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parte 29 |
London, Docklands Arena
11 e 12 Maggio 2002
by Alessandro Cavazzuti
Domenica sera, mentre uscivo dalla Docklands Arena dopo
l’ultimo concerto del tour europeo, provavo le identiche sensazioni che
avevo provato la sera prima. Lì per lì, non sapevo decidere
se avevo assisitito a un buon concerto o meno. Per esperienza, già
sapevo che i concerti non erano stati memorabili. Lo fossero stati, non
avrei avuto questi dubbi. Poi, come sempre succede, più passava
il tempo, più riuscivo a mettere le cose nella giusta prospettiva.
Concerti controversi, non mi viene definizione migliore.
Altre volte mi è capitato di uscire da concerti di Dylan poco soddisfatto,
ma di solito le ragioni mi erano sembrate subito chiare. Qui no. In fondo
non erano mancati momenti di notevole intensità (soprattutto la
seconda sera), ma questa strisciante sensazione di disagio non se
ne andava….Riflettendoci, la natura del mio disagio era dovuta alla sensazione,
provata spesso nel corso di questi due concerti, che Dylan cantasse di
malavoglia. Non sto dicendo che cantasse male (anche se alcune canzoni
le ha letteralmente calpestate), non è questione di voce, ma di
approccio. L’impressione è che buona parte del materiale che propone
dal vivo, per lui non ha più significato, a parte probabilmente
le cose più recenti.
Avevo avuto questa sensazione anche a Milano e, soprattutto,
a Ravenna, ma a Londra è stata più forte, forse anche perché
erano le ultime date di un lungo tour che, tra l’altro, nell’ultima settimana
aveva avuto un solo giorno di pausa.
Comunque sia, è fuor di dubbio che Dylan il suo
mestiere lo sa fare, e lo sa fare bene.
E se deve giocare al risparmio, lo fa con classe. Se
Dylan lo senti una volta ogni tanto, certe incertezze probabilmente ti
sfuggono. E lui lo sa, eccome se lo sa. Ma se, come me, ascolti praticamente
ogni concerto, certe cose non ti scappano. Non è presunzione, la
mia. Tanto meno ritengo di avere un punto di vista ‘privilegiato’ rispetto
a chi Dylan lo ascolta meno di me. Al contrario, sono consapevole del fatto
che lui suona non per i maniaci come me, ma per quelli che vengono senza
porsi troppe domande, desiderosi di passare due ore ascoltando della buona
musica. E l’ascoltano, questo è sicuro. Ma a me non basta, che volete
che vi dica.
La prima sera, durante Mr. Tambourine, sarei volentieri
salito sul palco a schiaffeggiarlo, se ne avessi avuto la possibilità.
Irritante, indisponente, la parodia di sè stesso. Ricordo di essermi
guardato intorno; alla maggior parte della gente piaceva e allora
va bene così, sono io che sono in minoranza, dopotutto. Però
Cristo…quell’insopportabile tendenza ad alzare la tonalità della
voce alla fine di ogni santo verso, fino a farlo sembrare quasi un mezzo
falsetto, eseguito con un filo di voce. …cos’è, se non un modo per
cantare ‘in sicurezza’, senza il benchè minimo rischio,
la voce ben controllata. All’inizio non ci fai caso, poi dopo qualche minuto
ti comincia a prendere la noia. Non ti chiedo di prendere rischi, ma almeno
mettici un po’ di passione.
Ma Dylan è Dylan. E allora, nello stesso concerto,
ti tira fuori una It’s Alright Ma che non ti lascia scampo, ti prende allo
stomaco e una Lonesome Day Blues che si conferma una delle cose migliori
di questo tour. Rabbia, ironia, ogni verso cantato con partecipazione.
Ecco il Dylan che piace a me. E poi Blind Willie Mc Tell, inesorabile,
piena, trascinante.
Prendo quello che viene, quando viene e il resto lo dimentico
in fretta. Come Visions Of Johanna, senza palpiti, noiosa.
Poi ci sono canzoni che stanno esattamente nel mezzo,
come Solid Rock, eseguita benissimo, cantata decentemente, ma che ti lascia
la sensazione di quel pizzico di intensità che manca e che ne avrebbe
fatto un capolavoro.
La band, poi, è fantastica, perfetta. Larry mi
ha dato la sensazione di essere molto più partecipe che a Milano.
Lui e Charlie si spartiscono equamente gli assoli, sempre diversi, sempre
brillanti, a creare quel meraviglioso suono caldo, pregnante. Jim Keltner
è una sicurezza assoluta, pura classe, una sensibilità fuori
dal comune e una straordinaria capacità di capire i momenti all’interno
delle canzoni. Certo, ogni tanto è in difficoltà nel chiudere
le canzoni, ma come si può non scusarlo. Non stiamo parlando di
David Kemper, che al segnale di Dylan si lanciava in rullate improbabili
che sistematicamente gli scappavano di mano. Keltner è un signor
batterista, ma se non hai il tempo di provare i finali, non basta certo
un’occhiata di Dylan per chiudere la canzone in modo decente.
Corrente alternata, dunque, che si scatena in molti pezzi
elettrici e si spegne in quelli acustici, tranne rarissime eccezioni, come
Hard Rain o If You See Her, Say Hello, sufficientemente intensa, Dylan
che finalmente presta la giusta attenzione a ciò che canta, come
dimostra anche la rivisitazione dell’ultima parte dell’ultima strofa ("If
she's passing by this way, don't run to me too quick, if I hear her
name again, it might just make me sick", se ho capito bene…).
Poi, di nuovo grigiore con Mama You Been On My Mind,
Forever Young, To Ramona, ancora la sensazione di completo distacco di
Dylan nel cantarle.
Stuck Inside Of Mobile è, come al solito, meno
interessante della pausa di 3 minuti tra il set principale e i bis.
E poi di nuovo sprazzi di pura classe con Moonlight,
cantata benissimo, il tono da crooner, i versi quasi accarezzati, il fastidioso
‘finto falsetto’ finalmente latitante.
Ancora, Subterranean Homesick Blues, con gli irresistibili
cambiamenti di ritmo, la voce ironica che incespica più di una volta
nel testo, ma qui non importa, perche i versi mitragliati e senza senso
sono il bello della canzone.
Summer Days è la solita apoteosi della band, maestosa
e trascinante. La prima sera è cantata col giusto cipiglio, la seconda
è buttata lì senza troppa convinzione e allora mi godo l’assolo
di Charlie e la faccia divertita e sorpresa di Larry ad ogni nuovo ‘lick’
del collega.
Insomma, sono entrato, come al solito, con la segreta
e legittima speranza di assistere a due grandi concerti e me ne sono andato
con il pensiero aggrappato ad alcuni grandi momenti. Poi mi sono guardato
intorno e ho visto tante facce sorridenti e ho pensato a quello che , in
fondo, mi aveva detto lo stesso Dylan quella sera… don’t think twice.
Va bene, Bob, you could have done better but i dont mind…..
Alessandro Cavazzuti
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