RACCONTI DAL NEVER ENDING TOUR
(cronache dei fans in tournee' con Bob Dylan)
Settima Parte
All’ombra
della Ghirlandina
di Paolo M.
Modena, sabato 27 maggio 2000.
Arrivo in Piazza Grande nel pomeriggio. La piazza
è transennata, stanno finendo di sistemare il palco, collocato proprio
dietro l’abside della meravigliosa cattedrale, il monumento più
famoso della città, vecchio di 900 anni, dominato dalla torre della
Ghirlandina. Rintraccio Alessandra (l’amica della cugina della moglie del
mio amico Nino…) che mi deve consegnare il biglietto, poi faccio un salto
alla Galleria Estense per ammirare un Velazquez.
Un po’ prima delle 8 entro in piazza, comincia a piovere. Non faccio in tempo a guardarmi in giro che si scatena un acquazzone. Al riparo dei portici, guardo mestamente la piazza battuta dall’acqua: se continua così, non sarà agevole seguire il concerto, anche se l’esperienza mi ricorda Locarno ’87, fantastica esibizione vista sotto una fredda pioggia di ottobre. Intanto, dal banchetto che vende t-shirt si sente la voce di una ragazza dire: “Magliette, comprate magliette asciutte, siete tutti bagnati, così vi prendete il raffreddore, comprate una bella maglietta asciutta…”
Invece, alle 9 è tornato il sereno e la piazza si riempie. Dopo un quarto d’ora le luci si spengono, il pubblico urla, e il cane del signore che alle mie spalle legge distintamente un quotidiano seduto a terra si irrita per il rumore e abbaia infastidito.
Quando Bob appare sul palco, è il solito
boato, e lui comincia subito a cantare. Duncan and Brady apre il set acustico,
il pezzo fila via sparato, con la band che canta il ritornello. Poi tocca
a una Mr. Tambourine Man molto particolare, molto suggestiva, lenta e aspra,
certo diversa dal solito. Il pubblico è un po’ spiazzato, e credo
che il fatto di essere all’aperto, in piedi, con la possibilità
di vagare per la piazza durante le canzoni, crei un’atmosfera più
portata ad ascoltare pezzi scatenati che non interpretazioni così
intense.
Mr. Tambourine Man è veramente molto bella,
ma non avverto intorno a me (sono dalle parti del mixer) la concentrazione
necessaria per apprezzarla. E anche le due canzoni seguenti, Masters of
War e Boots of Spanish Leather, non paiono provocare la scintilla dell’entusiasmo.
E’ una mia impressione, o anche Bob non mette tutta la passione di cui
è capace nell’eseguire questi pezzi?
Il ritmo di Tangled up in blue sembra rianimare
la piazza, e confermare la mia sensazione. Subito dopo To Ramona, molto
calma e dolce, con Larry al mandolino, fa scendere di nuovo la febbre,
salvo per l’impennata finale quando Bob afferra l’armonica per un breve
assolo. Il set acustico è finito, sento una specie di ansia, le
canzoni mi sono parse più brevi del solito.
Quello di cui invece sono sicuro, è che
alla fine di ogni pezzo Bob si è tolto la chitarra, si è
scompigliato con energia i capelli, ed è tornato ad imbracciare
la chitarra. Alle mie spalle, in una delle poche case che danno sulla piazza,
vedo gente affacciata a tutte le finestre, ed alcuni hanno la telecamera…
Comincia la parte elettrica. Country Pie non mi pare proprio un granché, anche se adesso la potenza del suono sta riportando l’attenzione di tutti verso il palco. Forse è quello che ci vuole, una scossa elettrica. Forse è davvero così, o forse è un soffio di vento, o forse è una cosa che sento solo io, ma quando comincia Positively 4th Street avverto un brivido. Improvvisamente mi rendo conto di star ascoltando qualcosa di grande, una fantastica voce straziata e divertita, spiegata e trattenuta, una voce a cui non basta più cantare le parole della canzone ma che obbliga i musicisti a rincorrerla, a rallentare e ad accelerare seguendo il suo istinto, una voce che mi porta verso il mare aperto…
Da questo momento in poi, per me è tutto
un altro concerto. Gli umori della piazza non mi condizionano più,
o forse la piazza ha perso i suoi umori, ma trovo Stuck Inside Of Mobile
With the Memphis Blues Again molto più fresca e incisiva che a Zurigo,
e anche gli uomini arancioni del soccorso battono i piedi a tempo…
Dopo Can’t Wait, che si conferma molto bella
in questa nuova versione, comincia un pezzo che impiego un bel po’ a individuare,
così elettrico e potente come viene eseguito: si tratta di Drifter’s
Escape.
Ora il pubblico è molto più caldo
e le canzoni sembrano avere un’aura più luminosa. E’ la volta di
Leopard-Skin Pill-Box Hat, e il suono sembra volerci tramortire mentre
il “rocker” Bob Dylan dimena la sua chitarra facendoci ululare di piacere…
ma le nostre urla si riescono a percepire solo quando l’onda sonora si
placa, ed è un boato.
Bob si inchina e se ne va. Guardo l’orologio,
non è passata neanche un’ora. Allora era vero che i pezzi sono stati
più corti. Non fa niente, siamo in netta ripresa.
E infatti il bis si protrae per oltre un’ora,
ed è un’ora di grande intensità. Si comincia con la solita
sofferta e melanconica Love Sick, che Bob sta rendendo sempre più
bella, e poi l’attacco iniziale di Like A Rolling Stone fa impazzire la
piazza.
E’ questa (con Blowin’ In The Wind) la canzone
che chi ha una conoscenza più superficiale di Bob non vede l’ora
di sentire, e il sentirla in questa versione trascinante e dura (come una
pietra…) rende tutti pazzi di gioia. La canzone non è ancora completamente
finita, Bob si toglie la chitarra e va a prendersi l’acustica e si ripresenta
al centro del palco pronto per la nuova canzone mentre la band sta ancora
chiudendo il pezzo precedente!
Ma poi scopro perché: era tale la voglia
di proporci il pezzo più bello della serata che non poteva più
aspettare… Don’t Think Twice, It’s Alright è favolosa, cantata con
un sussurro nervoso che si inarca alla chiusura delle strofe, cantata in
quel modo che non riesci a staccare gli occhi e le orecchie da lui, che
vorresti che la piazza si placasse improvvisamente per lasciarti cavalcare
indisturbato quella voce che sembra prometterti l’impossibile…
Quante volte dovremo ancora sperare, prima di
sentirlo in un teatro?
Quanti altri acquazzoni prenderemo, prima di
poter delirare seduti ben composti?
La risposta…
E poi una sorpresa: Gotta Serve Somebody. Tirata,
elettrica, urlata, permette un’altra assolutamente ironica esibizione del
“grande rocker”.
Spero che la Ghirlandina non ci crolli addosso,
ma non dovrei preoccuparmi perché c’è uno stuolo di tecnici
che sta costantemente monitorando il flusso delle onde sonore presso una
delle porte della cattedrale, e non mi paiono preoccupati o tesi… Via l’elettrica
e avanti con Forever Young, molto ispirata, con la band che fa il coro.
Ora la piazza è veramente ai suoi piedi,
l’entusiasmo è generale.
Si finisce con l’adrenalinica Rainy Day Women
e a seguire Blowin’ In The Wind, che scatena l’ovazione prevista. E’ festa
grande, con Bob che prima di ritirarsi avanza sul bordo del palco e pare
quasi a inginocchiarsi davanti a noi…
Torno in albergo.
Domani è la volta di Milano, ed è
una sensazione fantastica finir di ascoltare un concerto di Bob senza quell’amaro
retrogusto del pensare “Il concerto è finito, chissà quando
sarà la prossima volta…” No! Il concerto è finito, e domani
avanti con un altro! Incredibile! Fantastico!
A domani, se non schiatto prima…
NB: sintesi brutale: le indimenticabili.
1 – Don’t Think Twice, It’s All Right
2 – Positively 4h Street
3 – Mr. Tambourine Man
4 – Forever Young
5 – Can’t Wait
6 – Love Sick
7 – Tangled Up In Blue
Bussando alla
porta del Palavobis
di Paolo M.
Milano, domenica 28 maggio. Ventiquattr’ore dopo Modena, mi sto di nuovo avviando con un biglietto in mano verso gli addetti fermi ai cancelli. Ho passato il pomeriggio al cinema (Accordi & Disaccordi di Woody Allen – formalmente raffinato ma un poco freddino, come succede ogni volta che lui non recita, e Preferisco il rumore del mare di Mimmo Calopresti – che vi consiglio di vedere) e poi, tanto per non raffreddarmi troppo, ho comprato il maxi-singolo Things Have Changed.
Entro al Palavobis e cerco il mio posto. Credo
che sia la quarta volta che ci vengo per sentire Bob (89’, 91’, 93’ e oggi
– vado a memoria però) e mi pare che i posti a sedere siano notevolmente
aumentati.
Sono le 8 e un quarto, continua ad arrivare gente.
In qualche modo questo Palavobis mi ricorda l’Hallenstadion di Zurigo,
la struttura svizzera è un po’ più allungata, ma siamo lì.
Mi guardo in giro, il colpo d’occhio è
magnifico. Mi raggiunge Nino, gli racconto di Modena, e intanto il Pala
si è riempito.
Tutti sembrano sistemati, c’è una trepida
ma tranquilla attesa… ma nel momento in cui si spengono le luci un mucchio
di gente decide di lasciare il proprio posto per andare a cercar gloria
più vicino al palco. E’ un esodo.
Un mucchio di ombre mi passa davanti, voci che
si chiamano al buio, gente che cerca le scale.
Un inizio traumatico, non vedo i musicisti entrare
ne tantomeno Bob, non mi rendo conto se la solita voce fa l’annuncio, stanno
già attaccando la prima canzone (Roving Gambler) quando la bufera,
nello stesso modo repentino in cui era iniziata, si placa.
Adesso ho una visuale fantastica, sono seduto,
e sento benissimo. Al termine del pezzo gli applausi sono già da
subito molto caldi, mi frego le mani per un felice presagio.
E’ ora la volta di The Times They Are A-Changin’,
che Bob esegue in modo quasi classico, tranne però una piccola variazione
durante il ritornello. Mi rendo conto che nella sua interpretazione c’è
quella tensione che ieri aveva faticato a trovare, e la sua voce sta già
cominciando a confondermi le idee.
Dò una gomitata a Nino, come faccio sempre
quando voglio dirgli senza parlare “Ma lo senti???”. Siamo solo alla seconda
canzone ma alla fine già parte un’ovazione, la serata promette benissimo.
Forte della mia esperienza, son pronto ad ascoltare Masters Of War, ingannato
anche da un inizio ambiguo, quando sento Nino (che solitamente è
più svelto di me nel captare la canzone) che dice: “No, no, no…”
(che per lui vuol dire: “Sì, sì, sì…”).
Subito dopo capisco che sta attaccando Desolation
Row. Già di per sé è una canzone fantastica, ma ascoltarla
stasera da un Bob in splendida forma è una specie di dolce martirio.
Non sono così bravo da capire se canta
tutte le strofe, ma in fondo non m’importa granché, preso come sono
a non perdermi neanche un suono, un movimento, una sensazione. Ormai so
per certo che sto ascoltando un concerto meraviglioso, si sente benissimo
che ha afferrato l’ispirazione giusta e che non intende mollarla.
Alla fine più che applaudire urliamo come
pazzi.
E poi It’s All Over Now, Baby Blue, che ascolto
ancora un po’ intontito. Non ho una cultura musicale sufficiente per discutere
della sua tecnica chitarristica, ma ad orecchio devo dire che mi pare che
suoni come canta, e cioè seguendo una strada tutta sua, fatta di
scarti, di anticipi e di ritardi, e quando sembra essersi perso (come faceva
giustamente notare Anna) ecco che riappare miracolosamente a guidare gli
altri verso la chiusura del passaggio.
E stasera si muove inoltre con grande voglia
per il palco.
Poi dico a Nino: “Adesso fa Tangled Up In Blue”.
“Perché?”. “Fidati e basta… Vedrai”. Beh, se avete guardato con
un po’ d’attenzione le scalette di tutta la tournée, vi sarete accorti
che fa praticamente sempre come quinta canzone Tangled Up In Blue.
E anche stasera… L’attacco è inconfondibile.
Nino mi guarda ridendo, mentre parte un boato spaventoso. Alcuni provano
a battere le mani a tempo, ma poi lasciano perdere, la canzone rischia
di durare dieci minuti, sarebbe una faticaccia… In chiusura di canzone
mi guardo in giro, il Palavobis è gremito, la gente sta già
battendo le mani, ma le note finali stanno sovrastando gli applausi e riesco
a capire quanto siano potenti solo quando la musica cessa.
E’ la volta di To Ramona, che apprezzo molto
più che a Modena. C’è una brusca dolcezza nella sua interpretazione,
che rende magica la canzone. Davanti a noi una giovane signora appoggia
teneramente la testa sulla spalla del marito. Controllo attentamente se
Bob intende prendere l’armonica come ieri, ma non succede niente. Il set
acustico è finito, si cambiano gli strumenti, mentre gli applausi
fanno tremare le gradinate.
E’ stata una grande prima parte, la migliore
di quest’anno, pari solo a Zurigo ’99.
Non faccio in tempo a esibire la mia previsione
con Nino, che Country Pie è già iniziata. Come al solito
il primo pezzo elettrico è una ricarica di energia per tutti, e
con il clima ispirato che c’è stasera la canzone prende un ritmo
trascinante, assolutamente piacevole da ascoltare, con Bob che comincia
a gigioneggiare con la chitarra. Pieni di euforia cerchiamo di capire qual
è il pezzo che sta cominciando adesso, non mi viene in mente niente,
e devo aspettare le parole per comprendere che si tratta di una vera sorpresa,
Tell Me That It Isn’t True, un pezzo che dal vivo ha eseguito davvero pochissime
volte.
Trovo che sia molto diversa dall’originale, e
molto molto più bella. La band fa un lavoro più discreto,
e la voce di Bob, roca e bassa, può ridisegnare la melodia, dandole
una profondità sconosciuta. Nino si becca un paio di gomitate, e
quando il pezzo finisce non posso trattenermi dall’urlare. Ma mi pare che
lo stiano facendo tutti, e bastano le prime due note di All Along The Watchtower
per far aumentare le nostre urla, invece di spegnerle.
L’esecuzione è potentissima, serratissima,
la voce incide con decisione quelle frasi secche e precise sul muro sonoro
della band, e mi rendo conto che se non mi rilasso un poco rischio di avere
un crampo muscolare.
Il Palavobis sta impazzendo, stasera c’è
un pubblico caldissimo. Subito dopo Nino ricomincia a dire “No, no, no…”,
il tempo di girarmi verso di lui e poi riconosco Not Dark Yet.
Annaspo un po’ per ricuperare il fiato, ma poi,
in un attimo di lucidità, capisco che dopo la versione sentita a
Zurigo non potrò mai più sentirne una migliore.
E infatti il pezzo è sempre bellissimo,
ma è letteralmente schiacciato dal confronto col precedente. E poi
una incredibile Cold Irons Bound, veramente stravolta rispetto all’originale,
con Bob che canta l’inizio delle strofe praticamente senza accompagnamento
musicale, immergendoci in una tensione melodica fantastica e a seguire
una Highway 61 Revisited puro brano rock come pochi altri al mondo sarebbero
in grado di eseguire.
Durante l’ovazione Bob saluta il pubblico e se
ne va. Dico a Nino: “Adesso quando rientra vedrai che fa…”, “Sì,
lo so benissimo, fa Love Sick” mi interrompe.
E infatti attacca una stupenda Ballad Of A Thin
Man. E poi Like A Rolling Stone (col pubblico veramente in delirio). Sul
palco si stanno divertendo, gli assoli si sprecano, è una grande
festa. Che ora sarà?
Penso che stiamo andando tranquillamente verso
la fine, è stato un concerto memorabile, uno dei primissimi tra
i venti che ho visto. Mi sento felice e rilassato.
Ma non è tempo, evidentemente.
Bob prende l’acustica e comincia a cantare “Down
the street the dogs are barkin’…” con una voce tremenda, incollando le
frasi una all’altra, girato di traverso rispetto al microfono.
E’ uno shock, e infatti vacillo, colpito in pieno
petto. E’ come essere sospesi al di sopra di tutti, aggrappati al suono
di quella voce che ridisegna la melodia come un pittore cubista deforma
le sue figure, per farci arrivare ad una percezione più interiore,
più profonda. E’ un’esperienza impegnativa, che mi lascia alla fine
senza un briciolo di concentrazione.
Guardo Nino, non dice niente, del resto neanch’io
ho voglia di parlare…
Not Fade Away ci permette di guarire e di apprezzare
Forever Young.
Rainy Day Women # 12 & 35 è la solita
gioiosa esibizione e Blowin’ In The Wind l’acclamatissima chiusura, con
gli accendini che finalmente possono brillare nel buio.
Bob si sofferma un attimo sul palco a ringraziare
con strani movimenti, poi se ne va accompagnato da un incredibile boato.
Cerchiamo ancora di stanarlo, ma non c’è verso.
Restiamo seduti ancora un po’ a guardare il pubblico
defluire e a rilassarci, ma uno due tre inservienti ci invitano impazienti
ad uscire perché devono andare a dormire (!) e allora ci accalchiamo
verso i cancelli.
Dal parking di Lampugnano sta lentamente uscendo
una grande quantità di macchine.
Ne vediamo una targata Zurigo, avranno ricambiato
la nostra visita. Dopo un’ora tocca a noi andarcene. La grande avventura
è finita, ed è finita in modo fantastico.
Che dire? Come altri hanno già fatto notare,
la voce che Bob sta esibendo ora è meravigliosa, ricca di inflessioni,
soprattutto nelle intonazioni basse, ed è usata con una consapevolezza
al limite del virtuosismo. Bisogna poi considerare che l’amplificazione,
da qualche anno a questa parte, è praticamente perfetta e permette
di cogliere anche le sfumature. Insisto sulla voce (e per voce intendo
soprattutto l’uso che ne fa) perché è lo “strumento” che
lo rende ancor oggi inimitabile e inarrivabile.
Sentir cantare Dylan è un’esperienza indimenticabile
(perché se no continuiamo ad andare ai suoi concerti…?) ed è
per questo che la volta scorsa imploravo la possibilità di ascoltarlo
in un teatro. Ma dove, ma quando? Ci sarebbe da fare a botte, se è
vero che per uno dei concerti che terrà questo mese in America,
i 1.350 biglietti per ascoltarlo in un teatro sono andati esauriti in 8
minuti!
Quando i miei amici mi chiedono com’è andata
quest’anno con Dylan, sono sempre un po’ imbarazzato. Per dir la verità
dovrei rispondere: “Quest’anno era a livelli praticamente mai raggiunti
prima”.
Soltanto che è la stessa risposta che
ho dato dopo Pistoia ’96, dopo Torino ’98, dopo Zurigo ’99. Stan cominciando
a prendermi per scemo, con questa storia che l’ultimo è sempre il
migliore…
Ma non è forse vero?
E allora occhio al prossimo tour europeo, vagamente
previsto per settembre/ottobre. Non sarà troppo presto, per i nostri
poveri nervi?
E comunque, nel caso, caro Michele, potresti ben organizzare, dall’alto della tua indiscussa leadership, un bel pullman di gaudenti fedelissimi in viaggio verso il Mito…
A presto.
Paolo
|
sito italiano di Bob Dylan HOME PAGE
|
--------------------
è
una produzione
TIGHT CONNECTION
--------------------