Nel 1967 mio fratello minore Matthew mi diede i suoi ultimi
pochi dollari per correre giù al vicino negozio di dischi a comprare
l'ultimo album di Bob Dylan. Io presi i soldi e andai, ma invece di prendere
Blonde on Blonde, comprai (credo) il primo disco dei Jethro Tull, perchè
mi piaceva il suono delle chitarre. So che può sembrare difficile
crederci, da parte di un musicista la cui musica e sempre stata così
strettamente associata con lo stile di quel disco di Dylan, ma è
la verità. Potrebbe risultare ancora più difficile credere
che poco tempo dopo, nello stesso anno, pur avendo due biglietti per andare
a sentire Dylan e il suo leggendario gruppo TheHawks (in procinto di diventare
The Band) alla Long Island Arena, non ci andai! Ero veramente molto depresso
per il fatto che la più bella ragazza del mio liceo aveva mandato
a monte un appuntamento con me all'ultimo momento per uscire con il locale
campione di foot-ball, cosi vendetti i biglietti a mio fratello (di nuovo!)
e me ne andai invece al Greenwich Village in cerca di emozioni freak.
Ma se mio fratello raccolse i benefici del mio primo
interesse per Dylan, posso ringraziare mia sorella Michelle per avermi
introdotto per prima alla musica del più grande menestrello americano.
Nel 1961 tornò da un weekend passato con un suo
amico alla Princeton University, dove aveva visto il giovane Dylan esibirsi
in una coffee-house.
Ricordo che mi diceva che i suoi amici lo trovavano decisamente
strano, con quel piccolo cappello a punta e quell'accento okie, e la maggior
parte della compagnia chiacchierò e bevve birra durante tutta l'esibizione.
Mia sorella, tuttavia, ne fu abbastanza colpita, al punto
da comprarmi il suo primo album "Bob Dylan" per Natale.
Io avevo dodici anni ma ricordo che mi piaceva moltissimo
House Of The Rising Sun.
Arriviamo velocemente al 1973, quando fu pubblicato il
mio primo disco Aquashow ed io ero il punto di arrivo di un discreto quantitativo
di buone recensioni che paragonavano favorevolmente le canzoni e la produzione
di quel disco allo stile lirico e musicale del Dylan del 1965-67.
Ammetto di aver copiato l'idea della copertina dal suo
Bringing It AlI Back Home, ma al di là di questo credo di essere
stato più influenzato dai Rolling Stones del periodo di Brian Jones.
Guardando indietro, posso dire che in qualche modo essere
etichettato "il nuovo BobDylan" fu una condanna anche se per altri versi
si rivelò una fortuna.
Fece sì che i ctitici e le stazioni radio venissero
a conoscenza del mio lavoro fin dal primo disco, senza aspettare che qualcuno
si accorgesse di me soltanto al secondo o al terzo. Il fatto negativo,
invece, fu che mi ci vollero un bel po'di anni per togliermi di dosso l'ombra
di Bob Dylan.
Posso dire ora che, sotto molti aspetti, i critici erano
giustificati nel paragonare i nostri stili; d'altro canto chi altrti c'era
a cui potessero paragonarmi?
Pochi artisti fino a quel momento avevano veramente fatto
entrare le parole del rock nel regno della poesia e fuori dalla terra del
pop; possiamo pensare a Paul Simon, Leonard Cohen, forse Jackson Browne,
ma chi altro? Sicuramente non la musica che era in cima alle classifiche
all'inizio degli anni '70, cose come Tony Orlando and The Dawn!
Dylan aveva, in cinque anni di incisioni, raggiunto il
punto più alto di poesia rock mai toccato da nessuno (compresi i
Beatles, gli Stones, Tom Waits e Springsteen che qualche volta ci si sono
avvicinati); e per me nel 1972 questo era il treno giusto da non perdere;
questo era l'unico stile veramente importante. Quando le parole contavano
tanto quanto la musica.
Ma per quanto strano possa sembrare, io non ho mai incontato
Bob Dylan, non ho mai parlato con lui ne' gli ho stretto la mano. Ci sono
andato vicino, però.
La prima volta fu nel 1972 quando mi trovavo a Los Angeles
in un tentativo poi abortito di registrare il mio primo disco e me ne stavo
seduto, dopo una scoraggiante prima seduta di registrazione, al Rainbow
Bar sul Sunset Strip quando mi voltai e per poco non caddi giù dalla
sedia.
Al tavolo accanto al mio sedevano infatti Jack Nicholson,
Joni Mitchell e Bob Dylan! Mio fratello ed io cercammo di seguite la station
wagon azzurra di Dylan quando se ne andò, ma lui ci seminò
rapidamente. E poi lo scorso anno al Festival Jazz di Montreaux pensai
che finalmente potevo avere la mia chance per salutarlo o dirgli grazie
o qualcos'altro, perche' un mio vecchio amico, Tony Garnier, suonava il
basso con lui.
Dopo lo spettacolo corsi nel backstage ma lui si era
già dileguato nella notte.
Cosa mai gli avrei detto? Non lo so. Mi chiedo se abbia
mai sentito parlare di me o della mia musica, forse no.
E più significativamente cosa mi avrebbe detto
lui? E' famoso per essere un uomo di poche parole;
ho sentito dire che andava a trovare Dave Stewart a casa
sua e non diceva due parole per tutto il giorno al di fuori di ciao e arrivederci.
Rimane, di fatto, l'unico uomo con un po' di mistero
tra quelli chè abitano sul Monte Olimpo delle celebrità del
rock.
Jagger potrà avere la sua popolarità ma
non la sua importanza e Springsteen potrà avere il suo carisma ma
non il suo mistero. Io, d'altra parte, sono quasi alla sua stessa altezza
(ah,ah!). Ma cosa può mai sapere realmente qualcuno di noi su come
ci si sente a svegliarsi ogni mattina ed essere Bob Dylan?
Npn molto davvero.
Recelntemente una raccolta di dischi e una biografia
hanno permesso a noi fans di gettare uno sguardo approfondito sia nella
vita privata che nella carriera artistica di Bob Dylan. Il libro si chiama
Dylan: Behind The Shades, scritto da uno dei suoi più accreditati
fans, l'inglese Clinton Heylin, che sembra aver consacrato larga parte
della sua vita al mito di Bob Dylan.
E' innfatti l'editore di The Telegraph una rivista inglese
completamente dedicata a qualsiasi cosa Dylan faccia e pubblicata quattro
volte l'anno.
Per quanto riguarda la musica invece, la Sony ha pubblicato
The Bootleg Series, una raccolta di tre cd di materiale inedito (anche
se largamente disponibile su bootleg) che copre i 30 anni di carriera discografica
di Dylan.
Sia la biografia che i dischi si presentano come affascinanti
documenti della vita e della carriera di uno dei pochi veri geni del rock'n'roll.
Behind The Shades è particolarmente interessante
perche' tratta della vita di Dylan dopo il suo leggendario incidente di
moto del 1967 e comprende gli anni della sua conversione religiosa fino
al Never Ending Tour, che è cominciato ormai alcuni anni fa. Le
precedenti biografie avevano soltanto toccato superficialmente questi importanti
periodi della sua vita e della sua arte.
Heylin ci racconta anche con molti dettagli, ma molto
rispettosamente, la storia del matrimonio di Dylan con Sarah Lowndes senza
cadere nel pettegolezzo e senza maldicenze. Quello che mi è piaciuto
di questo libro è che riesce a fare una analisi più approfondita
dell'uomo nato a Hibbing nel Wisconsin, che ha cambiato il suo nome in
quello di Bob Dylan e che ha cambiato la musica del mondo, avendo comunque
il massimo rispetto per il suo lavoro fino ad oggi, il tutto esaminato
da un punto di vista critico.
Come io stesso scrissi una volta in una recensione di
The Basement Tapes quindici anni fa, dal momento che un artista è
diventato "importante" l'unica cosa che gli resta da fare è cercare
di capire in quale punto - più o meno - del suo lavoro poggi quella
importanza, solo questo conta.
La grandezza in ogni arte richiede una dedizione totale;
spesso a discapito della vita personale dell'artista e di quelli intorno
a lui. Ma per quello che possiamo sapere da Behind The Shades Dylan ha
protetto la sua famiglia e se stesso il più possibile dai riflettori
accecanti del desiderio del pubblico, avido di pettegolezzi e dicerie.
Visto che io stesso ho avuto qualche volta un gruppo,
ho trovato interessante leggere di come Dylan abbia gestito nel tempo il
suo vasto assortimento di musicisti per le tournee. Quel che ne viene fuori
è in realtà una ben strana situazione: Heylin racconta di
come certe volte Dylan non dica neanche una parola alle prove per giorni
interi e di come poi durante gli spettacoli spesso suoni canzoni mai provate
e cambi tonalità e tempo in maniera selvaggia alle canzoni che invece
sono state provate.
Sembra quasi che i musicisti servano a Dylan allo stesso
scopo con cui Picasso adoperava tele, pennelli e colori - strumenti della
sua arte - e niente di più.
Lui fa un ben piccolo investimento emozionale su coloro
che certe volte colorano le sue canzoni in maniera così brillante.
Dylan: Behind The Shades , sebbene simile nello scopo
e nella lunghezza alla recente e velenosa biografia di Picasso intitolata
Picasso: Creator And Destroyer, riesce a creare il ritratto di una persona
se non più piacevole almeno più comprensibile di quanto invece
si riesca a fare con Picasso.
Dylan sembra aver mantenuto ben salda la sua privacy
e costante il legame con i suoi figli.
Non si può certo dire lo stesso di Picasso, che
non voleva parlare con qualcuno dei suoi figli negli ultimi giorni della
sua vita. Ho spesso paragonato Dylan al padre dell'arte moderna, dicendo
che Dylan è in
realtà il Picasso del rock'n'roll (affermazione
in verità fatta per la prima volta da Leonard Cohen) e come tale
si porta sulle spalle un grave fardello di storia, ne sono sicuro, ogni
volta che entra in uno studio di registrazione o sul palco di un concerto.
Ha stabilito presupposti di consapevolezza sia artistici
che sociali come nessuno in precedenza. E' studiato nelle università
accanto a tutti i maggiori poeti americani. Tra i suoi fans c'è
il grande poeta americano (forse il migliore vivente) Allen Ginsberg.
E non stupisce il fatto che abbia ispirato innumerevoli
altri cantautori; alcuni del quali hanno persino ricevuto la corona di
"nuovo Bob Dylan", qualche volta decisamente scomoda da portare.
Ma in retrospettiva, quale grande maledizione è
stata essere etichettati "Nuovi Bob Dylan"?
All'inizio degli anni '70, Bruce Springsteen fu un acclamato
membro di quel club insieme a Louden Wainwright III, John Prine, e più
tardi Willie Nelson e Steve Forbert. E' una delle definizioni tipo prediletta
dai critici rock a corto di etichette, ma è un titolo falso, senza
alcun significato in realtà.
Non esiste una cosa del tipo "Il Nuovo Qualcuno". Forse
gli Stones erano i nuovi Chuck Berry? O i Beatles i nuovi Little Richard?
O Suzanne Vega la nuova Joan Baez?
Dylan stesso fu chiamato il nuovo Woody Guthrie all'inizio
della sua carriera, ma fortunatamente la fama popolare di Guthrie non raggiunse
mai un considerevole successo commerciale, così che quando Dylan
fu preso dalla esplosione del folk dei primi anni '60, pochi tra il pubblico
che comprava i suoi dischi, avevano sentito parlare di Woody Guthrie, e
difficilmente sarebbero riusciti a scoprire chiari esempi del suo stile
in Dylan.
Di tutti i "Nuovi Bob Dylan", Springsteen è riuscito
a superare il successo commerciale di Dylan ed è stato anche scelto
per presentarlo alla cerimonia della Rock'n'Roll Hall Of Fame. Per quel
che riguarda il resto di noi... beh, quasi tutti i "nuovi Dylan" di cui
ho sentito parlare continuano a fare musica nonostante l'idea preconcetta
di una industria che ancora considera quel titolo un handicap, anche se
Bruce Springsteen ne ha dimostrato tempo fa l'erroneità.
Ma se nessuno di noi è più il "nuovo Dylan",
e questo è certo, l'ispirazione che questo incredibile poeta-menestrello
americano del ventesimo secolo ci ha dato ci è servita molto, io
credo, perche' continua ad essere la misura a cui fare riferimento nell'
esaminare ìl nostro lavoro.
Regge bene il confronto con il maestro? Bene, allora
può andare! Ma potrà mai ogni "nuovo Bob Dylan"
superare la storica importanza dei suoi capolavori Like
A Rolling Stone, Blowin' In The Wind; Tangled Up In Blue? Ne dubito.
I tempi sono già cambiati e non ci sono indicazionì
per tornare verso casa. Dylan stesso nei suoi ultimi album ha rivolto poco
meno che un richiamo alla battaglia, piuttosto che suonare le campane della
imminente apocalisse. Negli anni '60 gli schieramenti erano ancora ben
delineati tra i contestatori e i conformisti, ma da allora in poi le acque
si sono intorpidite parecchio; è l'età dei computer e tutto
al giorno d'oggi è cosi' complicato.
Oggi siamo tutti dei Mr.Jones. Guardate per esempio Born
In The USA di Bruce Springsteen. C'è mai stata una canzone più
fraintesa e per giunta di un cantautore che aveva ereditato da Dylan il
dono della chiarezza simbolica? Qui in Europa molte persone la considerano
un inno pro-Reagan, mentre niente potrebbe essere più lontano dal
vero. Ai concerti di Bruce negli States sventolano forse bandiere americane?
Per che cosa e per (o contro) chi? Lo rinuncio a capire. Ma debbo anche
ricordare che Blowin' In The Wind , con tutto il suo simbolismo, fu chiaramente
compresa da ognuna delle due parti dello schieramento a quei tempi.
Per quel che mi riguarda non faccio molte incursioni
nel territorio della consapevolezza sociale, dove alcuni cantautori invece
osano avventurarsi. Nel 1980 scrissi una canzone che si chiamava The Fall
Of
Saigon e tutti, nell'industria discografica americana,
mi dissero che nessuno in America voleva sentir parlare dei Viet-cong.
Canzone giusta, momento sbagliato. E, per quel che posso
capire, questa è la storia di molti dei "nuovi Bob Dylan". Artisti
giusti, periodo sbagliato.
Mi sono sempre particolarmente interessato alle tecniche
di registrazione di Dylan, sebbene raramente ho potuto trovare produttori
o musicisti che poi assecondassero le mie idee in merito. Dylan si affida
a registrazioni dal vivo, con poche sovraincisioni, e detesta fare più
di due volte la stessa canrone.
Riscrive le canzoni nello studio e poi le cambia nuovamente
mentre
le canta nei concerti.
E questo mi dà un fastidio tremendo le volte che
lo vado a sentire, ma in qualche modo mi ricorda il poema epico di Walt
Whitman Leaves Of Grass che conobbe numerose versioni ed edizioni, tutte
accettabili.
Le canzoni meritano più di una vita, no?
Ascoltando i dischi delle Bootleg Series è sorprendente
immaginare che la versione acustica a tempo di valzer di Like A Rolling
Stone si sarebbe presto tramutata nel maestoso inno circense del diseredato,
che da quel primo colpo di bordo rullante tutti noi cominciammo quasi a
marciare a ritmo simbolico.
Ma perche' mai dovrei io scrivere di Bob Dylan? Perche'
dovrei fare promozione alla sua carriera? È forse il mio debito
per essere stato un eminente membro del club dei "nuovi Dylan"?
Ho appreso con sorpresa, leggendo il libro, che Dylan
una volta ha suonato Dancing In The Dark di Bruce durante un concetto.
Ancora ricordo il suo sarcascico commento all' allora
boss della CBS, Clive Daves, dopo aver visto Springsteen suonare in un
piccolo club del Village. "Di' a Bruce di non consumare tutte le sue parole"
fu il commento di Dylan ad una grande esibizione. Ma forse proprio io e
tutti gli altri "nuovi Bob Dylan" ci meriteremmo un po' di riconoscenza
per averlo fatto tornare in azione dopo il non panicolarmente ispirato
periodo di Nashville Skyline e di Self Portrait. Dopo tutto, quando il
mio primo disco fu pubblicato, nel 1973, Dylan era da parecchio assente
dalla scena prima di ricomparire di li' a poco con due capolavori come
Blood On The Tracks e Desire. Può essere che avesse sentito il fiato
caldo di un affamato branco di "nuovi Bob Dylan" alle sue spalle, che cercavano
di superarlo?
Ma, non c'è bisogno di dirlo. Bob Dylan è
ancora sulla breccia, cinquant'anni com'piuti, ancora in tournee, con ancora
nuovi grandi dischi come Oh, Merry. Non consideratelo mai finito, e per
la stessa ragione non considerate finiti tutti i "nuovi Bob Dylan". John
Coltrane una volta disse: "Senza Louis Armstrong - nessun Coltrane".
Senza Picasso nessun Dalì.
E senza Dylan nessun Murphy. E così via.
MAGGIE'S FARM INTERVISTA
ELLIOTT MURPHY
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