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Maggie's Farm Southern Band |

Ed ecco l'esordio della Maggie's
Farm Southern Band, la band ufficiale di MF fondata dal nostro fantastico
duo parte-nopeo e parte napoletano Antonio
Genovese/Leonardo "Lion" Mazzei (voce chitarre ed armonica il primo,
chitarra acustica ed elettrica il secondo - Nella foto qui sopra).
Coadiuvati da Sandro
Carta al basso, Michele Barone Lumaga alle tastiere e Gianluca De Pertis
alla batteria, i nostri Antonio&Leo si sono esibiti
Venerdì 5 Dicembre 2003 al Club Jazz "Lontano Da Dove" di Napoli,
in una serata tributo a Bob Dylan che ha segnato l'esordio ufficiale della
Maggie's Farm Southern Band.
Elio "Rooster", presente alla
serata, mi comunica il suo entusiasmo per lo show sottolineando la bravura
dei nostri "magfarmers musicians".
Ma lascio la parola al nostro
insostituibile Sal "Eagle" autore di una performance recitativa dylaniana
molto toccante, animatore e presentatore della serata che ci racconta di
seguito tutto sul debutto della MFSB... vai Sal!!!





Ed ecco il discorso di presentazione:
Bob Dylan: L'imperatore Del Suono
introduzione per il concerto della
Maggie's Farm Southern Band
Prima parte
I tempi sono già cambiati e viviamo in un quadro ormai coperto
da una densa coltre di fumo; sullo sfondo le truppe esauste che cercano
invano la strada di casa. La strada è priva di ogni indicazione,
perché tutto è andato distrutto. Non esiste politico che
riesca ad illuderci che possiamo nutrire ancora un barlume di speranza.
Le guerre retrocedono lentamente ma non si spengono. E' così da
sempre. L'uomo vive con una ferita in pieno petto, aperta proprio sul cuore.
Solo gli artisti sono in grado di suturarla. Solo gli artisti possono aiutarci
attraverso la loro arte. Dylan è uno di questi. La sua voce mantrica,
odiosamente strana e meravigliosa, sembra rievocare il mistero dell' intera
esistenza, attraverso le sue parole si ha la sensazione che sia l'unico
in possesso delle risposte di cui ogni uomo ha bisogno.
Sentirlo cantare è come trovarsi di fronte a Billy Holiday,
Lord Byron, Woody Guthrie, Verlaine, Stainbeck. Lui è semplicemente
Bob Dylan. Il poeta laureato del rock'n'roll, come lo definisce la voce
che ogni sera annuncia il suo ingresso sul palco. Non è stato l'unico,
naturalmente; e non è l'unico adesso. Ma di tutti i nostri poeti,
Dylan è il solo che riuscito ad afferrare l'infinità deglioceani
e a metterla in un bicchiere. Attraverso le sue canzoni ci ha raccontato
la vita, l'amore, la morte, il suo rapporto con Dio rimanendo sempre di
fronte a noi, rimanendo sempre se stesso. Il suo atteggiamento nei confronti
della vita, è così incazzato, così acido... al punto
da fottersene di tutti, fa esattamente quello che vuole, non gli interessa
se è alla moda oppure se qualcuno non lo capisce. Lui prosegue per
la via maestra segnandoci attraverso le sue canzoni la strada da percorrere.
La gente può imparare molte cose dalle sue canzoni, basta che
sappia dove guardare. Fin dai suoi primi successi Dylan ha sempre attinto
alla fonte della cultura popolare americana ma non si è mai lasciato
fagocitare dal suo modo di fare musica, rimanendo incastrato in un preciso
genere musicale come fecero tanti suoi contemporanei. Fu così agli
inizi quando dopo il primo album di colpo abbandonò la musica di
Woody Guthrie e Leadbelly per dedicarsi a composizioni proprie. Fu così
quando dopo una travolgente carriera da cantante di protesta, mostrò
il suo lato più intimo e etichettò i pezzi del disco precedente
come brani matematici. La sua vita può sembrare incomprensibile,
come lo furono all'epoca le sue decisioni ma tutto ha un senso sempre.
I suoi dischi offrono una impressionante continuità d'ispirazione
frutto di un suo cammino prima musicale e poetico poi addirittura religioso
e spirituale. Diventa chiara allora la scelta di far andare a letto insieme
il folk ed il rock. Il che non è cosa da poco. Con tutta probabilità
stava cominciando ad annoiarsi nel salire sul palco e suonare da solo con
una chitarra acustica, pensò allora ad una band. Ecco allora che
a Newport imbracciando una Fender Elettrica si autoproclamò, come
un moderno Napoleone, imperatore del suono al pari di Herbert von Karajan,
Karlheinz Stockhausen, i Beatles e i Rolling Stones; bastò sentire
le prime note di Maggie's Farm e la successiva Like Rolling Stone per vedergli
sul
capo quella corona. La sua musica è l'appendice della controcultura
americana degli anni sessanta, scritta e interpretata da testimone di quegli
anni che cambiarono o tentarono di cambiare per sempre il mondo e la sua
società. Tutto ciò avveniva al di fuori della società.
Non c'era una formula da seguire, non c'era una "cultura ufficiale" o cose
che era obbligatorio dire o fare per stare al passo con i tempi. L'America
era ancora molto perbene, molto dopoguerra, il suo segno di distinzione
era un abito grigio di flanella. McCarthy, paura dei comunisti, puritana,
molto claustrofobica.
La vecchia America aveva bisogno di una scossa e lui gliela diede con
il turbine poetico e sonoro di Like Rolling Stone, scritta quasi fosse
un pezzo di vomito lungo circa venti pagine. Dopo avere scritto quella
canzone non fu più interessato a scrivere romanzi o commedie. Quello
fu come disse Allen Ginsberg fare arte attraverso un Juke-box. Ancora oggi,
mentre sulla pelle
gli sono passate mille etichette, da cantante di protesta, a rockstar,
da mito a fallito, la poesia sembra essere parte di lui. Probabilmente
anche lui deve ancora convincersi che è un poeta. Tenta di farlo
con molta dedizione. Qualcuno forse può pensare che il mondo non
ha bisogno delle sue poesie perché ce n'è già abbastanza
di qualunque cosa. Ecco Dylan forse non
non è il poeta che tutti immaginano ma sicuramente è
un cantautore troppo poeta per non finire per essere etichettato come poeta.
E' troppo scomodo vederlo a sessant'anni passati ancora sul palco a ringhiare
come sempre le sue canzoni e a ricordarci che il mondo sta andando a rotoli
e che i tempi sono cambiati. Da allora in poi le acque si sono intorpidite
parecchio; è l'età dei computer e tutto al giorno d'oggi
è cosi' complicato. Oggi siamo tutti come il Mr.Jones di Ballad
Of Thin Man. Negli anni sessanta cantava che i tempi stavano per cambiare
in tempo in cui le idee e gli eroi erano davvero importanti, e la gente
cresceva condividendo quei miti, quelle leggende e quegli ideali, i giovani
come lui avevano davanti un mondo da cambiare in meglio; ora quasi fosse
un messaggero divino dice che l'età del silicio ha cambiato i tempi
che siamo nell'epoca di McDonald e Walt Disney che finiremo per essere
pedine di un gioco diabolico ordito da un essere senza testa che ci condurrà
chi sa dove. Bob Dylan sembra così essere il depositario di un tempo
perduto più che un idolo del passato o una ispirazione per il futuro.
Comprendo allora perché qualcuno ha detto che Bob Dylan è
«più grande della vita stessa» e immagino che il suo
lavoro
sopravviverà a lungo dopo la sua morte. Il fatto che gran parte
di ciò che sappiamo di lui, ciò che pensa, ci arriva da qualcosa
che lui ha detto una volta o l'altra in una canzone, è un testamento
affascinante del potere del suo lavoro. Sappiamo ciò che Picasso
pensava osservando Guernica, o le intenzioni di Beethoven dopo aver composto
una sinfonia? Eppure quando
ascolto Tangled Up In Blue o Absolutely Sweet Marie, o ancora Abandoned
Love ritrovo o scopro parti di me dimenticate.
Seconda parte
Martin Colyer di recente in un suo articolo per il GUARDIAN ha scritto: La gente spesso non considera il fatto che sono le melodie di Dylan la chiave delle sue reinvenzioni, non le parole tanto decantate dai critici. Le melodie sono terreno fertile per i musicisti con cui Bob lavora per improvvisare suoni gloriosi che abbracciano la sua performance generalmente stravagante - e che grandi musicisti sono questi della band attuale! Alla fine non si tratta di musica folk, country, pop, R&B, blues o rock. E' tutte queste cose e molto di più: è la musica di Bob e di nessun altro su questo pianeta!.
E' vero Dylan è unico così come lo è la sua musica
che creato, poi distrutto, ricostruito e poi fatto rinascere a suo piacimento,
incantando, commovendo, divertendo, irritando al punto da far incazzare
migliaia e migliaia di gente sparsa per il mondo. La cosa però che
lo rende assolutamente particolare rispetto a Woody Guthrie, che Dylan
non è solo un autore di canzoni ma un autore di dischi. Ogni disco
ma anche ogni tour sembrano avere un leit-motiv distinto, addirittura con
un tema principale che viene portato a compimento alla fine, come una sorta
di concept ideale.
Soltanto Picasso, come ha sostenuto Leonard Cohen, ebbe una carriera
così longeva, producendo un'arte straordinaria, coprendo tanti periodi
altamente creativi. Sintomatico è anche il cambiare della voce di
Dylan. Lui non ha mai inciso due dischi con l'identico timbro di voce.
Abbiamo il miele in Nashville Skyline, il veleno in Blood On Tracks,
la passione e il misticismo in Desire.
Come quadri insomma, magari tutti diversi, di autori differenti, ma
resi uguali dallo stesso museo che li ospita, e che si fa esso stesso opera
d'arte.
Questo potrebbe fare di lui un genio, al pari di Michelangelo. Però
lui non ha ancora dipinto il suo capolavoro, la sua Sistina non l'ha ancora
dipinta e forse mai lo farà. Proprio perché probabilmente
è un genio e si sa tra genio e follia, c'e' una linea di demarcazione
troppo sottile. Ascoltando Highway 61 o Blonde On Blonde, si percepisce
quel selvaggio suono al mercurio di cui Bob aveva parlato a Robbie Robertson
descrivendogli quello che avrebbe voluto sentire nel suo disco. Un suono
che viene dal passato ma anche dal futuro, che ti rapisce, ti avvolge a
patto che tu metta a suo servizio le orecchie e il cuore. Il sound dei
dischi di Dylan è immaginifico e lo dice lui stesso ancora una volta
parlando a Robbie Robertson della Band: "Ascolta Robbie, immagina un personaggio
molto elisabettiano, con tanto di giarrettiere ed un corno da
pastore, che sta venendo giù da una collina al mattino presto,
con il sole che si alza dietro le sue spalle. E' questo il suono che voglio".
Quel suono lo sentiamo anche in Desolation Row una canzone scritta nello
spirito in un flusso di coscienza. Non c'è una maniera logica con
la quale si riesce ad arrivare a versi come quelli. La musica diventa così
funzionale al testo, infatti le chiavi maggiori sembrano evocare una dimensione
fantastica. E le chiavi minori una dimensione sovrannaturale. Il Sol maggiore
può diventare la chiave della forza ma anche del dolore. Il Mi maggiore
quella della fiducia. Il La bemolle maggiore invece la chiave della rinuncia.
Questi sentimenti in musica popolano i dischi di Bob, ma sul palco è
tutto diverso. Quello che fa sul palco ha una storia a se', infatti lui
a seconda della sua ispirazione canta i suoi brani in modo diverso, cambiando
la natura stessa dell'arte. E' sul palco che Dylan ha dato il meglio di
se' molto più che nei suoi splendidi dischi. La sua musica vive
vite parallele sul palco è pronta al mutamento e alla rielaborazione,
sul disco è invece cristallizzata in un alone di immortale eternità.
Un esempio ne sono sicuramente i Basement Tapes, un'opera incredibile sotto
ogni punto di vista, che testimonia il periodo subito dopo la sbornia del
66 in cui Bob fu lontano dalle scene.
Nella sua residenza di Woodstock insieme a quella che fu poi la Band
si divertirono per mesi a suonare seguendo l'ispirazione, vecchie ballate
e traditional, altre cose scritte in precedenza da Bob e Richard Manuel,
e altre canzoni che Bob inventava lì per lì mentre suonavano...
facevano sette, otto, dieci, a volte persino quindici canzoni al giorno.
Un brano come Sign on the Cross sarebbe stata una canzone davvero buona,
ma Bob non la completò mai. Suonavano la melodia, lui cantava qualche
parola che aveva scritto, poi ne inventava qualche altra, oppure modulava
semplicemente un motivo o delle sillabe. Alla fine si ritrovarono con una
bella raccolta di canzoni, non si trattava però di registrazioni
fatte in modo professionale, perchè avevano soltanto un piccolo
registratore a nastri.
Solo parte di quei nastri finì sul disco ufficiale qualche anno
dopo, You Ain't Goin' Nowhere e I Shall be Released ne sono un esempio.
Ascoltandole si ha la sensazione di sentire una musica che ha a che
fare con il country ma lo tocca solo in parte, che è folk ma solo
in parte, che è rock ma solo in parte, ecco questa è la musica
di Bob Dylan.
Un universo inafferrabile che appartiene a tutti.
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