called in and his weapon took from him
As they rode him in custody down to the station
And booked William Zanzinger for first-degree murder.
But you who philosophize disgrace and criticize all fears,
Take the rag away from your face.
Now ain't the time for your tears.
William Zanzinger, who at twenty-four years
Owns a tobacco farm of six hundred acres
With rich wealthy parents who provide and protect him
And high office relations in the politics of Maryland,
Reacted to his deed with a shrug of his shoulders
And swear words and sneering, and his tongue it was snarling,
In a matter of minutes on bail was out walking.
But you who philosophize disgrace and criticize all fears,
Take the rag away from your face.
Now ain't the time for your tears.
Hattie Carroll was a maid of the kitchen.
She was fifty-one years old and gave birth to ten children
Who carried the dishes and took out the garbage
And never sat once at the head of the table
And didn't even talk to the people at the table
Who just cleaned up all the food from the table
And emptied the ashtrays on a whole other level,
Got killed by a blow, lay slain by a cane
That sailed through the air and came down through the room,
Doomed and determined to destroy all the gentle.
And she never done nothing to William Zanzinger.
But you who philosophize disgrace and criticize all fears,
Take the rag away from your face.
Now ain't the time for your tears.
In the courtroom of honor, the judge pounded his gavel
To show that all's equal and that the courts are on the level
And that the strings in the books ain't pulled and persuaded
And that even the nobles get properly handled
Once that the cops have chased after and caught 'em
And that the ladder of law has no top and no bottom,
Stared at the person who killed for no reason
Who just happened to be feelin' that way without warnin'.
And he spoke through his cloak, most deep and distinguished,
And handed out strongly, for penalty and repentance,
William Zanzinger with a six-month sentence.
Oh, but you who philosophize disgrace and criticize all fears,
Bury the rag deep in your face
For now's the time for your tears.
Carrera: "The Lonesome Death of Hattie Carroll è molto di più
di una canzone di protesta. È una canzone veramente tragica, una
delle più grandi ballate narrative dylaniane che ha letteralmente
incantato molta gente. Quando nel 1967 uscì il film "Don't look
back", realizzato da Don Pennebaker riportando frammenti della tournée
che Dylan aveva fatto in Inghilterra nel 1965, un'ampia parte di questa
canzone – più precisamente fino alla fine del terzo ritornello -
era presente nel montaggio finale, eseguita con chitarra ed armonica, così
come su The Times They Are A-Changin’. Anni dopo, Pennebaker ha raccontato
che lui la canzone non la conosceva: stava registrando Dylan dal vivo in
presa diretta e ad un certo punto si è letteralmente dimenticato
di fare un taglio (di solito i frammenti che filmava erano molto più
brevi) perchè era talmente affascinato dalla canzone che non riusciva
a smettere di ascoltarla. Andrew Sarris, un critico cinematografico americano,
ha poi recensito il film con un giudizio veramente molto bello su questa
canzone: "Ci sono tante canzoni, ha scritto Sarris, che parlano di argomenti
sociali, che parlano di tragedie avvenute nella società, ma ci sono
pochissime canzoni e pochissimi artisti che sanno trasmettere un grido
di dolore".
Questo è il vero argomento di Hattie Carroll: trasmette veramente
un grido di dolore, questa è la ragione per cui è una grande
canzone. Un’altra è la sua incredibile struttura, che è stata
analizzata da Christopher Ricks, uno dei pochi critici letterari che si
occupano regolarmente di Dylan. Ricks ha dichiarato addirittura che questa
è la più grande canzone di Dylan e che Dylan non dovrebbe
più neanche cantarla perchè ormai è un testo sacro.
Contrariamente alla tipica ballata politica che racconta un fatto in
modo lineare (la situazione sociale, un personaggio che esce da questa
situazione, il fatto che accade, la condanna morale del fatto se si tratta
di un omicidio o se si tratta di un atto di violenza) Dylan altera completamente
i tempi e comincia a dirci quello che è successo già nel
primo verso: "William Zanzinger ha ucciso la povera Hattie Carroll". L'ha
già detto. A partire da questo inizio il resto può essere
raccontato con estrema libertà perchè il fatto fondamentale
è già stato menzionato.
Il materiale è incandescente: cantare, oltre tutto in modo contemporaneamente
così esplicito, con nomi e cognomi, (in questo momento mi viene
in mente solo Sting che molti anni più tardi osò un Hey,
Mr. Pinochet! in They dance alone, e comunque a distanza di anni dagli
eventi ai quali si riferiva) e così delicato di iniquità
razziale e sociale non era affatto scontato. I primi anni ’60 sono stati
veramente una stagione irripetibile come persino Dylan ha recentemente
dichiarato.
Il fatto su cui si basa la canzone è noto: un giovane aristocratico
del Maryland che all’inizio degli anni Sessanta, a una cena di società,
uccide a colpi di bastone una cameriera nera di cinquant'anni che non era
stata abbastanza rapida a portargli un bicchiere di whisky. La conclusione
della storia è che questo personaggio, grazie ai suoi appoggi politici
e a quelli della sua famiglia, viene condannato semplicemente a sei mesi
di carcere.
Ricks sottolinea che quest’ingiustizia poteva essere credibilmente
condannata da un songwriter solo se si fosse dimostrato un testimone attendibile,
che non tradisse né rabbia né sentimentalismo. Dylan ci riesce
dando prova di saper rendere la distanza sociale tra Zanzinger e la sua
vittima con suprema sottigliezza.
La prima strofa (6 versi) descrive il fatto.
La seconda (7 versi) descrive William Zanziger.
La terza (11 versi) Hattie Carroll.
Dopo ogni strofa c’è un ritornello: ...But you who philosophize
disgrace and criticize all fears, /Take the rag away from your face. /
Now ain't the time for your tears.
La quarta strofa si apre con In the courtroom of honor, … e si conclude
con il giudizio.
La canzone è costruita sull'attesa della risoluzione della vicenda
- a metà canzone William Zanziger è fuori su cauzione (in
a matter of minutes on bail was out walking) e solo all’ultimo verso, subito
prima dell’ultima ripetizione del ritornello, sapremo che la sua condanna
è limitata a sei mesi - ma introduce numerosi elementi che la portano
verso un piano quasi metafisico.
Ricks trova che i primi due versi siano carichi di implicazioni pressochè
inesauribili per via del modo nel quale Dylan ordina le parole: William
Zanzinger killed poor Hattie Carroll / with a cane that he twirled around
his diamond ring finger. William Zanzinger ha ucciso la povera Hattie Carroll
con "un bastone che roteava intorno all'anello di diamanti che lui portava
al dito". L'immagine del bastone che rotea intorno all'anello è
quasi astratta, anche abbastanza difficile da visualizzare. Vediamo il
bastone roteare intorno a un anello come se lo maneggiasse un acrobata,
ma la violenza del gesto non ne risulta diminuita. Quest’immagine torna
più avanti ed il modo nel quale torna è terribilmente fisico
nel primo verso (… got killed by a blow, lay slain by a cane) e quasi rallentato,
astratto, e poi di nuovo accelerato, nel secondo (that sailed through the
air and came down through the room, …). Spesso un verso si conclude solo
nel successivo e magari neanche in quello, anche grazie ai ripetuti ‘and’
che prolungano la narrazione. L’effetto finale è che una volta dentro
alla canzone non se ne esce più, non c’è scampo.
Torniamo all’inizio.
Ricks scrive che la canzone inizia con un verso arrischiato, ma che
la parola ‘poor’ evita qualsiasi accezione pietistica in quanto ci si riferisce
ad un fatto nella sua essenza (“because it is a hard fact”); il termine
risulta partecipe ma al tempo stesso spassionato poiché non perde
di vista la nuda realtà: lei è povera. Per contrasto, William
Zanzinger ha un ‘diamond ring finger’, emblema definitivo dell’eccesso.
Non è che ha un dito con un anello con un diamante intorno; ha un
‘diamond-ring-finger’. Poteva essere un ‘amethyst-ring-finger’, un ‘opal-ring-finger’
o un ‘ruby-ring-finger’. Il suo ‘diamond ring finger’ possiede uno straordinario
senso di accumulazione facoltosa. Questa sorta di affastellamento di nomi
è un espediente al quale, nel corso della canzone, si ricorre ripetutamente
per descrivere ricchezza e potere. Ricks aggiunge: “sommare così
i sostantivi fa tornare i conti e avere una vera dotazione. I nomi sono
articoli, e potete possederli ..."
Dopodichè Dylan descrive il party in cui si è svolto
il fatto (at a Baltimore hotel society gath'rin': ancora la successione
di sostantivi) e in due strofe ci dà lo sfondo da cui vengono l'assassino
e la sua vittima.
Di William Zanziger – un nome che a Bob dev’essere piaciuto per il
suo suono, visto che nel corso della canzone viene citato per esteso 5
volte (in particolare nel verso finale di ciascuna strofa, tranne la seconda
che gli è interamente dedicata) contro le 2 di Hattie Carroll –
ci viene detto che ha 24 anni e viene descritto per quello che possiede
(l’anello con diamante e la piantagione di tabacco), per le protezioni
di cui gode (innanzitutto i genitori; si noti l’abile goffaggine del doppio
aggettivo, with rich wealthy parents who provide and protect him, ‘con
ricchi genitori danarosi che lo proteggono e lo aiutano’ / simmetricamente
per Hattie Carroll, 51 anni, si fa riferimento ai figli) e per la sua arroganza.
Da notare la successione dei suoni shrug/shoulders/swear/sneering/snarling
nell’ambito di solo due versi.
Ad un certo punto l’uso delle rime diventa quasi ipnotico, ad esempio
quando descrive Hattie Carroll: "sparecchiava i piatti e portava fuori
la spazzatura, e non si è mai seduta a capotavola, e non ha mai
parlato alla gente seduta a tavola, non faceva altro che pulire quello
che era rimasto in tavola" (and never sat once at the head of the table
/ and didn't even talk to the people at the table / who just cleaned up
all the food from the table), con la rima "table" che ritorna per 3 volte,
a sottolineare che l’unica cosa che la società sa di Hattie Carroll
è il suo essere una serva (Hattie Carroll was a maid in the kitchen
/ She was fifty-one years old and gave birth to ten children / ...) e nient’altro.
Per quanto riguarda il numero di figli può essere che per ragioni
di metrica Dylan l’abbia piegato a dieci (come in effetti canta); diversi
libri, che riferiscono anche del fatto, parlano di undici.
Poi il tono cambia: Hattie Carroll, la quale "vuotava i portacenere
e su tutto un altro piano..." (and emptied the ashtrays on a whole other
level), viene uccisa dai colpi del bastone ‘destinato e determinato a distruggere’
(doomed and determined to destroy all the gentle). Che cos'è questo
"altro piano"? Un altro piano su cui si svolge la storia? È necessario
raggiungere questo "altro piano" per capire l’arroganza e la crudeltà
dell’assassino?
L’ingiustizia era evidente, ma Dylan ha aspettato ed aspettato; è
solo alla fine che il ritornello cambia. Oh, but you who philosophise disgrace
and criticize all fears, / Bury the rag deep in your face / For now's the
time for your tears. La canzone ha vissuto d’immagini, non di retorici
commenti. E a questo punto a Dylan basta un Oh per caricare di enfasi gli
ultimi versi: solo adesso è arrivato il momento di bury the rag
deep in your face e il for funziona come una frustata. E la genialità
è nella contrazione: avrebbe potuto facilmente cercare più
pathos con ‘now is the time for your tears’ (perfettamente simmetrico ai
precedenti ‘now ain't the time for your tears’), ma invece: now's the time
for your tears.
Ancora Carrera: “The Lonesome Death of Hattie Carroll è una
delle canzoni in cui Dylan dimostra di avere perfettamente assimilato la
lezione di Brecht. Woody Guthrie, Pete Seeger o Phil Ochs non avrebbero
potuto scrivere Hattie Carroll nello stesso modo in cui l’ha scritta Dylan.
I riferimenti alla tradizione americana non bastano per spiegare la grandezza
veramente unica di questa canzone. Solo alcune delle ballate che Brecht
e Kurt Weill componevano negli anni '30 possono essergli messe a paragone.
In particolare direi la ballata di ‘Jenny dei Pirati’ dall’ Opera da tre
soldi, perché anche quella è una canzone scritta su due piani,
quello dove si svolge la vita della povera serva Jenny, e quello in cui
la stessa Jenny chiama le sue creature fantastiche, i suoi pirati, a fare
una giustizia sanguinosa. Ma in Hattie Carroll non c’è nemmeno la
consolazione di una vendetta favolosa. La tragedia della povera Hattie
è irrimediabile, non la si può "filosofare", come dice Dylan
nel ritornello, che infatti non è rivolto ai colpevoli, ma alle
persone benintenzionate e ottimiste, che magari vorrebbero trarre anche
dalla storia di Hattie Carroll un incoraggiamento a una sorta di ottimismo
progressista a tutti i costi, senza avere il coraggio di ammettere che
la maggior parte delle volte le grida di dolore rimangono senza risposta
e si spengono così”.
Secondo la testimonianza di Phil Ochs, Dylan è sempre stato
soddisfatto di questa canzone (”… ascolta questa, questa mi piace”, facendo
ascoltare il disco, “è venuta proprio come la volevo”). A Robert
Shelton aveva riferito di “reminiscenze” di François Villon. C’è
una testimonianza di Joan Baez che ne fa risalire la scrittura al periodo
del soggiorno di Dylan nella sua casa di Carmel. Infine nelle liner notes
di Biograph Dylan riferisce: "Ho scritto Hattie Carroll in un piccolo taccuino
in un ristorante sulla Settima Avenue. C'era un ristorantino dove andavamo
sempre semplicemente a bighellonare ... un gruppo di cantanti aveva l'abitudine
di andarci. Vi si poteva stare tutto il giorno ed era aperto tutta la notte.
A quel tempo si stava molto nei ristoranti. Ora non hanno più quell'aspetto
familiare ... ad ogni modo, avevo avuto l'informazione in precedenza e
la gente ne stava parlando ... ho sentito di avere molto in comune con
questa situazione e di essere in grado di manifestare i miei sentimenti.
Il modello per l'assetto di questa canzone penso si basi su Brecht, The
Ship, The Black Freighter (Il Vascello Nero)".
Come spesso accade certe sue dichiarazioni sembrano troppo scarne per
essere significative per il loro contenuto … e invece qui c’è tutto,
“ho sentito di avere molto in comune con questa situazione e di essere
in grado di manifestare i miei sentimenti” - leggendo queste parole credo
che venga da pensare che le parole sgorghino … da dove? Non lo so … forse
come l’acqua da una sorgente. Non si pensa, almeno io non penso, che ci
sia un certosino lavoro di miniatura e di rifinitura di ogni singolo termine
fino a trovare, razionalmente, quello giusto (magari solo un po’). Penso
piuttosto che affiorino … . Ma affiorano quelle. Analizzo le parole, ma
solo perché sono colpito dalla bellezza del testo – il quale, però,
proprio per la sua spontaneità, non mi sembra abbia dietro un tale
grado di consapevolezza. E si capisce allora, se quel che penso è
vero, la ritrosia di Dylan, e di altri, a commentare le proprie creazioni
artistiche.
Pensiamo al termine doomed’ che si può tradurre con destinato
ma anche condannato. Hattie Carroll giace uccisa (slain) da un colpo di
bastone, che … sailed through the air and came down through the room, dunque
il bastone ha fatto tutto da solo? doomed and determined to destroy all
the gentle, che un bastone sia ‘condannato a …’ e ‘determinato a …’ è
però evidentemente un po’ troppo: com’ è tanto più
sommaria e spietata la “ingiustizia” dell’uomo – William Zanziger – rispetto
alla giustizia della legge che nel proseguio della canzone ‘si atteggia’,
con gran dispiego di simboli, a criteri di equità: In the courtroom
of honor, the judge pounded his gavel / to show that all's equal and that
the courts are on the level / And that the strings in the books ain't pulled
and persuaded / … / and he spoke through his cloak, most deep and distinguished.
Viene però anche da pensare che William Zanziger fosse lui stesso
‘condannato’ a fare quel che ha fatto. Non ci sono da parte di Dylan parole
di fuoco nei suoi confronti. Egli è più il rappresentante
di una categoria di persone che descritto personalmente. Ricks parla della
canzone come di una rappresentazione di “forza, senza collera”. (William
Zanziger, detto per inciso, dopo aver scontato i sei mesi di carcere ebbe
altri problemi con la giustizia, questa volta per truffa, e si è
sempre riferito a Dylan come "quel bastardo che gli ha rovinato la reputazione”
– tuttavia non ha mai osato fargli causa).
E’ senz’altro più carnale la descrizione di Hattie Carroll
mi piacerebbe comunque che qualcuno mi aiutasse a capire a chi si riferisce
lo who dei versi: She was fifty-one years old and gave birth to ten children
/ who carried the dishes and took out the garbage. Ai children o a Hattie?
L’immagine dei bambini che sparecchiano i piatti e buttano via la spazzatura
è molto vivida, ma l’and che introduce il verso successivo fa pensare
che il soggetto sia sempre lei – sempre lei a sparecchiare e occuparsi
di avanzi e visto che ci sono chiedo anche un altro aiuto: che significato
dare – non la traduzione in senso stretto - al most? .
Ci sarebbe da esplorare il campo dei riferimenti letterari (abbiamo
visto che una volta tanto Dylan stesso ne ha proposti) … ma non ci provo
neppure per la mia totale incompetenza. Chissà quanti tesori ci
sarebbero da scoprire … .
Azzardo però, da dilettante assoluto, un confronto interno alla
sua opera. Prendiamo Only a Pawn in Their Game.
Questa canzone, che finirà anch’essa su The Times They Are A-Changin’,
è sicuramente già pronta nel luglio ’63: in Dont Look Back
ne viene filmata l’esecuzione a Greenwood nel Mississippi, dove Dylan si
era recato con Pete Seeger ad un ‘rally’ per la registrazione al voto di
gente di colore.
Viene poi rieseguita il 28 agosto 1963. Quel giorno, a Washington,
davanti ad una folla enorme venuta da tutti gli States, Dylan la canta
nel corso della Manifestazione per i Diritti Civili, quella del discorso
di Martin Luther King I have a dream. È il periodo nel quale nei
sondaggi Bob figura accanto al Presidente Kennedy come figura più
popolare tra gli americani.
È anch’essa una protest song. Anch’essa atipica (cfr, The ballad
of Medgar Evers, la pur bella canzone dedicata allo stesso evento – l’assassinio
di un leader dell’Association for the Advancement of Colored People del
Mississippi - da parte di Phil Ochs: …the country gained a killer and the
country lost a man).
Anche qui il fatto (recentissimo: Medgar Evers è stato ucciso
in giugno) è subito detto nei primi due versi: A bullet from the
back of a bush / took Medgar Evers’ blood.
Poi Dylan stigmatizza il sistema di potere: politici/sceriffi/soldati/governatori/agenti/poliziotti/…,
veri responsabili del sostegno alla segregazione ed istigatori dell’assassino,
un poor white man senza nome, usato come uno strumento. Non è lui
in definitiva da biasimare.
(La struttura delle liriche di Only a Pawn in Their Game richiama quella
di Who Killed Davey Moore? – altra canzone del 1963 che trae spunto dalla
morte del pugile Benny Kid Parrett a seguito di un incontro con Emil Griffith
dell’anno precedente.)
Nell’ultima strofa Dylan mette in contrasto la sepoltura regale di
Evers (they lowered him down as a king), alla quale avevano partecipato
il presidente Kennedy e suo fratello Robert, con l’anonima lapide che sulla
tomba dell’assassino recherà inciso his epitaph plain / only a pawn
in their game (solo una pedina nel loro gioco). Qui tra l’altro c’è
un esempio di quanto siano ampie le capacità di Dylan di trovare
e variare le rime attraverso l’uso sapiente della lingua inglese e della
sua voce.
Dunque una finger-pointing song, solo che il dito non è puntato
sull’assassino – come nella canzone di Phil Ochs – ma su loro: sui rappresentanti
del sistema di potere che sostiene razzismo e bigotteria.
Abbiamo visto che in The Lonesome Death of Hattie Carroll il bersaglio
si sposta ulteriormente (But you who philosophize disgrace and criticize
all fears).
E per quanto concerne il sistema di potere qui si arriva alla sintesi
assoluta: l’intera quarta strofa è dedicata alla “giustizia”.
E a questo punto torna utile qualche considerazione sugli aggettivi.
Sono pochissimi. Credo che il primo consiglio di un editor esterno
sia sempre lo stesso: essere scarni, essenziali, rifuggire dall’aggettivazione
superflua. Bob Dylan l’editor ce l’ha in testa.
Lonesome. È nel titolo e getta una luce su tutto il brano.
Poor (per Hattie Carroll). Già visto.
Rich, wealthy, high (per William Zanziger). Già visto.
Equal. Così dovrebbe essere la legge, quella che nel mondo ideale
dovrebbe mettere sullo stesso piano William Zanziger e Hattie Carroll.
E la legge dovrebbe essere al servizio della giustizia. E la giustizia
dovrebbe essere servita dal giudice.
Ma il giudice, alla fine di una quarta strofa che attraverso l’uso
di simboli porta al suo culmine l’attesa per la giustizia (anche: the ladder
of law has no top and no bottom - l’altro giorno guardavo in TV “Hurricane”
e Rubin ad un certo punto dice: hanno poggiato la scala della giustizia
sulla mia schiena di nero), il giudice con voce deep and distinguished
(tecnicamente un participio passato) commina sei mesi (for penalty and
repentance) all’assassino.
Come vedete c’è solo l’indispensabile.
Non ci sono gli aggettivi bianco e nera, non viene mai detto. Il modo
nel quale è strutturata la canzone fa sì che non ce ne sia
bisogno.
E qui mi fermo perché io invece non ne ho più di aggettivi
per descrivere la maestrìa del maestro.
Già, il maestro. Il maestro ha 22 anni. A 22 anni ha ridefinito
la protest song. Ancora Ricks: “Dylan when young did what only great artists
do: define anew the art he practised”.
Lo vediamo sulla copertina di The Times They Are A-Changin. La faccia
da vecchio, il grido di dolore. Dov’è finito il ragazzo freewheelin’?
Già nel disco successivo in My Back Pages canterà "ah but
I was so much older then / I’m younger than that now".
Tentiamo una cronologia di The Lonesome Death of Hattie Carroll.
Il fatto avviene l’8 febbraio 1963.
Corriamo il rischio di credere a Dylan (“avevo avuto l'informazione
in precedenza e la gente ne stava parlando”): scrive la canzone di getto
su un piccolo taccuino. Nel maggio dello stesso anno viene pubblicato Freewheelin’.
Tra l’agosto e l’autunno del ’63 è a più riprese a Carmel
nella casa di Joan Baez. The Times They Are A-Changin’ verrà pubblicato
nel gennaio ’64, ma sappiamo che fu registrato nell’agosto e nell’ottobre
del ’63.
Il 22 novembre Kennedy viene assassinato a Dallas. Il 13 dicembre avviene
l’incidente del Tom Paine Award (in Oswald … I saw some of myself).
Il cambiamento era già iniziato. La stessa Only a Pawn in Their
Game ci dice che Dylan già sentisse come le forze che ci circondano
siano in grado di formarci.
Quando l’album esce Dylan è gia cambiato. Nell’ultima canzone
di questo disco, Restless Farewell, ha già preso commiato dal suo
passato senza sapere dove andrà.
In generale credo sia meglio credere più alle sue canzoni che
a quello che dice.
In Restless Farewell scrisse And ev'ry cause that ever I fought, /
I fought it full without regret or shame.
A Joan Baez ebbe il coraggio di dire: “Hey, news can sell, right? You
know me. I knew people would buy this kind of shit, right? I was never
into that stuff.” Nigel Williamson spera che Joan sia stata abbastanza
solida da rispondergli “I don’t believe you. You’re a liar.”
Ma all’uomo che in un’intervista ha detto “Io sono un interprete, sono
solo un interprete” e in un’altra “Non m'interessa essere un interprete.
Gli interpreti sono gente che si esibisce per altra gente. Diversi dagli
autori, so quel che dico. Per me è semplicissimo. Non importa quali
reazioni ottenga tutto questo dal pubblico. Quel che accade sul palco obbedisce
a leggi proprie. Non s'attende ricompense o multe da nessun agitatore esterno.
È ultra-semplice ed esisterebbe comunque, ci fosse o meno qualcuno
che sta a guardare”, a quest’uomo The Lonesome Death of Hattie Carroll
è sempre piaciuta.
Ad intervalli più o meno regolari ha sempre fatto parte del
suo repertorio dal vivo.
Ed al termine di questo sproloquio il mio consiglio è di andare
a prendervene una versione, una qualsiasi, e riascoltarvela.
Alexan "Wolf" |