Montreux Blues
di Paolo M.

Piove su Montreaux. Il lago è grigio e tranquillo. All’ingresso della città, l’uomo del servizio d’ordine fermo in mezzo alla strada indica alle macchine venute per il
concerto dove posteggiare. Ci sembra di essere decisamente lontani dall’Auditorium, e allora Nino gli dice che stiamo andando a Vevey. Quello si sposta e indicandoci la strada per il centro ci dice: “Per di lì”.Troviamo posto vicino alla stazione, in pieno centro. Poche rampe di scale e siamo sul lungolago, gremito di gente e bancarelle. Diamo un’occhiata da lontano all’Auditorium per rinfrescarci la memoria (ci siamo già stati nel ’98), ma intanto la pioggia sta aumentando. Ci rifugiamo in un centro commerciale, nella cui hall si sta esibendo una band polacca. In effetti c’è musica dappertutto, i quindici giorni del Montreaux Jazz festival stanno 
contagiando l’atmosfera di tutta la città. Nei giorni successivi si esibiranno Neil Young, Van 
Morrison, Patti Smith, Keith Jarrett, B. B. King, PJ Harvey, Alanis Morissette, Sting e decine 
d’altri.Intanto la pioggia è cessata e per fare un po’ di movimento ci inerpichiamo su per le viuzze della Montreux vecchia in direzione della chiesa che domina l’abitato. Dal sagrato il panorama è magnifico verso il castello di Chillon e la fine del lago e la costa francese. Il silenzio del posto offre un netto contrasto con la frenesia che si sente laggiù, sulla riva del lago. Non c’è quasi nessuno, e scruto i pochi presenti con attenzione… mi sembra il posto ideale per una sorpresa. Ma poi mi dico che se in qualche modo
me l’aspetto, non può esserci sorpresa, e finisco per scoprire d’avere ragione.Torniamo a scendere, prima che i pensieri s’aggroviglino troppo. Ascoltiamo brevemente  l’energica esibizione della band
di una università americana, ci fermiamo ad un chiosco per farci cambiare il biglietto con il braccialetto-pass, ed entriamo nella hall dell’Auditorium. Sono le 18,30 e c’è già un discreto numero di persone in coda davanti all’ingresso. Sudiamo solo a guardarle 
e allora giriamo al largo, diamo un’occhiata allo stand dei cd e poi devo sorbirmi Nino che ha deciso di comprarsi una maglietta del Montreaux Jazz festival ma non sa di che colore e con che disegno e di che taglia e
quanto costa ma non mi piace tanto ma forse quella è meglio ma non so se prenderla magari la compro dopo ma secondo te è meglio grigia o arancione… Alla fine, quando ci allontaniamo dal banco, Nino indossa tutto felice un cappellino blu nuovo di zecca.Sono ormai le otto meno un quarto quando aprono i cancelli. L’Auditorium Stravinski è una  bellissima sala tutta rivestita in
legno, pavimento compreso. Nella galleria ci sono i posti a sedere, in platea si sta in piedi. Ci
mettiamo a metà sala, seduti con la schiena appoggiata alla parete. Bisogna riposarsi un attimo, prima di affrontare la grande prova. I minuti passano, gli sguardi da distratti si fanno sempre più ansiosi, e benché sia io che Nino abbiamo già vissuto 21 volte questo momento, quando le luci si spengono scrutiamo con grande emozione verso il fondo buio del palco. Le ombre dei componenti la band cominciano ad intravvedersi, la folla urla e poi esplode un 
boato: al centro del palco è apparso lui, con grande naturalezza e tranquillità.Il concerto è 
magnifico, ma forse è inutile dirlo. Bob non si risparmia (nessuno, vedendolo da lontano, potrebbe dire che  ha sessant’anni), la band lo asseconda alla perfezione. L’unico appunto lo farei alla qualità del suono: la voce non sempre si sente benissimo, non capisco se è colpa della sala o se al mixer non stanno facendo un lavoro impeccabile. In ogni caso non c’è quella nitidezza che ha contraddistinto i concerti degli ultimi quattro o cinque anni (da Pistoia in avanti, direi).Quello di cui mi sto accorgendo, da un po’ di
tempo a questa parte, è che in ogni show c’è un momento preciso in cui  la performance di Dylan decolla, in cui pare scoccare una scintilla che trasforma lo spettacolo da qualcosa di impeccabile in una cosa emotivamente devastante, in cui Bob sembra ritrovare  improvvisamente e prepotentemente l’ispirazione necessaria a sconvolgere, a sorprendere, a deliziare il suo pubblico devoto. Stasera per me quel momento è l’assolo di armonica alla fine di 
It’s All Over Now, Baby Blue, che è il terzo pezzo eseguito: non è un assolo lunghissimo, ma  risucchia tutta la nostra attenzione (Nino confermerà questa mia impressione). C’è qualcosa di unico, di irripetibile, di
ispirato in quella breve performance.D’ora in avanti quasi tutti i brani impediscono ai miei pensieri di andarsene altrove. Ricordo una magnifica Blind Willie McTell, lenta e imponente, una Absolutely Sweet Marie ancora più bella, cantata ad esaltarne la 
melodia, ma ricordo soprattutto, e forse non me la scorderò più, Visions Of Johanna: romantica e asciutta, con una progressione che sfoga la sua tensione nel finale in crescendo di ogni strofa, cantata con una voce che sembra graffiarti dentro, aspra e potente, disperata e beffarda, trattenuta e 
spiegata. Le immagini raccontate dalla canzone prendono rilievo, mostrano aspetti sconosciuti. Quando il pezzo finisce, mentre
applaudiamo come pazzi, il respiro torna ad assumere il suo flusso normale, liberato dalle catene di un ritmo non suo.E subito dopo ecco apparire una It Ain’t Me Babe mai sentita così prima, sussurrata e dolente, che ascolto con l’attenzione di chi vuol sapere come andrà a finire, visto che pare che Bob stia decidendo al momento che versione fare del suo brano, 
e il senso di improvvisazione si sente fortissimo. Spiazzante, affascinante, sicuramente irripetibile.Ricordo Just Like Tom Thumb’s Blues, trascinante ballata elettrica, e una potentissima Drifter’s Escape, irriconoscibile e durissima, con un meraviglioso assolo di armonica finale, ma è durante il solito,
lunghissimo bis, che ascolto una delle perle della serata: la miglior versione mai sentita di Like A Rolling Stone: un’interpretazione secca, incalzante, furibonda, con ogni verso inciso nell’aria con furiosa e nitida precisione, con la domanda “How does it feel” urlata 
implacabile a tutto il pubblico. E mentre la testa ascolta sbalordita una simile invettiva, le gambe non riescono a star ferme, sotto un tale diluvio di note. Alla fine, statene pur certi, 
siamo più stremati noi di lui, tanta è
l’energia necessaria per seguire il pezzo fino in fondo.Non dirò molto altro, ormai sto esaurendo gli aggettivi. Il concerto sembra finito con Blowin’ In The Wind (ritornello 
a tre voci), ma l’Auditorium non ci sta e il pavimento vibra per la richiesta di ancora 
qualcos’altro. E Bob torna fuori e ci regala una bellissima Cat’s In The Well, poi si gira e se ne 
va, scomparendo tra le quinte con un incedere buffo e lento, una specie di scherzo finale…Per far raffreddare un po’ gli animi,
Nino ed io restiamo seduti un attimo sul pavimento della sala, guardando le facce di quelli che se ne vanno. Riusciamo finalmente a scambiarci con calma un parere sui 
pezzi migliori che abbiamo ascoltato, cerchiamo di ricostruire la scaletta precisa (è dura, però…), poi, grazie alle foto
“segnaletiche” apparse su Maggie’s Farm, riconosco tra quelli che si  attardano Michele e Anna. Ci presentiamo, con loro c’è anche Lisa, così ci raccontano il concerto dal 
loro punto di vista, vale a dire da circa un metro e mezzo da Bob…Quando ci salutiamo, dandoci appuntamento a Brescia,faccio per dirigermi deciso verso l’uscita, ma non ho fatto i conti con la “voglia di maglietta” di Nino, che è tornata prepotentemente alla ribalta. Lo vedo confabulare vicino al bar con un tizio, poi scompare con lui nel retro, e poco dopo riemerge con espressione soddisfatissima tenendo in mano una maglietta arancione che sul davanti ha il logo del festival e sul retro la grossa scritta “STAFF”… (chi l’ha incontrato a Brescia capirà di cosa parlo…) e mi dice 
“Gratis, l’ho avuta gratis, ed è ancora meglio di quelle a pagamento! Gratis!” Va bene, 
Nino, ma adesso torniamo a casa, la strada è lunga, e domani è lunedì…E allora ce ne andiamo, e intanto cerchiamo di rimettere ordine in quel gigantesco puzzle di immagini e suoni che ci riempie la testa, e ogni pezzo
sistemato al posto giusto è un dettaglio da ricordare e raccontare. La strada è quasi deserta, la notte ci inghiotte silenziosa, ma viaggiamo leggeri e beati: se Montreux è 
alle nostre spalle, c’è pur sempre Brescia che ci attende…


 
 
 
 
MAGGIE'S FARM

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