Dal Corriere.it
Il nuovo disco si chiama Modern Times Dylan riscopre
la classe operaia
Album «innamorato» del vecchio menestrello
cesellato di suoni «all’antica»
dopo le recenti polemiche scatenate su Rolling Stones
Mario Luzzatto Fegiz
29 agosto 2006
A cinque anni da «Love and Theft» (uscì
nella
tragica data dell’ 11 settembre 2001) Bob Dylan torna
con dieci nuove
canzoni in «Modern Times» che nel titolo
e in alcuni dei temi trattati
allude chiaramente a Tempi moderni di Chaplin (1936),
capolavoro del
cinema sulla grande depressione. Di classe operaia Bob
parla
direttamente in «Workingman’s Blues #2» (Il
blues del lavoratore) che
attacca così: «C’è la nebbia della
sera che cala sulla città / mentre
la luce stellare si riverbera sullo specchio del fiume
/ Il potere d’
acquisto del proletariato è andato a fondo / Il
denaro sta diventando
sempre più debole ed inconsistente / I luoghi
che amavo sono ormai un
dolce ricordo...».
Per trovare una canzone così fortemente «sociale
»
di Dylan bisogna risalire a «Infidel » (1983)
dove in «Union Sundown »
cantava i guasti della globalizzazione: «Le mie
scarpe sono fatte a
Singapore, la lampada a Taiwan, la tovaglia in Malaysia,
la fibbia
della cintura in Amazzonia, la camicia che ho indosso
nelle
Filippine... e sui mobili è scritto "fabbricato
in Brasile"
dove una
donna, sicuramente una schiava, guadagna 30 centesimi».
Un ritorno
esplicitamente «politico », dunque, ma in
un disco che fa anche gridare
al miracolo perché è divertente, vario,
cristallino, con saggi di bel
canto in perfetto stile crooner in cui a dominare è
soprattutto il tema
dell’amore.
A giudicare dalle canzoni (e dai pettegolezzi) c’è
una
musa, ovvero una nuova intensa storia sentimentale personale.
«Modern
Times», che esce oggi in tutto il mondo, è
cesellato di suoni «all’
antica» e arriva all’indomani di una rovente polemica
scatenata dallo
stesso Dylan con un’intervista a Rolling Stone, in cui
ha accusato la
tecnologia di aver distrutto la musica: «Non conosco
nessuno che negli
ultimi vent’anni abbia inciso un album dal suono decente.
Questi dischi
moderni sono atroci, la tecnologia appiattisce i suoni,
rende tutto
statico». E ha aggiunto: «Anche i brani del
mio nuovo album sicuramente
erano dieci volte migliori quando sono stati suonati
in studio rispetto
a quello che si potrà ascoltare sul cd . Noi dobbiamo
fare ciò che
possiamo per difendere i suoni veri combattendo la tecnologia
in tutti
i modi possibili».
E concludeva con la consueta durezza: «Non mi piace
fare dischi, lo faccio malvolentieri, ma ho scritto queste
canzoni in
stato quasi ipnotico, in una specie di trance. E poi
ho la miglior band
di sempre, gente che sa cosa voglio». Il nuovo
viaggio di Bob Dylan si
apre con «Thunder on the Mountain », veloce,
epica e sentimentale: «Me
ne son stato seduto a studiare l’arte dell’amore / penso
che mi calzerà
come un guanto / Voglio una qualche donna vera per fare
quel che dico»
in cui viene evocata in maniera entusiastica, ma anche
criptica, Alicia
Keys. L’afflato amoroso esplode in «Spirit on the
water» romantica,
blues, sognante: «Mi ero dimenticato di te ma mi
sei apparsa di
nuovo... L’ho sempre saputo che eravamo destinati ad
essere più che
semplici amici...». E l’amore torna in brani come
«Beyond the Horizon»
.
I fan, fin dai tempi del «tradimento elettrico»
di Newport del 1964
sono molto abituati ai suoi cambiamenti di umore e stile.
«Modern Times
» conferma che Dylan è in perenne movimento
fisico, artistico e
mentale: da una parte il «Neverending tour»,
cioè la serie di
spettacoli che non si arresta mai, dall’altra un perfetto
camaleonte
perfezionista. La canzone più emozionante sul
piano sonoro e dei testi
è forse «Rollin’ and Tumblin’», rock
fiorito dai colori sgargianti, che
propone versi come « L’amore di una giovane signora
ha gettato un
incantesimo sulla miamente...». Insomma il vecchio
menestrello confessa
in modo rutilante il suo essere innamorato.
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Da La stampa web
Dylan e i suoi inediti: un canto all’America delle tute
blu
29/8/2006
di Marinella Venegoni
Modern Times, il primo disco di
inediti di Bob Dylan dopo Love and Theft del 2001, uscirà
anche online
venerdì 1 settembre. Stanchezza? Chissenefrega.
Noia? Tutt'altro.
Se qualcuno si aspetta ancora qualcosa dall'acciaccato
Vate di Duluth,
fa solo bene. Così poco generoso in concerto,
l'uomo sa invece nei
dischi ancora sorprendere, far pensare, persino sognare,
se si amano atmosfere
musicali antiquate come quelle di queste dieci canzoni
che urlano
orgogliosamente vintage. Con civetteria pacata e maliziosa
Dylan
trascorre dal rock'n'roll al rockabilly, dal blues (che
è un
po' il santo ispiratore dell'opera intera) allo swing
fino al jazz, con
inevitabili accenti folk e perfino pruderies Anni '40,
tanto che
curiosamente, almeno una volta, viene in mente Paolo
Conte (Beyond the
Horizon). Già il titolo Modern Times, un'espressione
così irreale e
anziana, mette sull'avviso che di questo si tratta: roba
d'antan. Ve lo vedete Dylan che si fa contaminare da
Timbaland?
Il modernariato musicale fa da sfondo a uno sguardo accigliato
e senza speranza sul mondo contemporaneo. Usa il distacco come metafora,
getta sguardi furtivi al passato, si perde in invocazioni bibliche, storie,
risentimenti, filosofia. Canta l'amore e il sesso con
un pudore
d'altri tempi. Si resta basiti da Workingman's Blues
#2, tributo a Merle
Haggard che è l'asse portante dell'album. E' una
lunga e
desolata ode (sono state lunghe tutte le sue cose più
ingombranti) agli operai
travolti dalla globalizzazione, dove il vecchio Dylan
rispolvera un
termine molto poco americano come «proletariato»,
da tempo silente nel
mondo: «Il potere d'acquisto del proletariato è
sceso / Il danaro è
diventato volatile e debole... dicono che paghe basse
sono
d'obbligo / se si vuol competere con l'estero...»;
il protagonista del Blues
del lavoratore combatte per non esser trascinato fuorilegge
dall'amara
necessità, e l'ode è venata, nella chiusura,
di sarcasmo: «Posso
vivere di riso e fagioli / Certa gente non ha mai lavorato
un giorno in vita
sua / E non sa nemmeno cosa significhi lavorare».
Della triade che comprende, oltre Love and Theft, anche
Time Out of Mind, Modern Times sembra il più pensato, il più
denso, il meno prevedibile. I brani
vivono raggruppati intorno a un corpo solido di ispirazione,
che si
apre con felici note blues su un agile e trascinante
r'n'r,
Thunder of the Mountain, un autentico prologo dell'opera:
«Oggi è il giorno,
prenderò il mio trombone e soffierò»,
canta Bob prima di imbarcarsi in
una citazione sorniona che ha già fatto molto
discutere: «Pensavo ad
Alicia Keys e non potevo far a meno di piangere... sono
andato a
cercarla fino nel Tennessee». Ora i più
maligni dicono che trattasi di
una bonaria presa in giro della giovane artista nera,
e la mettono in
relazione con l'intervista che uscirà su Rolling
Stone nella quale
Dylan dichiara: «Non conosco nessuno che abbia
fatto un disco decente
negli ultimi 20 anni. I dischi moderni sono atroci, imbottiti
di
suono»; i più benevoli lo ritengono invece
un omaggio, come successe
nel '63 con I Shall Be Free dove citava Brigitte Bardot,
Anita
Ekberg e Sofia Loren.
Un altro verso del brano sembra annunciare l'intenzione
dell'album: «Mi dimenticherò di me stesso
per un po', andrò
fuori e vedrò di cosa gli altri hanno bisogno».
E infatti serve anche ricordare
le grandi disgrazie: oltre il Blues del lavoratore, ben
piazzato nella
contemporaneità c'è pure The Levee's Gonna
Break, la diga si
romperà, che in r'n'r' parla della tragedia annunciata
di New
Orleans e del disinteresse generale che ha circondato
i disastri di Katrina («Certa gente sta ancora dormendo / altri sono
terribilmente svegli...»);
superba, poi, è la chiusura del disco con Ain't
Talking, una
onomatopeica, desolata camminata blues di quasi 9 minuti
che suona come
una confessione orgogliosa di resistenza umana rispetto
alle vacue
suggestioni del mondo esterno.
Seminate fra i pezzi, ci sono manciate
di sentimenti dolceamari. C'è il fantasma di Muddy
Waters dietro il
vagabondo della sferragliante Rollin' and Tumblin e una
passione
struggente permea Spirit on the Water, una ballad che
guarda ai
'40; anche Nettie Moore traccia il ritratto di un disperato
incerto fra
l'amore e l'autodistruzione: «Ho una pila di peccati
da espiare
/ e non ho tempo per nasconderli». Annegare dentro
le liriche di Dylan resta un
rinfrancante esercizio, soprattutto se la pronuncia (come
qui) è chiara
nel dipanare i pensieri: forse al vecchio Bob sta facendo
bene il ruolo
di DJ alla radio satellitare XM. La band - la stessa
che lo accompagna
in tour in questi ultimi tempi - sa assecondare, con
eleganza lieve,
quella facilità inquietante che è un po'
il marchio dell'album;
e molte sonorità rimandano ai momenti più
felici dei concerti di
quest'anno. A differenza che dal vivo, Dylan torna a
suonare la chitarra oltre che l'armonica e il piano, e firma la produzione
con lo pseudonimo di
Jack Frost. La copertina, seppiata come i suoni, è
una foto del famoso
fotografo Ted Croner, specializzato in immagini in bianco
e nero di New
York nei '40 e '50, scomparso l'anno scorso (e il disco
è
da non perdere).
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Dal Blog di Ernesto Assante
(Repubblica.it)
Tempi moderni
Il nuovo Dylan è un vecchio Dylan, nel
senso che di nuovo, obbiettivamente, non c'è nulla.
Ma questo, per
molti versi è un bene, perchè in queste
strade ben conosciute, quelle
del blues, del folk, dell'elettricità applicata
alle ballads,
"His Bobbiness" non si smarrisce mai. E le dieci canzoni
di
"Modern Times", che non parlano di oggi ma sono di oggi,
sono belle proprio perchè di nuovo non hanno nulla ma sono fatte
di materia viva e pulsante. Per
quelli che come me amano il Dylan più "raccolto"
e
sentimentale il disco ha alcune perle indiscutibili,
canzoni d'amore levigate e
sinuose, nelle quali Dylan canta come non faceva da tempo.Certo,
forse
ha ragione anche Bertoncelli quando dalle pagine di XL
dice che a
"sua bobbità" servirebbe un Daniel Lanois o un
Rick Rubin, ma a me,
francamente, questo disco piace così com'è.
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Da L’Unità on line
Bob, a cui «il domani gira ancora attorno»
Roberto Brunelli
Desiderio e morte. Sudo sangue, canta il vecchio.
Maliosamente, in modo ferocemente limpido: e il più
morbido dei blues è
la sua culla. Si avvolge di un´aura antica e in
qualche modo beffarda,
planando sulle proprie memorie e alzando lo sguardo sulle
cose umane
con una tenerezza strana, la tenerezza di chi oggi ha
scelto con
lucidità qual è il suo posto: ebbene sì,
è la «la fine del mondo».
Ci ha fregati ancora una volta, Bob Dylan: lo credono
finito, e lui è lì
che resuscita ogni volta, e questa volta resuscita cantando
i colori
del tramonto. Lo davano per spacciato quando «tradì
il folk», nel ‘65,
lo davano per morto dopo l´incidente di motocicletta
del ‘66, gli hanno
gridato «cos´è questa merda?»
negli anni Settanta, l´hanno scaricato
quando s´è imbattuto in Cristo, l´hanno
considerato un vecchio arnese
superato negli anni Ottanta. Eccolo qui, invece, ancora
una volta:
album numero 44, Modern Times, da venerdì prossimo
nei negozi (a meno
che non ve lo scarichiate in esclusiva su iTunes Music
Store). L´avete
sentire rantolare, ululare rauco come un cane malato
solo poche
settimane fa, tanto che c´è chi ha pensato
lo facesse apposta, tutto
parte di un preciso disegno «decostruzionista»
o quel che volete voi, e
invece oggi siamo qui a celebrarlo ancora una volta:
cinque anni dopo
Love And Theft (che uscì quell´11 settembre),
Dylan ha posto una nuova,
grossa e pesante pietra di marmo al centro del nostro
tempo, molto più
di quanto non facciano gli altri eccellentissimi coetanei
suoi, i
sessantenni, imprigionati nel gioco dell´immortalità.
Lui, Bob, con
tutte le sue rughe, con lo sguardo alternativamente assente
o ironico,
lui con il suo vellutato blues senza futuro né
passato, è qui, al
centro del suo tempo, il tempo in cui il rock è
diventato anziano.
Ovvio, non è un caso la citazione chapliniana
del titolo (Tempi
moderni), è l´ennesima beffa: l´uomo
che ha fatto della nozione di
tempo la spina dorsale di tutta la sua narrazione (da
The Times They
Are A-Changin´, 1963, a Time Out of Mind, 1997)
ha costruito con grande
saggezza una sua personalissima mitologia del presente,
un mondo sonoro
che la storia ed il progresso se li ingoia, un mondo
fatto di fluide
chitarre e suoni carezzevoli che s´intrecciano
in un caloroso abbraccio
swingato che avvolge questo nuovo disco dall´inizio
alla fine:
frementemente atteso, come tutti i dischi di Dylan Modern
Times è il
racconto - al ritmo di un rock´n´roll profetico
come il canto del cieco
Omero - della sua vita, del dolore e della passione,
sotto forma di
piccoli enigmi. «Ho succhiato il latte di un migliaio
di mucche», canta
nell´apocalittica Thunder on The Mountain, che
si apre come una carezza
voodoo. «Sono pallido come un fantasma»,
sussurra in Spirit on The
Water, che rimanda anche lui un a Love And Theft... solo
che Modern
Times è più struggente, struggente come
Dylan raramente è stato. Gli
diranno che è diventato un vecchio immelanconito,
e lui - che divenne
profeta di un´epoca straordinaria suo malgrado
- ti risponderà che
«ride, piange ed è perseguitato da cose
non aveva mai inteso né
desiderato dire» (When The Deal Goes Down). Certo,
qualche volta
indulge, si diverte ancora a recitare la parte del musicista
di strada
ubriaco, il capo del circo sgangherato dai tendaggi rosso
fuoco, il
clown, il giocatore d´azzardo: con la banda di
compari che da tempo
immemorabile lo segue in tournée (Tony Garnier
al basso, George Receli
alla batteria, Stu Kimball e Danny Freeman alle chitarre,
Donnie Harron
alla steel guitar e al violino), ti trascina per le strade
sonore di
New Orleans, su è giù per il Mississippi
ed i treni merci del Midwest,
ma soprattutto su e giù per i suoi fantasmi personali.
«Il domani continua a girarmi intorno», sussurra
il vecchio Bob. Eppure «il mondo è diventato nero di fronte
ai miei occhi», aggiunge in Nettie Moore,
uno di quei pezzi calmi come può essere calmo
solo chi ha visto la
storia capovolgersi, terremotarsi e srotolarsi da sola,
solo chi ha
visto in faccia la morte e l´utopia ma non per
questo rinuncia ai suoi
desideri. È lenta, Nettie Moore, ha un refrain
che si apre come uno
squarcio di luce in un quadro di Vermeer. Mentre Someday
Baby contiene
persino un accenno al celeberrimo e misterioso incidente
di moto del
‘66, The Levee´s Gonna Break («la salvezza
potrebbe aspettarci alla
prossima curva») è come la continuazione
più sommessa di Summer Days:
rock´n´roll saggio come quel fiume che ci
porta alla terra promessa.
La voce, dove è arrivata? Noi che ricordiamo tutte
«le voci» di Dylan,
la sua voce da vecchio cantore folk quando aveva vent´anni,
la voce
fiammeggiante, astratta e eroicamente obliqua dei tempi
del «selvaggio
suono di mercurio» di Highway 61 e Blonde on Blonde
- quando lui era
salito da solo in cima alla tempesta perfetta che erano
gli anni
sessanta fino a rischiare il collo - la voce splendidamente
melliflua
di Nashville Skyline, la voce gonfia di furore di Blood
on The Tracks,
la voce nera come la pece di Slow Train Coming e la voce
nasale e acuta
ch´era il rauco grido d´amore di Love Sick
alla fine degli anni
novanta, ora ci ritroviamo in cima ad una sensuale collina,
con questa
voce strana, soffice e ruvida di Working Man´s
Blues # 2, un «blues del
lavoratore» che viene sorprendentemente esalato
come la canzone d´amore
di un uomo che non teme più tutte le paradossali
incarnazioni del suo
io: «Ho messo le mie armi crudeli sullo scaffale,
vieni e siediti sulle
mie ginocchia... Vuoi guardarmi negli occhi? Prego, fallo».
Fa tenerezza e paura, l´anziano Dylan. «Io
non parlo, cammino soltanto»,
risponde in Ain´t Talking, uno dei pezzi-capolavoro
di Modern Times,
insieme a Nettie Moore e Working Man´s Blues. «Il
cuore brucia, ancora
brama... non parlo, cammino soltanto, finché non
sarò fuori dalla tua
vista». Dove stai andando, Bob?
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Da Avvenire on line
Bob Dylan ora prega per l'uomo moderno
Nel nuovo splendido lavoro
«Modern times» il cantautore affronta la
crisi del nostro tempo,
condanna l'avidità, critica i potenti ed elogia
la forza della
preghiera contro il dolore del mondo
Di Gigio Rancilio
Camminiamo in uno stanco mondo di dolore ma la preghiera
può aiutarci. È una delle tesi sostenute da Dylan nel suo
nuovo e 44esimo album Modern Times (nei negozi dall'1 settembre, in versione
normale e deluxe, con un dvd
con 4 canzoni) Certo, parlare di un ritorno di Dylan
a quel rock religioso
che a cavallo degli anni 70 e 80 caratterizzò
suoi album come Slow
Train Coming, Saved e Shot of love forse è troppo.
Ma non si può negare
che Ain't Talkin', il brano che chiude l'album, sia denso
di religiosità. «Non sto parlando - canta
Bob - sto solo camminando, in
questo stanco mondo di dolore... Dicono che la preghiera
ha il potere
di guarire, perciò prego». Nella canzone
Dylan vagabonda, come in una
scena biblica, camminando «attraverso città
della peste» e lottando
«perché nel cuore umano può abitare
anche uno spirito diabolico» e la
«sofferenza sembra senza fine». Al termine
del suo peregrinare lo
troviamo in «un caldo giorno d'estate nel giardino
mistico» dove
«non c'è più nessuno, perfino il
giardiniere se n'è andato». Ma
resta la forza della preghiera «che cura e aiuta».
Il resto lo fa un tappeto
musicale, semplice quanto efficace. Sospeso tra chitarre
arpeggiate,
pianoforte, archi e percussioni. E il risultato è
un capolavoro. Come
il resto dell'album.
Modern times, che arriva dopo cinque anni
dall'ultimo album di inediti di Dylan, è bello,
profondo e intenso
come certi grandi romanzi che fanno riflettere e crescere.
Quelli che
raccontano il proprio tempo senza scadere nella cronaca
banale e senza
usare frasi scontate.
Come un novello Charlie Chaplin, Dylan stavolta
racconta i Tempi moderni in maniera lucidissima, dosando
l'ironia e
la poesia. Condanna senza mezzi termini le sfrenate corse
alla ricchezza,
l'avidità e il potere che non si preoccupa dei
veri bisogni della
gente. Ci rimarrebbe l'amore, quello vero. Raccontato
nell'iniziale blues Thunder on the mountain (che cita
nel testo la popstar Alicia
Keys, unico elemento "alla moda" del cd) e in Spirit
on the
Water su note jazz anni 30, con Dylan che canta come
Crosby e Sinatra.
Quell'amore che è anche l'unica speranza laica
davanti alla
morte: «Il mondo continua a girare, viviamo e moriamo
senza sapere perché, ma io sarò con te quando verrà
il turno» (recita l'intensa When The Deal
Goes Down). Eppure anche l'amore è seriamente
minacciato dalla modernità
che produce insoddisfazione, aggressività e danni
economici. Quelli
accennati in Rollin' and tublin', ma soprattutto in
Workingman's Blues
#2. «Dicono che i salari bassi sono una realtà
se vogliamo competere
con l'estero... io me ne sto qui cercando di impedire
che la fame
mi si insinui nelle budella...». La musica è
struggente. Il pezzo bellissimo.
Ad un certo punto Dylan canta rivolto ai potenti della
terra, Bush in
testa: «Come vorrei tu fossi qui a vedere. Dimmi
che mi sbaglio a
pensare che mi hai dimenticato?».
Un interrogativo che rafforza la tesi iniziale: camminiamo
in uno stanco mondo di dolore, ma la preghiera può aiutarci.
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Dal Il Manifesto on line
Il nuovo Dylan, i tempi che non cambiano
«Modern Times». Così si intitola
l'album n.44 della lunga carriera del cantautore statunitense.
Una
cavalcata di blues reinventati, con ballate old time
e fresca energia
Flaviano De Luca
Arriverà venerdì prossimo il nuovo album
di Bob
Dylan, Modern Times, amara citazione del film di Chaplin
e
dell'epoca gloriosa che attraversiamo tra guerra, catastrofi,
arricchimenti facili
e inevitabili passioni. Gli spettri dell'uragano Katrina
e di
qualche vicenda apocalittica fanno ogni tanto capolino
(«la notte è piena di
ombre, gli anni sono farciti di destini iniziali, sto
evocando tutte
queste anime morte dalle loro tombe in rovina»
canta nella terza
traccia e nell'ultima «non sto parlando, solo camminando,
per
questo mondo vago e misterioso, col cuore bruciante,
ancora struggente,
camminando attraverso le città malate, in mano
alla speculazione») però
l'amore e una certa religiosità sono tuttora i
temi preferiti.
Quasi per contrasto le dieci canzoni (tutte inedite anche
se il fantasma di
Muddy Waters è chiamato in causa per Rollin' and
Tumblin' e un
verso di Nettie Moore cita un successo dei Sons of Pioneers
ma il signor
Zimmermann ha preso gusto a fare il deejay radiofonico
da qualche mese
riscoprendo vecchi classici blues e jazz e quindi dissemina
i soliti
segnali per spiazzare l'ascoltatore o entusiasmare i
fan) sono
andanti, piacevoli, ricche di verve e di assoli a man
bassa principalmente di
chitarra o ma ogni tanto Bob si sfoga anche con l'armonica
a bocca,
come in Spirit on the water.
Accompagnato da quella che ha definito «la
miglior band di sempre», la stessa che l'accompagna
nelle centinaia
di date del Neverending Tour ossia Tony Garnier (basso,
cello), George G.
Receli (batteria, percussioni), Stu Kimball (chitarra),
Denny Freeman
(chitarra), Donnie Herron (stell guitar, violino, viola,
mandolino),
Dylan ha impiegato poco più di un mese a New York
per registrare questi
brani del suo trentunesimo album in studio, probabilmente
il terzo e
conclusivo della triologia aperta con Time Out of Mind
(1997) e seguita
poi da Love and Theft (2001), cd che hanno ottenuto un
notevole
successo commerciale- entrambi hanno venduto più
di un milione di copie
negli Usa- e di critica.
Album dalle atmosfere molto elettriche, tra
scrosci di chitarra e picchiettature di pianoforte, con
alcuni brani
importanti come Thunder on the mountain, Workingman's
blues #2 e
The Levee's Gonna Break, già salutato come un
capolavoro dalla stampa
statunitense. Modern Times affonda nella tradizione,
riletta con
estrema leggerezza e godibilità, in una fusione
di blues reiventati,
melodie old time, sprazzi di classe che movimentano le
lunghe ballate
dylaniane «scrittein stato quasi inotico, in una
specie di trance» ha
confessato. Sebbene il menestrello di Duluth riesca a
tenere la voce
impostata più a lungo che nel recente tour italiano,
ad esempio,
recuperando ogni tanto il suo indimenticabile tono da
incantatore, da
cantastorie intellettuale, con liriche taglienti (e la
sua
autobiografia Chronicles, è stata uno dei libri
più venduti del 2004,
mentre si stanno ultimando le riprese del film I'm Not
There, il
biopic basato sulla vita del cantautore). Raramente il
timbro della voce
diventa nasale, deformato assumendo quella venatura mefistofelica.
Il signor 100 milioni di dischi venduti è iperattivo.
Recentemente ha
definito atroci tutti i dischi pubblicati negli ultimi
venti anni,
compresi i suoi, accusando le nuove tecnologie di appiattire
troppo il
suono. Chissà cosa penserà della realizzazione
finale di questo disco,
una corrente di buon, vecchio, standard blues-rock americano,
suonato
in maniera allegra e accattivante.
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Da Kataweb.
it (Gruppo Espresso Repubblica)
Bob Dylan, tempi moderni e fantasmi del passato
Esce il nuovo lavoro dell'artista di Duluth Modern Times.
E
la trilogia iniziata con Time Out Of Mind, si chiude
di Ermanno Labianca
Dopo essersi avvicinato al Paradiso cantando per (e davanti
a) Papa Giovanni Paolo II ed essersi ripreso da un'infezione
virale
al cuore che aveva spaventato lui e diversi milioni di
dylaniati, il caro
Bob è entrato nel futuro con qualche perplessità
sull'infernale
mondo che gli aveva riaperto le porte. In Time Out Of
Mind, il disco della
ripresa delle attività che ripresentava il Dylan
autore dopo un paio di
incursioni nel folk (Good As I Been To You e World Gone
Wrong, anni
'92 e '93), sentiva "le campane suonare nel giardino"
chiedendosi "per chi stiano suonando" (Standing In The
Doorway), e avvertiva di essere "vicino alla fine della strada" (Till I
Fell In Love With
You). Era il 1997 e avviava lì, pasticciando un
po' le idee chiare di Daniel
Lanois (perfetto in Oh Mercy, più acconsenziente
in seguito, alle prese con un
Bob acciaccatello e nel frattempo invecchiato di otto
anni), la
trilogia che Modern Times ora completa, triangolo equilatero
che
contiene il Dylan più blues e retrò che
sia mai capitato di incontrare.
I tre dischi in questione, anzi i compact, proprio i
dischetti che
infiliamo nel lettore, si presentano con una grafica
old fashion, che
recupera il gusto di quelle etichette che la Columbia
riservava, ai
tempi del giovane vinile, alle produzioni in cui a suonare
c'erano
le grandi orchestre e le future leggende del jazz.
Non è un caso.
C'entrano con il piacere che ha il Dylan DJ a passare
in radio, nel
suo programma settimanale sull'emittente satellitare
americana XM,
tanta musica di ieri condendola con la sua saggezza di
oggi, quella che il
nostro ragazzo musicante Cesare Cremonini, uno che ama
le vecchie mode
(e chissà se i suoi giovani fan capiscono di avere
a che fare con
tonnellate della beatlesiana Penny Lane. quando ascoltano
Maggese),
definisce sul suo blog personale "una saggezza presuntuosa".
Accanto a tanto giudizio, e a tanto gusto, il presuntuoso
Dylan, che con la
vociaccia che ora si ritrova si è da tempo messo
a cantare guardando
più a Frank Sinatra che a Little Richard, ci mette
un pizzico di
polemica quando è chiamato a dire dei "tempi moderni"
punzecchiando l'attuale discografia. "Il suono che esce
oggi dai compact
disc", ha riferito recentemente all'inviato di Rolling
Stone, "è
orribile, senza alcuna definizione". Ha poi aggiunto,
caustico, che in gran parte
dei casi quella offerta dai moderni dischetti è
"musica ricolma di
suoni, troppi".
Modern Times, per chi non lo avesse capito, e nemmeno
sospettato, è titolo in cui devono specchiarsi
le allodole, non chi
Dylan lo conosce bene. Perché pure nella foto
di copertina (Ted
Corner), dal taglio modernista anch'essa, si cela in
realtà
un'auto di ieri - una sfrecciante DeSoto del 1948, assicura
un esperto di vintage
cars - che, passi la metafora, è un caldo giradischi
messo a suonare
sotto a quei grattacieli newyorchesi che fanno da sfondo.
Il numero di
canzoni del quarantaquattresimo album di Bob Dylan è
misurato (dieci),
quanto lo era stato quello dei due precedenti dischi
in studio (undici
in un caso, dodici nell'altro). Nulla a che vedere con
quello,
spesso ridondante, che alcune track-list arrivano a offrire
oggi. E' un
taglio da vecchio album in vinile quello scelto dall'inossidabile
musicista di Duluth. In minuti, si tocca l'ora abbondante,
traguardo impossibile
per le vecchie, care due facciate, ma fa nulla, perché
tutto, proprio tutto
dice da queste parti di un'operazione che se ne infischia
di
inseguire nulla e nessuno, nemmeno il fantasma del vecchio
Dylan di una volta - chissà, forse quello morto per un attacco di
cuore a metà anni Novanta
- che, nessuno si arrabbi!, scriveva canzoni esteticamente
più belle di
gran parte di quelle che sforna adesso.
Panettiere un po' stanco, e ricurvo su sé stesso,
l'uomo che oggi dal vivo appoggia le mani unicamente su una tastiera messa
in posizione un po' defilata e non più sulla chitarra, usa farine
che riportano il sapore dei filoncini e del
casereccio di una volta. Qualche appunto si potrà
farlo alla mezza
cottura, che restituisce un prodotto non perfettamente
croccante, ma se
ci si spinge nella migliore bottega della città
poi è difficile
arricciare il naso davanti al registratore di cassa.
Soprattutto se ci
è cresciuta tutta la famiglia con quella mollica.
Non è il Dylan di
Don't Think Twice It's All Right, quello che apre lo
sportello
della vecchia e classica automobile che lo ha portato
a noi. Fa anzi un
po' malinconia quel passaggio di Nettie Moore, traccia
8, in cui una strofa
amara si conclude con la frase "prima di chiamarmi con
uno sporco
nome qualsiasi, pensaci due volte". Think twice, appunto:
perché basta
così poco, nel pop fatto di musica e parole, per
scatenare la memoria. Non è
il Dylan, si diceva, quadrato autore di limpide, cantabili
(e ben
cantate) melodie che abbiamo conosciuto: ci si avvicina
solo, e un
po' fa male, perché sempre quello vorremmo, capace
di Lay Lady Lay, Just
Like A Woman e Where Teardrops Fall. Ma sarebbe come
buttare oggi un
occhio nel traffico di Manhattan con la speranza di vedere
più Cadillac
che auto giapponesi, o alzare gli occhi al cielo, puntare
a sud, e
illudersi che le Twin Towers siano ancora lì.
Anche i monumenti,
soprattutto quelli, temono l'erosione, il soffio implacabile
del
vento. Non è il Dylan mastodontico di Don't Think
Twice It's All
Right. Bene, non è quello di quei giorni lì,
e nemmeno di quelli venuti dopo. E'
solo l'ottimo, brillante, utile Bob Dylan a cui siamo
abituati da
un bel pezzo. Non più il rivoluzionario che fu
quando imbracciò la
chitarra elettrica scandalizzando il pubblico (anche
il suo pubblico)
del Newport Folk Festival, bensì un tenace conservatore
in grado di far
affondare le radici delle sue nuove composizioni più
o meno dalle parti
in cui attecchirono le sue prime, qualcosa come quarantacinque
anni fa.
Lo dice il linguaggio scelto per il mucchietto di emozionanti
canzoni
che la sua voce talvolta scalcia, ma anche a quello siamo
avvezzi da
tempo. Queste nuove canzoni da maneggiare con cura e
rispetto suonano
come quelle del loro passato prossimo. In alcuni casi
suonano di un
folk blues un po' impolverato e ripetitivo, imparentato
col
rock'n'roll, a cui Dylan si era ispirato che era ragazzo
e i
problemi di cuore erano semmai di altro tipo (non è
vero che l'iniziale
Thunder On The Mountain rimanda a Johnny Be Goode di
Chuck Berry e allo stesso Dylan di Tombstone Blues?). Suonano bene se capisci
che non sono altro
che una versione appena più ripulita e meglio
cantata di ciò che
accadeva sui palchi del Neverending Tour (i compari di
studio sono gli
stessi delle imprese live) fino a questa estate; quelle
"veloci" suonano tutto sommato maluccio, e sono quasi
caricaturali, se accostate al repertorio "gold" dell'amato strimpellatore
del
Minnesota. E' il caso di Rollin' And Tumblin', Someday
Baby e The Leave's
Gonna Break, piacevoli e briose quanto il possibile repertorio
di tanti mezzi cowboy che suonano music roots di vario tipo nei bar d'America,
composizioni alla portata di tanti che il nome e il pedigree
di Dylan se lo possono scordare, perché non arrivano sotto l'albero
nemmeno dopo mille
lettere a Babbo Natale. Se preso da questa angolazione,
il Dylan di Modern
Times è una rifrittura che mangi finché
calda, ma presto si fa callosa.
Verrà da mostrare interesse, certo, per il vecchio
Bob che infila in
una strofa del brano di apertura il nome di Alicia Keys
("quando
lei è nata a Hell's Kitchen, io vivevo a sud"),
e farà scappare un
sorriso quel "l'ho cercata dappertutto, fino al Tennessee",
soprattutto a chi sa quanto Dylan non sia insensibile
al fascino delle (belle) ragazze di colore (mai del tutto ammessa la sua
storia d'amore con la corista
Carole Dennis, che lo avrebbe anche reso padre). Thunder
On The
Mountains resta un saporito schitarrare, a sei e quattro
corde (il
basso ha un bel movimento shuffle, molto taverna a sud
del paese), ma
dovessimo giudicare il songwriter più influente
del pianeta da questo
scherzetto e da simili numeri la pagella avrebbe qualche
inevitabile
votaccio. Naturalmente le cose non stanno esattamente
così. Fine dei
dubbi, pochi. Largo alla tanta meraviglia.
Fortuna vuole che quando le ruote della DeSoto iniziano
a rallentare la corsa, all'orizzonte si staglia la figura dell'imperioso
Dylan che i "tempi
moderni" hanno creato, e che Dylan stesso riesce a proteggere
dalla sua stessa
indolenza. E' il Dylan che diligente ricama a punto croce
una
copertina da mettere sulle ginocchia quando farà
più freddo, o con cui coprirsi
il capo (e gli occhi) quando girerà su MTV il
nuovo video di Eminem. La
copertina è un disco a suo modo maestoso, o almeno
maestoso per i suoi
tre quarti, che poi equivale a dire ballate oscure che
meditano su un
mondo sempre più nero ("it's not dark yet", non
è del
tutto buio- cantava Bob al punto 7 di Time Out Of Mind,
avvertendo "ma ci
stiamo avvicinando") e saltellanti passatempo da crooner
per necessità e
per passione (Behind The Horizon, tra jazz e old time,
come Moonlight
qualche anno fa). Parliamo del crooner, ovvero del "cantante
confidenziale" che Dylan sembra essere diventato da un
po' di
primavere a questa parte. Aveva iniziato con cose tipo
Bye And Bye (da Love And Theft) e altri passatempi da regalare al cinema.
Sembravano dei
riempitivi, sono diventati un nuovo linguaggio, andando
a sostituire
certe ballate per chitarra acustica e armonica che ancora
facevano
capolino in certi dischi degli Ottanta. Si affaccia quasi
subito con
Spirit On The Water e si porta appresso l'eleganza, il
garbo, la
brillantina, i cappotti lunghi, i modi educati (o più
educati dei
viaggiatori d'oggi) dei tanti che avranno affondato la
schiena nei
sedili certamente in pelle della macchina panciuta voluta
in copertina.
Leggero nell'accompagnamento, importante per minutaggio
(oltre
sette giri di orologio, in un disco di lunghe durate),
il brano è una delizia
in cui meritano una menzione la chitarra fuzz, il bel
pianoforte e la
dolcezza del cantante, una dolcezza che fa a cazzotti
con il performer
che a stento ti saluta. Dentro, nelle parole, l'amore
attraverso la
sensibilità di un uomo di sessantacinque anni,
e ti fa ancora più
tenerezza perché è tenero come lo fu in
Just Like A Woman , solo più
indulgente e sbrigativo di allora quando sussurra "la
vita senza
te è il nulla, se non potessi averti affonderei
il mio amore nel profondo
mare blu". When The Deal Goes Down apre con le parole
("in the still
of the night") che furono il titolo di una love song
mozzafiato
degli anni Cinquanta, roba da gruppi vocali che ti fermavano
i battiti del
cuore e ancora te li fermano se un cuore (per la musica,
ma non solo)
ce l'hai. Dylan si appoggia soffice a un testo che è
ancora amore,
ma anche il dopo: la morte, la sua imprevedibilità
e l'impossibilità
di spiegarla. Il tutto con un tono di rassegnazione che
poi era stato
quello di Tryin' To Get To Heaven (qui si va da "i domani
continuano ad avvicendarsi, viviamo e moriamo, senza
capire bene, ma sarò al tuo fianco quando si spegneranno le luci"
a "portiamo tutti la
stessa corona di spine, viaggia da un'anima all'altra,
e l'ombra
si srotola"). Sul velo di tristezza un raggio di luce,
un tono di leggerezza: ci
pensa la pedal steel guitar. Altrove, specialmente nei
testi, è
un'aria western ad avvolgere il tutto. Si parla di combattenti
morti sul campo,
si coglie qualche riferimento a pistoleri di professione
e di buon
nome, si avverte l'esigenza di inviare un tenue omaggio
a eroi del
country scomparsi o vivi e vegeti. Il fantasma del vecchio
amico Johnny
Cash e la silhouette del compagno di recenti tour Merle
Haggard
attraversano la splendida Workingman's Blues #2, che
va inserita di
diritto nella zona nobile del repertorio di Dylan, un
classico già al
primo ascolto, e ben prima di consumare i suoi sei minuti.
Non il blues
che il titolo lascia presagire, ma una ballatona in stile
Dylan, lenta
quanto basta per ottenere un cantato concentrato e significativo.
Qualche chitarra acustica, il piano a guidare: è
un pezzo di soul
bianco ma senza voci nere come accaduto in passato. Chi
ha presente
Every Grain Of Sand può capire il genere.
Stessa categoria, per qualità
e incisività, dalle parti della già citata
Nettie Moore, che è molto
lunga e rasenta il miglior Dylan lasciando il dubbio
che forse sarebbe
stata un capolavoro se cantata con la voce dei tempi
di Infidels o Slow
Train Coming. Rimandaa Brownsville Girl, che Dylan scrisse
con Sam
Shepard una ventina d'anni fa, ma a pensarci bene è
solo qualche
passo più in là la Brownsville Girl di
questo disco. Austera, infinitamente
bella e quasi infinita (la più lunga del lotto)
con i suoi quasi nove
minuti, Ain't Talkin' chiude l'album con autorità
e un
respiro fuori dal comune per questi tempi nostri, di
sonorità "atroci" -
l'ha detto sua Bobbità, Bob Dylan - che invadono,
sporcandoli, i dischetti
digitali. Una solenne cavalcata lenta che ha qui la valenza
che fu,
quarant'anni fa esatti, di Sad Eyes Lady Of The Lowlands,
brano di
chisura dell'epocale Blonde On Blonde.
Ain't Talkin' è coperta della
polvere che si respirava in Pat Garrett & Billy The
Kid, è una
pietra miliare da consegnare a un altro Peckinpah (c'è
n'è uno, di
questi tempi?), è un rifugio per le sviolinate
meste che si sentivano tra
Desire e i giri della Rolling Thunder Revue. E', ancora,
il luogo
dove si consuma l'ultimo lampo di rassegnazione di Bob
Dylan verso la
crudeltà di un mondo che è terreno di aspra
competitività, inganno
insopportabile per chi, come lui, aveva sognato, sperato,
combattuto
perché fosse diverso. Un mondo "pieno di speculazione",
dove
il prossimo "è pronto a saltare a piè uniti
sulla tua sfortuna quando
ti vedrà sconfitto". Nove strofe severe e altrettanti
ritornelli che
partendo da un "mystic garden" conducono verso un mondo
che
non c'è più. Portano al più grande
dei rimpianti. Perché perfino
l'alienante catena di montaggio impressa nel film di
Charlie Chaplin a cui un Dylan straziante e apocalittico ruba, beffardo,
il titolo per questo suo
nuovo e illuminante album, appare tollerabile se confrontata
ai tempi
moderni che sono il letto di questa umanità e
dei suoi migliori
artisti. Nessuno escluso. Non può certo bastare
la carezza di un
languido jazz dylaniano o di un morbido country a farcelo
passare dalla
mente. (29 agosto 2006)
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Dal Giornale.it
Dalla lezione di Guthrie 45 anni di capolavori
Con Modern times,
quarantaquattresimo album della sua carriera, Bob Dylan
celebra
sessantacinque anni di vita, e quarantacinque di attività
discografica.
Robert Allen Zimmermann - questo il vero nome - nacque
infatti a
Duluth, nel Minnesota, il 24 maggio del '41, da un venditore
d'elettrodomestici d'origine tedesca e di stirpe ebraica.
Trasferitosi a New York e assunto, in omaggio al poeta
Dylan Thomas, lo pseudonimo che l'ha reso famoso, l'artista realizzò
nel 1961 il suo album
d'esordio: s'intitolava Bob Dylan e aveva per unici inediti
Song for Woody, dedicata a Woody Guthrie, e Talking New
York. Il resto era
costituito da brani, debitamente riadattati, della tradizione
popolare
americana. A quest'ultima, del resto, Dylan ha reso spesso
omaggio: qui
si richiama, in Rollin' and tumblin e in Workingman's
blues n.
2, a due classici rispettivamente del blues e del country,
riscritti, specie il
secondo, nel suo stile immaginifico, che gli è
valso una candidatura al
Nobel, lauree honoris causa e il plauso di scrittori
come Allen
Ginsberg, Sam Shepard e altri. Senso della memoria e
disincantata
percezione della contemporaneità sono del resto
tra i connotati
salienti della poetica dylaniana, grazie a capolavori
come The
freewhelin' B.D., The times they are a-changin', Highway
61
revisited, Blonde on blonde, Infidels, Blood on the tracks
e tanti altri. Modern
times è in tal senso coerente con i due album
che l'hanno
degnamente preceduto, Time out of mind, del settembre
'97, e Love and theft,
del settembre 2001. Nel nuovo album, alla memoria s'intreccia
infatti
il presente, s'intuiscono in filigrana l'11 settembre,
la
distruzione di New Orleans, la guerra in Irak, pur mai
esplicitamente citati. E in
questo scenario dantesco c'è l'immagine d'una
Beatrice
d'oggi, Alicia Keys, evocata in Thunder of the mountain
da una lontananza di sogno.
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Di nuovo dal Giornale.it
I «Tempi moderni» d’un profeta: l’apocalisse
riscattata dall’amore
Cesare G. Romana
La voce, intanto. Aspra, di naso, riarsa. «Il vento
del deserto», la definì De
Gregori. E Dalla: «È così certo del
suo genio da non aver bisogno del
bel timbro, dei bei suoni, di tutte le cose rassicuranti
di cui abbiamo
bisogno tutti». Ecco, ritorna dopo cinque anni
Bob Dylan, e il vento
riprende a sibilare nel deserto, che è poi quest'epoca
senza oasi.
Questi modern times senz'anima: così s'intitola
il nuovo album,
in uscita giovedì e si ha un bel dire che il tempo
riserva, ai talenti del
pop, nient'altro che effimere sussistenze. Vero, ma Dylan
è ben
altro. Appartiene, semmai, all'esile stirpe dei poeti:
«Non sono un
cantante», suol dire. E infatti: la sua è
voce recitante, dei poeti declama la
supponenza disarmata, insieme alla chiaroveggenza dei
profeti - due
razze quasi omologhe, diceva Pasolini che ad entrambe
apparteneva.
A me la voce di Dylan «cantante» evoca quella
di Ungaretti, quando scandiva
le sue liriche nel modo cavernoso, sghembo, omerico che
nessun dicitore
di professione avrebbe osato. Gassman o Carmelo Bene
avrebbero fatto di
meglio, ma quello non era un attore che declamava un
poeta, era un
poeta che smascherava se stesso. Dylan è così:
in Modern times torna a
tradurre le sue liriche in fluente melologo, e ad avvolgerne
i testi
nel mistero capzioso della poesia. Ne segue che Modern
times, aperto da
un soavissimo omaggio ad Alicia Keys, è un grande
album, a giudicare
dagli avari, blindatissimi ascolti che la casa discografica,
figurarsi,
ne ha consentito ai critici: insufficienti a un'analisi
vera, ma
bastevoli a intuire i barbagli di passione e apprensione,
disincanto e
speranza che il cantore - qui anche arrangiatore, produttore
e pianista
- vi effonde. Gli arrangiamenti perentori eppur meditativi,
il transito
delle musiche - folk, blues, jazz, rockabilly - tra melodia
assorta e
ritmo frizzante. E il liquido lirismo del pianoforte,
l'armonica
che s'insinua come un clarino tra l'impazienza delle
chitarre e le
nuances degli archi.
È in questo intreccio mutevole che trova spazio
per la
poesia, quel simbolista impunito che è Bob Dylan:
figlio cadetto di
Blake e Rimbaud ma aperto - ancora De Gregori - «a
latitudini
omeriche». Con la musica che «rotola come
un tamburo» tra montagne in
tempesta e lune in fiamme, e lui «alto sull'inferno»
a bussare alle
porte del cielo. Con «l'anima che comincia ad espandersi»
tra i
paradisi della memoria e dell'attesa, nel tempo che si
destreggia
tra il sogno memore e la realtà incognita. Ché
Modern times è, prima che un
viaggio nell'oggi, un viavai tra l'ieri e il chissà.
Di ieri,
si sa che «ho congiurato contro questa lunga morte
delle anime», per finire,
«primogenito d'un pazzo, in una cowboy band»,
quando a ben altri
traguardi pareva chiamarci il destino. Del domani non
v'è certezza,
se non che «continueremo a girare intorno/vivendo
e morendo senza sapere
perché». Allora l'oggi. Qui, il poeta l'identifica
in una rinnovata
voglia d'amore, ultima spiaggia e rivalsa estrema. «Ho
cercato
d'amare il mio prossimo e di giovargli, ma non funziona»,
ammette in Ain't
talkin'. La giustizia sociale? «Va a fondo il potere
d'acquisto dei
proletari», dice in Workingman's blues. Del resto,
il biblista
invasato di Saved ha appreso, da Lutero, che solo attraversando
l'inferno
s'arriva al cielo. E allora «attraverso la fiamma
e il fuoco/
costruirò il mio mondo attorno a te». È
così che la poesia ritaglia,
nell'Apocalisse di un'America crocifissa, un'oasi di
stupefatta ingenuità, e nel prodigio d'amore si
compone il dissidio tra
memoria e futuro: «Girando intorno alla mezzanotte/
il vento notturno soffia un
tema di molte lune addietro/ suonano dolcemente le campane
di Saint
Mary/ e t'ho trovata di là dall'orizzonte»,
annuncia,
appunto, Beyond the orizon.
«Ciò che ami davvero rimane/ il resto è
scoria», cantava
Ezra Pound. E a quarant'anni dalle fosche profezie di
A hard
rain's gonna fall, è in quest'ipotesi di speranza
che Modern times trova
la sua provocazione vitale, nell'epoca disamorata e violenta
cui il
titolo allude. «Guardo nei tuoi occhi/ non ci vedo
altro che me/ questo è
tutto quanto sono e spero di essere», canta oggi
Bob Dylan, e gli archi
effondono chiarori aurorali, il pianoforte ha trasparenze
di perla, la
voce ha il timbro inatteso, accanito dell'utopia.
______________________
Da Il Tempo on line
Dylan pubblica il capolavoro
«Modern Times» Un viaggio nel deserto della
morale americana
di STEFANO MANNUCCI.
Si è mostrato per decenni, ma nessuno può
dirsi davvero
sicuro di averlo visto. Figuriamoci stanarlo. Agli inizi
degli anni
Settanta, quando abitava al 94 di Mac Dougal Street,
nel Greenwich
Village, il famigerato A.J. Weberman andava a frugare
nella sua
spazzatura per carpirne i segreti. Anzi, aveva organizzato
un Fronte di
Liberazione Dylan per "salvare" Bob dai cedimenti verso
l’establishment capitalista. Il persecutore telefonava
alla star provocandola: «Sei diventato così reazionario che
mi sorprende come Nixon non ti abbia
invitato a cantare per lui». E Dylan: «Sorprende
anche me». Rispondeva
così, ed era come se evaporasse davanti a tutti:
esegeti, nemici,
discepoli, detrattori. Una volta qualcuno gli buttò
una piccola croce d’
argento sul palco: lui se la mise in tasca, e poi avvertì
«la mano di
Gesù fisicamente su di me, e il mio corpo cominciò
a tremare tutto». Ma
quel "cristiano rinato" non avrebbe mai mancato di porsi
la
Domanda, lui ebreo, di fronte al Muro del Pianto. Nessuno
lo ha stanato, forse
neppure Dio. Così Dylan, a 65 anni suonati, può
ancora far sentire la
sua voce, gracchiante e sinistra come quella di una civetta
nella
notte, limpida e tagliente come quella di un profeta
riluttante. Sembra
essersi appena scrollato di dosso la polvere del Vietnam,
e già quella
di Baghdad gli si addensa sulle spalle. Nel suo viaggio
spirituale in
un’America trasfigurata e svuotata di ogni valore ritrova
una rabbia
mai davvero sopita, e dispensa anatemi criptati contro
i nuovi
"signori della guerra". Nell’epica "Ain’t walking" Dylan
canta:
«non sto parlando, sto solo camminando, ma darò
fuoco al ponte prima che tu
possa attraversarlo, perché ho il cuore che brucia
e ancora si
tormenta, e non ci sarà pietà per te quando
ti sarai smarrito». Non fa
nomi, ma se la prende con chi «schiaccia gli altri
con la ricchezza e
il potere, mentre tu in ogni momento di veglia potresti
andare in
pezzi». Non fa nomi: perché l’invettiva
possa valere oggi per Bush come
ieri per Johnson, e domani per chissà chi. Questo
suo nuovo disco,
"Modern Times", il 44mo della sua carriera, lo vede dunque
di
nuovo in marcia, nella sua peregrinazione interiore.
Ma attenzione: Dylan, si
diceva, non è un tipico "innocente", un’anima
pura come
quelle care alla letteratura americana del Novecento:
lui è un vendicatore, un
portatore di rivelazioni, ma solo per chi sappia leggerle
in
controluce. Per questo, appare fragile l’analogia con
il Chaplin
vagabondo dei "Tempi Moderni", cui pure l’album sembra
essere
in qualche modo ispirato. Dylan si è inoltrato
nel deserto morale del
Terzo Millennio senza alcun candore, ma con la saggezza
ribalda di chi
si lascia avvicinare, per poi sparire come un fantasma.
È un capolavoro
che Bob apre - nel rock’n’roll senza tempo di "Thunder
on the
mountain" - con una sorta di beffa. Prima dichiara platealmente
la sua attrazione per la cantante soul Alicia Keys («L’ho cercata
persino in tutto il
Tennessee»), poi intona: «Mi sento come se
la mia anima stesse
cominciando ad espandersi, se guardi nel mio cuore forse
capirai, mi
hai portato fin qui e ora stai cercando di farmi fuggire,
vieni a
leggere la scritta sul muro, guarda quel che dice».
Nemmeno il tempo di
provarci, ed ecco il cambio di tono: «Mi procurerò
un esercito, un bel
po’ di robusti figli di puttana, recluterò i miei
soldati negli
orfanotrofi»; e più sotto: «Vergognati
della tua avidità, per i tuoi
piani malvagi», fino all’immagine di «tutte
le signore di Washington
che arrancano per uscire dalla città, sembra che
stia per accadere
qualcosa di brutto». «Modern Times»
(prodotto dallo stesso Bob sotto lo
pseudonimo di Jack Frost, e suonato con la band con cui
gira il mondo
da anni per la sua «tournée senza fine»)
chiude idealmente una trilogia
iniziata con «Time out of mind» nel ’97 e
proseguita con «Love and
theft», uscito proprio nel giorno in cui l’America
e il mondo viravano
verso l’orrore: l’11 settembre 2001. Allora, quasi presago
delle
apocalissi imminenti, Dylan appariva cupo, come già
immerso in un
chiacchiericcio con l’Ombra. Qui no: il Nostro a tratti
sorride, si
scopre appassionato, rabbioso per amore. Una volta urla:
«Voglio una
donna per fare quel che dico», un’altra giura malinconicamente:
«La
pioggia notturna insegue il treno, portiamo tutti la
stessa corona di
spine, da anima ad anima avvolgono le nostre ombre, ed
io sarò con te
quando verrà il turno» («When the
deal goes down»). La guerra che
incombe, la schermaglia dei sensi, e la battaglia per
la sopravvivenza.
Perché tra ballate folk-rock e suggestioni jazz-swing,
tra R&B e
country vintage, Dylan (che non cantava in modo così
abbacinante da un
secolo) infila un paio di pamphlet politici che paiono
usciti dritti
dritti dai suoi dischi degli anni Sessanta, o dalla penna
di Steinbeck:
e "Workingman’s blues n.2" inchioda con la sua condanna
delle
disparità razziali e sociali; mentre "The levee’s
gonna break"
("la diga sta cedendo") annuncia, o richiama, la pagina
biblica dell’uragano
Katrina. Presentando le nuove canzoni allo scrittore
Jonathan Lethem in un’
intervista a "Rolling Stone", Dylan si è anche
curiosamente
scagliato contro la «tecnologia di registrazione»
che negli ultimi vent’anni ha
«appiattito i suoni, tanto che nessuno ha fatto
più un disco decente».
E più che una bizza da vecchio adepto del vinile,
forse quella di Bob
era sopratutto una chiamata, un appello alla generazione
del rock degli
anni ruggenti, perché torni subito ad ammaliare,
a stupire, a fustigare
le coscienze. Sarà l’autunno dei patriarchi, questo:
su tutti, Cat
Stevens-Yusuf Islam, che annuncia un album di canzoni
«per colmare il
ponte tra Occidente e Oriente». A quel tempo, Dylan
sarà di nuovo alle
prese con i suoi indecifrabili concerti. Ma nessuno,
neppure allora,
potrà dire di averne avvicinato il mistero.
martedì 29 agosto 2006
______________________
Da RockOL
Modern Times. Bob Dylan
E' indecifrabile, Bob Dylan. Lo è stato sempre,
e anche quando usa parole
semplici e dirette in realtà è un'apprenza,
e fumo negli ochhi di
chi gli sta davanti. Così il titolo del suo nuovo
disco di studio, “Modern
times”, suona come una beffa bella e buona.
Perché non c'è nulla di moderno in lui,
che fa dischi quando gli pare (è il primo lavoro di studio da “Love
and theft”, 2001; in Italia esce venerdì 1 settembre,
in america oggi); lui cge va sempre in tour senza mai
smettere; lui che
ultimamente si veste come una via di mezzo tra un cowboy
e un signore
del sud degli Stati Uniti. Non c'è nulla di moderno
in Dylan, che
anticipa l'uscita del disco con un'intervista a Rolling
Stone
in cui spara a zero sulla musica odierna, rea di saturare
di troppi suoni ogni
canzone, condendo il tutto con un sarcastico commento
sulla musica
digitale (più o meno: “si fa bene a scaricarla
gratis, tanto non vale
niente comunque...”). Ha ragione Dylan, a dire che oggi
la musica è
troppo “carica”; dall'alto della sua statura si può
anche
permettere un'anacronistica nostalgia del vecchio e caldo
vinile, opponendolo
al freddo digitale (una vecchia polemica, a suo tempo
portata avanti anche
da colleghi altrettanto illustri come Neil Young). Dylan
si può
permettere qualsiasi cosa, finchè farà
dischi come questo.
“Modern times” non è un disco né moderno,
né d'altri tempi: è semplicemente
senza tempo. 10 canzoni che potrebbero essere state scritte
da 1 giorno
come da un secolo, per come veleggiano agili tra le diverse
radici e i
diversi suoni dell'America: c'è di tutto, qua
dentro, dal blues
al rock, dal jazz al country. E sopratutto c'è
una leggerezza
incredibile, un suono volutamente essenziale e scarno,
ma pulito e preciso, molto di più che in “Love and theft” e “Time
out of mind”: ecco riemegere le
belle contraddizioni dell'uomo, che da un lato disprezza
il suono
moderno, ma poi sfrutta al meglio e a suo modo le moderne
tecniche di
registrazione. A fare grande Dylan, come al solito, sono
le canzoni,
davvero senza tempo: come hanno notato quelli di Billboard,
brani come
il blues “The levee's gonna break” (“L'argine sta per
cedere”)
potrebbero parlare della recente tragedia di New Orleans
come di
un'inondazione d'inizio secolo. E anche quando parla
apertamente del giorno d'oggi (la citazione di Alicia
Keys nell'iniziale
"Thunder on the mountain”, che Dylan dice di avere cercato
e inseguito fino nel Tennessee) non lo si può prendere troppo sul
serio. Sono canzoni belle
non tanto per i testi (è difficile astenersi da
una recesione sulle
parole, quando si tratta di Dylan, e non dubitiamo che
questo è
l'esercizio in cui si cimenterà la maggior parte
dei critici), ma
per l'insieme di parole, musica e interpretazione. Ed
è bello, per una
volta, notare che Dylan non calca troppo la mano nel
rendere la sua
voce insopportabile: a parte alcuni casi (il tono mooolto
nasale di
“Spirit on the water”) sembra quasi concedere al suo
pubblico un timbro
riconoscibile e familare.
Insomma, un Dylan in forma, sopratutto nelle
ballate come la finale “Ain't talkin'”, dilatata
all'inverosimile (quasi tutti i brani sono oltre i 6
minuti, nessuno è inferiore ai 5). Un Dylan che può davvero
permettersi quello che vuole, e non per la sua
storia, ma per quello che fa oggi.
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Da Quotidiano.Net
INESAURIBILE BOB
Nuovo disco per Dylan
Uscirà il primo settembre il 44esimo album del
cantautore americano.
In arrivo anche un film sulla sua vita diretto da Todd
Haynes
Roma, 28 agosto 2006 - Forse sta ancora cercando le suerisposte
nel vento, quel sessantenne di Duluth, Mister Rober Zimmerman,
conosciuto da tutti come Bob Dylan. Altrimenti non si
spiega il suo
fervore creativo di questi anni, il libro, un film, ed
ora il nuovo
album: Il 44 esimo della sua carriera. S'intitola
'ModernTimes' e sarà nei negozi dal 1 settembre.
Dieci tracce in bilico tra presente e passato appannaggio di un'età
in cui il rock graffiava ancora.
Dieci ballate in puro stile Dylan, registrate lo scorso
inverno con lo stesso
cantautore alle tastiere, chitarre, armonica e voce,
accompagnato dagli
stessi musicisti che lo affiancano in tour: Tony Garnier
(basso),
George G. Receli (batteria), Stu Kimball (chitarra),
Denny Freeman
(chitarra), Donnie Herron (violino, viola e mandolino).
Il disco sarà pubblicato in due versioni una standard
e una deluxe contenente un dvd con immagine extra. Per chi poi non vuole
avere niente a che fare con i
tempi moderni c'è anche un'edizione in vinile,
'gracchiante', come la voce di 'Mister tamburine man',
ma ugualmente affascinante. Per i fan più accaniti, invece una chance
unica: collegandosi al sito iTunes si potrà ascoltare tutto il nuovo
album. Per l'occasione il servizio
digitale includerà anche cinque bonus video: 4Cold
Irons Bound',
'Blood In My Eyes', 'Things Have Changed', 'Love Sick'
e
'Jokerman'. Una scelta dettata anche dalla polemica innescata
qualche giorno fa proprio da un'intervista di Dylan al mensile 'Rolling
Stone'.
"Mi ricordo le polemiche per scaricare la musica gratis
da siticome Napster. Ebbene, perchè no? La gente fa bene a copiare
le canzoni da Internet: non
valgono niente" aveva detto il cantautore. Per poi aggiungere:
"Non conosco nessuno negli ultimi vent'anni che abbia
inciso un disco
dal suono decente. Questi dischi moderni sono atroci,
la tecnologia
appiattisce i suoni, rende tutto statico".
'Time out of mind' e 'Love
and Theft' i lavori più recenti di Dylan hanno
ottenuto un grande
successo commerciale, vendendo entrambi un milione di
copie nei soli
Stati Uniti e aggiudicandosi una candidatura ai Grammy
nella categoria
album dell'anno (1998). Il prolifico cantautore americano
nel 2000
ha conquistato anche l'accademy award e il golden globe
per il brano
'Things have Changed' del film 'Wonder Boys'. La sua
autobiografia 'Chronicles' è stata uno dei libri
più venduti del 2004, mentre
il film 'No direction Home', realizzato da Martin Scorsese
ha ricevuto
il premio 'Peabody Award'. E ancora il programma radiofonico
settimana in onda su XM condotto dallostesso Dylan ha
fatto il suo debutto solo a maggio ma è già diventato la
trasmissione di punta della radio.
Nel frattempo il regista Todd Haynes (già regista
di «Velvet Goldmine» del
1998 e «Lontano dal paradiso» del 2002) sta
ultimando le riprese del
film «I'm Not There», il film biografico
basato sulla vita del
cantautore. Secondo alcune indiscrezioni, la pellicola
sarà
interpretata da un cast di primissimo piano: Cate Blanchett,
Christian
Bale, Richard Gere, Heath Ledger e Michelle Williams
(«I segreti di
Brokeback Mountain»). Pare invece che l'attore
Colin Farrell,
previsto inizialmente, abbia rinunciato al progetto.