18
di Laura Benni

When we first met

Ecco la storia di come sono diventata una Dylan-dipendente:

Tutto è cominciato circa un anno , un anno e mezzo fa.

Come molti altri avevo sempre sentito parlare di Bob Dylan, ma non mi ero mai interessata alla sua musica. La mia conoscenza non andava oltre "Knockin' on heaven's door" e la versione di Simon & Garfunkel di "The times they are a-changing" (che, sinceramente, piaceva più a mia madre che a me).

Allora, un giorno ero in macchina che tornavo da scuola e alla radio davano proprio "Knockin' on heaven's door" e io pensai: "però mica male". Nella mia ignoranza abissale non mi resi neanche conto che in realtà quella non era la versione originale di Dylan, ma una cover di qualche altro cantante, come scoprii + tardi!!!! Comunque sia, quella canzone continuò a frullarmi in testa per un bel po', finché non mi venne la voglia di conoscere meglio Dylan.

Qui entrate in gioco voi di Maggie's Farm; stavo cercando qualche sito su Dylan, quando sono entrata nel vostro (complimenti!!!! Senza dubbio il migliore che ho trovato!!) e ho cominciato a leggere i testi di qualche sua canzone; neanche a dirlo, mi sono piaciuti subito, erano diversi da tutti quelli che avevo letto prima, non so neanche come spiegarmi bene; erano molto più che semplici testi di canzoni.

Qualche tempo dopo ho comprato il mio primo CD: The Essential Bob Dylan. Ma, ad essere sincera, il mio entusiasmo svanì ben presto: dopo averlo ascoltato per la prima volta rimasi delusa!! Sì, insomma... non so di preciso cosa mi aspettassi, ma quelle canzoni non erano facili da ascoltare per una abituata alla voce di Freddie Mercury (senza offesa, Bob!!) e alla chitarra di Brian May.

Così per qualche tempo ho lasciato perdere Dylan, o almeno così credevo... ma in realtà dopo un po' mi resi conto che avevo cominciato ad ascoltare quel CD sempre + spesso, non sapevo perché, ma non riuscivo a smettere!! Quella musica mi affascinava davvero... non so dire di preciso quando tutto questo sia iniziato, tanto meno come o perché...

La prima canzone di cui mi sono veramente innamorata è stata "Mr Tambourine man", poi "Visions of Johanna". Ma non posso dire di avere una vera e propria canzone preferita, mentre i due CD che, a forza di ascoltare, ho quasi consumato sono quelli del Live al Philharmonic Hall del 1964. Ogni volta che li ascolto rimango senza fiato... davvero fantastici!!!!

Oggi mi sono ridotta che non riesco ad accendere lo stereo senza ascoltare almeno qualcosa di Dylan e i suoi CD stanno monopolizzando i miei porta-CD; ormai è quasi una malattia (anche se ho ancora molto da imparare sulla sua musica)!!!

La cosa più bella delle canzoni di Dylan è che ogni volta che le ascolto scopro nuove sfumature, nuovi motivi per cui apprezzarle e mi piacciono sempre di più! e poi cosa c'è di meglio che accendere lo stereo a tutto volume e cantare le canzoni di Bob Dylan a squarciagola? ....fortunatamente x le orecchie dei miei vicini, lo faccio quando loro non sono in casa...

laura...



 
19
di Giuseppe Basile

La scoperta di Bob Dylan ? Fu un disastro.
Avevo diciassette anni e come molti ragazzi italiani ed europei ascoltavo quasi esclusivamente i Led Zeppelin, The Who, i Beatles e i Rolling Stones, elevando questi gruppi nell’empireo della musica e relegando  tutti gli altri artisti internazionali in  posizioni di secondo piano.
Normalmente, chi ascoltava gruppi come questi, non ascoltava con particolare entusiasmo la musica dei cantautori. L’approccio con Dylan, dunque, doveva essere necessariamente molto difficile per chi, come me, non aveva mai avuto nelle orecchie il folk e la musica prevalentemente acustica, e aveva una formazione musicale tipicamente inglese. Diciamocelo francamente: sarà pur vero che l’America è stata la madre del rock e della pop art, ma noi, quando tutto ciò accadeva (dalla seconda metà degli anni 50 sino ai tardi anni 60) dormivamo sonni beati con le melodie di Claudio Villa e Nilla Pizzi, con la canzone tradizionale napoletana, con la canzonetta italiana mutuata dal varietà (stile Quartetto Cetra) ed altre amenità del genere. All’epoca, i pochi che potevano vantare una cultura musicale provenivano dal terreno della lirica, i più evoluti conoscevano il jazz e guardavano con ironia gli ancheggiamenti di Elvis Presley, considerandolo un bel ragazzone fotogenico che gli americani avevano tirato su per fare un po’ di soldi con pellicole suggestive e ammiccanti (come la sua musica). I pochi cultori avveduti lo snobbavano (un po’ come abbiamo fatto noi, generazione degli anni 80, con Madonna, che pur facendo le dovute proporzioni qualificammo sbrigativamente come qualcosa di analogo al fenomeno Elvis: al posto degli ancheggiamenti c’era lo sculettamento esplicito e l’evocazione più spinta del sesso, la musica era quasi sempre musica da ballo, anche se non più “boogie” ma “disco music”,  i films e videoclip si producevano in quantità, e l’esercito di produttori e promotori erano nelle retrovie, pronti a piazzare e imporre il prodotto: insomma una ennesima americanata).
Negli anni cinquanta e sessanta, si contavano sulle dita quelli che conoscevano Big Joe Turner, Bill Haley, Bo Diddley e Chuck Berry. La maggior parte del popolo dei musicofili non sapeva chi fossero. Peggiore sorte toccava agli artisti americani che provenivano dalle fila del country, del folk puro e della tradizione cantautorale, anche d’avanguardia, quella di Woody Guthrie, di Robert Johnson, di Hank Williams.
Se è vero, dunque, che questi nativi americani avevano ispirato i Beatles, Clapton,  i Rolling Stones e gli altri, seminando in Europa i germi del rock, è innegabile che per noi, soprattutto noi italiani, l’approccio con il nuovo mondo musicale del rock e del pop sia avvenuto con l’arrivo bruciante, devastante, incendiario, dei musicisti inglesi.
Noi non siamo figli dell’America, musicalmente parlando: il nostro rapporto con i pioneri della musica americana è solo “genetico”, è un patrimonio che abbiamo acquisito indirettamente, attraverso i nostri ascendenti diretti, quelli che ci hanno aperto gli occhi e che hanno inesorabilmente formato il nostro gusto del rock.
Io, ad esempio, che sono nato nel 1966,  non ho fatto “il ’68” e non ho mai avuto in mente la guerra del Vietnam, non avevo nemmeno potuto assorbire l’influenza (forse all’epoca più politica che musicale) della stagione cantautorale di protesta, quella che aveva portato Dylan e la Baez alla notorietà in Europa.  La generazione precedente alla mia, infatti, una vaga idea della scena musicale americana ce l’aveva, anche se non doveva essere un’idea molto chiara, visto che in fin dei conti quella musica non vendeva poi un granchè: perfino Janis Joplin, la più grande cantante della storia dell’umanità, era ancora in una fase di lancio in Europa, e i Jefferson Airplane, che è stato veramente un gruppo americano che ha cambiato il mondo della musica, erano totalmente oscurati dall’idolatria europea per i Beatles e i Rolling.
Tutto questo, insomma, lo sottolineo per dire che la musica di Dylan, eccezion fatta per quegli inni politici (stile “The Times They Are A Changin” e “Blowin' in The Wind”) universalmente noti alla generazione che mi ha preceduto, non poteva essere molto facile da capire ai ragazzi europei degli anni 70, abituati a suoni molto più strutturati, come quelli degli Yes, dei Genesis, dei King Crimson e dei Pink Floyd.
Io appartenevo (e appartengo ancor oggi) alla schiera dei cultori del progressive e del rock di matrice anglosassone: che cosa potevo capire di un disco come “Bolnde On Blonde” ? Avevo diciassette anni (oggi ne ho trentotto): affamato di musica, entrai in un negozio di dischi di Taranto (la mia città natale) e chiesi al negoziante un disco di Bob Dylan. Mi consigliò, ma freddamente, “Blonde On Blonde” (il negoziante, nel 1983, vestiva tutto di nero, con anfibi e borchie, ed era un new wave seguace dei Cure, dei Sound e dei Bauhaus: figurarsi che cosa poteva pensare di Bob Dylan). Fatto è, però che io ero molto più vicino a lui che ai patiti di De Gregori e De Andrè (che snobbavo completamente) : andai a casa, misi il cd nel lettore e mi ritrovai di fronte a una ballata folk sostenuta da una sorta di banda che eseguiva una specie di marcetta: era “Rainy Day Women Nos 12 & 36” . Interdetto, andai avanti, restai indifferente a “Pledging my Time”, un giro di blues abbastanza scontato che i Rolling avrebbero reso meglio – pensai, e poi mi ritrovai di fronte a un brano lungo, impegnativo, che mi apparve ripetitivo nel motivo musicale ed eccessivamente verboso: era “Vision of Johanna”. Con “I Want You” cominciai a dare un punto al disco, era un brano più abbordabile e si avvicinava a un concetto di musica più conosciuto, quello dei nostri cantautori, stile Bennato, Guccini, De Gregori.  Ma complessivamente, il disco non mi piacque e non riuscivo a sostenerlo, mi pareva pesante, mi deludeva sul piano della composizione. L’unica cosa che mi piaceva era la voce di Dylan, una voce diversa, affascinante, come la sua interpretazione. Musicalmente, però, non riuscivo a sentire una grandezza compositiva tale da poter accostare, ad esempio una “Just Like a Woman” a un qualsiasi brano dei Beatles, una “Here, There And Everywhere”, una “Norvegian Wood” eccetera.
Morale: andai a cambiare il disco al negozio, e mi comprai “Foxtrot” dei Genesis, un disco che per anni ho considerato un monumento della musica europea, un disco di composizioni altissime, ma che un bel giorno, finalmente, sono riuscito a sentire per quello che è:  un lavoro irrimediabilmente datato, come tutti i dischi “progressive” .
Dylan, invece, non è assolutamente datato, nemmeno quando suona “Blowin in The Wind” . Da quel momento, dopo anni di ascolto di musica di tutti i generi, cominciai a comprendere e a sentire l’impronta di Dylan nella musica che abbiamo masticato per tanto tempo. Per prudenza, però, non mi riaccostai a “Blonde On Blonde” , questa volta decisi di ripartire da due dischi molto diversi da quello: “Blood On The Tracks“  e “Freewhelin” .  Le cose cambiarono radicalmente: era il 1991.
L’approccio con l’artista ebbe una brusca accelerazione: comprai il box “The Bootlegs Series 1-3), e poi cominciai ad andare alla scoperta dei dischi meno recenti, partendo da “Higway 61 revisited”, che pure non mi convinse del tutto. Lo accostai un po’ a Blonde On Blonde e pensai che “quando gli americani vogliono fare rock non riescono bene” (continuavo a trovare la definizione di rock in un pezzo di David Bowie, “Station To Station”, “Blackout”, “Rebel Rebel”, brani un po’ glamour, che oggi mi risultano un po’ artificiosi, volutamente caricati: privi di quell’immediatezza che solo ora riesco a sentire nella musica di Dylan: più essenziale, più diretta, e dal punto di vista sonoro anche più ruvida, e perciò più vera).  Pesante, invece mi appariva Idiot Wind, pesante Tombstone Blues anche se splendidi erano i suoni, pesante “From A Buick” . Questi motivi ripetuti per sette, otto, dieci minuti, erano per me un modo inusuale di esprimersi, sembravano voler essere soltanto una base per la verbosità di Dylan (un po’ come si diceva, in certi casi, per Guccini).
Ci è voluto del tempo per apprezzare ed essere definitivamente travolti dall’arte di Bob Dylan. Un contributo decisivo per me è stato offerto dagli ultimi lavori, da “Oh Mercy” in poi, dischi giganteschi che mi hanno abituato alla sua poetica e alla sua musicalità (ed anche alla sua varietà di suoni e di stili nel corso della carriera). Questa musicalità raggiunta negli ultimi anni valorizza anche composizioni concepite in modo diversissimo, eseguite a suo tempo in modo opposto a come Dylan si esprime oggi.
E’ stato proprio questo esperimento di questi ultimi anni a farmi capire la grandezza anche dei brani più ostici, e la loro potenza compositiva che dimostra la tenuta  di quei brani, al loro idoneità ad essere suonati secondo formule musicali diverse, dal folk al rockabilly, a versioni pop, o con arrangiamenti perfino jazzistici.
“La prima volta”, dunque, con Dylan si è ripetuta molte volte. E’ sempre stata una scoperta, ed ora che ho avuto l’opportunità di scoprirlo dal vivo, credo di essere entrato in una nuova entusiasmante dimensione artisitica che nessun musicista, prima di lui, mi aveva saputo indicare (nonostante i miei vent’anni di concerti visti in giro per l’Italia).
Un cordiale saluto agli amici del www.maggiesfarm.it
Giuseppe Basile



 
 
20
di Marco Pavan

La mia scoperta del signor Robert Allen Zimmerman in arte Bob Dylan, è tuttora un work-in-progress. Devo ancora ascoltare qualche disco per poter dire di averne sentito almeno la discografia completa. Non sono mai stato metodico nel collezionare i dischi di qualche autore, sono sempre andato un po’ a naso, ascoltando qualche consiglio, leggendo qua e là, ispirandomi dal titolo dell’album o semplicemente guardando una copertina. Per Dylan la storia si è ripetuta. Tutto è cominciato qualche anno fa (potrei dire 4 anni… ma non lo so con precisione) quando un mio carissimo amico (nonché compagno di scuola, ascolti e concerti), da sempre amante di musica d’autore (mio lume già nella scoperta del mitico Francesco Guccini), tornò a casa da Parigi con un paio di album del nostro eroe. Fino a quel momento era solo un nome, Bob Dylan, un mito senza volto e senza voce, autore di canzoni che si sapevano certo, ma di cui non conoscevamo ancora la versione originale. Sembrava un fantasma, un dinosauro del rock (e del cantautorato, visto che sapevamo che i nostri miti italiani, avevano a lui spesso “attinto”) assiso in un olimpo a noi sconosciuto. Bene, con l’arrivo dalla Francia di quei The Best Of Bob Dylan, rigorosamente volume uno e due (…ragionando dev’essere stato l’anno 2000 visto che The Best Of B.D. vol.2, era appena uscito…), tutto si fece più certo, quelle canzoni cominciavano ad avere una voce, un arrangiamento. Proprio la voce fu la cosa che più mi colpì: il volume 2 parte con l’accoppiata Things Have Changed/Hard Rain…ma siamo sicuri che sia lo stesso a cantare???…ma Bob Dylan è quello dalla voce roca da pub (spesso ho ribadito che la adoro), o quello dalla puerile voce squillante? Avrei capito tutto dopo, con letture meticolose, biografie e quant’altro, di come quest’uomo e la sua voce avessero subito nel corso degli anni quegli scossoni e quelle virate che non possono non lasciare il segno…e non solo sulla voce. Devo dire che alcune canzoni le amai da subito, tanto erano evocative (ad esempio Mr.Tambourine), altre proprio non mi dicevano nulla (Rainy Day Women). Certo erano ascolti frastornanti che mi fecero presto prendere coscienza che se mai avessi voluto davvero capire Dylan, non potevo accontentarmi di quelle due raccolte. Ho sempre creduto che un artista possa raccontarsi appieno solo in un album in cui esprime una volontà, uno stato d’animo o quel cavolo che gli passa per la testa. E per un artista del calibro di Dylan, mai tale pensiero era così esatto: se c’è un cantante, artista e poeta (perché Bob è sicuramente questo, ma anche tanto altro!) che fa un discorso unitario in ogni suo album, quello è proprio lui. Ricordo di aver inseguito a lungo Highway 61 Revisited (dovevo acquistarlo in edicola ma quella settimana usciva Talkin’ Book di Stevie Wonder…che acquistai comunque!; poi ancora avrei dovuto farmelo masterizzare da un amico…), infine comperato per ventimila lire nell’allora neo aperto mega-store mediaworld della mia città. Un disco ruggente non c’è che dire: rimasi affascinato dal roboante rock di Tombstone Blues (Like A Rolling Stone non era una novità, l’avevo già  ascoltata nella raccolta), ma fu la magia sognante di Desolation Row a sconvolgermi totalmente (pur già conoscendo l’encomiabile traduzione di De Andrè e De Gregori); una voce profondamente onirica, viaggiante, che conduce davvero in un’altra dimensione (e credetemi, non c’è stato bisogno di alcun tipo di droghe e/o allucinogeni di sorta). Da lì si può dire che sia partita la mia scoperta di Bob dipanata negli anni da vari e numerosi acquisti e (alcune) masterizzazioni (di bootleg…si intende…ehm ehm…). Gli ultimi di cui sono venuto in possesso sono Oh Mercy, New Morning, Planet Waves ed Empire Burlesque (di cui parlai in un talkin’ di "Maggie's Farm"). E questa fantastica storia dylaniana continua, tra concerti, dischi di Lou Reed, Neil Young, Patti Smith, R.E.M., Pearl Jam e di tutta la bella musica che fa contorno alla mia vita… senza dimenticare mai l’unico punto di riferimento, quei dischi di Bob che periodicamente devono fare almeno una capatina nel mio lettore!

Marco Pavan, Vicenza



 
 
21
di Gianni "The Lonesome Sparrow"

When we first met... when we first met... Già, when we first met? Come ho conosciuto Bob Dylan e
la sua musica? La domanda continua a ronzarmi per la mente da quando ho scoperto questa rubrica su
“Maggie’s Farm”, e ho incominciato ad appassionarmi ai racconti pubblicati. Non è una domanda
semplice, mi sembra che Dylan sia sempre stato presente nel mio orizzonte, l’abbia in qualche modo
assimilato nella mia infanzia. Eppure nella mia famiglia nessuno ascoltava musica – solo mia madre
aveva una giovanile passione per Luigi Tenco, ma senza dischi, troppo cari per lei – e ai miei amici ho
poi spiegato io chi era Dylan. Non sto parlando del percorso razionale verso la conoscenza della musica
e del mondo di Dylan. No, quello l’ho ben presente da sempre, so come ci sono arrivato. Tutto
incomincia nel maggio del 1978 in una classe della seconda liceo scientifico di Borgomanero, una città di
ventimila abitanti in provincia di Novara, non esattamente il centro del mondo, piuttosto una delle tante
versioni della eterna provincia italiana. Durante il liceo, maggio è sempre stato il mio mese preferito.
Non ho mai condiviso la pratica della maggior parte dei miei compagni, che sperperavano allegramente
la prima parte dell’anno, per trovarsi poi costretti a sgobbare sui libri mentre le giornate incominciavano
ad allungarsi e ogni anno si riaprivano inaspettate possibilità. L’inverno è freddo, non si può andare in
giro, le giornate sono corte. Tanto vale stare in casa a leggere e studiare. Così, dopo gli ultimi compiti in
classe della prima parte di maggio, la scuola virtualmente finiva, con tutti i voti in ordine; e mentre gli
altri si affannavano a rimediare, potevo dedicarmi ad altro. C’è un evento a cui sono legati
indissolubilmente questi ricordi: le trasmissioni televisive del Giro d’Italia. Pomeriggi trascorsi davanti al
televisore, concedendosi il lusso – così formativo, secondo la lezione di Michele Serra - di perdere
tempo, anche se la scelta mia e di mio fratello di tifare per Moser, così appagante in primavera, era
fonte di grandi incazzature: un anno è spuntato persino De Muynck! Dunque, in quel maggio del 1978 la
nostra insegnante di lettere chiese a tre o quattro di noi che non avevamo più molto da fare, e che
avevamo dimostrato interesse e predisposizione per la sua materia, di aiutarla a scegliere l’antologia da
adottare l’anno successivo. Ma con un metodo interessante: assegnare a ciascuno due testi e un tema
su cui fare una ricerca. Dal risultato delle ricerche e dalle nostre impressioni circa l’uso dei testi
avrebbe tratto indicazioni utili per la sua decisione. L’argomento che mi venne assegnato fu “La poesia
beat”. Mi interessava moltissimo ed ero molto contento, anche se era un argomento che conoscevo
molto poco. Avevo solo orecchiato da qualche compagno e dal fratello di uno di questi qualche nome:
Ginsberg, soprattutto, ma anche Kerouac e Fernanda Pivano. E poi, ne sono sicuro, dovevo già aver
presente che in qualche modo centrava un cantante che si chiamava Dylan. Ma quando ho incominciato
a leggere i testi via via proposti e a scoprire Burroughs, Corso, Ferlinghetti,... ho capito che questo
Dylan doveva essere il più importante, e che le canzoni dovevano essere una cosa molto complessa, un
fatto culturale con cui non mi ero mai confrontato. Per la verità, avevo già trovato un suo testo
curiosando sulla nostra antologia. Era Three Angels – a proposito, nessuno mi toglie dalla testa che la
musica del Disastro aereo sul canale di Sicilia venga di peso da lì, e che New Morning sia l’album
preferito di Francesco De Gregori: Buonanotte fiorellino, Cartello alla porta – ed era commentato in
termini che così sintetizzo oggi, ma che allora non mi risultavano chiari, lasciandomi un vago senso di
inadeguatezza: bene questo Dylan che contesta il sistema americano ormai marcio, evidenziando la
contraddizione dell’emergenza ecologica; ma state attenti a queste prese di posizione romantiche, se
vagheggiano un impossibile ritorno ad un passato arcadico, perché quello che conta sono i rapporti di
produzione dentro la società industriale. Come è stata scritta Three Angels, perché, che parte aveva
nella vicenda artistica di Dylan, come si deve leggere un testo destinato a essere cantato su una musica,
tutto questo non interessava. Ciò che importava era decodificare un messaggio, una presa di posizione
nel dibattito pubblico.

Non so che fine abbia fatto la mia ricerca, forse non l’ho mai nemmeno scritta. La scuola è finita, sono
incominciate le vacanze e con le vacanze le esplorazioni estive. E la scoperta di Dylan, così
emozionante e promettente, esce dal centro della scena. Quell’anno sarei andato per la prima volta in
Inghilterra. Ma quando arrivo tutti parlano di Bob Dylan, impossibile sfuggirgli. Sta tornando in Europa
dopo dodici anni. Non è possibile non avere un’opinione su Dylan, anche la più sballata. Si rischia di non
essere considerati. È il cantante più importante, anzi l’unico che ha scritto vere canzoni, le altre servono
solo per ballare e divertirsi. Questo lo dicono anche quelli che non lo ascoltano, al limite sostengono che
le vere canzoni sono noiose, come i libri, e che conta ballare e divertirsi. Ha scritto l’inno della pace, che
sarebbe poi Blowin’ In The Wind, detto grosso modo come si dice che Beethoven ha scritto l’Inno alla
gioia. Rispetto e distanza, nessuno lo conosce veramente, ma tutti ne parlano. Farà solo le vecchie
canzoni. Ecco un luogo cruciale del rapporto con Dylan di quegli anni, ma lo stesso discorso si potrebbe
fare per De André e Guccini. Tutto è già stato scritto nell’età dell’innocenza, quando fare le canzoni
preparava il mondo a venire, dove non ci sarebbero più stati limiti materiali all’espressività umana. Dopo
è stata solo industria, chi ha continuato lo ha fatto perché si è svenduto, e ha pensato bene di fare soldi.
Ma perché Dylan non è morto nell’incidente in moto entrando direttamente nel mito, lasciandoci un
simbolo che incarnasse le speranze della nostra gioventù? Già quel Blonde On Blonde era così
decadente e borghese. E quegli insopportabili sermoni biblici di John Wesley Harding. O l’insignificante
Street Legal, un impasto sonoro dove le parole sono solo un pretesto per cantare, che bordeggia la
musica disco in Changing Of The Guards, seppure ad alto livello. È la tesi sostenuta da Nemesio Ala in
un libro pubblicato da Savelli editore nel 1980, in una collana diretta da Luigi Manconi, alias Simone
Dessì, Bob Dylan. Dal mito alla storia. (alla storia!), scritto tra l’altro per difendere Dylan da
pubblicazioni quali Dylan SpA, a cura di «Stampa Alternativa», Verona, Bertani, 1979, ricordando che
c’è una parte buona da salvare. Insomma Dylan come il Che, in un immaginario giovanile senza tempo
e, soprattutto, senza storia. Proviamo a pensare per un momento il Che settantenne. Qualsiasi cosa
fosse diventato - un vetero-stalinista come Castro, un leader noglobal amico di Agnoletto e Casarini, un
serio politico riformista, uno scrittore di successo o uno scaltro imprenditore rivale della Coca Cola –
avrebbe distrutto il suo mito. Per inciso Nemesio Ala diventerà Consigliere regionale della Regione
Piemonte per i Verdi. Cercando pratiche che innovassero la politica, le liste verdi non chiedevano voti di
preferenza e mandavano negli organi istituzionali i loro candidati seguendo l’ordine alfabetico di
presentazione e prevedendo la rotazione per allargare la partecipazione. Ala, entrato in Consiglio poiché
il suo cognome iniziava per a, non si dimise quando fu il suo turno, come del resto molti altri
rappresentanti dei Verdi, perché «non si poteva gettare al vento l’esperienza istituzionale così
faticosamente accumulata, disperdendo un patrimonio così importante per il gruppo».
Un compagno di stanza di mio fratello, un ragazzo di Rotterdam di nome Adrian, si era portato il
Concerto per il Bangladesh, e metteva continuamente sul piatto Mr. Tambourine Man. Mio fratello
cerca di raccontarmela, e io oramai tra la Blowin’ canticchiata in spiaggia e la Mr. Tambourine
raccontata – come dice Guccini, prima dell’industria del disco era pura trasmissione orale – ho deciso
che Dylan è una chiave indispensabile per capire qualcosa della vita e del mondo. E poi veniamo a
sapere che avrebbe suonato a quaranta chilometri da Brighton, dove eravamo, in un vecchio aerodromo
dismesso. Decidiamo di andare, così, all’avventura, senza biglietti, senza idea di come muoverci. C’è
solo un problema: siamo tutti minorenni, e non abbiamo portato dall’Italia nessuna autorizzazione ad
allontanarci da soli. Convinciamo un neodiciotenne ad accompagnarci, ma quando capisce che si deve
assumere la responsabilità della comitiva, sparisce. Fa niente, ormai abbiamo deciso che dobbiamo
andare e andiamo. Non si può proprio dire che abbiamo ascoltato il concerto. C’erano più di
duecentomila persone, una bolgia incredibile: sbronzi, fatti, fumati, love and peace e, novità per noi
provinciali, i primi punk venuti ad ascoltare uno dei gruppi di spalla. Non abbiamo trovato biglietti, anzi
non abbiamo capito nemmeno dove li vendevano, ammesso che ce ne fossero ancora, e non siamo
riusciti ad entrare, sentivamo solo un vago rumore. In più non conoscevamo praticamente nessuna
canzone. Ma che avventura! Che impressione! La sensazione di trovarci di fronte ad un punto di
riferimento cruciale, a qualcuno che con le sue canzoni aveva raccolto e raccontato le inquietudini e le
esistenze di tante persone. E le più diverse: già allora accanto a reduci e nostalgici c’erano ragazzini
come noi, radical, ma anche persone perfettamente integrate, perfino qualche famiglia. In modo plastico
la spiegazione di cosa sia l’arte e di come attraversi, quando è autentica, le più diverse condizioni umane
e sociali. Il concerto sono poi riuscito ad ascoltarlo soltanto sei o sette anni fa, quando mi sono
procurato una copia in CDR, che custodisco gelosamente, di The Picnic at Blackbushe aerodrome,
registrato a Camberley, Surrey sabato 15 luglio 1978, con Eric Clapton che sale sul palco per Forever
Young. E ho scoperto che Dylan, come in tutto quel tour, cantò quasi tutte le canzoni del nuovo album,
Street Legal. E che versioni! E che Changing Of The Guards era suonata prima di The Times They
Are A-Changin’, di cui rappresenta una sorta di epilogo. E oggi, dopo la pubblicazione di Things Have
Changed, si può dire che queste tre canzoni siano una sorta di trilogia che attraversa il senso del lavoro
di Dylan. Ah, per la cronaca, durante il viaggio di ritorno in Italia, il neodiciotenne ammonì con severità:
mi raccomando, a casa si dice a tutti che abbiamo visto Dylan. E ancora oggi, ormai ultraquarantenne,
racconta di quella volta che ha sentito Dylan vicino a Brigthon...

Tornato a casa, la vita di provincia riprende con i suoi ritmi sonnolenti, ma anche con le sue rassicuranti
certezze. Ma sembra che non mi sia proprio possibile dimenticare Dylan. Uno dei temi del compito in
classe di Italiano di ottobre chiede di commentare la prima strofa di The Times They Are A-Changin’ e
di fare alcune considerazioni sulle canzoni di protesta. Quei versi mi colpiscono per la prima volta.
Come gather ‘round people..., ehi gente venite tutti qua intorno, che potenza, che immagini, ...the
waters/Around you have grown... come non pensare al diluvio universale? Per il resto, anche se non ne
so ancora molto, “le canzoni di protesta” mi fanno già arricciare il naso: chi protesta e contro chi? E poi
mia madre decide di regalarmi a Natale i tre volumi della Newton Compton che traducono i Writings &
Drawings, che lungamente avevo guardato con cupidigia sugli scaffali dell’unica libreria di
Borgomanero. Mi si apre il mondo di Bob Dylan, ogni pagina una scoperta. My Life In A Stolen
Moment, trovo un attimo per raccontarmi la mia vita. Bob Dylan’s Dream, quei ragazzi come noi che
pensano che il mondo sia tutto per loro e non sanno che nel giro di qualche mese saranno sbattuti nei
posti marginali che gli erano destinati da sempre. Senza avere nemmeno il tempo di rendersi conto, ma il
loro compagno Bob, forse il più insignificante, l’ha capito per tempo. E come gli pesa questa
consapevolezza, vorrebbe tornare indietro, ma sa già che non si può. E su quella ferita costruirà tutta la
sua arte. E lo stupore che Blowin’ In The Wind sia stampata come le altre canzoni, senza nulla che la
evidenziasse come “la” canzone. Ma anche da quei volumi traspare l’idea che sia già tutto concluso.
Anche il bel saggio introduttivo di Fernanda Pivano è pensato per difendere Dylan dalle accuse di allora,
chiedendo di dargli tempo e fiducia, cercando di suggerire che forse Dylan è semplicemente più avanti
di quelli che lo contestano, forse troppo avanti, e mettendo in evidenza come il sistema americano
stritola una dopo l’altra le persone di valore con velocità crescente. E poi quella storia della chitarra
acustica e della chitarra elettrica: la purezza e il mercato, l’impegno e i soldi, che a pensarci oggi fa
proprio ridere, se non fosse che ci mostra la potenza dei simboli, quando si abdica dalla razionalità. Quei
volumi ebbero anche un altro effetto importante sul mio approccio con il materiale di Dylan. I tre
volumi, infatti, non erano stati concepiti in modo unitario. Il primo fu pubblicato come antologia
autonoma nel febbraio 1972, il secondo nel settembre 1972 con tutte le canzoni escluse dalla prima
antologia. Così per molto tempo ho pensato queste canzoni escluse dalla prima scelta come minori, fino
a che mi sono comprato l’edizione inglese e, soprattutto, ho imparato a costruirmi un mio percorso
personale. Decisivo in tal senso un bel programma di Radiotre di Marina Morbiducci e Massimo
Scarafoni intitolato “Bob Dylan. Un po’ di più”, andato in onda alla fine del 1979 per qualche settimana.
Durante il ciclo di trasmissioni arrivò dall’America la notizia dell’uscita di Slow Train Coming, che
venne commentato e trasmesso in anteprima, rivoluzionando la scaletta originaria. Ogni tanto veniva un
ospite a parlare di Dylan. Ricordo Francesco De Gregori e un inopinato Baglioni che raccontava di aver
visto il concerto di Parigi dello Street Legal Tour e di aver scoperto che Dylan è un vero cantante,
avendo sempre considerato le sue canzoni politica e non musica. Vennero trasmesse tutte le canzoni
degli anni sessanta pubblicate solo su bootleg o sulle Broadside Reunion, e soprattutto ascoltai per la
prima volta intelligenti commenti sui paralleli tra The Times They Are A-Changin’ e Changing Of The
Guards, fatti per dimostrare la continuità dell’arte di Dylan e rigettare tutta la retorica del bel tempo
andato che aveva imperversato sui media italiani in occasione del tour del 1978. Un titolo per tutti:
“L’usignolo ha una spina in gola”, dell’Espresso. Marina Morbiducci e Massimo Scarafoni curarono poi
per la Lato Side un volume, oggi introvabile, con le traduzioni dei testi dal 1973 al 1980, precedute da
una bella introduzione che faceva anch’essa giustizia dei luoghi comuni italo-dylaniani.

E i dischi? Può sembrare paradossale ma in quegli anni non era facile trovare nell’unico negozio di
Borgomanero dischi che non fossero Tozzi, Baglioni o Battisti. Non parliamo poi di dischi di catalogo.
Ricordo che quando nel Natale del 1979 mia madre - santa donna, un giorno o l’altro la porterò a sentire
Dylan – mi regalò un buono per quattro LP – allora andava molto regalare i buoni, oggi non so –
aspettai ben due mesi per avere i dischi che avevo scelto: Blonde On Blonde, Nashville Skyline e John
Wesley Harding. E che copie! John Wesley Harding aveva stampigliato un box di una decina di
centimetri con la scritta: “contiene Drifter’s Escape trionfatore a Bandiera Gialla” e come note di
copertina la pausa di Bringing It All Back Home tradotta in italiano, anziché Three Kings. Blonde On
Blonde era in versione mono, anziché stereo, e all’interno aveva la stessa foto della copertina, anziché
le foto di studio che avevo visto al Virgin di Londra. È anche vero che secondo il CD acquistato negli
anni novanta la prima canzone di Blonde è Rainy Day Women Nos 12 & 36. E così acquistai il primo
disco il 20 gennaio del 1979 - una copia di The Freewheelin’ stampata in Olanda nel 1975 - quando il
mio amico Giulio mi annunciò tutto trionfante che nel supermercato Standa appena aperto a
Borgomanero c’era un reparto di dischi – rottura del monopolio, finalmente – che come lancio aveva
tutto il catalogo di Dylan scontato. Quella voce di cartavetro che arrivava direttamente dalle fumose
coffee house del Village incominciò a dar vita una dopo l’altra a quelle parole che ormai mi
accompagnavano, guidandomi ogni volta in territori inesplorati. Mi costò anche un penoso sei in un
compitino di filosofia. Ma come spiegare alla professoressa e ai miei che non ero riuscito ad
impadronirmi con la consueta precisione del pensiero di Platone, perché continuavo a interrompere lo
studio con A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Girl Of The North Country,... i cui versi e le cui immagini si
impadronivano poi della mia mente? E poi, dando fondo ai risparmi, Highway 61 Revisited, Hard Rain –
terrificante il primo ascolto, non riuscivo a smettere di ascoltare e leggere e rileggere Idiot Wind,
ubriacato dalla musica e affascinato da quei versi che cercavo di sviscerare: ma santa madonna,
possibile che una donna riesca a farti così male da scomodare l’universo mondo; l’avrà davvero ucciso
Gray?, e chi era? E ancora oggi non posso ascoltare quella versione di One Too Many Mornings senza
provare i brividi – e Bringing It All Back Home, che era esaurito e mi fecero arrivare in tre giorni.
Repertorio naturalmente sixties, come intimavano i sacri testi. Unica licenza i live. Avevo paura ad
ascoltare roba scritta dopo. Avevo persino letto che Desire era stato registrato con i violini, come un
Claudio Villa qualsiasi. Che sollievo quando si è inceppata la cassetta che Davide voleva farmi
ascoltare ad ogni costo: «a te che piace Dylan non può non piacere Hurricane». E così ci ho messo altri
due anni per scoprire Scarlet Rivera. Il primo disco avuto mentre era il nuovo disco di Dylan fu Street
Legal nel maggio del 1979, anche se era uscito da un po’. Protagonista ancora mia madre che,
professoressa di Italiano e Storia nel triennio di un Istituto tecnico, aveva accompagnato i suoi alunni in
gita a Firenze, “ordinando” ad uno di questi, il più esperto di musica, di procurarsi una cassetta di Dylan
per me. Disappunto per la cassetta – ma mamma, ci vuole il vinile! – disappunto per il titolo – oddio, e
adesso? – e disappunto perché non riuscivo ad ammettere che mi piaceva, anche se Dylan non suonava
la chitarra acustica. Anzi Is Your Love In Vain? era proprio una grande canzone.
I concerti erano una cosa ancora più complicata. L’Italia era fuori dai tour europei, dopo le molotov a
Santana del 1977 al Vigorelli, e poi Dylan veniva in Europa ogni tre anni. Quando venne annunciato il
tour europeo del 1981 l’attesa divenne febbrile. Le notizie erano buone. Aveva smesso di fare solo il
repertorio cristiano, ma intervallava una canzone cristiana a una canzone classica. E che canzoni: Girl
Of The North Country, The Times They Are A-Chanigin’ con quattro strofe fatte da solo con la
chitarra acustica, Don’t Think Twice, It’s All Right. A me, per la verità, anche Saved, considerato da
molti il punto più basso della carriera di Dylan, era piaciuto molto. Mi piaceva molto A Satisfied Mind,
ma anche Covenant Woman, ma me lo tenevo per me. Impossibile sostenere discorsi su questo
argomento, meglio scantonare. Articoli al vetriolo dappertutto. Ho vaga memoria di uno particolarmente
virulento del “Mucchio selvaggio”, che i miei amici cercarono di nascondermi con grande misericordia.
Ricordo questo colloquio nell’agosto del 1980 a Eastbourne, mentre tornavo verso casa con la signora
che mi ospitava, con sottobraccio una copia appena acquistata di Saved, assieme agli spartiti. «What’s
that record?». «It’s the last of Bob Dylan». «Not the last, the latest. Anyway I liked very much Bob
Dylan». Avrei voluto replicare, guardi che Dylan scrive ancora, e le sue canzoni continuano ad essere
importanti; ma rinunciai, un po’ mortificato dal disastroso errore appena commesso, un po’ scoraggiato
dalla perentorietà di quel “liked”. Inoltre non avevo ancora ascoltato Saved, e la copertina non era poi
così rassicurante.
Lessi su “La Stampa” - “il” giornale dalle nostre parti - che per assistere all’ultimo concerto del tour,
che si teneva ad Avignone il 25 luglio, un negozio di dischi di Torino organizzava un pulman. Annotai il
numero di telefono, pronto a chiamare. Quale migliore occasione per festeggiare la maturità? Si trattava
per scrupolo di aspettare il sorteggio degli orali, ma era chiaro che il 25 luglio sarebbe già stato finito
tutto. E invece ero il terzo candidato di lunedì 27 luglio. Impossibile convincere i miei che avrei potuto
partire sabato mattina, ascoltare il concerto sabato sera, rientrare nella giornata di domenica e
presentarmi agli orali lunedì. Senza contare che se mi avessero cambiato la seconda materia, avrei
dovuto sgobbare tutto il fine settimana. E così dovetti attendere il concerto di Milano del 24 giugno 1984,
con Mick Taylor e Santana – e che concerto! Con Bob euforico e, forse, felice davanti a più di
cinquantamila persone che ci ha fatto cantare sul ritornello di Blowin’ In The Wind e con un inaspettata
The Times They Are A-Changin’ come secondo bis mentre stavamo già uscendo - per vedere il mio
primo concerto di Dylan, qualche settimana dopo aver visto per la prima volta Joan Baez al Castello
Sforzesco, in compagnia di molti reduci dai concerti veronesi di Dylan della sera prima. Ma ormai ero
l’esperto – quello che riconosceva le canzoni dalla prima nota, che spiegava tutti i retroscena della
vicenda dylaniana e che era stato a Blackbushe – alla testa di un gruppo numeroso, formato da gente
che voleva sentire Dylan, anche se non lo conosceva bene. Eh sì, perché il ritrovato menestrello - che
imbracciava di nuovo l’acustica per fare Tangled Up In Blue, It’s Alright Ma e A Hard Rain’s
A-Gonna Fall e aveva recuperato una formazione classica, rinunciando alle coriste - era di nuovo il
maestro da ascoltare ad ogni costo, ma adesso con rispetto e venerazione. Anzi in quei piatti e
detestabili anni ottanta aveva acquistato il carisma di chi non si era venduto, proprio mentre i fratelli
maggiori del suo nuovo pubblico, che lo avevano massacrato qualche anno prima, si stavano sistemando
uno dopo l’altro ben dentro il cuore del sistema, senza averlo minimamente reso più umano, anzi! Sic
transit gloria mundi.

Questo è il percorso razionale. Ma in qualche modo sono convinto che da molto prima sapevo chi era
Dylan, anche se non lo conoscevo. E allora ho incominciato a scavare nella memoria per portare alla
luce tutti i frammenti utili. È così affiorato un quaderno di scuola di mio fratello con la copertina dei
Greatest Hits vol. II, ribattezzati “Un poeta, un artista”. Era la versione del disco che si trovava in Italia,
e così, a suo tempo, anche i Greatest ho dovuto comprarmeli a Hastings. Nella controcopertina di quel
quaderno si narrava la storia del mito, che a quindici anni aveva scritto la prima canzone per Brigitte
Bardot. Il fascino di quella foto di spalle – credo venga dal “Concerto per il Bangladesh” – era
magnetico. Ho pensato che probabilmente questo Dylan dopo Brigitte Bardot doveva aver fatto cose
più serie. È poi affiorata una storia a fumetti apparsa sul Giornalino, che non so collocare nel tempo -
ma forse Michele mi può aiutare - di un reporter in moto che si reca all’astrodromo di Houston a sentire
Dylan. Penso il riferimento fosse al Benefit per Carter. Nel fumetto c’erano anche i versi di due
canzoni, una sono quasi sicuro fosse Chimes Of Freedom. Sono invece sicuro che mi colpirono molto.
Ma poi poco a poco si è fatta strada la circostanza in cui we first met. 1970. Al tempo io e mio fratello
– prima e terza elementare - collezionavamo 45 giri, che ascoltavamo in un mangiadischi rosso che
recava la scritta “Music for your eyes”, per noi allora incomprensibile, e per la verità tale rimasta: che
c’entrano gli occhi? La fonte era la tv, canzonissima e sanremo, e la radio, Lelio Luttazzi, ma già con
qualche guizzo: Gaber, Antoine – che emozione quando scoprii che Pietre era, un po’ massacrata,
Rainy Day Women! – e “C’era un ragazzo”. E così un giorno arriva a casa nostra l’ultimo successo
inglese. In particolare ero io che incominciavo a chiedere musica inglese: “Let It Be”, “Sympathy” dei
Rare Bird. Era “Yellow River” di un certo Christie, copertina rossa e gialla. Il disco era stampato dalla
Cbs, e sul retro c’era la pubblicità degli ultimi successi della casa discografica con la riproduzione delle
copertine. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel signore con la barbetta rada dall’aspetto gentile, che
sollevava la bombetta e teneva in mano una splendida chitarra con il parapenne meravigliosamente
intarsiato. Oh, Bob!

Gianni “The Lonesome Sparrow”, novembre 2004.


clicca qui per i racconti successivi
 


E' UNA PRODUZIONE
TIGHT CONNECTION