Nella splendida cornice del Belvedere di San Leucio, mercoledì
sera ha debuttato 'Modi'...Maudits - I maledetti del '900', spettacolo
scritto a quattro mani da Nunzio Areni e Alfredo Saitto. L'idea nasce come
ideale proseguimento della mostra-evento su Modigliani e gli artisti di
Montmartre e Montparnasse; partendo proprio dalla sofferenza pittorica
del pittore livornese lo spettacolo messo in scena si pone come una sorta
di percorso basato sul ribaltamento di suggestioni sonore e visive, dove
la parola e la musica perdono gli ineluttabili riferimenti temporali, in
un gioco di modernizzazione del passato e secolarizzazione del presente.
Sul palco due grandi orchestre dirette da Pino Jodice
e Antonello Paliotti, una a destra e l'altra a sinistra del palco. Al centro,
loro, i tanti protagonisti di «Modì Maudits» ovvero
i Maledetti del '900; in un'ideale staffetta tra musica, prosa e poesia
si sono alternati, tra gli altri, Alessandro Haber, Sergio Rubini, Marina
Tagliafierri, Monica Scattini, Stefano De Sando, Tito Schipa Jr, Gianni
La Magna, Grazia Di Michele, Stefano Costa. Si attraversa la disperazione
di Billie Holiday o di Janis Joplin, le cupe visioni di Edgar Allan Poe
o di Pierpaolo Pasolini, le sognanti idealizzazioni di Rimbaud, la poetica
acida e visionaria di Bob Dylan. Va così in scena uno spettacolo
che come un vasto contenitore a scatole cinesi si apre in tutta la sua
multimedialità svelando un mondo poetico e artistico da molti dimenticato
o peggio ignorato. Attori, cantanti e musicisti hanno raccontato la vita
pericolosa di chi "non ci vuole stare", di quelli che hanno urlato ferocemente
o timidamente sussurrato il proprio male di vivere Poeti e artisti maledetti,
trasgressioni e violenza, emarginazione, amore e morte, 'Mal devivre' e
'Spleen', hanno fatto da base narrativa per una suggetiva messa in scena.
Lo spettacolo parte con
Closer to you una coinvolgente introduzione
strumentale a firma di Pino Jodice, mentre sullo sfondo scorrono i dipinti
e le sculture di Modigliani, la musica diviene così complementare
alla pittura contaminata e straniante del livornese. Le luci si abbassano
e un fascio di luce illumina sulla sinistra una finestra del cortile che
ospita il Teatro dei Serici, seduto sul davanzale c'è Stefano De
Sando che recita il primo monologo dal titolo "Io sono Modì"
; la sua recitazione è a dir poco coinvolgente, e lo sarà
sempre durante il corso dello spettacolo, ma qui si nota chiaramente come
riesce ad interiorizzare il personaggio da lui interpretato lasciando trasparire
quella velata drammaticità che è stata poi alla base dello
stile pittorico di Modigliani.
Sul palco con impressionante consequenzialità
scenica, salgono Grazia Di Michele che interpreta Vade Retro, Sergio
Rubini in una sentita lettura di "A Colei che è troppo gaia"
di Baudelaire e Gianni LaMagna che rilegge magicamente un Lieder di Schonberg.
Sale poi sul palco Alessandro Haber, che gela il sangue con una sofferta
lettura di Prima dell'Aids di Charles Bukowsky; la sua forza espressiva
fa in modo che sembri di assistere ad uno di quei tanti reading poetici
che lo stesso autore americano era solito tenere nelle librerie di periferia
quarant'anni prima. La rilettura strumentale, in una eclettica ed inedita
versione jazzata, di Like A Rolling Stone di Bob Dylan è
segno che stiamo per entrare nel cuore dell'America, dove la penna acida
e la chitarra del menestrello di Duluth svelano quel mondo di tradizioni
e suggestioni che hanno caratterizzato sempre la sua poetica. Mentre Like
A Rolling Stone si chiude in un tripudio esaltante di fiati sale sul palco
Tito Schipa Jr., cantautore italiano celebre per aver inciso Dylaniato,
un album intero con canzoni di Dylan da lui tradotte in italiano, che recita
Pensieri
recenti su Woody Guthrie (Last Thoughts On Woody Guthrie) una poesia
scritta da Dylan per il celebre folksinger americano e spesso recitata
dal vivo nei primi anni sessanta. "Quando la tua testa si distorce e la
tua mente è stordita. Quando pensi di essere troppo vecchio, troppo
giovane, troppo scaltro o troppo muto".
Queste parole non possono che trasmettere un brivido
che lentamente ti trascina nei meandri di quella poetica densa di significati
nascosti, man mano che la poesia va avanti si viene lentamente risucchiati
in un'atmosfera unica e questo grazie anche alla sapiente traduzione di
Tito Schipa Jr. che qualche decennio fa tradusse buona parte dell'opera
di Dylan. Dopo la lunga e coinvolgente poesia dylaniana, torna in scena
Stefano De Santo, questa volta nei panni di un Dylan che racconta della
forza di resistere alle continue denigrazioni e del suo non voler essere
un mito. Il mondo dei poeti maledetti comincia a svelarsi al pubblico di
San Leucio, quando Tito Schipa Jr. propone la sua versione in italiano
di Masters Of War di Bob Dylan, I signori della guerra, anche questa
rivisitata in chiave jazz dalla band di Pino Jodice, l'esecuzione è
davvero particolarissima, non solo per l'inedita veste musicale ma anche
per l'interpretazione del cantautore romano, che nonostante l'amplificazione
riesce a tenere testa ad una big band e non è poco.
Dagli States si passa alla Francia con Bruxelles
di Verlaine e poi al Brecht di Barbara Song tratta da "Opera da tre
soldi". Il percorso della poesia maledetta tocca anche l'Italia, ecco
allora una bella rivisitazione in chiave jazz di Bocca di Rosa di
De Andrè ad opera di Stefano Costa, che dimostra di essere oltre
che un ottimo cantante anche un eccellente uomo da palcoscenico; si fa
un passo in dietro toccando ancora la Francia con "Benoit Misère"
di Leo Ferrè recitata da Sergio Rubini a cui segue una bellissima
versione di Marcia Nuziale (versione in italiano di De Andrè
di Marche Nuptial di Brassens) cantata da Grazia di Michele, insieme all'ensamble
diretto da Antonello Paliotti.
Lasciando le atmosfere francesi si ci imbatte nel lato
selvaggio di Edgar Allan Poe e di Lou Reed, entrambi accomunati dalla cruda
rappresentazione della realtà, vengono così alla luce "Un
sogno in un sogno" di Poe recitato Monica Scattini e Walk On Wild
Side, prima recitata in italiano da Stefano De Sando e poi cantata
da Shawn Monteiro, che nel corso della serata raccoglierà applausi
a scena aperta per le sue sentite e struggenti interpretazioni. La prima
parte dello spettacolo va verso la fine, ma uno spiraglio di luce giunge
ancora una volta dall'America, viene rievocata Billie Holiday dalle parole
di Tony Scott, interpretato da Stefano De Sando, e per la seconda volta
la voce di Shawn Monteiro viene applaudida per una magica interpretazione
di God Bless Child della cantante jazz americana. Il destino drammatico
e maledetto di Billie Holiday diventa luminoso e nell'interpretazione della
Monteiro assume contorni che sanno non di semplice omaggio ma di completo
amore per la cantante jazz americana. Prima della fine viene gettato uno
sguardo anche sul mondo dei giovani contemporanei, quelli che popolano
i centri sociali, quelli che qualche tempo fa furono etichettati come generazione
X, oggi il ricordo di qualche anno fa si fa meno oscuro, e si prende coscienza
che quelle proteste che allora potevano sembrare insensate oggi sono gonfie
di realtà. Ed ecco allora un bella versione di Curre Curre Guagliò
ad opera di Gianni La Magna che la rilegge in chiave quasi balcanica con
l'aiuto dell'ensamble di Antonello Paliotti. La seconda parte dello spettacolo
si apre con la figura di Jim Morrison, rievocata da una versione strumentale
del grande classico dei Doors "Light My Fire" e dalla poesia "Ode
a Brian Jonesdeceduto" recitata da Tito Schipa Jr. Si torna alla Francia
di Baudelaire e di Serge Gainsburg, e mentre si fa sempre più pressante
la presenza femminile di Janis Joplin, la cui voce blues è diventata
una delle icone di quella che è stata la Woodstock Generation. La
sua portata autodistruttiva, la sua maledizione rivive nelle sofferte rivisitazioni
di Mercedes Benz e Summertime Blues, quest'ultima arricchita
da richiami alla versione strumentale di Miles Davis resa unica nel suo
incedere incredibilmente jazz ma anche dalla voce di Shawn Monteiro a dir
poco da brividi. Seguono Leider di Stravinsky e poesie di Brecht, Panagulis
e ancora Baudelaire, che è da sempre considerato il padre della
poesia maledetta. Il finale è riservato all'Antologia di Spoon River
di Edgar Lee Master, di cui a turno tutti gli attori recitano un breve
epitaffio. Assolutamente da brividi "La Collina" interpretata da Tito Schipa
Jr. che rievoca non solo il celebre autore americano ma anche il nostro
Fabrizio De Andrè che da questa poesia prese il titolo dell'album
Non Al Denaro Non All'Amore Nè Al Cielo, che era appunto ispirato
all'opera del poeta americano. Insomma uno spettacolo indimenticabile;
la speranza è quello di vederlo in tour presto, tuttavia sarà
difficile per problemi legati ai tanti celebri artisti che vi hanno preso
parte, resta senza dubbio un ottimo ricordo di questa riuscita esperienza
nata dalla penna di Areni e Saitto, che hanno magistralmente mescolato
arte, musica e poesia in uno spettacolo davvero senza precedenti.
INTERVISTA A
TITO SCHIPA JR.

1. Signor Schipa, come nasce il progetto Modì Maudits?
L'idea è di Alfredo Saitto
e Nunzio Areni che sono coloro che hanno ideato e
messo in piedi lo spettacolo, io
sono stato coinvolto, so poco di come è
nata ma conosco bene Alfredo Saitto
che era un giornalista che scriveva per
il Tempo, uno dei pochi giornalisti
che è stato sempre dalla mia parte e non
sono stati tanti. Quando gli è
venuta un'idea un po' pazza come questa ha
pensato a me, non a caso forse.
E' un modo per riavvicinarci, credo che
faremo altre cose insieme.
2. Cosa intende lei per maledizione, poeticamente parlando?
La maledizione non esiste, è
nello sguardo degli altri, non credo ci sia
nessuno che crede di essere maledetto,
o che scrive pensando di essere
maledetto. Tutti sono dolci, spontanei
e teneri, poi ogni tanto esagerano un
po' in franchezza, perdono un po'
di discrezione e comunicano delle emozioni
troppo forti. Le emozioni troppo
forti sono pericolose e fanno male, e molta
gente non le sopporta e quindi
pensa alla maledizione.
3. Dylan ha rappresentato per lei un importante
punto di riferimento; quanto
può essere definito maledetto, alla luce anche
del suo periodo religioso e
soprattutto della portata universale e spirituale di
alcuni suoi testi?
Io quando penso a Dylan spirituale
non penso mai al periodo religioso. Il
periodo religioso credo sia stato
per Dylan il periodo più spento ma non
perché era religioso ma
perché non lo era in quel momento. Nel momento in
cui si chiuse in quella dimensione
religiosa ha perso il suo graffio.
Secondo me c'è più
spiritualità in canzoni come I Shall Be Released, in cui
la spiritualità è
oggettiva, laica, panica. Ad esempio Chimes Of Freedom è
una preghiera disperata bellissima
che non conosce eguali. Quindi non è
nella dimensione religiosa finta
che vedo Dylan come poeta maledetto buono.
Il maledetto buono di Dylan è
rappresentato dalla sua poesia per le persone,
per come ha saputo vedere la gente
da vicino. E' un ritrattista incredibile,
cosa che molte persone non sanno
e non vogliono vedere.
4. Anche nel periodo così detto del fantasma
dell'elettricità, quello dal 65
al 66 degli album Highway 6 Revisited e Blonde on Blonde,
secondo me c'è qualcosa in
più rispetto a quella che è la tematica
del poeta maledetto. Lei come vede
quei testi?
La tematica del poetica maledetto
è una sua tematica personale talmente
personale che risulta scomoda al
punto da essere definita maledetta. Questo
è senz'altro il periodo
più bello e l'elettricità conta fino ad un certo
punto. Ricordiamoci che Dylan è
soprattutto uno che scrive, come suoni i suoi
testi è relativo. Quello
che hai indicato è secondo me il periodo più bello,
quello che mi ha sconvolto, parlo
di canzoni come Sad Eyed Lady Of Lowlands.
Mai abbiamo sentito cose simili
nel novecento.
5. Le piacerà anche Highlands da Time Out
Of Mind, che è più o meno sulla
stessa falsa riga?
Recentemente l'ho perso di vista,
io sono rimasto legato a quel periodo. Non
sono diventato maniacale, una volta
che si è perso quell'entusiasmo degli
anni sessanta, l'ho seguito tecnicamente
solo per tradurlo tutto ma il mio
Dylan è quello di quelle
incredibili volate, di quei primi piani che fanno
una sorta di Dolly cinematografico
che dal primo piano di una persona, di un
dettaglio colgono un significato
universale dei rapporti del nostro modo di
essere al mondo, che è il
graffio del grande poeta. E' anche riduttivo
definirlo maledetto. Lui è
semplicemente il più grande poeta della nostra
generazione.
6. Quanto in Dylan ha influito la poesia maledetta
del 900, parlo di
Baudelaire, ma anche di quella della Beat Generation?
Se dobbiamo guardare a come si è
chiamato dovremmo guardare più a Dylan
Thomas, li non è proprio
poesia maledetta ma siamo su un surrealismo
interiore diverso.
7. Tra i poeti maledetti del 900 vengono spesso
inclusi i musicisti rock,
parlo di Patti Smith ma anche di Jim Morrison; come vede
questa pseudo
forzatura?
Lì ci sono di mezzo discorsi
satanici, non c'è dubbio che una certa fettina
di rock 'n' roll ha giocato su
questo argomento, secondo me in maniera
scherzosa. Anche se avessero fatto
sul serio è una fettina di artisti
irrilevanti. Jim Morrison lo lascerei
perdere da questo discorso in quanto
lui era affascinato dal lato iniziatico
che era molto presente, non c'è mai
stato un contatto con la magia
nera, anzi forse temeva questo tipo di cose.
Lui è terrorizzato da questo
tipo di cose. E' affascinato da figure come lo
sciamano, la sibilla, dalle profezie,
molte di questi elementi gli vengono
da una sua cultura classica.
8. Un empio è sicuramente The End con i suoi
rimandi alla Trilogia Tragica
dell'Edipo Re.
Non solo classica ma anche da Magna
Gecia, si pettinava in quel modo perché
voleva somigliare ad Alessandro.
9. Parlando sempre di Jim Morrison, la sua figura
è stata sfruttata male nel
corso degli anni e parlo delle tante frasi attribuitegli
e dei tanti anedotti
pseudoveritieri sulla sua vita; era davvero uno dei tanti
scapestrati degli
anni sessanta o un poeta? Quali sono i suoi veri meriti
poetici?
Era soprattutto un poeta, che per
campare diciamo così ha messo su i Doors,
e gli è andata molto bene,
aveva un carisma incredibile.
10. Il film di Oliver Stone sui Doors analizza bene questi passi...
Verissimo, gli è andata bene
perché meritava con quella presenza, con quel
fascino, con il suo modo di muoversi.
Ma non era lì la stonatura. Chi legge
Deserto sa che siamo in presenza
di un poeta, non un Bob Dylan, un minore ma
con una sua intensità fortissima,
con una capacità propria visionaria che
non ha nulla a che vedere con i
Doors che erano un gruppo di universitari
che devono baciare per terra dov'è
passato lui.
11. Certo hanno azzeccato il riff giusto di organo con
Ligth My Fire e da li
sono esplosi...
Sì, lì è nato da una serie di coincidenze.
12. In uno spettacolo del genere che mescola, arte,
musica e poesia, si
corre il rischio di saltare o meglio non valutare bene
tutti i lati di un
fenomeno; qual è l'alchimia di questo spettacolo?
Io mi ci trovo come un pesce nell'acqua.
Io sono conosciuto per il mio
eclettismo disperato che mi è
riconosciuto ma che mi è stato anche palla al
piede per un certo periodo di tempo.
Finivo di fare una cosa, ne cominciavo
un'altra bruciandomi tutto quello
che avevo ottenuto con la cosa precedente.
In una dimesione multimediale,
multitematica, multispecialistica mi trovo
molto a mio agio, però capisco
che non si dà un indicazione precisa allo
spettatore, non si punge fino in
fondo così.
13. Da dove è nata la scelta di cantare Masters Of War?
Ho fatto una gamma di proposte all'organizzazione,
in un primo tempo si era
parlato di Lungo I Merli di Vendetta,
All Along The Watctower che sarebbe
stata di maggior soddisfazione
per l'orchestra, poi l'arrangiatore Pino
Iodice che fra l'altro è
bravissimo ha avuto una folgorazione e mi ha detto
facciamo questa.
14. E' stata davvero travolgente come performance?
Talmente bella che ho sofferto un
po' perché non eravamo amplificati bene, e
ho dovuto combattere contro una
big band, mi è toccato urlare un po'. Spero
non sia stato troppo brutto.
15. Da dov'è nata la scelta di recitare Last Thoughts On Woody Guthrie?
Ci sono due scritti di Dylan eccezionali,
uno è questo l'altro è dedicato a
Joan Baez. Quest'ultimo è
un retro copertina, che spesso mi piace recitare,
che per certi versi è anche
più emozionante. Certo non si può pensare a Joan
Baez come una maledetta...
16. Era più una sorta di mamma per Dylan?
Infatti, questa era una cosa scritta da un maledetto per un altro maledetto.
17. Oggi spesso si parla di Bob Dylan candidato
al Nobel, sarebbe come
accettare una sua ipotetica appartenenza oltre alla musica
rock anche a
quello della poesia, lei cosa ne pensa?
E' così, Dylan è un
poeta che appartiene alla musica rock. Io ho sempre
spalleggiato questa iniziativa
insieme a Fernanda Pivano che mi onora della
sua amicizia, la ripetiamo dovunque
andiamo. Dylan merita il Nobel... putroppo
Dylan non lo riceverà mai.
Perché il rock 'n' roll è e resta sempre rock 'n'
roll e le canzoni fanno male. Come
del resto stasera quando a metà di Masters
of War, pare che alcuni si siano
alzati e siano andati via. Pare che se ne
sia andata una fila intera, urlando
e scandalizzandosi. Beh mi sono detto
allora funziona!
18. Ho sentito che in programma ha una celebrazione
per il suo spettacolo
Orfeo 9, cosa avete organizzato?
Intanto una festa per settembre
ottobre, e la proiezione su Rai Sat e
altre proiezioni in giro per l'Italia
in serate dedicate. La prima a Pesaro
il 14 settembre.
19. Da dove è nata l'esigenza di ripetere l'operazione Orfeo 9?
Da Internet, da lì mi sono
accorto che si stava coagulando una massa di
persone ognuna delle quali si sentiva
unica, isolata e sola, che
improvvisamente scopre che ci sono
altri come loro che amano un prodotto, in
questo caso Orfeo 9. Tanto vale
uscire dal sommerso, siamo stati sotto il
pelo dell'acqua da trent'anni.
Siamo comunque l'unico disco italiano di rock che
ha venduto da allora. L'unica opera
rock e l'unico disco di progressive che
non ha mai smesso di vendere. Io
non mi sono mai interessato più di tanto o
meglio non ho mai spinto molto,
perché ho fatto altro insomma, ma non posso
fare finta di niente. Non sono
insensibile al grido di dolore.
20. E' bene che tutti conoscano l'importanza di un'opera del genere?...
Dipende solo dal pubblico
Per un'altra intervista di Maggie's
Farm a Tito Schipa Jr.
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