Racconti dal Neverending tour
Pistoia, Roma e Cosenza - 15, 16 e 20 luglio 2006
di Elio "Rooster"

Per festeggiare i 25 anni dal mio primo concerto di Dylan quest'anno mi sono concesso tre concerti dello stesso tour di Bob, facendo prima ritorno a Pistoia dieci anni dopo lo straordinario show del 96, poi partecipando alla data di Roma in compagnia dei miei figli, al loro primo concerto di Dylan, e infine, perfetta parentesi di un periodo di ferie già slittato di due giorni per i primi concerti, con un andirivieni tra Capo Rizzuto e Cosenza (meno di 300 km complessivi) per una data che mi ricordava, per molti aspetti, proprio quella di Avignone del 1981 (ultima data di un tour europeo, località molto a sud, seconda metà di luglio, stadio di calcio, nuovo album in uscita).

Sono stati tre buoni concerti, Dylan a me è parso davvero in ottima forma vocale ma ancor più fisica, e questo se vogliamo a 65 anni, e con un percorso di vita come lo è stato il suo, rimane uno degli aspetti più sorprendenti tra i tanti che lo riguardano.
La band che lo accompagna mi ha trasmesso, rispetto al concerto di Milano dello scorso autunno, sensazioni di maggiore coesione con un sound molto equilibrato, forse anche troppo, cosa che potrebbe risultare ideale per l’imminente album in studio, ma che dal vivo potrebbe essere stata tra le cause di una marcata sensazione di freddezza che mi è sembrata affermarsi nei concerti.
Partendo da questa considerazione, e anche per provare ad allontanare una volta tanto la faziosità che rende sempre piuttosto simili le mie opinioni su Dylan, stavolta mi sono impegnato a trovare, riuscendoci, le cose che di questi concerti mi sono piaciute meno.


La ripetitività di molti brani, innanzi tutto, dovuta anche, per quanto mi riguarda, al fatto che con questi tre concerti sono arrivato ad undici negli ultimi cinque anni esatti (tra Anzio e Cosenza), dato che, confrontato al precedente di sei concerti in venti anni, rende bene sia la sensazione sul come sia cambiato il mio approccio verso Dylan in questa mia terza fase dylaniana (tra il 74 e l’89 la prima, che provai a riportare nel mio doppio When we first met; la seconda l’ho vissuta tra il 90 e il 2000, in maniera ugualmente intensa ma condizionata dai tanti cambiamenti familiari e lavorativi) sia sul perchè certe cose che da troppo tempo Bob sta sistematicamente proponendo nei suoi concerti mi risultino sempre le stesse. E non parlo dei 9 brani in comune nei tre concerti, sui complessivi 14 a Pistoia e 15 nelle altre due date: considerando che in passato Bob ha più volte fatto per mesi interi la stessa scaletta, il fatto che ora ad ogni concerto ruotino 5-6 brani differenti costituisce in ogni caso una variante positiva, tanto è vero che comunque nei tre concerti ci sono stati complessivamente 24 brani differenti sui 44 totali.
Il problema è che da non so quanto tempo l'altra metà dei brani è sempre la stessa, e, a parte il canonico finale con Like a rolling stone e All along the watchtower (che poi vorrei capire chi gli impedisce eventualmente di cambiare anche il bis, di farli all'inizio o a metà concerto questi due superhits se proprio indispensabilmente deve farli) ci sono brani fissi dal repertorio dei '60 come Maggie's farm, The times e Highway 61 che potrebbero tranquillamente almeno alternarsi con non so quanti altri brani, sicuramente non minori, di quello o di altri periodi. Per non parlare della mia raggiunta assoluta intollerabilità nei confronti delle onnipresenti Tweedle dum, sempre uguale, e Summer days, che sta sempre lì da non so quanti tour a chiudere prima dei bis e che per quanto mi riguarda è davvero diventata insopportabile.

L'assoluta staticità mostrata da questa band in questo tour è un'altra cosa che non mi è piaciuta molto, anche perché, abbinata a quel suono molto pianificato di cui accennavo, ha finito a parer mio con l'incidere sul coinvolgimento generale. Vedere Bob e ancor più la band praticamente fermi nella loro posizione per tutta la durata del concerto ha contribuito a trasmettere quella sensazione di relativo entusiasmo collettivo che mi è parso di cogliere negli show. Credo che i due chitarristi si siano spostati non più di 10 cm dalla loro posizione iniziale in tutti e tre i concerti, e anche Garnier è risultato davvero immobile rispetto a tante altre volte in passato. La “famigerata” Summer days, ad esempio, che nelle precedenti versioni live almeno beneficiava oltre che della verve chitarristica anche della mobilità scenica di Sexton prima e di Koella poi, adesso risulta ancora meno accattivante perché la band la esegue così come ha eseguito quasi tutte le canzoni nelle tre serate, quasi in maniera meccanica, secondo uno schema che pare preveda comunque la “cristallizzazione” di tutti gli elementi della band e del relativo sound.

Insoddisfacente di sicuro anche la durata degli show, un'ora e mezza di concerto, abbondante a Pistoia e Roma, addirittura scarsa a Cosenza, dove un pubblico piuttosto diverso dal solito, con moltissimi che ritengo erano al primo concerto di Bob, ha un tantino rumoreggiato a fine show, incredulo che il tutto si fosse concluso già.

E ancora, la mancanza assoluta di qualcosa di veramente sorprendente in questi concerti. Mi aspettavo qualche sorpresa, un po' come nelle ultime date londinesi dei recenti tour, qualche brano mai proposto dal vivo o da tempo assente, o magari anche un solo brano in anticipo dal nuovo disco, ma niente di tutto questo.

Infine, le più negative di tutte le mie considerazioni per l’aspetto per me davvero più deprimente rappresentato dai soliti tizi che, sotto il palco, stanno lì ad "impedire" di fare foto o filmati. Li ho sempre detestati, non loro come persone, ma per quello che fanno e principalmente per chi glielo mette a fare, molto probabilmente anche Dylan stesso. Ma ora non è più epoca di insistere con questi comportamenti: ci sono foto, video e audio di Dylan ovunque, talvolta anche un’ora dopo i concerti, e questi continuano a stare lì, con i loro continui paranoici andirivieni, le mani sugli obiettivi, sui telefonini, le minacce, le luci delle loro torce zigzagate negli occhi, e di tanto in tanto pure lo scavalcare le transenne per invadere la precaria e intasata zona pubblico delle prime file. Senza rendersi conto che non fanno altro che rendersi ridicoli, non ottenere alcun risultato e peggiorare la situazione dei molti che, pur di stare davanti, hanno innanzi tutto pagato profumatamente un biglietto, che con quello che oggi costa rispetto anche a qualche anno fa soltanto dovrebbe proprio permettere di farle le foto a quelli sul palco, che dovrebbero capire per primi a loro volta - magari non sarà il caso di Dylan, che comunque ora con iTunes va ad accordarsi per il download di Modern times e per tutta la sua discografia - che di qui a qualche tempo ancora, quando i cd non li faranno proprio più perchè non se venderà più nemmeno uno, gli incassi dai concerti rappresenteranno la loro fetta di ricavi più grossa. Senza considerare che quelli che stanno lì, specie quelli delle prime file, sono quelli che si sono sobbarcati ore di attesa con i cancelli chiusi, hanno atteso l'inizio del concerto e stanno lì più scomodi di tutti perché gli altri ce li hanno attaccati addosso.




A Pistoia, in un contesto dove la temperatura era insopportabile e non si respirava assolutamente, dove la fila per accedere alla piazza era stata faticosissima (non è cambiato niente rispetto a dieci anni fa, possibile?), dove l’attesa era stata interminabile con una ulteriore mezz'ora finale solo per il cambio palco dopo i set dei bravi Dirk Hamilton e Elliott Murphy, dove un passeggino con due bambine stava proprio incollato a me, che come se non bastasse ero alle prese con un forte mal d’orecchio e con la solita serie di tipi che, nonostante non ci fosse più assolutamente spazio tra una persona e l’altra, continuava a spingere e a chiedere spazio per provare a raggiungere il sottopalco, indicando fantomatici fratelli o mogli, insomma in una situazione praticamente infernale c’erano questi tizi (rasati, vestiti di nero e muscolosi assai come da copione) il cui comportamento era davvero inutile, e che, peggiorando enormemente una situazione già critica a dir poco (e menomale che, come dicevo, l’entusiasmo generale era piuttosto controllato!), a metà concerto mi costringevano, ma proprio nel senso che altra soluzione non c’era, ad abbandonare la mia ravvicinata posizione perchè non era davvero possibile godersi un istante ancora dello show con loro che continuavano il selvaggio, invadente, inutile, ridicolo ed eccessivo controllo.

E con questo non ho altro di negativo da aggiungere, direi che basta ed avanza.

Con la sola prospettiva di godermi il più possibile gli spettacoli ed evitare di condizionarmeli a causa dei supereroi di cui sopra, non ho provato a fare foto se non un paio di frettolosi scatti a concerto, i risultati migliori sono all’inizio di questo racconto. Con la funzione video della mia fotocamera, e quindi con una relativa qualità, ho ripreso l’intero bis di Roma, incluso la doppia simpatica invasione di palco su Like a rolling stone, ma solo perché a fine show a Roma gli addetti, che in linea con il contesto generale avevano però metodi e caratteristiche piuttosto diversi dal solito, hanno mollato quasi completamente con i controlli!

Brani che mi hanno entusiasmato più di altri ce ne sono stati, a Pistoia intensissima I don’t believe you e magica Mr. Tambourine man, a Roma New morning e Don’t think twice anche perché fa sempre piacere sentirsi citare da Bob, figuriamoci quando succede due volte nella stessa serata, e a Cosenza bellissima Girl from the north country e piena di grinta Blind Willie Mc Tell.

Il mal d'orecchio cui accennavo aveva messo in pericolo la trasferta toscana ma la telefonata di Raniero, fraterno amico d'infanzia che vive a Montecatini da tempo e che già nel 96 mi aveva ospitato, mi ha tolto ogni dubbio. Ho dovuto solo prendere l'Eurostar fino a Firenze perchè lì lui mi è venuto a prendere per accompagnarmi al Melos Club a Pistoia. Con suo fratello Eugenio, il mio grande amico dylaniano di sempre che da tempo vive a Milano e che ha raggiunto Pistoia proprio per l’inizio del concerto, subito dopo lo spettacolo sono tornato a Montecatini, dove Raniero ci aspettava per cena e pernottamento. Un salto all’ippodromo domenica mattina per salutare un altro caro amico d'infanzia, Vincenzo, che lavora anche lui lì adesso. Eravamo tutti e tre nella stessa classe in quinta elementare, anno scolastico 69-70!



Superfluo aggiungere che alla stazione di Firenze, per l’Eurostar di ritorno che mi avrebbe permesso di essere a casa mia per ora di pranzo, mi ha ovviamente accompagnato Raniero, che profitto per ringraziare ancora!





Al Melos Club la prima giornata della festa di Maggie's farm è stata davvero la cosa più bella per iniziare il tutto. Buona cornice di pubblico e, introdotti da un impeccabile Michele, sul palco si sono avvicendati diversi interpreti della canzone dylaniana, e le sorprese non sono mancate con una serie di riuscite cover.




In occasione dei precedenti folkfestival a Roma avevo già avuto modo di apprezzare Vincent e Pino, Ferdinando Pollastri e Riki Morassi, i Tambourine e gli Hamelin, mentre per la prima volta ho visto e ascoltato il bravo Alessandro Cavazzuti (di cui avevo sentito qualche suo buon mp3), Toni Albatros e il suo gruppo (bravissimi e che bella Seven days!!!),  Al Diesan (in grado davvero di interpretare molto egregiamente il Dylan più intimo) e Stefano Frison (di cui mi sono piaciute molto anche le sue canzoni).
Bello il finale di giornata con Michele e Franco Fosca a chiudere con la degregoriana “Cercando un altro Egitto”.

Al Melos ho conosciuto Mariella, con la quale avrei condiviso poi i tre concerti di Bob, ho rivisto Renzo Cozzani, Paolo Vites e Giulio Horse, con quest’ultimo ho trascorso buona parte del pomeriggio e le ore che hanno preceduto il concerto di Bob, comprese quelle dell’incontro con Liaty e Beni e quelle dei set di Hamilton e Murphy.
Giulio, con più intuito rispetto a me, ha abbandonato la postazione che ci eravamo guadagnato sotto al palco proprio pochi minuti prima che iniziasse Bob, risparmiandosi una prima parte di concerto molto faticosa. E di come sono uscito da quella prima parte di concerto penso possa testimoniare Alexan Wolf, che ho incrociato non appena avevo abbandonato la postazione sotto palco ed ero davvero in uno stato confusionale, mi scuso con lui e lo saluto calorosamente. Mi spiace anche non aver potuto incontrare Gianluca Carlini, che telefonicamente mi aveva contattato poco prima che iniziasse Dylan, ma a fine concerto sono immediatamente tornato a Montecatini. Un grosso saluto anche a Gianluca.

A Roma, dopo una bella dormita pomeridiana, meravigliosa serata all'Auditorium in una struttura eccellente dove, da un’ottima postazione nella zona superiore (quella dei biglietti qui a Roma è stata un'assurdità, per oltre tre mesi hanno dato il sold out per poi rimettere in vendita i biglietti anche della zona inferiore un'ora prima del concerto!), ho per la prima volta assistito ad un concerto di Dylan standomene comodamente seduto e con i miei ragazzi Mattia e Luca, usciti davvero soddisfatti dalla serata. Superfluo dire che mi ha fatto a dir poco piacere essere lì con loro, e vedere come facessero in fretta anche loro a riconoscere tutti i brani. Nemmeno la loro partecipazione ha convinto mia moglie a essere della serata, lei di Dylan continua a non volerne sapere, fa niente.

Tanti magfarmiani, con l'appuntamento sul raccordo con Antonio Genovese, Leonardo Lion e Fulvio, un amico di Antonio, e poi Carlo Pig, Giulia Rabbit, Paolo Bassotti, Mariella con amica, Ilaria Ladybird e l'incredibile arrivo a Roma già alle 19.30 di Michele reduce dalla seconda giornata al Melos di Pistoia, conclusasi intorno alle 16!!!





Al San Vito di Cosenza situazione bellissima, garantisco che al quarto giorno di ferie al mare un concerto di Dylan è davvero ideale. Serata ben ventilata, pubblico proveniente da ogni parte della Calabria ma anche da Sicilia e Puglia. Che fosse la prima volta di Bob Dylan da quelle parti lo avvertivi nell'aria e da come il concerto era presentato anche sui quotidiani locali, con un tono ed un taglio dei servizi che mi hanno ricordato i primi arrivi in Italia di Bob, negli anni '80. E a proposito di quotidiani locali, ho trovato molto carino, ideale da leggere in un paio di giornate al mare in Calabria, il libro "L'uomo che fece grande Bob Dylan" che la Gazzetta del Sud ha abbinato al giornale, libro dedicato alla fantastica storia di Mike Porco, calabrese di Carolei diventato proprietario del Gerde's, locale di New York nel quale debuttò Bob Dylan.

Unica magfarmiana rivista a Cosenza ovviamente Mariella, che lì è di casa e che devo ringraziare per una rapida visita notturna di Cosenza e di parte del suo bel centro storico. Ciao Mariella e fatti sentire!

E’ tutto, ora aspettiamo Modern times.


Elio "Rooster" - Luglio 2006