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Il mio primo concerto di Bob Dylan, il 25 luglio 1981
in Francia, ad Avignone, rappresenta per me la più importante di
tutte le mie prime volte riguardanti Dylan. C'era stato il primo ascolto,
a Natale del '74 a casa di Eugenio - l'unico dylaniano che conosco da sempre
- di quella copia di Nashville skyline che ancora oggi è la mia
unica copia di Nashville skyline, nonostante le condizioni dell'lp siano
a dir poco pietose; il primo 45 acquistato, quell'Hurricane entrato pure
nella famosa Hit Parade di Lelio Luttazzi; il primo 33, lo splendido Desire,
compratomi da mia madre alla Standa ai Colli Aminei a Napoli per il mio
onomastico; il primo lp live, l'immenso Hard rain di qualche mese dopo,
che fu il mio primo disco di Bob comprato contestualmente alla sua uscita,
con tanto di passaggi televisivi video del concerto, impressionanti per
l'epoca, in programmi del periodo come Odeon e Variety; il primo
libro, Blues, ballate e canzoni di Stefano Rizzo; il primo film, Renaldo
& Clara, in un deserto cinema Embassy al Vomero; il primo bootleg,
Barbed wire blues, acquistato in una gelida mattinata bolognese in un negozio,
Nannucci, che allora era tra i pochi in Italia ad avercelo, qualche bootleg.
E assieme a tutte queste prime volte, c'era stata, in
quegli anni che avevano preceduto quel giorno, una costante ricerca dei
dischi di Dylan, spesso acquistati usati o permutati, richiesti magari
come regalo nelle occasioni importanti, ascoltati di continuo nel tentativo
di ricomporre quel grande mosaico che, già allora, era la carriera
di Bob.
Ognuna di queste fasi aveva rappresentato per me un passo
avanti nella conoscenza sempre più interessata di un personaggio
che stava comunque condizionando la mia visione delle cose, e la partecipazione
a un suo concerto (che l'esame di maturità di tre anni prima mi
aveva costretto a rinviare) rappresentò l'ideale completamento di
questo percorso.
Nell'avventura io ed Eugenio coinvolgemmo suo fratello
Flavio che, con l'amico Orazio, stava per andare in vacanza in Inghilterra
(la raggiunsero dopo il concerto direttamente da Avignone) e, principalmente,
Luigi, più grande di noi, vero punto di riferimento della spedizione
anche in termini automobilistici (convinsi mio padre a prestare la sua
Citroen GS a lui più che a me, forte del fatto che Luigi si era
appena laureato in medicina e risultasse, agli occhi di mio padre, molto
affidabile; in effetti, dei 2500 km percorsi in poco più di due
giorni, con due nottate in bianco o quasi, il povero Luigi, enormemente
responsabilizzato, se ne sobbarcò un buon 90% alla guida....).
Partimmo da Napoli il 24 mattina, la sera eravamo in
una Avignone in pieno festival, una città incantevole, ma dove tutto
sembrava che ci fosse tranne che un concerto di Dylan l'indomani. Per averne
conferma dovemmo aspettare che, in una stradina secondaria, un bellissimo
manifesto (che inutilmente tentammo di staccare) ci rassicurasse sull'evento.
Va ricordato che all'epoca non solo l'Italia era totalmente
tagliata fuori da certe realtà per timore di incidenti e di manifestazioni
che, da metà dei '70, erano frequenti durante i concerti rock, ma
non esisteva niente di tutto quello che oggi siamo abituati a verificare
in Internet e in tanti altri modi; il dubbio che la data fosse stata annullata
o spostata ci assalì, e durò pure parecchio, solo il manifesto
ci tranquillizzò, indicandoci anche la biglietteria e i relativi
orari.
A turno, in macchina, ci riposammo un pò, e la
stessa cosa facemmo in una splendida villa pubblica l'indomani mattina,
dopo aver acquistato i biglietti; quando nel pomeriggio si aprirono i cancelli
dello stadio e ci ritrovammo davanti a tutti, sotto al palco, tutto avvertivamo
tranne la stanchezza. Il sogno stava avverandosi, e l'attesa fu ingannata
persino da una bella partita di calcio che, alternandoci pure stavolta
per non perdere i preziosi posti conquistati, facemmo in una zona del campo,
una sorta di 6 contro 6 in compagnia di francesi e spagnoli, non ricordo
bene ripartiti come.
Tutta la calma e il relax che precedettero l'inizio del concerto sparirono con lo spegnersi delle luci e l'ingresso della band e di Dylan sul palco: in pochi attimi ci fu uno spaventoso ammassarsi di tutti quelli che erano sul prato verso le posizioni sotto il palco, con simultanea e premeditata pioggia di lattine lanciate verso il sotto palco, e contemporaneamente uno spettacolare corto circuito sulle primissime note di Saved, con tutto il campo nel buio, l'amplificazione totalmente a zero, e solo qualche luce d'emergenza ad illuminare il palco. Si sentivano urla pazzesche provenire da un pò dovunque, e mentre i componenti la band si guardavano increduli, Dylan, con molta disinvoltura, almeno apparente, prese un tamburello e, chinandosi su noi delle primissime file, sfiorandoci letteralmente, improvvisò quella che le scalette di quella sera hanno poi definito una instrumental jam.

Il concerto si mise su di un livello eccellente, e tutto quello che era successo sembrò dimenticato per incanto da tutti: in una atmosfera particolarissima, e un'acustica perfetta, Bob iniziò a proporre una lunghissima serie di brani, alternando versioni eccellenti di molti hits dei '60 quali la già citata Like a rolling stone, Maggie's farm, Girl of the north country, Ballad of a thin man, The times they are a-changin, Mr. Tambourine Man, Just like a woman, Blowin' in the wind, It ain't me babe (brani che Dylan aveva ripreso a suonare solo da poco, con il musical retrospective tour di fine '80, dopo averli totalmente esclusi dai concerti della prima, lunga fase di periodo religioso) a fantastiche versioni di brani dai primi due album cristiani (in aggiunta a Saved ci furono I believe in you, Man gave names to all the animals, Slow train, Solid rock, When wou gonna wake up?, In the garden, quest'ultima direi addirittura impreziosita da un particolarissimo fischio dell'amplificatore a inizio brano, fischio culminato poi in un forte botto).


Accompagnati Flavio e Orazio alla stazione di Avignone,
Luigi si rimise al volante della GS; io, stanco morto, mi svegliai in Italia
per colazione, per poi rimettermi a dormire. Verso Firenze ci fermammo
ad un autogrill, faceva un caldo pazzesco, Eugenio ed io pagammo due granite
di menta e andammo verso il bar. "Due Dylan", chiedemmo al barman. "Cosa?",
rispose lui. "Due Dylan!", dicemmo noi, con l'espressione di chi vuol dire
ci sembra che ti abbiamo chiesto la più normale delle cose. "Scusatemi,
ma io... continuo a non capire...", continuò il barista. "Due di
queste", gli dicemmo con aria stufata, indicandogli i contenitori delle
granite. "Aaaah" - lui concluse - "due granite.... io avevo capito
due diana .....".
Elio "Rooster"
Per la seconda parte del racconto
di Elio "Rooster"
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