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When we first met
Ecco la storia di come sono diventata una Dylan-dipendente:
Tutto è cominciato circa un anno , un anno e mezzo fa.
Come molti altri avevo sempre sentito parlare di Bob Dylan, ma non mi ero mai interessata alla sua musica. La mia conoscenza non andava oltre "Knockin' on heaven's door" e la versione di Simon & Garfunkel di "The times they are a-changing" (che, sinceramente, piaceva più a mia madre che a me).
Allora, un giorno ero in macchina che tornavo da scuola e alla radio davano proprio "Knockin' on heaven's door" e io pensai: "però mica male". Nella mia ignoranza abissale non mi resi neanche conto che in realtà quella non era la versione originale di Dylan, ma una cover di qualche altro cantante, come scoprii + tardi!!!! Comunque sia, quella canzone continuò a frullarmi in testa per un bel po', finché non mi venne la voglia di conoscere meglio Dylan.
Qui entrate in gioco voi di Maggie's Farm; stavo cercando qualche sito su Dylan, quando sono entrata nel vostro (complimenti!!!! Senza dubbio il migliore che ho trovato!!) e ho cominciato a leggere i testi di qualche sua canzone; neanche a dirlo, mi sono piaciuti subito, erano diversi da tutti quelli che avevo letto prima, non so neanche come spiegarmi bene; erano molto più che semplici testi di canzoni.
Qualche tempo dopo ho comprato il mio primo CD: The Essential Bob Dylan. Ma, ad essere sincera, il mio entusiasmo svanì ben presto: dopo averlo ascoltato per la prima volta rimasi delusa!! Sì, insomma... non so di preciso cosa mi aspettassi, ma quelle canzoni non erano facili da ascoltare per una abituata alla voce di Freddie Mercury (senza offesa, Bob!!) e alla chitarra di Brian May.
Così per qualche tempo ho lasciato perdere Dylan, o almeno così credevo... ma in realtà dopo un po' mi resi conto che avevo cominciato ad ascoltare quel CD sempre + spesso, non sapevo perché, ma non riuscivo a smettere!! Quella musica mi affascinava davvero... non so dire di preciso quando tutto questo sia iniziato, tanto meno come o perché...
La prima canzone di cui mi sono veramente innamorata è stata "Mr Tambourine man", poi "Visions of Johanna". Ma non posso dire di avere una vera e propria canzone preferita, mentre i due CD che, a forza di ascoltare, ho quasi consumato sono quelli del Live al Philharmonic Hall del 1964. Ogni volta che li ascolto rimango senza fiato... davvero fantastici!!!!
Oggi mi sono ridotta che non riesco ad accendere lo stereo senza ascoltare almeno qualcosa di Dylan e i suoi CD stanno monopolizzando i miei porta-CD; ormai è quasi una malattia (anche se ho ancora molto da imparare sulla sua musica)!!!
La cosa più bella delle canzoni di Dylan è che ogni volta che le ascolto scopro nuove sfumature, nuovi motivi per cui apprezzarle e mi piacciono sempre di più! e poi cosa c'è di meglio che accendere lo stereo a tutto volume e cantare le canzoni di Bob Dylan a squarciagola? ....fortunatamente x le orecchie dei miei vicini, lo faccio quando loro non sono in casa...
laura...
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La scoperta di Bob Dylan ? Fu un disastro.
Avevo diciassette anni e come molti ragazzi italiani ed europei ascoltavo
quasi esclusivamente i Led Zeppelin, The Who, i Beatles e i Rolling Stones,
elevando questi gruppi nell’empireo della musica e relegando tutti
gli altri artisti internazionali in posizioni di secondo piano.
Normalmente, chi ascoltava gruppi come questi, non ascoltava con particolare
entusiasmo la musica dei cantautori. L’approccio con Dylan, dunque, doveva
essere necessariamente molto difficile per chi, come me, non aveva mai
avuto nelle orecchie il folk e la musica prevalentemente acustica, e aveva
una formazione musicale tipicamente inglese. Diciamocelo francamente: sarà
pur vero che l’America è stata la madre del rock e della pop art,
ma noi, quando tutto ciò accadeva (dalla seconda metà degli
anni 50 sino ai tardi anni 60) dormivamo sonni beati con le melodie di
Claudio Villa e Nilla Pizzi, con la canzone tradizionale napoletana, con
la canzonetta italiana mutuata dal varietà (stile Quartetto Cetra)
ed altre amenità del genere. All’epoca, i pochi che potevano vantare
una cultura musicale provenivano dal terreno della lirica, i più
evoluti conoscevano il jazz e guardavano con ironia gli ancheggiamenti
di Elvis Presley, considerandolo un bel ragazzone fotogenico che gli americani
avevano tirato su per fare un po’ di soldi con pellicole suggestive e ammiccanti
(come la sua musica). I pochi cultori avveduti lo snobbavano (un po’ come
abbiamo fatto noi, generazione degli anni 80, con Madonna, che pur facendo
le dovute proporzioni qualificammo sbrigativamente come qualcosa di analogo
al fenomeno Elvis: al posto degli ancheggiamenti c’era lo sculettamento
esplicito e l’evocazione più spinta del sesso, la musica era quasi
sempre musica da ballo, anche se non più “boogie” ma “disco music”,
i films e videoclip si producevano in quantità, e l’esercito di
produttori e promotori erano nelle retrovie, pronti a piazzare e imporre
il prodotto: insomma una ennesima americanata).
Negli anni cinquanta e sessanta, si contavano sulle dita quelli che
conoscevano Big Joe Turner, Bill Haley, Bo Diddley e Chuck Berry. La maggior
parte del popolo dei musicofili non sapeva chi fossero. Peggiore sorte
toccava agli artisti americani che provenivano dalle fila del country,
del folk puro e della tradizione cantautorale, anche d’avanguardia, quella
di Woody Guthrie, di Robert Johnson, di Hank Williams.
Se è vero, dunque, che questi nativi americani avevano ispirato
i Beatles, Clapton, i Rolling Stones e gli altri, seminando in Europa
i germi del rock, è innegabile che per noi, soprattutto noi italiani,
l’approccio con il nuovo mondo musicale del rock e del pop sia avvenuto
con l’arrivo bruciante, devastante, incendiario, dei musicisti inglesi.
Noi non siamo figli dell’America, musicalmente parlando: il nostro
rapporto con i pioneri della musica americana è solo “genetico”,
è un patrimonio che abbiamo acquisito indirettamente, attraverso
i nostri ascendenti diretti, quelli che ci hanno aperto gli occhi e che
hanno inesorabilmente formato il nostro gusto del rock.
Io, ad esempio, che sono nato nel 1966, non ho fatto “il ’68”
e non ho mai avuto in mente la guerra del Vietnam, non avevo nemmeno potuto
assorbire l’influenza (forse all’epoca più politica che musicale)
della stagione cantautorale di protesta, quella che aveva portato Dylan
e la Baez alla notorietà in Europa. La generazione precedente
alla mia, infatti, una vaga idea della scena musicale americana ce l’aveva,
anche se non doveva essere un’idea molto chiara, visto che in fin dei conti
quella musica non vendeva poi un granchè: perfino Janis Joplin,
la più grande cantante della storia dell’umanità, era ancora
in una fase di lancio in Europa, e i Jefferson Airplane, che è stato
veramente un gruppo americano che ha cambiato il mondo della musica, erano
totalmente oscurati dall’idolatria europea per i Beatles e i Rolling.
Tutto questo, insomma, lo sottolineo per dire che la musica di Dylan,
eccezion fatta per quegli inni politici (stile “The Times They Are A Changin”
e “Blowin' in The Wind”) universalmente noti alla generazione che mi ha
preceduto, non poteva essere molto facile da capire ai ragazzi europei
degli anni 70, abituati a suoni molto più strutturati, come quelli
degli Yes, dei Genesis, dei King Crimson e dei Pink Floyd.
Io appartenevo (e appartengo ancor oggi) alla schiera dei cultori del
progressive e del rock di matrice anglosassone: che cosa potevo capire
di un disco come “Bolnde On Blonde” ? Avevo diciassette anni (oggi ne ho
trentotto): affamato di musica, entrai in un negozio di dischi di Taranto
(la mia città natale) e chiesi al negoziante un disco di Bob Dylan.
Mi consigliò, ma freddamente, “Blonde On Blonde” (il negoziante,
nel 1983, vestiva tutto di nero, con anfibi e borchie, ed era un new wave
seguace dei Cure, dei Sound e dei Bauhaus: figurarsi che cosa poteva pensare
di Bob Dylan). Fatto è, però che io ero molto più
vicino a lui che ai patiti di De Gregori e De Andrè (che snobbavo
completamente) : andai a casa, misi il cd nel lettore e mi ritrovai di
fronte a una ballata folk sostenuta da una sorta di banda che eseguiva
una specie di marcetta: era “Rainy Day Women Nos 12 & 36” . Interdetto,
andai avanti, restai indifferente a “Pledging my Time”, un giro di blues
abbastanza scontato che i Rolling avrebbero reso meglio – pensai, e poi
mi ritrovai di fronte a un brano lungo, impegnativo, che mi apparve ripetitivo
nel motivo musicale ed eccessivamente verboso: era “Vision of Johanna”.
Con “I Want You” cominciai a dare un punto al disco, era un brano più
abbordabile e si avvicinava a un concetto di musica più conosciuto,
quello dei nostri cantautori, stile Bennato, Guccini, De Gregori.
Ma complessivamente, il disco non mi piacque e non riuscivo a sostenerlo,
mi pareva pesante, mi deludeva sul piano della composizione. L’unica cosa
che mi piaceva era la voce di Dylan, una voce diversa, affascinante, come
la sua interpretazione. Musicalmente, però, non riuscivo a sentire
una grandezza compositiva tale da poter accostare, ad esempio una “Just
Like a Woman” a un qualsiasi brano dei Beatles, una “Here, There And Everywhere”,
una “Norvegian Wood” eccetera.
Morale: andai a cambiare il disco al negozio, e mi comprai “Foxtrot”
dei Genesis, un disco che per anni ho considerato un monumento della musica
europea, un disco di composizioni altissime, ma che un bel giorno, finalmente,
sono riuscito a sentire per quello che è: un lavoro irrimediabilmente
datato, come tutti i dischi “progressive” .
Dylan, invece, non è assolutamente datato, nemmeno quando suona
“Blowin in The Wind” . Da quel momento, dopo anni di ascolto di musica
di tutti i generi, cominciai a comprendere e a sentire l’impronta di Dylan
nella musica che abbiamo masticato per tanto tempo. Per prudenza, però,
non mi riaccostai a “Blonde On Blonde” , questa volta decisi di ripartire
da due dischi molto diversi da quello: “Blood On The Tracks“ e “Freewhelin”
. Le cose cambiarono radicalmente: era il 1991.
L’approccio con l’artista ebbe una brusca accelerazione: comprai il
box “The Bootlegs Series 1-3), e poi cominciai ad andare alla scoperta
dei dischi meno recenti, partendo da “Higway 61 revisited”, che pure non
mi convinse del tutto. Lo accostai un po’ a Blonde On Blonde e pensai che
“quando gli americani vogliono fare rock non riescono bene” (continuavo
a trovare la definizione di rock in un pezzo di David Bowie, “Station To
Station”, “Blackout”, “Rebel Rebel”, brani un po’ glamour, che oggi mi
risultano un po’ artificiosi, volutamente caricati: privi di quell’immediatezza
che solo ora riesco a sentire nella musica di Dylan: più essenziale,
più diretta, e dal punto di vista sonoro anche più ruvida,
e perciò più vera). Pesante, invece mi appariva Idiot
Wind, pesante Tombstone Blues anche se splendidi erano i suoni, pesante
“From A Buick” . Questi motivi ripetuti per sette, otto, dieci minuti,
erano per me un modo inusuale di esprimersi, sembravano voler essere soltanto
una base per la verbosità di Dylan (un po’ come si diceva, in certi
casi, per Guccini).
Ci è voluto del tempo per apprezzare ed essere definitivamente
travolti dall’arte di Bob Dylan. Un contributo decisivo per me è
stato offerto dagli ultimi lavori, da “Oh Mercy” in poi, dischi giganteschi
che mi hanno abituato alla sua poetica e alla sua musicalità (ed
anche alla sua varietà di suoni e di stili nel corso della carriera).
Questa musicalità raggiunta negli ultimi anni valorizza anche composizioni
concepite in modo diversissimo, eseguite a suo tempo in modo opposto a
come Dylan si esprime oggi.
E’ stato proprio questo esperimento di questi ultimi anni a farmi capire
la grandezza anche dei brani più ostici, e la loro potenza compositiva
che dimostra la tenuta di quei brani, al loro idoneità ad
essere suonati secondo formule musicali diverse, dal folk al rockabilly,
a versioni pop, o con arrangiamenti perfino jazzistici.
“La prima volta”, dunque, con Dylan si è ripetuta molte volte.
E’ sempre stata una scoperta, ed ora che ho avuto l’opportunità
di scoprirlo dal vivo, credo di essere entrato in una nuova entusiasmante
dimensione artisitica che nessun musicista, prima di lui, mi aveva saputo
indicare (nonostante i miei vent’anni di concerti visti in giro per l’Italia).
Un cordiale saluto agli amici del www.maggiesfarm.it
Giuseppe Basile
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La mia scoperta del signor Robert Allen Zimmerman in arte Bob Dylan, è tuttora un work-in-progress. Devo ancora ascoltare qualche disco per poter dire di averne sentito almeno la discografia completa. Non sono mai stato metodico nel collezionare i dischi di qualche autore, sono sempre andato un po’ a naso, ascoltando qualche consiglio, leggendo qua e là, ispirandomi dal titolo dell’album o semplicemente guardando una copertina. Per Dylan la storia si è ripetuta. Tutto è cominciato qualche anno fa (potrei dire 4 anni… ma non lo so con precisione) quando un mio carissimo amico (nonché compagno di scuola, ascolti e concerti), da sempre amante di musica d’autore (mio lume già nella scoperta del mitico Francesco Guccini), tornò a casa da Parigi con un paio di album del nostro eroe. Fino a quel momento era solo un nome, Bob Dylan, un mito senza volto e senza voce, autore di canzoni che si sapevano certo, ma di cui non conoscevamo ancora la versione originale. Sembrava un fantasma, un dinosauro del rock (e del cantautorato, visto che sapevamo che i nostri miti italiani, avevano a lui spesso “attinto”) assiso in un olimpo a noi sconosciuto. Bene, con l’arrivo dalla Francia di quei The Best Of Bob Dylan, rigorosamente volume uno e due (…ragionando dev’essere stato l’anno 2000 visto che The Best Of B.D. vol.2, era appena uscito…), tutto si fece più certo, quelle canzoni cominciavano ad avere una voce, un arrangiamento. Proprio la voce fu la cosa che più mi colpì: il volume 2 parte con l’accoppiata Things Have Changed/Hard Rain…ma siamo sicuri che sia lo stesso a cantare???…ma Bob Dylan è quello dalla voce roca da pub (spesso ho ribadito che la adoro), o quello dalla puerile voce squillante? Avrei capito tutto dopo, con letture meticolose, biografie e quant’altro, di come quest’uomo e la sua voce avessero subito nel corso degli anni quegli scossoni e quelle virate che non possono non lasciare il segno…e non solo sulla voce. Devo dire che alcune canzoni le amai da subito, tanto erano evocative (ad esempio Mr.Tambourine), altre proprio non mi dicevano nulla (Rainy Day Women). Certo erano ascolti frastornanti che mi fecero presto prendere coscienza che se mai avessi voluto davvero capire Dylan, non potevo accontentarmi di quelle due raccolte. Ho sempre creduto che un artista possa raccontarsi appieno solo in un album in cui esprime una volontà, uno stato d’animo o quel cavolo che gli passa per la testa. E per un artista del calibro di Dylan, mai tale pensiero era così esatto: se c’è un cantante, artista e poeta (perché Bob è sicuramente questo, ma anche tanto altro!) che fa un discorso unitario in ogni suo album, quello è proprio lui. Ricordo di aver inseguito a lungo Highway 61 Revisited (dovevo acquistarlo in edicola ma quella settimana usciva Talkin’ Book di Stevie Wonder…che acquistai comunque!; poi ancora avrei dovuto farmelo masterizzare da un amico…), infine comperato per ventimila lire nell’allora neo aperto mega-store mediaworld della mia città. Un disco ruggente non c’è che dire: rimasi affascinato dal roboante rock di Tombstone Blues (Like A Rolling Stone non era una novità, l’avevo già ascoltata nella raccolta), ma fu la magia sognante di Desolation Row a sconvolgermi totalmente (pur già conoscendo l’encomiabile traduzione di De Andrè e De Gregori); una voce profondamente onirica, viaggiante, che conduce davvero in un’altra dimensione (e credetemi, non c’è stato bisogno di alcun tipo di droghe e/o allucinogeni di sorta). Da lì si può dire che sia partita la mia scoperta di Bob dipanata negli anni da vari e numerosi acquisti e (alcune) masterizzazioni (di bootleg…si intende…ehm ehm…). Gli ultimi di cui sono venuto in possesso sono Oh Mercy, New Morning, Planet Waves ed Empire Burlesque (di cui parlai in un talkin’ di "Maggie's Farm"). E questa fantastica storia dylaniana continua, tra concerti, dischi di Lou Reed, Neil Young, Patti Smith, R.E.M., Pearl Jam e di tutta la bella musica che fa contorno alla mia vita… senza dimenticare mai l’unico punto di riferimento, quei dischi di Bob che periodicamente devono fare almeno una capatina nel mio lettore!
Marco Pavan, Vicenza
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When we first met... when we first met... Già,
when we first met? Come ho conosciuto Bob Dylan e
la sua musica? La domanda continua a ronzarmi per la
mente da quando ho scoperto questa rubrica su
“Maggie’s Farm”, e ho incominciato ad appassionarmi ai
racconti pubblicati. Non è una domanda
semplice, mi sembra che Dylan sia sempre stato presente
nel mio orizzonte, l’abbia in qualche modo
assimilato nella mia infanzia. Eppure nella mia famiglia
nessuno ascoltava musica – solo mia madre
aveva una giovanile passione per Luigi Tenco, ma senza
dischi, troppo cari per lei – e ai miei amici ho
poi spiegato io chi era Dylan. Non sto parlando del percorso
razionale verso la conoscenza della musica
e del mondo di Dylan. No, quello l’ho ben presente da
sempre, so come ci sono arrivato. Tutto
incomincia nel maggio del 1978 in una classe della seconda
liceo scientifico di Borgomanero, una città di
ventimila abitanti in provincia di Novara, non esattamente
il centro del mondo, piuttosto una delle tante
versioni della eterna provincia italiana. Durante il
liceo, maggio è sempre stato il mio mese preferito.
Non ho mai condiviso la pratica della maggior parte dei
miei compagni, che sperperavano allegramente
la prima parte dell’anno, per trovarsi poi costretti
a sgobbare sui libri mentre le giornate incominciavano
ad allungarsi e ogni anno si riaprivano inaspettate possibilità.
L’inverno è freddo, non si può andare in
giro, le giornate sono corte. Tanto vale stare in casa
a leggere e studiare. Così, dopo gli ultimi compiti in
classe della prima parte di maggio, la scuola virtualmente
finiva, con tutti i voti in ordine; e mentre gli
altri si affannavano a rimediare, potevo dedicarmi ad
altro. C’è un evento a cui sono legati
indissolubilmente questi ricordi: le trasmissioni televisive
del Giro d’Italia. Pomeriggi trascorsi davanti al
televisore, concedendosi il lusso – così formativo,
secondo la lezione di Michele Serra - di perdere
tempo, anche se la scelta mia e di mio fratello di tifare
per Moser, così appagante in primavera, era
fonte di grandi incazzature: un anno è spuntato
persino De Muynck! Dunque, in quel maggio del 1978 la
nostra insegnante di lettere chiese a tre o quattro di
noi che non avevamo più molto da fare, e che
avevamo dimostrato interesse e predisposizione per la
sua materia, di aiutarla a scegliere l’antologia da
adottare l’anno successivo. Ma con un metodo interessante:
assegnare a ciascuno due testi e un tema
su cui fare una ricerca. Dal risultato delle ricerche
e dalle nostre impressioni circa l’uso dei testi
avrebbe tratto indicazioni utili per la sua decisione.
L’argomento che mi venne assegnato fu “La poesia
beat”. Mi interessava moltissimo ed ero molto contento,
anche se era un argomento che conoscevo
molto poco. Avevo solo orecchiato da qualche compagno
e dal fratello di uno di questi qualche nome:
Ginsberg, soprattutto, ma anche Kerouac e Fernanda Pivano.
E poi, ne sono sicuro, dovevo già aver
presente che in qualche modo centrava un cantante che
si chiamava Dylan. Ma quando ho incominciato
a leggere i testi via via proposti e a scoprire Burroughs,
Corso, Ferlinghetti,... ho capito che questo
Dylan doveva essere il più importante, e che le
canzoni dovevano essere una cosa molto complessa, un
fatto culturale con cui non mi ero mai confrontato. Per
la verità, avevo già trovato un suo testo
curiosando sulla nostra antologia. Era Three Angels –
a proposito, nessuno mi toglie dalla testa che la
musica del Disastro aereo sul canale di Sicilia venga
di peso da lì, e che New Morning sia l’album
preferito di Francesco De Gregori: Buonanotte fiorellino,
Cartello alla porta – ed era commentato in
termini che così sintetizzo oggi, ma che allora
non mi risultavano chiari, lasciandomi un vago senso di
inadeguatezza: bene questo Dylan che contesta il sistema
americano ormai marcio, evidenziando la
contraddizione dell’emergenza ecologica; ma state attenti
a queste prese di posizione romantiche, se
vagheggiano un impossibile ritorno ad un passato arcadico,
perché quello che conta sono i rapporti di
produzione dentro la società industriale. Come
è stata scritta Three Angels, perché, che parte aveva
nella vicenda artistica di Dylan, come si deve leggere
un testo destinato a essere cantato su una musica,
tutto questo non interessava. Ciò che importava
era decodificare un messaggio, una presa di posizione
nel dibattito pubblico.
Non so che fine abbia fatto la mia ricerca, forse non
l’ho mai nemmeno scritta. La scuola è finita, sono
incominciate le vacanze e con le vacanze le esplorazioni
estive. E la scoperta di Dylan, così
emozionante e promettente, esce dal centro della scena.
Quell’anno sarei andato per la prima volta in
Inghilterra. Ma quando arrivo tutti parlano di Bob Dylan,
impossibile sfuggirgli. Sta tornando in Europa
dopo dodici anni. Non è possibile non avere un’opinione
su Dylan, anche la più sballata. Si rischia di non
essere considerati. È il cantante più importante,
anzi l’unico che ha scritto vere canzoni, le altre servono
solo per ballare e divertirsi. Questo lo dicono anche
quelli che non lo ascoltano, al limite sostengono che
le vere canzoni sono noiose, come i libri, e che conta
ballare e divertirsi. Ha scritto l’inno della pace, che
sarebbe poi Blowin’ In The Wind, detto grosso modo come
si dice che Beethoven ha scritto l’Inno alla
gioia. Rispetto e distanza, nessuno lo conosce veramente,
ma tutti ne parlano. Farà solo le vecchie
canzoni. Ecco un luogo cruciale del rapporto con Dylan
di quegli anni, ma lo stesso discorso si potrebbe
fare per De André e Guccini. Tutto è già
stato scritto nell’età dell’innocenza, quando fare le canzoni
preparava il mondo a venire, dove non ci sarebbero più
stati limiti materiali all’espressività umana. Dopo
è stata solo industria, chi ha continuato lo ha
fatto perché si è svenduto, e ha pensato bene di fare soldi.
Ma perché Dylan non è morto nell’incidente
in moto entrando direttamente nel mito, lasciandoci un
simbolo che incarnasse le speranze della nostra gioventù?
Già quel Blonde On Blonde era così
decadente e borghese. E quegli insopportabili sermoni
biblici di John Wesley Harding. O l’insignificante
Street Legal, un impasto sonoro dove le parole sono solo
un pretesto per cantare, che bordeggia la
musica disco in Changing Of The Guards, seppure ad alto
livello. È la tesi sostenuta da Nemesio Ala in
un libro pubblicato da Savelli editore nel 1980, in una
collana diretta da Luigi Manconi, alias Simone
Dessì, Bob Dylan. Dal mito alla storia. (alla
storia!), scritto tra l’altro per difendere Dylan da
pubblicazioni quali Dylan SpA, a cura di «Stampa
Alternativa», Verona, Bertani, 1979, ricordando che
c’è una parte buona da salvare. Insomma Dylan
come il Che, in un immaginario giovanile senza tempo
e, soprattutto, senza storia. Proviamo a pensare per
un momento il Che settantenne. Qualsiasi cosa
fosse diventato - un vetero-stalinista come Castro, un
leader noglobal amico di Agnoletto e Casarini, un
serio politico riformista, uno scrittore di successo
o uno scaltro imprenditore rivale della Coca Cola –
avrebbe distrutto il suo mito. Per inciso Nemesio Ala
diventerà Consigliere regionale della Regione
Piemonte per i Verdi. Cercando pratiche che innovassero
la politica, le liste verdi non chiedevano voti di
preferenza e mandavano negli organi istituzionali i loro
candidati seguendo l’ordine alfabetico di
presentazione e prevedendo la rotazione per allargare
la partecipazione. Ala, entrato in Consiglio poiché
il suo cognome iniziava per a, non si dimise quando fu
il suo turno, come del resto molti altri
rappresentanti dei Verdi, perché «non si
poteva gettare al vento l’esperienza istituzionale così
faticosamente accumulata, disperdendo un patrimonio così
importante per il gruppo».
Un compagno di stanza di mio fratello, un ragazzo di
Rotterdam di nome Adrian, si era portato il
Concerto per il Bangladesh, e metteva continuamente sul
piatto Mr. Tambourine Man. Mio fratello
cerca di raccontarmela, e io oramai tra la Blowin’ canticchiata
in spiaggia e la Mr. Tambourine
raccontata – come dice Guccini, prima dell’industria
del disco era pura trasmissione orale – ho deciso
che Dylan è una chiave indispensabile per capire
qualcosa della vita e del mondo. E poi veniamo a
sapere che avrebbe suonato a quaranta chilometri da Brighton,
dove eravamo, in un vecchio aerodromo
dismesso. Decidiamo di andare, così, all’avventura,
senza biglietti, senza idea di come muoverci. C’è
solo un problema: siamo tutti minorenni, e non abbiamo
portato dall’Italia nessuna autorizzazione ad
allontanarci da soli. Convinciamo un neodiciotenne ad
accompagnarci, ma quando capisce che si deve
assumere la responsabilità della comitiva, sparisce.
Fa niente, ormai abbiamo deciso che dobbiamo
andare e andiamo. Non si può proprio dire che
abbiamo ascoltato il concerto. C’erano più di
duecentomila persone, una bolgia incredibile: sbronzi,
fatti, fumati, love and peace e, novità per noi
provinciali, i primi punk venuti ad ascoltare uno dei
gruppi di spalla. Non abbiamo trovato biglietti, anzi
non abbiamo capito nemmeno dove li vendevano, ammesso
che ce ne fossero ancora, e non siamo
riusciti ad entrare, sentivamo solo un vago rumore. In
più non conoscevamo praticamente nessuna
canzone. Ma che avventura! Che impressione! La sensazione
di trovarci di fronte ad un punto di
riferimento cruciale, a qualcuno che con le sue canzoni
aveva raccolto e raccontato le inquietudini e le
esistenze di tante persone. E le più diverse:
già allora accanto a reduci e nostalgici c’erano ragazzini
come noi, radical, ma anche persone perfettamente integrate,
perfino qualche famiglia. In modo plastico
la spiegazione di cosa sia l’arte e di come attraversi,
quando è autentica, le più diverse condizioni umane
e sociali. Il concerto sono poi riuscito ad ascoltarlo
soltanto sei o sette anni fa, quando mi sono
procurato una copia in CDR, che custodisco gelosamente,
di The Picnic at Blackbushe aerodrome,
registrato a Camberley, Surrey sabato 15 luglio 1978,
con Eric Clapton che sale sul palco per Forever
Young. E ho scoperto che Dylan, come in tutto quel tour,
cantò quasi tutte le canzoni del nuovo album,
Street Legal. E che versioni! E che Changing Of The Guards
era suonata prima di The Times They
Are A-Changin’, di cui rappresenta una sorta di epilogo.
E oggi, dopo la pubblicazione di Things Have
Changed, si può dire che queste tre canzoni siano
una sorta di trilogia che attraversa il senso del lavoro
di Dylan. Ah, per la cronaca, durante il viaggio di ritorno
in Italia, il neodiciotenne ammonì con severità:
mi raccomando, a casa si dice a tutti che abbiamo visto
Dylan. E ancora oggi, ormai ultraquarantenne,
racconta di quella volta che ha sentito Dylan vicino
a Brigthon...
Tornato a casa, la vita di provincia riprende con i suoi
ritmi sonnolenti, ma anche con le sue rassicuranti
certezze. Ma sembra che non mi sia proprio possibile
dimenticare Dylan. Uno dei temi del compito in
classe di Italiano di ottobre chiede di commentare la
prima strofa di The Times They Are A-Changin’ e
di fare alcune considerazioni sulle canzoni di protesta.
Quei versi mi colpiscono per la prima volta.
Come gather ‘round people..., ehi gente venite tutti
qua intorno, che potenza, che immagini, ...the
waters/Around you have grown... come non pensare al diluvio
universale? Per il resto, anche se non ne
so ancora molto, “le canzoni di protesta” mi fanno già
arricciare il naso: chi protesta e contro chi? E poi
mia madre decide di regalarmi a Natale i tre volumi della
Newton Compton che traducono i Writings &
Drawings, che lungamente avevo guardato con cupidigia
sugli scaffali dell’unica libreria di
Borgomanero. Mi si apre il mondo di Bob Dylan, ogni pagina
una scoperta. My Life In A Stolen
Moment, trovo un attimo per raccontarmi la mia vita.
Bob Dylan’s Dream, quei ragazzi come noi che
pensano che il mondo sia tutto per loro e non sanno che
nel giro di qualche mese saranno sbattuti nei
posti marginali che gli erano destinati da sempre. Senza
avere nemmeno il tempo di rendersi conto, ma il
loro compagno Bob, forse il più insignificante,
l’ha capito per tempo. E come gli pesa questa
consapevolezza, vorrebbe tornare indietro, ma sa già
che non si può. E su quella ferita costruirà tutta la
sua arte. E lo stupore che Blowin’ In The Wind sia stampata
come le altre canzoni, senza nulla che la
evidenziasse come “la” canzone. Ma anche da quei volumi
traspare l’idea che sia già tutto concluso.
Anche il bel saggio introduttivo di Fernanda Pivano è
pensato per difendere Dylan dalle accuse di allora,
chiedendo di dargli tempo e fiducia, cercando di suggerire
che forse Dylan è semplicemente più avanti
di quelli che lo contestano, forse troppo avanti, e mettendo
in evidenza come il sistema americano
stritola una dopo l’altra le persone di valore con velocità
crescente. E poi quella storia della chitarra
acustica e della chitarra elettrica: la purezza e il
mercato, l’impegno e i soldi, che a pensarci oggi fa
proprio ridere, se non fosse che ci mostra la potenza
dei simboli, quando si abdica dalla razionalità. Quei
volumi ebbero anche un altro effetto importante sul mio
approccio con il materiale di Dylan. I tre
volumi, infatti, non erano stati concepiti in modo unitario.
Il primo fu pubblicato come antologia
autonoma nel febbraio 1972, il secondo nel settembre
1972 con tutte le canzoni escluse dalla prima
antologia. Così per molto tempo ho pensato queste
canzoni escluse dalla prima scelta come minori, fino
a che mi sono comprato l’edizione inglese e, soprattutto,
ho imparato a costruirmi un mio percorso
personale. Decisivo in tal senso un bel programma di
Radiotre di Marina Morbiducci e Massimo
Scarafoni intitolato “Bob Dylan. Un po’ di più”,
andato in onda alla fine del 1979 per qualche settimana.
Durante il ciclo di trasmissioni arrivò dall’America
la notizia dell’uscita di Slow Train Coming, che
venne commentato e trasmesso in anteprima, rivoluzionando
la scaletta originaria. Ogni tanto veniva un
ospite a parlare di Dylan. Ricordo Francesco De Gregori
e un inopinato Baglioni che raccontava di aver
visto il concerto di Parigi dello Street Legal Tour e
di aver scoperto che Dylan è un vero cantante,
avendo sempre considerato le sue canzoni politica e non
musica. Vennero trasmesse tutte le canzoni
degli anni sessanta pubblicate solo su bootleg o sulle
Broadside Reunion, e soprattutto ascoltai per la
prima volta intelligenti commenti sui paralleli tra The
Times They Are A-Changin’ e Changing Of The
Guards, fatti per dimostrare la continuità dell’arte
di Dylan e rigettare tutta la retorica del bel tempo
andato che aveva imperversato sui media italiani in occasione
del tour del 1978. Un titolo per tutti:
“L’usignolo ha una spina in gola”, dell’Espresso. Marina
Morbiducci e Massimo Scarafoni curarono poi
per la Lato Side un volume, oggi introvabile, con le
traduzioni dei testi dal 1973 al 1980, precedute da
una bella introduzione che faceva anch’essa giustizia
dei luoghi comuni italo-dylaniani.
E i dischi? Può sembrare paradossale ma in quegli
anni non era facile trovare nell’unico negozio di
Borgomanero dischi che non fossero Tozzi, Baglioni o
Battisti. Non parliamo poi di dischi di catalogo.
Ricordo che quando nel Natale del 1979 mia madre - santa
donna, un giorno o l’altro la porterò a sentire
Dylan – mi regalò un buono per quattro LP – allora
andava molto regalare i buoni, oggi non so –
aspettai ben due mesi per avere i dischi che avevo scelto:
Blonde On Blonde, Nashville Skyline e John
Wesley Harding. E che copie! John Wesley Harding aveva
stampigliato un box di una decina di
centimetri con la scritta: “contiene Drifter’s Escape
trionfatore a Bandiera Gialla” e come note di
copertina la pausa di Bringing It All Back Home tradotta
in italiano, anziché Three Kings. Blonde On
Blonde era in versione mono, anziché stereo, e
all’interno aveva la stessa foto della copertina, anziché
le foto di studio che avevo visto al Virgin di Londra.
È anche vero che secondo il CD acquistato negli
anni novanta la prima canzone di Blonde è Rainy
Day Women Nos 12 & 36. E così acquistai il primo
disco il 20 gennaio del 1979 - una copia di The Freewheelin’
stampata in Olanda nel 1975 - quando il
mio amico Giulio mi annunciò tutto trionfante
che nel supermercato Standa appena aperto a
Borgomanero c’era un reparto di dischi – rottura del
monopolio, finalmente – che come lancio aveva
tutto il catalogo di Dylan scontato. Quella voce di cartavetro
che arrivava direttamente dalle fumose
coffee house del Village incominciò a dar vita
una dopo l’altra a quelle parole che ormai mi
accompagnavano, guidandomi ogni volta in territori inesplorati.
Mi costò anche un penoso sei in un
compitino di filosofia. Ma come spiegare alla professoressa
e ai miei che non ero riuscito ad
impadronirmi con la consueta precisione del pensiero
di Platone, perché continuavo a interrompere lo
studio con A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Girl Of The North
Country,... i cui versi e le cui immagini si
impadronivano poi della mia mente? E poi, dando fondo
ai risparmi, Highway 61 Revisited, Hard Rain –
terrificante il primo ascolto, non riuscivo a smettere
di ascoltare e leggere e rileggere Idiot Wind,
ubriacato dalla musica e affascinato da quei versi che
cercavo di sviscerare: ma santa madonna,
possibile che una donna riesca a farti così male
da scomodare l’universo mondo; l’avrà davvero ucciso
Gray?, e chi era? E ancora oggi non posso ascoltare quella
versione di One Too Many Mornings senza
provare i brividi – e Bringing It All Back Home, che
era esaurito e mi fecero arrivare in tre giorni.
Repertorio naturalmente sixties, come intimavano i sacri
testi. Unica licenza i live. Avevo paura ad
ascoltare roba scritta dopo. Avevo persino letto che
Desire era stato registrato con i violini, come un
Claudio Villa qualsiasi. Che sollievo quando si è
inceppata la cassetta che Davide voleva farmi
ascoltare ad ogni costo: «a te che piace Dylan
non può non piacere Hurricane». E così ci ho messo
altri
due anni per scoprire Scarlet Rivera. Il primo disco
avuto mentre era il nuovo disco di Dylan fu Street
Legal nel maggio del 1979, anche se era uscito da un
po’. Protagonista ancora mia madre che,
professoressa di Italiano e Storia nel triennio di un
Istituto tecnico, aveva accompagnato i suoi alunni in
gita a Firenze, “ordinando” ad uno di questi, il più
esperto di musica, di procurarsi una cassetta di Dylan
per me. Disappunto per la cassetta – ma mamma, ci vuole
il vinile! – disappunto per il titolo – oddio, e
adesso? – e disappunto perché non riuscivo ad
ammettere che mi piaceva, anche se Dylan non suonava
la chitarra acustica. Anzi Is Your Love In Vain? era
proprio una grande canzone.
I concerti erano una cosa ancora più complicata.
L’Italia era fuori dai tour europei, dopo le molotov a
Santana del 1977 al Vigorelli, e poi Dylan veniva in
Europa ogni tre anni. Quando venne annunciato il
tour europeo del 1981 l’attesa divenne febbrile. Le notizie
erano buone. Aveva smesso di fare solo il
repertorio cristiano, ma intervallava una canzone cristiana
a una canzone classica. E che canzoni: Girl
Of The North Country, The Times They Are A-Chanigin’
con quattro strofe fatte da solo con la
chitarra acustica, Don’t Think Twice, It’s All Right.
A me, per la verità, anche Saved, considerato da
molti il punto più basso della carriera di Dylan,
era piaciuto molto. Mi piaceva molto A Satisfied Mind,
ma anche Covenant Woman, ma me lo tenevo per me. Impossibile
sostenere discorsi su questo
argomento, meglio scantonare. Articoli al vetriolo dappertutto.
Ho vaga memoria di uno particolarmente
virulento del “Mucchio selvaggio”, che i miei amici cercarono
di nascondermi con grande misericordia.
Ricordo questo colloquio nell’agosto del 1980 a Eastbourne,
mentre tornavo verso casa con la signora
che mi ospitava, con sottobraccio una copia appena acquistata
di Saved, assieme agli spartiti. «What’s
that record?». «It’s the last of Bob Dylan».
«Not the last, the latest. Anyway I liked very much Bob
Dylan». Avrei voluto replicare, guardi che Dylan
scrive ancora, e le sue canzoni continuano ad essere
importanti; ma rinunciai, un po’ mortificato dal disastroso
errore appena commesso, un po’ scoraggiato
dalla perentorietà di quel “liked”. Inoltre non
avevo ancora ascoltato Saved, e la copertina non era poi
così rassicurante.
Lessi su “La Stampa” - “il” giornale dalle nostre parti
- che per assistere all’ultimo concerto del tour,
che si teneva ad Avignone il 25 luglio, un negozio di
dischi di Torino organizzava un pulman. Annotai il
numero di telefono, pronto a chiamare. Quale migliore
occasione per festeggiare la maturità? Si trattava
per scrupolo di aspettare il sorteggio degli orali, ma
era chiaro che il 25 luglio sarebbe già stato finito
tutto. E invece ero il terzo candidato di lunedì
27 luglio. Impossibile convincere i miei che avrei potuto
partire sabato mattina, ascoltare il concerto sabato
sera, rientrare nella giornata di domenica e
presentarmi agli orali lunedì. Senza contare che
se mi avessero cambiato la seconda materia, avrei
dovuto sgobbare tutto il fine settimana. E così
dovetti attendere il concerto di Milano del 24 giugno 1984,
con Mick Taylor e Santana – e che concerto! Con Bob euforico
e, forse, felice davanti a più di
cinquantamila persone che ci ha fatto cantare sul ritornello
di Blowin’ In The Wind e con un inaspettata
The Times They Are A-Changin’ come secondo bis mentre
stavamo già uscendo - per vedere il mio
primo concerto di Dylan, qualche settimana dopo aver
visto per la prima volta Joan Baez al Castello
Sforzesco, in compagnia di molti reduci dai concerti
veronesi di Dylan della sera prima. Ma ormai ero
l’esperto – quello che riconosceva le canzoni dalla prima
nota, che spiegava tutti i retroscena della
vicenda dylaniana e che era stato a Blackbushe – alla
testa di un gruppo numeroso, formato da gente
che voleva sentire Dylan, anche se non lo conosceva bene.
Eh sì, perché il ritrovato menestrello - che
imbracciava di nuovo l’acustica per fare Tangled Up In
Blue, It’s Alright Ma e A Hard Rain’s
A-Gonna Fall e aveva recuperato una formazione classica,
rinunciando alle coriste - era di nuovo il
maestro da ascoltare ad ogni costo, ma adesso con rispetto
e venerazione. Anzi in quei piatti e
detestabili anni ottanta aveva acquistato il carisma
di chi non si era venduto, proprio mentre i fratelli
maggiori del suo nuovo pubblico, che lo avevano massacrato
qualche anno prima, si stavano sistemando
uno dopo l’altro ben dentro il cuore del sistema, senza
averlo minimamente reso più umano, anzi! Sic
transit gloria mundi.
Questo è il percorso razionale. Ma in qualche modo
sono convinto che da molto prima sapevo chi era
Dylan, anche se non lo conoscevo. E allora ho incominciato
a scavare nella memoria per portare alla
luce tutti i frammenti utili. È così affiorato
un quaderno di scuola di mio fratello con la copertina dei
Greatest Hits vol. II, ribattezzati “Un poeta, un artista”.
Era la versione del disco che si trovava in Italia,
e così, a suo tempo, anche i Greatest ho dovuto
comprarmeli a Hastings. Nella controcopertina di quel
quaderno si narrava la storia del mito, che a quindici
anni aveva scritto la prima canzone per Brigitte
Bardot. Il fascino di quella foto di spalle – credo venga
dal “Concerto per il Bangladesh” – era
magnetico. Ho pensato che probabilmente questo Dylan
dopo Brigitte Bardot doveva aver fatto cose
più serie. È poi affiorata una storia a
fumetti apparsa sul Giornalino, che non so collocare nel tempo -
ma forse Michele mi può aiutare - di un reporter
in moto che si reca all’astrodromo di Houston a sentire
Dylan. Penso il riferimento fosse al Benefit per Carter.
Nel fumetto c’erano anche i versi di due
canzoni, una sono quasi sicuro fosse Chimes Of Freedom.
Sono invece sicuro che mi colpirono molto.
Ma poi poco a poco si è fatta strada la circostanza
in cui we first met. 1970. Al tempo io e mio fratello
– prima e terza elementare - collezionavamo 45 giri,
che ascoltavamo in un mangiadischi rosso che
recava la scritta “Music for your eyes”, per noi allora
incomprensibile, e per la verità tale rimasta: che
c’entrano gli occhi? La fonte era la tv, canzonissima
e sanremo, e la radio, Lelio Luttazzi, ma già con
qualche guizzo: Gaber, Antoine – che emozione quando
scoprii che Pietre era, un po’ massacrata,
Rainy Day Women! – e “C’era un ragazzo”. E così
un giorno arriva a casa nostra l’ultimo successo
inglese. In particolare ero io che incominciavo a chiedere
musica inglese: “Let It Be”, “Sympathy” dei
Rare Bird. Era “Yellow River” di un certo Christie, copertina
rossa e gialla. Il disco era stampato dalla
Cbs, e sul retro c’era la pubblicità degli ultimi
successi della casa discografica con la riproduzione delle
copertine. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel
signore con la barbetta rada dall’aspetto gentile, che
sollevava la bombetta e teneva in mano una splendida
chitarra con il parapenne meravigliosamente
intarsiato. Oh, Bob!
Gianni “The Lonesome Sparrow”, novembre 2004.
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