"Con il genio del folk-song
una notte e un'alba
a Greenwich Village
e Long Island..."


...Sarebbe così bello cominciare i giorni con poesia...

(Bob Dylan)


New York, settembre
"Non sono il maledetto che tutti credorio... per la semplice ragione che la maledizione non sta nelle cose che dico e faccio, ma al di fuori di me, nella vita, nel mondo": questo, Bob me lo dice alle cinque dalla mattina, al tavolino dal Gas Cafè a Greenwich Village, una specie di quartiere generale dal quale lui, qualche anno fa, ha iniziato la marcia alla conquista del mondo.
Fa freddo, in questa saletta ormai quasi buia: Bill, il cameriere pellerossa, sta sistemando le sedie una sull'altra, Joe il pianista negro fuma il suo sigaro e ogni tanto appoggia sonoramente la mano sulla tastiera.
Margie, la ragazza inglese che si è trasferita qui un anno fa e ci ha messo le radici, beve la sua spremuta di arancia.
E' la fine di una notte come tante e Bob ha voluto passare qui tutte queste ore, non ha parlato quasi mai, ha solo detto qualcuna delle sue frasi, ha letto a lungo il libro con le poesie di Ferlinghetti, uno dei santoni beat, ha fumato due soli sigari.
Io l'ho lasciato fare perche so che Bob in queste occasioni bisogna lasciarlo fare. Che dopo esploderà come un fuoco artificiale; lo ha scritto anche Buchwald, sul Time, qualche settimana fa quando gli ha dedicato quel profilo che tutti, qui, hanno letto.
La faccenda della maledizione era nell'aria, perchè durante lo spettacolo che al Gas Cafè si svolge fra le due e le tre, Bobby Hebb, un cantante negro R & B che sta in classifica da qualche settimana, non ha cantato "Sunny", il suo successo attuale, ma una gragnuola di canti di protesta del sud fra i quali c'è "Lynch Me" e "Strange Fruit", il famoso tune di Billie Holiday (strange fruit = strano frutto, l'impiccato che pende dall'albero, il negro linciato).
A quei canti, Bob aveva alzato vivacemente la faccia dalla pagina di Ferlinghetti e aveva approvato, poi brontolato qualche cosa e soltanto ora pare rimuginare le parole delle canzoni di Hebb.

Una strada senza fine
"Vedi, quando uno si mette su questa strada - dice - non sa mai come va a finire: si può anche sbagliare, come qualcuno di nostra conoscenza, tipo Barry McGuire, oppure si può avere fortuna, come è successo a me e a Joan. Poi ti chiedi - se per caso è stato tutto voluto, se tu nel tuo subcosciente non hai fatto questo per guadagnare tanti milioni. Ti quardi indietro e vedi miseria, ti guardi attorno e gli occhi ti.fanno male per tutto l'oro nel quale sembri affogare..."
Bob ora si alza, mi fa un cenno, lancia un saluto gutturale a Bill, a Joe, a Margie e mi sussurra: "andiamo a prendere l'aria del mare e a vedere sorgere il sole..."
Lo seguo, la piccola strada scende verso Broadway, c'è un mucchio di spazzatura all'angolo, proprio dove è parcheggiata la mia Oldsmobile. Bob la guarda e grugnisce, poi indica la sua moto, una formidabile Harley Davidson 1500 con quattro fari lucidi e una sirena, come quelle della Stradale, che fanno fermare i ragazzini, occhi sbarrati.
"Ora non va bene, quella, andiamo in macchina fmo al mare".
E lui annuisce, l'idea gli va bene, sorride e risponde: "Ci imborghesiamo, ma tanto che cosa importa? ...tutto va in malora lo stesso...".
Il mare glù dove si confonde con l'Hudson, e non sai se è ancora mare o se è già fiume, è livido, la spiaggia di Long lsland è naturalmente deserta, percorsa da un vento teso, leggero, e Bob tenta un accenno di corsa.

Un poco di natura che ci consente New York
Poi si volta e ride: "Ho dimenticato da tempo la vita all'aria aperta: questo nostro lavoro - si getta nella sabbia - però ha i suoi lati positivi. Ma che cosa diavolo sto dicendo, senti siediti anche tu qui, e guardiamo quel poco di natura che ci consente New York. Vedi i gabbiani, il mare, le chiatte, i rimorchiatori? E' tutta natura questa, fa parte del paesaggio: una volta avevo scritto una poesia su questo. Nervi a fior di pelle, diceva la poesia, e gabbiani a volo sul mare, fumo nel mio cuore, nebbia nel cervello, brividi nei polmoni intossicati da questa civiltà. Che ne dici? Ti pare una buona poesia? Avevo tredici anni allora e avevo appena lasciato il collegio, ancora non sapevo che sarei diventato Bob Dylan, tutti mi chiamavano Zimmerman, come un vecchio ebreo tedesco. Se fossi stato in Germania, in quegli anni famosi, sarei finito bruciato anche io: ho ricevuto una letterina, qualche giorno fa che diceva testualmente: "sei uno sporco ebreo, è ora di finirla, tu finirai bruciato come tutti gli altri della tua sporca religione e della tua sporca terra... bruciato in una di quelle che tu chiami sporche guerre". Avrei voluto rispondere a questo tipo, che ha anche firma:to, per fortuna, ma poi ho pensato che era inchiostro sprecato.
E poi in fondo lui ha avuto il coraggio: ma gli altri? Mi guardo attorno e vedo gente che ride e grida per quello che faccio, dico e penso. C'è anche chi giura di essere d'accordo con me e poi mi spara addosso perchè mi faccio pagare venti milioni a un concerto, come a Parigi, e io a tutti dovrei rispondere che con il mio nome impresari, industriali, commercianti, agenti fanno milioni più di me? Ma neanche per sogno, mi chiudo e non reagisco: e allora saltano fuori quegli altri e tirano in ballo la droga LSD e cose del genere: io dico che tutto il mondo praticamente è drogato, che cosa è il tabacco? Che cosa è il caffè? Non sono forse droghe? E fanno bene? E l'alcool? Il fatto è che con queste droghe, tabacco, caffè, alcool, i governi, le grandi industrie, i grandi affaristi sono riusciti a creare monopoli, guadagnandoci cifre favolose e nessuna legge le condanna.
La propaganda, non è forse droga e la più terribile? Guarda che cosa montano contro i negri appena uno di essi è coinvolto in un omicidio, e guarda che cosa fa la propaganda quando c'è di mezzo una guerra. In Vietnam, per esempio, non c'è nulla di più lontano e di insignificante per il cittadino medio americano: fino a qualche anno fa gli americani di Detroit, di Chicago, di Dallas, di San Francisco, ignoravano quasi tutti l'esistenza del Vietnam, ora la propaganda ha inventato il problema asiatico e tutti ci si buttano addosso con rabbia e vanno laggiù a sparare, gettare bombe, bruciare con il napalm. Poi dicono che sono antinazionale, che sono nemico della patria, e che da un ebreo non c'è da aspettarsi di meglio... be', è meglio mettersi a ridere e pensare a quei gabbiani...".
I gabbiani volano e gracchiano, uno spiraglio di sole nasce dal mare, l'ombra dei grattacieli alle nostre spalle è meno livida, meno nebbiosa, il rombo e la sirena della metropolitana passa sotto di noi.
Bob ora si è sollevato dalla sabbia e se la scuote di dosso: si stropiccia gli occhi, passa la mano nei capelli arruffati.
"Comincia un altro giorno - dice - sarebbe così bello cominciare con poesia, con il sorriso, con dolcezza e invece..."
Un rimorchiatore arranca verso il fiume, il ponte di Brooklin all'orizzonte è una sagoma minacciosa e incombente.
Jack Moody

da "CIAO AMICI" N. 33, 21.9.1966



E' UNA PRODUZIONE
TIGHT CONNECTION