RACCONTI DAL NEVER ENDING TOUR
(cronache dei fans in tournee' con Bob Dylan)
Seconda
Parte
ZURIGO TAKE THREE
By Andrea
Caro Michele
ho visto
da poco tempo il tuo sito e sono contento che tu lo faccia: mi piace l'entusiasmo
che ci metti ed i frequenti aggiornamenti che fai, rendendola una cosa
viva
Complimenti
per il gran lavoro.
Per fortuna
vedo inoltre che qualcuno là fuori esiste anche in Italia, dato
che ricevi e pubblichi diverse lettere.
Conosco personalmente
da molti anni diversi appassionati, ma nessuno di questi lo vedo esporsi
in internet.
Ho visto
anch'io il concerto di Zurigo e le mie immediate impressioni (ho imparato
dopo molti concerti a fidarmi delle impressioni a caldo, anzi di quelle
durante lo show, poi si perde contatto con le sensazioni dirette avute,
anche se per i concerti eccezionali restano per sempre), sono queste:
1.La voce
è nettamente sopra il suo livello medio degli ultimi 10 anni
2.L'inventiva
nell'uso della voce (inflessioni, fraseggi, accenti, colore) è pure
sopra la media
3. La chiarezza
di enunciazione è al di sopra di qualsiasi altro momento degli ultimi
10 anni
4.Il suo
uso della chitarra è il più audace ed in evidenza di qualsiasi
altro suo momento
5. La band
è la migliore degli ultimi 10 anni
Detto questo,
va tenuto presente che era il primo concerto del tour, dopo uno stop di
1 mese e Bob non è mai stato al massimo al suo primo concerto. Lo
spettacolo ha quindi un pò sofferto in continuità ed all'inizio
Bob era un pò svogliato, probabilmente un pò assonnato, alla
ricerca della ispirazione o della sferzata dal pubblico.
Poi ha sofferto
un pò verso la fine, forse per una questione di scaletta troppo
rigida e ripetitiva per le ultime 4 canzoni, ma forse questo è solo
un problema per chi vede troppi concerti all'anno.
A proposito, i famosi sguardi al "cielo", meglio al soffitto, con aria scocciata e distratta, gli sbuffi di impazienza, cominciati alla terza canzone e proseguiti con la 4, erano per me sicuramente diretti al batterista che , penso, secondo Dylan non stava dando il giusto ritmo alla canzone, o comunque non seguiva l'ispirazione che Bob aveva al momento.
Si sa che
spesso lui può avere in mente una determinata atmosfera in un particolare
brano e che pretenderebbe di essere letto nel pensiero o ...nella chitarra,
e quando invece non lo seguono...l'insofferenza non è certo camuffata
(ne sa qualcosa un certo John Jackson che negli ultimi concerti fatti con
Dylan era un bersaglio costante delle sue insofferenze apertamente espresse
di fronte a migliaia di spettatori). E' palese lo sforzo che chi suona
con lui fa
nel seguirlo
ed il terrore di perdersi si legge negli occhi incollati al manico della
sua chitarra alla disperata ricerca di intuire il successivo accordo (
è nota la capacità fuori dal comune di Bob di iniziare una
qualsiasi canzone in una qualsiasi chiave diversa, imbroccando subito la
sequenza degli accordi, con la frustrazione di chi deve suonarci assieme)
Proprio con Love Minus zero, se ricordi, ad un certo punto ha smesso di suonare per stare a vedere cosa faceva il batterista, per poi riprendere improvvisamente inserendosi con tre o quattro schitarrate in controtempo, per far capire chi in realtà conduce il gioco: ecco questi sono i momenti che fanno la differenza tra un concerto di Dylan ed un qualsiasi altro.
Secondo me, dopo quella schitarrata, la canzone ha preso il volo.
Comunque è
difficile imbattersi in un concerto spettacoloso dall'inizio alla fine.
Forse non lo si può neanche pretendere.
Io ho imparato
ad accontentarmi di alcune gemme buttate in mezzo alla normalità.
Quello che
non mi piace dei concerti di Bob negli anni 90 è una certa insistenza,
persistenza, nel proporre canzoni minori che sono poco più di un
allenamento, degli standard, che forse gli servono per scaricare la tensione.
E nelle serate
peggiori, anche i capolavori vengono trattati da standard, numeri di passaggio,
trascinandosi da una canzone all'altra.
Per fortuna
non sono molte.
Nelle sere migliori invece anche gli standard sono gemme, non importa più la particolare canzone, conta il modo in cui la canta.
Ma l'emozione più grande è assistere alla creazione di una nuova versione di una canzone conosciuta, e quando questa versione funziona da subito, i brividi sono assicurati.
Ecco, a Zurigo "Can't wait" per me è stato esattamente questo: assistere dal vivo alla creazione dell'artista!
La versione è splendida secondo me, ed è talmente diversa dall'originale che ancora una volta uno rimane stupefatto dalla capacità innovativa che Bob ha nei confronti delle sue stesse creazioni.
Assistere ad uno di questi momenti E' la ragione per cui continuo ad andare ai concerti di Dylan.
E poi "Delia". Delia è straziante. E sentire Bob raccontarti la storia parola per parola con la gola strozzata, facendoti capire ogni inflessione in ogni passaggio, beh ..è devastante. "Tutti gli amici che avevo se ne sono andati"
Non penso, ma forse mi sbaglio, che l'abbia mai più cantata in concerto dal famoso Supper Club, e risentirmela così d'improvviso dopo 7 anni mi ha emozionato, riportandomi al quel piccolo locale ed a quelle meravigliose serate.
Ancora, Not dark yet, è stata splendida. Like a rolling stone ottima.
L'unica vera critica che mi sento di fare è sulla struttura dello spettacolo che, dopo 11 anni, avrebbe forse bisogno di una novità, che ne so, una tastiera (mi manca molto Benmont Tench), un gruppo di coriste, fuori Tony Garnier (secondo me, sbaglierò, ma sta avendo un effetto deleterio sul tasso di innovazione, le proposte più scontate provengono quasi sempre dalla sua bocca e spesso Bob, purtroppo , per pigrizia forse, le accetta), molte più canzoni degli anni 70/80 rispetto ai 60, meno Watching the river flow e Rainy day Women, più Changing of the Guards e Precious Angel; chissà, non è detta l'ultima parola.
Chi avrebbe mai sospettato un giorno di sentire effettivamente Blind Willie McTell e che si mettesse ora a cantare Country Pie?
Magari qualcuno dovrebbe forse dirgli che in Europa è uscito il nuovo cd con Things Have Changed e quindi non sarebbe male farla qualche volta dal vivo. Bob, è semplice: per promuovere un disco occorre cantare le nuove canzoni che contiene. In genere gli altri fanno così; qualcuno glielo spieghi che se vuol vendere qualche copia deve cantarla anche qui questa benedetta canzone.
Una cosa ci tengo a dire: Bob è un maestro della chitarra. Sull'acustica non ha rivali in termini di ritmica. Nessuno riesce a tenere il ritmo, a spezzare il ritmo ed a ricomporlo come fa lui con l'acustica. E nessuno ha un suono così vivo come il suo all'acustica.
E per l'elettrica,
beh Bob non è Jeff Beck, Clapton o Jimi Page, ma viene prima di
tutto ciò. E' il suono del blues più che del rock
Suona l'elettrica
con stile che viene dalle radici, dal folk blues e crea una sonorità
unica. Le canzoni elettriche di Bob senza Bob all'elettrica sarebbero come
le canzoni di Bob non cantate da Bob.
Provate ad
osservare in concerto i rari momenti, magari quando si infuria, in cui
smette all'improvviso di suonare l'elettrica.
Sentirete
che la canzone, subito, perde tutto il suo fascino, diventa cliche', perde
grinta, non ti prende più a calci nello stomaco, scivola via come
acqua fresca.
Bob è pure maestro di chitarra elettrica. Ha un suo stile e nessuno lo può imitare. Solo lui mi può straziare il cuore con tre note ripetute come può fare in LIke A rolling stone, con la chitarra sparata al cielo come sta facendo dall'anno scorso.
Per finire, un consiglio a Michele, perchè anch'io ho aspettato tante volte fuori per mezzore dopo il concerto. Al 99% è tempo perso, perchè quando stiamo ancora applaudendo a luci spente, lui sta già salendo in bus...
Mi sembra
che il Tour sia partito alla grande.
Incrociamo
le dita, e speriamo arrivi in Italia con la stessa voce, con Can't Wait,
e magari anche Things Have Changed e ...Standing in the doorway
A presto
Ciao
Andrea
Ciao Andrea
e grazie per il tuo racconto dal "Neverendingtour" e per i complimenti
per il sito. Concordo con i tuoi cinque punti iniziali al cento per cento.
Su Bob contrariato
dal batterista penso tu possa avere ragione... Io ho notato anche un moto
di risentimento quando durante My back pages, Larry, mi sembra al terzo
verso, ha lanciato l'assolo di violino mentre Bob voleva continuare a suonare.
Ho visto Bob lanciare un'occhiata a Tony Garnier come di "rimprovero" nei
confronti di Larry anche se deve averlo subito "perdonato" visto che qualche
minuto dopo nella stessa canzone gli si è affiancato "duettando"
con lui. Molti mi dicono che Dylan è alquanto insofferente con la
sua band e per un nonnulla resta contrariato però mi sembra che
questa formazione funzioni visto che è da molto tempo che resta
compatta (anche se non sono ancora riuscito a capire l'allontanamento di
Bucky).
Mi associo
ai tuoi auspici: anche io sogno il ritorno della tastiera e soprattutto
delle coriste!!! che, in alcune canzoni sarebbero indispensabili secondo
me... Sono abbastanza d'accordo anche sul ripescare roba anni 70 ed 80
se non altro per variare un pò... ho l'impressione però che
Bob abbia preso la decisione di basare i suoi concerti sui classici anni
60 e sulla roba recentissima tipo TOOM oltre che su traditionals rielaborati.
Le ultime scalette lo dimostrano. Niente anni 80 (tranne Every grain of
sand a Colonia, ieri sera 11 maggio) e una marea di canzoni anni 60 e 90.
Pochissime anni 70: TUIB, Country pie, Watching the river flow e AATW.
La nuova
Can't wait è GRANDE, siamo d'accordo già in tre, tu io ed
Alessandro (vedi sopra)...
Things have
changed è rispuntata a Colonia, quindi io incrocio le dita per Milano...
Ciao e al
prossimo "racconto"
Napoleon
in rags
ZURIGO
2, LA VENDETTA
di
Paolo M.
Well, il tanto
atteso 6 maggio è arrivato. Si parte. Me and my friend Nino ci mettiamo
in viaggio al mattino, direzione Zurigo, dopo aver sistemato i rispettivi
figli da nonni e zii (le mogli, quelle lavorano sempre). Verbania, Locarno,
l’autostrada per il San Gottardo. Pioviggina, c’è un discreto traffico,
ma si va. Siamo partiti alle 10,30, sono circa 250 chilometri, non tutti
in autostrada, contiamo di metterci 4 ore compresa la pausa pranzo. Del
resto siamo dei veterani, all’Hallenstadion ci siamo già stati l’anno
scorso, per un fantastico concerto di Bob (sentire per credere “Master
of Zurich ‘99”). In macchina ci ascoltiamo Jimmy LaFave (che fa un mucchio
di pezzi di Dylan…), Lyle Lovett (in “I Love Everybody” si sente nettamente
in mezzo al coro cantare, e stonare, l’allora sua moglie Julia Roberts),
e il grande Van Morrison di “A Night In San Francisco”. Prima del San Gottardo,
tutti fermi. Il traffico è intenso, scattano i semafori, si formano
le code. Impieghiamo un’ora per fare i dieci chilometri che ci separano
dalla galleria. Poi finalmente si riparte. Anzi ci si ferma, perché
sono quasi le due e sarà il caso di mangiare. L’area di servizio
è strapiena, altra mezz’ora di coda per mettere qualcosa sotto i
denti. La cameriera a cui, in uno stentato tedesco (o forse erano solo
dei suoni che tentavano di riprodurre il tedesco), chiediamo il caffè,
ci risponde in italiano e chiede a Nino se è stato a Lisbona in
vacanza. Quello si guarda in giro interdetto, prima di ricordarsi che indossa
una maglietta (seminascosta dalla camicia…) con su scritto Lisbona. “No,
me l’ha portata un amico che c’è stato…”
Compriamo
una cartina di Zurigo che comprenda anche la periferia. L’anno scorso,
girando con cartine solo del centro città, abbiamo impiegato un
bel po’ prima di arrivare a destinazione. Intanto, al di là delle
Alpi c’è il sole e si viaggia bene. Alla fine, quando entriamo a
Zurigo, sono le 15,30. Ci sono volute cinque ore, mica uno scherzo, dobbiamo
tenercelo a mente, per il concerto del prossimo anno…
Se l’altra
volta avevamo posteggiato davanti all’Hallenstadion, finendo poi per vagare
nei dintorni e “rilassandoci” un attimo sulle panchine di un cimitero (ma
proprio “un attimo”…), stavolta si va alla grande. Ci fermiamo in un autosilo
del centro, e via di corsa verso la meta fallita l’anno scorso: Kunsthaus
(Museo di belle arti), forse il più bel museo svizzero sulla pittura
degli ultimi due secoli. In contemporanea c’è un’esposizione temporanea
sulle opere incompiute di Cézanne, e tutta la gente si dirige lì,
per cui nel resto del museo (immenso) ci saranno a malapena dieci persone.
E’ fantastico girare per le sale in assoluta libertà: Manet, Monet,
Van Gogh, Renoir, Gaugin, Bonnard, Matisse, Kokoschka, Munch, Picasso,
Ensor (il cui capolavoro “L’entrata di Cristo a Bruxelles” è stato
recentemente esposto a New York abbinato all’ascolto di “Desolation Row”…).
Un’intera sala dedicata a Chagall, il mio preferito. Siamo in mezzo ad
un turbinio di vividi colori, a delle forme armoniose, a mucche che volano,
a innamorati che fluttuano nell’aria, a violinisti grandi come case, a
macellai immersi in tele totalmente rosse… L’estro e l’immaginazione allo
stato puro/appesi ad un chiodo nel muro. E poi ancora Magritte, Dalì,
Mirò, Ernst, Kandinski, per non parlare (salto indietro) di Rembrandt,
Hals, Rubens, Canaletto, Guardi.
Sono le 5,
suona la campanella, il museo chiude. Grande visita.
Fuori c’è
un bel sole, facciamo due passi in centro, ai bordi della Limmat. I tavolini
dei bar sono strapieni, c’è un clima molto rilassato, piacevole.
Passiamo davanti a un cinema (altra nostra debolezza…), danno il film svizzero
“Closed Country” che ho già visto l’anno scorso al festival del
cinema di Locarno, e un film francese di Marion Vernoux (“Rien a faire”,
mi pare) che mi interessa. Inizio proiezione ore 23. Ridendo facciamo il
calcolo per un eventuale spostamento alla fine del concerto, ma rien a
faire…
E’ ora di
tornare al parking, sono le 18,10. Da lì all’Hallenstadion saranno
3/4 chilometri, meglio non farci sorprendere dal traffico… Invece non c’è
in giro nessuno, in dieci minuti siamo nell’autosilo di fianco allo stadio.
Cominciano a vedersi un po’ di targhe italiane.
Entriamo.
Nino s’arrabbia perché il biglietto non lo vistano, ma lo sequestrano
letteralmente (come l’anno scorso, del resto…); niente ricordo/testimonianza
del concerto. Però subito dopo ci offrono un pacchetto di crackers
e una confezione di tappi per le orecchie (potrei cominciare una collezione…).
Scegliamo i posti a sedere di fronte al palco, se pur un po’ lontani, piuttosto
che sederci sulle scalinate laterali, dove dopo un’ora a furia di guardare
di lato ti viene un dolore pazzesco al collo. Davanti a noi prende posto
un gruppo di una quindicina di svizzeri, dai sedici ai sessant’anni. Li
scrutiamo con attenzione, sono un po’ troppi, non è che cominceranno
nel momento sbagliato qualche allegra conversazione a voce alta? Intanto
l’Hallenstadion s’è riempito, a occhio, ma molto a occhio, direi
che siamo 8/9.000 mila. Ce n’è uno, vicino al mixer, che comincia
a lanciare urla spaventose. Sarà lo stress dell’attesa?
Ore 20,15
circa, si spengono le luci, sale un boato, il palco si illumina, la solita
voce annuncia: “Good evening ladies and gentlemen, would you please welcome
Columbia recording artist… Bob Dylan!” I musicisti prendono posto, tutti
gli occhi sono puntati al centro del palco. Lui appare da dietro con molta
naturalezza, lo stadio è tutto un urlo. E’ vestito di grigio (come
a Torino due anni fa o ricordo male? Del resto con tutti i concerti che
fa, mica potrà cambiare abito tutte le volte…) e imbraccia subito
la chitarra acustica. Campbell, Garnier, Sexton e Kemper hanno già
cominciato a suonare, lui senza una parola al pubblico comincia a cantare.
Stiamo ascoltando Roving Gambler in una bella versione, con Larry Campbell
alla seconda voce durante il ritornello. E’ vero che anni fa a Milano ascoltai
come prima canzone una “Hard Times” meravigliosa, che risultò poi
essere la più bella di tutto il concerto, ma ora mi sembra che questa
serva a rodare il gruppo e a mettere il pubblico a proprio agio. Bella,
non fosse altro perché è acustica, ma sto già aspettando
la prossima. L’amplificazione è veramente ottima, si sente benissimo,
anche le più piccole inflessioni della voce, che è quello
che vogliamo davvero sentire. Intanto del gruppetto di svizzeri, la metà
al suono della prima nota s’è alzato precipitosamente e s’è
fiondato avanti, verso lo spazio aperto tra palco e gradinate. Dove vanno,
a ballare? Due di loro tornano con un mucchio di bicchieri di birra e cominciano
a conversare coi rimanenti, e se il volume della musica aumenta, loro parlano
più forte perché fanno fatica a sentirsi…
Larry prende
il violino (“Larry was the oldest, Joey was next to last…”), un mormorio
di estasi si diffonde. Tratteniamo il fiato, My Back Pages inizia. Il lavoro
della band si fa più discreto, lasciando la ribalta a Bob e al violino.
La canzone, come ogni volta che la voce di Dylan riesce a imperversare
incontrastata, è fantastica, dolce e tesa al tempo stesso. La voce
è da brividi, a volte trattenuta, sussurrata, a volte spiegata e
potente, con parole inanellate una appresso all’altra in un crescendo teso,
oppure fatte esplodere con un ruggito lacerante, con frasi troncate all’improvviso
o con uno strascico devastante sull’ultima parola, una voce roca, non accomodante,
che quando tocca le tonalità basse riesce a colpire lo spettatore
più attento nei punti più sensibili… Quando finisce la canzone,
l’applauso
sembra voler rimandare sul palco la pioggia di sensazioni che da lì
sono appena partite. Un grazie estatico. Meno male che la seguente è
un po’ più rude e nervosa, riesco a recuperare un po’ di energie.
Di solito It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding) è una canzone che
non apprezzo particolarmente per via della sua rigidità melodica,
ma devo ammettere che questa versione è forse la migliore che ho
mai sentito. Il sound è molto secco, pulito, incalzante, e aiuta
il brano ad acquistare un ritmo più marcato. Mi pare di cogliere
durante tutto lo svolgimento del brano una sensazione di ironia, non per
il testo, ma proprio nel modo di eseguire il pezzo. Vaneggio? Pur da lontano
come siamo noi, cominciamo a notare sempre più spesso che Bob non
tiene il tempo della canzone col piede o col movimento ritmico della gamba,
ma muovendo il ginocchio! Il che non fa altro che aumentare quel senso
di improvvisazione geniale che si avverte sempre sul palco durante i suoi
concerti e che ci piace tanto.
E poi si
torna a soffrire, perché attaccano le note di Love Minus Zero /
No Limit, anche se non le riconosciamo subito. Un’altra canzone in grado
di lasciarti steso, ricordo come fosse adesso quella che fece a Correggio
da solo con acustica e armonica, penso di aver battuto il record mondiale
di respiro trattenuto. Questa volta sembra voler contraddire la soavità
della melodia con un’interpretazione più brusca, il che non fa altro
che dare più vigore a quelle parole d’amore, ma perlomeno evita
a noi di essere trasformati in tappetini e permette al sangue di continuare
ad irrorare il cervello. Ogni volta che scorro le set list dei suoi concerti
e vedo che ha fatto questo pezzo, ho sempre il rimpianto di non aver sentito
anche quella versione. Evidentemente la concentrazione non è il
forte del gruppetto degli svizzeri vicino a noi, o forse la musica non
è abbastanza hard per i suoi gusti, fatto sta che 30 secondi dopo
l’inizio di ogni pezzo riprendono a parlare imperterriti, salvo poi quando
il pubblico parte per l’applauso finale unirsi freneticamente al battimani.
Per fortuna durante i vari spostamenti si sono un poco allontanati da noi,
per cui non ci disturbano più di tanto.
Tangled Up
in Blue è immediatamente riconoscibile fin dalle primissime battute,
e infatti il pubblico risponde subito con applausi e ululati. Stiamo per
affrontare un’esperienza lunga una decina di minuti, che ci lascerà
sfasati e urlanti alla fine, so per esperienza che la progressione della
canzone diviene inesorabile ed è impossibile sottrarsi. Chi era
a Montreux nel ’98, ricorderà, in un concerto che ritengo non riuscitissimo,
una versione a cui non ho potuto far a meno di attribuire, dopo lunghe
ricerche, l’aggettivo “devastante”. (Ma c’eravate a Montreux, o eravate
tutti a strapparvi i capelli perché quello stesso pomeriggio la
Francia ci aveva eliminati dai mondiali di calcio?). Questa volta la canzone
è “quasi” bella (di meno è impossibile), però tutto
sommato mi pare che il velivolo faccia fatica a decollare. Viaggiamo a
gran velocità, ma non arriviamo al di là delle nuvole. In
ogni caso, alla fine i fasci dei riflettori lanciati radenti sulla folla
mostrano migliaia di mani alzate ad applaudire. Finora l’armonica non è
mai apparsa, anche se a un certo momento è sembrato che Bob si guardasse
in giro per cercarla, ma eravamo preparati, visto che nei concerti tenuti
in febbraio e in marzo in America l’ha usata quasi sempre una sola volta.
Di fianco a me un distinto e silenzioso signore annota nel buio alcune
parole dopo ogni canzone, forse i titoli; sarà lui che manda la
set list a Bill Pages?
Inizia la
canzone seguente, io e Nino ci guardiamo, che cos’è? Dopo un po’
riusciamo a capire, si tratta di Delia. Ebbene, non date retta a Michele
che la giudica “non male”: secondo me è una delle due vette altissime
del concerto (l’altra vetta vien dopo…), una canzone eseguita in equilibrio
funambolico sulla melodia, con una voce sporca e sofferta che si apre alla
passione alla fine di ogni strofa, una voce libera di esibirsi in slalom
tra i paletti delle note, una voce che sembra voler raccontare, al di là
delle parole, qualcosa di tremendo e fantastico insieme… Finisce la canzone
e posso tornare a planare verso il mio seggiolino. Bob si toglie la chitarra
acustica e prende quella elettrica. I nostri amici davanti a noi sembrano
improvvisamente rianimarsi o perlomeno rendersi conto di dove sono, a giudicare
dalle potenti urla che cominciano a lanciare. Per festeggiare (che cosa?)
fanno un altro rifornimento di birra, che se non ho contato male è
il quarto.
Leggo che
Country Pie è stata fantastica. Sono felicissimo, ma da parte mia
ho bisogno di una boccata d’aria mentale perché ho perso la concentrazione
necessaria per ascoltare con attenzione. Mi rendo conto che il pezzo scorre
veloce (in un contrasto pazzesco col brano precedente), che il gruppo e
Bob sembrano divertirsi. Il pubblico in piedi ondeggia al ritmo della canzone,
le ginocchia di Bob vanno da tutte le parti, ogni tanto solleva la chitarra
in verticale in un’ironica rappresentazione del rocker consumato. Alla
fine è un’ovazione, l’energia del primo pezzo elettrico ha ricaricato
le pile e tutti son pronti per un’altra dose di potente musica. Invece
Bob, continuando il suo sapientissimo dosaggio, frena. O meglio, invece
di scaricare all’esterno questa potenza, la introietta, trasferendola nell’interpretazione.
E così, secondo me, Can’t Wait riesce benissimo. La voce di Bob
è fantastica e appassionata, il sound preciso e secco e “non so
quanto ancora potrò aspettare” diventa un’implorazione disumana.
E si continua,
avanti ancora. I due pezzi che seguono, Stuck Inside Of Mobile With The
Memphis Blues Again e Watching The River Flow li trovo abbastanza “normali”.
Tutti battiamo i piedi per tenere il tempo, vedo molti dimenarsi con convinzione,
trovo finalmente il tempo di scartare una caramella. Uno dei più
attempati dei nostri “amici” se la ride da solo nel buio, alzando a ritmo
il braccio sinistro con un movimento molto stilizzato, da estasi musicale.
I suoi compari, l’ennesima birra in mano, si stanno urlando nelle orecchie.
Uno pensa,
che bello ascoltare questi pezzi in maniera rilassata, tenendo il tempo,
è molto piacevole. Pensa così, e non sa cosa l’aspetta. Il
gruppo comincia a stendere un morbido tappeto sonoro, Bob s’avvicina al
microfono, comincia a cantare Not Dark Yet. E’ la fine della tregua, lo
sfondamento di tutte le trincee, l’immensa vittoria di una voce su ogni
riserva. Mai sentito cantare così. Sono sconvolto. Con la coda dell’occhio
vedo Nino piegato in avanti, con la testa fra le mani. Posso solo citarvi
i versi di un poeta che forse conoscete: “Portami in viaggio sulla tua
magica nave ondeggiante,/i miei sensi son stati denudati, le mie mani non
sentono la presa,/i miei piedi troppo intorbiditi per camminare aspettano
soltanto che i tacchi/incomincino a vagare./Son pronto ad andar dovunque,
son pronto a svanire/nella parata di me stesso, getta il tuo incantesimo
di danza verso di me,/prometto di sottopormici.” Mai sentito cantare così.
Vorrei non smettesse più. Alla fine non riesco ad applaudire, mi
sembra troppo banale. Quando esco dal trance, stanno già eseguendo
Leopard-Skin Pill-Box Hat. Non la ascoltiamo nemmeno, intenti come siamo
a scambiarci opinioni. Nino dice che questo brano da solo vale le quasi
dieci ore di trasferta che alla fine impiegheremo nella giornata. Non ho
dubbi.
Intanto Leopard
sta finendo. Bob si toglie la chitarra facendosela passare sopra la testa,
la consegna a un tecnico premurosamente accorso, fa due passi avanti e
si inchina al pubblico. L’Hallenstadion prende a vibrare, Bob scompare
dietro le quinte. Le luci rimangono spente, comincia il solito ritmato
battimani per richiamare i musicisti. Un minuto, e rieccoli. Si riparte
con Love Sick, in una versione molto elegante che ne accentua l’aspetto
crepuscolare. Come ormai succede da un po’ di anni, l’eccellente amplificazione
permette di apprezzare maggiormente lo show. Anche l’uso dei riflettori
è molto riuscito, scarno e raffinato al tempo stesso.
L’onda sonora
si fa impetuosa, è il momento di Like A Rolling Stone. Il pubblico
la riconosce subito, e ruggisce. Tutto fila al massimo, chitarre, batteria
e voce, e il tutto si esalta ancor di più durante il ritornello.
Siamo immersi in una corrente sonora che ci trascina con sé, stiamo
girando su un ottovolante che ci impedisce anche di pensare. E’ una grande
festa. Ed un grande brano, anche se non arriva all’altezza di quella fantastica
“Highway 61 Revisited” che fece qui l’anno scorso e che ci caricò
talmente che se avessero trasformato l’Hallenstadion in una pila avremmo
potuto fornire energia elettrica a Zurigo per tre mesi. Del gruppetto davanti
a noi son rimasti pochissimi esemplari, gli altri si son precipitati sulla
pista a ballare mettendo in serio pericolo l’incolumità dei vicini.
Ne vedo uno che si muove con molta determinazione pur continuando a tenere
in mano il bicchiere della birra. Son sicuro che adesso si sta veramente
divertendo molto, dev’essere questa per lui la canzone della serata.
Altro cambio
di chitarra, si torna all’acustica. Stavolta siamo al sussurro, le strofe
di Don’t Think Twice, it’s All Right sono cantate in punta di piedi, con
accelerazioni nei finali. Molto bella. Stiamo tutti fissando Bob con più
attenzione, di solito durante il pezzo acustico del bis esibisce l’armonica,
ma non succede niente. Via l’acustica, di nuovo con la chitarra elettrica.
Tocca a Not Fade Away, un brano abbastanza di routine. Dico a Nino che
sarà l’ultimo della serata, perché ha spesso chiuso così
i concerti. Alla fine, tutti con le mani che ondeggiano alzate. Bob si
toglie la chitarra, si inchina profondamente e senza una parola se ne va.
Ma le luci
non si accendono, e cominciamo a subdorare l’inganno. I piedi cominciano
a percuotere gli assiti delle gradinate, reclamando che non ne abbiamo
ancora abbastanza. Poi da un settore laterale comincia a diffondersi un
applauso (sono i primi a vederlo rientrare) che man mano si espande a tutta
l’audience. Imbraccia la chitarra acustica e attacca subito Blowin’ In
The Wind. E’ un boato. Qualcuno cerca di far brillare qualche accendino,
ma siamo tutti troppo esausti per permetterci un exploit simile. A un certo
punto Bob smette di suonare e si gira allungando una mano. Sappiamo benissimo
di cosa si tratta, e subito dopo il suono dell’armonica comincia a diffondersi,
non sarà un assolo memorabile (Pistoia ’96, l’armonica in “It Ain’t
Me, Babe”, con Bob che si piega fin quasi a terra per soffiarci dentro
fino allo sfinimento, oh my God…), non sarà lunghissimo, ma ci basta,
eccome se ci basta.
Applausi,
ancora applausi. Via la chitarra, una mano alzata per salutare, e se ne
va. Le luci si accendono, qualcuno comincia a scender le gradinate, a indossare
il maglione. Ma l’entusiasmo non s’è ancora placato. E improvvisamente,
ecco di nuovo tutto il gruppo sul palco, ad eseguire Rainy Day Women n.
12 & 35, con lo stadio illuminato a giorno. E’ il delirio. Forse pensando
di esser visti dal palco, alcuni s’ingegnano ad esibire le più smodate
forme di entusiasmo. Quello che prima ballava col bicchiere in mano, adesso
è in piedi sul suo seggiolino nella posizione più eretta
che gli consente il suo stato, sempre con un bicchiere quasi pieno di birra
in mano, da cui per delle ragioni misteriose riesce a non far cadere nemmeno
una goccia, e si volta indietro verso la gradinata su cui siamo seduti
ancora in tanti, e gesticolando ci invita tutti ad alzarci e a dimenarci,
pur con una certa fissità di sguardo. La cosa ci verrebbe quasi
naturale, ma quello che evidentemente pensiamo tutti insieme è che
non troviamo molto onorevole prender ordini da un simile comandante, per
cui reprimiamo i nostri istinti e restiamo immobili, in una scena quasi
surreale. Ma lui manco se n’è accorto, s’è già girato
e sta cantando a squarciagola. La canzone intanto sta finendo, Bob si china
a raccogliere un mazzo di fiori che qualcuno gli ha lanciato, ringrazia
con un cenno e sparisce.
E’ ora di
andare. Intanto che il pubblico defluisce, facciamo un giro dietro alle
gradinate tra i banchetti. Ci sono magliette, cappellini, cd (ma quelli
ufficiali li abbiamo già tutti…), panini e bibite. Niente di nuovo.
Una ragazza sviene, accorrono gli infermieri. Fuori è una bella
serata, un mucchio di tram sono in attesa di riportare gente in città.
Ci avviamo verso la macchina, ma sul retro dello stadio vediamo un gruppetto
di persone. Ci dirigiamo lì per curiosità, ma prima del nostro
arrivo il gruppo si scioglie. Poco più avanti, c’è uno seduto
sul corrimano del marciapiede, seminascosto dalle foglie, che scruta con
un binocolo (tenete presente che è notte…) verso alcune lontane
uscite dello stadio. Un vero agente segreto. Sarai mica stato tu, Michele?
L’ho pensato quando ho letto che vicino a te c’erano due ragazze, e lì
vicino in effetti c’erano due ragazze…
Finiamo anche
noi per arrivare davanti al cancello dietro a cui sono ammucchiate delle
casse con i nomi di Dylan, Garnier, Sexton. Degli inservienti le stanno
caricando su dei Tir inglesi. Destinazione Stoccarda, per il concerto che
ci sarà tra due giorni.
Saliamo in
macchina. In attesa di uscire, posso annerire la casella n. 18 alla voce
concerti di Dylan. Nino sta segnando la n. 19, ma ho già escogitato
un piano per raggiungerlo…
Sono le 11
di sera, ma Zurigo è tutta un ingorgo. Impieghiamo un’ora per raggiungere
l’autostrada, e poi via. Modena, Milano. Nel nostro piccolo, siamo anche
noi impegnati in un Neverending Tour.
Paolo M.
Ciao Paolo
e grazie per il tuo bel racconto dal Neverending tour. No, non ero io il
tipo con il binocolo ma ho capito di chi stai parlando dal momento che
gli sono stato accanto più di mezz'ora insieme alle due ragazze
di cui parlavo (e che sono sicuramente le stesse di cui parli tu). Magari
ci siamo anche incontrati senza saperlo, ovviamente (mi ricordo di diverse
persone che sono state vicino a noi un pò e poi sono andate via,
sicuramente tu eri tra queste). Io sono stato stoico al punto da restare,
come scrivevo nel mio racconto, fino quasi a mezzanotte e mezza con il
tipo col binocolo e le due ragazze. Ero armato di videocamera (magari mi
hai notato) con la quale ho ripreso tutto il carico degli strumenti e delle
casse che anche tu hai segnalato (sto ancora cercando di decifrare tutte
le scritte sui colli in questione...).
Ho invidiato
il tuo racconto della visita al Museo... avrei voluto andarci anche io
che adoro gli impressionisti... sarà per un altra volta (questa
volta ho privilegiato la città nel suo insieme).
Mi ero dimenticato
di segnalare nel mio racconto (come fai tu) il fatto che gli inservienti
ai cancelli ci hanno rubato il bigletto non riconsegnandocene nemmeno un
pezzettino da tenere come ricordo e sul cui retro scrivere la scaletta
del concerto (cosa che faccio regolarmente). Sigh! Comunque devo dire che
non sono stato lì a questionare con loro per avere indietro il biglietto
visto che non vedevo l'ora di varcare il cancello ed allontanarmi da loro
(e se avete letto attentamente le mie righe più sopra potete intuire
per quale motivo, eh eh eh...).
Tu scrivi
che Larry faceva la seconda voce con Bob su Roving gambler, io però
ho avuto l'impressione (come ho infatti scritto) che anche Charlie cantasse
in quel pezzo insieme con Campbell... Non lo hai notato tu o mi sono sbagliato
io?...
Vedo che
anche tu hai notato il punto in cui sembrava che Bob cercasse qualcosa
tra la roba alle sue spalle (durante Love minus zero) ed anche tu credi
come avevo azzardato io che cercasse un'armonica. Chissa? Qualcuno mi ha
detto che in realtà forse cercava un plettro... Può essere?
Su Delia
devo dire di non essere d'accordissimo con te (a quanto ho capito è
stata la tua canzone preferita della serata) dal momento che l'ho trovata,
come scrivevo, un pò troppo lenta e poco ritmata (quello che mi
era invece molto piaciuto nella versione su disco). Con questo non voglio
dire che non sia stata bella, anzi, ma, come scrivevo, la giudico la prima
canzone "normale" (il normale lo avevo infatti messo tra virgolette) dopo
i capolavori che l'avevano preceduta, canzoni come My Back pages, It's
all right mà, Love minus zero, Tangled up in blue che reputo comunque
diversi gradini sopra Delia. Devo dire comunque che già in diversi
mi hanno scritto dicendo di essere rimasti entusiasti di Delia per cui
potrebbe anche darsi che io mi faccio condizionare dal fatto che l'ho sempre
amata il giusto tanto che non le avevo dato la C nella mia pagina dei giudizi...
Dove sono
invece d'accordo con te è sul secondo capolavoro che tu segnali
che è Not dark yet.
Ho visto
anche io la ragazza svenuta di cui parli anzi l'ho ripresa nel filmato
di cui parlavo quando sul retro dello stadio l'hanno caricata sull'ambulanza.
Spero (come consolazione per lei) che sia almeno svenuta alla fine del
concerto e non per un malore quanto per la famosa sindrome di Stendhal,
annichilita dai capolavori che aveva ascoltato (come scrivevo nel mio racconto,
io ho rischiato la "sindrome" all'inizio di My back pages...).
Hai raggiunto
quota 18 concerti??? Wow... Sei un veterano allora... Qual è stato
il tuo primo? E poi, toglimi una curiosità, mi spieghi il trucco
per battere il tuo amico? (Se ho ben capito viene sempre con te a vedere
Bob quindi o al prossimo concerto lo imbavagli e lo leghi prima di partire
da casa oppure... svelaci l'arcano!).
Scherzi a
parte, Paolo, grazie per il tuo bel racconto e alla prossima (Milano? Modena?)
Napoleon
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