On A Night Like This:
Cronaca da una serata dylaniana


Il debutto della
Maggie's Farm Southern Band

Ed ecco l'esordio della Maggie's Farm Southern Band, la band ufficiale di MF fondata dal nostro fantastico duo parte-nopeo e parte napoletano Antonio Genovese/Leonardo "Lion" Mazzei (voce chitarre ed armonica il primo, chitarra acustica ed elettrica il secondo - Nella foto qui sopra).
Coadiuvati da Sandro Carta al basso, Michele Barone Lumaga alle tastiere e Gianluca De Pertis alla batteria, i nostri Antonio&Leo si sono esibiti Venerdì 5 Dicembre 2003 al Club Jazz "Lontano Da Dove" di Napoli, in una serata tributo a Bob Dylan che ha segnato l'esordio ufficiale della Maggie's Farm Southern Band.
Elio "Rooster", presente alla serata, mi comunica il suo entusiasmo per lo show sottolineando la bravura dei nostri "magfarmers musicians".
Ma lascio la parola al nostro insostituibile Sal "Eagle" autore di una performance recitativa dylaniana molto toccante, animatore e presentatore della serata che ci racconta di seguito tutto sul debutto della MFSB... vai Sal!!!


Michele "Napoleon in rags"
E finalmente arrivò la sera del debutto della Maggie's Farm Southern Band.
Sono passati circa sei mesi da quella sera in cui Antonio Genovese e Leonardo Mazzei si esibirono in duo per "Rock Poetry", da allora sono passate una marea di serate di prove in duo, nottate a casa mia con tanto di lamentele dei vicini che rimproveravano mio fratello (che dormiva beatamente nel suo letto) non sapendo che eravamo NOI a tormentarli con una infuocata versione di It's All Right Ma con Leo all'elettrica, Antonio all'acustica e io nell'improbabile ruolo di cantante stile Bubola ma con molta meno voce.
Poi le dure ricerche per un bassista e un batterista e finalmente la band, a cui nelle ultime due settimane si è aggiunto un tastierista, il grande Michele, il quiet one del gruppo.
Antonio ne aveva parlato già nella talkin' annunciandone la nascita ora il dado è tratto.
Siamo a Napoli, luogo prescelto per il debutto è il Lontano da dove, una libreria, una sorta di caffe' letterario ma anche una specie di micro-live club, insomma il posto adatto per una serata tributo a Bob Dylan.
Per i preparativi solo due settimane dense di telefonate, idee, proposte, scalette, e.mail e tutto quanto può far comunicazione.
Con una telefonata Leonardo mi recluta come animatore-manager-pr. Subito mi viene affidata l'introduzione della serata in cui presentare il nostro Bob Dylan, parto in quarta con un incomprensibile monologo in cui si intrecciano selvaggiamente (in malo modo digiamolo) varie canzoni di Bob. Giustamente Leo e Antonio mi distolgono e passo a qualcosa di più comprensibile e accettabile. Poi è la volta dei pieghevoli, delle locandine e del comunicato stampa. Riesco nell'impresa di contattare anche Federico Vacalebre, che gentilmente pubblica sul Mattino l'annuncio della serata.
Il D-Day per me è costellato come al solito dai miei impegni extra Dylan: un improrogabile congresso a cui decido di parteciparci a tutti i costi. Nonostante si preannuncino numerosi problemi organizzativi, nonostante sia completamente a pezzi per una terribile influenza.
Funziona tutto a meraviglia, e per questo ringrazio Enrico, che mi ha gentilmente fatto da autista avendo come al solito problemi di spostamento!
Riesco anche nell'impresa di recuperare Michela che è giunta a Caserta per l'occasione e finalmente alle 19:30 siamo a Napoli dove Leo e la sua ragazza ci aspettano.


Ci portiamo al locale dove dopo aver conosciuto gli altri componenti della MFSB ovvero il bassista Sandro Carta, il tastierista new entry Michele Barone Lumaga, keyboards e il grande batterista Gianluca De Pertis, cominciano i preparativi per la serata. Dopo aver montato i vari strumenti, mi improvviso anche tecnico del suono durante il soundcheck in cui finalmente vedo suonare la Maggie's Farm Southern Band.
E' una botta esagerata. Il sound è veramente fuckin' loud.
Partono subito alla grandissima con una strabordante Leopard Skin in cui Antonio sfodera una voce più blues che mai, provo a cantare anche un verso con lui ma il risultato è indicibile.
Il raffreddore è a livelli leggendari. Poi arriva il grande Elio in rappresentanza della vecchia guardia di Maggie's Farm accompagnato dal figlio, e poi poco prima dell'inizio anche un altro old farmer e cioè Antonio "Cat", la cosa mi solleva non poco essendo latitante sulle nostre pagine da un bel po'.
Sul palco intanto si fanno le ultime prove con una bella Love Minus-Zero in versione elettrica, che purtroppo i nostri decideranno di non suonare durante il concerto.
Intorno alle 9:30 il piccolo locale è già pieno come un uovo, incominciano i preparativi per i vari ordinativi ai tavoli e dopo una lunga introduzione del proprietario del locale impegnato nella presentazione di tre libri, tra cui anche quello di The Big Paolo Vites, finalmente posso partire con il mio "papiello" su Bob.
Ho poco tempo e il testo è lunghissimo, così mi precipito in una lettura a briglia sciolta senza un attimo di sosta, il pubblico però apprezza.
Poi partono le note del IV movimento di Sinfonia Del Nuovo Mondo di Dvorak e presento la band in questo modo: Signore e Signori, ho il piacere e l'onore di presentarvi coloro che sono stati folgorati sulla via di Duluth, coloro che hanno studiato e coniugato Bob Dylan, al futuro, all'imprerfetto e al trapassato, saltando da una copia di Blonde On Blonde a una di Empire Burlesque.
Signore e Signori la Maggie's Farm Southern Band.
Bello no? Poi Leo, Antonio e soci partono con una bella versione di Absolutely Sweet Marie, penalizzata agli inizi dal livello del microfono di Antonio troppo basso, subito mi precipito a sistemare le cose e approfitto per alzare anche il livello della tastiera. Finalmente si ragiona. Le cose vanno molto meglio con Blind Willie McTell, in cui Leonardo fa il verso a Bob con dei ricami di chitarra davvero eccezionali.
Poi cominciano i problemi, prima si blocca il pedale per gli effetti di Antonio, poi l'acustica di Leo, non ne vuole sapere di suonare, così è costretto a suonare le canzoni acustiche con l'elettrica, tuttavia il risultato non cambia.
Tutto fila liscio dal punto di vista sonoro. Abandoned Love è tambureggiante con Gianluca che si produce in ottimi cambi di tempo, mentre Antonio canta davvero ispirato, e non poteva essere diversamente visto che questa canzone è uno dei suoi pezzi forti.
Precise ancora una volta le sue parti di chitarra ritmica sempre molto misurate, perfettibili quelle di Leo che ogni tanto seguendo il suo mito si perde un po' sulla strada di Duluth abbagliato dall'arte di Bob. Tangled Up In Blue è grandiosa, ottimo Leo alla chitarra solista che da' al brano la giusta spinta.
Segue un grandissimo trittico con I Shall Be Realeased in cui cerco in qualche modo di fare i cori insieme al batterista, ma entrambi siamo senza microfoni, poi Forever Young e il bluesaccio di Leopard Skin Pill-Box Hat, in cui Antonio e Leonardo fanno davvero scintille supportati dall'ottimo Sandro al basso. Salta la prevista pausa e segue One More Cup Of Coffee, in cui Michele con la tastiera ricrea le sonorità violinistiche del brano che riesce alla grande in una versione molto fedele all'originale, peccato per la mancanza di una voce femminile.
Ho avuto la sensazione che Michela che era seduta di fianco a me avrebbe fatto carte false per poter sfoderare la sua voce ma interrogata a riguardo ha negato. Non le ho creduto visto che spesso mi dice che le piace moltissimo cantare questa canzone. La poesia di Desolation Row e il country di You ain't Going Nowhere chiudono idealmente il primo set e subito dopo parte Like a Rolling Stone, suonata davvero alla grandissima con tanto di presentazione finale della band.
Chiudono il lotto di grandi performance All Along The Watchtower e Knockin' On Heaven's Door, applauditissima dal pubblico che sembra non voler far scendere dal palco la band, infatti dopo un attimo di smarrimento si decide per tre pezzi non previsti o meglio di riserva, My Back Pages, Forever Young
e Blowin' In The Wind. Poi gli applausi finali a coronamento di una grande serata, la prima di una lunga serie per questa grande band.

Ed ecco il discorso di presentazione:

Bob Dylan: L'imperatore Del Suono
introduzione per il concerto della Maggie's Farm Southern Band



Prima parte

I tempi sono già cambiati e viviamo in un quadro ormai coperto da una densa coltre di fumo; sullo sfondo le truppe esauste che cercano invano la strada di casa. La strada è priva di ogni indicazione, perché tutto è andato distrutto. Non esiste politico che riesca ad illuderci che possiamo nutrire ancora un barlume di speranza. Le guerre retrocedono lentamente ma non si spengono. E' così da sempre. L'uomo vive con una ferita in pieno petto, aperta proprio sul cuore. Solo gli artisti sono in grado di suturarla. Solo gli artisti possono aiutarci attraverso la loro arte. Dylan è uno di questi. La sua voce mantrica, odiosamente strana e meravigliosa, sembra rievocare il mistero dell' intera esistenza, attraverso le sue parole si ha la sensazione che sia l'unico in possesso delle risposte di cui ogni uomo ha bisogno.
Sentirlo cantare è come trovarsi di fronte a Billy Holiday, Lord Byron, Woody Guthrie, Verlaine, Stainbeck. Lui è semplicemente Bob Dylan. Il poeta laureato del rock'n'roll, come lo definisce la voce che ogni sera annuncia il suo ingresso sul palco. Non è stato l'unico, naturalmente; e non è l'unico adesso. Ma di tutti i nostri poeti, Dylan è il solo che riuscito ad afferrare l'infinità deglioceani e a metterla in un bicchiere. Attraverso le sue canzoni ci ha raccontato la vita, l'amore, la morte, il suo rapporto con Dio rimanendo sempre di fronte a noi, rimanendo sempre se stesso. Il suo atteggiamento nei confronti della vita, è così incazzato, così acido... al punto da fottersene di tutti, fa esattamente quello che vuole, non gli interessa se è alla moda oppure se qualcuno non lo capisce. Lui prosegue per la via maestra segnandoci attraverso le sue canzoni la strada da percorrere.
La gente può imparare molte cose dalle sue canzoni, basta che sappia dove guardare. Fin dai suoi primi successi Dylan ha sempre attinto alla fonte della cultura popolare americana ma non si è mai lasciato fagocitare dal suo modo di fare musica, rimanendo incastrato in un preciso genere musicale come fecero tanti suoi contemporanei. Fu così agli inizi quando dopo il primo album di colpo abbandonò la musica di Woody Guthrie e Leadbelly per dedicarsi a composizioni proprie. Fu così quando dopo una travolgente carriera da cantante di protesta, mostrò il suo lato più intimo e etichettò i pezzi del disco precedente come brani matematici. La sua vita può sembrare incomprensibile, come lo furono all'epoca le sue decisioni ma tutto ha un senso sempre. I suoi dischi offrono una impressionante continuità d'ispirazione frutto di un suo cammino prima musicale e poetico poi addirittura religioso e spirituale. Diventa chiara allora la scelta di far andare a letto insieme il folk ed il rock. Il che non è cosa da poco. Con tutta probabilità stava cominciando ad annoiarsi nel salire sul palco e suonare da solo con una chitarra acustica, pensò allora ad una band. Ecco allora che a Newport imbracciando una Fender Elettrica si autoproclamò, come un moderno Napoleone, imperatore del suono al pari di Herbert von Karajan, Karlheinz Stockhausen, i Beatles e i Rolling Stones; bastò sentire le prime note di Maggie's Farm e la successiva Like Rolling Stone per vedergli sul
capo quella corona. La sua musica è l'appendice della controcultura americana degli anni sessanta, scritta e interpretata da testimone di quegli anni che cambiarono o tentarono di cambiare per sempre il mondo e la sua società. Tutto ciò avveniva al di fuori della società. Non c'era una formula da seguire, non c'era una "cultura ufficiale" o cose che era obbligatorio dire o fare per stare al passo con i tempi. L'America era ancora molto perbene, molto dopoguerra, il suo segno di distinzione era un abito grigio di flanella. McCarthy, paura dei comunisti, puritana, molto claustrofobica.
La vecchia America aveva bisogno di una scossa e lui gliela diede con il turbine poetico e sonoro di Like Rolling Stone, scritta quasi fosse un pezzo di vomito lungo circa venti pagine. Dopo avere scritto quella canzone non fu più interessato a scrivere romanzi o commedie. Quello fu come disse Allen Ginsberg fare arte attraverso un Juke-box. Ancora oggi, mentre sulla pelle
gli sono passate mille etichette, da cantante di protesta, a rockstar, da mito a fallito, la poesia sembra essere parte di lui. Probabilmente anche lui deve ancora convincersi che è un poeta. Tenta di farlo con molta dedizione. Qualcuno forse può pensare che il mondo non ha bisogno delle sue poesie perché ce n'è già abbastanza di qualunque cosa. Ecco Dylan forse non
non è il poeta che tutti immaginano ma sicuramente è un cantautore troppo poeta per non finire per essere etichettato come poeta. E' troppo scomodo vederlo a sessant'anni passati ancora sul palco a ringhiare come sempre le sue canzoni e a ricordarci che il mondo sta andando a rotoli e che i tempi sono cambiati. Da allora in poi le acque si sono intorpidite parecchio; è l'età dei computer e tutto al giorno d'oggi è cosi' complicato. Oggi siamo tutti come il Mr.Jones di Ballad Of Thin Man. Negli anni sessanta cantava che i tempi stavano per cambiare in tempo in cui le idee e gli eroi erano davvero importanti, e la gente cresceva condividendo quei miti, quelle leggende e quegli ideali, i giovani come lui avevano davanti un mondo da cambiare in meglio; ora quasi fosse un messaggero divino dice che l'età del silicio ha cambiato i tempi che siamo nell'epoca di McDonald e Walt Disney che finiremo per essere pedine di un gioco diabolico ordito da un essere senza testa che ci condurrà chi sa dove. Bob Dylan sembra così essere il depositario di un tempo perduto più che un idolo del passato o una ispirazione per il futuro. Comprendo allora perché qualcuno ha detto che Bob Dylan è «più grande della vita stessa» e immagino che il suo lavoro
sopravviverà a lungo dopo la sua morte. Il fatto che gran parte di ciò che sappiamo di lui, ciò che pensa, ci arriva da qualcosa che lui ha detto una volta o l'altra in una canzone, è un testamento affascinante del potere del suo lavoro. Sappiamo ciò che Picasso pensava osservando Guernica, o le intenzioni di Beethoven dopo aver composto una sinfonia? Eppure quando
ascolto Tangled Up In Blue o Absolutely Sweet Marie, o ancora Abandoned Love ritrovo o scopro parti di me dimenticate.

Seconda parte

Martin Colyer di recente in un suo articolo per il GUARDIAN ha scritto: La gente spesso non considera il fatto che sono le melodie di Dylan la chiave delle sue reinvenzioni, non le parole tanto decantate dai critici. Le melodie sono terreno fertile per i musicisti con cui Bob lavora per improvvisare suoni gloriosi che abbracciano la sua performance generalmente stravagante - e che grandi musicisti sono questi della band attuale! Alla fine non si tratta di musica folk, country, pop, R&B, blues o rock. E' tutte queste cose e molto di più: è la musica di Bob e di nessun altro su questo pianeta!.

E' vero Dylan è unico così come lo è la sua musica che creato, poi distrutto, ricostruito e poi fatto rinascere a suo piacimento, incantando, commovendo, divertendo, irritando al punto da far incazzare migliaia e migliaia di gente sparsa per il mondo. La cosa però che lo rende assolutamente particolare rispetto a Woody Guthrie, che Dylan non è solo un autore di canzoni ma un autore di dischi. Ogni disco ma anche ogni tour sembrano avere un leit-motiv distinto, addirittura con un tema principale che viene portato a compimento alla fine, come una sorta di concept ideale.
Soltanto Picasso, come ha sostenuto Leonard Cohen, ebbe una carriera così longeva, producendo un'arte straordinaria, coprendo tanti periodi altamente creativi. Sintomatico è anche il cambiare della voce di Dylan. Lui non ha mai inciso due dischi con l'identico timbro di voce.
Abbiamo il miele in Nashville Skyline, il veleno in Blood On Tracks, la passione e il misticismo in Desire.
Come quadri insomma, magari tutti diversi, di autori differenti, ma resi uguali dallo stesso museo che li ospita, e che si fa esso stesso opera d'arte.
Questo potrebbe fare di lui un genio, al pari di Michelangelo. Però lui non ha ancora dipinto il suo capolavoro, la sua Sistina non l'ha ancora dipinta e forse mai lo farà. Proprio perché probabilmente è un genio e si sa tra genio e follia, c'e' una linea di demarcazione troppo sottile. Ascoltando Highway 61 o Blonde On Blonde, si percepisce quel selvaggio suono al mercurio di cui Bob aveva parlato a Robbie Robertson descrivendogli quello che avrebbe voluto sentire nel suo disco. Un suono che viene dal passato ma anche dal futuro, che ti rapisce, ti avvolge a patto che tu metta a suo servizio le orecchie e il cuore. Il sound dei dischi di Dylan è immaginifico e lo dice lui stesso ancora una volta parlando a Robbie Robertson della Band: "Ascolta Robbie, immagina un personaggio molto elisabettiano, con tanto di giarrettiere ed un corno da
pastore, che sta venendo giù da una collina al mattino presto, con il sole che si alza dietro le sue spalle. E' questo il suono che voglio". Quel suono lo sentiamo anche in Desolation Row una canzone scritta nello spirito in un flusso di coscienza. Non c'è una maniera logica con la quale si riesce ad arrivare a versi come quelli. La musica diventa così funzionale al testo, infatti le chiavi maggiori sembrano evocare una dimensione fantastica. E le chiavi minori una dimensione sovrannaturale. Il Sol maggiore può diventare la chiave della forza ma anche del dolore. Il Mi maggiore quella della fiducia. Il La bemolle maggiore invece la chiave della rinuncia. Questi sentimenti in musica popolano i dischi di Bob, ma sul palco è tutto diverso. Quello che fa sul palco ha una storia a se', infatti lui a seconda della sua ispirazione canta i suoi brani in modo diverso, cambiando la natura stessa dell'arte. E' sul palco che Dylan ha dato il meglio di se' molto più che nei suoi splendidi dischi. La sua musica vive vite parallele sul palco è pronta al mutamento e alla rielaborazione, sul disco è invece cristallizzata in un alone di immortale eternità. Un esempio ne sono sicuramente i Basement Tapes, un'opera incredibile sotto ogni punto di vista, che testimonia il periodo subito dopo la sbornia del 66 in cui Bob fu lontano dalle scene.
Nella sua residenza di Woodstock insieme a quella che fu poi la Band si divertirono per mesi a suonare seguendo l'ispirazione, vecchie ballate e traditional, altre cose scritte in precedenza da Bob e Richard Manuel, e altre canzoni che Bob inventava lì per lì mentre suonavano... facevano sette, otto, dieci, a volte persino quindici canzoni al giorno. Un brano come Sign on the Cross sarebbe stata una canzone davvero buona, ma Bob non la completò mai. Suonavano la melodia, lui cantava qualche parola che aveva scritto, poi ne inventava qualche altra, oppure modulava semplicemente un motivo o delle sillabe. Alla fine si ritrovarono con una bella raccolta di canzoni, non si trattava però di registrazioni fatte in modo professionale, perchè avevano soltanto un piccolo registratore a nastri.
Solo parte di quei nastri finì sul disco ufficiale qualche anno dopo, You Ain't Goin' Nowhere e I Shall be Released ne sono un esempio.
Ascoltandole si ha la sensazione di sentire una musica che ha a che fare con il country ma lo tocca solo in parte, che è folk ma solo in parte, che è rock ma solo in parte, ecco questa è la musica di Bob Dylan.
Un universo inafferrabile che appartiene a tutti.


Salvatore Esposito (presentazione compilata sulla base delle liner notes di Blood on the tracks e sulle pagine di "I said that")
 
 
MAGGIE'S FARM

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