WHEN WE FIRST MET...
La "prima volta" con Dylan

Raccontate il vostro primo "incontro" con Bob ed i vostri racconti saranno pubblicati in questa rubrica...

 
13
di Ivano Bison
 

Quello di …in the wind *

Si stava applicando.

Nessun dubbio che il percorrere, dall’apice alla base, il corpo della fanciulla rappresentasse, per lui, il massimo impegno del momento.

Si industriava nel sperimentare una nuova piega “linguistica” quando gli venne l’impulso di aprire l’occhio sinistro, proiettando, verso l’alto, il corrispondente sopraciglio.

“…Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail…before she sleep in the sand”

Egli, sperando che la ragazza non dormisse, cercò di non farle scorgere quello che (in contemporanea) anche l‘occhio destro, esteso in un forzato strabismo, stava sondando.

La stanza, non molto ampia, offriva il confort di un capace materasso ricoperto da un plaid della Caledonia. Dalla vetrata entrava la luce tardo pomeridiana, appena schermata da una tendina color verde pallido.

Sul pavimento le stecche, lucide, del parquet. In mezzo al guado di legno, ben posizionato, un tappeto. Provenienza indiana. Non aveva dubbi, sull’autocertificazione formulata dalla ragazza, figlia di un funzionario del Consolato Britannico, operante a  Milano.

Il roteare del “periscopio” si fermo sul registratore, marca “Geloso”, a piste minime come la dimensione delle pizze. Da quell' aggeggio, colore giallo paglierino, partiva un filo che conduceva ad un microfono, a conchiglia, appoggiato all’altoparlante della radio.

Un apparecchio a modulazione di frequenza, da cui usciva quella voce brutta, nasale, ma che gli aveva costretto il sopraciglio all’insù.

Sospirò, quando scorse che la pizzetta girava. Aveva ancora nastro, la luce rossa era accesa.

Quelle modernissime attrezzature stavano compiendo il loro sporco lavoro, utilizzando appieno il metodo ruba canzoni da Radio Luxemburg.

Del resto, lui, praticava il ratto delle note per puro sollazzo.

Per godersele. E per il sadico piacere di rispondere al ricchissimo figlio di papà. Quel tizio ben vestito, con i suoi pantaloni di vigogna, cercava di farsi bello esibendo la copertina dell’ultimo disco acquistato con il soldi del suo papi.

Ogni volta che si incontravano, lungo i vialetti di una cittadina ai bordi di Milano (un secolo prima meta “della campagna” per l’alta nobiltà meneghina) ne aveva uno nuovo.

 - Hai visto cosa ho qua ? - Gli diceva quello, sparandogli sotto gli occhi le facce dell’Equipe84.

E lui, di rimando  - Già sentita! E’ “Tell me” dei Rolling Stones, anche se qui la chiamano “Rendimi tutto”-

Dopo un paio di simili trovate (tanto per capirci: anche “Don’t play that song”, di B E King, era diventata “Tu vedrai”) il nostro si era messo in testa che fare il plagio-hunter.

Contrario alla copiatura, tout court. Non al fatto che qualcuno si ispirasse a qualcosa di già sentito, già visto, oppure di già letto. Le note sono pur sempre sette. “The Circle be unbrokren”, si sa.

Poteva diventare una professione divertente.

Ambizione, anni dopo, vanificata, per il troppo carico di lavoro, provocato dal inflattivo emergere di Zucchero.

Insomma, lui aveva un privilegio.

Ascoltava Radio Luxermburg, quasi in esclusiva. Limonava (con esclusiva ancora più incerta) con una ragazza che gli permetteva di registrare tutto. Per di più, lei non si arrabbiava  quando, alla fine del programma di canzoni provenienti da Oltre Manica e dagli Stati Uniti, coincideva quasi sempre con un semplice  - So long, a presto -

Riuscì a ricondurre in assetto, retina e tutto il resto, quando lei lo spostò, con molta grazia, per togliersi una bella maglia, di misto cotone, a larghe strisce orizzontali, con colori a sfumare, simili alle strip di controllo del sistema Kodacrome.

Il rischio oftalmico salì di gradazione, insieme a tutto il resto.

Lui non aveva grandissima esperienza ma sapeva distinguere tra i piccolo e il grosso.

Optò, dozzinalmente, per “abbondante”, quando spuntò un reggiseno, nero, a spalline larghe.

Stava valutando quanto lavoro avrebbe dovuto dedicare per svellere il doppio gancio dorsale, ondeggiante all’altezza dei suoi addominali. La stima fu anticipata da ben altre incombenze.

“I love you, just you”.

Una frase fatta che due anni dopo avrebbe sentito cantare da Sonny and Cher.

Quella volta il “So long” arrivò prima del previsto. Quasi inciampò nei suoi jeans, marca Super Rifle, comprati al mercato, per lanciarsi a schiacciare il tasto “indietro” e risentire quella voce. Il tizio che lanciava biascicò qualcosa sul titolo. Lui capì solo “ … in the wind”. Tanto bastava.

Una storia che gli tornava in mente (con la ragazza i Geloso e tutto il resto) ogni volta che si recava ad un concerto. Perché da allora ci fu un “prima” e poi solo un “dopo”. Quasi come il Sessantotto.

I Beatles, a Milano (’65, primo brano “She’s a Woman”); The Who, a Roma, Palaeur (’67 presentava G. Boncompagni, Patty Pravo e Primitives facevano da contorno. The Who attaccarono con una improbabile “Barbara Ann”, forse perché volevano far sentire quanto erano bravi a cantare e poi spaccarono tutto alla fine di “My Generation”); Rolling Stones, stesso anno stesso posto. Allora, Al Bano veniva presentato (da Silvio Noto) come il James Brown italiano; e poi Jimi Hendrix, al Wanted Saloon di Milano, prima di Woodstock; Joan Baez, all’Arena: - Io non ho paura della pioggia - disse the Queen.

Noi neppure. Ci beccammo una grandinata agostana da far paura. Ma che grandezza.

E poi, il primo in Italia di quello di “… in the wind”.

Lo precedettero, un Pino Daniele contornante, ed esclamò:

- … Fà nù sfaccim’ ‘e’ caldo” e Carlos Santana che suonò “Black magic woman”.

Lui salì (sul palco di San Siro) e attaccò con la canzone che parla di una statale. Non si ricordava bene, ma gli pareva fosse la numero 61. Note che gli fecero ribombare in testa quel colpo di rullante che apriva “Like a rolling stone”.

Che roba ragazzi!.

Ci pensa ancora oggi, 2 novembre 2003, mentre salta una pozzanghera prima di varcare i cancelli del Forum di Milano.

* Questa è una storia vera, come i personaggi (e gli interpreti) qui descritti.



 
 
14
di Elio Rooster

When we first met.../part 2
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15
di Sandro

Per la serie "When we first met", non vi voglio raccontare il mio primo incontro con Bob, bensì la storia
di come ho fatto conoscere Bob a uno sconosciuto.
Correva l’anno 1993 e il sottoscritto era alle prese con quella esperienza che riguardava noi maschietti e
che ora per fortuna dei nuovi pargoli è diventata facoltativa: il servizio militare. Chi fra voi ha avuto la
sventura di incappare nelle grinfie dell’esercito sa benissimo che ci si deve inventare di tutto per far
passare il tempo; e allora che cosa di meglio se non un po’ di CD e qualche libro? Va da sé che un
dylaniano come il sottoscritto si era riempito l’armadietto di ogni cimelio del buon Bob. Fra questi un
libro, del quale non ricordo il titolo e nemmeno l’autore, con una raccolta selezionata di testi e poesie di
Dylan con traduzione a fronte. Fatto sta che questo libro comincia a girare fra le camerate, e
l’incredibile è che un sacco di persone vengono da me e mi chiedono chi sia questo Bob Dylan, se ho
qualcosa da fargli ascoltare, se ho altri libri a casa. Figuratevi il mio stupore, non dimenticate che sto
parlando del servizio militare, certo un ambiente non molto aperto dal punto di vista culturale; sto
parlando di persone che parlavano di calcio, donne e pornografia per dieci ore al giorno, gente che
faceva fatica a leggere uno scontrino fiscale tanto era pigra nella lettura. Ebbene, da quel giorno ho
cominciato a far girare un po’ di cassette, CD e altro materiale di Bob; da non credere, per qualche
giorno nella mia cameretta non si parlava di altro: e secondo te questa poesia cosa significa, e questo
pezzo di Masters of war ci fa proprio incazzare con l’esercito, ecc. Eh già ragazzi, proprio Masters of
war: e qui sta il trucco che adesso vengo a spiegarvi. Quando il primo commilitone (ammazza che brutta
parola) mi ha chiesto di dare un’occhiata al libro che stavo leggendo mi sono detto: adesso questo
prende il libro, vede che ci sono dentro una sfilza di poesie e come minimo me lo butta dalla finestra;
bisogna che cominci a leggere qualcosa che lo possa sconvolgere. E allora, visto che eravamo lì da soli
tre mesi e altri nove ci attendevano, visto che ci continuavano a ripetere che in caserma dovevamo
azzerare la vita civile perché eravamo dei “soldati”, visto che ci facevano marciare per quattro/cinque
ore al giorno sottozero (eravamo in Friuli in pieno dicembre, che fortuna eh?), e visto che eravamo tutti
un po’ depressi mi sono detto: con tutte queste sensazioni negative che abbiamo dentro e la rabbia che
abbiamo verso l’esercito, vuoi vedere che se gli faccio leggere Masters of war miscelo tutto quanto e
gli faccio esplodere una bomba dentro? Così ho messo il segnalibro nella pagina di Masters e gli ho
detto di cominciare da lì. E in effetti la lettura di Masters lo ha letteralmente sconvolto, la sera dopo il
ragazzo (non ricordo più il nome, so solo che era di Bergamo e fino a quel momento la sua cultura
musicale si fermava alla disco music) è tornato nella mia camera e ha cominciato a sproloquiare contro
l’esercito, e questi ci stanno prendendo tutti per i fondelli, e qui stiamo buttando alle ortiche un anno
della nostra vita (ovviamente i termini erano più coloriti). Da quel momento il libro di Bob ha cominciato
a girare di mano in mano, e ogni volta Masters provocava dei veri e propri terremoti emotivi. Adesso
concludo raccontandovi il gran finale: un giorno il libro torna fra le mie mani e da lì nel mio armadietto.
Ormai le scosse di terremoto si erano assestate, chi era interessato al libro se lo era già letto; e invece
un giorno il libro sparisce dal mio armadietto. Tenete conto che di solito a militare spariscono soldi,
vestiti, documenti. A me avevano rubato un libro di Bob, quindi tutto sommato non potevo certo
lamentarmi, anzi era un modo come un altro per diffondere il messaggio. Il bello è che il “ladro”, non
contento del semplice furto, ha pensato bene di battere a macchina tutto il testo di Masters of war e di
appenderlo in bella vista nella bacheca della caserma, dove di solito venivano esposti i turni di guardia.
Figuratevi il pandemonio: sergenti, tenenti, capitani e graduati vari imbufaliti in caccia del responsabile
del misfatto. E nessuno, dico nessuno, che abbia mai fatto un nome e nemmeno un cognome. Poi il
foglio è sparito dalla bacheca, io non ho più rivisto il mio libro e la storia è stata piano piano dimenticata.
E io, ancora adesso, voglio ringraziare quell’intrepido neo dylaniano che ha osato sfidare l’esercito
esponendo in una caserma il semplice testo di Masters of war.
Questa è la piccola storia che volevo raccontarvi, credo più interessante e divertente del mio primo
incontro con Bob (il filmato del concerto di Raitre, roba già scritta mille volte). Un ultimo commento,
direttamente per Bob: caro mio, quando tu ci racconti che Masters of war non è una canzone
antimilitare e che l’hai scritta perché c’era da farci sopra un sacco di soldi, io non me la bevo. Eh no, io
ho visto coi miei occhi ciò che può provocare quella canzone se messa nelle mani giuste al momento
giusto. Quindi, tu continua pure a provocarci e spiazzarci con le tue dichiarazioni contrastanti, ma io ti
assicuro che non credo a una sola parola di quello che dici quando scendi da quel palco: è da lì che parla
il vero Bob Dylan.
Ah, un’ultima cosa: mia figlia di 15 mesi ha incontrato per la prima volta Bob all’età di… meno 6 mesi.
Nel senso che era ancora nella pancia della mamma quando siamo andati al concerto al Forum del
2002. Che dite, un bel record no?
Sandro



 
 
16
di R. '72

Le camere segrete

L’uomo si apprestò a partire. Il caldo era sempre più soffocante: ricordava poche estati torride come quella. Si asciugò una goccia di sudore dalla fronte trattenendo il fiato prima di aprire la portiera dell’auto. Maledisse, come faceva ogni giorno, l’insopportabile pigrizia che gli impediva, la sera, di portare la macchina in garage; finiva sempre per posteggiarla nei pressi di casa e, inevitabilmente, dopo un’intera mattinata sotto il solleone, le lamiere e la plastica parevano fondersi in un coagulo indistinguibile appena vomitato da un altoforno. Scacciò le imprecazioni e aprì lo sportello: una zaffata di calore, come un’eruzione troppo a lungo trattenuta, lo investì in pieno facendo vacillare la sua volontà. Senza pensarci, l’uomo si infilò con decisione nell’abitacolo: sentì la camicia incollarsi istantaneamente alla pelle fradicia di sudore al contatto con le tappezzerie bollenti.
“Comincio a capire cosa vuol dire entrare all’inferno…” si disse mentre cercava di infilare la chiave che gli avrebbe consentito di mettere in funzione il climatizzatore. Per fortuna quella macchina era dotata di un impianto di refrigerazione veloce ed efficiente, e prima ancora che avesse ingranato la marcia sarebbe stato investito dalla sospirata aria fresca. Mise in moto mentre le bocche di aerazione ululavano cominciando ad ingaggiare battaglia con l’aria calda stagnante nella vettura, e poi partì. Decise di allacciare la cintura di sicurezza solo dopo essere arrivato fuori città: era insostenibile il solo pensiero di rimanere a lungo con la schiena schiacciata contro il sedile. Finalmente cominciò a percepire un piacevole senso di refrigerio: l’aria si era fatta fresca, e gradualmente cominciava a farsi fredda.
Mentre si rilassava alla guida osservò senza invidia i rari passanti che, all’ora della peggiore canicola, si azzardavano a sfidare le temperature africane di quella giornata di metà agosto. Rallentò per infilare gli occhiali da sole, allacciò la cintura, e si predispose al viaggio. Sarebbe stata una corsa breve, di pochi chilometri: la donna lo aspettava nella fresca penombra della sua casa, lontano dal sole e dal sudore. Accese lo stereo: la musica era una delle sue grandi passioni ma, ormai, riusciva ad ascoltare i suoi dischi preferiti soltanto in macchina.
Un tempo non era stato così, pensava con rammarico. Un tempo la musica era la sua vita, e la sua vita intera era musica e poesia. Il disco cominciò a girare: l’uomo prese a canticchiare seguendo le note familiari del suo gruppo favorito, la colonna sonora della sua vita. Ricordò di averlo ascoltato qualche settimana prima insieme ad un amico, che gli aveva rimproverato – nonostante condividesse la sua passione per quella musica – di essere diventato monocorde, noioso e prevedibile.
“E’ come se tu ti intestardissi a sfondare una porta già aperta. Non credi sarebbe più utile aprirne altre, vedere cosa c’è in nuove stanze?” gli aveva detto l’amico. L’uomo gli aveva dato ragione senza esserne intimamente convinto. Poi, però, aveva ribadito che per lui loro rimanevano i migliori, chiunque ci fosse dentro alle altre stanze. La sera successiva l’amico gli si era presentato davanti con un disco, “un piccolo regalo”, aveva detto, arricciando le labbra in un impercettibile sorriso. L’uomo aveva letto il nome dell’autore senza esserne sorpreso: conosceva troppo bene l’amico per non immaginare di chi fosse quel disco.
“Sei incredibile. Possibile che non ti rassegni mai? Te l’ho detto mille volte, a me questo tizio non piace.”
“Aspetta a parlare .”
L’uomo sorrise e ripose il disco nel portaoggetti della sua macchina, dimenticandosi all’istante della sua esistenza.

Il volante scorreva docilmente sotto le sue mani. L’uomo osservava la campagna sfrecciargli accanto in un tripudio di colori intensi. Il giallo acceso del grano appena mietuto si assopiva all’ombra dell’ondeggiante verde dei boschi di quercia. L’azzurro cobalto del cielo faceva già presagire la profondità vertiginosa delle stelle notturne. L’uomo sospirò. A volte pensava di essere inadeguato, per quel mondo così strenuamente saldo nella ricerca della perfetta armonia. Non si era accorto che frattanto il disco era finito. Continuando a guidare ne prese un altro e lo infilò nello stereo. La voce uscì quasi subito.
“Oh, no… proprio lui!” pensò, deluso dalla propria inconsapevole scelta.
Conosceva bene quella voce. Il disco era quello che gli aveva regalato il suo amico, con la speranza – vana, fino a quel momento – che lo ascoltasse, prima o dopo. Non aveva mai sopportato quel tipo. Non che lo conoscesse, anzi. Al contrario, si era sempre rifiutato di conoscerlo. Non sopportava, non l’aveva mai sopportata, quella musica, e adesso il suo unico pensiero era come decontaminare il suo stereo ormai compromesso. Allo stesso tempo, in uno strano slancio di autolesionismo, era curioso di capire, di scoprire ciò che si celava dietro a quell’uomo.
Aveva sempre adorato la lingua inglese: a scuola aveva sempre i voti più alti, aveva viaggiato e in più amava la musica anglosassone. Non aveva praticamente mai ascoltato musica italiana, e ciò lo aveva aiutato a sviluppare un orecchio fuori dal comune per l’ascolto dei testi in lingua originale.
Ascoltò con più attenzione.
La prima canzone che sentì non fu una novità: chi, al mondo, non aveva mai ascoltato, anche solo per una volta, quella melodia e quelle parole che sembravano sassi scagliati contro la corrente, domandando reiteratamente al vento risposte che erano già nelle stesse domande?
La strada correva a perdita d’occhio davanti all’uomo. Non aveva incrociato altre macchine, da quando era partito: tristemente meravigliosa, la solitudine di quelle montagne. Ascoltò la seconda canzone. Conosceva anche quella, certo. Non ricordava come, quando né dove, ma sapeva di aver già sentito quel motivo. Ma quelle parole… Presto i vostri muri tremeranno…. L’occasione non si ripresenterà… La linea è segnata… Nell’intrico dei boschi, dove le querce si ergevano in attesa dell’autunno, l’uomo cominciò ad intuire la sagoma inconfondibile della poesia. Non l’avrebbe mai ammesso, ma quelle parole gli avevano toccato qualche corda segreta, negli anfratti reconditi della sua anima.
Il pugno nello stomaco arrivò alla terza traccia, senza alcun preavviso. L’orecchio teso a carpire il mistero di ogni singola parola, l’uomo sobbalzò letteralmente quando sentì versi che aveva letto con passione solo sui libri di poesia di autori di scuola francese. L’Armageddon si materializzava sull’asfalto liquido dell’implacabile agosto, fuso in una unica colata con vessilli stracciati e anelli lampeggianti. Le visioni, in dinamica sovrapposizione, lo lasciarono esausto, senza fiato. Ebbe un senso di nausea e di stordimento, come in preda al delirio dell’assenzio.
Proprio quel pensiero lo folgorò. Ecco chi si era reincarnato, davanti a lui, quel pomeriggio: era proprio lui, non ci si poteva sbagliare, il suo poeta prediletto, il suo padre spirituale, Arthur Rimbaud. Non c’era possibilità di equivoco: l’aveva visto coi propri occhi, udito con le proprie orecchie. Aveva assistito al miracolo.
Riascoltò la canzone dal principio per essere certo della rivelazione. Trovò la conferma che cercava: soltanto Rimbaud aveva scritto cose simili. Soltanto lui aveva architettato, nella sua lucida folle visione, edifici inverosimili costruiti con vagoni dipinti, zingari oracoli, code di dragone, treni zeppi di insani. Mentre i versi proseguivano, l’uomo si rese conto, con immenso stupore, di essere stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco.
Il paesaggio era scomparso, intorno a lui. Esisteva solo quella voce da predicatore nelle sue orecchie e nel suo sangue. Quando sentì parlare di “rovesciare i tavoli”, come gli evangelici banchi di Gesù nel Tempio, tremò al pensiero della natura divina di quello sconosciuto.
Con il cuore palpitante, percorse gli ultimi chilometri pensando che il suo mondo, a partire da quel giorno, sarebbe stato molto più ricco.

Trascorse con la donna una piacevole serata. Una pizza, una birra fresca ed una lenta passeggiata sotto il lucore candido delle stelle. L’uomo non accennò alla scoperta pomeridiana, ma non l’aveva affatto dimenticata. Quelle parole gli rimbombavano ancora dentro con assoluto fragore. La riaccompagnò a casa. Lei aveva gli occhi scintillanti del riflesso lunare, quella sera più di ogni altra. Ritornò in macchina per tornare verso casa. Accese, tremante, lo stereo, poi si addentrò nella notte.
Con le lacrime agli occhi, penetrando le tenebre, l’uomo ascoltò la storia della bambina triste e scorse la poesia che grondava fra le righe. Dimentica i morti che hai lasciato, loro non ti seguiranno… Anche il tappeto ti scivola da sotto i piedi… ed è tutto finito, adesso…
L’uomo pensò all’essere meraviglioso che aveva scritto quelle parole, e alla grandezza di Dio. Pensò che al mondo esistono porte che vale la pena aprire. Molte camere, ancora chiuse e immerse nell’oscurità millenaria, devono essere visitate. Molte soglie devono essere varcate.
Ed è tutto finito, ora, bambina triste…
Pensò agli innumerevoli modi di cantare l’amore, e a quanto fosse commovente quello, quel canto in lacrime, quasi implorante un impossibile perdono. Ma, almeno per quella notte, mentre la macchina correva nel buio, quel problema non lo riguardava.
La donna aveva gli occhi scintillanti perché l’uomo le aveva appena chiesto di sposarla.

di R. ‘72



 
 
17
di Mario "Yellow" Giallorenzo



Non posso stabilire da quando conosco Bob Dylan. Ricordo che, ero adolescente, mi capitò tra le mani un suo poster.
Era un poster di quelli pubblicati da un giornale musicale, forse BOY MUSIC (non sono nemmeno certo di questo nome). Si trattava di un ritratto, e non una foto. Sul retro, il poster riportava la discografia e una succinta biografia. Il particolare che mi è rimasto impresso è questo: l'autore della biografia indicava in BLONDE ON BLONDE l'album migliore. Ma io accolsi tale indicazione con molta perplessità, anzi del tutto in disaccordo. Leggevo le canzoni degli album e mi pareva assurda questa posizione di privilegio, dal momento che l'unica canzone famosa di quell'album era "Just like a woman". Ero molto ingenuo, ma devo ammettere che questo particolare tipo di ingenuità, con relativo scetticismo, mi è sempre rimasto: il primo giudizio su qualcosa o qualcuno, o la mia prima impressione, fungono da cardine per le mie opinioni. Ed è difficile in seguito schiodarli. Anche per un'altra mia grande passione (più grande di quella che ho per Bob, devo ammettere), la fantascienza, è successa la stessa cosa.
Ad ogni modo, ciò che conta è che io, adolescente, già conoscevo alcune canzoni di Dylan, anche se non ricordo assolutamente se le abbia mai ascoltate. Quindi, la mia conoscenza di Bob risale alla mia
fanciullezza. Ma si trattava chiaramente di una conoscenza per modo di dire, estremamente superficiale: lo conoscevo come conoscevo gli Abba, o i Led Zeppelin, o Frank Sinatra, o tanti altri. Diciamo pure che sapevo che esisteva.
Il vero momento in cui sono rimasto folgorato da lui è un altro. È una scena che ho davanti ai miei occhi, anche se, ancora una volta, non posso collocarla temporalmente con precisione: dovrebbe trattarsi di fine anni '80, inizio anni '90.
A quell'epoca il Tg trasmetteva quella rubrica, che in molti ricorderanno, chiamata "Tre minuti di...". Eravamo a tavola, intenti a pranzare. Una giornata come tante. D'improvviso, la televisione rovesciò su di me le note e le immagini di "Hurricane"... Forse un concerto del periodo in cui la canzone è uscita (anzi, se qualcuno lo sa, per favore me lo faccia sapere), non so. Comunque, la canzone, il modo in cui Dylan la cantava, la sua rabbia, il modo in cui si muoveva sul palco mi coinvolsero totalmente. Restai incollato al video per tutti i tre minuti, dimenticando il pranzo. Da allora, è nata la mia passione per Dylan.
Una passione pacata, devo dire, come tutte le altre (la fantascienza, i fumetti, la poesia, la storia del calcio e, ahimè, l'Inter...), nel senso che, per quanto forti possano essere, concretamente mi getto in esse con l'anima ma non col corpo... Per L'Inter, ad esempio, a volte sono giunto a star male davvero, ma non sono mai andato a vedere una partita allo stadio. La mia passione per Bob si esplicava attraverso l'acquisto degli album, ma con calma, e senza eccedere. Un po' per ragioni economiche, un po' perché non ho la passione del collezionismo. A me interessa ascoltare la musica, e la mia preferenza va ai pezzi in studio.
Comunque, è curioso che la prima cosa di Dylan che abbia mai avuto fosse proprio il primo album. Si trattava di una cassetta, non originale, coi soliti titoli sbagliati e registrata male. Dopo qualche tempo, si è rotta. All'epoca pensavo si trattasse di una raccolta (purtroppo avevo smarrito il famoso poster. Per me all'epoca non era affatto un cimelio) e mi irritava il fatto che gli incompetenti che l'avevano realizzata non avessero incluso brani famosi... Mi appassionai soprattutto a "House of the risin' sun".
L'estate scorsa è poi accaduto l'altro fatto rilevante.
Il mio più caro amico si chiama Rocco Saracino, un nome che forse alcuni di voi conoscono, dal momento che frequenta MAGGIE'S FARM assai più assiduamente di me (è il R. '72 della presente rubrica). Ebbene, lui non è mai stato attratto da Dylan. Anzi, approfitto dell'occasione per sputtanarlo pubblicamente...: il giudizio più lusinghiero che dava di Dylan era: "E' una cornacchia" (che soddisfazione, per me, la notte dello scorso capodanno, quando ammise, con tanto di testimoni, che Bob  era meglio dei Pink Floyd! Oh, in seguito ritrattò, incolpando il vino... ma non si dice che nel vino c'è la verità?). Comunque lui, come me del resto, era patito dei Pink Floyd. Ha sviscerato questo gruppo con una tenacia e una meticolosità sorprendenti (io non sono tanto maniaco). Una volta gli diedi da ascoltare una raccolta di Dylan. Lui ascoltò "It ain't me babe" e "Blowin' in the wind". Poi giunse a "Hollis Brown" e questa canzone segnò la fine del suo tentativo di conoscere Bob... Spesso il caso è determinante. Lui non sopportava le canzoni acustiche, troppo striminzite musicalmente (adesso invece ha scoperto che gli piacciono).
Se avessi dato un'occhiata preventiva alla cassetta, avrei potuto dargliela predisposta per l'altro lato, dove c'erano "Subterranean homesick blues" e "Like a rolling stone", e allora chissà? Una mia grave
negligenza. Ho privato per anni un essere umano dell'Ultima Conoscenza (terrena?).
L'estate scorsa, comunque, gli ho chiesto un piacere. Dal momento che lui possiede un'auto con un impianto stereo decente, gli ho chiesto di poter provare come si sente Dylan in auto. Lui ha acconsentito (è la prova somma della nostra amicizia: in passato aveva sempre sostenuto che non avrebbe mai contagiato in tal modo il suo stereo...). Ho registrato una raccolta e glie l'ho lasciata in macchina, in attesa di potermi togliere quella piccola soddisfazione. Lui ha ignorato il CD per qualche giorno, poi l'ha infilato nello stereo, colto da chissà quale insano impulso... Ha ascoltato "A satisfied mind", "Saved", "Hurricane" e quindi è giunto a "Señor". In seguito mi ha confessato di esserne rimasto folgorato, e di averla riascoltata tre o quattro volte di seguito... E infatti è rimasta la sua preferita in assoluto. In ogni caso, e siamo tutti d'accordo su questo, ho scatenato una sorta di mostro. Mi ha letteralmente costretto a terminare la raccolta di album in CD (ne avevo solo 8...), lui ha iniziato a collezionare i live, ha cominciato a leggere i miei libri, ne ha comprato uno lui (e adesso ne sa molto più di me, anche perché lui non scorda niente di ciò che lo appassiona), ascolta Dylan in ogni momento possibile, ha cominciato a ricercare siti (è lui che ha scovato Maggie's Farm. Io non ne conoscevo l'esistenza e nemmeno ci pensavo), ed è riuscito persino a coinvolgere altri amici, amici che prima non si sarebbero mai sognati di appassionarsi a Dylan. Dopo aver lanciato la moda Pink Floyd, ha lanciato quella Dylan nel nostro paesello, cosa che io non sarei mai stato capace di fare.
Infine, e ce n'è voluto, è riuscito a trascinarmi ad un concerto, quello di Roma, lo scorso autunno. Un concerto che ancora adesso reputo un pò deludente. Non tanto per via della musica in sé. Ma avrei preferito che le canzoni fossero un tantino più immediatamente riconoscibili...
Ammetterete che è frustrante andare a sentire il proprio artista preferito e, anche per via dei posti non ideali dove eravamo, anziché godersi la musica, passare buona parte del tempo tentando di riconoscere
quale brano stia cantando... Almeno, a me è accaduto questo. Non ho orecchio musicale, se l'interpretazione è troppo diversa dall'originale fatico a riconoscere la canzone. Rocco, ad esempio, che era quasi digiuno di canzoni dylaniane, ne ha riconosciute ben quattro prima di me.
Comunque sia, ho visto Dylan dal vivo. È il solo modo per sapere se un idolo esiste o non è che un simulacro costruito a nostra insaputa da ignoti.
Ho avuto diverse passioni musicali nella mia vita, i Pooh, Battisti, i Pink Floyd... ma nessuna così forte. Per me la grandezza di Bob è tale che, paradossalmente, a volte desidero maledirlo. Perché dopo aver
ascoltato lui tutto il resto diventa insipido: e sì che in fatto di musica io divoro di tutto! I Pink Floyd, gli unici che possono tentare di competere, ora mi appaiono freddi nella loro perfezione, nella meticolosità che adoperano per confezionare brani e dischi: nell'ascoltarli, non provo più lo stesso piacere di una volta, anche se non li depennerò mai dall'elenco dei miei idoli. Inoltre i loro testi non si possono nemmeno lontanamente paragonare, benché Waters se la cavi piuttosto bene.
Questa, in sintesi, è la storia del mio incontro con Bob. Da un poster e una cassetta pirata all'intera raccolta degli album. Mi resta poco altro da scoprire, tutto sommato. E questo è il guaio: come farò, ora? Ora che, se voglio ascoltare qualcosa di nuovo dovrò necessariamente imboccare le vie insipide?

Mario "Yellow" Giallorenzo 


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