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ALWAYS BE SUNG di Salvatore "Eagle" |
La grandezza del genio musicale di Bob Dylan non risiede
solo nella sorprendente quantità di canzoni-capolavoro presenti
nel suo repertorio ma anche nell’eccellente versatilità di ogni
sua composizione.
Dai Sixties in poi la storia del rock ci ha insegnato
che spesso una canzone di un determinato autore possa diventare famosa
grazie all’interpretazione di un particolare cantante o gruppo. Per Dylan
il discorso vale a metà, senza ombra di dubbio tutte le sue canzoni
in versione originale, hanno dell’irripetibile, anche per quelle canzoni
che i più considerano riempitivi o minori e ogni canzone occupa
nell’ambito della cifra stilistica e dello sviluppo musicale dilaniano
un posto specifico con la sua scia di successo o debacle. Tuttavia questo
non ha impedito che almeno agl’inizi anche per il menestrello di Duluth
una spinta al successo sia venuta proprio dalle sue composizioni interpretate
da altri.
Basti pensare alle varie versioni di Blowin’ In The Wind
che circolarono nel Village pochi mesi dopo la sua composizione, una su
tutte quella di Peter, Paul & Mary che divenne anthem per eccellenza
degl’anni 60.
Nel corso degl’anni ogni artista nell’interpretare le
canzoni di Bob ha aggiunto qualcosa di proprio all’originale e questo ha
fatto sì che alcune canzoni di Bob fossero più famose nella
versione di un determinato gruppo che in quelle cantate da lui. Prendiamo
ad esempio la versione di Jimi Hendrix di All Along The Watchtower, oppure
Knockin’On Heaven’s Door o in tempi più lontani Mr.Tambourine Man
dei Byrds, certo se ne potrebbero ancora citare moltissimi di casi, ma
quello che viene da pensare è che le canzoni di Bob, siano sì
irripetibili come già detto ma che nascondano dietro un infinito
work in progress, un cantiere senza fine dove tutti hanno modo di aggiungere
nella propria interpretazione qualcosa. Abbastanza controverso è
poi l’argomento qualità delle cover; molti sostengono che le canzoni
liberamente reinterpretate dagli artisti che le cantano acquistino maggior
forza o si arricchiscano di contenuti che nella versione originale erano
solo abbozzati, altri incomprensibilemente pretendono che chi interpreta
una determinata canzone si attenga all'arrangiamento "classico" di Dylan,
questo discorso vale anche per le cover di altri in generale.
Il problema di interpretare una canzone di Bob
sta nella capacità di colui che si cimenta in questa impresa di
scavare a fondo nella canzone, di metterci passione, forza, arricchirla
con la propria esperienza musicale.
Sono dell’avviso che una canzone di Bob possa essere
anche cantata strimpellando una chitarra acustica, senza perdere
quella qualità originaria che è alla base, il discorso
si gioca essenzialmente su due variabili, uno è l’interiorizzazione
della canzone, il secondo è la capacità di ritrovare
il nesso musicale con la versione originaria. Salta subito all’occhio quando
una cover è buttata lì in modo raffazzonato, tuttavia non
bisogna sottovalutare il fattore soggettivo, ciò che per me potrebbe
essere un' intepretazione di alta scuola, per un altro potrebbe essere
completamente l’opposto.
Alcune posizioni in merito a determinate versioni sono
ormai acclarate da tempo, tuttavia in certe canzoni l’arrangiamento è
così ben delineato e forte da ricreare nell'ascoltatore una grande
emozione, altre volte avviene un processo inverso bastano due note per
capire che la canzone ha fatto completamente cilecca ed è
completamente da buttare. Lo stesso Bob ci ha insegnato che è inutile
riprodurre le canzoni dal vivo così come suonano nel disco, perché
quella versione è già storia, tanto vale trovare sempre una
via di sviluppo. Per scendere più nel profondo, Bob a volte si è
rifatto ad alcuni arrangiamenti fatti da altri artisti per determinate
canzoni, un esempio su tutti All Along The Watchtower che su JWH è
acustica, già dalle prime esibizioni live era suonata elettrica,
nel Never Ending Tour poi è stata suonata sempre in una versione
elettrica ma estremamente vicina all’arrangiamento Hendrixiano, escludendo
la versione Unplugged del '94.
Nel corso degli anni Dylan ha portato avanti un percorso
musicale estremamente complesso e fuori dal comune; se volesse riprodurre
per ogni canzone il preciso arrangiamento che aveva sul disco (ha pubblicato
oltre 40 album), beh non gli basterebbe una band stile Rolling Thunder.
Il bello nella musica dilaniana è proprio questo, l’eterno movimento
che è alla base delle sue canzoni, a cui dà impulso sia il
suo lavoro sia quello di altri artisti che si cimentano nelle reinterpretazioni.
Ci ha mostrato così come una sua canzone possa
vivere diverse vite, ogni canzone suonata in un concerto di Bob non è
mai uguale a quella suonata la sera prima, vuoi per gli innumerevoli toni
di voce usati, vuoi per serie di accordi differenti, vuoi per altre innumerevoli
variabili che si susseguono in un concerto, seguire Dylan dal vivo non
è come vedere quei gruppi che hanno assoli programmati in sincronia
con le luci e gli arrangiamenti sempre uguali, ma è un esperienza
unica ed irripetibile. E’ difficile per non dire impossibile stilare un
percorso di Cover Dilaniane, tuttavia l’impresa è meno ardua se
a monte si è fatto un lavoro di scrematura; nella rete i siti specialistici
sulle cover dilaniane hanno elenchi enormi, da cover di semplici fan fino
a quelle più famose e gettonate. Se si volessero prendere in considerazione
tutte non basterebbero le pagine di un sito internet, visto che già
interi siti internet sono dedicati solo ad elencare tutte le cover.
Il lavoro che segue si basa sulle cover più famose
di Bob Dylan. Ho cercato di non tralasciare tuttavia, i lavori in italiano
e quelli meno famosi ma indubbiamente curiosi. Tuttavia è fondamentale
trovare una dimensione storica e artistica ad ogni gruppo o cantante che
ha eseguito un determinato pezzo di Bob, per questo prima di entrare nell’argomento
caldo delle cover ho cercato di inquadrare al meglio ogni artista o movimento
musicale, sempre nei limiti delle mie capacità. In conclusione il
mio non vuole essere un lavoro di giudizio ma più che altro una
guida in questo mondo così affascinante eppure poco conosciuto.
Il Village e i primi interpreti di Bob Dylan
Dopo la sbornia del rock and roll degl’anni 50 l’America
era divisa anche musicalmente; i neri ascoltavano rhythm and blues e i
bianchi cover e orchestrine swing, tutt'al più i cantanti country
melodici. In parallelo si andava diffondendo la moda della musica folk,
rilanciata dal revival degli anni '50. I giovani identificarono proprio
nei folk-singer del Greenwich Village una voce più autentica dell'epoca,
capace di trasferire in musica la guerra che si stava combattendo nei campus
per far trionfare i grandi ideali. In breve il folk divenne la voce ufficiale
del dissenso giovanile, e prese a seguire passo passo l'evolversi della
ribellione universitaria. Fu così che, mentre in Gran Bretagna il
beat si fermava alla vita quotidiana del teen-ager, in America i cantautori
folk si avvicinarono progressivamente alla realtà sociale del mondo
che li aveva eletti a cantori delle sue gesta.
Un altro elemento che contribuì alla crescita
del movimento dei folk-singer fu la scomparsa di Woody Guthrie, l'amato
portavoce dell' America bianca, costretto in un letto d'ospedale senza
alcuna speranza di uscirne vivo. Le case discografiche erano alla ricerca
del nuovo Guthrie, di qualcuno che sapesse come lui interpretare l'animo
desolato e generoso degli sfruttati, il rassegnato rancore dei poveri verso
i ricchi; e lo cercavano nei folk-club del Greenwich, dove convergeva la
crema dei folk-singer nazionali in cerca di gloria. La figura del folk-singer
subì una trasformazione radicale. Per definizione il cantante folk
era un ragazzo come tanti (l'iconografia era l'esatto opposto di quella
del divo di Hollywood), fornito appena di un'armonica e una chitarra, di
elementari nozioni musicali ereditate da qualche altro musicista di strada.
Ma, entrando in ambienti come quelli del Greenwich, lo stereotipo venne
contagiato dal clima di ribellione esistenziale.
L'aria triste e il dito puntato, l'insoddisfazione e
l'accusa a viso aperto, divennero le armi di quest'eroe senza macchia e
senza paura, erede in fondo dei giustizieri del West. Il cantante folk
restaura storie ottocentesche di banditismo e prevaricazione e le spaccia
per fatti di attualita'; commuove e indigna con sermoni approssimativi,
come i predicatori demagoghi ed equivoci che battevano le strade del peccato
ai tempi della Frontiera; esalta ed arringa la nazione come tutti quei
maestri della retorica che imperversano nella storia della letteratura
americana, da Whitman a Ginsberg stesso. Le nuove ballate populiste vengono
ribattezzate "canzoni di protesta", piu` sarcastiche e dure delle "canzoni
pacifiste". In qualche caso (quello dei supporter dei disordini universitari)
si arriva alla canzone politica vera e propria, all'arringa diretta ad
influenzare l'opinione pubblica sui temi scottanti della vita sociale.
In questo clima di fervente protesta, si sviluppò la figura di Bob
Dylan, prima performer di vecchi traditional e poi autore eccelso. Parallelamente
alla sua produzione si ebbe uno sviluppo delle cover, moda tipicamente
beat trapiantata con alterne fortune anche al folk.
Per stilare un vero percorso musicale tra le varie cover
dilaniane credo bisogna prendere le mosse dal già citato trio folk
Peter, Paul & Mary, che con le loro interpretazioni delle prime canzoni
di Bob, contribuirono moltissimo a renderlo famoso. Nel 1963 questo famoso
trio folk pubblicò un bellissimo album dal titolo In The Wind che
tra le varie canzoni conteneva la perla per eccellenza del loro repertorio
Blowin’ in The Wind, tuttavia la versione nel disco dal vivo In Concert
del 1965, sembra avere un impatto molto più forte, ricrea l’atmosfera
che si respirava nelle coffee-house del Village.
Nel 1986 reinterpretarono al Martin Luther King Day Blowin’
In The Wind in duetto con Stevie Wonder e lo stesso Bob. Inoltre c’erano
anche altre due canzoni a firma Bob Dylan, Quit Your Low Down Ways e una
bellissima Don’t Think Twice It’s All Right; anche per questa interpretazione
è preferibile rifarsi alla versione Live In Japan. Negl’album successivi
non mancarono mai di interpretare pezzi di Bob; molto suggestive sono When
The Ship Comes In contenuta in A Song Will Rise del 1965 e Bob Dylan’s
Dream da Album 1700 del 1967; in quel periodo Dylan era nel pieno nella
svolta elettrica e loro si pongono come ultimi baluardi difensivi della
tradizione folk del Village. Sempre vive ed emozionanti sono anche The
Times They Are A-Changing del già citato In Concert del 1964, I
Shall Be Released contenuta in Late Again del 1968 e una stupenda Forever
Young dall’album Reunion del 1974.
Peter, Paul & Mary nella loro interpretazione dei
classici di Bob hanno fatto sì che la prima produzione di Dylan
venisse cristallizzata nell’ambito del panorama del folk di protesta e
denuncia sociale americano degl’anni '60, le loro interpretazioni sono
caratterizzate da splendidi cori folk, e dall’uso esclusivo della strumentazione
acustica. Dello stesso periodo sono I Kingston Trio, il Kingston Trio di
Dave Guard e poi di John Stewart; il loro approccio a Bob Dylan, è
senz’altro più vicino alle posizioni fondamentaliste del folk, in
tutte le loro versioni si respira un aria da tempo perduta, il canto all’unisono
spesso rende pesanti certe interpretazioni, ma da ogni loro interpretazione
si può sicuramente trarre lo spirito essenziale delle prime composizioni
dilaniane.
E’ il caso della loro versione di Blowin’ In The Wind
da Sunny Side del 1963, il confronto con la già citata versione
di Peter, Paul & Mary è perso in partenza non per mancanza di
qualità, anzi sicuramente i Kingston Trio hanno qualche marcia in
più dalla loro, ma per poca fruibilità delle loro versioni,
che sembrano ostiche, quasi inascoltabili, tuttavia sono un pezzo di storia
degno di essere ricordato. Negl’anni successivi al 1963, fecero sempre
meglio, già con Don’t Think Twice It’s All Right, le loro interpretazioni
diventano leggermente più accessibili, ottima è Farewell
tratta da Nick, John, Bob del 1965. Il vertice massimo della discografia
è sicuramente Once Upon A Time del 1969 che contiene ben tre cover
di Bob Mama You’ve Been On My Mind, una bellissima versione di Tomorrow
Is A Long Time, e One Too Many Mornings.
Nel giro del Village è importante segnalare la
forte personalità di Pete Seeger, uno dei massimi esponenti del
movimento del folk revival, era dopo i mostri sacri del folk la
presenza carismatica nel periodo prima dell’arrivo di Bob a New York; la
collaborazione tra Pete e Bob, fu molto stretta sino al distacco da quell’ambiente
segnato da Another Side, e successivamente dalla svolta elettrica. Di Pete
ricordiamo la prima interpretazione di Blowin’ In The Wind pubblicata su
Broadside nel 1963, insieme a Who Killed Davey Moore? Venire a contatto
con la musica di Pete è un po’ come tornare alle radici, le sue
sono interpretazioni essenziali, storiche, gonfie di ideali di libertà
e di pace, e più semplicemente da storia della musica, mai banali
mai cantate senza convinzione, è come se fosse guidato da qualcosa
di più grande di lui, da una missione, la sua lotta è combattuta
con le armi che Bob costruisce, la poesia, la musica si fondono in un unico
e devastante urlo sussurrato tra successioni di accordi e fingerpicking.
Cosa chiedere di più? Assolutamente imperdibile è la sua
versione di A Hard Rain’s A-Gonna Fall pubblicata su We Shall Overcome,
la sua voce tende a sottolineare gli aspetti più drammatici del
testo e le immagini più visionarie in tutta la loro drammaticità.
Stesso discorso vale per Masters Of War tratta da Strangers & Cusin
del 1964.
Altra figura pregnante tra gli interpreti dilaniani è
sicuramente Ramblin’ Jack Elliott, leggendario allievo di Woody Guthrie,
è stato tra i massimi animatori della scena folk del Village, tuttavia
solo nel 1967 nell’album Bull Durham Sacks videro la luce le sue prime
cover dilaniane; tutte le sue interpretazioni dilaniane sono personalissime,
influenzate da uno stile chitarristico e vocale inconfondibile. Don’t Think
Twice It’s All Right è molto più vicina ad un blues che ad
una canzone folk, Girl From The North Country è a dir poco affascinante
e con altre due canzoni romanticissime di Bob, I’ll Be Your Baby Tonight
e Lay Lady Lay, forma un terzetto tutto miele, ma allo stesso tempo molto
sentito nell’interpretazione e ben lontano dai rifacimenti melensi di Bob
dell’epoca. Nel corso del suo tour del 1987 ha eseguito spesso pezzi dal
vivo di Bob; esemplari sono una splendida I Threw It All Away eseguita
a Joseph's Waterwork, Norwich, VT il 10 Maggio e Don’t Think Twice
It’s All Right nell’esecuzione del 7 luglio dello stesso anno.
Notevolissima è una versione di Just Like Tom
Thumb’s Blues semi acustica, poco conosciuta nell’ambito delle cover dilaniane
ma degna di stare nella top ten delle interpretazioni più originali.
Nel 1997 è tornato sulle scene pubblicando una nuova raccolta di
brani, dal titolo Friend Of Mine tra questi si distinguono la title
track e Walls Of Red Wings. Nel 2001 è stata pubblicata una
compilation A Nod To Bob che presenta una versione rimasterizzata di Don’t
Think Twice It’s All Right preceduta da un intro parlato di circa un minuto.
Altri, divulgatori canzonettistici, hanno goduto di un fugace momento di
popolarita` dovuto alla loro abilita` come interpreti, alcuni sono sopravvissuti
ai sessanta, andando in letargo per vent’anni e riemergere in piena epoca
antiquaria agl’inizi degl’anni 90.
Un esempio è sicuramente Judy Collins, voce cristallina
di tante canzoni di protesta, ma anche appassionata performer di numerose
canzoni di Bob negl’anni d’oro dei sessanta; la ricordiamo in un Newport
alle prese con Blowin' In the Wind, famoso è il suo Sings Dylan…
Just Like A Woman del 1993, che va a scavare nel solco ormai più
volte segnato del revival degl’ ultimi anni; da questo sicuramente da notare
sono una bella versione rock-blues di Gotta Serve Somebody, Dark Eyes e
Just Like A Woman.
Judy è stata una delle piu` autentiche interpreti
del patrimonio folk, tuttavia sembra ristagnare nel panorama dei tanti
artisti che ormai delle cover di Bob hanno fatto una professione.
Joanie… Oh Sister
La seconda figura che si staglia nel panorama degl’interpreti
dilaniani in termini storici è Joan Baez, semplicemente conosciuta
come la Regina del Folk, è sicuramente la più grande interprete
di Bob Dylan in termini qualitativi. Nel film Don’t Look Back, c’è
una scena senza dubbio significativa dove appare la Baez che suona all’acustica
una splendida versione di Percy’s Song, mentre Bob Dylan scrive a macchina;
credo che quello sia il vertice musicale delle interpretazioni dilaniane,
in quella versione si mescolano semplicità e grande partecipazione
emotiva, la voce di Joanie è cristallina come non mai, una
vera perla. Joan Baez agl’inizi non è stata tanto una
musicista, benche' sia di gran lunga la massima folksinger della sua generazione,
quanto un'icona politica. L'estetica musicale e` sempre stata in secondo
piano rispetto all'impegno politico, tuttavia fu anche la prima artista
femminile a imporsi con la propria personalita`, e non soltanto con la
voce. In pratica, la Baez è la "madre" di tutte le cantautrici dei
decenni successivi.
Si impose grazie al suo cristallino soprano, che reinterpretava
la tradizione del folk con una eleganza degna della musica classica accompagnandosi
con la sola chitarra acustica. Baez era figlia del song britannico piu`
che di Woody Guthrie. Il suo limpido contralto non sapeva di polvere degli
Appalachi ma di prati inglesi. Quando i suoi album cominciarono ad entrare
nelle posizioni alte delle classifiche di vendita la Baez divenne una piccola
celebrità e il folk, che era stato dimenticato dalle masse a favore
del country di Nashville, ritorno` in auge. Joan avrebbe potuto vivere
di rendita, ma invece elaboro` uno stile sempre piu` personale, imponendo
un approccio libero alla tradizione e una maggior attenzione ai temi civili.
Negli anni successivi, infatti, usò la sua popolarità per
difendere cause nobili e poco alla volta si avvicino` al movimento pacifista,
e in particolare a Bob Dylan, in prima fila nelle marce per la pace e nei
sit-in di quegli anni (canto` alla marcia su Washington di Martin Luther
King dell'agosto 1963).
Con la conversione alla musica del Greenwich la Baez
abbandono` il repertorio tradizionale a favore delle canzoni contemporanee.
Da quel momento in poi Joan Baez sarebbe diventata l'interprete piu` richiesta
delle canzoni di protesta. La sua carriera negli anni "caldi" dei disordini
studenteschi non e` un fatto musicale ma una sequenza di eventi politici
con tanto di arresti. Joan Baez protesse il giovane Dylan agli esordi e
gli fu vicina in tutti i sensi per qualche anno. A differenza del nostro
che, preso dal genio musicale-poetico e forse dalla mitomania, si dimentico`
in fretta dei sit-in e delle marce per la pace, Joan Baez continuo` a prender
parte alla vita politica del suo paese anche una volta smaltita la sbornia
pacifista, fino a diventare il simbolo vivente della disobbidienza civile.
Nei due album più belli di Joanie sono contenuti molti dei classici
di Bob Dylan, il primo è Farewell Angelina del 1965 il secondo invece
è Any Day Now del 1968. Nel primo oltre, la title track che è
senza dubbio la canzone più famosa del suo repertorio, qui è
cantata in modo sublime e forse superiore all’originale di Bob, sono incluse
Mama you been on my mind reintitolata per l’occasione Daddy You Been On
My Mind, come era solita cantare anche nelle versioni live in duetto con
Bob, It's All Over Now Baby Blue, un'altra perla delle sue interpretazioni,
qui si apprezza quanto sia unica la sua voce e A hard rain's a-gonna fall,
in un ottima interpretazione.
Any Day Now, è la pietra miliare della discografia
di Joan, è il vertice massimo della sua carriera sia per quanto
riguarda la voce che l'interpretazione. Dalle sue interpretazioni si nota
come Joan, nell’interpretare Dylan lasci sempre trasparire il suo affetto
per Bob. Semplicemente stellare è l’interpretazione di North Country
Blues, qui sembra davvero che sia stata scritta per lei visto che a parlare
nella canzone è proprio una donna. Love minus zero/no limit e Tears
of rage, pezzo di Dylan/Manuel (ex The Band), quest’ultima in un arrangiamento
molto particolare a-cappella, sono due splendidi gioielli di questo disco.
Boots of spanish leather, fa calare un po’ il tono del
disco, per una vocalizzazione un po’ troppo melensa ma senza dubbio convincente
e adatta al testo. Piacciono gli episodi tratti da JWH, Drifter's escape,
I pity the poor immigrant e I Dreamed I Saw St.Augustine, tuttavia Sad
eyed lady of the lowlands, è la perla del disco; già splendida
nella versione originale trova in questa rilettura la vita parallela. Come
ha scritto giustamente Vites “la canzone sembra essere stata scritta per
lei”; ne nasce un secondo capolavoro. Di pari livello è sono senza
dubbio anche Don't Think Twice, It's All Right tratta da "In Concert Part
2" del 1964 musicalmente forse è meno brillante dell’originale ma
anche qui Joanie riesce a scoprirne tratti di incredibile sentimento che
rinascono dalla sua spendida voce, così come altri singoli episodi
tratti dalla sua discografia, You Ain’t Goin’ Nowhere, molto coutnry rock,
con degli splendidi You-u quasi da rodeo, Simple Twist Of Fate dove fatica
nell’imitare la voce di Bob, con risultati che suscitano un po’ il sorriso,
comunque convincente come interpretazione; carina è la sua personale
versione di una più recente canzone di Bob, Ring Them Bells.
Joan conservo` lo stile prettamente acustico delle origini
fino al 1974. Al momento del passaggio all’elettrico di Bob Dylan, infatti
Joan non risparmiò critiche anche velate al suo amico di un tempo,
tuttavia come abbiamo visto dopo la prima metà degl’anni settanta
anche lei si converti al Country Rock, come fecero tutti del resto e cominciò
a prendere in considerazione i nuovi brani; tuttavia, non entrò
mai nel merito della questione rock, perché fondamentalmente lei
era, è, e sarà per sempre la regina del folk. Ce la vedete
la Baez a cantare Highway 61 o All Along The Watchtower??? Io no, l’adoro
così com’è.
Eric Burdon e gli Animals
Un altro episodio importante presente nel film Don’t Look
Back è l’incontro con gli Animals, che pochissimo tempo prima avevano
realizzato una strepitosa versione elettrica del traditional House Of The
Rising Sun, presente anche nell’album di debutto di Bob; dopo quell’episodio
Dylan cominciò a pensare che il folk non poteva rimanere incastrato
tra le corde degli strumenti acustici, ma che poteva svilupparsi in chiave
elettrica e cominciare a strizzare l’occhio al blues.
Cio` che li rese unici, prima a Newcastle e poi nel mondo,
fu l'esuberanza selvaggia delle loro performance. Gli Animals non si limitavano
a suonare il blues: lo usavano come molla detonatrice per orge di riff
e rantoli da far impallidire Howling Wolf e Little Richard.
A favorire la loro liberta` artistica fu forse il fatto
di formarsi musicalmente in una cittadina di provincia, lontana dalle lusinghe
del business, abbastanza vicina a Liverpool da essere contagiata dalla
febbre del Merseybeat ma sufficientemente lontana da non farsi inebetire
dalle canzonette dei Pacemakers (e poi Beatles).
Gli Animals irruppero sulla scena del rhythm and blues
britannico con la foga dei giovani ribelli. In questo stava la differenza
con gli Yardbirds o i Rolling Stones: laddove gli Yardbirds erano diligenti
discepoli e innovatori del genere, e gli Stones approfondivano gli aspetti
piu` conturbanti della musica nera, gli Animals si avventavano sui classici
con l'impeto e la ferocia dei teppisti.
Ritmo, elettricita` e melodia venivano ridefiniti dall'energia
dei cinque giovinastri. I loro stessi talenti agli strumenti e alla voce
si esprimevano in maniera diametralmente opposta a quella, per esempio,
degli Yardbirds. Con gli Animals nacque il concetto rock di grande strumentista
o cantante: non tanto l'aspetto virtuosistico, quanto la passione e la
visceralita`. E certamente il cantante era emblematico di questo nuovo
approccio: con quella voce avrebbe potuto cantare un'opera di Verdi, ma
invece sputava sangue e sudore.
Gli Animals anticiparono mezza storia della musica rock,
dal garage-rock degli anni '60 al punk-rock degli anni '70. Portati nel
grande circo di Londra nel 1964, gli Animals proseguirono quell'opera di
appropriazione del blues, ma nel giro di pochi mesi lo stile cambio`. Gli
Animals non erano i tradizionali interpreti di cover, perche' imponevano
alle loro revisioni uno stile ribelle, e a volte perfino epico, che ne
stravolgeva del tutto l'aspetto. Nelle loro mani i classici del blues diventavano
inni non della sofferenza della razza afro-americana, ma inni della sofferenza
dei giovani britannici. L'aspetto epico delle loro interpretazioni prese
il sopravvento su quello selvaggio. Da semplice urlo di dolore, la canzone
degli Animals divenne inno per la rivolta.
Erano gli anni degli inni generazionali di Dylan, e gli
Animals si adeguarono da una prospettiva blues. Molto del merito andava
a Price, abile nell'arrangiare i brani in modo da far dimenticare del tutto
le versioni originali e da esaltare le progressioni da brivido di Burdon.
Gli Animals esordirono nel 1964 (marzo e giugno rispettivamente) con due
canzoni che figuravano anche sul primo album di Bob Dylan: House Of The
Rising Sun, è completamente rigenerata da un solenne riff di Valentie,
e Baby Let Me Take You Home (detonata da un ritmo sfrenato).
House Of The Rising Sun fa caso a parte nella carriera
del gruppo, adattando il folk, invece che il blues al rock, prendendo a
prestito un brano dal patrimonio popolare, rifinendone la melodia e accentuandone
l'enfasi con l'organo. Introdotta dagli accordi intensamente religiosi
della chitarra, la voce "predica" veemente sul ritmo sostenuto della batteria
mentre l'organo comincia la sua messa gospel rubando fraseggi a Bach.
Tutto negli Animals era calcolato per essere "trascinante";
agli esordi erano soliti proporre in qualche concerto una bella versione
di Corrina Corrina, oltre ai loro due hit già citati. Dopo varie
vicissitudini ed alterne fortune, Eric Burdon si costruì un complesso
su misura e dopo aver militato anche in un complesso tedesco, ha continuato
a creare imbarazzo registrando album scadenti; tuttavia i suoi concerti
e alcuni episodi discografici contengono episodi interessanti.
Da notare è sicuramente la versione di It’s All
Over Now Baby Blue contenuta in Before We Were So Rudely Interrupted
del 1977, che come arrangiamento fa il verso alla versione dei Them, resta
la buona prova vocale di Eric. Sempre Eric Burdon, ha eseguito due cover
di Dylan, nei suoi concerti con la band tedesca, e si possono reperire
nel bootleg Rockpalast Classics: Die Jam Session! del giugno 1997, la prima
è Knockin’ On Heaven’s Door in una discreta versione studio; superiore
è invece One More Cup Of Coffee che viene rielaborata in chiave
molto più rock e ripulita da certi orpelli presenti in Desire.
Il Folk –Rock, Mr.Tambourine Man e I Byrds
Nelle session di Another Side, fu registrata una take
di Mr Tambourine Man in duetto con Ramblin’ Jack Elliot, questo demo fu
inviato ai The Byrds che di lì a poco ne registrarono una splendida
versione elettrica che poi fu la title track del loro grande album di successo.
Nel 1965, grazie proprio all’impulso delle cover delle sue canzoni eseguite
dai Byrds Dylan risolse il problema a modo suo sporcando il folk
secolare con strumenti elettrici e suoni tipicamente rock-blues. Spiegò
così agli onesti come sopravvivere nella stretta morsa del beat
e della musica leggera. Continuare a suonare la chitarra acustica sarebbe
equivalso al suicidio professionale.
Fondamentale per far accettare il folk-singer alle masse
giovanili fu anche il fatto musicale, che si compì quando la svolta
elettrica fu definitiva con l’uscita di Bob Dylan dall’ambito folk del
Village; ci fu l’incontro più importante della storia del rock,
infatti da quel momento in poi il modo di fare musica dal vivo cambiò
totalmente, Dylan venne a contatto con i The Hawks la futura Band e da
quel momento l’interesse per le composizioni di Bob scemò in ambito
folk del Village; molti suoi sostenitori della prima ora erano delusi dal
fatto che lui aveva imbracciato strumenti elettrici, tuttavia la sua arte
musicale non potè che salire a dismisura.
La commercializzazione del folk fu un effetto deleterio
dell'invasione beat, la quale, diffondendo moduli espressivi più
vari ed orecchiabili, condizionò le scelte delle case discografiche.
La canzone di protesta divenne di colpo obsoleta e pedante. L'invasione
dei complessi beat stemperò in realtà l' acceso intellettualismo
dei cantanti di protesta e li spinse ad adottare una moderna strumentazione
elettrica e i ritmi più grintosi del rock and roll. Fu grazie a
questa iniezione di vitalità che il folk divenne una musica per
i giovani. E soltanto allora il sottobosco folk riuscì ad emergere
prepotentemente e ad imporsi a grandi masse di ascoltatori. Rispetto al
contemporaneo beat inglese il folk revival fu pur sempre un genere meno
commerciale, anche se rispetto all'ascesa folk di Guthrie suonava un po'
eretico.
Come il beat, così anche il nuovo folk ha un chiaro
debito verso il blues, non fosse che per la figura dell'hobo e il rhythm
and blues, da cui attinge a piene mani. In pratica si compie con due decenni
di ritardo la transizione da acustico ad elettrico che il blues aveva compiuto
a Chicago nell'immediato dopoguerra. Da questo processo analogico nei confronti
del beat e del rhythm and blues ha origine la figura di Dylan autore rock.
I Byrds rappresentano il gruppo che ha meglio interpretato
Dylan alla fine dei Sessanta, almeno in chiave folk-rock, termine con cui
venne definito il loro stile. Forse i Byrds non inventarono ne' il folk-rock
ne' il rock psichedelico ne' il country-rock, anche se furono i primi a
portarli in classifica, ma certamente costituirono da ponte fra l'era dei
complessi vocali Everly Brothers, Beach Boys, Beatles e l'era dei complessi
veri e propri come Jefferson Airplane e Grateful Dead.
"Byrds" e` in effetti una sigla che denota tre complessi
diversi: quello che fuse Dylan e il Merseybeat, quello che conio` il rock
spaziale-psichedelico, e quello che si lancio` nel country-rock. Il complesso
e` stato una vera fucina di generi, praticamente uno per ogni epoca. Ciascuna
di queste tre fasi e` stata caratterizzata dal leader che ne ha impersonato
l'ispirazione e scritto il materiale: la coppia Clark-McGuinn all'inizio,
Crosby nel mezzo, McGuinn alla fine. Le loro tre forti personalita` artistiche,
dolce e introversa quella di Gene Clark, sognante e irreale quella di David
Crosby, pratica e professionale quella di Roger McGuinn, daranno vita a
carriere soliste che saranno la naturale prosecuzione della rispettiva
fase dei Byrds.
Negli anni '90 i Byrds saranno con i Velvet Underground
i musicisti rock piu` influenti sulle nuove generazioni del rock alternativo.
Roger (o Jim) McGuinn e David Crosby, che si erano conosciuti nel 1960
a Los Angeles, avevano appreso al Greenwich Village l'arte del folksinger
post-dylaniano ed erano emigrati in California a divulgarne il verbo. A
Los Angeles fecero conoscenza con il bluegrass delle praterie e le sue
scintillanti armonie chitarristiche e con il Merseybeat che dilagava dopo
la tournee` dei Beatles.
Il retaggio del bluegrass era particolarmente forte in
Chris Hillman (mandolinista di San Diego, reclutato al basso) e il Merseybeat
era la passione di Gene Clark, proveniente da Kansas City, ex membro dei
New Christy Minstrels. Alla batteria sedette fino al 1967 Michael Clarke.
I Byrds si proposero piu` modestamente di rendere omaggio
alla grande tradizione dei folksinger, e in particolare a quello che stava
diventando il mito nazionale: Bob Dylan. L'idea geniale dei Byrds fu quella
di arrangiare le canzoni di Dylan come se si trattasse di hit della surf
music o del Merseybeat, cioe` impiegando armonie vocali a piu` parti (alla
Beach Boys), chitarre elettriche come si usavano in Gran Bretagna, e accelerando
il ritmo in modo da rendere le melodia piu` allegra e orecchiabile. I Byrds
esasperarono soprattutto le chitarre, ben tre (ma soprattutto la Rickenbacker
12 corde di McGuinn). Le parti vocali erano gestite da quattro voci alte
(la solista era Clark, ma piu` celebre fu quella nasale di McGuinn, la
piu` vicina alle inflessioni dylaniane). A parte la batteria, le altre
parti strumentali erano affidate a sessionmen stagionati. McGuinn, avendo
lavorato due anni per la cantante Judy Collins, aveva acquisito un minimo
di esperienza come arrangiatore di canzoni folk, e da li` nacque l'idea
di arrangiare quelle di Dylan.
I Byrds irruppero sulla scena della musica rock nell'estate
del 1965 con la loro versione, eterea e orecchiabile, di Mr. Tambourine
Man, trasformata soprattutto da un tornado di jingle-jangle chitarristici,
merito anche del produttore Terry Melcher. Quella grande cover segno` l'avvento
di un genere nuovo: il folk-rock. Quel genere combinava il genio lirico
di Dylan e l'astuzia melodica dei Beatles. Nel giro di un anno uscirono
anche i primi due album, entrambi sminuiti dal fatto d'essere essenzialmente
raccolte di 45 giri e di cover. Il grande merito del primo, Mr Tambourine
Man del 1965, e` in realta` quello di aver imposto uno standard di produzione
improntato alla pulizia formale. L'album contiene oltre alla tilte track
altri tre classici Dylaniani, la melodiosa Spanish Harlem Incident, la
briosa dichiarazione di libertà di Chimes Of Freedom, e la splendida
rivisitazione elettrica di All I Really Want To Do nei quali gli accenti
"dylaniani" si sposano a una sbrigliata fantasia esecutiva. Scampanellii
di chitarre e intrecci vocali si danno a equilibrismi sempre piu` mozzafiato.
I Byrds causarono una piccola sommossa musicale, non
solo per la musica, ma anche per le pose da drogati, e anticiparono tutto
cio` che di li` a pochi mesi sarebbe stato il fenomeno hippie di San Francisco,
con la loro concezione taumaturgica degli stupefacenti e il loro richiamo
a sentimenti nobili e puri. Il successivo Turn Turn Turn e` pero` meno
eccitante del primo album, anche qui sono presenti delle buone cover di
Bob ma senza dubbio minori, gli arrangiamenti jingle-jangle non si sposano
bene con canzoni come He Was A Friend Of Mine, Lay Down Your Weary
Tune, e The Times They Are A-Changin', quest’ultima davvero in un esecuzione
insopportabile, troppo veloce e confusionaria non c’è storia nel
confronto con l’originale; meglio l’originale.
Crosby e` l'ispiratore assoluto del quarto disco, Younger
Than Yesterday del 1967, che concede ampio spazio alle armonie jazzate
e caraibiche e alla psichedelia orientaleggiante. Questo disco rappresenta
anzi il contributo artistico piu` valido e importante lasciato dai Byrds
alla musica del loro tempo. Il complesso, che si era presentato fin dall'inizio
come l'alternativa fantastica all'intellettualismo dylaniano, esce dalla
tradizione del maestro del Greenwich Village e inaugura un nuovo filone
che rimescola folk, blues, jazz, oriente, elettronica e dissonanze vocali,
in mini-sinfonie astratte a tesi.
Younger Than Yesterday e` un piccolo capolavoro; contiene
oltre a pezzi di Crosby, McGuinn e soci, anche una splendida My Back Pages,
finalmente ritornano ad essere interpreti costruttivi del genio dilaniano,
lo stesso arrangiamento di questa canzone è ripreso nell’esecuzione
di Dylan, Clapton, McGuinn e Young al Concert Tribute per i 30 Anni di
carriera di Bob, un vero capolavoro.
Nel dicembre del 1967 Bob Dylan aveva appena pubblicato
John Wesley Harding, che aveva simbolicamente messo fine all'era psichedelica,
e i Byrds ancora una volta seguivano le orme del maestro. Il disco che
sanci` la nascita del country-rock, e in un certo senso il suo manifesto,
e` Sweetheart Of The Rodeo del 1968.
La formazione di questo album si rivelo` pero` provvisoria,
in quanto Hillman e Parsons, intrapresero per conto proprio la strada del
nuovo genere, lasciando solo McGuinn, che smussò gli arrangiamenti
elettrici e passò lentamente verso sonorità country acustiche;
bellissime sono You Ain’t Goin’ Nowhere, in una travolgente versione country
da rodeo; a quest’ arrangiamento si rifanno senza dubbio le ultime esecuzioni
live di questa canzone da parte di Bob (esempio ne è la recente
esecuzione a Newport) e Nothing Was Delivered, altra perla dimenticata
della discografia di questo grande gruppo. Da quel momento McGuinn, ricostruito
il
complesso con altri reduci di Nashville come il batterista Gene Parsons,
il chitarrista Clarence White e il bassista Skip Battin, si mantenne sul
sentiero del country-rock piu` "autostradale", cioe` un suono piacevolmente
vicino all'easy-listening.
Ballad Of The Easy Rider del 1969 fu il loro ultimo album
di rilievo, anche qui sono presenti due belle versioni non certo però
memorabili di It’s All Over Now Baby Blue e di It’s All Right Ma I’m Only
Bleeding.
La carriera dei Byrds si spense lentamente; ne resta
un eccezionale McGuinn alle prese con le tradizioni folk americane e un
Crosby che è passato attraverso la carriera solistica, CSN&Y
e CPR, come ultimo baluardo della tradizione. Roger McGuinn, l’anima dei
Byrds, si è riciclato nel corso degl’anni sempre degnamente, non
ha mancato mai di riproporre dal vivo i classici del buon vecchio Bob,
tuttavia con alterne fortune. Da non dimenticare la sua partecipazione
alla Rolling Thunder Revue dove spesso eseguì alcuni classici dei
Byrds e una splendida Knockin’ On Heaven’s Door in duetto con Bob Dylan.
Sonny & Cher
Cher e Sonny Bono, sono stati tra i grandi del pop californiano
anni sessanta e sono tra gli insospettabili interpreti di molte canzoni
dilaniane. Cher in coppia con il marito nel 1965, in piena era elettrica
di Bob, realizzò un album dal titolo All I Really Want To Do, che
oltre alla title track conteneva anche Blowin' In The Wind e Don’t Think
Twice It’s All Right.
La title track, è sulla scia della versione dei
Byrds, le sue doti di grande vocalist emergono in pieno con autorevolezza,
tuttavia è un episodio singolo; da dimenticare sono Blowin' In The
Wind e Don’t Think Twice It’s All Right, che rilette in chiave pop-californiano
perdono ogni legame con l’orginale. Discutibili sono anche Like A Rolling
Stone cantanta da Sonny in Sonny Side Of Cher e I Want You cantata
da Cher in Cher, entrambi i dischi furono pubblicati nel 1967.
Del 1968, sono Masters Of War e The Times They Are A-Changing,
anche queste non possono essere considerate di alto livello.
In 3614 Jackson Highway del 1969 invece si misurano con
pezzi più accessibili di Bob, tratti da Nashville Skyline. Lay Lady
Lay, Tonight I'll Be Staying Here With You e I Threw It All Away,
si addicono perfettamente alle caratteristiche pop del duo e rispetto alle
versioni un po’ spartane di Bob acquisiscono potere da Hit Single, si tratta
di versioni commerciali ma assolutamente buone.
Nel 1975 Cher ricorda al suo pubblico che il Beat esiste
ancora e pubblica The Beats Goes On riproponendo Tonight I'll Be Staying
Here With You, in una nuova versione, nulla di eccezionale, mero revival,
era già vecchia allora come arrangiamento adesso è da soffitta.
Barry McGuire
Anche la figura di Barry McGuire, ha nell’infinito universo
delle cover dilaniane un posticino di risonanza, non tanto per le cover
eseguite ma quanto per le influenze dilaniane nella sua musica. Nel
1961 Barry McGuire, nativo dell'Oklahoma con un potente baritono, si unì
ai New Christy Minstrels, un gruppo folk che eseguiva materiale tradizionale.
Per i Minstrels scrisse il piu' grande successo, Green Green, che li lancio'
nell'era Dylaniana.
Barry si ricorda di sicuro di più per la sua versione
dell'ode apocalittica di Paul Sloan, Eve Of Destruction (più nota
nella versione dei Byrds, ma anche in italia per quella italiana di
Gino Santercole, dal titolo Questo Vecchio Pazzo Mondo) o di You were on
my mind (We Five e in Italia Equipe 84 con il titolo Ho In Mente Te), tuttavia
questo strano ed eccentrico personaggio della musica americana interpretò
proprio nel suo album più famoso Eve Of Distruction del 1965, It’s
All Over Now Baby Blue e She Belongs To Me.
Entrambe le versioni sono degne di nota, ottimo il suo
lavoro alla chitarra, sembrano però dei buoni riempitivi, per un
album che sicuramente è più famoso per la title track che
per le cover di Dylan. Buone sono le due b-side Masters of War e When The
Ship Comes In. Nel 1966 tornò con il buon This Precious Time che
conteneva una bella rilettura di Just Like Tom Thumb’s Blues.
Manfred Mann Band
La Manfred Mann Band era stata formata nel 1962 dal pianista
jazz sudafricano Mike Lubowitz (ribattezzato Manfred Mann) e dal batterista
Mike Hugg (inizialmente si facevano chiamare Mann-Hugg Blues Brothers)
e suonava blues nei club di Londra come i giovani Rolling Stones e tanti
altri. Il loro primo singolo, Why Should We Know (1963), fu uno strumentale
soul-jazz, costruito su limpidi e swinganti intrecci di organo e sassofono.
Mann scopri` presto un'inclinazione naturale per l'arrangiamento di canzoni
pop e, dopo il successo dei Beatles, cambio` drasticamente il sound del
gruppo. Il cantante, Paul Jones, era uno dei piu` precisi e ordinati dell'epoca,
e alla sua squillante esuberanza vocale il complesso dovette gran parte
del successo. Fra i tanti gruppi venuti alla luce grazie alla "British
Invasion" del 1964 la Manfred Mann Band fu forse la meno caratteristica
e la piu` legata ai modelli del decennio precedente.
Cio` non toglie che dal 1963 al 1969 la Manfred Mann
Band ebbe piu` brani in classifica di qualsiasi complesso del Merseybeat,
eccetto i Beatles. Il sucesso vero arrivò con Do Wah Diddy Diddy
del 1964, scritta da Ellie Greenwich e Jeff Barry per gli Exciters nel
1962, che anticipava l’uscita dell'album Five Faces proponendo
ancora il sound soul-jazz degli esordi ma con venature di brioso pop. Nel
1965 pubblicarono un EP contenete una bella versione di With God On Our
Side, l’arrangiamento soul-jazz si sostituiva a quello folk lasciando inalterata
la bellezza cristallina di questa canzone di Bob; cominciava un piccolo
grande percorso artistico di questa band nell’ambito del repertorio dilaniano.
Dopo qualche mese uscì su singolo un inedito dilaniano
che spopolò in quel periodo sia nelle classifiche sia nelle reinterpretazioni,
If You Gotta Go Go Now, che proveniva dalle session di Another Side e BIABH.
Del 1966 è invece una rilettura poco convincente di Just Like A
Woman, pubblicata solo su singolo, il maggior difetto consiste in un sostanziale
appesantimento della canzone che perde un po’ del suo fascino originario.
Subito dopo la defezione di Jones si diressero verso il soul sofisticato
sotto l'influsso dei Kinks e della psichedelia, complicarono il gioco,
e al limite il complesso riusci` anche a reinventare in modo travolgente
l’ormai superinflazionata The Mighty Quinn, nel 1968, di Dylan. In seguito
il gruppo divenne dominio esclusivo di Mann dopo che anche Hugg se n'era
andato e avrebbe continuato per anni sotto la leadership di Manfred Mann
a proporre un soul-rock pomposo. Nel 1971 Manfred Mann's Earth Band, conteneva
Please Mrs. Henry; tuttavia risulta essere un riempitivo di poco conto,
nell’ambito di un disco sicuramente minore, a differenza del successivo
disco del 1972 Glorified, Magnified che conteneva una briosa versione pop-soul
di It’s All Over Now Baby Blue.
Buon successo fu anche Father Of Night che in Solar Fire
del 1974, spiccava per intensità di toni e raggiungeva la bellezza
dell’originale pubblicato su New Morning da Bob.
Altrettanto convincente è la versione live di
Father Of Night presente in Manfred Alive pubblicato nel 1997 ma
risalente
alle tourneè dei settanta; di questo disco fanno parte anche convincenti
riletture di Shelter From The Storm, You Angel You e The Times They Are
A-Changing, tutte caratterizzate da rifiniture pop-soul, tuttavia oggi
come oggi sembrano arrangiamenti che hanno fatto il loro tempo.
Stevie Wonder
La fortuna delle prime composizioni dilaniane fu immensa
anche in ambienti diversi da quelli folk. Ne è esempio Stevie Wonder,
che musicalmente parlando era completamente fuori dal giro del folk del
Village, il suo stile si poneva a metà strada tra Motown e Soul-blues,
tuttavia subì l’influenza della musica dilaniana e nel 1965,
incise una bellissima versione di Blowin’ In The Wind, seguita nel 1966
da una meno ispirata Mr.Tambourine Man contenuta nell’album Down The Earth.
Le sue interpretazioni sono arricchite da venature soul-gospel,
e lo si nota anche nella ispiratissima riproposizione dal vivo di Blowin’
In The Wind nel 1970 contenuta in Stevie Wonder Live e nella magnifica
versione più recente dello stesso brano al concerto tributo a Bob
Dylan.
Salomon Burke
Recentemente Salomon è tornato sulle scene con
un nuovo disco dal titolo Don't Give Up On Me; ci si era quasi dimenticati
del buon vecchio reverendo, lo avevamo lasciato alle malinconiche revival
night, in cui appariva di tanto in tanto. Il suo ritorno è segnato
da varie collaborazioni importanti, infatti, tra le tante canzoni di autori
illustri contiene una splendida versione di Stepchild, una canzone ancora
inedita di Bob Dylan. Di questa canzone non abbiamo una versione in studio
ma alcune prove di sound check e una performance dal vivo risalente al
concerto a Oakland del 13/11/1978.
La versione cantata da Solomon è sicuramente privata
della base rock, ma si è arricchita di fascino soul proprio della
voce del reverendo, non solo, ma è stata anche rivisitata nel testo
che non sembra, almeno da alcuni ascolti, lo stesso; invariato è
il ritornello.
Questo pezzo è sicuramente una delle punte di
diamante del disco, ha forza espressiva, che proviene tutta dalla splendida
voce di Burke. Non bisogna dimenticare che già nel 1965 Salomon
pubblicò su singolo una strepitosa versione soul di Maggie’s Farm,
ora rintracciabile in "The Bob Dylan Songbook", Connoisseur Records 1991.
The Band
La Band fu un caso piu` unico che raro della musica rock.
I loro primi album catturarono una dimensione privata/domestica e rustica
che sembrava un paradosso nell'era del folk-rock, fenomeno tutto urbano
e degli hippies, fenomeno pubblico e comunitario, e lo fecero con un piglio
che si riallacciava direttamente agli stili dei musicisti piu` umili delle
zone d'America: i folksinger degli Appalacchi e i predicatori gospel delle
chiese del sud. Al tempo stesso immisero in quelle musiche uno spirito
austero, degno della musica da camera, e solenne, degno della musica religiosa.
La Band (alle origini The Hawks) si formo` in Canada
nel 1960 per accompagnare il rocker Ronnie Hawkins. Il batterista Levon
Helm, il bassista Rickie Danko, il pianista Richard Manuel, l'organista
Garth Hudson e il chitarrista Robbie Robertson, figlio di un ebreo e di
un'indiana Mohawk, componevano un valido gruppo d'accompagnamento che venne
notato e portato al Greenwich Village di New York nel 1964.
Bob Dylan li ingaggio` nel 1965 per la sua clamorosa
conversione alla musica elettrica e da quel momento rimasero nel suo entourage.
Quando Dylan si ritiro` a vivere nei boschi di Woodstock, la Band lo segui`.
In quell'atmosfera bucolica Dylan e la Band registrarono quelli che diverranno
famosi come i Basement Tapes (1975), ma la Band comincio` anche a scrivere
il proprio materiale, che avrebbe costituito il primo album, uscito nel
luglio 1968. Da Basement Tapes da ricordare è Long Distance Operator,
mai incisa da Dylan ma cantata dal vivo nello show del 4 novembre 1965
al Berkeley Comunità Theatre; a differenza di quest’unica versione
“originale” conosciuta per altro eseguita magistralmente e cantata
in modo molto suggestivo, quella di The Band ha in più nella struttura
una eccezionale atmosfera propria del loro sound di quel periodo, tuttavia
manca delle sfumature vocali di Bob.
Music From Big Pink del 1968 e` invece uno degli album
che segnarono la svolta decisiva dall'acid-rock al country-rock.
Lasciandosi alle spalle le lunghe improvvisazioni lisergiche,
la Band ritorno` al formato tradizionale della canzone e adotto` un sound
radicato nelle musiche tradizionali dell'America. L'esperimento riusci`
perche' la Band era composta da cinque musicisti d'eccezione. Vantava forse
la miglior sezione ritmica dell'epoca, poderosa, solenne, esuberante e
concisa, una delle migliori di sempre. Aveva due tastieristi che si complementavano
a meraviglia; da un lato il piano gospel di Richard Manuel e dall'altro
l'organo "Bach-iano" di Garth Hudson. E poteva contare sulla personalita`
catalizzatrice di Robbie Robertson, che conferiva alle canzoni un tono
che era un misto di esistenziale, mistico ed epico.
Robertson era anche un chitarrista originale, che usava
il pedale wah-wah per riprodurre il suono tradizionale della "steel guitar".
Il gruppo non aveva paura di sperimentare gli accostamenti piu` insoliti,
scorrazzando fra gospel, spiritual, blues, country, soul, cajun, ragtime,
rock and roll, funk e un pizzico di musica barocca da chiesa.
L'insieme era orecchiabile, trascinante e surreale. La
Band viveva in una singolare zona di confine del panorama musicale dell'epoca
e forse di tutte le epoche. Al tempo stesso il disco propugnava valori
morali che erano tanto insoliti quanto la musica. La Band aderiva ai valori
dell' "american way of life": prima di tutto i capisaldi di casa e famiglia
(il domestico), poi l'amore per la campagna, la prateria e la natura (il
rurale) e infine gli ideali della grande nazione, liberta` ed eguaglianza
(il patriottismo). La Band coltivava insomma un folk "conservatore", senza
la retorica nostalgica del conservatorismo, e semmai con un tono sobrio
e bonario; aderiva a valori antiquati, ma senza farne una piattaforma politica.
Nulla poteva contrastare di piu' con l'ethos dell'era hippy.
Music From Big Pink divenne subito celebre perche' conteneva
alcuni inediti di Bob Dylan, uno su tutti è I Shall Be Released
(successivamente inciso anche da Bob); quella della Band è la versione
definitiva del brano, un arrangiamento pianistico, dalle sfumature quasi
sacrali, bellissimi sono i lievi contrappunti di organo. Già dalle
prime note si presenta all’orecchio dell’ascoltatore un atmosfera senza
tempo e quando entra in gioco il falsetto di Richard Manuel la canzone
acquista ancora più forza spirituale diventando una delle pietra
miliari della storia del rock.
This Wheel's On Fire è l’altro inedito famoso
di Bob, ma questa versione, senz’altro strepitosa, a differenza di quella
purtroppo ancora inedita eseguita a Jersey City nel 1973, sembra privare
un po’ di forza il brano che si presta molto più alle esecuzioni
live.
Discorso diverso è invece quello per Tears Of
Rage che è una vera e propria visione d’America, una storia
comune di due genitori che si chiedono cosa hanno sbagliato nel vedere
la figlia che li sta abbandonando, è un pezzo di storia cristallizzato
in una canzone. L’interpretazione di The Band ne sottolinea i toni emotivi,
e ne rende quasi la versione definitiva.
Spesso nel corso della prima parte di carriera la Band
ha eseguito dal vivo pezzi composti all’epoca dei Basement Tapes; la vera
perla è Don’t Ya Tell Henry eseguita all’ HollYwood Bowl nel 1970.
Come al solito l’impatto live è superbo, di questa canzone si conoscono
poche versioni live di cui una anche in duetto con Bob contenuta nella
nuova versione di Rock Of Ages ma tutte sono indimenticabili.
La vita della Band, terminò proprio sulle note
del loro successo a firma Dylan, era il loro ultimo concerto, l’ultimo
valzer, e quella era I Shall Be Released, alla voce c’era Dylan, alla Band,
si erano aggiunti per i cori tutti gl’ospiti di quel film-concerto di Scorsese,
tra i più noti Van Morrison, Neil Young, Emmylou Harris e
Ringo Starr. Era la fine del più importante e influente gruppo americano,
che tornò a risorgere senza l’apporto di Robertson in epoca più
recente.
Della seconda fase della Band vanno ricordati Jericho,
High On The Hog e Tangle Up In Blues. Il nuovo corso della Band comincia
con la partecipazione al concerto tributo per Bob del 1992, in quell’occasione
eseguirono When I Paint My Masterpiece, già incisa in Cahoots nel
1971, all’epoca sembrava fosse un po’ ingabbiata nell’economia generale
del disco, ma in questa versione esplode davvero, eccezionale è
la parte di accordion suonata da Garth Hudson, così come il lavoro
al mandolino e alla voce di Levon Helm, per non parlare della rustica fisarmonica
e della sezione ritmica composta per l’occasione dallo storico batterista
di Bob Jim Keltner e della new entry Rendy Ciarlante.
Jericho del 1993 è un album bellissimo degno dei
tempi migliori della Band, con arrangiamenti curatissimi e con un buon
numero di cover famose (Blues Stay Away From Me e Atlantic City di Springsteen
su tutte), quella indimenticabile è Blind Willie McTell del nostro
che è un capolavoro di arte musicale; nemmeno la pur eccezionale
versione elettrica ancora inedita di Bob arriva a tanto, la Band è
tornata ancora a nuova vita in quest’album dedicato all'allora compagno
di un tempo, lo scomparso Richard Manuel.
In High On The Hogh del 1995 sono invece contenuti la
loro personale versione di Forever Young, molto appassionata, quasi magica,
ne ritrovano il vero senso originario, loro l’hanno vista nascere nelle
session di Planet Waves del 1974 ora le danno nuova vita in quest’interpretazione
magistrale.
Buona è anche One Too Many Mornings incisa per
Tangle Up In Blues del 1999.
Emmylou Harris
Come detto Emmylou Harris era tra le star presenti in
Last-Waltz, di lei si ricorda la partecipazione alle session di Desire,
tuttavia notevolissime sono alcune sue rivisitazioni personali di Dylan.
Il vertice massimo della carriera della Harris oltre
al recente successo della sua partecipazione alla colonna sonora del film
Fratello Dove Sei? prodotto da T-Bone Burnett, è sicuramente la
bella esecuzione in duetto con The Band di Evangeline contenuta in Last
Waltz,; lì la sua voce ha una consistenza e una delicatezza tale
da surclassare le doti vocali di Robertson e soci.
In tempi non sospetti, verso la metà del 1969,
interpretò in Gliding Bird eccellentemente I’ll Be Your Baby Tonight,
canzone conclusiva di JWH. Lla sua voce gira già su altissimi livelli,
incarnando la tradizione folk americana, pur conservando un grande spazio
per la sua personale interpretazione. Dopo aver abbandonato le cover, che
avevano contribuito a farla diventare famosa nel 1995 ritorna alle interpretazioni
ancora con un brano di Bob Dylan; per l’occasione sceglie Every Grain Of
Sand, già bellissima nella versione originale, qui acquista la forza
emotiva propria della Harris, lo stesso discorso vale per When I Paint
My Masterpiece del 1996 contenuta in Portraits, l’arrangiamento di questa
canzone è favoloso, sembra un bluegrass versione leggera, in cui
compaiono oltre al mandolino una splendida pedal steel, a fare da tappeto
sonoro alla voce da brividi di Emmylou.
Almost Went To See Elvis
Dylan non conobbe mai Elvis, eppure sia l’uno che l’altro,
finchè è stato in vita non hanno disdegnato di tributarsi
stime reciproche. Elvis, è andato più nel profondo incidendo
ben quattro brani di Bob. Tutti bene o male hanno trovato una pubblicazione
ufficiale, tuttavia nella sterminata discografia di Elvis, sono difficili
da rintracciare. La prima in ordine cronologico e anche a livello di fama
è Tomorrow Is A Long Time, contenuta in Spinout del 1966, influenzata
dallo stile di Elvis mantiene il fascino dell’originale, viene arricchita
dal suo cantato unico e quasi soprannaturale; di sicuro aggiunge freschezza
dell’interpretazione di Bob.
In Elvis del 1973, è contenuta una splendida versione
di Don’t Think Twice It’s All Right; personalmente preferisco la versione
alternativa inedita, molto più ritmata e la voce è più
modulata e meno ingabbiata nello stile da rocker rubacuori classico di
Elvis.
Blowin In The Wind, inclusa in una raccolta del 1995
è affascinante ma non raggiunge invece la strepitosa interpretazione
di I Shall Be Released pubblicata nel 1995 in un essential dal titolo Walk
A Mile In My Shoes.
Johnny Cash
Alla fine degli anni '60 si ebbe la seconda grande trasformazione:
l'estinzione del movimento di protesta ebbe come conseguenza un generale
senso di rilassamento, un bisogno generale di semplicita` e di tranquillita'.
L' improvvisa riscoperta del country, la musica popolare dell'Establishment
bianco, restaurò valori che sembravano definitivamente superati.
Anche quello fu un messaggio politico, il messaggio di una disfatta generale.
Per restare in ambito americano, a Johnny Cash Dylan
deve il suo cammino nel mondo della musica country. La strada che porta
a Nashville per Bob cominciò in un incontro con Cash in un back
stage di un concerto, testimoniato da Eat The Document, in cui i due duettano
al piano.
Con Johnny Cash Bob incise circa 20 canzoni rintracciabili
nel boot Dylan & Cash Session (Tree 7); di queste canzoni una sola
è stata pubblicata ufficialmente, Girl From The North Country in
Nashville Skyline.
Qualche anno dopo Dylan, ha ceduto la bella Wanted Man
a Johnny che ne fece un pezzo pregnante della sua discografia, splendida
e sentitissima è la versione del Live at St.Quintin.
Già nel 1965 Cash aveva inciso una bella versione
di Don’t Think Twice It’s All Right, molto vicina come impostazione vocale
alla versione di Elvis, ma qui arricchita dall’essenzialisimo country proprio
dello stile di Johnny.
Sempre del 1965 è una versione di It Ain’t Me
Babe, tuttavia è meglio rifarsi a quella in duetto con la moglie
del 1992 del live concert tribute a Bob. Da molti criticata come performance,
è senza dubbio un esempio di grande versatilità musicale
e le voci buttate lì su due toni diversi rendono ancora più
affascinante la canzone.
Delle stesse session di It Ain’t Me Babe è una
discreta versione di Mama You’ve Been On My Mind, tuttavia sembra un po’
sconclusionato il prodotto finale, ma regge il confronto con l’originale.
La vera perla del suo piccolo repertorio di cover dilaniane
è One Too Many Mornings incisa nel 1986, ma già provata in
duetto con Bob nelle session già citate; questa volta a sostituire
Bob c’è Waylon Jennings, il tutto risulta ben fatto, e molto incisivo
è il confronto tra le due voci. Nella vasta discografia di Cash,
c’è anche un brano inedito di Bob, Wanted Man, è in pieno
stile country, davvero ottima come versione, peccato non ci sia l’originale
dilaniano a cui rapportarsi.
The Beatles
Chi lo avrebbe mai detto I Beatles, interpreti di Bob…è
proprio così invece. Si sapeva delle frequentazioni con Bob al Savoy
Hotel, del famoso pezzo Pneumonia Ceilings probabilmente composto insieme,
ma delle cover si sa poco. Purtroppo tutte le versioni conosciute di queste
prove di studio alle prese con i brani del nostro sono inedite e rarissime
anche nell’ambito dei bootleggers, e tuttavia non hanno grande valore
a livello musicale, per di più si tratta di alcuni frammenti interessanti
solo a livello di curiosità. In un bootleg conosciuto come
Black Album sono contenuti un simpatico frammento di Rainy Day Woman con
Paul Mc Cartney alla voce, una bella versione di Positively 4th Street
sulla melodia di Norvegian Wood cantata da John Lennon; sono quelle di
maggior valore artistico. Belle, ma non eccezionali sono Mama You’ve Been
On My Mind e It Ain’t Me Babe. Trascurabili sono Blowin’ in The Wind in
una versione alla Presley, un frammento di I Shall Be Relased e Please
Mrs. Henry, quest’ultima eseguita in modo molto spiritoso e I Threw It
All Away.
George Harrison
Sciolti i Beatles nel 1969, e dopo la pubblicazione nel
1970 a giochi ormai fatti del bellissimo Let It Be che cantava il
requiem ad uno dei più grandi gruppi della storia, tutti e quattro
gli scarafaggi, intrapresero carriere soliste. Il successo più immediato
e di grandioso richiamo commerciale fu l’album di Harrison All Thing Must
Pass del 1970, che conteneva una romanticissima versione di If Not For
You, incisa in New Morinig anche dallo stesso Bob Dylan, e poi una bellissima
composizione che li vedeva affiancati come autori, I’d Have You Anytime.
La versione di Harrison di If Not For You è sicuramente
superiore all’originale che è considerato dai più minore
rispetto all’intera produzione di Bob Dylan; in questa cover acquista più
romanticismo grazie alla voce di George ma anche più consistenza
e solidità, ne nasce una versione definitiva indimenticabile, sicuramente
tra i pezzi migliori dell’intero album in cui My Sweet Lord fu il singolo
che lo trainò verso il sucesso.
Dalla famosa giornata insieme in studio di Dylan e Harrison,
documentata dal boot Yesterday, deriva I’d Have You Anytime, ne esiste
una take incompleta in cui a cantare è Bob ma è la versione
più nota di George a dare davvero completezza a questo brano splendido,
notevolissimo è il suo lavoro alla chitarra e quello alla pedal
steel di Pete Drake già con Bob in Nashville Skyline e JWH.
Oltre a questa famosa session, Harrison e Dylan insieme
a Petty, Lynne e Orbison furono parte del progetto Traveling Wilburys,
da cui nacquero due dischi bellissimi Vol. 1 e Vol. 3.
Stupenda è ancora la sua partecipazione al concert
tribute a Dylan per i suoi 30 anni di carriera. In quell’occasione suonò
una travolgente versione di Absolutely Sweet Marie e una altrettanto bella
ma meno convincente rispetto alla versione in studio di If Not For You.
Tra le cover dilaniane ancora inedite di Harrison, dal
bootleg Far East Man del 1985 ci sono Every Grain Of Sand e Mr.Tambourine
Man, entrambe le versioni sono eccellenti musicalmente parlando ma in quel
periodo George non viveva un gran momento in quanto a voce e lo dimostrano
i flop dei suoi album di quel periodo.
Differente è il discorso di Abandoned Love, questa
canzone proviene da alcune session per l'album di George del 1982 Gone
Troppo, si tratta di una versione che è circolata su internet per
molto, è semplicemente stupenda, la voce di George ha forza e consistenza,
l’arrangiamento è superbo. Di recente si è parlato di un
album postumo in cui probabilmente sarà inclusa questa bellissima
interpretazione. Tuttavia temo che Jeff Lynne e il figlio di Harrison,
Dahni, produttori di questo disco postumo facciano qualche sciocchezza
in fase di sovrapproduzione giocando troppo con le sovraincisioni
ma soprattutto con le nuove parti cantate da George e Bob di cui
si è parlato di recente facendo perdere l’originale freschezza al
brano. Basterebbe pensare come ha rovinato i due inediti dei Beatles
Free As A Bird e Real Love contenuti in Anthology.
Brian Wilson e i Beach Boys
Per i Beach Boys vale più o meno lo stesso discorso
dei Beatles, ma con qualche sfumatura diversa. Furono il piu` grande dei
gruppi di surf music, ma non passerebbero alla storia per quel primato.
I Beach Boys nacquero da un'idea semplice ma geniale, una di quelle idee
che finiscono per influenzare un'intera epoca: fondere i gruppi vocali
e il rock and roll.
Brian Wilson era affascinato tanto dalle armonie in quattro
parti dei Four Freshmen (il gruppo di maggior successo degli anni '50)
quanto dai riff di chitarra e dal ritmo febbricitante di Chuck Berry. I
Beach Boys non furono altro che la fusione dei due. Ma fu la scintilla
che scateno` una rivoluzione musicale e sociale, che avrebbe partorito
Beatles e Byrds, che avrebbe cambiato per sempre il concetto di musica
melodica. I Beach Boys, piu` umilmente, rappresentarono anche l'inizio
del periodo d'oro della musica californiana. La California non era stata
una delle capitali della musica ma lo divenne dopo il loro successo e per
il resto del secolo la sua importanza non fara` che aumentare. Qualcosa
dei Beach Boys rimarra` nella musica delle generazioni successive.
Anche i Beach Boys hanno incontrato sulla loro strada
la figura di Bob e lo hanno fatto prima con due cover abbastanza convincenti
e con una collaborazione tra Brian Wilson e Dylan. La prima cover conosciuta
è una bella versione di Crash On The Leeve, dalle venature molto
surf e con delle eccentriche armonie vocali.
Di altro taglio è una sorta di ripresa folk-rock
di The Times They Are A-Changing, prensente in Beach Boys’ Party del 1968,
sembra che a suonare siano i Byrds mentre alle voci ci siano Brian e soci,
in effetti riescono a riprodurre il suono tipico del gruppo di Mc Guinn
ma con risultati meno irruenti e forse meno riusciti. Quanto alla session
di Brian e Bob Dylan è importante ricordarla perché i due
scrissero un brano insieme The Spirit Of Rock n’ Roll, infatti Bob non
si limita solo a fare la seconda voce ma scrive uno dei versi; questa canzone
è sullo stile dei Beach Boys, la voce di Bob sembra in grado di
reggere il confronto ed è bello sentire la differenza di stile canoro
tra Brian e Dylan.
I Fairport Convention e il British-Folk
I Fairport Convention furono senza dubbio il gruppo piu`
celebre del folk revival britannico, anche se forse furono anche quello
meno artisticamente valido. Rappresentarono nel bene e nel male la quintessenza
di quel movimento, che raramente ebbe la forza di trascendere la propria
natura di revival. Formati nel 1967 nei club dell'underground londinese
dal sodalizio di un pugno di animatori della scena folk, fra cui il chitarrista
Richard Thompson, il cantante Ian Matthews, e il bassista Ashley Hutchings,
i Fairport Convention debuttarono con l'album Fairport Convention del 1968,
un'accozzaglia di brani originali e di covers dei folksinger americani.
Dietro i suggerimenti del produttore Joe Boyd, il complesso
si arricchi` della cantante Sandy Denny, abbandono` il cliche' dei Byrds
e si oriento` verso le composizioni originali e rivisitazioni molto particolari
di Dylan.
Thompson impreziosì What We Did On Our Holidays
del 1968 con una bella versione dell’inedito I’ll Keep It With Mine, outtake
del periodo a cavallo tra Highway 61 e Blonde On Blonde, mentre una splendida
versione di Percy’s Song è il cardine di Unhalfbricking del 1970.
Quest'ultimo vantava anche un arrangiamento per così
dire "progressivo" di If You Gotta Go Go Now, altro inedito saccheggiatissimo
del periodo post Village di Dylan. Denny aveva dalla sua una delle voci
piu` originali del suo tempo, inventando uno stile che sara` influente
sulle generazioni successive (Kate Bush e Tori Amos fra le tante), tuttavia
il lavoro su Percy’s Song è apprezzabile totalmente nella take registrata
in una session alla BBC. Da quella registrazione emerge un flusso di emozioni
impareggiabili. Nonostante i numerosi cambiamenti di formazione l’attività
live rimase sempre di alto livello, durante il periodo 1969-1975 presentarono
vari brani di Bob Dylan; quelli memorabili sono senza dubbio tre: Down
In Flood presente su Live Convention del 1969, rielaborata in chiave folk
di matrice britannica, una splendida versione di George Jackson purtroppo
ancora inedita proveniente dal tour del 1973 e una buona rilettura di Knockin’
On Heaven’s Door live al Trobadeur Club del 1974.
Come quasi tutte le band di quel periodo dopo le varie
vicissitudini, gli scioglimenti vari e ricomposizioni delle varie line-up
agl’inizi degl’anni ottanta, durante il bel concerto di reunion di
tutta le formazione originaria, venne proposta dal vivo una bella versione
di Forever Young.
Nelle varie compilation si possono trovare due brani
impostati come progetto di B-Side e poi rimasti nei cassetti, Lily
Rosemary & Jack Of Hearts dall’affascinante arrangiamento e Lay Down
Your Weary Tune, dove la voce di Denny rende al meglio il senso del brano
e fruttando in pieno tutte le sue potenzialità.
Il canto del cigno di questa band è Red And Gold
del 1989, un album dignitoso ma senza grandi idee, eccetto un rifacimento
con titolo diverso di Open The Door Homer, qui riproposta con il titolo
Open The Door Richard, di questo brano recuperano l’iniziale genuinità
delle sedute di registrazione di Big Pink, per il resto è pura routine,
per un gruppo ormai navigato e alle soglie della pensione.
Nel panorama del folk inglese si può inquadrare
anche la figura di Jan Anderson, celeberrima rock star inglese degl’anni
70, flauto, chitarra e voce dei Jethro Tull, nel corso della
sua carriera è riuscito a fondere rock, folk e musica classica (Bach).
Nel bel A Vulture Is Not A Bird You Can, 1972, rivisita magistralmente
One Too Many mornings; la performance è sicuramente molto influenzata
dagli stilemi prog, ma i bridge di flauto sono a dir poco indimenticabili,
ne nasce una versione decisamente fuori dal comune ma davvero tutta da
ascoltare, peccato che i suoi dischi solistici siano ormai introvabili
e tuttavia per ascoltarlo nel pieno della sua arte bisogna senza dubbio
rifarsi ai dischi dei Jethro Tull.
British Artists Sing Dylan’s Songs ovvero Rolling Stones e dintorni
Gli Stones come i Beatles ebbero modo di frequentare Bob,
in quelle notti brave al Savoy tra il 1965 e il 1966. Nella loro carriera,
a parte qualche rarissimo episodio come la strepitosa rilettura di Like
A Rolling Stone del recente Stripped, non hanno mai eseguito nulla almeno
in via ufficiale, tuttavia scavando tra le varie session si è scoperta
qualche chicca.
Mick Jagger esegue nello splendido bootleg Voodoo Strew,
che raccoglie tutto quello che è stato suonato nelle session per
Voodoo Louge una magnifica versione di It Takes A Lot To Laugh, It Takes
A Train To Cry.
Sempre nello stesso bootleg Keith Richards esegue una
drogata versione di Girl From The North Country, una versione acustica
strampalata, il vecchio leone inceppa in varie stonature, ottima come curiosità
ma nulla di più.
Nel bootleg Off the Boot, che raccoglie inediti vari
degli Stones, è contenuta una bella Pledging My Time in medley con
It Hurst Me Too e dello stesso boot fa parte una simpatica take di Seven
Days eseguita da Keith Richards, tuttavia manca dello spessore di quella
eseguita dall’altro Stones Ron Wood, al concerto tributo.
La versione di Ron è decisamente una delle versioni
più belle mai ascoltata di Seven Days, in quell’occasione si creò
un atmosfera irripetibile durante l’esecuzione del brano, la chitarra
e poi sapere Ron buon cantante, ti riconcilia con la vita. Ronnie è
un icona del rock, al pari di Jagger e Richards.
Un altro ex-Stones, e collaboratore di vecchia data di
Bob è Mick Taylor, che spesso dal vivo esegue una bella versione
di Blind Willie Mc Tell con ottimo lavoro di chitarre; tuttavia, spesso
finisce per dimenticarne le parole o citarla all’inizio di qualche altro
brano.
Un'altra band inglese importantissima per la musica rock
sono i The Who; non hanno mai suonato cover di Bob Dylan nè si hanno
notizie certe di prove durante le session, eccetto una bella versione dal
vivo a Londra il 14 maggio del 1974 di Corrina Corrina, e una recente versione
del leader Pete Townshend di Girl From The North Country, provata spesso
in studio nelle infinite session della sua opera rock Lifehouse, ed eseguita
dal vivo nel 1992; è molto più affascinante la prova in studio
con la sola chitarra acustica, dal vivo venne martoriata da schitarrate
elettriche quasi fuori luogo e dalla sua voce completamente fuori fase.
Il capitolo Them-Van Morrison e Dylan, si sintetizza
in due episodi eccezionali, il primo è la cover di It’s All Over
Now Baby Blue, registrata da Van The Man nel periodo in cui era front man
dei Them, il secondo è una splendida versione degl’anni settanta
di Just Like A Woman.
Per quanto riguarda la prima è senza dubbio una
prova eccellente, una rilettura dai toni soul-blues, molto sentita, la
voce di Van Morrison gira già su altissimi livelli stilistici al
punto che ad ogni ritornello, nell’ascoltatore più sensibile cresce
un vibrante senso di lieve malinconia.
Nel corso di vari concerti in cui Van e Bob si sono esibiti
insieme hanno spesso rieseguito questa canzone con risultati non sempre
brillanti, complice il fatto che spesso Dylan pecchi di troppo zelo e reverenza
nei confronti dei suoi compagni di palco.
La seconda è qualche spanna sotto, It’s All Over
Now Baby Blue, ma pur sempre valida, ha un potenziale non utilizzato a
pieno in questa versione, è troppo rallentata, anche la sempre magnifica
voce di Van Morrison ne sembra risentire, sembra che canti con il freno
a mano tirato.
I Faces, di Ron Wood e Rod Stewart sono un altra band
seminale del rock inglese, quando si sciolsero i vari componenti confluirono
in altre band, e Rod si lanciò in una fortunata carriera di interprete.
Del periodo appena successivo ai Faces, sono alcune belle cover di Bob
nel 1970; nel suo Gasoline Alley spuntò una cover insolita, Only
A Hobo, in una versione molto diversa dall’originale ma altrettanto bella
e affascinante, rivista in chiave rock; ne nasce un pezzo ben lontano dagli
stilemi di JWH, tuttavia siamo già su ottimi livelli.
Nel 1971 in Every Picture Tells A Story è contenuta
Tomorrow is A Long Time che non è particolarmente indimenticabile
e viene sommersa dagli altri pezzi del disco. Stessa sorte tocca a Girl
From The North Country contenuta in Smiler del 1974.
Rod torna ad alti livelli con Just Like a Woman presente
in Tonight I'm Yours del 1981, molto ben inserita nell’economia del disco,
ottima esecuzione molto accessibile, presenta qualche sbavatura qua
e là ma ottima nel complesso.
Datati 1995 sono due pezzi del periodo cristiano di Bob,
il primo edito solo su singolo è una strepitosa The Groom`s Still
Waiting At The Altar, che di per sè è un pezzo splendido
ma in questo caso Ron ci aggiunge del suo e ne nasce una piccola perla
a cui si aggiunge la seconda Sweetheart Like You contenuta in A Spanner
In The Works dello stesso anno, ottima anche questa ma meno convinta della
prima quanto ad esecuzione.
Rod è sempre uno dei migliori di tutta la scena
rock-blues inglese, e non deluderebbe nemmeno se cantasse l’elenco telefonico
figuriamoci una canzone di Dylan, che per quanto sia interpretata male
e suonata male ha dentro di sè un marchio di fabbrica di incredibile
pregio.
Di altra impostazione sono i più datati Hollies
di Graham Nash, che hanno nel 1969 inciso un intero album di cover dilaniane
intitolato appunto Hollies Sings Dylan. Di quest’album numerosi episodi
sono trascurabili come le ormai inflazionate Blowin’ In The Wind, Queen
The Eskimo e All I Really Want To Do, tuttavia ci sono anche cose buone
come When The Ships Comes In, I Shall Be Released e I Want You.
Per gli Hollies, non si può sviluppare un discorso
di merito artistico rilevante in quanto hanno sempre scelto la via del
rock molto commerciale o meglio divulgativo puntando più sulla quantità
dei dischi venduti (non mi sembrano però in testa alle hit di vendita
dell’epoca) che sulla qualità, proprio come accadde in Italia con
band come Camaleonti, Dik Dik e Equipe 84.
Per fortuna il genio di Nash, ebbe gloria in una seconda
fase della sua vita artistica, quella con Crosby, Stills & Young.
Un altro reduce degli anni d’oro del rock inglese, che
è stato capace di riciclarsi in modo egregio nel corso di tutti
questi anni, è l’ex Led Zeppelin Robert Plant, di lui ricordiamo
la splendida versione elettrica eseguita con gli Zep di In My Time Of Dying
che Bob cantò nel suo primo album ma soprattutto per una meravigliosa
rilettura di One More Cup Of Coffee, contenuta nel recente Dreamland pubblicato
nel 2002, gli arrangiamenti che sono arricchiti dal lavoro di ricerca etnica
svolto in tutto il corso della sua carriera e la voce ne hanno fatto
una perla del disco, senza dubbio, è un bel modo per tenersi in
vita, magari tutti i grandi reduci lo facessero in questo modo senza riciclarsi
in inutili copie carbone dei vecchi album.
Questa canzone è stata eseguita anche dal vivo
nei vari tour post-zep e post-duo con l’altro ex zep Jimmy Page, le versioni
live non hanno lo stesso spessore della versione studio, tuttavia la voce
viaggia sempre su alti livelli.
Joe Cocker
Joe Cocker è un icona della Woodstock Generation,
è senza dubbio un sopravvissuto alla sindrome post-event che caratterizzò
gl’anni successivi allo storico concerto.
Chi ha avuto il piacere di vedere il video di quel concerto
ricorderà che tra i tanti nomi che sfilarono in quei giorni
sul palco salì anche quel giovane inglese di Sheffield che fece
saltare in aria tutti i presenti e poi il mondo intero con la sua resa
di With A Little Help From My Friends, celebre pezzo a firma Lennon e McCartney,
per non parlare della splendida Delta Lady o la rilettura del classico
dei Traffic Feelin’ All Right.
Joe Cocker, è stato ed è ancora un
grande interprete blues, il meglio di sè lo ha dato nelle cover
di Cohen, Beatles, The Band e Dylan.
E’ proprio su queste ultime che ci soffermeremo. Il primo
album datato 1969 è senza dubbio da annoverare tra i cento dischi
degli anni sessanta: oltre alla già citata With A Little Help Form
My Friends che è anche la title track, ci sono due cover bellissime
di Bob, Just Like a Woman e I Shall Be Released. La prima è
una delle highlights del disco, alla chitarra c’è un certo Jimmy
Page, all’epoca apprezzato session man oltre che componente dei mitici
Led Zeppelin, la sua presenza è fondamentale non solo per l’assolo
posto prima dell’ultimo verso, ma anche per il lavoro in duetto con l’organo
suonato da Mattew Fisher dei Procol Harum.
La voce di Joe è grandiosa come non mai. Indimenticabile.
I Shall Be Released è davvero in una resa meravigliosa, il lavoro
di organo di Stevie Winwood richiama l’arrangiamento di The Band, ciò
che colpisce al cuore è la voce di Joe Cocker, mai nessuna voce
come quella del Mad Dog è riuscita battere tali sentieri emozionali
nel riproporre cover dilaniane.
Indimenticabile è l’apporto del coro quasi gospel
tutto femminile sempre presente nelle sue canzoni giusto contrappunto alla
sua voce blues roca.
Il secondo album, Joe Cocker! del 1969, presenta ancora
una cover dilaniana, Dear Landlord, completamente stravolta rispetto all’originale
di JWH, viene rivisitata in chiave blues, con un accentrico lavoro di piano,
oltre che con un ottima performance vocale di Joe.
Nel 1970 fece storia Mad Dog And English Man, un bellissimo
live che presentava tra i vari brani un bella Girl From The North Country
di Bob Dylan in duetto tra Joe Cocker alla voce e Leon Russel
al piano e alla seconda voce; la performance è più
interessante dal punto di vista storico che qualitativo, entrambi entrano
con ritardo nel cantare il proprio verso, tuttavia il lavoro al piano di
Russel è eccezionale, non a caso Bob lo chiamò per le session
di Greatest Hits 2 (la parte di piano in Watching The River Flow è
indimenticabile, ndr).
Stingray del 1976 presenta altre due cover, Catfish,
pezzo escluso da Desire, e The Man In Me. Entrambi i pezzi sono buoni,
soprattutto il primo riarrangiato come fosse un vecchio blues per
piano e voce, ma non hanno lo spessore per entrare nelle cover migliori
di Joe.
Bellissima è invece la sua personale rilettura
di Watching The River Flow incisa in Luxury You Can Afford del 1978, molto
vicina all’arrangiamento di Dylan, e notevole è l’apporto di Leon
Russel al piano, rientrato nell’enturage di Cocker dopo un assenza di qualche
anno. Su un bootleg del 1981 c’è una versione di questa canzone
con Santana alla chitarra, è decisamente superiore a quella del
disco quanto a musica, ma la voce affronta in quel periodo uno dei tempi
peggiori, droghe e alcool l’hanno resa troppo ruvida e sempre meno affascinante.
Nel 1982, Joe pesca ancora una volta dai brani di Bob
e ancora una volta dal periodo 1975-1976, questa volta è il momento
di Seven Days, bella versione ma quella originale di Bob Dylan è
inarrivabile, forse solo quelle del Neverending del 1996 possono reggere
il confronto. L’ultima rilettura dilaniana della sua discografia è
Dignity, outtake di Oh Mercy, presente su Organic del 1996, il tutto è
davvero sorprendente anche come arrangiamento, Joe ha recuperato la voce
di un tempo e la band gira bene, peccato che il pezzo duri 3 minuti e mezzo,
e la metà delle strofe siano state tagliate… Un delitto vero e proprio.
Jimi Hendrix
Altro personaggio della Woodstock Generation è
Jimi Hendrix che purtroppo fa parte della schiera dei non sopravvissuti.
Resta tuttavia nella storia come una delle grandi icone rock degli
anni '60.
La chitarra di Hendrix apri` nuove porte alla sperimentazione
sullo strumento musicale. La sua lezione sarebbe stata applicata non solo
alla chitarra ma anche alle tastiere, a qualunque strumento guidi la melodia
nella musica rock. Il caso di Hendrix come chitarrista e` unico nella storia
della musica moderna: Hendrix e` sistematicamente in testa a tutti i "poll"
di critici del mondo, persino di quelli del jazz.
La sua statura come chitarrista e` paragonabile a quella
di Beethoven come sinfonista.
Il suo stile alla chitarra nacque da tre esperienze fondamentali
(tutte al di fuori della chitarra rock di Chuck Berry): il rhythm and blues
di Chicago (Muddy Waters, Elmore James), il soul di Memphis e l'improvvisazione
del chitarrista jazz Charlie Christian.
Per quanto Hendrix citasse sia il bluesman Robert Johnson
sia Chuck Berry come influenze, e` difficile avvertirle nella sua musica.
Hendrix fu davvero un grande, straordinario chitarrista, forse il primo
grande allo strumento nell'intera storia della musica, certo quello che
ne ridefini` il suono.
Dal punto di vista strettamente tecnico il suo merito
fu quello di aprire nuovi orizzonti alla chitarra elettrica, lo strumento
per eccellenza della musica rock. Mancino ed analfabeta, virtuosismo e
sperimentazione trovarono in lui il massimo interprete. Nel suo estremismo
musicale confluirono elettrificazione, amplificazione e improvvisazione,
blues, jazz e rock.
La sua tecnica arrivo` ovunque, sfrutto` tutti gli effetti
sonori (distorsioni, delay, wah-wah), capace di espandere il suono lungo
scale inesplorate. Tutta la mimica della mano, del braccio, persino della
bocca, divennero funzionali al far emettere suoni alla chitarra, per piegare
le note sotto le torture piu` sadiche agli effetti piu` repellenti (suono`
con l'intero palmo della mano, con i denti, con il gomito, persino con
l'asta del microfono). Tutta la tecnologia dello strumento (dal finger-picking
al wah-wah, dal plettro ai pedali, dal feedback all'effetto Larsen, dai
controlli di tono ai distorsori) divenne una scienza istintiva della timbrica.
Cosi` cannibalizzata (e al termine dello show bruciata,
condannata al rogo), la sua "sperm-guitar" dava la misura dell'eccesso,
quell'eccesso, non come mezzo ma come fine, che "era" la sua arte. Hendrix
"invento'" la chitarra elettrica, ne esalto` le potenzialita` tonali e
timbriche, usandola in tutti i modi possibili. Con lui la chitarra diventava
un'orchestra, una macchina del suono con una gamma pressoche' infinita
di possibilita`, fino al limite della parodia della voce umana. L'improvvisazione
partiva dalla scala blues, ma il tema era lasciato libero di espandersi
pressoche' all'infinito.
Con Hendrix la chitarra acquistava addirittura una psicologia.
Il suo magistero piu` alto sta forse nell'inventiva fluente dei suoi assoli
e della sua ritmica: esplorare ogni angolo del suono, far vibrare le corde
della creativita` in ogni recesso sperduto dell'universo sonoro. Potenziando
cosi` le capacita` dialettiche dello strumento, materializzava un ego interiore
incontrollabile, i cui deliri si esprimono con una grammatica irrazionale
al massimo grado.
Ma Hendrix fu soprattutto il re delle adunate oceaniche.
Il giovane che aveva bisogno di esorcizzare in qualche modo la civilta'
della macchina si identificava nel suo virtuosismo, nella sua padronanza
dello strumento, nella sua capacita` di dominare la macchina: Hendrix rappresentava
per lui il mito del liberatore, quel tipo di super-uomo che lo sotto-cultura
del cinema e dei fumetti stava tramutando in super-eroe. Culto della violenza,
della virilita`, della volonta` di potenza: l'eccitazione della massa "costa"
al duce l'adesione a filosofie titaniche e nichiliste che condannano automaticamente
all'auto-annichilimento.
E` un gesto eroico, il sacrificio volontario dell'officiante,
secondo un rituale di purificazione ancestrale e in particolare cristiano.
La sua carriera si divide in due periodi: uno in cui
continua a crescere la sua padronanza dello strumento e Hendrix scopre
di giorno in giorno le potenzialita' espressive della chitarra; e uno in
cui ha ormai bruciato velocemente tutte le proprie scoperte e non sa piu`
cosa fare per colpire, sorprendere, scandalizzare. La maggior parte della
sua musica e` da buttare, molto del rimanente e` appena discreto. Soltanto
il primo album e` vera gloria, forse perche' a quel tempo l'istinto brado
di Hendrix non era ancora frastornato e annacquato dal battage pubblicitario
e mondano. In seguito, cercando vanamente e con patetica ostinazione di
imitare se stesso, seppe essere insopportabilmente accademico e sovente
stucchevole.
Il suo album più famoso è Electric Ladyland
che contiene l’allucinata “All along the watchtower”, che è con
buona probabilità la miglior cover dylaniana di sempre, notevolissimo
è il suo lavoro alla chitarra, che sarà ripreso in gran parte
nelle recenti versioni live anche dallo stesso Bob Dylan.
Basta vedere il video di questa canzone più volte
trasmesso da una nota trasmissione musicale Rai sui canali satellitari;
Jimi dal vivo era un esperienza unica, estende il ruolo della chitarra
che essa aveva nel blues, ne fece qualcosa di piu` di uno strumento: un
simbolo fallico (simulazioni di amplesso), un urlo di guerra (riti di auto-distruzione),
la voce selvaggia delle sensazioni estreme (sensualita` primitiva), uno
strumento di rivincita sulla negritudine, un animale ora domestico ora
selvatico, un compagno di danza, un amico dotato di pensiero, sentimento
e parola, un'appendice al corpo e alla mente.
Alla fine di ogni show dava sfogo a un rituale sado-maso
di masturbazione e distruzione dello strumento (ovvero di se stesso). Hendrix
elevò quello strumento a simbolo totemico per un'intera generazione
e in quest’atmosfera irruenta e provocatoria fa senza dubbio un certo effetto
sentirlo cantare una canzone tratta direttamente dalla Bibbia, un contrasto
forte e senza dubbio di estremo impatto emotivo.
Dalle session alla BBC del 1967 proviene una bella versione
dell’inedito dilaniano Can You Please Crawl Out Your Window?; durante quelle
giornate negli studi inglesi provò diverse cover, questa forse è
la migliore al pari di Day tripper e Sunshine of your love, tuttavia
risente del fatto che è solo una prova di studio, se fosse stato
sviluppato il discorso anche per una successiva pubblicazione, sarebbestato
un vero gioiello.
Altro classico dilaniano tratto da JWH provato in versione
elettrica a differenza dell’originale acustico, è Drifter’s Escape,
riproposto anche da Bob in versioni elettriche sempre diverse, nella versione
Hendrixiana l’arrangiamento è di forte impatto, fa un certo effetto
sentire questo brano cantato e suonato magistralmente da Jimi, è
l’ennesima prova di quanto le canzoni di JWH siano sì suonate acustiche
nel disco ma trovino vita parallela nelle rivisitazioni elettriche.
Sempre nel 1967, a Monterey Jimi eseguì una curiosa
versione molto blues di Like A Rolling Stone, tuttavia è un po’
troppo rallentata rispetto e rispetto all’originale perde di quell’ irruenza
insita nel DNA del brano.
Eric Clapton
In quegli anni c’erano vari guitar heroes, oltre ad Hendrix
che ne era il re assoluto: un nome su tutti è senza dubbio Eric
Clapton, da sempre amico di Bob, è stato interprete di alcune composizioni
di Dylan, nonchè membro fondatore di gruppi di successo quali Yardbirds,
Cream, Derek e Dominos e Blind Faith ed eccellente blues-man.
Neglianni 70 è forte l’influsso di Bob Dylan nel
suo stile e di quel periodo sono le sue cover dilaniane principali.
Nel 1975, una delle più grandi attrazioni discografiche
fu la pubblicazione su 45 giri di Knockin’ On Heaven’s Door in versione
reggae registrata da Clapton e dalla stessa band che lo aveva accompagnato
in studio nel bellissimo 461 Ocean Boulevard.
Il reggae pervade al 50 per 100 questo disco, e la stessa
Knockin On Heaven’s Door ne prende tutte le influenze; splendida è
la base ritmica, così come il riff di chitarra, davvero memorabile.
Bob applicherà pochi anni più tardi nel
1978 la stessa tecnica di riarrangiamento facendo un memorabile lavoro
in chiave reggae con Don’t Think Twice It’s All Right.
Lo stesso Eric prese parte alle session di Desire, ma
abbandonò presto lo studio, perché c’era troppo caos, erano
presenti troppi musicisti, ma nessuno li dirigeva. Dylan stava cercando
di fare musica in un modo nuovo, cercava un nuovo sound e non riusciva
a trovare la sua dimensione con tutta quella gente attorno, così
Eric decise di abbandonare lo studio, tuttavia in Romance In Durango è
presente la sua chitarra. Nel successivo album “No Reason To Cry” è
presente una bella canzone a firma Dylan, proveniente dalle session di
Desire, Sign Language, retta da un cantato a due voci quasi ossessionante.
Eric ricorda che Bob Dylan in quel periodo era più
stravagante che mai. “Non poteva ridursi a fare una canzone in un solo
modo, e perciò di quella canzone ne furono eseguite tre diverse
take durante le session; pensai io ‘fanculo sarò sciolto come lui”.
In quel periodo cercando di sfuggire alla comune convinzione di essere
un dio della chitarra, Clapton si concentrò nel cantare e nel suonare
la chitarra acustica o quella Dobro, ne sono esempio proprio le session
di No Reason To Cry, dove lasciava spesso spazio per gli assolo ai suoi
amici, nella fattispecie The Band e Wood.
Curiosa fu la festa di compleanno di Eric, tenuta negli
studi di registrazione, i tape registrati sono rintracciabili nel simpatico
bootleg Eric Clapton Birthday, e ci dimostrano come queste session furono
molto trafficate.
Ascoltando il boot si sente Van Morrison che canta “Stormy
Monday”, Billy Preston che imita Ray Charles e The Band che suona un blues
ubriaco condotto da un allegro Rick Danko, oltre alle già citate
take di Sing Language. Tutti insieme improvvisarono una breve canzoncina
dal titolo Eric Clapton’s Birthday.
Altri avvenimenti di rilievo furono Dylan e compagni
che cantarono fino alle prime luci dell’alba canzoni dei Beatles. Uno di
questi pezzi fu Last Night pubblicata come bonus nella versione Cd di No
Reason To Cry. No Reason To Cry fu un buon successo, raggiunse subito
la top 20 americana e la top 10 inglese. Le influenze esercitate da Bob
e compagni avevano aiutato Eric a raggiungere ancora una volta il successo.
L’album è considerato ancora oggi un lavoro praticamente perfetto.
Al culmine del tour di supporto a No Reason To Cry Eric partecipò
a Last-Waltz, dove praticamente erano presenti tutti quelli che erano in
qualche modo legati alla mitica Band.
Altro episodio importante della vita artistica di Eric
è stato sicuramente l’album Blackless del 1978. Dopo i successi
di No Reason To Cry e Slowhand la band di Eric si sciolse e i superstiti
fecero una piccola tournèe come supporto di Bob Dylan, con un’apparizione
importante al Blackbushe Aerodrome, prima di tornare a Londra per incidere
il seguito di Slowhand. Durante il tour Bob diede casualmente a Eric due
pezzi da incidere. ”Mi porse questa cassetta con If I Don’t Be There By
Morning e Walk Out In The Rain. Fu presto chiaro che Bob sapeva esattamente
quello che succedeva intorno a lui, dovevi focalizzare tutta l’attenzione
su di lui e se non lo facevi lui lo sapeva e si girava lanciando occhiate
che ti pugnalavano".
Nelle session vennero incisi i due pezzi di Bob e ne
vennero fuori due rock-blues di alta scuola, la voce di Eric e la sua chitarra
dominano la scena in modo totalizzante.
Di If I Don’t Be There By Morning è memorabile
la versione Live registrata al Budokan nell’anno successivo e contenuta
in Just One Night, oltre a Eric alla seconda chitarra c’è un altro
guitar hero Albert Lee, quella che ne nasce è una performance strepitosa
e coinvolgente al limite di ogni immaginazione.
Nel 1992 prese parte al Concerto che rendeva omaggio
ai trent’anni di carriera di Bob Dylan al Madison Square Garden dove nel
corso di un'esibizione fenomenale presentò una versione molto blues
di Don’t Think Twice It’s All Right, e un'altra versione sempre molto blues
di Love Minus Zero/No Limit, quest’ultima è purtroppo rintracciabile
solo su bootleg.
Prese parte inoltre alle versioni comunitarie di My Back
Pages (Con Mc Guinn, Neil Young, Tom Petty, Geroge Harrison e Dylan) e
a Knockin’ On Heaven’s Door (con il coro di tutti i partecipanti al tributo),
dove nel caos del finale il suono della sua chitarra sovrasta tutte le
altre per melodia e pulizia di suono.
Johnny Winter
La figura più stravagante del blues revival degli
anni '70 fu Johnny Winter, chitarrista acrobatico i cui album proponevano
il solito materiale riciclato dagli anni '50 ma all'insegna della sua virtuosistica
pirotecnica.
La sua immagine di redneck hippie venne imposta con uno
dei piu` eclatanti (e grotteschi) battage pubblicitari dell'epoca. In realta`
Winter era stato un punk ante-litteram che aveva suonato per anni uno scatenato
garage-rock nelle sale da concerto di periferia. La sua carriera
ufficiale si aprì invece con Johnny Winter del 1969, contenente
Dallas, e culmino` con il doppio Second Winter del 1970, che conteneva
un meraviglioso rifacimento di Highway 61 Revisited di Bob Dylan, memorabile
è il suo “Gooooood Said….”e i lancinanti riff di chitarra.
Winter conobbe una vita di eccessi e, dopo essersi disintossicato,
si trasformò in energetico rocker con l'album Still Alive And Well
del 1973, che annovera oltre alle bellissime Still Alive And Well e Too
Much Seconal, uno strepitoso rifacimento di From A Buick 6.
Nel 1976, mentre Bob era nel pieno dei fasti della Rolling
Thunder, Johnny pubblicò lo strepitoso Captured Live che conteneva
una long version di ben 10 minuti della “sua” Highway 61, questa versione
è sicuramente quella definitiva, la chitarra è ancora più
in evidenza della versione in studio così come tutta la sua band
è al massimo della forma, con una sezione ritmica strepitosa.
La sua voce è un po’ arrochita dagli eccessi a
cui era stata sottoposta, il suo stile canoro si avvicina molto a quello
dilaniano.
Raisin' Cain del 1980, presenta invece una buona versione
quasi hard-blues di Like A Rolling Stone, tutto sommato è passabile,
ma ormai il buon Winter è sulla via della pensione. L’esempio del
rifacimento di Highway 61 di Winter è fondamentale secondo me quanto
quello di Hendrix per All Along The Watchtower, infatti entrambi hanno
creato una versione definitiva, hanno cristallizzato nella storia la canzone.
Da notare è anche che un arrangiamento simile
a quello proposto da Johnny è stato usato da Bob nel 1994, basta
ascoltare la versione quasi hard-blues di Highway 61 contenuta nella live
compilation di Woodstock. Tuttavia anche Winter ha mutuato qualcosa
da Dylan, come già detto il vizio di mangiucchiarsi le parole l’ha
preso anche lui come del resto dimostra la sua esibizione del 1992 al concerto
tributo a Bob Dylan quando con la sua cover più famosa, Highway
61 appunto, sfoderò una eccezionale performance quanto ad energia
e a immenso valore musicale, ma si può chiaramente sentire come
il cantato sia completamente fuori fase!! God Bless Johnny, ne hai bisogno!
I Grateful Dead, Jerry Garcia e le Jam-Band
I Grateful Dead, da molti considerati il massimo complesso
di musica rock di tutti i tempi, furono un monumento della civiltà
hippie di San Francisco e, in generale, un monumento della civiltà
psichedelica degli anni '60.
La loro massima invenzione fu il lungo brano di improvvisazione
di gruppo, l'equivalente rock della jam del jazz. A differenza del jazz,
in cui la jam sublimava l'angoscia del popolo afroamericano, la jam dei
Grateful Dead costituiva la colonna sonora dell'LSD. La loro forma espressiva
era il concerto, agli inizi erano grandi feste libere, in cui il biglietto
d'ingresso (quando c'era) pagava soltanto i costi del locale. Anche in
seguito i Grateful Dead avrebbero sempre preferito esprimersi dal vivo
piuttosto che codificare su vinile le loro "canzoni". In tal senso non
esiste una versione definitiva dei loro brani, esistono soltanto versioni
su disco e versioni che non finirono su disco.
In tal senso i Grateful Dead rivoluzionarono il concetto
di musica rock cosi` come il jazz aveva rivoluzionato, in generale, il
concetto europeo di musica con l'idea che la musica potesse essere improvvisata.
Le loro jam a tema libero in realta` nascevano dall'incontro fra due filosofie
profondamente americane, quella individualista e libertaria della frontiera
e quella comunitaria e spirituale dei quaccheri, esprimevano in realtà
meglio di qualunque altro fenomeno musicale dell'epoca l'essenza della
nazione americana, e forse proprio per tale ragione "risuonarono" cosi`
efficacemente nell'animo di migliaia di giovani.
Fabbricavano una musica per intellettuali che reinterpretava
il "trip" lisergico come fuga catartica dalla realta` quotidiana e liberazione
dalle nevrosi urbane. In pratica, la loro fu un'indagine psicologica sulla
relazione fra gli stati alterati della mente (le allucinazioni psichedeliche)
e gli stati alterati della psiche (le nevrosi della societa` industriale).
Ci riuscirono anche perche' un giorno si accorsero di essere diventati
buoni musicisti di blues, country e perfino jazz, e non soltanto abili
architetti di colonne sonore per "trip" psichedelici.
Naturalmente quella transizione venne vista come un mezzo
tradimento dai fans piu` hardcore, che nei Dead avevano visto soprattutto
i cantori di un grande caos sonoro. All'inizio i Grateful Dead erano gli
apostoli dell'orgia, dell'orgasmo collettivo, degli happening psichedelici.
L'acido lisergico era la loro religione. I Dead facevano parte di una famiglia
di centinaia di persone, per lo piu` artisti, che si mantenevano con i
proventi di tutti, e che vivevano ai margini dell'Estabilishment, rifiutandone
le leggi di mercato, erano pertanto l'immagine piu` decadente e dionisiaca
dell'acid-rock, ma anche il simbolo della vita comunitaria.
I Grateful Dead vivevano dentro la contro-cultura di
San Francisco. Nel corso degli anni la loro fama è aumentata a dismisura,
tant’è che vantano un vero e proprio popolo di fan, I Deadheads,
che seguivano passo passo la band, di concerto in concerto, raccogliendo
registrazioni degli show e nutrendo verso questa magnifica band una vera
e propria adorazione.
Nel corso della loro lunghissima carriera, hanno sviluppato
moltissimo la visione della cover-jam, non è un caso che nei concerti
dei Dead, ci si imbattesse in più di una cover.
Verso gli inizi deglianni settanta cominciarono a proporre
dal vivo, con alterne fortune, pezzi di Bob. Innumerevoli sono i
bootleg che contengono queste cover ma per semplicità ci rifaremo
a questa raccolta, di recente pubblicazione dal titolo, Postcards From
The Hanging, che raccoglie il meglio delle cover dilaniane. Era difficile
scommettere su questa antologia dylaniana dagli archivi Dead, dato che
Dylan & Dead, live che vedeva i Dead a fianco di Bob dal vivo, era
stato un mezzo disastro.
I Dead stavano gustando i fasti del bellissimo In The
Dark; Dylan invece faceva taglia, cuci, e incolla con Knocked Out
Loaded e Down The Groove. Progettarono per mesi quell'incontro, e vinte
le titubanze di Bob si riunirono in quel di St.Raphael dove provarono un
centinaio di canzoni, per buona parte contenute nel bootleg The French
Girl, ma sul palco la musica era stata tutta diversa, Bob spesso era ubriaco,
ma ciò che è peggio sembrava totalmente fuori posto, anche
la band di Jerry Garcia sembra risentirne pesantemente, tuttavia non è
tutto da buttare in quel disco; restano pesanti come macigni il latrati
che Dylan emette in Joey, alla fine il risultato furono sei concerti a
tratti buoni ed un live con sette brani sette, che peraltro non raccoglieva
nemmeno il meglio di quelle date.
Il disco fu fortemente voluto da Jerry Garcia, tuttavia
se si fossero scelte performance migliori e il disco non fosse stato ridotto
alle poche canzoni presenti, a quest’ora staremmo parlando sicuramente
di un disco diverso.
Come detto Dylan & Dead fu un piccolo disastro di
cui noi fans di Bob e dei Dead un po’ ci vergognamo ancora oggi. Eloquente
è la foto di gruppo presente nel booklet del disco dove Garcia guarda
Dylan con aria perplessa mentre Bobby sembra pensare “Anche questo abbiamo
fatto”.
Postcards From The Hanging, è un tentativo di
raccogliere le migliori cover dilaniane dei Dead. Non sempre il risultato
è positivo. Il disco si snoda lungo un percorso non cronologico
ma che segue un ideale idea di concerto per Bob. Sono presenti ben 11 canzoni
dylaniane più altre due contenute in un bonus
disc, interpretate dai Dead lungo gli anni, specie gli Ottanta. Il problema
dei Greatful Dead per quello che riguarda le loro cover dylaniane è
che cercano di incastrare il genio di Dylan nel loro stravagante
mondo fatto di vecchi inni rurali, di sballi lisergici, canzoni anni Venti,
Chicago blues e rock and roll originale. La loro genialità la si
apprezza in altri ambiti non in questo. Certo il risultato è onestissimo,
anzi al di sopra delle mie aspettative, ma a lungo andare risultano noiosi.
I Dead o li si ama o li si odia, è per questo
che non sono mai riuscito a sentire un disco dei Dead per più di
venti minuti consecutivi, le loro performance tendono ad irritare, anche
se sono l’apice della genialità rock. I Dead, affidandosi soprattutto
ai buoni ricordi di gioventù recuperano molti brani dal periodo
d'oro di BIABH e Highway 61 ma si spingono anche più avanti, con
When I Paint My Masterpiece. Queste cover dylaniane naufragano per l'interpretazione
vocale. I Dead cantano male, spesso stonano, o perlomeno storpiano tutto,
sono sfuggenti. Mancano totalmente di pathos, fondamentale secondo me per
rendere l’idea base di una canzone di Bob. In Ballad Of A Thin Man fanno
un bel lavoro; al contrario in It's All Over Now Baby Blue disastrano
completamente, All Along The Watchtower sembra buona ma è
solo un impressione da primo ascolto, è proprio fuori. I brani presenti
nel bonus disc migliorano un po’ il prodotto, infatti sia Queen Jane che
Quinn The Eskimo sembrano abbastanza convincenti.
In generale però musicalmente parlando, siamo
di fronte ad una band che come detto ha fatto la storia del rock quindi
non oso criticare i loro arrangiamenti e la loro genialità non per
atto di fede alla musica quanto per reale forza musicale presente in questi
brani. In quasi tutti i pezzi suona la formazione classica di Garcia, Weir,
Lesh, Mydland, Kreutzmann e Hart, dal 1981 al 1990.
Fanno eccezione Man Of Peace, tratta dalle prove a St.Raphael,
con l'aggiunta di Sua Bobbità in persona alla voce, e It Takes A
Lot To Laugh, che è un curioso reperto dagli show del 1973 con Keith
Godchaux al piano e Dickey Betts/Butch Trucks degli Allman come ospiti
d'onore.
Uno dei brani più interessanti, fra l'altro: un
country rock molto rilassato, very easy, scivolando piano nelle praterie
dell'american music. L’handicap di questo disco credo sia tutto nelle
versioni tratte dagli anni '80, infatti a pensarci bene quelle che si salvano
su tutte sono le versioni tratte dai concerti degli anni '70.
Tuttavia il disco credo sia paradigma della loro attività
live per quanto riguarda le cover dilaniane, mi inchino sicuramente alla
loro genialità (indimenticabili sono per me Friend Of The Devil,
Truckin’, Alabama Getaway), ma come ho già detto la loro arte non
la desumiamo nè da questo disco nè da come interpretano Bob.
Tuttavia non bisogna sottovalutare il rapporto stretto che intercorre tra
loro e Bob. Dylan, infatti negli ultimi anni ha mutuato dai Dead
le jam strumentali a fine canzone, e ha ripreso per certi versi proprio
la loro capacità di dilatare i brani per vari minuti, tuttavia non
ha raggiunto certe esagerazioni dei Dead.
Jerry e compagni diedero a Bob un impulso notevole alla
riscoperta dei suoi classici, da lui stesso dimenticati nei meandri della
sua discografia, ma soprattutto hanno rivitalizzato la mentalità
dimenticata del recupero storico dei vecchi brani folk.
Discorso completamente differente riguarda la produzione
di cover dilaniane di Jerry Garcia da solista o con la sua Band, sono tutte
su altissimi livelli, l'accompagnamento strumentale è strepitoso
come del resto anche per i Dead, infioretta i brani con deliziosi ricami
di chitarra e li leviga con chiari ritmi delicati. La prima versione che
mi ha stupito in termini temporali è sicuramente una stupenda When
I Paint My Masterpiece tratta da un suo concerto a Hampstead del 29 febbraio
1980, è davvero bellissima, giocata su ritmica country, viene esaltata
in modo assoluto dal tocco chitarristico di Jerry, anche la sua voce mi
sembra viaggi su buoni livelli.
Del 1982 è invece il suo album solista Run For
The Roses, che conteneva Knockin’ On Heaven’s Door; su questa canzone in
tutte le sue interpretazioni, sia con i Dead che da solo, ho numerose riserve,
non fosse altro perché mi sembra sempre suonata troppo svogliatamente,
la versione che più mi infastidisce è quella con il grande
David Grismann sui Pizza Tape pubblicati nel 2000, postumi.
Il disco hot di Jerry è Jerry Garcia Band del
1991, che raccoglie performance live; sono presenti bellissime versioni
di I Shall be Released, Tangled Up In Blue, Simple Twist Of Fate e Senor.
Tutte sono caratterizzate da immenso lirismo musicale dilatato in assoli
splendidi di acustica. Sicuramente le perle sono Simple Twist Of Fate,
con un assolo da antologia e Tangled Up In Blue, quasi sussurrata. Davvero
strepitoso, molto meglio che con i Dead.
Un altro componente dei Dead Bob Weir si è cimentato
dal vivo con i classici di Bob, nel 1986 al fianco di King Fish e Peter
Yarrow, eseguì una bella versione di Blowin’ In The Wind e dello
stesso anno è anche una buona rilettura di Desolation Row.
Nel corso del concerto al fianco di Rob Wesserman del
26 gennaio del 1991 eseguì due belle versioni di Maggie’s Farm e
When I Paint My Masterpiece, tutto sommato sono solo due episodi ma sono
davvero interessanti.
Sulla scia dei Dead si posizionano le moderne Jam Band
come Gov’t Mule, Tragically Hip e String Cheese Incident. I Gov’t
Mule hanno spesso eseguito dal vivo una splendida versione di I Shall Be
Released, questo brano di Bob si inserisce perfettamente nel contesto dalla
loro musica basata proprio sul riproporre classici storici dal vivo, sull’esempio
dei più famosi Phish. La loro versione di I Shall be Released è
davvero molto bella, di moderata elettricità si stende dilatata
ben oltre i 10 minuti, offrendo così spunti ai membri di questa
band di duettare con le chitarre quasi facendo gara all’ultimo assolo.
Dei Tragically Hip, mi piace ricordare una stupenda versione elettricissima
di Seven Days. La loro versione si pone sulla scia della strepitosa interpretazione
di Ron Wood, ma ha una marcia in più e si sente una vibrante forza
di base, una compattezza della sezione ritmica fuori dal comune e poi il
cantante è a dir poco eccezionale in questa performance.
I String Cheese Incident, ricalcano il percorso country
dei Dead, da loro hanno rubato i trucchi del mestiere ma ora dopo la pausa
dei Phish credo che nel lotto delle Jam-Band siano i leader assoluti. Sicuramente
da ricordare è l’eccentrica versione di Just Like Tom Thumb’s Blues,
che presenta vari intelligenti modifiche nel testo, non è una parodia
nè altro, semplicemente hanno magistralmente saputo adattare la
canzone al massimo delle loro esigenze; simpatica è la sostituzione
di New York City con il Colorado. La strumentazione presente in questa
canzone è semi elettrica, tutto si fonde in un'ottima interpretazione,
nota dolente è la voce un po’ troppo bassa. Comunque grandissimi.
Tom Petty
Personaggio di una moralita` esemplare, legato a valori
tradizionali di onesta`, correttezza e fedelta`, Tom Petty ha espresso
nella sua musica la sua tormentata co-esistenza con una civilta` che quei
valori li dissacra tutti i giorni in televisione, al cinema e a Wall Street.
Tom Petty e` sempre sembrato adulto, anche quando aveva
poco piu` di vent'anni. Petty fece gavetta alla corte del veterano Leon
Russell, prima di stabilirsi a Hollywood nel 1974 e formare gli Heartbreakers.
Ultimo grande rocker proletario, Petty erige impeccabili strutture formali
per esprimere quella maschia nostalgia che e` uno dei sentimenti piu` cari
al popolo statunitense.
Tom Petty sfrutta fino in fondo cliche' di provata presa
sul pubblico: il lamento nasale alla McGuinn/Dylan, le chitarre scampanellanti
alla Byrds, le storie affrante di anti-eroi perdenti e solitari; ma lo
fa con sincerita`, in sintonia con il personale travaglio psicologico,
che da un lato presenta incontenibili slanci idealisti e populisti e dall'altro
lo incupisce in una sorta di quieta disperazione.
I successi non sono mai mancati nel suo far rock quasi
mainstream, anche quando la vena sembrava inaridita. E anzi la popolarità
è stata sempre in crescendo, anche per effetto dell'alleanza con
Dylan, di cui Petty aveva sempre imitato il canto nasale e l'arrangiamento
folk-blues-rock. Storico secondo me il primo tributo di Petty all’arte
di Bob Dylan, il 5 giugno del 1985 a S.Francisco, Tom e i suoi Heartbreakers
suonarono una strepitosa versione di You Ain’t Goin’ Nowhere, che ricalcava
sì l’andamento country-rock della versione dei Byrds, ma acquisiva
in questa performance live una forza trascinante senza eguali.
Importantissimo è poi il True Confession Tour
del 1986 in cui fa da spalla a Bob con i suoi Heartbreakers, imperdibile
è il video Hard To Handle relativo a quella magnifica serie di concerti.
Dopo il tour Dylan entrò in studio con gli Hartbreakers di Tom Petty
e di quelle session sono due brani: l'apocalittica e cinica Jamming
Me, incisa poi da Petty in Let Me Up del 1987 che lo riportò ancora
una volta in classifica grazie anche al riff base della canzone che sa
molto di Rolling Stones, e Got My Mind Made Up, poi incisa anche da loro
con risultati superiori alla versione di Dylan presente in Knocked Out
Loaded.
Tom fu al fianco di Bob anche per alcuni concerti del
1987e poi nell’avventura del supergruppo dei Traveling Wilburys. Nel 1992
Petty prese parte al tributo a Bob Dylan, con due canzoni, una bellissima
e trascinante versione di Rainy Day Woman e una sentitissima e intensa
License To Kill.
Neil Young
Neil Young è un eccezionale cantautore, rappresenta
egregiamente la continuità tra il rock nato negli anni '60 e quello
contemporaneo. La sua carriera al pari di quella di Bob Dylan si snoda
attraverso varie fasi. La prima fu caratterizzata dalla sua presenza nei
mitici Buffalo Springfield; dopo lo scioglimento di questa band, segui
una prima parentesi solista; con De-ja vù si apre invece la parentesi
caratterizzata dalla fortunatissima collaborazione con Crosby, Stills e
Nash, memorabile è il loro live 4 Way Street; dopo una seconda parentesi
solista dove troviamo album come Harvest e Zuma riforma una band che lo
aveva accompagnato già nel primo disco solista i Crazy Horse.
Storico è il loro disco Rust Never Sleeps; negli
ultimi anni si è dedicato all’attività solistica, non disdegnando
reunion sia con i Crazy Horse che con CSN.
Anche il buon vecchio Neil deve parte del suo successo
alla musica di Bob, non per aver scalato le vette del successo con le sue
canzoni ma quanto per aver imparato benissimo il mestiere dal menestrello
di Duluth, spesso si potrebbe dire che l’allievo ha superato il maestro.
Lo stesso Dylan sentendo Harvest alla radio disse che
era lui quello che cantava anche se quella canzone non era sua! Insomma
immaginate, Bob quasi geloso del buon vecchio Neil. Tuttavia Neil non ha
mai mancato un'occasione per tributare a Bob la sua incondizionata stima,
basti pensare che nel fortunatisimo tour del 1991, uno dei più importanti
e riusciti del canadese con il suo gruppo storico, suonò spesso
Blowin’ In The Wind, non disdegnando nei check-sound di far sferragliare
la sua chitarra su qualche altro pezzo di Bob. Nel live doppio Weld che
documenta questo magnifico tour, è presente proprio Blowin’ In The
Wind che nell’interpretazione di Neil si arricchisce di forza, la sua voce
evoca lo spirito recondito di questa canzone, e la chitarra ne sottolinea
i passaggi chiave, splendidi sono gli assoli di armonica.
Nel 1992 organizzò lui stesso la grande celebrazione
per il trentennale della carriera di Bob Dylan in cui interpreta due superlative
ed infuocatissime cover di Just Like Tom Thumb's Blues e All Along The
Watchtower, di quest’ ultima è presente una bellissima versione
live in duetto con la Hynde anche in Road rock Vol.1.
Nelle mie recenti nottate passate a scrivere e a scaricare
musica ho trovato anche una bella versione, credo in duetto con Tom Petty,
di Everything is Broken del 1990; è davvero affascinante, è
penalizzata un po’ dalla registrazione live ma è davvero da ascoltare
assolutamente. Neil suona il piano e Petty canta come seconda voce, nel
suo insieme è a dir poco travolgente.
Chrissie Hynde e i Pretenders
Chrissie Hynde , cantante e chitarrista vagabonda che
da un decennio attraversava le carriere delle star del rock cercando invano
fortuna ora nella patria Cleveland ora in Australia e in Francia, si stabilì
a Londra sotto l'ala protettiva di Nick Lowe nel 1979.
Lanciata dalla canzoncina Kid, si affermò come
compositrice erudita, cantante maschia e leader di un complesso grintoso.
Nelle sue canzoni si trovano soul-rock vibranti e sfrontati, parlati, sibilati
e gridati più che cantati, fino alle ballate folk-pop. Lontana anni
luce tanto dallo stile messianico di Patti Smith quanto dal folk introverso
di Joni Mitchell, la Hynde e` la prima donna adulta ed emancipata della
generazione post-hippy ad imporre la propria personalita` di donna adulta
ed emancipata, non quella di poetessa, intellettuale, groupie o altro.
Le sue canzoni esibiscono costrutti armonici sempre innovativi, che partono
dal rock and roll piu` classico ma lo deformano per strada con la sensibilita`
delle bar-band piu` sotto-proletarie.
Nel famoso Last Of The Indipendends, interpretò
una bella versione di Forever Young molto in linea con lo stile pop-rock
del disco che conteneva cose di più ampio successo come I’ll Stand
By You; tuttavia della stessa epoca è una strepitosa versione di
Property Of Jesus, eseguita dal vivo e aperta da una dedica a Bob. In questa
canzone Chrissie riesce a portarne in luce i suoi risvolti più grintosi,
è un brano assolutamente imperdibile, rintracciabile su qualche
boot dei Pretenders o scaricabile in rete. Chrissie partecipò alla
Bobfest del 1992 con una indimenticabile versione di I Shall Be Released,
da ascoltare è la sua voce che si amalgama perfettamente ad un arrangiamento
molto rock.
Elvis Costello
Elvis Costello (Dedan McManus) e` il massimo teorico del
kitsch. La mitologia kitsch, in auge in tempi di revival e di graffiti,
viene accuratamente catalogata e riprodotta dall'occhialuto sosia di Buddy
Holly, ma quella sintassi primitiva e corriva viene poi piegata a servire
le istanze sociali del periodo o sfoghi confessionali dell'artista. Elvis
Costello ha sempre dichiarato di stimare e di ammirare immensamente Bob.
Nel suo album Kojack Variety del 1996 rilegge in una bellissima versione
I Threw It All Away, Elvis è ispiratissimo, la sua voce sembra quella
di un crooner del duemila. Di Elvis Costello ci piace anche ricordare una
bellissima versione in duetto con Bob Dylan di I Shall Be Released, rintracciabile
nel Boot At Tramps del 1999.
Bryan Ferry
Bryan Ferry ha con i Roxy Music inventato un genere di
rock futurista che faceva leva su una strumentazione jazz-rock giocato
su melodie malinconiche e su ritmi ballabili, grazie al quale funsero da
importante trait d'union fra il progressive-rock e il punk-rock. Il sound
del complesso era il frutto delle spinte reazionarie e di quelle avanguardistiche
che riceveva in quel periodo la musica progressiva in piena crisi.
Il risultato finale fu un genere di canzone elegante
imperniato su una strumentazione densa ed eccentrica, su tastiere petulanti,
ritmi incalzanti, fiati aggressivi, canto manierato. Nell'insieme un atteggiamento
che sapeva produrre scorribande strumentali assai elaborate, ma sempre
nell'ottica di una musica "corporale", piu` vicina al "rave-up" che alla
suite psichedelica.
Dopo vari album di successo Ferry si è dedicato
alla carriera solistica, sin dall’inizio non ha mai mancato di interpretare
qualche classico dilaniano. Nel lontano 1972, nel bellissimo disco These
Foolish Things, pubblicò una strepitosa versione di Hard Rain, l’incedere
quasi rock-gospel di questa è indimenticabile, Ferry ne trae un
capolavoro di arte interpretativa, rivisitando in chiave elettrica un brano
del primo Dylan acustico, rendendolo fresco e dandogli una immensa fruibilità
da parte del grande pubblico. Dylan nella Rolling Thunder rifarà
il brano in chiave elettrica, credo ispirandosi a questa versione, tuttavia
la live version di Bob è priva dei lustrini tipicamente glam di
Ferry, e forse è un bene, a lungo andare potrebbero risultare pesanti.
Mediocre è invece la rilettura di It Ain’t Me
Babe presente in Another Time Another Place, la voce è sempre ottima
ma ciò che manca è la vena che aveva caratterizzato la versione
di Hard Rain. Nel 2002 Ferry ha pubblicato Frantic un disco bellissimo,
in cui sono presenti ben due cover di Bob. Per riprendere il filo con il
passato, Bryan, richiama in causa ancora Bob Dylan, come aveva fatto negli
anni settanta con la magniloquente cover di A Hard Rain’s A-Gonna Fall;
in Frantic infatti ritroviamo altre due perle del repertorio dilaniano,
It’s All Over Now Baby Blue e Don’t Think Twice It’s All Right.
Dice Bryan riguardo la scelta delle due cover Dilaniane
- Sono un grande fan di Dylan, e penso che sia un maestro nell’uso del
linguaggio, soprattutto nel suo primo periodo. Scrive testi molto poetici
ed emozionanti. I suoi primi album erano realizzati in modo molto semplice,
usando solo voce e chitarra, e questo lasciava molte strade aperte per
interpretare i suoi pezzi. “It’s all over now, baby blue” è stata
la prima canzone che abbiamo registrato e ha creato l’atmosfera giusta
per il resto delle session. L’abbiamo completata velocemente, in modo molto
spontaneo, e così è stato anche per “Don’t think twice, it’s
alright”. Di solito, quando riprendo brani di altri, tendo a rimodellarle,
ma “Don’t think twice” è fantastica e ci siamo limitati a sostituire
la chitarra con il piano, che dà un’atmosfera diversa alla canzone.
E’ semplice e diretta, inusuale per me, probabilmente è la mia preferita
del disco.
It’s all Over Now, Baby Blue, ricalca il sentiero battuto
con Hard Rain, la resa è tutta elettrica tutta puro rock n’ roll;
non c’è quel gusto grottesco del kitsch languido della decadenza,
la canzone se ne giova notevolmente. In Don’t Think Twice, il crooning
di Ferry si fa enfatico dilagando incontrollato, sul bellssimo tappeto
sonoro di un piano suonato in modo meraviglioso, suggestivo è poi
l’assolo di armonica alla fine del brano.
Howe Gelb
La saga di Howe Gelb (nativo della Pennsylvania) inizia
a Tucson, in Arizona, alla fine degli anni '70, quando e` alla testa dei
Giant Sandworms, con i quali incide il singolo An Evening At Wildcat House.
Il vero esordio discografico di Gelb fu Valley Of Rain del 1985, accreditato
ai Giant Sand. Guidando il movimento revisionista del Sud, Gelb trova nel
piglio psichedelico della chitarra il suo stile, ma si ispira piu` palesemente
al vecchio southern-rock e a Neil Young.
Tuttavia il disco fondamentale dei Giant Sand, Ballad
Of A Thin Line Man (Zippo, 1986), compie un prodigioso passo in avanti,
rivelando un sound davvero unico, influenzato in egual misura dai cantautori
decadenti tipo Lou Reed e Johnny Thunders, dal rock psichedelico
ma soprattutto da Bob Dylan. Il titolo del disco è ispirato da Ballad
Of A Thin Man di Bob e nello stesso disco per dimostrare la sua passione
per il Bardo di Duluth è presente una magnifica versione di All
Along The Watchtower, lontana dalla rivisitazione hendrixiana tuttavia
arricchita di fascino southern.
Gelb e` intanto coinvolto anche nella Band of Blacky
Ranchette, un combo con cui sfoga la sua passione per il country di Hank
Williams e Jimmie Rodgers.
Nel 1990, in Serve, incluse un'altra perla del repertorio
dilaniano, Every Grain Of Sand; questa volta sembra rifarsi al bluegrass,
ma ne sceglie solo i tratti minimali arricchiti da poderosi accenti southern,
ottima la sua performance vocale.
Jeff Buckley
Jeff Buckley nacque a Los Angeles, figlio del grande cantautore
Tim Buckley che pero` Jeff vide una volta sola (e verso cui conservera`
un astio irriducibile). Trasferitosi a New York, divenne presto celebre
nei folk club di Manhattan, grazie a un innegabile talento canoro, come
dimostra l' EP Life At Sin - è del 1993. Il talento compositivo
e` ancora latitante, come dimostra il fatto che soltanto una delle canzoni
e` sua. Le cover, oltretutto, lasciano a desiderare.
La casa discografica monto` una insistente campagna promozionale
per l'album Grace (Columbia, 1994), sul quale Buckley suona chitarra, harmonium,
organo e dulcimer ma e` anche accompagnato da un complesso di tutto riguardo
che conta Lucas, ex chitarrista di Capitan Beefheart.
Il suo e' un cocktail d'alta classe: rievocati i raga
sottovoce dei primi Pink Floyd in Dream Brother, Buckley recupera invece
lo spirito cupo, rabbioso, nevrotico di Neil Young in Eternal Life. L'equilibrio
piu' suggestivo fra quel barocco eclettismo e la sua intensa emotivita'
lo trova forse in solenni ballate come Lover, struggente come nell'accezione
di Bob Dylan, ma anche travagliate nel solco di Van Morrison. Anche Jeff
subì il fascino di Bob e nel periodo subito successivo al suo arrivo
a New York realizzò due bellissime cover di Dylan. La prima Mama
You’ve Been On My Mind, fa parte di quelle canzoni mai pubblicate su album
di Dylan ma notissime al grande pubblico, Jeff all’acustica fa un ottimo
lavoro, anche la registrazione che viene da un Home-Demo è ben fatta.
Ancora meglio fa nella seconda Farewell Angelina, più
famosa nella versione della Baez che in quella di Bob, Jeff ne recupera
lo spirito originario, il cantato è sublime e sicuramente di grande
effetto, anche questa canzone viene dagli Home Demo di quel periodo.
Molto strana è una versione telefonica di I Shall
Be Released, fu registrata poco tempo dopo la pubblicazione di Grace, durante
una session, Jeff riceve una telefonata, e canta al telefono con alcuni
amici che suonano dall’altro capo della cornetta. Ne nasce una versione
particolarissima, certo l’ascolto va fatto per mera curiosità, perché
si tratta più di un divertissment che di altro, tuttavia anche nello
scherzo Jeff dimostra di avere le doti per essere uno dei potenziali eredi
di Bob.
Il destino sembra pero` accomunarlo al padre piu` di
quanto lo faccia la musica: Jeff Buckley viene trovato nel 1997 a Memphis,
morto annegato.
Gran parte del materiale di questo
articolo è ripreso da:
- Piero Scaruffi - www.scaruffi.com
Altre fonti:
- Paolo Vites - "Bob Dylan 1962-2002,
40 anni di canzoni", guida imprescindibile nell’universo di Bob Dylan
- www.expectingrain.com, risorsa
quotidiana, aggiornatissima sempre su tutto ciò che riguarda Bob
- Rivista Jam, fondamentale per
la mia formazione musicale.
- Magazine quadrimestrale Mucchio
Selvaggio Extra.
- Maggie’s Farm, la risposta italiana
ad expectingrain!
Ringraziamenti:
Alla mia anima grande Michela, che
mi ha accompagnato in questo infinito viaggio tra le cover e l’arte di
Bob Dylan.
A tutto il popolo di WinMx, una
risorsa infinita per le mie ricerche, in particolare all’amico canadese
Eric De Beck, meglio noto con il nick di BOBOSSESSIVE, che condivide la
mia passione per le cover dilaniane, e suoi sono stati i numerosi file
mp3 consultati nel corso del mio lavoro.
A Michele Murino, emerito professore
di Arte Dylaniana, a cui prima o poi farò assegnare una Laurea Honoris
Causa!
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