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La "prima volta" con Dylan
Raccontate il vostro primo "incontro" con Bob ed i vostri racconti saranno pubblicati in questa rubrica... |
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Fino a quel giorno ascoltavo praticamente solo Edoardo
Bennato. Lo avevo
scoperto sentendo di nascosto i vinili di Sono solo canzonette
e Uffà Uffà che
mia sorella custodiva gelosamente nell’estate del 1980.
Un giorno comperai un libro che parlava proprio di Bennato
e sul retro copertina le note dell’autore cominciavano così:” furbo
epigono di Bob Dylan o artista originale?……”. Chi era questo Bob Dylan
? Così importante da essere considerato probabilmente un padre spirituale
di Edoardo!...

Il suo nome non mi era nuovo ma, in ogni caso non cercai
di approfondire il discorso. Quando nel 1984 Dylan venne in Italia
per la prima volta ricordo perfettamente di aver visto delle immagini del
concerto di Verona alla televisione (credo fosse uno speciale )..quest’uomo
usava chitarra acustica e armonica a bocca proprio come Bennato..sembrava
interessante ma ancora una volta non mi soffermai più di tanto…forse
cambiai pure canale (!!!). Passò un anno e il tormentone del momento
divenne “we are the world” del progetto U.S.A. for Africa che raccoglieva
le varie stars statunitensi. La prima volta che ascoltai la canzone fu
guardando il video e qui avvenne la folgorazione!
”There's a choice we're making we're saving our own lives
It's true we'll make a better day just you and me ..” Cos’era successo
in quei 15 secondi? Chi era questo genio?...Non so se tutti hanno presente
l’entrata di Bob in quella canzone...in effetti ancora adesso ascoltandola
mi dà sempre una sensazione particolare, ma probabilmente è
più per il fatto che mi ricorda il mio primo vero faccia a faccia
con Bob.
In ogni caso lo shock fu tale che il giorno dopo andai,
accompagnato da mio padre (grande amante di musica soprattutto jazz), in
un negozio di dischi per comperare un lp di questo ipotetico mago.
Il negoziante mi consigliò l’ultimo uscito (Real
Live) e io accettai per due motivi: primo non avevo alcuna base per scegliere
diversamente e secondo mi piaceva molto la copertina. Andai a casa e lo
misi su…”Highway 61” aveva un attacco deciso e anche l’entrata della
voce non mi deluse per nulla.
Devo dire che però l’ascolto non fu così
esaltante per tutta la durata del disco... Accusai anche qualche momento
di smarrimento per poi riprendere entusiasmo sui brani acustici (soprattutto
fui impressionato in modo divertente ed emìozionale dal coro su
Ain’t me babe e dall’insistito assolo d’armonica con il pubblico che s’infiamma).
Alla fine dell’ascolto ero conscio di aver scoperto qualcosa
di grande, che però non riuscivo ancora ad apprezzare a pieno; avrei
dovuto usarlo come le medicine... prenderle, anche se il gusto non sempre
è piacevole, perché sai che fanno bene. Il giorno dopo mio
padre mi fece una sorpresa, probabilmente colpito dal mio interesse
per un’ artista serio alla mia giovane età (14 anni); tornò
a casa con un altro disco (anche questo consigliato dal negoziante) Planet
Waves che divorai per giorni e giorni…il resto della storia lo potete immaginare...
Matteo "Squirrel"
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Il titolo in copertina recitava "Canzoni", grafica scarna
come nella tradizione dei dischi di De Andrè, un magenta che era
un pò un pugno nell'occhio. Ma era De Andrè e dunque al di
là di tutto erano le canzoni che contavano ed il vinile finì
ovviamente subito nella mia stanza per la modica cifra di ... chi se lo
ricorda? Chissà, forse se non ci fosse stato quel disco, se Fabrizio
non fosse stato quel grande estimatore di Dylan che era, può darsi
che oggi curerei un sito sui Beatles, mio amore dell'epoca insieme a praticamente
tutti i cantautori italiani. Già, perchè prima ancora di
ascoltare il disco sbirciai naturalmente i titoli dei brani ed i rispettivi
autori: Ballata dell'amore cieco, Suzanne, Canzone dell'amore perduto,
La città vecchia, Morire per delle idee, tra le altre... Mi colpì
però subito un brano in particolare, non tanto per il titolo quanto
perchè "visualizzandolo" sul vinile mi resi conto che tra il solco
che dava inizio al brano in questione ed il solco che poneva fine allo
stesso c'era una specie di deserto del Sahara nero. Tanto per dare un'idea
diciamo che di norma in uno spazio simile nei vinili dell'epoca ci stavano
comodamente 4 o 5 brani se non qualcuno in più. Cosa diavolo è,
mi chiesi? De Andrè si è deciso a scrivere una sinfonia?...
Andai a cercare il riscontro sul retro copertina in cartoncino magenta
e lessi: "Via Della Povertà". Più che una via un'autostrada,
pensai. Lessi i credits relativi agli autori e non vi trovai i soliti "parole
e musica F. De Andrè", o "De Andrè/Brassens", ad esempio,
bensì uno strano "De Gregori/Dylan/De Andrè". A pensarci
oggi... che incredibile triade! Di De Gregori all'epoca non si sapeva poi
moltissimo essendo egli agli inizi seppur già abbastanza conosciuto.
Io di Francesco conoscevo album come "Alice non lo sa", "Theorius Campus"
(il disco in coppia con Venditti) e mi sembra di ricordare "Bufalo Bill".
Personalmente invece di Dylan sapevo veramente poco. Il nome mi diceva
qualcosa naturalmente ma non riuscivo a focalizzare. Poi ripensai ai libri
che avevo letto sui Beatles che seguivo regolarmente e di cui avevo tutti
i dischi e mi ricordai di questo cantautore americano che tanto era amato
dagli scarafaggi di Liverpool, Lennon in testa, che addirittura avevano
dichiarato: "Dylan mostra la strada" e ne avevano fatto un vero e proprio
guru da un certo momento in avanti al pari quasi del mitico Maharishi.
Ricordai che Lennon lo aveva anche citato in una sua canzone, "Yer Blues"
mi sembra, nel verso in cui diceva "Mi sento come il Mr. Jones di Dylan",
o qualcosa di simile ... e mi sembrò di ricordare vagamente che
questo Dylan era stato coinvolto in un avvenimento di qualche tempo prima
quale il Concerto di beneficenza per il Bangla Desh allora molto strombazzato...
Ascoltai e riascoltai quella "Via della povertà"
che era l'adattamento fatto da De Gregori e De Andrè della celebre
(anche se allora io non lo sapevo) "Desolation Row" di "Highway 61 Revisited".
Mi fece subito uno strano effetto perchè pur sembrando
vagamente una canzone di De Andrè si notava chiaramente che non
era un De Andrè "puro".
Il salone di bellezza in fondo al vicolo
è affollatissimo di marinai
Prova a chiedere ad uno che ore sono
e ti risponderà "Non l'ho saputo mai".
Le cartoline dell'impiccagione
sono in vendita a cento lire l'una
Il commissario cieco dietro la stazione
per un indizio ti legge la sfortuna
E le forze dell'ordine irrequiete
cercano qualcosa che non va
Mentre io e la mia signora ci affacciamo stasera
su Via della Povertà
Chi diavolo era il commissario cieco? Perchè vendevano
le cartoline dell'impiccagione? Cosa succedeva nel "salone di bellezza"?
Abituato a canzoni come "La guerra di Piero" o "La canzone di Marinella",
o ancora la celebre e censurata Bocca di Rosa ("Spesso gli sbirri e i carabinieri
al proprio dovere vengono meno ma non quando sono in alta uniforme e l'accompagnarono
al primo treno*) con testi chiari e diretti venni travolto da quella sagra
del surreale che era Via Della Povertà. Era chiaro che il responsabile
non era De Andrè, o comunque non solo lui. La mano di De Gregori
era evidente e con lui, naturalmente e di riflesso, quella del suo mito
Dylan.
La canzone era incredibilmente affascinante. La musica
sembrava quella di una cantilena e la voce unica di De Andrè contribuiva
ad accentuare il potere affabulatorio del testo tanto che finita una strofa
si stava con l'orecchio teso ad aspettare il seguito di quella strana storia,
di quella parata dadaista di pittoreschi personaggi.
Ci si prepara per la grande festa
c'è qualcuno che comincia
ad aver sete
il fantasma dell'opera
si è vestito in abiti da
prete
sta ingozzando a viva forza Casanova
per punirlo della sua sensualità
lo ucciderà parlandogli
d'amore
dopo averlo avvelenato di pietà
e mentre il fantasma grida
tre ragazze si son spogliate già
Casanova sta per esser violentato
in via della Povertà
Decisi che dovevo cercare qualcosa
in giro di questo Bob Dylan che scriveva versi di quel genere cominciando
a sospettare (e ne avrei avuto la certezza di lì a poco) che i cantautori
che tanto amavo, da De Andrè a Guccini allo stesso De Gregori avevano
più di un debito nei confronti di questo cantautore americano dalla
"improponibile" voce.
Acquistai dunque un Greatest hits,
il primo, ritrovandomi di fronte a capolavori come "Blowin' in the wind",
"Subterranean Homesick Blues", "Like a rolling stone", "I want you" ed
altre... . Pur se colpito positivamente non fui eccessivamente entusiasta
(era una voce ed un tipo di canzoni che bisognava metabolizzare nel tempo).
Di lì a qualche anno ascoltai Slow Train Coming che era diversissimo
da quel po' di Dylan che conoscevo ma di lì a poco ci fu l'evento
che mi spinse decisamente verso Bob. Parlo della visione di "Hard Rain"
lo special televisivo col celebre concerto della Rolling Thunder Revue.
Non ricordo l'anno esatto ma quel che ricordo è che rimasi a bocca
aperta dalle prime note di "A hard rain's a-gonna fall" che apriva lo special
fino alla fine e quando arrivò il momento di "Shelter from the storm"
mi dissi: "Devo avere tutto quello che quest'uomo ha mai scritto e cantato
nella sua vita".
Il resto è storia.
Michele "Napoleon in rags"


* che diventerà nella versione censurata "Il cuore
tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri ma quella
volta a prendere il treno l'accompagnarono malvolentieri"
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Il mio primo incontro col Maestro avvenne nell'82, all'epoca
avevo 8
anni!!! Ricordo come fosse adesso quel mitico momento!!
Andavo in terza
elementare e come tutti i bambini ascoltavo sul giradischi
o con le
cassette "Furia cavallo del West" che amavo moltissimo,
ma un giorno il
destino mi guidò verso un contenitore di audiocassette.
Iniziai a
frugare con la curiosità (è il caso di
dirlo) di un bambino e rimasi
FULMINATO!!! In copertina c'era un giovanotto, con un
giubetto marrone
(mi ricordo come fosse ora...) con in mano un librone
e ...e...quello
sguardo IMPOSSIBILE!!! Non avevo ancora ascoltato la
cassetta (Greatest
Hits) che ero rimasto folgorato e mi dissi: "ma come
fa un uomo ad avere
un viso simile, con una testa così...buffa!!!???"
Mi ero
già "innamorato", misi su la cassetta e partì
la prima canzone "Blowin'
in the wind". E vabbè non ho fatto a posta!!!
Sì, proprio... Quella
canzone!!! Appena partì la chitarra, mi sentii
come travolgere dentro da
una stranissima sensazione, mi ricordo benissimo la frase
che dissi:"Ma
questa musica, questo modo di suonare, questa VOCE non
l'ho mai sentita
eppure e come se la conoscessi da una vita... bè
proprio una vita
no... diciamo da 8 anni!!! Insoma iniziai a sudare come
un pazzo,
blowin' l' ascoltai per tutto il pomeriggio, con mia
madre che non ne
poteva più (era soltanto per lei l'inizio di 27
anni di ascolti
dylaniati di ogni tipo...). E così mio padre mi
disse che quello era il
padre dei cantautori, però diceva che la sua voce
era orrenda!!!!! Ecco
quando iniziai a baruffare con mio padre... Come è
possibile che sia
così brutta una voce che esprime una consapevolezza
enorme!! Difatti
per me, la sua voce riesce a dare l'idea che sappia perfettamente
dove
andare a parare, e nel momento in cui pensi questo, lui
parte per la
tangente, magari con quelle "gracchiate" che ho sentito
profondamente
mie sin da bambino. Ricordo che le vivevo come una sua
liberazione di
una gran quantità di rabbia, ed una volontà
di esprimere come in un
accento particolare, una data sensazione. Tornando a
quando ero
bambino, iniziai a tormentare mio zio, buon conoscitore
della lingua
inglese, ogni volta che gli facevo ascoltare Bob capiva
sì e no il
senso della canzone....Allora decisi con i genitori di
iscrivermi a un
corso di inglese per bambini dove portai la cassetta
di Bob e anche lì
poche risposte... Ma finalmente alle medie, conobbi la
mia prof. di
inglese che amava Bob!!!!!!!!! E lì mi innamorai
profondamente (sì,
vabbè anche della prof!!!) ebbi quelle certezze
che mi aspettavo. Capii
così che quell'ometto in copertina cantava cose
MOLTO importanti,
all'altezza della voce con cui si esprime. Così
cominciai a
collezionare un album dietro l'altro e qui ogni parola
sarebbe ingrata
ai sentimenti che tutti noi proviamo quando ascoltiamo
la sua musica.
Non posso dire di essere un fan che assorbe tutto e a
cui piace tutto.
Ad esempio (non me ne vogliate...) non sopporto TV talkin'
song, oppure
Unbelievable. La prima è scontata, e Unbelievable
mi sembra
musicalmente pedissequa. Trovo stranamente che il senso
della canzone
si completi col video, molto ben strutturato soprattutto
nell'immagine
del maiale portato a spasso in limousine!!!! Però
mi sembra
impensabile che una canzone di Bob debba aver bisogno
delle immagini
per farsi "valere". Tornando al mio racconto, in pochi
anni riuscii a
comprare quasi tutti gli album. Trovai Street legal melodicamente
fantastico alla faccia di certi critici che (soprattutto
negli Usa) non
l'hanno accettato molto bene... Scoprii così l'anima
"spiritual" di Bob
del periodo "mistico" e l'anima rock, anche se il mio
debole è per il
Dylan acustico. Mi stupii di come nei suoi concerti riusciva
a
stravolgere sia le canzoni sia i testi e pure cambiare
voce e volto! Un
vero camaleonte musicale!!
Il mio primo concerto fu molto tardi, a Coreggio nel
'92. GIUSTAMENTE Bob
intitolò quel tour (note di World gone wrong)
"Why you look at me so
strangely tour"!!! Quel giorno lo ricordo benissimo,
ero al settimo
cielo, riuscii a guadagnarmi la prima fila davanti al
suo microfono e
quando alle 21.15 entrò non capì assolutamente
niente!! Praticamente
era tanta l'emozione che rimasi pietrificato, ricordo
come Bob
ondeggiasse per via dell'alcol....e J. Jackson che fece
cenno come di
tenerlo, affinchè non rotolasse giù dal
palco. Era talmente bevuto che
cantava lontano dal microfono, ma per me non cambiava
niente!! Era pur
sempre l'incarnazione di quella voce che mi aveva accompagnato
nelle
gioie e dolori di una infanzia e di un' adolescenza difficile;
quella
voce espressione di testi profondissimi quanto elementari,
quella voce
che mi ha fatto letteralmente innamorare della letteratura,
di un Bob
che ho ritrovato sui libri del liceo classico, in quel
Dante del XIII
canto dell'Inferno, che spezza un ramo nero che si mette
a gettare
sangue, e poi la presenza quasi ossessiva della donna
come salvatrice
(dolce stil novo) per poi incamminarmi nella teologia,
nello studio
della Bibbia, così tante volte magistralmente
ripresa ed ornata di un
amore estatico per "Dio". Poi i riferimenti all'oriente
(vedi l'incenso
a Milano 2002 e non solo...) , la cabala e pure i tarocchi
"Between the
King and the Queen of Swords" di Changin' of the guards...
Grazie Bob, grazie, per aver insegnato ad un bambino
ormai grandicello,
ad amare valori che oramai si stanno perdendo nel vento.
"The meaning of
the life has been lost in the wind".
Diego
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...E anch'io fui folgorato sulla via di Duluth.
Non ricordo quando, ricordo solo che era notte e forse
avevo nello stomaco
più di qualche bicchiere di whisky... classica
serata alcolica con
gli amici... The answer my friend is blowin' in the wind...
tra una risata e
l'altra ascoltavamo un po' di radio. Chiesi al mio amico...
ma di chi è
questa canzone e lui mi fa - Bob Dylan - Risposta secca
come a dire non
conosci nemmeno questo... ero a terra con la musica.
Mi limitavo agli ascolti
in macchina con i miei durante i viaggi dove i più
gettonati erano i Dire
Staits del plurivenduto Brothers in Arms o i classicissimi
Beatles, Battisti
e i vari Dik Dik, Equipe 84 o nella peggiore delle ipotesi,
ma non sono poi
così male, gli Alunni Del Sole. Poi comprammo
un impianto Hi-Fi, anche a casa
mia cominciarono a circolare cd, grazie a qualche amico
conobbi i Queen e
mio padre comprò qualche cd della PFM, del Banco
e quasi tutta la
discografia di Battisti e di Pino Daniele. Non so come,
ma lentamente
cominciai a comprare cd sempre su consigli di amici,
uno-due a settimana,
passarono nel mio lettore Deep Purple, Led Zeppelin,
Black Sabbath, Clapton,
JJ Cale, Rolling Stones, Beatles, Robert Cray, Guccini.
Poi, tutto ciò
assunse dimesioni stratosferiche quando mio padre che
è un ufficiale
dell'esercito fu trasferito alla Base Nato di Bagnoli
a Napoli, là si
potevano acquistare cd di importazione a 6-7 dollari
era una
pacchia... allora comprai molti album di De Gregori e
di De Andrè ma anche
Battiato e Vecchioni e poi ancora Creedence Clearwater
Revival, Stevie
Wonder, Nirvana, Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Radiohead,
U2,
Sting e I
Police, Queen e tanta altra roba. Ricordo che il primo
contatto vero con
Dylan fu Non dirle che non è così la versione
italiana di De Gregori di If
You See Her Say Hallo, melodia stupenda, ma pensavo che
l'avessero scritta
insieme (Non avrei mai immaginato che fosse una traduzione
dall'originale di
Blood On Tracks, che tra l'altro ignoravo completamete)
cmq tutto il live La
Valigia Dell'Attore resta per me un disco splendido anche
perchè è stato il
primo della lunga serie di cd del Principe ad entrare
nella mia collezione.
Poi cominciai a comprare riviste di musica, RockStar,
Mucchio, Jam, Tutto,
insomma volevo farmi una cultura. Un giorno uscito da
scuola mi fermai dal
mio amico giornalaio per comprare le mie riviste settimanali,
e rovistando
nei giornali non venduti trovai un numero se non ricordo
male di "Class" con
un Cd in omaggio che raccoglieva alcune performance live
dei migliori Folk
singers americani (per altro di medio-bassa qualità),
e mi disse se volevo
prenderlo a metà prezzo... vidi gli autori (Bob
Dylan, Joan Baez con un
duetto con Dylan, Crosby, Still, Nash & Young, Simon
& Garfunkel) li
conoscevo tutti per fama, me ne aveva parlato spesso
mio padre... (infatti
anche prima di andare in America mi chiese di prendergli
qualche CD di
questi Folk Singers, ma io invece presi una marea di
cianfrusaglie ma non
questi) così per quattro misere mille lire mi
aggiudicai una raccolta di
performance inedite. Il cd partiva con It's All Over
Now Baby Blue (Live a
Londra 1965) una versione che ora definisco da brividi
ma allora classificai
come buon pezzo degno di essere saltato per passare a
The Times They Are
A-Changing (Live In New York 1964), che mi colpì
riportandomi alla mente un
concerto di Billy Joel a Leningrado dove ne eseguiva
una versione molto
sentita. A seguire due perle sempre live a New York nel
1964 Mr. Tambourine
Man e Hard Rain, rimasi quasi stupefatto dalla potenza
della sola chitarra
acustica, della forza e dal fiato usato per suonare l'armonica.
La raccolta
continuava con un duetto credo abbastanza raro Troubled
and I Don't Know Why (Sulla copertina è scritto Travellin' I Don't
Know Why) con Joan Baez che a sua volta snocciolava sempre dal vivo Pretty
Boy Floyd, Geordie e Baby I'm Gonna Leave You. Poi seguivano 5 brani di
Simon & Garfunkel e 3 di CSNY.
Simon & Garfunkel, mi stupirono per la loro dolcezza
forse più di Dylan
quindi acquistai subito dopo l'Essential, anche qui ebbi
una piccola
folgorazione (Homeward Bound, The Boxer, Mrs. Robinson
e Bridge Over Troubled Water sono tra le mie preferite di sempre), così
come per i vari Harvest, Harvest Moon e Rust Never Sleeps di Neil Young,
proseguii con 4 Way Streets e De-Ja vù di CSNY. La mia avidità
nel consumare dischi non aveva più limiti bisognava recuperare il
tempo perduto. Finalmente mi decisi ad acquistare qualcosa di Bob. Tg,
riviste, quotidiani parlavano dell'uscita del Bootleg Series vol.4 Live
at Royal Albert Hall (In Manchester), lo comprai su
consiglio del mio rivenditore di Dischi, c'erano solo
due canzoni che
conoscevo Like a Rolling Stone (Dalla pubblicità
della Renault, ma non
sapevo nemmeno che era di Dylan) e Mr. Tambourine
Man. Lo ascoltai tutto per ore e più andavo avanti più mi
piaceva, ricordo il brivido che provai
nell'ascoltare Just Like Tom Thumb's Blues quando al
primo verso sembra di
vedersi mentre si ci trova nella pioggia di Juarez, e
già prima una scarica
elettrica mi era passata attraverso le orecchie e il
cervello nell'ascoltare
Baby Let Me Follow You Down. In coincidenza la sera stessa
(Pensa
te... quando si ci mette il destino...!!!) su Tele+ diedero
la versione
Director's Cut di Pat Garrett & Billy The Kid, che
mio padre mi costrinse a
vedere, un film fantastico, e pensa (Sigh...) non lo
volli nemmeno
registrare. Sentii la colonna sonora e mio padre mi disse
che era stata
composta tutta da Dylan... poi ascoltai anche Knockin'
On Heaven's Door che
pensavo fosse dei Guns n' Roses, come mi avevano detto
i miei amici, e
invece era di BOB altro che di Slash e company. Il giorno
dopo mi ritrovai
con la colonna sonora originale di Pat Garrett tra le
mani, ricordo le
prime note di Billy e poi la fantastica melodia dei vari
strumentali... fu un
esperienza unica. Venne il momento di Billy Joel che
conoscevo grazie ad una
cassetta che avevamo in macchina di un concerto tenuto
a Leningrado dove
c'era come ho già detto The Times They Are A-Changing,
così comprai anche
quel cd e riascoltai quella canzone. Ancora una volta
preso dall'entusiasmo
decisi di prendere il disco omonimo di Bob, che non mi
piacque subito, lo
trovai troppo lagnoso anche la copertina mi dava una
strana sensazione come
di un disco quasi estraneo alla mia immagine di Dylan,
e addirittura mi
allontanai per un po' dalla sua musica (Ora è
tra i miei preferiti) per
dedicarmi all'approfondimento dei Pink Floyd e del progressive
di King
Krimson, Emerson, Lake & Palmer (di cui posseggo
un disco con una versione
live di Man In the Long Black Coat, in cui si dice suoni
e canti anche
Dylan)... Un anno fa acquistai dall'Espresso Highway
61 Revisited, Like a
Rolling Stone, fu il primo piatto della grande abbuffata
dylaniana che
sembra non avere mai fine, ancora oggi mi trovo a riscoprire
canzoni che
prima avevo sottovalutato o archiviato come lagnose,
è il caso di Ballad of a
Thin Man, che ho rivalutato immensamente da poco, adoro
il modo di suonare
il piano di Dylan e il suo modo di pronunciare Mr. Jones.
L'intreccio di
musica e parole ricrea l'immagine perfetta di questo
Mr. Qualcuno che si
aggira nella sua stanza mentre succede qualcosa e lui
non sa cosa sia.
Un mio amico mi regalò Empire Burlesque senza
copertina...(Non dimenticherò
mai la fatica per reperirla su Internet). L'esperienza
con questo disco è
stata uno shock perchè ero abituato ad ascoltare
il Bob d'annata e
risentirlo in chiave pop fu stranissimo, ma questo rimane
tra i miei
preferiti per ovvie ragioni affettive. Durante un mio
viaggio nella rete un
giorno, mi trovo in un sito....Maggie's Farm credo cmq
di averlo visto anche
molto tempo prima, ma non mi aveva attirato più
di tanto così cominciai a
esplorarlo a fondo nell'anonimato ma saputa la notizia
dell'imminente uscita
del Live 1961-2000 misi i soldi da parte e lo acquistati
a Bari, alla modica
cifra di 61mila, perchè c'era Things Have Changed
che aveva appena vinto
l'Oscar. Per il mio compleanno mi fu regalato Blonde
on Blonde, dal mio
miglior amico, un capolavoro assoluto... e da allora
non ho smesso un attimo
con Dylan. Spesso ho la sensazione di non sapere nulla
di lui, mi sembra di
scoprire sempre qualcosa di diverso è come un
viaggio senza fine, più vado
avanti più ho esigenza di conoscere di sapere,
di toccare con mano, di
ascoltare. Tuttavia ho sempre la sensazione di spiare
da un foro
piccolissimo, di riuscire a cogliere solo parti di una
carriera, di una
vita, di un poeta, di un uomo senza precedenti, mi sembra
per quanto ora ne
sappia di essere un perfetto ignorante su Bob. In Bob
Dylan, ho ritrovato
tutte le mie passioni letterarie, anche il mio scrittore
italiano preferito,
Andrea De Carlo, in quasi tutti i suoi libri cita canzoni
di Dylan, è
splendida la scena del romanzo Due di Due, dove il protagonista
per far
colpo su una ragazza traduce e modifica Just Like a Woman,
poi ho scoperto
contatti con i miei studi di liceo classico e poi ancora
tutti i legami con
la religione che è da sempre una materia che mi
appassiona. E' per me una
fonte inesauribile di ispirazione, quante poesie ho scritto
sentendo Blonde
On Blonde oppure il mio piccolo romanzo per ora incompleto...
è tutto nato
dalla mia passione per Bob, per non parlare dell'amore
per la Beat
Generation, Ginsberg, Ferlinghetti e Kerouac sono tra
i miei preferiti
insieme al sempre verde Salinger. Ora ho praticamente
tutti i dischi
fondamentali.
Subterranean Homesick Blues (BIABH)
Oh Mercy
Blood On The Tracks
Slow Train Coming
Infidels
Another Side
Love & Theft
Time Out Of Mind
Altri minori come Under The Red Sky, Real Live, Dylan
& Dead, A Fool Such As I, Nashville Skyline, Saved, Planet Waves, New
Morning, i due acustici dei
novanta e il disco tributo. Una quarantina di Bootleg,
tra cui tutti quelli
dei Tree di MF, e altri scaricati da internet, e una
marea di mp3 di cover in
tutte le salse. E poi mi sono sistemato i cd dei Travelin'
Wilburys che avevo
pazientemente scaricato. Grazie a Bob ho conosciuto Tom
Petty, I Byrds, Gli
Animals, la mitica BAND, di cui per ora posseggo solo
l'ottimo Jericho.
Ho acquistato un libro introvabile come la biografia
di Scaduto, ma anche La
Voce di Bob Dylan di Carrera, La Repubblica Invisibile
di Marcus e ora anche
quello di Paolo Vites. Ho registrato dalla tv Hearts
of Fire, Last Waltz, Don't
Look Back. Mi manca ancora tantissimo, ma credetemi con
il tempo che ho a
disposizione in un anno ho fatto passi da gigante. Un
unico neo è che non
sono ancora riuscito a vederlo in concerto!!! Adoro ogni
genere di cosa che
fa Dylan, ho imparato ad amare la musica folk, il blues,
la country, ho
scoperto mondi che non avrei mai pensato di toccare,
sono tornato a prendere
uno strumento tra le mani, la chitarra per la precisione
dopo aver
abbandonato in malo modo il pianoforte poco prima dell'esame
al
conservatorio. Ora ho voglia di suonare, di suonare Dylan,
di tentare
qualche traditional, di misurarmi con qualche classico,
casomai
stravolgerlo, amo la musica e la letteratura sento che
sono parte della mia
vita e questo anche grazie a Bob.
Salvatore Esposito "The Eagle"
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La mia prima volta con Dylan? Non c'è stata.
Nel senso che per me ci sono state tante prime volte.
Innanzitutto credo che il nome Bob Dylan faccia parte
di quei nomi che
più o meno fanno parte della mia vita da sempre.
L'ipotesi più probabile è che da piccolissimo
ne avessi sentito parlare
da mio padre (grande appassionato di Guccini e De Andrè).
Comunque sia
accaduto, ho sempre saputo che da qualche parte nel mondo
esisteva un
tizio che si chiamava Bob Dylan.
Non sapevo che faccia avesse e probabilmente nemmeno
che fosse un
cantante, ma sapevo che esisteva.
Bene, la prima volta delle mie prime volte con Dylan
non fu musicale ma
cinematografica.
Fin da bambino sono sempre stato un grande appassionato
di western e
ricordo che, quando morì il regista Sam Peckinpah
(che non conoscevo
proprio e pensai che aveva un cognome proprio buffo),
Italia 1 organizzò
una "Settimana Western" in suo onore. E il giovedì
(chissà perché me lo
ricordo bene che era un giovedì) trasmisero "Pat
Garrett e Billy The
Kid". Ne guardai solo tre quarti, era troppo strano,
triste e violento
perché allora mi potesse piacere; per di più
c'erano parecchie scene di
nudo, che guardare in quei tempi di adolescenza incipiente
mi faceva
sentire un po' in colpa.
Ma il personaggio di Dylan mi rimase in testa; quel piccoletto
dallo
sguardo obliquo, con quel suo modo di fare tra il timido
e
l'indifferente, che recitava con tutti quegli strani
indecifrabili
cenni, accese la mia fantasia; non avevo mai visto un
personaggio simile
in un western.
Non ricordo se lo identificai come Bob Dylan, ma non
credo.
In quanto alle musiche sono quasi sicuro che non mi fecero
nessun
effetto, la scena in cui si sente "Knockin'on heaven's
door"
probabilmente non arrivai nemmeno a vederla.
La mia seconda prima volta fu di stampo fumettistico.
I fumetti sono un'altra mia grandissima passione mai
spenta.
Una quindicina di anni fa mio padre tornò a casa
dopo essere passato per
un mercatino dell'usato, lì aveva scovato a poco
prezzo un volume a
fumetti e me lo aveva comprato (senza interessarsi di
quale argomento
trattasse - a quei tempi per i miei genitori un qualsiasi
fumetto che
non contenesse parolacce e scene di sesso e che costasse
una miseria era
adatto a me). Si trattava del volume "Bob Dylan - Le
risposte nel vento
formato poster" di tali Guarnaccia/Tettamanti, cronaca
tra il poetico e
l'irriverente del periodo immediatamente precedente all'incidente
in
moto, con il cui annuncio si concludeva un po' misteriosamente
la
storia. Allora Dylan già lo conoscevo, ma solo
per sentito dire, in
realtà della sua storia e della sua musica non
sapevo proprio niente. Da
quel volume ne trassi l'idea di un tipo strambo, parecchio
imprevedibile
e intrattabile.
Oggi conservo quel fumetto con affetto, ma sarei disonesto
a non
ammettere che all'epoca pensai che mio padre avrebbe
fatto meglio a
cercarmi qualche vecchio Tex o Ken Parker invece di quel
libro che
ritenevo del tutto superfluo.
La mia terza e forse più vera prima volta è
stata grazie ad un vecchio,
folle vinile a quattro colori che un giorno spuntò
fuori dalla
collezione dei dischi dei miei genitori, senza che loro
sapessero
spiegare da dove veniva, di certo erano sicuri di non
averlo mai
comprato; poi per altro scomparì altrettanto misteriosamente
come era
comparso. Era senza custodia, graffiato al limite dell'udibile,
ed aveva
un titolo per me irresistibile "Psichedelic Music Collection".
Era una
collezione di rock alternativo degli anni '60, non so
quanto ufficiale e
legale.
Allora di musica straniera ascoltavo solo i Beatles e
Simon & Garfunkel;
quel disco mi spalancò così un universo
musicale inesplorato, fatto da
nomi di gruppi per me sconosciuti e dando finalmente
voce e note a nomi
famosi, quali Janis Joplin (Piece of my heart), Leonard
Cohen (Suzanne)
e finalmente Dylan (Highway 61 revisited).
Non fu amore a primo ascolto (fu Cohen a colpirmi di
più), ma ricordo
molto chiaramente il momento in cui ascoltati per la
prima volta
"Highway 61" per un buffo particolare: all'udire lo strano
effetto
sonoro che apriva la canzone la mia micia fu assalita
da un vero e
proprio attacco di panico e schizzò via terrorizzata.
La scintilla vera e propria scoccò quando, un
giorno di sei, sette anni
fa sempre mio padre e sempre dal mercatino dell'usato
(lo so che a
questo punto può essere difficile non pensare
che non facesse tutto
parte di una sua strategia per avvicinarmi a Dylan) tornò
con il vinile
di "Freewheelin".
Beh, "Masters of war" mi colpì come un coltello.
Non conoscendo una parola di inglese (proprio nessuna
ve lo assicuro)
provai ad inventarmi i testi.
Immaginai allora che Dylan partecipasse al funerale di
questi Signori
della guerra e che la canzone fosse la cronaca del suo
svolgimento
narrata con parole di disprezzo e sarcasmo.
Capirete il colpo al cuore di quando anni dopo lessi
la traduzione
proprio su Maggie's Farm e scoprii che l'ultimo verso
metteva in scena
una situazione proprio identica a quella da me immaginata!
Tommaso
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La prima volta che sentii parlare di Bob Dylan fu in terza
media. Avevo
credo 12/13 anni e doveva essere il 1973 o giu' di li'.
Su invito della
maestra due miei carissimi compagni di scuola raccontarono
alla classe il
contenuto di Desolation Row.
In quel periodo la musica era l'ultimo dei miei interessi,
ma proprio Franco
e Alberto (Frankie & Albert?) (quest'ultimo diventera'
un giornalista
musicale) stimolarono il mio interesse. Accanto al primo
Dylan (Bob Dylan,
Freewheelin') cominciai ad ascoltare quello che allora
era l'ultimo disco di
De Gregori, Rimmel, oltre a Radici di Francesco Guccini.
Iniziai cosi' ad
interessarmi anche ai dischi che mio fratello maggiore
aveva nello scaffale
(Pink Floyd, Led Zeppelin, Black Sabbath, King Crimson,
Joe Cocker e Cat
Stevens che per la verita' piaceva soprattutto a mia
sorella).
La scelta netta per Dylan venne pero' l'estate successiva.
Nella cerchia degli amici del paese dove passavo le vacanze
c'era un certo
Mario, di vari anni piu' grande di me, che suonava la
chitarra e cantava in
un modo che per tutti noi era veramente speciale. Amava
Dylan e sembrava che ne conoscesse ogni canzone. Ascoltai credo decine
di volte un nastro che
Mario regalo' a mio cugino su cui c'era una selezione
di brani tratti dai
due "Greatest Hits". Mi innamorai perdutamente di tutte
le canzoni e in
particolare di Positively 4th Street e Tomorrow is a
long time.
L'inverno successivo comprai la mia prima chitarra acustica
e sotto la guida
paziente di Mario cominciai a strimpellare i primi accordi.
Riascolto ancora
con commozione i tanti nastri che negli anni successivi
registrammo cantando
e suonando quasi unicamente le canzoni di Bob.
L'amicizia con Mario e la nostra passione comune durano
ancora dopo 30 anni,
anche se i rispettivi impegni familiari ci impediscono
di frequentarci
spesso come allora.
Nel frattempo leggevo, compravo e registravo su cassetta
(ve le ricordate le
cassette?) quasiasi cosa di Dylan mi capitasse a tiro.
Credo che il primo
vinile che comprai fu Blood on the Tracks, appena uscito.
Per fortuna a Roma c'erano molti cinema "d'essai" e cosi'
non mancavo mai
alle numerose proiezioni di Pat Garrett e Billy the Kid,
Hard Rain, Concert
for Bangladesh (che, forse per motivi affettivi, resta
una delle performance
che preferisco). Il mio stato d'animo, allora, era gia'
di grande
malinconia. Credo derivasse dall'idea di aver mancato,
anche se per pochi
anni, i momenti magici della carriera di Dylan, i "mitici"
anni sessanta,
per intenderci.
La mia passione per Dylan e' stata fortemente influenzata
dalle sue canzoni
ma credo che un ruolo enorme l'abbia avuto il suo sguardo,
che Vites
definisce "leggendario" e che su di me ha avuto un fortissimo
effetto
magnetico. Il suo atteggiamento schivo e irriverente
ha sicuramente attratto
la mia fantasia di adolescente fino a farne, durante
tutta la mia
giovinezza, un vero e proprio modello.
Bruno
the Jackass
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When I first met him…
di “Wallflower” Elena
Lo shock
Correva l’anno 1978 (e non so proprio in quale direzione
andasse…) quando un bel giorno il mio babbo (concedetemi il toscanismo)
arrivò a casa con due Long playing: il primo era “The best of Joan
Baez”, l’altro – album doppio - era “Blonde on Blonde” di un certo Bob
Dylan. L’amico che aveva prestato questi dischi aveva avuto la premura
di allegare agli Lp due volumi della Newton Compton che contenevano le
traduzioni dei testi del cantautore americano: gesto da vero dylaniano,
anche se giustamente si potrebbe oggi obiettare che l’abbinamento Baez-Dylan
rientrava in una visione stereotipata degli anni Sessanta.
A quel tempo frequentavo la terza media (è dura
ammettere di essere tra i più anziani lettori di MF soprattutto
quando il livello di competenza dylaniana non è proporzionale all’età!
Per la cronaca sono nata tra “Another Side Of Bob Dylan” e “Bringing It
All Back Home”!) e – come ho già scritto altrove – la radio proponeva
l’assillante ritmo della disco music (che stava nascendo allora) o in alternativa
storie italiane di figli delle stelle che andavano a piedi nudi per la
strada abbracciando improbabili stiratrici dal corpo a forma di “S”. Per
fortuna - grazie ai confusi interessi musicali del mio babbo, che era autodidatta
nel settore - avevo a disposizione in casa una ricca gamma di dischi contenenti
selezioni di musica classica (con Beethoven, Mozart e soprattutto Bach
che amavo più di tutti), oltre a Banana Republic dell’inedito duo
Dalla-De Gregori (già allora erano sonore litigate in famiglia tra
dalliani [il mio babbo] e degregoriani [io]) e Rubber Soul dei Beatles
(ancora oggi stento a credere che sia stato realmente acquistato al momento
della sua pubblicazione negli anni Sessanta!).
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C’era poi un Lp di Fabrizio di De André che conteneva
la Canzone di Marinella che avevo avuto la ventura di ascoltare attorno
ai sei anni e che aveva colpito a tal punto la mia fantasia tanto da rinnovare
a ogni ascolto un senso di forte commozione. Qualche anno più tardi
De André sarebbe diventato, assieme a Dylan, l’altro mio punto di
riferimento musicale, artistico, culturale in modo tanto intenso che ancora
oggi non riesco a parlarne senza provare disagio nel ricordarlo (ho avuto
la fortuna di poterlo ascoltare tre volte in concerto e vi assicuro che
è stata una esperienza paragonabile per intensità a quella
che si vive ai concerti di Dylan).
Insomma il mio primo shock musicale lo avevo avuto con
De André ma altrettanto forte fu l’impatto con “Blonde on Blonde”.
Bob Dylan: chi era costui?
Ma che cosa conoscevo allora di Bob Dylan? Di Joan Baez
sapevo qualcosa. In qualche modo (non ricordo come) avevo già ascoltato
la sua voce. Poi c’era stata l’insegnante di musica della prima media che
aveva insegnato alla classe We shall overcome paragonando immeritatamente
la mia esile vocina di bimbetta appena intonata a quella della grande Joan
(probabilmente era stata tratta in inganno dal mio look anni Sessanta con
capelli lunghi e strane collane multicolori). Ma di Dylan che cosa sapevo?
Che era un cantautore americano, che aveva scritto canzoni di protesta
(anche se non mi era ben chiaro per che cosa protestasse!). Forse avevo
letto queste informazioni nel libro di musica, forse ne avevo sentito parlare
in TV o piuttosto la verità è che noi tutti dylaniani nasciamo
con una “idea innata” di Dylan!!! Comunque mi concentrai su di lui, probabilmente
perché avevo letto (o mi avevano detto) che la Baez era stata la
sua ragazza e facendo una sorta di strana proporzione mentale (io : J.
Baez = x : B. Dylan) immaginavo, non senza sgomento, che il mio futuro
ragazzo avrebbe potuto somigliare in qualche modo a quel tizio che ora
sembrava guardarmi in malo modo dalla copertina. Testi in traduzione alla
mano iniziai l’ascolto di “Blonde on Blonde”. Apriti cielo! Ma che razza
di voce ha? E che suoni sono mai questi? Era Rainy Day Women # 12 &
35 e (lo confesso!) mi stavo chiedendo se non fosse il caso di togliere
il disco dal piatto. Quando ecco che parte il blues di Pledging my time
e quella musica comincia a coinvolgermi. Con I want you sono già
in Paradiso e quando arriva Just like a woman sono una donna perduta! Questa
almeno fu l’impressione che ebbi in quel momento, incarnando allora la
strana figura ossimorica di giovanissima atea/bigotta. Ero sconcertata
da tutto: la voce, la musica i testi. I testi soprattutto! Ma che diavolo
scriveva questo tizio? Vuole negare l’esistenza del principe azzurro che
verrà a prendermi sul suo cavallo bianco per portarmi nel castello
incantato? O è in malafede o è stato particolarmente sfortunato
con le donne (eh già, Joan lo ha mollato!). Non è che vivessi
nel mondo delle nuvole, tutt’altro! Come ragazzina degli anni Settanta
conoscevo certe realtà politiche e sociali e affrontavo duri scontri
verbali in classe per prendere le difese di Dario Fo e Franca Rame che
allora erano tornati in televisione dopo anni di esilio forzato (mi diverte
ricordare oggi chi allora pensava che si dovesse censurare il futuro premio
Nobel!). Ma l’amore no! Dylan non poteva mettere in crisi una delle poche
certezze della mia vita!
Comunque sia, andai avanti per giorni ad ascoltare quel
disco senza riuscire a fare altro (potenza del nostro pifferaio magico!).
Registrai il doppio album su due vecchie musicassette (sarà caduto
in prescrizione il reato?), ricopiai con perizia i testi delle canzoni
con una vecchia macchina da scrivere (allora i pc non esistevano!) e provai
a confrontarmi con i mie coetanei sul tema “Bob Dylan”. Quale delusione!
Nessuno lo conosceva e chi lo conosceva non era interessato ad ascoltarlo.
Con alcuni compagni di classe, poi, non aveva molto senso neanche tentare
di fare il suo nome. Quando andavo a studiare a casa di un’amica, dopo
aver terminato di fare i compiti potevamo concederci il lusso di ascoltare
un po’ di musica. Ma quasi sempre immancabilmente arrivavano i Cugini di
Campagna, gli Homo Sapiens o Alan Sorrenti! Così per evitare quella
che per me era una tortura spesso proponevo ulteriori attività di
studio. Insomma divenni un po’ “secchiona” ma almeno i miei timpani furono
salvaguardati.
Una volta però – alla vigilia degli esami di terza
media – la mia amica mi impose l’ascolto di un nuovo 45 giri appena acquistato
dalla sorella maggiore. Si trattava di Year of the Cat di Al Stewart: fu
amore a primo ascolto! La voce suadente del cantautore scozzese soppiantò
quella aspra di Bob (chiedo perdono!!!) e per anni – ben oltre la memoria
popolare del suo effimero successo italiano – continuai a collezionare
Lp e musicassette che trasportavano “my heart […]in the Highlands”
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La seconda volta
Passano gli anni tra l’ascolto di Al Stewart - reso difficoltoso
dagli ostinati tentativi dei negozianti di dischi di dimostrarmi l’esistenza
di un solo Stewart, Rod! (ho sempre avuto un pessimo rapporto con i venditori
di dischi della mia città: non molti anni fa quando andai chiedere
notizie di una incisione di Allen Ginsberg mi risposero che non conoscevano
questo nuovo cantante!) – una passione per i Beatles finalmente condivisa
dagli amici, una “folgorazione” per Making Movies dei Dire Straits e un
curioso interesse per la musica un po’ superficiale ma gradevole degli
Electric Light Orchestra (ricostruendo oggi questa storia della mia “formazione”
musicale non posso non intravedere il “Grande Disegno (!!!)” che si nascondeva
dietro a queste strane scelte!!!)
Poi, una domenica pomeriggio – all’epoca frequentavo
la quarta liceo (se non ricordo male) – guardando una trasmissione televisiva
di Gianni Minà dedicata al pugile Rubin Carter (non “sparate” sul
giornalista: non sarà un grande cultore della lingua italiana ma
è persona che ha sempre lavorato con una sincera e contagiosa passione
affrontando temi non sempre facili da proporre in TV), ascolto per la prima
volta Hurricane. È la seconda scintilla! Devo assolutamente avere
quel brano così coinvolgente, pieno di rabbia, costruito come una
sequenza cinematografica (ancora oggi mi piace moltissimo: trovo che sia
una delle incisioni più riuscite di Dylan assieme a un altro brano
che trovo altrettanto incalzante e privo di “malizie da studio”: Changing
of the Guards). Dopo pochi giorni riesco a trovare Desire ma l’ascolto
dell’intero album non mi convince. Finisco per focalizzare la mia attenzione
soltanto su Hurricane e Sara (Fabrizio De André aveva invece già
capito che Romance in Durango era una perla rara!).
Il mio rinnovato interesse per Dylan non dura però
a lungo. Dopo poche settimane – ancora grazie a una trasmissione di Minà!
– vengo travolta dai ritmi della musica brasiliana (della Bossa Nova, in
particolare). Anche in questo caso, in verità, si tratta di un “ritorno
di fiamma” perché già da bambina avevo adorato le crudelissime
filastrocche di Vinicius De Moraes (di pulci in caccia di vittime e di
papere – non Anna!!! - che finiscono in padella!). (A proposito: approfitto
della tribuna di MF per lanciare un appello: qualcuno di voi possiede il
disco con queste canzoni per bambini cantate da Vinicius in italiano???)
Così arrivano gli Lp di Chico Buarque de Hollanda,
Toquinho, e naturalmente il grande Vinicius. Ma che cosa c’entra tutto
ciò con Dylan? Intanto Chico Buarque potrebbe essere considerato
benissimo il Dylan dell’America latina (tanti sono gli elementi che hanno
in comune: entrambi sono cantautori che hanno sempre trattato i versi dello
loro canzoni come veri testi letterari e hanno recuperato le radici della
musica folk dei rispettivi paesi di origine, solo per indicare alcuni aspetti
fondamentali). Vinicius, poi, ha scritto una bella poesia dedicata ad Emmett
Till. Strane coincidenze! Io comunque – come ho già detto - devo
ricostruire a posteriori la mia personale avventura musicale e ogni scelta
deve pur essere giustificata in qualche modo come tendente verso la mia
grande e unica passione per Bob!
Ancora Tu!
Passano ancora altri anni e arriviamo ai tempi dell’Università.
Sono gli anni di De Gregori, De André, ma anche Vasco Rossi (il
primissimo Vasco: quello di Vado al Massimo e Vita spericolata) e ancora
tanta musica sudamericana, un resistente interesse per Al Stewart (i cui
dischi ormai ero la sola in Italia ad acquistare!), Paul Simon e soprattutto
la “riscoperta” di George Harrison, il mio Beatles preferito! (una vera
“anima bella”). C’era anche Dylan, naturalmente! Ma Down in the Groove
– il mio primo lp di Dylan acquistato in tempo reale, al momento della
sua effettiva uscita sul mercato – non aveva caratteristiche tali da far
insorgere una passione monomaniacale nei suoi confronti.
A dieci anni dal primo fortissimo impatto emotivo con
Blonde on Blonde e a sei anni dall’ascolto più razionale ma non
meno coinvolgente di Hurricane mancava ancora l’incontro decisivo che completasse
dialetticamente il lungo percorso di avvicinamento a Dylan, superando e
inverando i due stadi precedenti.
Arriviamo al 1988. All’epoca non stavo attraversando
il miglior periodo della mia vita (tanto per usare un eufemismo). Vincendo
uno stato di apatia generalizzata, vengo in qualche modo incuriosita dalla
notizia della pubblicazione di un disco a più mani. Chi erano gli
autori? Si facevano chiamare Traveling Wilburys ma dietro a una serie di
buffi nomi si nascondevano: Bob Dylan (!), George Harrison (!), Jeff Lynne
(!), Tom Petty e Roy Orbison… Chiedo a un amico di registrarmi questo curioso
disco (sono sempre stata in bolletta!!!) realizzato da autori che già
apprezzavo moltissimo. Il mio ragionamento era stato questo: se ciascuno
di loro ha realizzato da solo degli ottimi lavori, figuriamoci che cosa
possono aver fatto tutti assieme!. In effetti il disco – anche se non era
certo un capolavoro – non mi deluse affatto: era ben suonato, ben cantato
(Roy Orbison fu una scoperta!). Era di una leggerezza non banale e soprattutto
dava l’idea che il gruppo si fosse realmente divertito a mettere insieme
questo lavoro. La sorpresa per me tuttavia non fu questo gradevole disco,
bensì la registrazione sul lato “B” della cassetta che il mio amico
aveva fatto di sua iniziativa per riempire il “buco” che altrimenti sarebbe
rimasto su un lato: si trattava del primissimo album di Dylan (Bob Dylan
appunto) pubblicato nel lontano 1962. Fu l’ascolto dei brani di questo
disco che determinarono la mia vera svolta dylaniana. Mai avrei immaginato
che una canzone come The House Of The Rising Sun – tante volte banalizzata
da interpretazioni superficiali – potesse essere cantata in modo così
coinvolgente. C’era tutto il dolore di una ragazza perduta di New Orleans
in quel canto così diverso a ogni strofa. Ma chi era mai quest’uomo,
o meglio questo ragazzo – vista la sua giovane età di allora - che
sapeva interpretare in modo così verosimile il dolore di una donna?
Da quel momento decisi di avere tutto di lui!
L’arrivo di Bob nella mia città natale l’anno
seguente (Livorno, 22 giugno 1989) mi convinse anche del fatto che non
avrei mai più potuto mancare a un appuntamento con Dylan quando
se ne fosse presentata l’occasione. Così è stato e quest’anno
a Milano ho potuto festeggiare il mio decimo concerto! Forse avrebbero
potuto essere qualcuno in più, ma va bene così! Con la scoperta
di MF è come se avessi preso parte – sia pure indirettamente – a
molti altri concerti attraverso le ironiche e appassionanti cronache dei
dylaniati come me.
Grazie a tutti gli animaletti della Farm!
“Wallflower” Elena
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Carissimi amici della Farm mi chiamo Nadia, non sono una giovanissima, la mia generazione è quella di Bob Dylan.
Quando per la prima volta ho sentito Blowin' in the wind mi son detta: "chi è costui?".Non immaginavo che questo costui sarebbe diventato un grande, un mito che ha coinvolto generazioni di giovani e non. Neanche il suo volto immaginavo (lo sentivo alla radio). In quegli anni non avevo il tempo di dedicarmi a lui dovevo crescere i miei 4 figli.
La radio mi teneva compagnia mentre sbrigavo le faccende di casa, quando arrivava una sua canzone il mio cuore batteva forte forte e una grande emozione si impossessava di me.
Sì Blowin' fu il mio primo impatto con lui, ma la molla che scattò in me fu quando sentii Changin' of the guards dall'album "Street legal". Ricordo bene quella sera a letto (ascoltavo ed ascolto musica prima di addormentarmi). Immaginate cosa ascolto adesso?
La radio gracchiava, era sintonizzata male, girai la manopola per trovare un'altra stazione, è quella ricerca che mi portò ad una svolta musicale che coinvolse (nel bene) la mia vita.
Come girai la manopola, una voce accompagnata da un coro mi fece sobbalzare dal letto, era Bob che cantava la sopraccitata Changin' of the guard.
Dovevo assolutamente avere quel disco; il grave della situazione era che non sapevo il titolo perché trasmettevano musica non stop. Ero sicura fosse Bob la voce era inconfondibile ma nient'altro! Cosa fare? La notte porta consiglio così il mattino dopo andai al primo negozio di dischi.
Stetti un'ora a guardare gli album che c'erano. Per farla breve, decisi di prenderne uno a caso, la scelta andò su "Destre". Quella foto in copertina mi piaceva molto! Appena a casa sul piatto del giradischi le note di Hurricane. Quella voce, quel violino suonato da Scarlet Rivera, mi entrarono come una scossa (benevola) e così per tutta la durata del disco.
Non c'era la canzone di Street legal ma tutto era così bello che non mi importava. Poi con il tempo presi tutti gli album, anche Street Legal arrivò!!
Sono passati 25 anni da allora, anno dopo anno lui mi ha fatto diventare una sua grande fan. Mi ha dato tantissime emozioni e tuttora me le dà. Mi ha aiutato a superare le difficoltà della vita, i momenti tristi e quant'altro. Grazie Bob!!!!
Ora sto invecchiando come pure Bob lo sta facendo e io spero tanto che questo avvenga sempre in compagnia della sua voce, della sua musica.
Mi fa piacere che molti giovani della Fattoria amino tanto il caro "old Bob".
Ciao amici da Nadia alias Maggie classe 1945.
PS: Di Bob Dylan ho tanti bei ricordi (a parte il 1997 quando stava molto male) ma il ricordo più nitido che fa parte dei ricordi più belli della mia vita è quello di quando nel 1987 a Verona in una stradina semibuia su un marciapiede striminzito ci siamo incontrati e i nostri sguardi per un attimo si sono incrociati.
Nadia
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Sono Adriano, la prima volta... era una afosa giornata
d'estate, 1970 credo, all'imbrunire, ed alla radio trasmettevano
... desolation row... all'improvviso mi sono venuti i brividi lungo la
schiena... ed e' cosi' che sono passato da Bobby Solo ... a DYLAN...
Ciao, Adriano.
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il mio primo incontro... beh....
sono venuto su questa terra nell' anno 1972,
ma il primo contatto è stato anteriore....
in quella dimensione dove lo spazio non è una
dimensione, e il tempo è semplicemente musica, e non saprei determinarlo
meglio, mi ricordo che Dio ci svegliava tutte le mattine (mica sapevo al
tempo che quelle erano mattine) concedendoci la "grazia" di nutrirci e
saziarci persino (spiritualmente) di quel suono magico e ineffabile ( emanazione
della Sua stessa Grazia) che avrei poi (su questa terra) saputo essere
nient'altro che Bob Dylan, in tutta la sua completezza di voce e
musica, se non di significato. eravamo tutti rapiti, estasiati, quello
era davvero il Paradiso da cui ci avrebbe tolto il peccato originale. è
la punizione per l' uomo è quella di faticare per arrivare di nuovo
a conoscere quella grazia, e infatti non tutti ci arrivano, e noi che ci
siamo arrivati, beh, ci è costata il silenzio (punizione) per otto,
dodici, sedici anni, quelli anteriori alla CONOSCENZA, e siamo comunque
dei privilegiati. perchè noi pochi sì, e la moltitudine no,
non lo so, questo lo chiederete a Dio quando Lo vedrete. ad ogni modo,
nessuno di noi sapeva che si trattasse del Profeta di Dio, e non di Dio
medesimo, e così ho sempre pensato che questa voce (che sentiamo
dentro , che è nostra) io l'ho sempre associata a questa particolare
provenienza.
ecco perche da sempre ho la conoscenza della sua arte,
completa, ma nella punizione ci è stato dato di dimenticarla, e
di recuperarla un pò alla volta nella dimensione spazio-tempo propria
di questa vita
il piccione arancione
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di racconti della serie
When we first met...
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La "prima volta" con Dylan Raccontate il vostro primo "incontro" con Bob ed i vostri racconti saranno pubblicati in questa rubrica... scrivete a spettral@tin.it |
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