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La "prima volta" con Dylan Raccontate il vostro primo "incontro" con Bob ed i vostri racconti saranno pubblicati in questa rubrica... |
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Quello di …in the wind *
Si stava applicando.
Nessun dubbio che il percorrere, dall’apice alla base, il corpo della fanciulla rappresentasse, per lui, il massimo impegno del momento.
Si industriava nel sperimentare una nuova piega “linguistica” quando gli venne l’impulso di aprire l’occhio sinistro, proiettando, verso l’alto, il corrispondente sopraciglio.
“…Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail…before she sleep in the sand”
Egli, sperando che la ragazza non dormisse, cercò di non farle scorgere quello che (in contemporanea) anche l‘occhio destro, esteso in un forzato strabismo, stava sondando.
La stanza, non molto ampia, offriva il confort di un capace materasso ricoperto da un plaid della Caledonia. Dalla vetrata entrava la luce tardo pomeridiana, appena schermata da una tendina color verde pallido.
Sul pavimento le stecche, lucide, del parquet. In mezzo al guado di legno, ben posizionato, un tappeto. Provenienza indiana. Non aveva dubbi, sull’autocertificazione formulata dalla ragazza, figlia di un funzionario del Consolato Britannico, operante a Milano.
Il roteare del “periscopio” si fermo sul registratore, marca “Geloso”, a piste minime come la dimensione delle pizze. Da quell' aggeggio, colore giallo paglierino, partiva un filo che conduceva ad un microfono, a conchiglia, appoggiato all’altoparlante della radio.
Un apparecchio a modulazione di frequenza, da cui usciva quella voce brutta, nasale, ma che gli aveva costretto il sopraciglio all’insù.
Sospirò, quando scorse che la pizzetta girava. Aveva ancora nastro, la luce rossa era accesa.
Quelle modernissime attrezzature stavano compiendo il loro sporco lavoro, utilizzando appieno il metodo ruba canzoni da Radio Luxemburg.
Del resto, lui, praticava il ratto delle note per puro sollazzo.
Per godersele. E per il sadico piacere di rispondere al ricchissimo figlio di papà. Quel tizio ben vestito, con i suoi pantaloni di vigogna, cercava di farsi bello esibendo la copertina dell’ultimo disco acquistato con il soldi del suo papi.
Ogni volta che si incontravano, lungo i vialetti di una cittadina ai bordi di Milano (un secolo prima meta “della campagna” per l’alta nobiltà meneghina) ne aveva uno nuovo.
- Hai visto cosa ho qua ? - Gli diceva quello, sparandogli sotto gli occhi le facce dell’Equipe84.
E lui, di rimando - Già sentita! E’ “Tell me” dei Rolling Stones, anche se qui la chiamano “Rendimi tutto”-
Dopo un paio di simili trovate (tanto per capirci: anche “Don’t play that song”, di B E King, era diventata “Tu vedrai”) il nostro si era messo in testa che fare il plagio-hunter.
Contrario alla copiatura, tout court. Non al fatto che qualcuno si ispirasse a qualcosa di già sentito, già visto, oppure di già letto. Le note sono pur sempre sette. “The Circle be unbrokren”, si sa.
Poteva diventare una professione divertente.
Ambizione, anni dopo, vanificata, per il troppo carico di lavoro, provocato dal inflattivo emergere di Zucchero.
Insomma, lui aveva un privilegio.
Ascoltava Radio Luxermburg, quasi in esclusiva. Limonava (con esclusiva ancora più incerta) con una ragazza che gli permetteva di registrare tutto. Per di più, lei non si arrabbiava quando, alla fine del programma di canzoni provenienti da Oltre Manica e dagli Stati Uniti, coincideva quasi sempre con un semplice - So long, a presto -
Riuscì a ricondurre in assetto, retina e tutto il resto, quando lei lo spostò, con molta grazia, per togliersi una bella maglia, di misto cotone, a larghe strisce orizzontali, con colori a sfumare, simili alle strip di controllo del sistema Kodacrome.
Il rischio oftalmico salì di gradazione, insieme a tutto il resto.
Lui non aveva grandissima esperienza ma sapeva distinguere tra i piccolo e il grosso.
Optò, dozzinalmente, per “abbondante”, quando spuntò un reggiseno, nero, a spalline larghe.
Stava valutando quanto lavoro avrebbe dovuto dedicare per svellere il doppio gancio dorsale, ondeggiante all’altezza dei suoi addominali. La stima fu anticipata da ben altre incombenze.
“I love you, just you”.
Una frase fatta che due anni dopo avrebbe sentito cantare da Sonny and Cher.
Quella volta il “So long” arrivò prima del previsto. Quasi inciampò nei suoi jeans, marca Super Rifle, comprati al mercato, per lanciarsi a schiacciare il tasto “indietro” e risentire quella voce. Il tizio che lanciava biascicò qualcosa sul titolo. Lui capì solo “ … in the wind”. Tanto bastava.
Una storia che gli tornava in mente (con la ragazza i Geloso e tutto il resto) ogni volta che si recava ad un concerto. Perché da allora ci fu un “prima” e poi solo un “dopo”. Quasi come il Sessantotto.
I Beatles, a Milano (’65, primo brano “She’s a Woman”); The Who, a Roma, Palaeur (’67 presentava G. Boncompagni, Patty Pravo e Primitives facevano da contorno. The Who attaccarono con una improbabile “Barbara Ann”, forse perché volevano far sentire quanto erano bravi a cantare e poi spaccarono tutto alla fine di “My Generation”); Rolling Stones, stesso anno stesso posto. Allora, Al Bano veniva presentato (da Silvio Noto) come il James Brown italiano; e poi Jimi Hendrix, al Wanted Saloon di Milano, prima di Woodstock; Joan Baez, all’Arena: - Io non ho paura della pioggia - disse the Queen.
Noi neppure. Ci beccammo una grandinata agostana da far paura. Ma che grandezza.
E poi, il primo in Italia di quello di “… in the wind”.
Lo precedettero, un Pino Daniele contornante, ed esclamò:
- … Fà nù sfaccim’ ‘e’ caldo” e Carlos Santana che suonò “Black magic woman”.
Lui salì (sul palco di San Siro) e attaccò con la canzone che parla di una statale. Non si ricordava bene, ma gli pareva fosse la numero 61. Note che gli fecero ribombare in testa quel colpo di rullante che apriva “Like a rolling stone”.
Che roba ragazzi!.
Ci pensa ancora oggi, 2 novembre 2003, mentre salta una pozzanghera prima di varcare i cancelli del Forum di Milano.
* Questa è una storia vera, come i personaggi (e gli interpreti) qui descritti.
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When we first met.../part 2
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Per la serie "When we first met", non vi voglio raccontare
il mio primo incontro con Bob, bensì la storia
di come ho fatto conoscere Bob a uno sconosciuto.
Correva l’anno 1993 e il sottoscritto era alle prese
con quella esperienza che riguardava noi maschietti e
che ora per fortuna dei nuovi pargoli è diventata
facoltativa: il servizio militare. Chi fra voi ha avuto la
sventura di incappare nelle grinfie dell’esercito sa
benissimo che ci si deve inventare di tutto per far
passare il tempo; e allora che cosa di meglio se non
un po’ di CD e qualche libro? Va da sé che un
dylaniano come il sottoscritto si era riempito l’armadietto
di ogni cimelio del buon Bob. Fra questi un
libro, del quale non ricordo il titolo e nemmeno l’autore,
con una raccolta selezionata di testi e poesie di
Dylan con traduzione a fronte. Fatto sta che questo libro
comincia a girare fra le camerate, e
l’incredibile è che un sacco di persone vengono
da me e mi chiedono chi sia questo Bob Dylan, se ho
qualcosa da fargli ascoltare, se ho altri libri a casa.
Figuratevi il mio stupore, non dimenticate che sto
parlando del servizio militare, certo un ambiente non
molto aperto dal punto di vista culturale; sto
parlando di persone che parlavano di calcio, donne e
pornografia per dieci ore al giorno, gente che
faceva fatica a leggere uno scontrino fiscale tanto era
pigra nella lettura. Ebbene, da quel giorno ho
cominciato a far girare un po’ di cassette, CD e altro
materiale di Bob; da non credere, per qualche
giorno nella mia cameretta non si parlava di altro: e
secondo te questa poesia cosa significa, e questo
pezzo di Masters of war ci fa proprio incazzare con l’esercito,
ecc. Eh già ragazzi, proprio Masters of
war: e qui sta il trucco che adesso vengo a spiegarvi.
Quando il primo commilitone (ammazza che brutta
parola) mi ha chiesto di dare un’occhiata al libro che
stavo leggendo mi sono detto: adesso questo
prende il libro, vede che ci sono dentro una sfilza di
poesie e come minimo me lo butta dalla finestra;
bisogna che cominci a leggere qualcosa che lo possa sconvolgere.
E allora, visto che eravamo lì da soli
tre mesi e altri nove ci attendevano, visto che ci continuavano
a ripetere che in caserma dovevamo
azzerare la vita civile perché eravamo dei “soldati”,
visto che ci facevano marciare per quattro/cinque
ore al giorno sottozero (eravamo in Friuli in pieno dicembre,
che fortuna eh?), e visto che eravamo tutti
un po’ depressi mi sono detto: con tutte queste sensazioni
negative che abbiamo dentro e la rabbia che
abbiamo verso l’esercito, vuoi vedere che se gli faccio
leggere Masters of war miscelo tutto quanto e
gli faccio esplodere una bomba dentro? Così ho
messo il segnalibro nella pagina di Masters e gli ho
detto di cominciare da lì. E in effetti la lettura
di Masters lo ha letteralmente sconvolto, la sera dopo il
ragazzo (non ricordo più il nome, so solo che
era di Bergamo e fino a quel momento la sua cultura
musicale si fermava alla disco music) è tornato
nella mia camera e ha cominciato a sproloquiare contro
l’esercito, e questi ci stanno prendendo tutti per i
fondelli, e qui stiamo buttando alle ortiche un anno
della nostra vita (ovviamente i termini erano più
coloriti). Da quel momento il libro di Bob ha cominciato
a girare di mano in mano, e ogni volta Masters provocava
dei veri e propri terremoti emotivi. Adesso
concludo raccontandovi il gran finale: un giorno il libro
torna fra le mie mani e da lì nel mio armadietto.
Ormai le scosse di terremoto si erano assestate, chi
era interessato al libro se lo era già letto; e invece
un giorno il libro sparisce dal mio armadietto. Tenete
conto che di solito a militare spariscono soldi,
vestiti, documenti. A me avevano rubato un libro di Bob,
quindi tutto sommato non potevo certo
lamentarmi, anzi era un modo come un altro per diffondere
il messaggio. Il bello è che il “ladro”, non
contento del semplice furto, ha pensato bene di battere
a macchina tutto il testo di Masters of war e di
appenderlo in bella vista nella bacheca della caserma,
dove di solito venivano esposti i turni di guardia.
Figuratevi il pandemonio: sergenti, tenenti, capitani
e graduati vari imbufaliti in caccia del responsabile
del misfatto. E nessuno, dico nessuno, che abbia mai
fatto un nome e nemmeno un cognome. Poi il
foglio è sparito dalla bacheca, io non ho più
rivisto il mio libro e la storia è stata piano piano dimenticata.
E io, ancora adesso, voglio ringraziare quell’intrepido
neo dylaniano che ha osato sfidare l’esercito
esponendo in una caserma il semplice testo di Masters
of war.
Questa è la piccola storia che volevo raccontarvi,
credo più interessante e divertente del mio primo
incontro con Bob (il filmato del concerto di Raitre,
roba già scritta mille volte). Un ultimo commento,
direttamente per Bob: caro mio, quando tu ci racconti
che Masters of war non è una canzone
antimilitare e che l’hai scritta perché c’era
da farci sopra un sacco di soldi, io non me la bevo. Eh no, io
ho visto coi miei occhi ciò che può provocare
quella canzone se messa nelle mani giuste al momento
giusto. Quindi, tu continua pure a provocarci e spiazzarci
con le tue dichiarazioni contrastanti, ma io ti
assicuro che non credo a una sola parola di quello che
dici quando scendi da quel palco: è da lì che parla
il vero Bob Dylan.
Ah, un’ultima cosa: mia figlia di 15 mesi ha incontrato
per la prima volta Bob all’età di… meno 6 mesi.
Nel senso che era ancora nella pancia della mamma quando
siamo andati al concerto al Forum del
2002. Che dite, un bel record no?
Sandro
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Le camere segrete
L’uomo si apprestò a partire. Il caldo era sempre
più soffocante: ricordava poche estati torride come quella. Si asciugò
una goccia di sudore dalla fronte trattenendo il fiato prima di aprire
la portiera dell’auto. Maledisse, come faceva ogni giorno, l’insopportabile
pigrizia che gli impediva, la sera, di portare la macchina in garage; finiva
sempre per posteggiarla nei pressi di casa e, inevitabilmente, dopo un’intera
mattinata sotto il solleone, le lamiere e la plastica parevano fondersi
in un coagulo indistinguibile appena vomitato da un altoforno. Scacciò
le imprecazioni e aprì lo sportello: una zaffata di calore, come
un’eruzione troppo a lungo trattenuta, lo investì in pieno facendo
vacillare la sua volontà. Senza pensarci, l’uomo si infilò
con decisione nell’abitacolo: sentì la camicia incollarsi istantaneamente
alla pelle fradicia di sudore al contatto con le tappezzerie bollenti.
“Comincio a capire cosa vuol dire entrare all’inferno…”
si disse mentre cercava di infilare la chiave che gli avrebbe consentito
di mettere in funzione il climatizzatore. Per fortuna quella macchina era
dotata di un impianto di refrigerazione veloce ed efficiente, e prima ancora
che avesse ingranato la marcia sarebbe stato investito dalla sospirata
aria fresca. Mise in moto mentre le bocche di aerazione ululavano cominciando
ad ingaggiare battaglia con l’aria calda stagnante nella vettura, e poi
partì. Decise di allacciare la cintura di sicurezza solo dopo essere
arrivato fuori città: era insostenibile il solo pensiero di rimanere
a lungo con la schiena schiacciata contro il sedile. Finalmente cominciò
a percepire un piacevole senso di refrigerio: l’aria si era fatta fresca,
e gradualmente cominciava a farsi fredda.
Mentre si rilassava alla guida osservò senza invidia
i rari passanti che, all’ora della peggiore canicola, si azzardavano a
sfidare le temperature africane di quella giornata di metà agosto.
Rallentò per infilare gli occhiali da sole, allacciò la cintura,
e si predispose al viaggio. Sarebbe stata una corsa breve, di pochi chilometri:
la donna lo aspettava nella fresca penombra della sua casa, lontano dal
sole e dal sudore. Accese lo stereo: la musica era una delle sue grandi
passioni ma, ormai, riusciva ad ascoltare i suoi dischi preferiti soltanto
in macchina.
Un tempo non era stato così, pensava con rammarico.
Un tempo la musica era la sua vita, e la sua vita intera era musica e poesia.
Il disco cominciò a girare: l’uomo prese a canticchiare seguendo
le note familiari del suo gruppo favorito, la colonna sonora della sua
vita. Ricordò di averlo ascoltato qualche settimana prima insieme
ad un amico, che gli aveva rimproverato – nonostante condividesse la sua
passione per quella musica – di essere diventato monocorde, noioso e prevedibile.
“E’ come se tu ti intestardissi a sfondare una porta
già aperta. Non credi sarebbe più utile aprirne altre, vedere
cosa c’è in nuove stanze?” gli aveva detto l’amico. L’uomo gli aveva
dato ragione senza esserne intimamente convinto. Poi, però, aveva
ribadito che per lui loro rimanevano i migliori, chiunque ci fosse dentro
alle altre stanze. La sera successiva l’amico gli si era presentato davanti
con un disco, “un piccolo regalo”, aveva detto, arricciando le labbra in
un impercettibile sorriso. L’uomo aveva letto il nome dell’autore senza
esserne sorpreso: conosceva troppo bene l’amico per non immaginare di chi
fosse quel disco.
“Sei incredibile. Possibile che non ti rassegni mai?
Te l’ho detto mille volte, a me questo tizio non piace.”
“Aspetta a parlare .”
L’uomo sorrise e ripose il disco nel portaoggetti della
sua macchina, dimenticandosi all’istante della sua esistenza.
Il volante scorreva docilmente sotto le sue mani. L’uomo
osservava la campagna sfrecciargli accanto in un tripudio di colori intensi.
Il giallo acceso del grano appena mietuto si assopiva all’ombra dell’ondeggiante
verde dei boschi di quercia. L’azzurro cobalto del cielo faceva già
presagire la profondità vertiginosa delle stelle notturne. L’uomo
sospirò. A volte pensava di essere inadeguato, per quel mondo così
strenuamente saldo nella ricerca della perfetta armonia. Non si era accorto
che frattanto il disco era finito. Continuando a guidare ne prese un altro
e lo infilò nello stereo. La voce uscì quasi subito.
“Oh, no… proprio lui!” pensò, deluso dalla propria
inconsapevole scelta.
Conosceva bene quella voce. Il disco era quello che gli
aveva regalato il suo amico, con la speranza – vana, fino a quel momento
– che lo ascoltasse, prima o dopo. Non aveva mai sopportato quel tipo.
Non che lo conoscesse, anzi. Al contrario, si era sempre rifiutato di conoscerlo.
Non sopportava, non l’aveva mai sopportata, quella musica, e adesso il
suo unico pensiero era come decontaminare il suo stereo ormai compromesso.
Allo stesso tempo, in uno strano slancio di autolesionismo, era curioso
di capire, di scoprire ciò che si celava dietro a quell’uomo.
Aveva sempre adorato la lingua inglese: a scuola aveva
sempre i voti più alti, aveva viaggiato e in più amava la
musica anglosassone. Non aveva praticamente mai ascoltato musica italiana,
e ciò lo aveva aiutato a sviluppare un orecchio fuori dal comune
per l’ascolto dei testi in lingua originale.
Ascoltò con più attenzione.
La prima canzone che sentì non fu una novità:
chi, al mondo, non aveva mai ascoltato, anche solo per una volta, quella
melodia e quelle parole che sembravano sassi scagliati contro la corrente,
domandando reiteratamente al vento risposte che erano già nelle
stesse domande?
La strada correva a perdita d’occhio davanti all’uomo.
Non aveva incrociato altre macchine, da quando era partito: tristemente
meravigliosa, la solitudine di quelle montagne. Ascoltò la seconda
canzone. Conosceva anche quella, certo. Non ricordava come, quando né
dove, ma sapeva di aver già sentito quel motivo. Ma quelle parole…
Presto i vostri muri tremeranno…. L’occasione non si ripresenterà…
La linea è segnata… Nell’intrico dei boschi, dove le querce si ergevano
in attesa dell’autunno, l’uomo cominciò ad intuire la sagoma inconfondibile
della poesia. Non l’avrebbe mai ammesso, ma quelle parole gli avevano toccato
qualche corda segreta, negli anfratti reconditi della sua anima.
Il pugno nello stomaco arrivò alla terza traccia,
senza alcun preavviso. L’orecchio teso a carpire il mistero di ogni singola
parola, l’uomo sobbalzò letteralmente quando sentì versi
che aveva letto con passione solo sui libri di poesia di autori di scuola
francese. L’Armageddon si materializzava sull’asfalto liquido dell’implacabile
agosto, fuso in una unica colata con vessilli stracciati e anelli lampeggianti.
Le visioni, in dinamica sovrapposizione, lo lasciarono esausto, senza fiato.
Ebbe un senso di nausea e di stordimento, come in preda al delirio dell’assenzio.
Proprio quel pensiero lo folgorò. Ecco chi si
era reincarnato, davanti a lui, quel pomeriggio: era proprio lui, non ci
si poteva sbagliare, il suo poeta prediletto, il suo padre spirituale,
Arthur Rimbaud. Non c’era possibilità di equivoco: l’aveva visto
coi propri occhi, udito con le proprie orecchie. Aveva assistito al miracolo.
Riascoltò la canzone dal principio per essere
certo della rivelazione. Trovò la conferma che cercava: soltanto
Rimbaud aveva scritto cose simili. Soltanto lui aveva architettato, nella
sua lucida folle visione, edifici inverosimili costruiti con vagoni dipinti,
zingari oracoli, code di dragone, treni zeppi di insani. Mentre i versi
proseguivano, l’uomo si rese conto, con immenso stupore, di essere stato
folgorato come Paolo sulla via di Damasco.
Il paesaggio era scomparso, intorno a lui. Esisteva solo
quella voce da predicatore nelle sue orecchie e nel suo sangue. Quando
sentì parlare di “rovesciare i tavoli”, come gli evangelici banchi
di Gesù nel Tempio, tremò al pensiero della natura divina
di quello sconosciuto.
Con il cuore palpitante, percorse gli ultimi chilometri
pensando che il suo mondo, a partire da quel giorno, sarebbe stato molto
più ricco.
Trascorse con la donna una piacevole serata. Una pizza,
una birra fresca ed una lenta passeggiata sotto il lucore candido delle
stelle. L’uomo non accennò alla scoperta pomeridiana, ma non l’aveva
affatto dimenticata. Quelle parole gli rimbombavano ancora dentro con assoluto
fragore. La riaccompagnò a casa. Lei aveva gli occhi scintillanti
del riflesso lunare, quella sera più di ogni altra. Ritornò
in macchina per tornare verso casa. Accese, tremante, lo stereo, poi si
addentrò nella notte.
Con le lacrime agli occhi, penetrando le tenebre, l’uomo
ascoltò la storia della bambina triste e scorse la poesia che grondava
fra le righe. Dimentica i morti che hai lasciato, loro non ti seguiranno…
Anche il tappeto ti scivola da sotto i piedi… ed è tutto finito,
adesso…
L’uomo pensò all’essere meraviglioso che aveva
scritto quelle parole, e alla grandezza di Dio. Pensò che al mondo
esistono porte che vale la pena aprire. Molte camere, ancora chiuse e immerse
nell’oscurità millenaria, devono essere visitate. Molte soglie devono
essere varcate.
Ed è tutto finito, ora, bambina triste…
Pensò agli innumerevoli modi di cantare l’amore,
e a quanto fosse commovente quello, quel canto in lacrime, quasi implorante
un impossibile perdono. Ma, almeno per quella notte, mentre la macchina
correva nel buio, quel problema non lo riguardava.
La donna aveva gli occhi scintillanti perché l’uomo
le aveva appena chiesto di sposarla.
di R. ‘72
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Non posso stabilire da quando conosco Bob Dylan. Ricordo
che, ero adolescente, mi capitò tra le mani un suo poster.
Era un poster di quelli pubblicati da un giornale musicale,
forse BOY MUSIC (non sono nemmeno certo di questo nome). Si trattava di
un ritratto, e non una foto. Sul retro, il poster riportava la discografia
e una succinta biografia. Il particolare che mi è rimasto impresso
è questo: l'autore della biografia indicava in BLONDE ON BLONDE
l'album migliore. Ma io accolsi tale indicazione con molta perplessità,
anzi del tutto in disaccordo. Leggevo le canzoni degli album e mi pareva
assurda questa posizione di privilegio, dal momento che l'unica canzone
famosa di quell'album era "Just like a woman". Ero molto ingenuo, ma devo
ammettere che questo particolare tipo di ingenuità, con relativo
scetticismo, mi è sempre rimasto: il primo giudizio su qualcosa
o qualcuno, o la mia prima impressione, fungono da cardine per le mie opinioni.
Ed è difficile in seguito schiodarli. Anche per un'altra mia grande
passione (più grande di quella che ho per Bob, devo ammettere),
la fantascienza, è successa la stessa cosa.
Ad ogni modo, ciò che conta è che io, adolescente,
già conoscevo alcune canzoni di Dylan, anche se non ricordo assolutamente
se le abbia mai ascoltate. Quindi, la mia conoscenza di Bob risale alla
mia
fanciullezza. Ma si trattava chiaramente di una conoscenza
per modo di dire, estremamente superficiale: lo conoscevo come conoscevo
gli Abba, o i Led Zeppelin, o Frank Sinatra, o tanti altri. Diciamo pure
che sapevo che esisteva.
Il vero momento in cui sono rimasto folgorato da lui
è un altro. È una scena che ho davanti ai miei occhi, anche
se, ancora una volta, non posso collocarla temporalmente con precisione:
dovrebbe trattarsi di fine anni '80, inizio anni '90.
A quell'epoca il Tg trasmetteva quella rubrica, che in
molti ricorderanno, chiamata "Tre minuti di...". Eravamo a tavola, intenti
a pranzare. Una giornata come tante. D'improvviso, la televisione rovesciò
su di me le note e le immagini di "Hurricane"... Forse un concerto del
periodo in cui la canzone è uscita (anzi, se qualcuno lo sa, per
favore me lo faccia sapere), non so. Comunque, la canzone, il modo in cui
Dylan la cantava, la sua rabbia, il modo in cui si muoveva sul palco mi
coinvolsero totalmente. Restai incollato al video per tutti i tre minuti,
dimenticando il pranzo. Da allora, è nata la mia passione per Dylan.
Una passione pacata, devo dire, come tutte le altre (la
fantascienza, i fumetti, la poesia, la storia del calcio e, ahimè,
l'Inter...), nel senso che, per quanto forti possano essere, concretamente
mi getto in esse con l'anima ma non col corpo... Per L'Inter, ad esempio,
a volte sono giunto a star male davvero, ma non sono mai andato a vedere
una partita allo stadio. La mia passione per Bob si esplicava attraverso
l'acquisto degli album, ma con calma, e senza eccedere. Un po' per ragioni
economiche, un po' perché non ho la passione del collezionismo.
A me interessa ascoltare la musica, e la mia preferenza va ai pezzi in
studio.
Comunque, è curioso che la prima cosa di Dylan
che abbia mai avuto fosse proprio il primo album. Si trattava di una cassetta,
non originale, coi soliti titoli sbagliati e registrata male. Dopo qualche
tempo, si è rotta. All'epoca pensavo si trattasse di una raccolta
(purtroppo avevo smarrito il famoso poster. Per me all'epoca non era affatto
un cimelio) e mi irritava il fatto che gli incompetenti che l'avevano realizzata
non avessero incluso brani famosi... Mi appassionai soprattutto a "House
of the risin' sun".
L'estate scorsa è poi accaduto l'altro fatto rilevante.
Il mio più caro amico si chiama Rocco Saracino,
un nome che forse alcuni di voi conoscono, dal momento che frequenta MAGGIE'S
FARM assai più assiduamente di me (è il R. '72 della presente
rubrica). Ebbene, lui non è mai stato attratto da Dylan. Anzi, approfitto
dell'occasione per sputtanarlo pubblicamente...: il giudizio più
lusinghiero che dava di Dylan era: "E' una cornacchia" (che soddisfazione,
per me, la notte dello scorso capodanno, quando ammise, con tanto di testimoni,
che Bob era meglio dei Pink Floyd! Oh, in seguito ritrattò,
incolpando il vino... ma non si dice che nel vino c'è la verità?).
Comunque lui, come me del resto, era patito dei Pink Floyd. Ha sviscerato
questo gruppo con una tenacia e una meticolosità sorprendenti (io
non sono tanto maniaco). Una volta gli diedi da ascoltare una raccolta
di Dylan. Lui ascoltò "It ain't me babe" e "Blowin' in the wind".
Poi giunse a "Hollis Brown" e questa canzone segnò la fine del suo
tentativo di conoscere Bob... Spesso il caso è determinante. Lui
non sopportava le canzoni acustiche, troppo striminzite musicalmente (adesso
invece ha scoperto che gli piacciono).
Se avessi dato un'occhiata preventiva alla cassetta,
avrei potuto dargliela predisposta per l'altro lato, dove c'erano "Subterranean
homesick blues" e "Like a rolling stone", e allora chissà? Una mia
grave
negligenza. Ho privato per anni un essere umano dell'Ultima
Conoscenza (terrena?).
L'estate scorsa, comunque, gli ho chiesto un piacere.
Dal momento che lui possiede un'auto con un impianto stereo decente, gli
ho chiesto di poter provare come si sente Dylan in auto. Lui ha acconsentito
(è la prova somma della nostra amicizia: in passato aveva sempre
sostenuto che non avrebbe mai contagiato in tal modo il suo stereo...).
Ho registrato una raccolta e glie l'ho lasciata in macchina, in attesa
di potermi togliere quella piccola soddisfazione. Lui ha ignorato il CD
per qualche giorno, poi l'ha infilato nello stereo, colto da chissà
quale insano impulso... Ha ascoltato "A satisfied mind", "Saved", "Hurricane"
e quindi è giunto a "Señor". In seguito mi ha confessato
di esserne rimasto folgorato, e di averla riascoltata tre o quattro volte
di seguito... E infatti è rimasta la sua preferita in assoluto.
In ogni caso, e siamo tutti d'accordo su questo, ho scatenato una sorta
di mostro. Mi ha letteralmente costretto a terminare la raccolta di album
in CD (ne avevo solo 8...), lui ha iniziato a collezionare i live, ha cominciato
a leggere i miei libri, ne ha comprato uno lui (e adesso ne sa molto più
di me, anche perché lui non scorda niente di ciò che lo appassiona),
ascolta Dylan in ogni momento possibile, ha cominciato a ricercare siti
(è lui che ha scovato Maggie's Farm. Io non ne conoscevo l'esistenza
e nemmeno ci pensavo), ed è riuscito persino a coinvolgere altri
amici, amici che prima non si sarebbero mai sognati di appassionarsi a
Dylan. Dopo aver lanciato la moda Pink Floyd, ha lanciato quella Dylan
nel nostro paesello, cosa che io non sarei mai stato capace di fare.
Infine, e ce n'è voluto, è riuscito a trascinarmi
ad un concerto, quello di Roma, lo scorso autunno. Un concerto che ancora
adesso reputo un pò deludente. Non tanto per via della musica in
sé. Ma avrei preferito che le canzoni fossero un tantino più
immediatamente riconoscibili...
Ammetterete che è frustrante andare a sentire
il proprio artista preferito e, anche per via dei posti non ideali dove
eravamo, anziché godersi la musica, passare buona parte del tempo
tentando di riconoscere
quale brano stia cantando... Almeno, a me è accaduto
questo. Non ho orecchio musicale, se l'interpretazione è troppo
diversa dall'originale fatico a riconoscere la canzone. Rocco, ad esempio,
che era quasi digiuno di canzoni dylaniane, ne ha riconosciute ben quattro
prima di me.
Comunque sia, ho visto Dylan dal vivo. È il solo
modo per sapere se un idolo esiste o non è che un simulacro costruito
a nostra insaputa da ignoti.
Ho avuto diverse passioni musicali nella mia vita, i
Pooh, Battisti, i Pink Floyd... ma nessuna così forte. Per me la
grandezza di Bob è tale che, paradossalmente, a volte desidero maledirlo.
Perché dopo aver
ascoltato lui tutto il resto diventa insipido: e sì
che in fatto di musica io divoro di tutto! I Pink Floyd, gli unici che
possono tentare di competere, ora mi appaiono freddi nella loro perfezione,
nella meticolosità che adoperano per confezionare brani e dischi:
nell'ascoltarli, non provo più lo stesso piacere di una volta, anche
se non li depennerò mai dall'elenco dei miei idoli. Inoltre i loro
testi non si possono nemmeno lontanamente paragonare, benché Waters
se la cavi piuttosto bene.
Questa, in sintesi, è la storia del mio incontro
con Bob. Da un poster e una cassetta pirata all'intera raccolta degli album.
Mi resta poco altro da scoprire, tutto sommato. E questo è il guaio:
come farò, ora? Ora che, se voglio ascoltare qualcosa di nuovo dovrò
necessariamente imboccare le vie insipide?
Mario "Yellow" Giallorenzo
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