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From a great white wonder
to the official bootleg
di Paolo Vites
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L' apertura degli 'archivi' di Bob Dylan (questa fraseologia mi fa venire in mente gli archivi di stato, i segreti di 'gladio' o chissà cosa) ha suscitato uno scalpore degno di un piccolo terremoto. Così come la decisione di Paul McCartney di rendere ufficiale un concerto appena bootlegato che aveva avuto luogo poco tempo fa a Barcellona.
Forse alcuni artisti hanno capito che molto del loro materiale che giace nei cassetti ha un valore degno di essere pubblicato, o più semplicemente pensano che è possibile guadagnare qualcosa in più, sapendo che dopo la loro morte (basta vedere quel che succede a Elvis o Jimi Hendrix) questi cassetti saranno comunque svuotati.
Un certo Meador, autore di una storia dei bootleg, fa risalire la loro prima apparizione addirittura all'inizio del secolo, quando l'editore della Metropolitan Opera di New York ricevette da T. Edison un registratore a cilindro. Costui notò con stupore che, sebbene tenesse la macchina lontana dal palco e avesse dei limiti di tempo (il suo cilindro girava per pochi minuti) poteva registrare ciò che voleva.
Fu data così a gente comune e a collezionisti la possibilità di ascoltare performance, cantlanti, artisti che non sarebbero mai ap'parsi su registrazioni ufficiali.
Ma il disco che ufficializzò l'era rock dei bootleg fu il famoso Great White Wonder di Bob Dylan. Questo doppio album originalmente uscì in una busta bianca senza titolo ne' marca. Fino a che i dischi non ebbero il copyright dell'FBI negli USA (15 febbraio del 1972), il Great White Wonder ebbe più distribuzione di qualunque bootleg del giorno d'oggi, anche se sostenere che abbia venduto oltre 350.000 copie non è molto verosimile. È interessante notare che quando la Columbia fece uscire il disco ufficiale che conteneva gran parte del materiale di GWW (The Basement Tapes nel '75), esso vendette altrettanto bene.
Al giorno d'oggi (dove la qualità di certe registrazioni è pari a quelle ufficiali) un bootleg si stampa negli USA in circa 1000 copie, in Europa (dove gli italiani producono alcune delle cose più interessanti) tra le 500 e le 1000 copie, e poche centinaia in Giappone.
The bootleg series contiene più di una piccola gemma anche se la gran parte det materiale era già conosciuta. Ma finalmente anche il gran pubblico, la critica e gli addetti ai lavori hanno in mano qualcosa che permette di giudicare la gran mole di materiale che Bob Dylan produce, qualcosa, pare, come due o tre canzoni al giorno. Interessante è anche notare il suo metodo di lavoro. Canzoni scritte e poi magari anni dopo (è il caso di Tight Connection To My Heart che era stata registrata in una prima grezza versione durante le session di Infidels nell'83 e ripresa nell'85 su Empire Burlesque).
O il sintomatico caso di Blood On The Tracks, di cui esiste una prima originale stesura, del settembre' 74.
Questa prima versione (molto bella, come si può ascoltare) non lò soddisfò ("credevo che le canzoni avrebbero potuto suonare diverse, migliori"). Sebbene Blood sia uno dei suoi migliori lavori, la prima versione non era da meno.
Questo la dice lunga sull'enorme stimolo creativo che accompagna la sua produzione, cosa che viene regolarmente dimostrata sul palco, allorche' Dylan riscrive spesso quasi completamente le sue canzoni, sia musicalmente che nei testi. Chi ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo parecchie volte, si è potuto rendere conto di come esistono oramai due o tre versioni per ogni suo disco, per ogni sua canzone. È probabilmente un caso più unico che raro nella storia dei musicisti contemporanei. Una volta Dylan disse che era rimasto molto colpito dal modo di lavorare di Miles Davis, quel suo cominciare a suonare qualcosa, smettere, uscire dal palco, tornare e ricominciare.
In effetti, lo sperimentalismo di Dylan a volte ricorda un certo modo di fare dei musicisti di jazz.
In questo senso persino i famosi pezzi della svolta elettrica vivono di una doppia vita, in quanto non solo i brani acustici di Dylan si prestano a delle smaglianti versioni elettriche (basta vedere ciò che hanno fatto i Byrds con tanti suoi brani) ma anche le versioni elettriche hanno una grande resa acustica (è il caso di Subterranean Homesick Blues). Un autentico shock per tutti,
dylanologi compresi, è stata la comparsa di Farewell Angelina, che tutti ritenevano non fosse mai stata registrata da Dylan.
Ma nessuna canzone ha causato più perplessità di Blind Willie Mc Tell, rimasta finora esclusa da qualsiasi registrazione ufficiale. È probabilmente una delle più belle cose mai scritte da mr. Zimmerman, di cui esiste anche una versione elettrica con il gruppo, sempre nelle session di Infidels.
Le ragioni per cui Dylan decise di non metterla sul disco non saranno mai chiare.
"Non è mai andata bene per me. Non è mai andata nel senso che avrebbe dovuto avere", questo e' quello che disse una volta. Probabilmente quello che è più vero, e che succede ai grandi artisti, è che quando si butta fuori tanta parte di sè in una semplice canzone, si ha paura a lasciare il proprio cuore sotto gli occhi di tutti.
When The Night nella vigorosa versione qui suonata con Little Steven e Roy Bittan e Series Of Dream ("un fantastico, turbolento pezzo che avrei voluto mettere sul disco... ma lui ebbe l'ultima parola", ha detto Lanois) sono la prova più evidente della validità di questo cofanetto, che ci ha dato la possibilità di ascoltare per la prima volta in maniera ufficiale sconosciute grandi cose di questo controverso piccolo-grande uomo.
"Non mi sto fermando" disse poco tempo fa a Robert Shelton. E come dice John Bauldie alla fine del book che accompagna il cofanetto: "... continua a scrivere, continua a registrare, continua a suonare dal vivo, continua a lasciare perplessi e ad affascinare... non c'è nessuno come lui. Quelli di noi che hanno partecipato al viaggio sono stati davvero fortunati.
E lui non si è ancora fermato!".
Paolo Vites

da "Bob Dylan - 50th Anniversary 1941 - 1991" (Quaderni del disastro - Supplemento al n. 165 - ottobre 1991 - della rivista Il Mucchio Selvaggio)
 



 

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