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La rock star presenta il nuovo cd, “Love and Theft” e parla di media, America e globalizzazione
di ANDREA CARUGATI
LOS ANGELES - E’ al suo 43esimo album, ma non
sembra affatto esausto, anzi. E’ più in forma che mai.
Per Bob Dylan il tempo sembra essersi fermato
da un pezzo e ora presenta a Los Angeles Love and Theft,
il suo ultimo disco.
La musica nel nuovo album sembra arrivare
da un’altra era. Trova ispirazione nello scenario
musicale odierno?
«So che ci sono gruppi che vengono considerati
come i salvatori del rock’n’roll, ma sono dei dilettanti. Non
sanno da dove arriva la musica. Io sono stato
fortunato a nascere in un’era diversa. C’erano grandi artisti
sulla piazza e questo mi ha fatto iniziare
ad amare la musica molto presto. Se fossi nato oggi
probabilmente non farei musica, non accenderei
nemmeno la radio. Probabilmente mi sarei dato alla
matematica o all’architettura».
Nell’ultimo album sembra trasparire parecchio
humour, ha a che fare con il suo modo di vivere
la vita in questi giorni?
«Cerco sempre di realizzare canzoni
tridimensionali ed è importante metterci dell’umorismo quando si
può.
Anche i rappers più cattivi a volte
sdrammatizzano con un po’ di sens of humour».
E cosa pensa della politica?
«Non ci credo più. Tutti possono
essere comprati o venduti».
Negli anni 60 non la pensava così,
però...
«Non sono sicuro che la gente abbia
capito molto di quello che ho scritto. Ho sempre detto che i media mi
vendevano come qualcosa che io non ho mai
voluto essere, una sorta di profeta delle cose della coscienza.
Molte delle mie canzoni sono state mal comprese».
Un esempio?
«Prendete Master of War. Tutte le volte
che la canto qualcuno scrive o dice che è una canzone antiguerra.
Ma non esiste ombra di un sentimento simile!
Io non sono un pacifista, non lo sono mai stato. Se guardate
bene dentro alla canzone vi renderete conto
che non è altro che quanto detto da Eisenhower sui pericoli
legati alla presenza di industrie militari
sul nostro paese».
Sembrava però che ci fosse un forte
idealismo nelle sue canzoni...
«Certo, una persona è figlia
del proprio tempo e in quegli anni lo spirito era proprio quello: libertà,
pacifismo. Io non ne ero certo immune, ma
non mi sento per questo un profeta. In questo ultimo disco, ad
ascoltarlo bene, si intuisce una presenza
dello spirito di oggi eppure non mi sento certo un portatore di
questi valori».
Come descriverebbe lo spirito degli anni 50
e 60?
«Era un imbattibile spirito di ribellione.
Poi alla fine degli anni 60 qualcosa è cambiato drasticamente e
se
non staremo attenti un giorno ci sveglieremo
nella società delle multinazionali multirazziali che governano
tutto e tutti. Chi ha inventato l’America
era illuminato, sapeva cosa significava libertà e diritti. Ora non
mi
pare sia più così».
Ora ci sembra di poter dire che sta vivendo
un momento molto ispirato. Quando è iniziato?
«Nei primi anni 90, quando i media mi
lasciarono andare. Mi considerarono irrilevante e fu la mia fortuna.
Nessun artista può cercare profondità
sotto gli occhi dei media, nessuno. Sapevo che non sarebbero mai
più ritornati alla carica. Ormai loro
cercavano qualcosa di diverso e io ho ricominciato a scavare in
profondità».
Come sta personalmente? Nell’album c’è
molta anima, è ottimista?
«Ogni giorno da vivi è un buon
giorno».
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