MAY YOUR SONG
ALWAYS BE SUNG
di Salvatore "Eagle"

 

La grandezza del genio musicale di Bob Dylan non risiede solo nella sorprendente quantità di canzoni-capolavoro presenti nel suo repertorio ma anche nell’eccellente versatilità di ogni sua composizione.
Dai Sixties in poi la storia del rock ci ha insegnato che spesso una canzone di un determinato autore possa diventare famosa grazie all’interpretazione di un particolare cantante o gruppo. Per Dylan il discorso vale a metà, senza ombra di dubbio tutte le sue canzoni in versione originale, hanno dell’irripetibile, anche per quelle canzoni che i più considerano riempitivi o minori e ogni canzone occupa nell’ambito della cifra stilistica e dello sviluppo musicale dilaniano un posto specifico con la sua scia di successo o debacle. Tuttavia questo non ha impedito che almeno agl’inizi anche per il menestrello di Duluth una spinta al successo sia venuta proprio dalle sue composizioni interpretate da altri.
Basti pensare alle varie versioni di Blowin’ In The Wind che circolarono nel Village pochi mesi dopo la sua composizione, una su tutte quella di Peter, Paul & Mary che divenne anthem per eccellenza degl’anni 60.
Nel corso degl’anni ogni artista nell’interpretare le canzoni di Bob ha aggiunto qualcosa di proprio all’originale e questo ha fatto sì che alcune canzoni di Bob fossero più famose nella versione di un determinato gruppo che in quelle cantate da lui. Prendiamo ad esempio la versione di Jimi Hendrix di All Along The Watchtower, oppure Knockin’On Heaven’s Door o in tempi più lontani Mr.Tambourine Man dei Byrds, certo se ne potrebbero ancora citare moltissimi di casi, ma quello che viene da pensare è che le canzoni di Bob, siano sì irripetibili come già detto ma che nascondano dietro un infinito work in progress, un cantiere senza fine dove tutti hanno modo di aggiungere nella propria interpretazione qualcosa. Abbastanza controverso è poi l’argomento qualità delle cover; molti sostengono che le canzoni liberamente reinterpretate dagli artisti che le cantano acquistino maggior forza o si arricchiscano di contenuti che nella versione originale erano solo abbozzati, altri incomprensibilemente pretendono che chi interpreta una determinata canzone si attenga all'arrangiamento "classico" di Dylan,  questo discorso vale anche per le cover di altri in generale.
Il problema di interpretare una canzone di Bob  sta nella capacità di colui che si cimenta in questa impresa di scavare a fondo nella canzone, di metterci passione, forza, arricchirla con la propria esperienza musicale.
Sono dell’avviso che una canzone di Bob possa essere anche cantata strimpellando una chitarra acustica,  senza perdere quella qualità originaria che è alla base, il  discorso si gioca essenzialmente su due variabili, uno è l’interiorizzazione della canzone,  il secondo è la capacità di ritrovare il nesso musicale con la versione originaria. Salta subito all’occhio quando una cover è buttata lì in modo raffazzonato, tuttavia non bisogna sottovalutare il fattore soggettivo, ciò che per me potrebbe essere un' intepretazione di alta scuola, per un altro potrebbe essere completamente l’opposto.
Alcune posizioni in merito a determinate versioni sono ormai acclarate da tempo, tuttavia in certe canzoni l’arrangiamento è così ben delineato e forte da ricreare nell'ascoltatore una grande emozione, altre volte avviene un processo inverso bastano due note per capire che  la canzone ha fatto completamente cilecca ed è completamente da buttare. Lo stesso Bob ci ha insegnato che è inutile riprodurre le canzoni dal vivo così come suonano nel disco, perché quella versione è già storia, tanto vale trovare sempre una via di sviluppo. Per scendere più nel profondo, Bob a volte si è rifatto ad alcuni arrangiamenti fatti da altri artisti per determinate canzoni, un esempio su tutti All Along The Watchtower che su JWH è acustica, già dalle prime esibizioni live era suonata elettrica, nel Never Ending Tour poi è stata suonata sempre in una versione elettrica ma estremamente vicina all’arrangiamento Hendrixiano, escludendo la versione Unplugged del '94.
Nel corso degli anni Dylan ha portato avanti un percorso musicale estremamente complesso e fuori dal comune; se volesse riprodurre per ogni canzone il preciso arrangiamento che aveva sul disco (ha pubblicato oltre 40 album), beh non gli basterebbe una band stile Rolling Thunder. Il bello nella musica dilaniana è proprio questo, l’eterno movimento che è alla base delle sue canzoni, a cui dà impulso sia il suo lavoro sia quello di altri artisti che si cimentano nelle reinterpretazioni.
Ci ha mostrato così come una sua canzone possa vivere diverse vite, ogni canzone suonata in un concerto di Bob non è mai uguale a quella suonata la sera prima, vuoi per gli innumerevoli toni di voce usati, vuoi per serie di accordi differenti, vuoi per altre innumerevoli variabili che si susseguono in un concerto, seguire Dylan dal vivo non è come vedere quei gruppi che hanno assoli programmati in sincronia con le luci e gli arrangiamenti sempre uguali, ma è un esperienza unica ed irripetibile. E’ difficile per non dire impossibile stilare un percorso di Cover Dilaniane, tuttavia l’impresa è meno ardua se a monte si è fatto un lavoro di scrematura; nella rete i siti specialistici sulle cover dilaniane hanno elenchi enormi, da cover di semplici fan fino a quelle più famose e gettonate. Se si volessero prendere in considerazione tutte non basterebbero le pagine di un sito internet, visto che già interi siti internet sono dedicati solo ad elencare tutte le cover.
Il lavoro che segue si basa sulle cover più famose di Bob Dylan. Ho cercato di non tralasciare tuttavia, i lavori in italiano e quelli meno famosi ma indubbiamente curiosi. Tuttavia è fondamentale trovare una dimensione storica e artistica ad ogni gruppo o cantante che ha eseguito un determinato pezzo di Bob, per questo prima di entrare nell’argomento caldo delle cover ho cercato di inquadrare al meglio ogni artista o movimento musicale, sempre nei limiti delle mie capacità. In conclusione il mio non vuole essere un lavoro di giudizio ma più che altro una guida in questo mondo così affascinante eppure poco conosciuto.
 

Il Village e i primi interpreti di Bob Dylan


Dopo la sbornia del rock and roll degl’anni 50 l’America era divisa anche musicalmente; i neri ascoltavano rhythm and blues e i bianchi cover e orchestrine swing, tutt'al più i cantanti country melodici. In parallelo si andava diffondendo la moda della musica folk, rilanciata dal revival degli anni '50. I giovani identificarono proprio nei folk-singer del Greenwich Village una voce più autentica dell'epoca, capace di trasferire in musica la guerra che si stava combattendo nei campus per far trionfare i grandi ideali. In breve il folk divenne la voce ufficiale del dissenso giovanile, e prese a seguire passo passo l'evolversi della ribellione universitaria. Fu così che, mentre in Gran Bretagna il beat si fermava alla vita quotidiana del teen-ager, in America i cantautori folk si avvicinarono progressivamente alla realtà sociale del mondo che li aveva eletti a cantori delle sue gesta.
Un altro elemento che contribuì alla crescita del movimento dei folk-singer fu la scomparsa di Woody Guthrie, l'amato portavoce dell' America bianca, costretto in un letto d'ospedale senza alcuna speranza di uscirne vivo. Le case discografiche erano alla ricerca del nuovo Guthrie, di qualcuno che sapesse come lui interpretare l'animo desolato e generoso degli sfruttati, il rassegnato rancore dei poveri verso i ricchi; e lo cercavano nei folk-club del Greenwich, dove convergeva la crema dei folk-singer nazionali in cerca di gloria. La figura del folk-singer subì una trasformazione radicale. Per definizione il cantante folk era un ragazzo come tanti (l'iconografia era l'esatto opposto di quella del divo di Hollywood), fornito appena di un'armonica e una chitarra, di elementari nozioni musicali ereditate da qualche altro musicista di strada. Ma, entrando in ambienti come quelli del Greenwich, lo stereotipo venne contagiato dal clima di ribellione esistenziale.
L'aria triste e il dito puntato, l'insoddisfazione e l'accusa a viso aperto, divennero le armi di quest'eroe senza macchia e senza paura, erede in fondo dei giustizieri del West. Il cantante folk restaura storie ottocentesche di banditismo e prevaricazione e le spaccia per fatti di attualita'; commuove e indigna con sermoni approssimativi, come i predicatori demagoghi ed equivoci che battevano le strade del peccato ai tempi della Frontiera; esalta ed arringa la nazione come tutti quei maestri della retorica che imperversano nella storia della letteratura americana, da Whitman a Ginsberg stesso. Le nuove ballate populiste vengono ribattezzate "canzoni di protesta", piu` sarcastiche e dure delle "canzoni pacifiste". In qualche caso (quello dei supporter dei disordini universitari) si arriva alla canzone politica vera e propria, all'arringa diretta ad influenzare l'opinione pubblica sui temi scottanti della vita sociale.  In questo clima di fervente protesta, si sviluppò la figura di Bob Dylan, prima performer di vecchi traditional e poi autore eccelso. Parallelamente alla sua produzione si ebbe uno sviluppo delle cover, moda tipicamente beat trapiantata con alterne fortune anche al folk.
Per stilare un vero percorso musicale tra le varie cover dilaniane credo bisogna prendere le mosse dal già citato trio folk Peter, Paul & Mary, che con le loro interpretazioni delle prime canzoni di Bob, contribuirono moltissimo a renderlo famoso. Nel 1963 questo famoso trio folk pubblicò un bellissimo album dal titolo In The Wind che tra le varie canzoni conteneva la perla per eccellenza del loro repertorio Blowin’ in The Wind, tuttavia la versione nel disco dal vivo In Concert del 1965, sembra avere un impatto molto più forte, ricrea l’atmosfera che si respirava nelle coffee-house del Village.
Nel 1986 reinterpretarono al Martin Luther King Day Blowin’ In The Wind in duetto con Stevie Wonder e lo stesso Bob. Inoltre c’erano anche altre due canzoni a firma Bob Dylan, Quit Your Low Down Ways e una bellissima Don’t Think Twice It’s All Right; anche per questa interpretazione è preferibile rifarsi alla versione Live In Japan. Negl’album successivi non mancarono mai di interpretare pezzi di Bob; molto suggestive sono When The Ship Comes In contenuta in A Song Will Rise del 1965 e Bob Dylan’s Dream da Album 1700 del 1967; in quel periodo Dylan era nel pieno nella svolta elettrica e loro si pongono come ultimi baluardi difensivi della tradizione folk del Village. Sempre vive ed emozionanti sono anche The Times They Are A-Changing del già citato In Concert del 1964, I Shall Be Released contenuta in Late Again del 1968 e una stupenda Forever Young dall’album Reunion del 1974.
Peter, Paul & Mary nella loro interpretazione dei classici di Bob hanno fatto sì che la prima produzione di Dylan venisse cristallizzata nell’ambito del panorama del folk di protesta e denuncia sociale americano degl’anni '60, le loro interpretazioni sono caratterizzate da splendidi cori folk, e dall’uso esclusivo della strumentazione acustica. Dello stesso periodo sono I Kingston Trio, il Kingston Trio di Dave Guard e poi di John Stewart; il loro approccio a Bob Dylan, è senz’altro più vicino alle posizioni fondamentaliste del folk, in tutte le loro versioni si respira un aria da tempo perduta, il canto all’unisono spesso rende pesanti certe interpretazioni, ma da ogni loro interpretazione si può sicuramente trarre lo spirito essenziale delle prime composizioni dilaniane.
E’ il caso della loro versione di Blowin’ In The Wind da Sunny Side del 1963, il confronto con la già citata versione di Peter, Paul & Mary è perso in partenza non per mancanza di qualità, anzi sicuramente i Kingston Trio hanno qualche marcia in più dalla loro, ma per poca fruibilità delle loro versioni, che sembrano ostiche, quasi inascoltabili, tuttavia sono un pezzo di storia degno di essere ricordato. Negl’anni successivi al 1963, fecero sempre meglio, già con Don’t Think Twice It’s All Right, le loro interpretazioni diventano leggermente più accessibili, ottima è Farewell tratta da Nick, John, Bob del 1965. Il vertice massimo della discografia è sicuramente Once Upon A Time del 1969 che contiene ben tre cover di Bob Mama You’ve Been On My Mind, una bellissima versione di Tomorrow Is A Long Time, e One Too Many Mornings.
Nel giro del Village è importante segnalare la forte personalità di Pete Seeger, uno dei massimi esponenti del movimento del folk revival,  era dopo i mostri sacri del folk la  presenza carismatica nel periodo prima dell’arrivo di Bob a New York; la collaborazione tra Pete e Bob, fu molto stretta sino al distacco da quell’ambiente segnato da Another Side, e successivamente dalla svolta elettrica. Di Pete ricordiamo la prima interpretazione di Blowin’ In The Wind pubblicata su Broadside nel 1963, insieme a Who Killed Davey Moore? Venire a contatto con la musica di Pete è un po’ come tornare alle radici, le sue sono interpretazioni essenziali, storiche, gonfie di ideali di libertà e di pace, e più semplicemente da storia della musica, mai banali mai cantate senza convinzione, è come se fosse guidato da qualcosa di più grande di lui, da una missione, la sua lotta è combattuta con le armi che Bob costruisce, la poesia, la musica si fondono in un unico e devastante urlo sussurrato tra successioni di accordi e fingerpicking. Cosa chiedere di più? Assolutamente imperdibile è la sua versione di A Hard Rain’s A-Gonna Fall pubblicata su We Shall Overcome, la sua voce tende a sottolineare gli aspetti più drammatici del testo e le immagini più visionarie in tutta la loro drammaticità. Stesso discorso vale per Masters Of War tratta da Strangers & Cusin del 1964.

Altra figura pregnante tra gli interpreti dilaniani è sicuramente Ramblin’ Jack Elliott, leggendario allievo di Woody Guthrie, è stato tra i massimi animatori della scena folk del Village, tuttavia solo nel 1967 nell’album Bull Durham Sacks videro la luce le sue prime cover dilaniane; tutte le sue interpretazioni dilaniane sono personalissime, influenzate da uno stile chitarristico e vocale inconfondibile. Don’t Think Twice It’s All Right è molto più vicina ad un blues che ad una canzone folk, Girl From The North Country è a dir poco affascinante e con altre due canzoni romanticissime di Bob, I’ll Be Your Baby Tonight e Lay Lady Lay, forma un terzetto tutto miele, ma allo stesso tempo molto sentito nell’interpretazione e ben lontano dai rifacimenti melensi di Bob dell’epoca. Nel corso del suo tour del 1987 ha eseguito spesso pezzi dal vivo di Bob; esemplari sono  una splendida I Threw It All Away eseguita a Joseph's Waterwork, Norwich, VT il  10 Maggio e Don’t Think Twice It’s All Right nell’esecuzione del 7 luglio dello stesso anno.
Notevolissima è una versione di Just Like Tom Thumb’s Blues semi acustica, poco conosciuta nell’ambito delle cover dilaniane ma degna di stare nella top ten delle interpretazioni più originali. Nel 1997 è tornato sulle scene pubblicando una nuova raccolta di brani, dal titolo Friend Of Mine  tra questi si distinguono la title track e Walls Of Red Wings.  Nel 2001 è stata pubblicata una compilation A Nod To Bob che presenta una versione rimasterizzata di Don’t Think Twice It’s All Right preceduta da un intro parlato di circa un minuto. Altri, divulgatori canzonettistici, hanno goduto di un fugace momento di popolarita` dovuto alla loro abilita` come interpreti, alcuni sono sopravvissuti ai sessanta, andando in letargo per vent’anni e riemergere in piena epoca antiquaria agl’inizi degl’anni 90.
Un esempio è sicuramente Judy Collins, voce cristallina di tante canzoni di protesta, ma anche appassionata performer di numerose canzoni di Bob negl’anni d’oro dei sessanta; la ricordiamo in un Newport alle prese con Blowin' In the Wind, famoso è il suo Sings Dylan… Just Like A Woman del 1993, che va a scavare nel solco ormai più volte segnato del revival degl’ ultimi anni; da questo sicuramente da notare  sono una bella versione rock-blues di Gotta Serve Somebody, Dark Eyes e Just Like A Woman.
Judy è stata una delle piu` autentiche interpreti del patrimonio folk, tuttavia sembra ristagnare nel panorama dei tanti artisti che ormai delle cover di Bob hanno fatto una professione.
 

Joanie… Oh Sister


La seconda figura che si staglia nel panorama degl’interpreti dilaniani in termini storici  è Joan Baez, semplicemente conosciuta come la Regina del Folk, è sicuramente la più grande interprete di Bob Dylan in termini qualitativi. Nel film Don’t Look Back, c’è una scena senza dubbio significativa dove appare la Baez che suona all’acustica una splendida versione di Percy’s Song, mentre Bob Dylan scrive a macchina; credo che quello sia il vertice musicale delle interpretazioni dilaniane, in quella versione si mescolano semplicità e grande partecipazione emotiva, la voce  di Joanie è cristallina come non mai, una vera perla.  Joan Baez  agl’inizi non è stata tanto una musicista, benche' sia di gran lunga la massima folksinger della sua generazione, quanto un'icona politica. L'estetica musicale e` sempre stata in secondo piano rispetto all'impegno politico, tuttavia fu anche la prima artista femminile a imporsi con la propria personalita`, e non soltanto con la voce. In pratica, la Baez è la "madre" di tutte le cantautrici dei decenni successivi.
Si impose grazie al suo cristallino soprano, che reinterpretava la tradizione del folk con una eleganza degna della musica classica accompagnandosi con la sola chitarra acustica. Baez era figlia del song britannico piu` che di Woody Guthrie. Il suo limpido contralto non sapeva di polvere degli Appalachi ma di prati inglesi. Quando i suoi album cominciarono ad entrare nelle posizioni alte delle classifiche di vendita la Baez divenne una piccola celebrità e il folk, che era stato dimenticato dalle masse a favore del country di Nashville, ritorno` in auge. Joan avrebbe potuto vivere di rendita, ma invece elaboro` uno stile sempre piu` personale, imponendo un approccio libero alla tradizione e una maggior attenzione ai temi civili. Negli anni successivi, infatti, usò la sua popolarità per difendere cause nobili e poco alla volta si avvicino` al movimento pacifista, e in particolare a Bob Dylan, in prima fila nelle marce per la pace e nei sit-in di quegli anni (canto` alla marcia su Washington di Martin Luther King dell'agosto 1963).
Con la conversione alla musica del Greenwich la Baez abbandono` il repertorio tradizionale a favore delle canzoni contemporanee. Da quel momento in poi Joan Baez sarebbe diventata l'interprete piu` richiesta delle canzoni di protesta. La sua carriera negli anni "caldi" dei disordini studenteschi non e` un fatto musicale ma una sequenza di eventi politici con tanto di arresti. Joan Baez protesse il giovane Dylan agli esordi e gli fu vicina in tutti i sensi per qualche anno. A differenza del nostro che, preso dal genio musicale-poetico e forse dalla mitomania, si dimentico` in fretta dei sit-in e delle marce per la pace, Joan Baez continuo` a prender parte alla vita politica del suo paese anche una volta smaltita la sbornia pacifista, fino a diventare il simbolo vivente della disobbidienza civile. Nei due album più belli di Joanie sono contenuti molti dei classici di Bob Dylan, il primo è Farewell Angelina del 1965 il secondo invece è Any Day Now del 1968. Nel primo oltre, la title track che è senza dubbio la canzone più famosa del suo repertorio, qui è cantata in modo sublime e forse superiore all’originale di Bob, sono incluse  Mama you been on my mind reintitolata per l’occasione Daddy You Been On My Mind, come era solita cantare anche nelle versioni live in duetto con Bob, It's All Over Now Baby Blue, un'altra perla delle sue interpretazioni, qui si apprezza quanto sia unica la sua voce e A hard rain's a-gonna fall, in un ottima interpretazione.
Any Day Now, è la pietra miliare della discografia di Joan, è il vertice massimo della sua carriera sia per quanto riguarda la voce che l'interpretazione. Dalle sue interpretazioni si nota come Joan, nell’interpretare Dylan lasci sempre trasparire il suo affetto per Bob. Semplicemente stellare è l’interpretazione di North Country Blues, qui sembra davvero che sia stata scritta per lei visto che a parlare nella canzone è proprio una donna. Love minus zero/no limit e Tears of rage, pezzo di Dylan/Manuel (ex The Band), quest’ultima in un arrangiamento molto particolare a-cappella, sono due splendidi gioielli di questo disco.
Boots of spanish leather, fa calare un po’ il tono del disco, per una vocalizzazione un po’ troppo melensa ma senza dubbio convincente e adatta al testo. Piacciono gli episodi tratti da JWH, Drifter's escape, I pity the poor immigrant e I Dreamed I Saw St.Augustine, tuttavia Sad eyed lady of the lowlands, è la perla del disco; già splendida nella versione originale trova in questa rilettura la vita parallela. Come ha scritto giustamente Vites “la canzone sembra essere stata scritta per lei”; ne nasce un secondo capolavoro. Di pari livello è sono senza dubbio anche Don't Think Twice, It's All Right tratta da "In Concert Part 2" del 1964 musicalmente forse è meno brillante dell’originale ma anche qui Joanie riesce a scoprirne tratti di incredibile sentimento che rinascono dalla sua spendida voce, così come altri singoli episodi tratti dalla sua discografia, You Ain’t Goin’ Nowhere, molto coutnry rock, con degli splendidi You-u quasi da rodeo, Simple Twist Of Fate dove fatica nell’imitare la voce di Bob, con risultati che suscitano un po’ il sorriso, comunque convincente come interpretazione; carina è la sua personale versione di una più recente canzone di Bob, Ring Them Bells.
Joan conservo` lo stile prettamente acustico delle origini fino al 1974. Al momento del passaggio all’elettrico di Bob Dylan, infatti Joan non risparmiò critiche anche velate al suo amico di un tempo, tuttavia come abbiamo visto dopo la prima metà degl’anni settanta anche lei si converti al Country Rock, come fecero tutti del resto e cominciò a prendere in considerazione i nuovi brani; tuttavia, non entrò mai nel merito della questione rock, perché fondamentalmente lei era, è, e sarà per sempre la regina del folk. Ce la vedete la Baez a cantare Highway 61 o All Along The Watchtower??? Io no, l’adoro così com’è.
 

Eric Burdon e gli Animals


Un altro episodio importante presente nel film Don’t Look Back è l’incontro con gli Animals, che pochissimo tempo prima avevano realizzato una strepitosa versione elettrica del traditional House Of The Rising Sun, presente anche nell’album di debutto di Bob; dopo quell’episodio Dylan cominciò a pensare che il folk non poteva rimanere incastrato tra le corde degli strumenti acustici, ma che poteva svilupparsi in chiave elettrica e cominciare a strizzare l’occhio al blues.
Cio` che li rese unici, prima a Newcastle e poi nel mondo, fu l'esuberanza selvaggia delle loro performance. Gli Animals non si limitavano a suonare il blues: lo usavano come molla detonatrice per orge di riff e rantoli da far impallidire Howling Wolf e Little Richard.
A favorire la loro liberta` artistica fu forse il fatto di formarsi musicalmente in una cittadina di provincia, lontana dalle lusinghe del business, abbastanza vicina a Liverpool da essere contagiata dalla febbre del Merseybeat ma sufficientemente lontana da non farsi inebetire dalle canzonette dei Pacemakers (e poi Beatles).
Gli Animals irruppero sulla scena del rhythm and blues britannico con la foga dei giovani ribelli. In questo stava la differenza con gli Yardbirds o i Rolling Stones: laddove gli Yardbirds erano diligenti discepoli e innovatori del genere, e gli Stones approfondivano gli aspetti piu` conturbanti della musica nera, gli Animals si avventavano sui classici con l'impeto e la ferocia dei teppisti.
Ritmo, elettricita` e melodia venivano ridefiniti dall'energia dei cinque giovinastri. I loro stessi talenti agli strumenti e alla voce si esprimevano in maniera diametralmente opposta a quella, per esempio, degli Yardbirds. Con gli Animals nacque il concetto rock di grande strumentista o cantante: non tanto l'aspetto virtuosistico, quanto la passione e la visceralita`. E certamente il cantante era emblematico di questo nuovo approccio: con quella voce avrebbe potuto cantare un'opera di Verdi, ma invece sputava sangue e sudore.
Gli Animals anticiparono mezza storia della musica rock, dal garage-rock degli anni '60 al punk-rock degli anni '70. Portati nel grande circo di Londra nel 1964, gli Animals proseguirono quell'opera di appropriazione del blues, ma nel giro di pochi mesi lo stile cambio`. Gli Animals non erano i tradizionali interpreti di cover, perche' imponevano alle loro revisioni uno stile ribelle, e a volte perfino epico, che ne stravolgeva del tutto l'aspetto. Nelle loro mani i classici del blues diventavano inni non della sofferenza della razza afro-americana, ma inni della sofferenza dei giovani britannici. L'aspetto epico delle loro interpretazioni prese il sopravvento su quello selvaggio. Da semplice urlo di dolore, la canzone degli Animals divenne inno per la rivolta.
Erano gli anni degli inni generazionali di Dylan, e gli Animals si adeguarono da una prospettiva blues. Molto del merito andava a Price, abile nell'arrangiare i brani in modo da far dimenticare del tutto le versioni originali e da esaltare le progressioni da brivido di Burdon. Gli Animals esordirono nel 1964 (marzo e giugno rispettivamente) con due canzoni che figuravano anche sul primo album di Bob Dylan: House Of The Rising Sun, è completamente rigenerata da un solenne riff di Valentie, e Baby Let Me Take You Home (detonata da un ritmo sfrenato).
House Of The Rising Sun fa caso a parte nella carriera del gruppo, adattando il folk, invece che il blues al rock, prendendo a prestito un brano dal patrimonio popolare, rifinendone la melodia e accentuandone l'enfasi con l'organo. Introdotta dagli accordi intensamente religiosi della chitarra, la voce "predica" veemente sul ritmo sostenuto della batteria mentre l'organo comincia la sua messa gospel rubando fraseggi a Bach.
Tutto negli Animals era calcolato per essere "trascinante"; agli esordi erano soliti proporre  in qualche concerto una bella versione di Corrina Corrina, oltre ai loro due hit già citati. Dopo varie vicissitudini ed alterne fortune, Eric Burdon si costruì un complesso su misura e dopo aver militato anche in un complesso tedesco, ha continuato a creare imbarazzo registrando album scadenti; tuttavia i suoi concerti e alcuni episodi discografici contengono episodi interessanti.
Da notare è sicuramente la versione di It’s All Over Now Baby Blue contenuta in  Before We Were So Rudely Interrupted del 1977, che come arrangiamento fa il verso alla versione dei Them, resta la buona prova vocale di Eric. Sempre Eric Burdon, ha eseguito due cover di Dylan, nei suoi concerti con la band tedesca, e si possono reperire nel bootleg Rockpalast Classics: Die Jam Session! del giugno 1997, la prima è Knockin’ On Heaven’s Door in una discreta versione studio; superiore è invece One More Cup Of Coffee che viene rielaborata in chiave molto più rock e ripulita da certi orpelli presenti in Desire.
 

Il Folk –Rock, Mr.Tambourine Man e I Byrds


Nelle session di Another Side, fu registrata una take di Mr Tambourine Man in duetto con Ramblin’ Jack Elliot, questo demo fu inviato ai The Byrds che di lì a poco ne registrarono una splendida versione elettrica che poi fu la title track del loro grande album di successo. Nel 1965, grazie proprio all’impulso delle cover delle sue canzoni eseguite dai Byrds Dylan risolse il problema a modo suo sporcando il  folk secolare con strumenti elettrici e suoni tipicamente rock-blues. Spiegò così agli onesti come sopravvivere nella stretta morsa del beat e della musica leggera. Continuare a suonare la chitarra acustica sarebbe equivalso al suicidio professionale.
Fondamentale per far accettare il folk-singer alle masse giovanili fu anche il fatto musicale, che si compì quando la svolta elettrica fu definitiva con l’uscita di Bob Dylan dall’ambito folk del Village; ci fu l’incontro più importante della storia del rock, infatti da quel momento in poi il modo di fare musica dal vivo cambiò totalmente, Dylan venne a contatto con i The Hawks la futura Band e da quel momento l’interesse per le composizioni di Bob scemò in ambito folk del Village; molti suoi sostenitori della prima ora erano delusi dal fatto che lui aveva imbracciato strumenti elettrici, tuttavia la sua arte musicale non potè che salire a dismisura.
La commercializzazione del folk fu un effetto deleterio dell'invasione beat, la quale, diffondendo moduli espressivi più vari ed orecchiabili, condizionò le scelte delle case discografiche. La canzone di protesta divenne di colpo obsoleta e pedante. L'invasione dei complessi beat stemperò in realtà l' acceso intellettualismo dei cantanti di protesta e li spinse ad adottare una moderna strumentazione elettrica e i ritmi più grintosi del rock and roll. Fu grazie a questa iniezione di vitalità che il folk divenne una musica per i giovani. E soltanto allora il sottobosco folk riuscì ad emergere prepotentemente e ad imporsi a grandi masse di ascoltatori. Rispetto al contemporaneo beat inglese il folk revival fu pur sempre un genere meno commerciale, anche se rispetto all'ascesa folk di Guthrie suonava un po' eretico.
Come il beat, così anche il nuovo folk ha un chiaro debito verso il blues, non fosse che per la figura dell'hobo e il rhythm and blues, da cui attinge a piene mani. In pratica si compie con due decenni di ritardo la transizione da acustico ad elettrico che il blues aveva compiuto a Chicago nell'immediato dopoguerra. Da questo processo analogico nei confronti del beat e del rhythm and blues ha origine la figura di Dylan autore rock.
I Byrds rappresentano il gruppo che ha meglio interpretato Dylan alla fine dei Sessanta, almeno in chiave folk-rock, termine con cui venne definito il loro stile. Forse i Byrds non inventarono ne' il folk-rock ne' il rock psichedelico ne' il country-rock, anche se furono i primi a portarli in classifica, ma certamente costituirono da ponte fra l'era dei complessi vocali Everly Brothers, Beach Boys, Beatles e l'era dei complessi veri e propri come Jefferson Airplane e Grateful Dead.
"Byrds" e` in effetti una sigla che denota tre complessi diversi: quello che fuse Dylan e il Merseybeat, quello che conio` il rock spaziale-psichedelico, e quello che si lancio` nel country-rock. Il complesso e` stato una vera fucina di generi, praticamente uno per ogni epoca. Ciascuna di queste tre fasi e` stata caratterizzata dal leader che ne ha impersonato l'ispirazione e scritto il materiale: la coppia Clark-McGuinn all'inizio, Crosby nel mezzo, McGuinn alla fine. Le loro tre forti personalita` artistiche, dolce e introversa quella di Gene Clark, sognante e irreale quella di David Crosby, pratica e professionale quella di Roger McGuinn, daranno vita a carriere soliste che saranno la naturale prosecuzione della rispettiva fase dei Byrds.
Negli anni '90 i Byrds saranno con i Velvet Underground i musicisti rock piu` influenti sulle nuove generazioni del rock alternativo. Roger (o Jim) McGuinn e David Crosby, che si erano conosciuti nel 1960 a Los Angeles, avevano appreso al Greenwich Village l'arte del folksinger post-dylaniano ed erano emigrati in California a divulgarne il verbo. A Los Angeles fecero conoscenza con il bluegrass delle praterie e le sue scintillanti armonie chitarristiche e con il Merseybeat che dilagava dopo la tournee` dei Beatles.
Il retaggio del bluegrass era particolarmente forte in Chris Hillman (mandolinista di San Diego, reclutato al basso) e il Merseybeat era la passione di Gene Clark, proveniente da Kansas City, ex membro dei New Christy Minstrels. Alla batteria sedette fino al 1967 Michael Clarke.
I Byrds si proposero piu` modestamente di rendere omaggio alla grande tradizione dei folksinger, e in particolare a quello che stava diventando il mito nazionale: Bob Dylan. L'idea geniale dei Byrds fu quella di arrangiare le canzoni di Dylan come se si trattasse di hit della surf music o del Merseybeat, cioe` impiegando armonie vocali a piu` parti (alla Beach Boys), chitarre elettriche come si usavano in Gran Bretagna, e accelerando il ritmo in modo da rendere le melodia piu` allegra e orecchiabile. I Byrds esasperarono soprattutto le chitarre, ben tre (ma soprattutto la Rickenbacker 12 corde di McGuinn). Le parti vocali erano gestite da quattro voci alte (la solista era Clark, ma piu` celebre fu quella nasale di McGuinn, la piu` vicina alle inflessioni dylaniane). A parte la batteria, le altre parti strumentali erano affidate a sessionmen stagionati. McGuinn, avendo lavorato due anni per la cantante Judy Collins, aveva acquisito un minimo di esperienza come arrangiatore di canzoni folk, e da li` nacque l'idea di arrangiare quelle di Dylan.
I Byrds irruppero sulla scena della musica rock nell'estate del 1965 con la loro versione, eterea e orecchiabile, di Mr. Tambourine Man, trasformata soprattutto da un tornado di jingle-jangle chitarristici, merito anche del produttore Terry Melcher. Quella grande cover segno` l'avvento di un genere nuovo: il folk-rock. Quel genere combinava il genio lirico di Dylan e l'astuzia melodica dei Beatles. Nel giro di un anno uscirono anche i primi due album, entrambi sminuiti dal fatto d'essere essenzialmente raccolte di 45 giri e di cover. Il grande merito del primo, Mr Tambourine Man del 1965, e` in realta` quello di aver imposto uno standard di produzione improntato alla pulizia formale. L'album contiene oltre alla tilte track altri tre classici Dylaniani, la melodiosa Spanish Harlem Incident, la briosa dichiarazione di libertà di Chimes Of Freedom, e la splendida rivisitazione elettrica di All I Really Want To Do nei quali gli accenti "dylaniani" si sposano a una sbrigliata fantasia esecutiva. Scampanellii di chitarre e intrecci vocali si danno a equilibrismi sempre piu` mozzafiato.
I Byrds causarono una piccola sommossa musicale, non solo per la musica, ma anche per le pose da drogati, e anticiparono tutto cio` che di li` a pochi mesi sarebbe stato il fenomeno hippie di San Francisco, con la loro concezione taumaturgica degli stupefacenti e il loro richiamo a sentimenti nobili e puri. Il successivo Turn Turn Turn e` pero` meno eccitante del primo album, anche qui sono presenti delle buone cover di Bob ma senza dubbio minori, gli arrangiamenti jingle-jangle non si sposano bene con canzoni come  He Was A Friend Of Mine, Lay Down Your Weary Tune, e The Times They Are A-Changin', quest’ultima davvero in un esecuzione insopportabile, troppo veloce e confusionaria non c’è storia nel confronto con l’originale;  meglio l’originale.
Crosby e` l'ispiratore assoluto del quarto disco, Younger Than Yesterday del 1967, che concede ampio spazio alle armonie jazzate e caraibiche e  alla psichedelia orientaleggiante. Questo disco rappresenta anzi il contributo artistico piu` valido e importante lasciato dai Byrds alla musica del loro tempo. Il complesso, che si era presentato fin dall'inizio come l'alternativa fantastica all'intellettualismo dylaniano, esce dalla tradizione del maestro del Greenwich Village e inaugura un nuovo filone che rimescola folk, blues, jazz, oriente, elettronica e dissonanze vocali, in mini-sinfonie astratte a tesi.
Younger Than Yesterday e` un piccolo capolavoro; contiene oltre a pezzi di Crosby, McGuinn e soci, anche una splendida My Back Pages, finalmente ritornano ad essere interpreti costruttivi del genio dilaniano, lo stesso arrangiamento di questa canzone è ripreso nell’esecuzione di Dylan, Clapton, McGuinn e Young al Concert Tribute per i 30 Anni di carriera di Bob, un vero capolavoro.
Nel dicembre del 1967 Bob Dylan aveva appena pubblicato John Wesley Harding, che aveva simbolicamente messo fine all'era psichedelica, e i Byrds ancora una volta seguivano le orme del maestro. Il disco che sanci` la nascita del country-rock, e in un certo senso il suo manifesto, e` Sweetheart Of The Rodeo del 1968.
La formazione di questo album si rivelo` pero` provvisoria, in quanto Hillman e Parsons, intrapresero per conto proprio la strada del nuovo genere, lasciando solo McGuinn, che smussò gli arrangiamenti elettrici e passò lentamente verso sonorità country acustiche; bellissime sono You Ain’t Goin’ Nowhere, in una travolgente versione country da rodeo; a quest’ arrangiamento si rifanno senza dubbio le ultime esecuzioni live di questa canzone da parte di Bob (esempio ne è la recente esecuzione a Newport) e Nothing Was Delivered, altra perla dimenticata della discografia di questo grande gruppo. Da quel momento McGuinn, ricostruito il complesso con altri reduci di Nashville come il batterista Gene Parsons, il chitarrista Clarence White e il bassista Skip Battin, si mantenne sul sentiero del country-rock piu` "autostradale", cioe` un suono piacevolmente vicino all'easy-listening.
Ballad Of The Easy Rider del 1969 fu il loro ultimo album di rilievo, anche qui sono presenti due belle versioni non certo però memorabili di It’s All Over Now Baby Blue e di It’s All Right Ma I’m Only Bleeding.
La carriera dei Byrds si spense lentamente; ne resta un eccezionale McGuinn alle prese con le tradizioni folk americane e un Crosby che è passato attraverso la carriera solistica, CSN&Y e CPR, come ultimo baluardo della tradizione. Roger McGuinn, l’anima dei Byrds, si è riciclato nel corso degl’anni sempre degnamente, non ha mancato mai di riproporre dal vivo i classici del buon vecchio Bob, tuttavia con alterne fortune. Da non dimenticare la sua partecipazione alla Rolling Thunder Revue dove spesso eseguì alcuni classici dei Byrds e una splendida Knockin’ On Heaven’s Door in duetto con Bob Dylan.
 

Sonny & Cher


Cher e Sonny Bono, sono stati tra i grandi del pop californiano anni sessanta e sono tra gli insospettabili interpreti di molte canzoni dilaniane. Cher in coppia con il marito nel 1965, in piena era elettrica di Bob, realizzò un album dal titolo All I Really Want To Do, che oltre alla title track conteneva anche Blowin' In The Wind e Don’t Think Twice It’s All Right.
La title track, è sulla scia della versione dei Byrds, le sue doti di grande vocalist emergono in pieno con autorevolezza, tuttavia è un episodio singolo; da dimenticare sono Blowin' In The Wind e Don’t Think Twice It’s All Right, che rilette in chiave pop-californiano perdono ogni legame con l’orginale. Discutibili sono anche Like A Rolling Stone cantanta da Sonny in Sonny Side Of Cher  e I Want You cantata da Cher in Cher, entrambi i dischi furono pubblicati nel 1967.
Del 1968, sono Masters Of War e The Times They Are A-Changing, anche queste non possono essere considerate di alto livello.
In 3614 Jackson Highway del 1969 invece si misurano con pezzi più accessibili di Bob, tratti da Nashville Skyline. Lay Lady Lay, Tonight I'll Be Staying Here With You e I Threw It All Away,  si addicono perfettamente alle caratteristiche pop del duo e rispetto alle versioni un po’ spartane di Bob acquisiscono potere da Hit Single, si tratta di versioni commerciali ma assolutamente buone.
Nel 1975 Cher ricorda al suo pubblico che il Beat esiste ancora e pubblica The Beats Goes On riproponendo Tonight I'll Be Staying Here With You, in una nuova versione, nulla di eccezionale, mero revival, era già vecchia allora come arrangiamento adesso è da soffitta.
 

Barry McGuire


Anche la figura di Barry McGuire, ha nell’infinito universo delle cover dilaniane un posticino di risonanza, non tanto per le cover eseguite ma quanto per le influenze dilaniane nella sua  musica. Nel 1961 Barry McGuire, nativo dell'Oklahoma con un potente baritono, si unì ai New Christy Minstrels, un gruppo folk che eseguiva materiale tradizionale. Per i Minstrels scrisse il piu' grande successo, Green Green, che li lancio' nell'era Dylaniana.
Barry si ricorda di sicuro di più per la sua versione dell'ode apocalittica di Paul Sloan, Eve Of Destruction (più nota nella versione dei Byrds, ma anche in italia per quella italiana di  Gino Santercole, dal titolo Questo Vecchio Pazzo Mondo) o di You were on my mind (We Five e in Italia Equipe 84 con il titolo Ho In Mente Te), tuttavia questo strano ed eccentrico personaggio della musica americana interpretò proprio nel suo album più famoso Eve Of Distruction del 1965, It’s All Over Now Baby Blue e She Belongs To Me.
Entrambe le versioni sono degne di nota, ottimo il suo lavoro alla chitarra, sembrano però dei buoni riempitivi, per un album che sicuramente è più famoso per la title track che per le cover di Dylan. Buone sono le due b-side Masters of War e When The Ship Comes In. Nel 1966 tornò con il buon This Precious Time che conteneva una bella rilettura di Just Like Tom Thumb’s Blues.
 

Manfred Mann Band


La Manfred Mann Band era stata formata nel 1962 dal pianista jazz sudafricano Mike Lubowitz (ribattezzato Manfred Mann) e dal batterista Mike Hugg (inizialmente si facevano chiamare Mann-Hugg Blues Brothers) e suonava blues nei club di Londra come i giovani Rolling Stones e tanti altri. Il loro primo singolo, Why Should We Know (1963), fu uno strumentale soul-jazz, costruito su limpidi e swinganti intrecci di organo e sassofono. Mann scopri` presto un'inclinazione naturale per l'arrangiamento di canzoni pop e, dopo il successo dei Beatles, cambio` drasticamente il sound del gruppo. Il cantante, Paul Jones, era uno dei piu` precisi e ordinati dell'epoca, e alla sua squillante esuberanza vocale il complesso dovette gran parte del successo. Fra i tanti gruppi venuti alla luce grazie alla "British Invasion" del 1964 la Manfred Mann Band fu forse la meno caratteristica e la piu` legata ai modelli del decennio precedente.
Cio` non toglie che dal 1963 al 1969 la Manfred Mann Band ebbe piu` brani in classifica di qualsiasi complesso del Merseybeat, eccetto i Beatles. Il sucesso vero arrivò con Do Wah Diddy Diddy del 1964, scritta da Ellie Greenwich e Jeff Barry per gli Exciters nel 1962, che anticipava  l’uscita  dell'album Five Faces proponendo ancora il sound soul-jazz degli esordi ma con venature di brioso pop. Nel 1965 pubblicarono un EP contenete una bella versione di With God On Our Side, l’arrangiamento soul-jazz si sostituiva a quello folk lasciando inalterata la bellezza cristallina di questa canzone di Bob; cominciava un piccolo grande percorso artistico di questa band nell’ambito del repertorio dilaniano.
Dopo qualche mese uscì su singolo un inedito dilaniano che spopolò in quel periodo sia nelle classifiche sia nelle reinterpretazioni, If You Gotta Go Go Now, che proveniva dalle session di Another Side e BIABH. Del 1966 è invece una rilettura poco convincente di Just Like A Woman, pubblicata solo su singolo, il maggior difetto consiste in un sostanziale appesantimento della canzone che perde un po’ del suo fascino originario.  Subito dopo la defezione di Jones si diressero verso il soul sofisticato  sotto l'influsso dei Kinks e della psichedelia, complicarono il gioco, e al limite il complesso riusci` anche a reinventare in modo travolgente l’ormai superinflazionata The Mighty Quinn, nel 1968, di Dylan. In seguito  il gruppo divenne dominio esclusivo di Mann dopo che anche Hugg se n'era andato e avrebbe continuato per anni sotto la leadership di Manfred Mann a proporre un soul-rock pomposo. Nel 1971 Manfred Mann's Earth Band, conteneva Please Mrs. Henry; tuttavia risulta essere un riempitivo di poco conto, nell’ambito di un disco sicuramente minore, a differenza del successivo disco del 1972 Glorified, Magnified che conteneva una briosa versione pop-soul di It’s All Over Now Baby Blue.
Buon successo fu anche Father Of Night che in Solar Fire del 1974, spiccava per intensità di toni e raggiungeva la bellezza dell’originale pubblicato su New Morning da Bob.
Altrettanto convincente è la versione live di Father Of Night presente in  Manfred Alive pubblicato nel 1997 ma risalente alle tourneè dei settanta; di questo disco fanno parte anche convincenti riletture di Shelter From The Storm, You Angel You e The Times They Are A-Changing, tutte caratterizzate da rifiniture pop-soul, tuttavia oggi come oggi sembrano arrangiamenti che hanno fatto il loro tempo.
 

Stevie Wonder


La fortuna delle prime composizioni dilaniane fu immensa anche in ambienti diversi da quelli folk. Ne è esempio Stevie Wonder, che musicalmente parlando era completamente fuori dal giro del folk del Village, il suo stile si poneva a metà strada tra Motown e Soul-blues, tuttavia subì l’influenza della musica dilaniana e  nel 1965, incise una bellissima versione di Blowin’ In The Wind, seguita nel 1966 da una meno ispirata Mr.Tambourine Man contenuta nell’album Down The Earth.
Le sue interpretazioni sono arricchite da venature soul-gospel, e lo si nota anche nella ispiratissima riproposizione dal vivo di Blowin’ In The Wind nel 1970 contenuta in Stevie Wonder Live e nella magnifica versione più recente dello stesso brano al concerto tributo a Bob Dylan.
 

Salomon Burke


Recentemente Salomon è tornato sulle scene con un nuovo disco dal titolo Don't Give Up On Me; ci si era quasi dimenticati del buon vecchio reverendo, lo avevamo lasciato alle malinconiche revival night, in cui appariva di tanto in tanto. Il suo ritorno è segnato da varie collaborazioni importanti, infatti, tra le tante canzoni di autori illustri contiene una splendida versione di Stepchild, una canzone ancora inedita di Bob Dylan. Di questa canzone non abbiamo una versione in studio ma alcune prove di sound check e una performance dal vivo risalente al concerto a Oakland del 13/11/1978.
La versione cantata da Solomon è sicuramente privata della base rock, ma si è arricchita di fascino soul proprio della voce del reverendo, non solo, ma è stata anche rivisitata nel testo che non sembra, almeno da alcuni ascolti, lo stesso; invariato è il ritornello.
Questo pezzo è sicuramente una delle punte di diamante del disco, ha forza espressiva, che proviene tutta dalla splendida voce di Burke. Non bisogna dimenticare che già nel 1965 Salomon pubblicò su singolo una strepitosa versione soul di Maggie’s Farm, ora rintracciabile in "The Bob Dylan Songbook", Connoisseur Records 1991.
 

The Band


La Band fu un caso piu` unico che raro della musica rock. I loro primi album catturarono una dimensione privata/domestica e rustica che sembrava un paradosso nell'era del folk-rock, fenomeno tutto urbano e degli hippies, fenomeno pubblico e comunitario, e lo fecero con un piglio che si riallacciava direttamente agli stili dei musicisti piu` umili delle zone d'America: i folksinger degli Appalacchi e i predicatori gospel delle chiese del sud. Al tempo stesso immisero in quelle musiche uno spirito austero, degno della musica da camera, e solenne, degno della musica religiosa.
La Band (alle origini The Hawks) si formo` in Canada nel 1960 per accompagnare il rocker Ronnie Hawkins. Il batterista Levon Helm, il bassista Rickie Danko, il pianista Richard Manuel, l'organista Garth Hudson e il chitarrista Robbie Robertson, figlio di un ebreo e di un'indiana Mohawk, componevano un valido gruppo d'accompagnamento che venne notato e portato al Greenwich Village di New York nel 1964.
Bob Dylan li ingaggio` nel 1965 per la sua clamorosa conversione alla musica elettrica e da quel momento rimasero nel suo entourage. Quando Dylan si ritiro` a vivere nei boschi di Woodstock, la Band lo segui`. In quell'atmosfera bucolica Dylan e la Band registrarono quelli che diverranno famosi come i Basement Tapes (1975), ma la Band comincio` anche a scrivere il proprio materiale, che avrebbe costituito il primo album, uscito nel luglio 1968. Da Basement Tapes da ricordare è Long Distance Operator, mai incisa da Dylan ma cantata dal vivo nello show del 4 novembre 1965 al Berkeley Comunità Theatre; a differenza di quest’unica versione “originale” conosciuta per altro eseguita magistralmente e  cantata in modo molto suggestivo, quella di The Band ha in più nella struttura una eccezionale atmosfera propria del loro sound di quel periodo, tuttavia manca delle sfumature vocali di Bob.
Music From Big Pink del 1968 e` invece uno degli album che segnarono la svolta decisiva dall'acid-rock al country-rock.
Lasciandosi alle spalle le lunghe improvvisazioni lisergiche, la Band ritorno` al formato tradizionale della canzone e adotto` un sound radicato nelle musiche tradizionali dell'America. L'esperimento riusci` perche' la Band era composta da cinque musicisti d'eccezione. Vantava forse la miglior sezione ritmica dell'epoca, poderosa, solenne, esuberante e concisa, una delle migliori di sempre. Aveva due tastieristi che si complementavano a meraviglia; da un lato il piano gospel di Richard Manuel e dall'altro l'organo "Bach-iano" di Garth Hudson. E poteva contare sulla personalita` catalizzatrice di Robbie Robertson, che conferiva alle canzoni un tono che era un misto di esistenziale, mistico ed epico.
Robertson era anche un chitarrista originale, che usava il pedale wah-wah per riprodurre il suono tradizionale della "steel guitar". Il gruppo non aveva paura di sperimentare gli accostamenti piu` insoliti, scorrazzando fra gospel, spiritual, blues, country, soul, cajun, ragtime, rock and roll, funk e un pizzico di musica barocca da chiesa.
L'insieme era orecchiabile, trascinante e surreale. La Band viveva in una singolare zona di confine del panorama musicale dell'epoca e forse di tutte le epoche. Al tempo stesso il disco propugnava valori morali che erano tanto insoliti quanto la musica. La Band aderiva ai valori dell' "american way of life": prima di tutto i capisaldi di casa e famiglia (il domestico), poi l'amore per la campagna, la prateria e la natura (il rurale) e infine gli ideali della grande nazione, liberta` ed eguaglianza (il patriottismo). La Band coltivava insomma un folk "conservatore", senza la retorica nostalgica del conservatorismo, e semmai con un tono sobrio e bonario; aderiva a valori antiquati, ma senza farne una piattaforma politica. Nulla poteva contrastare di piu' con l'ethos dell'era hippy.
Music From Big Pink divenne subito celebre perche' conteneva alcuni inediti di Bob Dylan, uno su tutti è I Shall Be Released (successivamente inciso anche da Bob); quella della Band è la versione definitiva del brano, un arrangiamento pianistico, dalle sfumature quasi sacrali, bellissimi sono i lievi contrappunti di organo. Già dalle prime note si presenta all’orecchio dell’ascoltatore un atmosfera senza tempo e  quando entra in gioco il falsetto di Richard Manuel la canzone acquista ancora più forza spirituale diventando una delle pietra miliari della storia del rock.
This Wheel's On Fire è l’altro inedito famoso di Bob, ma questa versione, senz’altro strepitosa, a differenza di quella purtroppo ancora inedita eseguita a Jersey City nel 1973, sembra privare un po’ di forza il brano che si presta molto più alle esecuzioni live.
Discorso diverso è invece quello per Tears Of Rage che è  una vera e propria visione d’America, una storia comune di due genitori che si chiedono cosa hanno sbagliato nel vedere la figlia che li sta abbandonando, è un pezzo di storia cristallizzato in una canzone. L’interpretazione di The Band ne sottolinea i toni emotivi, e ne rende quasi la versione definitiva.
Spesso nel corso della prima parte di carriera la Band ha eseguito dal vivo pezzi composti all’epoca dei Basement Tapes; la vera perla è Don’t Ya Tell Henry eseguita all’ HollYwood Bowl nel 1970.  Come al solito l’impatto live è superbo, di questa canzone si conoscono poche versioni live di cui una anche in duetto con Bob contenuta nella nuova versione di Rock Of Ages ma tutte sono indimenticabili.
La vita della Band, terminò proprio sulle note del loro successo a firma Dylan, era il loro ultimo concerto, l’ultimo valzer, e quella era I Shall Be Released, alla voce c’era Dylan, alla Band, si erano aggiunti per i cori tutti gl’ospiti di quel film-concerto di Scorsese, tra i più noti Van Morrison, Neil Young,  Emmylou Harris e Ringo Starr. Era la fine del più importante e influente gruppo americano, che tornò a risorgere senza l’apporto di Robertson in epoca più recente.
Della seconda fase della Band vanno ricordati Jericho, High On The Hog e Tangle Up In Blues. Il nuovo corso della Band comincia con la partecipazione al concerto tributo per Bob del 1992, in quell’occasione eseguirono When I Paint My Masterpiece, già incisa in Cahoots nel 1971, all’epoca sembrava fosse un po’ ingabbiata nell’economia generale del disco, ma in questa versione esplode davvero, eccezionale è la parte di accordion suonata da Garth Hudson, così come il lavoro al mandolino e alla voce di Levon Helm, per non parlare della rustica fisarmonica e della sezione ritmica composta  per l’occasione dallo storico batterista di Bob Jim Keltner e della new entry Rendy Ciarlante.
Jericho del 1993 è un album bellissimo degno dei tempi migliori della Band, con arrangiamenti curatissimi e con un buon numero di cover famose (Blues Stay Away From Me e Atlantic City di Springsteen su tutte), quella indimenticabile è Blind Willie McTell del nostro che è un capolavoro di arte musicale; nemmeno la pur eccezionale versione elettrica ancora inedita di Bob arriva a tanto, la Band è tornata ancora a nuova vita in quest’album dedicato all'allora compagno di un tempo, lo scomparso Richard Manuel.
In High On The Hogh del 1995 sono invece contenuti la loro personale versione di Forever Young, molto appassionata, quasi magica, ne ritrovano il vero senso originario, loro l’hanno vista nascere nelle session di Planet Waves del 1974 ora le danno nuova vita in quest’interpretazione magistrale.
Buona è anche One Too Many Mornings incisa per Tangle Up In Blues del 1999.
 

Emmylou Harris


Come detto Emmylou Harris era tra le star presenti in Last-Waltz, di lei si ricorda la partecipazione alle session di Desire, tuttavia notevolissime sono alcune sue rivisitazioni personali di Dylan.
Il vertice massimo della carriera della Harris oltre al recente successo della sua partecipazione alla colonna sonora del film Fratello Dove Sei? prodotto da T-Bone Burnett, è sicuramente la bella esecuzione in duetto con The Band di Evangeline contenuta in Last Waltz,; lì la sua voce ha una consistenza e una delicatezza tale da surclassare le doti vocali di Robertson e soci.
In tempi non sospetti, verso la metà del 1969, interpretò in Gliding Bird eccellentemente I’ll Be Your Baby Tonight, canzone conclusiva di JWH. Lla sua voce gira già su altissimi livelli, incarnando la tradizione folk americana, pur conservando un grande spazio per la sua personale interpretazione. Dopo aver abbandonato le cover, che avevano contribuito a farla diventare famosa nel 1995 ritorna alle interpretazioni ancora con un brano di Bob Dylan; per l’occasione sceglie Every Grain Of Sand, già bellissima nella versione originale, qui acquista la forza emotiva propria della Harris, lo stesso discorso vale per When I Paint My Masterpiece del 1996 contenuta in Portraits, l’arrangiamento di questa canzone è favoloso, sembra un bluegrass versione leggera, in cui compaiono oltre al mandolino una splendida pedal steel, a fare da tappeto sonoro alla voce da brividi di Emmylou.
 
 

Almost Went To See Elvis


Dylan non conobbe mai Elvis, eppure sia l’uno che l’altro, finchè è stato in vita non hanno disdegnato di tributarsi stime reciproche. Elvis, è andato più nel profondo incidendo ben quattro brani di Bob. Tutti bene o male hanno trovato una pubblicazione ufficiale, tuttavia nella sterminata discografia di Elvis, sono difficili da rintracciare. La prima in ordine cronologico e anche a livello di fama è Tomorrow Is A Long Time, contenuta in Spinout del 1966, influenzata dallo stile di Elvis mantiene il fascino dell’originale, viene arricchita dal suo cantato unico e quasi soprannaturale; di sicuro aggiunge freschezza dell’interpretazione di Bob.
In Elvis del 1973, è contenuta una splendida versione di Don’t Think Twice It’s All Right; personalmente preferisco la versione alternativa inedita, molto più ritmata e la voce è più modulata e meno ingabbiata nello stile da rocker rubacuori classico di Elvis.
Blowin In The Wind, inclusa in una raccolta del 1995 è affascinante ma non raggiunge invece la strepitosa interpretazione di I Shall Be Released pubblicata nel 1995 in un essential dal titolo Walk A Mile In My Shoes.
 

Johnny Cash


Alla fine degli anni '60 si ebbe la seconda grande trasformazione: l'estinzione del movimento di protesta ebbe come conseguenza un generale senso di rilassamento, un bisogno generale di semplicita` e di tranquillita'. L' improvvisa riscoperta del country, la musica popolare dell'Establishment bianco, restaurò valori che sembravano definitivamente superati. Anche quello fu un messaggio politico, il messaggio di una disfatta generale.
Per restare in ambito americano, a Johnny Cash Dylan deve il suo cammino nel mondo della musica country. La strada che porta a Nashville per Bob cominciò in un incontro con Cash in un back stage di un concerto, testimoniato da Eat The Document, in cui i due duettano al piano.
Con Johnny Cash Bob incise circa 20 canzoni rintracciabili nel boot Dylan & Cash Session (Tree 7); di queste canzoni una sola è stata pubblicata ufficialmente, Girl From The North Country in Nashville Skyline.
Qualche anno dopo Dylan, ha ceduto la bella Wanted Man a Johnny che ne fece un pezzo pregnante della sua discografia, splendida e sentitissima è la versione del Live at St.Quintin.
Già nel 1965 Cash aveva inciso una bella versione di Don’t Think Twice It’s All Right, molto vicina come impostazione vocale alla versione di Elvis, ma qui arricchita dall’essenzialisimo country proprio dello stile di Johnny.
Sempre del 1965 è una versione di It Ain’t Me Babe, tuttavia è meglio rifarsi a quella in duetto con la moglie del 1992 del live concert tribute a Bob. Da molti criticata come performance, è senza dubbio un esempio di grande versatilità musicale e le voci buttate lì su due toni diversi rendono ancora più affascinante la canzone.
Delle stesse session di It Ain’t Me Babe è una discreta versione di Mama You’ve Been On My Mind, tuttavia sembra un po’ sconclusionato il prodotto finale, ma regge il confronto con l’originale.
La vera perla del suo piccolo repertorio di cover dilaniane è One Too Many Mornings incisa nel 1986, ma già provata in duetto con Bob nelle session già citate; questa volta a sostituire Bob c’è Waylon Jennings, il tutto risulta ben fatto, e molto incisivo è il confronto tra le due voci. Nella vasta discografia di Cash, c’è anche un brano inedito di Bob, Wanted Man, è in pieno stile country, davvero ottima come versione, peccato non ci sia l’originale dilaniano a cui rapportarsi.
 

The Beatles


Chi lo avrebbe mai detto I Beatles, interpreti di Bob…è proprio così invece. Si sapeva delle frequentazioni con Bob al Savoy Hotel, del famoso pezzo Pneumonia Ceilings probabilmente composto insieme, ma delle cover si sa poco. Purtroppo tutte le versioni conosciute di queste prove di studio alle prese con i brani del nostro sono inedite e rarissime anche nell’ambito dei  bootleggers, e tuttavia non hanno grande valore a livello musicale, per di più si tratta di alcuni frammenti interessanti solo a livello di curiosità. In un  bootleg conosciuto come Black Album sono contenuti un simpatico frammento di Rainy Day Woman con Paul Mc Cartney alla voce, una bella versione di Positively 4th Street sulla melodia di Norvegian Wood cantata da John Lennon; sono quelle di maggior valore artistico. Belle, ma non eccezionali sono Mama You’ve Been On My Mind e It Ain’t Me Babe. Trascurabili sono Blowin’ in The Wind in una versione alla Presley, un frammento di I Shall Be Relased e Please Mrs. Henry, quest’ultima eseguita in modo molto spiritoso e I Threw It All Away.
 

George Harrison


Sciolti i Beatles nel 1969, e dopo la pubblicazione nel 1970 a giochi ormai fatti del bellissimo  Let It Be che cantava il requiem ad uno dei più grandi gruppi della storia, tutti e quattro gli scarafaggi, intrapresero carriere soliste. Il successo più immediato e di grandioso richiamo commerciale fu l’album di Harrison All Thing Must Pass del 1970, che conteneva una romanticissima versione di If Not For You, incisa in New Morinig anche dallo stesso Bob Dylan, e poi una bellissima composizione che li vedeva affiancati come autori, I’d Have You Anytime.
La versione di Harrison di If Not For You è sicuramente superiore all’originale che è considerato dai più minore rispetto all’intera produzione di Bob Dylan; in questa cover acquista più romanticismo grazie alla voce di George ma anche più consistenza e solidità, ne nasce una versione definitiva indimenticabile, sicuramente tra i pezzi migliori dell’intero album in cui My Sweet Lord fu il singolo che lo trainò verso il sucesso.
Dalla famosa giornata insieme in studio di Dylan e Harrison, documentata dal boot Yesterday, deriva I’d Have You Anytime, ne esiste una take incompleta in cui a cantare è Bob ma è la versione più nota di George a dare davvero completezza a questo brano splendido, notevolissimo è il suo lavoro alla chitarra e quello alla pedal steel di Pete Drake già con Bob in Nashville Skyline e JWH.
Oltre a questa famosa session, Harrison e Dylan insieme a Petty, Lynne e Orbison furono parte del progetto Traveling Wilburys, da cui nacquero due dischi bellissimi Vol. 1 e Vol. 3.
Stupenda è ancora la sua partecipazione al concert tribute a Dylan per i suoi 30 anni di carriera. In quell’occasione suonò una travolgente versione di Absolutely Sweet Marie e una altrettanto bella ma meno convincente rispetto alla versione in studio di If Not For You.
Tra le cover dilaniane ancora inedite di Harrison, dal bootleg Far East Man del 1985 ci sono Every Grain Of Sand e Mr.Tambourine Man, entrambe le versioni sono eccellenti musicalmente parlando ma in quel periodo George non viveva un gran momento in quanto a voce e lo dimostrano i flop dei suoi album di quel periodo.
Differente è il discorso di Abandoned Love, questa canzone proviene da alcune session per l'album di George del 1982 Gone Troppo, si tratta di una versione che è circolata su internet per molto, è semplicemente stupenda, la voce di George ha forza e consistenza, l’arrangiamento è superbo. Di recente si è parlato di un album postumo in cui probabilmente sarà inclusa questa bellissima interpretazione. Tuttavia temo che Jeff Lynne e il figlio di Harrison, Dahni, produttori di questo disco postumo facciano qualche sciocchezza in fase di  sovrapproduzione giocando troppo con le sovraincisioni  ma soprattutto con le  nuove parti cantate da George e Bob di cui si è parlato di recente facendo perdere l’originale freschezza al brano. Basterebbe pensare come ha rovinato i due  inediti dei Beatles Free As A Bird e Real Love contenuti in Anthology.
 

Brian Wilson e i Beach Boys


Per i Beach Boys vale più o meno lo stesso discorso dei Beatles, ma con qualche sfumatura diversa. Furono il piu` grande dei gruppi di surf music, ma non passerebbero alla storia per quel primato. I Beach Boys nacquero da un'idea semplice ma geniale, una di quelle idee che finiscono per influenzare un'intera epoca: fondere i gruppi vocali e il rock and roll.
Brian Wilson era affascinato tanto dalle armonie in quattro parti dei Four Freshmen (il gruppo di maggior successo degli anni '50) quanto dai riff di chitarra e dal ritmo febbricitante di Chuck Berry. I Beach Boys non furono altro che la fusione dei due. Ma fu la scintilla che scateno` una rivoluzione musicale e sociale, che avrebbe partorito Beatles e Byrds, che avrebbe cambiato per sempre il concetto di musica melodica. I Beach Boys, piu` umilmente, rappresentarono anche l'inizio del periodo d'oro della musica californiana. La California non era stata una delle capitali della musica ma lo divenne dopo il loro successo e per il resto del secolo la sua importanza non fara` che aumentare. Qualcosa dei Beach Boys rimarra` nella musica delle generazioni successive.
Anche i Beach Boys hanno incontrato sulla loro strada la figura di Bob e lo hanno fatto prima con due cover abbastanza convincenti e con una collaborazione tra Brian Wilson e Dylan. La prima cover conosciuta è una bella versione di Crash On The Leeve, dalle venature molto surf e con delle eccentriche armonie vocali.
Di altro taglio è una sorta di ripresa folk-rock di The Times They Are A-Changing, prensente in Beach Boys’ Party del 1968, sembra che a suonare siano i Byrds mentre alle voci ci siano Brian e soci, in effetti riescono a riprodurre il suono tipico del gruppo di Mc Guinn ma con risultati meno irruenti e forse meno riusciti. Quanto alla session di Brian e Bob Dylan è importante ricordarla perché i due scrissero un brano insieme The Spirit Of Rock n’ Roll, infatti Bob non si limita solo a fare la seconda voce ma scrive uno dei versi; questa canzone è sullo stile dei Beach Boys, la voce di Bob sembra in grado di reggere il confronto ed è bello sentire la differenza di stile canoro tra Brian e Dylan.
 

I Fairport Convention e il British-Folk


I Fairport Convention furono senza dubbio il gruppo piu` celebre del folk revival britannico, anche se forse furono anche quello meno artisticamente valido. Rappresentarono nel bene e nel male la quintessenza di quel movimento, che raramente ebbe la forza di trascendere la propria natura di revival. Formati nel 1967 nei club dell'underground londinese dal sodalizio di un pugno di animatori della scena folk, fra cui il chitarrista Richard Thompson, il cantante Ian Matthews, e il bassista Ashley Hutchings, i Fairport Convention debuttarono con l'album Fairport Convention del 1968, un'accozzaglia di brani originali e di covers dei folksinger americani.
Dietro i suggerimenti del produttore Joe Boyd, il complesso si arricchi` della cantante Sandy Denny, abbandono` il cliche' dei Byrds e si oriento` verso le composizioni originali e rivisitazioni molto particolari di Dylan.
Thompson impreziosì  What We Did On Our Holidays del 1968 con una bella versione dell’inedito I’ll Keep It With Mine, outtake del periodo a cavallo tra Highway 61 e Blonde On Blonde, mentre una splendida versione di Percy’s Song è il cardine di Unhalfbricking del 1970.
Quest'ultimo vantava anche un arrangiamento per così dire "progressivo" di If You Gotta Go Go Now, altro inedito saccheggiatissimo del periodo post Village di Dylan. Denny aveva dalla sua una delle voci piu` originali del suo tempo, inventando uno stile che sara` influente sulle generazioni successive (Kate Bush e Tori Amos fra le tante), tuttavia il lavoro su Percy’s Song è apprezzabile totalmente nella take registrata in una session alla BBC. Da quella registrazione emerge un flusso di emozioni impareggiabili. Nonostante i numerosi cambiamenti di formazione l’attività live rimase sempre di alto livello, durante il periodo 1969-1975 presentarono vari brani di Bob Dylan; quelli memorabili sono senza dubbio tre: Down In Flood presente su Live Convention del 1969, rielaborata in chiave folk di matrice britannica, una splendida versione di  George Jackson purtroppo ancora inedita proveniente dal tour del 1973 e una buona rilettura di Knockin’ On Heaven’s Door live al Trobadeur Club del 1974.
Come quasi tutte le band di quel periodo dopo le varie vicissitudini, gli scioglimenti vari e ricomposizioni delle varie line-up agl’inizi degl’anni ottanta, durante il  bel concerto di reunion di tutta le formazione originaria, venne proposta dal vivo una bella versione di Forever Young.
Nelle varie compilation si possono trovare due brani impostati come progetto di B-Side e poi rimasti nei cassetti,  Lily Rosemary & Jack Of Hearts dall’affascinante arrangiamento e Lay Down Your Weary Tune, dove la voce di Denny rende al meglio il senso del brano e fruttando in pieno tutte le sue potenzialità.
Il canto del cigno di questa band è Red And Gold del 1989, un album dignitoso ma senza grandi idee, eccetto un rifacimento con titolo diverso di Open The Door Homer, qui riproposta con il titolo Open The Door Richard, di questo brano recuperano l’iniziale genuinità delle sedute di registrazione di Big Pink, per il resto è pura routine, per un gruppo ormai navigato e alle soglie della pensione.

Nel panorama del folk inglese si può inquadrare anche la figura di Jan Anderson, celeberrima rock star inglese degl’anni 70, flauto, chitarra e voce  dei Jethro Tull,  nel corso della sua carriera è riuscito a fondere rock, folk e musica classica (Bach). Nel bel A Vulture Is Not A Bird You Can, 1972, rivisita magistralmente One Too Many mornings; la performance è sicuramente molto influenzata dagli stilemi prog, ma i bridge di flauto sono a dir poco indimenticabili, ne nasce una versione decisamente fuori dal comune ma davvero tutta da ascoltare, peccato che i suoi dischi solistici siano ormai introvabili e tuttavia per ascoltarlo nel pieno della sua arte bisogna senza dubbio rifarsi ai dischi dei Jethro Tull.
 

British Artists Sing Dylan’s Songs ovvero Rolling Stones e dintorni


Gli Stones come i Beatles ebbero modo di frequentare Bob, in quelle notti brave al Savoy tra il 1965 e il 1966. Nella loro carriera, a parte qualche rarissimo episodio come la strepitosa rilettura di Like A Rolling Stone del recente Stripped, non hanno mai eseguito nulla almeno in via ufficiale, tuttavia scavando tra le varie session si è scoperta qualche chicca.
Mick Jagger esegue nello splendido bootleg Voodoo Strew, che raccoglie tutto quello che è stato suonato nelle session per Voodoo Louge una magnifica versione di It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry.
Sempre nello stesso bootleg Keith Richards esegue una drogata versione di Girl From The North Country, una versione acustica strampalata, il vecchio leone inceppa in varie stonature, ottima come curiosità ma nulla di più.
Nel bootleg Off the Boot, che raccoglie inediti vari degli Stones, è contenuta una bella Pledging My Time in medley con It Hurst Me Too e dello stesso boot fa parte una simpatica take di Seven Days eseguita da Keith Richards, tuttavia manca dello spessore di quella eseguita dall’altro Stones Ron Wood, al concerto tributo.
La versione di Ron è decisamente una delle versioni più belle mai ascoltata di Seven Days, in quell’occasione si creò un atmosfera irripetibile durante l’esecuzione del brano, la chitarra  e poi sapere Ron buon cantante, ti riconcilia con la vita. Ronnie è un icona del rock, al pari di Jagger e Richards.
Un altro ex-Stones, e collaboratore di vecchia data di Bob è Mick Taylor, che spesso dal vivo esegue una bella versione di Blind Willie Mc Tell con ottimo lavoro di chitarre; tuttavia, spesso finisce per dimenticarne le parole o citarla all’inizio di qualche altro brano.

Un'altra band inglese importantissima per la musica rock sono i The Who; non hanno mai suonato cover di Bob Dylan nè si hanno notizie certe di prove durante le session, eccetto una bella versione dal vivo a Londra il 14 maggio del 1974 di Corrina Corrina, e una recente versione del leader Pete Townshend di Girl From The North Country, provata spesso in studio nelle infinite session della sua opera rock Lifehouse, ed eseguita dal vivo nel 1992; è molto più affascinante la prova in studio con la sola chitarra acustica, dal vivo venne martoriata da schitarrate elettriche quasi fuori luogo e dalla sua voce completamente fuori fase.
Il capitolo Them-Van Morrison e Dylan, si sintetizza in due episodi eccezionali, il primo è la cover di It’s All Over Now Baby Blue, registrata da Van The Man nel periodo in cui era front man dei Them, il secondo è una splendida versione degl’anni settanta di Just Like A Woman.
Per quanto riguarda la prima è senza dubbio una prova eccellente, una rilettura dai toni soul-blues, molto sentita, la voce di Van Morrison gira già su altissimi livelli stilistici al punto che ad ogni ritornello, nell’ascoltatore più sensibile cresce un vibrante senso di lieve malinconia.
Nel corso di vari concerti in cui Van e Bob si sono esibiti insieme hanno spesso rieseguito questa canzone con risultati non sempre brillanti, complice il fatto che spesso Dylan pecchi di troppo zelo e reverenza nei confronti dei suoi compagni di palco.
La seconda è qualche spanna sotto, It’s All Over Now Baby Blue, ma pur sempre valida, ha un potenziale non utilizzato a pieno in questa versione, è troppo rallentata, anche la sempre magnifica voce di Van Morrison ne sembra risentire, sembra che canti con il freno a  mano tirato.
I Faces, di Ron Wood e Rod Stewart sono un altra band seminale del rock inglese, quando si sciolsero i vari componenti confluirono in altre band, e Rod si lanciò in una fortunata carriera di interprete. Del periodo appena successivo ai Faces, sono alcune belle cover di Bob nel 1970; nel suo Gasoline Alley spuntò una cover insolita, Only A Hobo, in una versione molto diversa dall’originale ma altrettanto bella e affascinante, rivista in chiave rock; ne nasce un pezzo ben lontano dagli stilemi di JWH, tuttavia siamo già su ottimi livelli.
Nel 1971 in Every Picture Tells A Story è contenuta Tomorrow is A Long Time che non è particolarmente indimenticabile e viene sommersa dagli altri pezzi del disco. Stessa sorte tocca a Girl From The North Country contenuta in Smiler del 1974.
Rod torna ad alti livelli con Just Like a Woman presente in Tonight I'm Yours del 1981, molto ben inserita nell’economia del disco, ottima esecuzione  molto accessibile, presenta qualche sbavatura qua e là ma ottima nel complesso.
Datati 1995 sono due pezzi del periodo cristiano di Bob, il primo edito solo su singolo è una strepitosa The Groom`s Still Waiting At The Altar, che di per sè è un pezzo splendido ma in questo caso Ron ci aggiunge del suo e ne nasce una piccola perla a cui si aggiunge la seconda Sweetheart Like You contenuta in A Spanner In The Works dello stesso anno, ottima anche questa ma meno convinta della prima quanto ad esecuzione.
Rod è sempre uno dei migliori di tutta la scena rock-blues inglese, e non deluderebbe nemmeno se cantasse l’elenco telefonico figuriamoci una canzone di Dylan, che per quanto sia interpretata male e suonata male ha dentro di sè un marchio di fabbrica di incredibile pregio.

Di altra impostazione sono i più datati Hollies di Graham Nash, che hanno nel 1969 inciso un intero album di cover dilaniane intitolato appunto Hollies Sings Dylan. Di quest’album numerosi episodi sono trascurabili come le ormai inflazionate Blowin’ In The Wind, Queen The Eskimo e All I Really Want To Do, tuttavia ci sono anche cose buone come When The Ships Comes In, I Shall Be Released e I Want You.
Per gli Hollies, non si può sviluppare un discorso di merito artistico rilevante in quanto hanno sempre scelto la via del rock molto commerciale o meglio divulgativo puntando più sulla quantità dei dischi venduti (non mi sembrano però in testa alle hit di vendita dell’epoca) che sulla qualità, proprio come accadde in Italia con band come Camaleonti, Dik Dik e Equipe 84.
Per fortuna il genio di Nash, ebbe gloria in una seconda fase della sua vita artistica, quella con Crosby, Stills & Young.

Un altro reduce degli anni d’oro del rock inglese, che è stato capace di riciclarsi in modo egregio nel corso di tutti questi anni, è l’ex Led Zeppelin Robert Plant, di lui ricordiamo la splendida versione elettrica eseguita con gli Zep di In My Time Of Dying che Bob cantò nel suo primo album ma soprattutto per una meravigliosa rilettura di One More Cup Of Coffee, contenuta nel recente Dreamland pubblicato nel 2002, gli arrangiamenti che sono arricchiti dal lavoro di ricerca etnica svolto in tutto il corso della sua carriera e la voce  ne hanno fatto una perla del disco, senza dubbio, è un bel modo per tenersi in vita, magari tutti i grandi reduci lo facessero in questo modo senza riciclarsi in inutili copie carbone dei vecchi album.
Questa canzone è stata eseguita anche dal vivo nei vari tour post-zep e post-duo con l’altro ex zep Jimmy Page, le versioni live non hanno lo stesso spessore della versione studio, tuttavia la voce viaggia sempre su alti livelli.
 

Joe Cocker


Joe Cocker è un icona della Woodstock Generation, è senza dubbio un sopravvissuto alla sindrome post-event che caratterizzò gl’anni successivi allo storico concerto.
Chi ha avuto il piacere di vedere il video di quel concerto ricorderà che tra i tanti nomi che sfilarono  in quei giorni sul palco salì anche quel giovane inglese di Sheffield che fece saltare in aria tutti i presenti e poi il mondo intero con la sua resa di With A Little Help From My Friends, celebre pezzo a firma Lennon e McCartney, per non parlare della splendida Delta Lady o la rilettura del classico dei Traffic Feelin’ All Right.
Joe Cocker, è stato ed è ancora un  grande interprete blues, il meglio di sè lo ha dato nelle cover di Cohen, Beatles, The Band e Dylan.
E’ proprio su queste ultime che ci soffermeremo. Il primo album datato 1969 è senza dubbio da annoverare tra i cento dischi degli anni sessanta: oltre alla già citata With A Little Help Form My Friends che è anche la title track, ci sono due cover bellissime di Bob,  Just Like a Woman e I Shall Be Released. La prima è una delle highlights del disco, alla chitarra c’è un certo Jimmy Page, all’epoca  apprezzato session man oltre che componente dei mitici Led Zeppelin, la sua presenza è fondamentale non solo per l’assolo posto prima dell’ultimo verso, ma anche per il lavoro in duetto con l’organo suonato da Mattew Fisher dei Procol Harum.
La voce di Joe è grandiosa come non mai. Indimenticabile. I Shall Be Released è davvero in una resa meravigliosa, il lavoro di organo di Stevie Winwood richiama l’arrangiamento di The Band, ciò che colpisce al cuore è la voce di Joe Cocker, mai nessuna voce come quella del Mad Dog è riuscita battere tali sentieri emozionali nel riproporre cover dilaniane.
Indimenticabile è l’apporto del coro quasi gospel tutto femminile sempre presente nelle sue canzoni giusto contrappunto alla sua voce blues roca.
Il secondo album, Joe Cocker! del 1969, presenta ancora una cover dilaniana, Dear Landlord, completamente stravolta rispetto all’originale di JWH, viene rivisitata in chiave blues, con un accentrico lavoro di piano, oltre che con un ottima performance vocale di Joe.
Nel 1970 fece storia Mad Dog And English Man, un bellissimo live che presentava tra i vari brani un bella Girl From The North Country di Bob Dylan  in duetto tra Joe Cocker alla voce e Leon Russel  al piano e alla seconda voce; la performance  è più interessante dal punto di vista storico che qualitativo, entrambi entrano con ritardo nel cantare il proprio verso, tuttavia il lavoro al piano di Russel è eccezionale, non a caso Bob lo chiamò per le session di Greatest Hits 2 (la parte di piano in Watching The River Flow è indimenticabile, ndr).
Stingray del 1976 presenta altre due cover, Catfish, pezzo escluso da Desire, e The Man In Me. Entrambi i pezzi sono buoni, soprattutto il  primo riarrangiato come fosse un vecchio blues per piano e voce, ma non hanno lo spessore per entrare nelle cover migliori di Joe.
Bellissima è invece la sua personale rilettura di Watching The River Flow incisa in Luxury You Can Afford del 1978, molto vicina all’arrangiamento di Dylan, e notevole è l’apporto di Leon Russel al piano, rientrato nell’enturage di Cocker dopo un assenza di qualche anno. Su un bootleg del 1981 c’è una versione di questa canzone con Santana alla chitarra, è decisamente superiore a quella del disco quanto a musica, ma la voce affronta in quel periodo uno dei tempi peggiori, droghe e alcool l’hanno resa troppo ruvida e sempre meno affascinante.
Nel 1982, Joe pesca ancora una volta dai brani di Bob e ancora una volta dal periodo 1975-1976, questa volta è il momento di Seven Days, bella versione ma quella originale di Bob Dylan è inarrivabile, forse solo quelle del Neverending del 1996 possono reggere il confronto. L’ultima rilettura dilaniana della sua discografia è Dignity, outtake di Oh Mercy, presente su Organic del 1996, il tutto è davvero sorprendente anche come arrangiamento, Joe ha recuperato la voce di un tempo e la band gira bene, peccato che il pezzo duri 3 minuti e mezzo, e la metà delle strofe siano state tagliate… Un delitto vero e proprio.
 
 

Jimi Hendrix


Altro personaggio della Woodstock Generation è Jimi Hendrix che purtroppo fa parte della schiera dei non sopravvissuti. Resta tuttavia nella storia come  una delle grandi icone rock degli anni '60.
La chitarra di Hendrix apri` nuove porte alla sperimentazione sullo strumento musicale. La sua lezione sarebbe stata applicata non solo alla chitarra ma anche alle tastiere, a qualunque strumento guidi la melodia nella musica rock. Il caso di Hendrix come chitarrista e` unico nella storia della musica moderna: Hendrix e` sistematicamente in testa a tutti i "poll" di critici del mondo, persino di quelli del jazz.
La sua statura come chitarrista e` paragonabile a quella di Beethoven come sinfonista.
Il suo stile alla chitarra nacque da tre esperienze fondamentali (tutte al di fuori della chitarra rock di Chuck Berry): il rhythm and blues di Chicago (Muddy Waters, Elmore James), il soul di Memphis e l'improvvisazione del chitarrista jazz Charlie Christian.
Per quanto Hendrix citasse sia il bluesman Robert Johnson sia Chuck Berry come influenze, e` difficile avvertirle nella sua musica. Hendrix fu davvero un grande, straordinario chitarrista, forse il primo grande allo strumento nell'intera storia della musica, certo quello che ne ridefini` il suono.
Dal punto di vista strettamente tecnico il suo merito fu quello di aprire nuovi orizzonti alla chitarra elettrica, lo strumento per eccellenza della musica rock. Mancino ed analfabeta, virtuosismo e sperimentazione trovarono in lui il massimo interprete. Nel suo estremismo musicale confluirono elettrificazione, amplificazione e improvvisazione, blues, jazz e rock.
La sua tecnica arrivo` ovunque, sfrutto` tutti gli effetti sonori (distorsioni, delay, wah-wah), capace di espandere il suono lungo scale inesplorate. Tutta la mimica della mano, del braccio, persino della bocca, divennero funzionali al far emettere suoni alla chitarra, per piegare le note sotto le torture piu` sadiche agli effetti piu` repellenti (suono` con l'intero palmo della mano, con i denti, con il gomito, persino con l'asta del microfono). Tutta la tecnologia dello strumento (dal finger-picking al wah-wah, dal plettro ai pedali, dal feedback all'effetto Larsen, dai controlli di tono ai distorsori) divenne una scienza istintiva della timbrica.
Cosi` cannibalizzata (e al termine dello show bruciata, condannata al rogo), la sua "sperm-guitar" dava la misura dell'eccesso, quell'eccesso, non come mezzo ma come fine, che "era" la sua arte. Hendrix "invento'" la chitarra elettrica, ne esalto` le potenzialita` tonali e timbriche, usandola in tutti i modi possibili. Con lui la chitarra diventava un'orchestra, una macchina del suono con una gamma pressoche' infinita di possibilita`, fino al limite della parodia della voce umana. L'improvvisazione partiva dalla scala blues, ma il tema era lasciato libero di espandersi pressoche' all'infinito.
Con Hendrix la chitarra acquistava addirittura una psicologia. Il suo magistero piu` alto sta forse nell'inventiva fluente dei suoi assoli e della sua ritmica: esplorare ogni angolo del suono, far vibrare le corde della creativita` in ogni recesso sperduto dell'universo sonoro. Potenziando cosi` le capacita` dialettiche dello strumento, materializzava un ego interiore incontrollabile, i cui deliri si esprimono con una grammatica irrazionale al massimo grado.
Ma Hendrix fu soprattutto il re delle adunate oceaniche. Il giovane che aveva bisogno di esorcizzare in qualche modo la civilta' della macchina si identificava nel suo virtuosismo, nella sua padronanza dello strumento, nella sua capacita` di dominare la macchina: Hendrix rappresentava per lui il mito del liberatore, quel tipo di super-uomo che lo sotto-cultura del cinema e dei fumetti stava tramutando in super-eroe. Culto della violenza, della virilita`, della volonta` di potenza: l'eccitazione della massa "costa" al duce l'adesione a filosofie titaniche e nichiliste che condannano automaticamente all'auto-annichilimento.
E` un gesto eroico, il sacrificio volontario dell'officiante, secondo un rituale di purificazione ancestrale e in particolare cristiano.
La sua carriera si divide in due periodi: uno in cui continua a crescere la sua padronanza dello strumento e Hendrix scopre di giorno in giorno le potenzialita' espressive della chitarra; e uno in cui ha ormai bruciato velocemente tutte le proprie scoperte e non sa piu` cosa fare per colpire, sorprendere, scandalizzare. La maggior parte della sua musica e` da buttare, molto del rimanente e` appena discreto. Soltanto il primo album e` vera gloria, forse perche' a quel tempo l'istinto brado di Hendrix non era ancora frastornato e annacquato dal battage pubblicitario e mondano. In seguito, cercando vanamente e con patetica ostinazione di imitare se stesso, seppe essere insopportabilmente accademico e sovente stucchevole.
Il suo album più famoso è Electric Ladyland che contiene l’allucinata “All along the watchtower”, che è con buona probabilità la miglior cover dylaniana di sempre, notevolissimo è il suo lavoro alla chitarra, che sarà ripreso in gran parte nelle recenti versioni live anche dallo stesso Bob Dylan.
Basta vedere il video di questa canzone più volte trasmesso da una nota trasmissione musicale Rai sui canali satellitari; Jimi dal vivo era un esperienza unica, estende il ruolo della chitarra che essa aveva nel blues, ne fece qualcosa di piu` di uno strumento: un simbolo fallico (simulazioni di amplesso), un urlo di guerra (riti di auto-distruzione), la voce selvaggia delle sensazioni estreme (sensualita` primitiva), uno strumento di rivincita sulla negritudine, un animale ora domestico ora selvatico, un compagno di danza, un amico dotato di pensiero, sentimento e parola, un'appendice al corpo e alla mente.
Alla fine di ogni show dava sfogo a un rituale sado-maso di masturbazione e distruzione dello strumento (ovvero di se stesso). Hendrix elevò quello strumento a simbolo totemico per un'intera generazione e in quest’atmosfera irruenta e provocatoria fa senza dubbio un certo effetto sentirlo cantare una canzone tratta direttamente dalla Bibbia, un contrasto forte e senza dubbio di estremo impatto emotivo.
Dalle session alla BBC del 1967 proviene una bella versione dell’inedito dilaniano Can You Please Crawl Out Your Window?; durante quelle giornate negli studi inglesi provò diverse cover, questa forse è la migliore al pari di Day tripper e  Sunshine of your love, tuttavia risente del fatto che è solo una prova di studio, se fosse stato sviluppato il discorso anche per una successiva pubblicazione, sarebbestato un vero gioiello.
Altro classico dilaniano tratto da JWH provato in versione elettrica a differenza dell’originale acustico, è Drifter’s Escape, riproposto anche da Bob in versioni elettriche sempre diverse, nella versione Hendrixiana l’arrangiamento è di forte impatto, fa un certo effetto sentire questo brano cantato e suonato magistralmente da Jimi, è l’ennesima prova di quanto le canzoni di JWH siano sì suonate acustiche nel disco ma trovino vita parallela nelle rivisitazioni elettriche.
Sempre nel 1967, a Monterey Jimi eseguì una curiosa versione molto blues di Like A Rolling Stone, tuttavia è un po’ troppo rallentata rispetto e rispetto all’originale perde di quell’ irruenza insita nel DNA del brano.
 

Eric Clapton


In quegli anni c’erano vari guitar heroes, oltre ad Hendrix che ne era il re assoluto: un nome su tutti è senza dubbio Eric Clapton, da sempre amico di Bob, è stato interprete di alcune composizioni di Dylan, nonchè membro fondatore di gruppi di successo quali Yardbirds, Cream, Derek e Dominos e Blind Faith ed eccellente blues-man.
Neglianni 70 è forte l’influsso di Bob Dylan nel suo stile e di quel periodo sono le sue cover dilaniane principali.
Nel 1975, una delle più grandi attrazioni discografiche fu la pubblicazione su 45 giri di  Knockin’ On Heaven’s Door in versione reggae registrata da Clapton e dalla stessa band che lo aveva accompagnato in studio nel bellissimo 461 Ocean Boulevard.
Il reggae pervade al 50 per 100 questo disco, e la stessa Knockin On Heaven’s Door ne prende tutte le influenze; splendida è la base ritmica, così come il riff di chitarra, davvero memorabile.
Bob applicherà pochi anni più tardi nel 1978 la stessa tecnica di riarrangiamento facendo un memorabile lavoro in chiave reggae con Don’t Think Twice It’s All Right.
Lo stesso Eric prese parte alle session di Desire, ma abbandonò presto lo studio, perché c’era troppo caos, erano presenti troppi musicisti, ma nessuno li dirigeva. Dylan stava cercando di fare musica in un modo nuovo, cercava un nuovo sound e non riusciva a trovare la sua dimensione con tutta quella gente attorno, così Eric decise di abbandonare lo studio, tuttavia in Romance In Durango è presente la sua chitarra. Nel successivo album “No Reason To Cry” è presente una bella canzone a firma Dylan, proveniente dalle session di Desire, Sign Language, retta da un cantato a due voci quasi ossessionante.
Eric ricorda che Bob Dylan in quel periodo era più stravagante che mai. “Non poteva ridursi a fare una canzone in un solo modo, e perciò di quella canzone ne furono eseguite tre diverse take durante le session; pensai io ‘fanculo sarò sciolto come lui”. In quel periodo cercando di sfuggire alla comune convinzione di essere un dio della chitarra, Clapton si concentrò nel cantare e nel suonare la chitarra acustica o quella Dobro, ne sono esempio proprio le session di No Reason To Cry, dove lasciava spesso spazio per gli assolo ai suoi amici, nella fattispecie The Band e Wood.
Curiosa fu la festa di compleanno di Eric, tenuta negli studi di registrazione, i tape registrati sono rintracciabili nel simpatico bootleg Eric Clapton Birthday, e ci dimostrano come queste session furono molto trafficate.
Ascoltando il boot si sente Van Morrison che canta “Stormy Monday”, Billy Preston che imita Ray Charles e The Band che suona un blues ubriaco condotto da un allegro Rick Danko, oltre alle già citate take di Sing Language. Tutti insieme improvvisarono una breve canzoncina dal titolo Eric Clapton’s Birthday.
Altri avvenimenti di rilievo furono Dylan e compagni che cantarono fino alle prime luci dell’alba canzoni dei Beatles. Uno di questi pezzi fu Last Night pubblicata come bonus nella versione Cd di No Reason To Cry.  No Reason To Cry fu un buon successo, raggiunse subito la top 20 americana e la top 10 inglese. Le influenze esercitate da Bob e compagni avevano aiutato Eric a raggiungere ancora una volta il successo. L’album è considerato ancora oggi un lavoro praticamente perfetto. Al culmine del tour di supporto a No Reason To Cry Eric partecipò a Last-Waltz, dove praticamente erano presenti tutti quelli che erano in qualche modo legati alla mitica Band.
Altro episodio importante della vita artistica di Eric è stato sicuramente l’album Blackless del 1978. Dopo i successi di No Reason To Cry e Slowhand la band di Eric si sciolse e i superstiti fecero una piccola tournèe come supporto di Bob Dylan, con un’apparizione importante al Blackbushe Aerodrome, prima di tornare a Londra per incidere il seguito di Slowhand. Durante il tour Bob diede casualmente a Eric due pezzi da incidere. ”Mi porse questa cassetta con If I Don’t Be There By Morning e Walk Out In The Rain. Fu presto chiaro che Bob sapeva esattamente quello che succedeva  intorno a lui, dovevi focalizzare tutta l’attenzione su di lui e se non lo facevi lui lo sapeva e si girava lanciando occhiate che ti pugnalavano".
Nelle session vennero incisi i due pezzi di Bob e ne vennero fuori due rock-blues di alta scuola, la voce di Eric e la sua chitarra dominano la scena in modo totalizzante.
Di If I Don’t Be There By Morning è memorabile la versione Live registrata al Budokan nell’anno successivo e contenuta in Just One Night, oltre a Eric alla seconda chitarra c’è un altro guitar hero Albert Lee, quella che ne nasce è una performance strepitosa e coinvolgente al limite di ogni immaginazione.
Nel 1992 prese parte al  Concerto che rendeva omaggio ai trent’anni di carriera di Bob Dylan al Madison Square Garden dove nel corso di un'esibizione fenomenale presentò una versione molto blues di Don’t Think Twice It’s All Right, e un'altra versione sempre molto blues  di Love Minus Zero/No Limit, quest’ultima è purtroppo rintracciabile solo su bootleg.
Prese parte inoltre alle versioni comunitarie di My Back Pages (Con Mc Guinn, Neil Young, Tom Petty, Geroge Harrison e Dylan) e a Knockin’ On Heaven’s Door (con il coro di tutti i partecipanti al tributo), dove nel caos del finale il suono della sua chitarra sovrasta tutte le altre per melodia e pulizia di suono.
 

Johnny Winter


La figura più stravagante del blues revival degli anni '70 fu Johnny Winter, chitarrista acrobatico i cui album proponevano il solito materiale riciclato dagli anni '50 ma all'insegna della sua virtuosistica pirotecnica.
La sua immagine di redneck hippie venne imposta con uno dei piu` eclatanti (e grotteschi) battage pubblicitari dell'epoca. In realta` Winter era stato un punk ante-litteram che aveva suonato per anni uno scatenato garage-rock nelle sale da concerto di periferia.  La sua carriera ufficiale si aprì invece con Johnny Winter del 1969, contenente Dallas, e culmino` con il doppio Second Winter del 1970, che conteneva un meraviglioso rifacimento di Highway 61 Revisited di Bob Dylan, memorabile è il suo “Gooooood Said….”e i lancinanti riff di chitarra.
Winter conobbe una vita di eccessi e, dopo essersi disintossicato, si trasformò in energetico rocker con l'album Still Alive And Well del 1973, che annovera oltre alle bellissime Still Alive And Well e Too Much Seconal, uno strepitoso rifacimento di From A Buick 6.
Nel 1976, mentre Bob era nel pieno dei fasti della Rolling Thunder, Johnny pubblicò lo strepitoso Captured Live che conteneva una long version di ben 10 minuti della “sua” Highway 61, questa versione è sicuramente quella definitiva, la chitarra è ancora più in evidenza della versione in studio così come tutta la sua band è al massimo della forma, con una sezione ritmica strepitosa.
La sua voce è un po’ arrochita dagli eccessi a cui era stata sottoposta, il suo stile canoro si avvicina molto a quello dilaniano.
Raisin' Cain del 1980, presenta invece una buona versione quasi hard-blues di Like A Rolling Stone, tutto sommato è passabile, ma ormai il buon Winter è sulla via della pensione. L’esempio del rifacimento di Highway 61 di Winter è fondamentale secondo me quanto quello di Hendrix per All Along The Watchtower, infatti entrambi hanno creato una versione definitiva, hanno cristallizzato nella storia la canzone.
Da notare è anche che un arrangiamento simile a quello proposto da Johnny è stato usato da Bob nel 1994, basta ascoltare la versione quasi hard-blues di Highway 61 contenuta nella live compilation di Woodstock. Tuttavia anche Winter  ha mutuato qualcosa da Dylan, come già detto il vizio di mangiucchiarsi le parole l’ha preso anche lui come del resto dimostra la sua esibizione del 1992 al concerto  tributo a Bob Dylan quando con la sua cover più famosa, Highway 61 appunto, sfoderò una eccezionale performance quanto ad energia e a immenso valore musicale, ma si può chiaramente sentire come il cantato sia completamente fuori fase!! God Bless Johnny, ne hai bisogno!
 

I Grateful Dead, Jerry Garcia e le Jam-Band


I Grateful Dead, da molti considerati il massimo complesso di musica rock di tutti i tempi, furono un monumento della civiltà hippie di San Francisco e, in generale, un monumento della civiltà psichedelica degli anni '60.
La loro massima invenzione fu il lungo brano di improvvisazione di gruppo, l'equivalente rock della jam del jazz. A differenza del jazz, in cui la jam sublimava l'angoscia del popolo afroamericano, la jam dei Grateful Dead costituiva la colonna sonora dell'LSD. La loro forma espressiva era il concerto, agli inizi erano grandi feste libere, in cui il biglietto d'ingresso (quando c'era) pagava soltanto i costi del locale. Anche in seguito i Grateful Dead avrebbero sempre preferito esprimersi dal vivo piuttosto che codificare su vinile le loro "canzoni". In tal senso non esiste una versione definitiva dei loro brani, esistono soltanto versioni su disco e versioni che non finirono su disco.
In tal senso i Grateful Dead rivoluzionarono il concetto di musica rock cosi` come il jazz aveva rivoluzionato, in generale, il concetto europeo di musica con l'idea che la musica potesse essere improvvisata. Le loro jam a tema libero in realta` nascevano dall'incontro fra due filosofie profondamente americane, quella individualista e libertaria della frontiera e quella comunitaria e spirituale dei quaccheri, esprimevano in realtà meglio di qualunque altro fenomeno musicale dell'epoca l'essenza della nazione americana, e forse proprio per tale ragione "risuonarono" cosi` efficacemente nell'animo di migliaia di giovani.
Fabbricavano una musica per intellettuali che reinterpretava il "trip" lisergico come fuga catartica dalla realta` quotidiana e liberazione dalle nevrosi urbane. In pratica, la loro fu un'indagine psicologica sulla relazione fra gli stati alterati della mente (le allucinazioni psichedeliche) e gli stati alterati della psiche (le nevrosi della societa` industriale). Ci riuscirono anche perche' un giorno si accorsero di essere diventati buoni musicisti di blues, country e perfino jazz, e non soltanto abili architetti di colonne sonore per "trip" psichedelici.
Naturalmente quella transizione venne vista come un mezzo tradimento dai fans piu` hardcore, che nei Dead avevano visto soprattutto i cantori di un grande caos sonoro. All'inizio i Grateful Dead erano gli apostoli dell'orgia, dell'orgasmo collettivo, degli happening psichedelici. L'acido lisergico era la loro religione. I Dead facevano parte di una famiglia di centinaia di persone, per lo piu` artisti, che si mantenevano con i proventi di tutti, e che vivevano ai margini dell'Estabilishment, rifiutandone le leggi di mercato, erano pertanto l'immagine piu` decadente e dionisiaca dell'acid-rock, ma anche il simbolo della vita comunitaria.
I Grateful Dead vivevano dentro la contro-cultura di San Francisco. Nel corso degli anni la loro fama è aumentata a dismisura, tant’è che vantano un vero e proprio popolo di fan, I Deadheads, che seguivano passo passo la band, di concerto in concerto, raccogliendo registrazioni degli show e nutrendo verso questa magnifica band una vera e propria adorazione.
Nel corso della loro lunghissima carriera, hanno sviluppato moltissimo la visione della cover-jam, non è un caso che nei concerti dei Dead, ci si imbattesse in più di una cover.
Verso gli inizi deglianni settanta cominciarono a proporre dal vivo, con alterne fortune, pezzi di Bob. Innumerevoli sono i  bootleg che contengono queste cover ma per semplicità ci rifaremo a questa raccolta, di recente pubblicazione dal titolo, Postcards From The Hanging, che raccoglie il meglio delle cover dilaniane. Era difficile scommettere su questa antologia dylaniana dagli archivi Dead, dato che Dylan & Dead, live che vedeva i Dead a fianco di Bob dal vivo, era stato un mezzo disastro.
I Dead stavano gustando i fasti del bellissimo In The Dark; Dylan invece faceva taglia, cuci, e incolla con  Knocked Out Loaded e Down The Groove. Progettarono per mesi quell'incontro, e vinte le titubanze di Bob si riunirono in quel di St.Raphael dove provarono un centinaio di canzoni, per buona parte contenute nel bootleg The French Girl, ma sul palco la musica era stata tutta diversa, Bob spesso era ubriaco, ma ciò che è peggio sembrava totalmente fuori posto, anche la band di Jerry Garcia sembra risentirne pesantemente, tuttavia non è tutto da buttare in quel disco; restano pesanti come macigni il latrati che Dylan emette in Joey, alla fine il risultato furono sei concerti a tratti buoni  ed un live con sette brani sette, che peraltro non raccoglieva nemmeno il meglio di quelle date.
Il disco fu fortemente voluto da Jerry Garcia, tuttavia se si fossero scelte performance migliori e il disco non fosse stato ridotto alle poche canzoni presenti, a quest’ora staremmo parlando sicuramente di  un disco diverso.
Come detto Dylan & Dead fu un piccolo disastro di cui noi fans di Bob e dei Dead un po’ ci vergognamo ancora oggi. Eloquente è la foto di gruppo presente nel booklet del disco dove Garcia guarda Dylan con aria perplessa mentre Bobby sembra pensare “Anche questo abbiamo fatto”.
Postcards From The Hanging, è un tentativo di raccogliere le migliori cover dilaniane dei Dead. Non sempre il risultato è positivo. Il disco si snoda lungo un percorso non cronologico ma che segue un ideale idea di concerto per Bob. Sono presenti ben 11 canzoni dylaniane più altre  due  contenute in  un bonus disc, interpretate dai Dead lungo gli anni, specie gli Ottanta. Il problema dei Greatful Dead per quello che riguarda le loro cover dylaniane è che cercano di incastrare il genio di  Dylan nel loro stravagante  mondo fatto di vecchi inni rurali, di sballi lisergici, canzoni anni Venti, Chicago blues e rock and roll originale. La loro genialità la si apprezza in altri ambiti non in questo. Certo il risultato è onestissimo, anzi al di sopra delle mie aspettative, ma a lungo andare risultano noiosi.
I Dead o li si ama o li si odia, è per questo che non sono mai riuscito a sentire un disco dei Dead per più di venti minuti consecutivi, le loro performance tendono ad irritare, anche se sono l’apice della genialità rock. I Dead, affidandosi soprattutto ai buoni ricordi di gioventù  recuperano molti brani dal periodo d'oro di BIABH e Highway 61 ma si spingono anche più avanti, con When I Paint My Masterpiece. Queste cover dylaniane naufragano per l'interpretazione vocale. I Dead cantano male, spesso stonano, o perlomeno storpiano tutto, sono sfuggenti. Mancano totalmente di pathos, fondamentale secondo me per rendere l’idea base di una canzone di Bob. In Ballad Of A Thin Man fanno un bel lavoro; al contrario in  It's All Over Now Baby Blue disastrano completamente,  All Along The Watchtower sembra buona ma è solo un impressione da primo ascolto, è proprio fuori. I brani presenti nel bonus disc migliorano un po’ il prodotto, infatti sia Queen Jane che Quinn The Eskimo sembrano abbastanza convincenti.
In generale però musicalmente parlando, siamo di fronte ad una band che come detto ha fatto la storia del rock quindi non oso criticare i loro arrangiamenti e la loro genialità non per atto di fede alla musica quanto per reale forza musicale presente in questi brani. In quasi tutti i pezzi suona la formazione classica di Garcia, Weir, Lesh, Mydland, Kreutzmann e Hart, dal 1981 al 1990.
Fanno eccezione Man Of Peace, tratta dalle prove a St.Raphael, con l'aggiunta di Sua Bobbità in persona alla voce, e It Takes A Lot To Laugh, che è un curioso reperto dagli show del 1973 con Keith Godchaux al piano e Dickey Betts/Butch Trucks degli Allman come ospiti d'onore.
Uno dei brani più interessanti, fra l'altro: un country rock molto rilassato, very easy, scivolando piano nelle praterie dell'american music.  L’handicap di questo disco credo sia tutto nelle versioni tratte dagli anni '80, infatti a pensarci bene quelle che si salvano su tutte sono le versioni tratte dai concerti degli anni '70.
Tuttavia il disco credo sia paradigma della loro attività live per quanto riguarda le cover dilaniane, mi inchino sicuramente alla loro genialità (indimenticabili sono per me Friend Of The Devil, Truckin’, Alabama Getaway), ma come ho già detto la loro arte non la desumiamo nè da questo disco nè da come interpretano Bob. Tuttavia non bisogna sottovalutare il rapporto stretto che intercorre tra loro e Bob. Dylan, infatti  negli ultimi anni ha mutuato dai Dead le jam strumentali a fine canzone, e ha ripreso per certi versi proprio la loro capacità di dilatare i brani per vari minuti, tuttavia non ha raggiunto certe esagerazioni dei Dead.
Jerry e compagni diedero a Bob un impulso notevole alla riscoperta dei suoi classici, da lui stesso dimenticati nei meandri della sua discografia, ma soprattutto hanno rivitalizzato la mentalità dimenticata del recupero storico dei vecchi brani folk.
Discorso completamente differente riguarda la produzione di cover dilaniane di Jerry Garcia da solista o con la sua Band, sono tutte su altissimi livelli, l'accompagnamento strumentale è strepitoso come del resto anche per i Dead, infioretta i brani con deliziosi ricami di chitarra e li leviga con chiari ritmi delicati. La prima versione che mi ha stupito in termini temporali è sicuramente una stupenda When I Paint My Masterpiece tratta da un suo concerto a Hampstead del 29 febbraio 1980, è davvero bellissima, giocata su ritmica country, viene esaltata in modo assoluto dal tocco chitarristico di Jerry, anche la sua voce mi sembra viaggi su buoni livelli.
Del 1982 è invece il suo album solista Run For The Roses, che conteneva Knockin’ On Heaven’s Door; su questa canzone in tutte le sue interpretazioni, sia con i Dead che da solo, ho numerose riserve, non fosse altro perché mi sembra sempre suonata troppo svogliatamente, la versione che più mi infastidisce è quella con il grande David Grismann sui Pizza Tape pubblicati nel 2000, postumi.
Il disco hot di Jerry è Jerry Garcia Band del 1991, che raccoglie performance live; sono presenti bellissime versioni di I Shall be Released, Tangled Up In Blue, Simple Twist Of Fate e Senor. Tutte sono caratterizzate da immenso lirismo musicale dilatato in assoli splendidi di acustica. Sicuramente le perle sono Simple Twist Of Fate, con un assolo da antologia e Tangled Up In Blue, quasi sussurrata. Davvero strepitoso, molto meglio che con i Dead.
Un altro componente dei Dead Bob Weir si è cimentato dal vivo con i classici di Bob, nel 1986 al fianco di King Fish e Peter Yarrow, eseguì una bella versione di Blowin’ In The Wind e dello stesso anno è anche una buona rilettura di Desolation Row.
Nel corso del concerto al fianco di Rob Wesserman del 26 gennaio del 1991 eseguì due belle versioni di Maggie’s Farm e When I Paint My Masterpiece, tutto sommato sono solo due episodi ma sono davvero interessanti.

Sulla scia dei Dead si posizionano le moderne Jam Band come Gov’t Mule,  Tragically Hip e String Cheese Incident. I Gov’t Mule hanno spesso eseguito dal vivo una splendida versione di I Shall Be Released, questo brano di Bob si inserisce perfettamente nel contesto dalla loro musica basata proprio sul riproporre classici storici dal vivo, sull’esempio dei più famosi Phish. La loro versione di I Shall be Released è davvero molto bella, di moderata elettricità si stende dilatata ben oltre i 10 minuti, offrendo così spunti ai membri di questa band di duettare con le chitarre quasi facendo gara all’ultimo assolo. Dei Tragically Hip, mi piace ricordare una stupenda versione elettricissima di Seven Days. La loro versione si pone sulla scia della strepitosa interpretazione di Ron Wood, ma ha una marcia in più e si sente una vibrante forza di base, una compattezza della sezione ritmica fuori dal comune e poi il cantante è a dir poco eccezionale in questa performance.
I String Cheese Incident, ricalcano il percorso country dei Dead, da loro hanno rubato i trucchi del mestiere ma ora dopo la pausa dei Phish credo che nel lotto delle Jam-Band siano i leader assoluti. Sicuramente da ricordare è l’eccentrica versione di Just Like Tom Thumb’s Blues, che presenta vari intelligenti modifiche nel testo, non è una parodia nè altro, semplicemente hanno magistralmente saputo adattare la canzone al massimo delle loro esigenze; simpatica è la sostituzione di New York City con il Colorado. La strumentazione presente in questa canzone è semi elettrica, tutto si fonde in un'ottima interpretazione, nota dolente è la voce un po’ troppo bassa. Comunque grandissimi.
 

Tom Petty


Personaggio di una moralita` esemplare, legato a valori tradizionali di onesta`, correttezza e fedelta`, Tom Petty ha espresso nella sua musica la sua tormentata co-esistenza con una civilta` che quei valori li dissacra tutti i giorni in televisione, al cinema e a Wall Street.
Tom Petty e` sempre sembrato adulto, anche quando aveva poco piu` di vent'anni. Petty fece gavetta alla corte del veterano Leon Russell, prima di stabilirsi a Hollywood nel 1974 e formare gli Heartbreakers.  Ultimo grande rocker proletario, Petty erige impeccabili strutture formali per esprimere quella maschia nostalgia che e` uno dei sentimenti piu` cari al popolo statunitense.
Tom Petty sfrutta fino in fondo cliche' di provata presa sul pubblico: il lamento nasale alla McGuinn/Dylan, le chitarre scampanellanti alla Byrds, le storie affrante di anti-eroi perdenti e solitari; ma lo fa con sincerita`, in sintonia con il personale travaglio psicologico, che da un lato presenta incontenibili slanci idealisti e populisti e dall'altro lo incupisce in una sorta di quieta disperazione.
I successi non sono mai mancati nel suo far rock quasi mainstream, anche quando la vena sembrava inaridita. E anzi la popolarità è stata sempre in crescendo, anche per effetto dell'alleanza con Dylan, di cui Petty aveva sempre imitato il canto nasale e l'arrangiamento folk-blues-rock. Storico secondo me il primo tributo di Petty all’arte di Bob Dylan, il 5 giugno del 1985 a S.Francisco, Tom e i suoi Heartbreakers suonarono una strepitosa versione di You Ain’t Goin’ Nowhere, che ricalcava sì l’andamento country-rock della versione dei Byrds, ma acquisiva in questa performance live una forza trascinante senza eguali.
Importantissimo è poi il True Confession Tour  del 1986 in cui fa da spalla a Bob con i suoi Heartbreakers, imperdibile è il video Hard To Handle relativo a quella magnifica serie di concerti. Dopo il tour Dylan entrò in studio con gli Hartbreakers di Tom Petty e di quelle session sono due brani:  l'apocalittica e cinica Jamming Me, incisa poi da Petty in Let Me Up del 1987 che lo riportò ancora una volta in classifica grazie anche al riff base della canzone che sa molto di Rolling Stones, e Got My Mind Made Up, poi incisa anche da loro con risultati superiori alla versione di Dylan presente in Knocked Out Loaded.
Tom fu al fianco di Bob anche per alcuni concerti del 1987e poi nell’avventura del supergruppo dei Traveling Wilburys. Nel 1992  Petty prese parte al tributo a Bob Dylan, con due canzoni, una bellissima e trascinante versione di Rainy Day Woman e una sentitissima e intensa License To Kill.
 

Neil Young 


Neil Young è un eccezionale cantautore, rappresenta egregiamente la continuità tra il rock nato negli anni '60 e quello contemporaneo. La sua carriera al pari di quella di Bob Dylan si snoda attraverso varie fasi. La prima fu caratterizzata dalla sua presenza nei mitici Buffalo Springfield; dopo lo scioglimento di questa band, segui una prima parentesi solista; con De-ja vù si apre invece la parentesi  caratterizzata dalla fortunatissima collaborazione con Crosby, Stills e Nash, memorabile è il loro live 4 Way Street; dopo una seconda parentesi solista dove troviamo album come Harvest e Zuma riforma una band che lo aveva accompagnato già nel primo disco solista i Crazy Horse.
Storico è il loro disco Rust Never Sleeps; negli ultimi anni si è dedicato all’attività solistica, non disdegnando reunion sia con i Crazy Horse che con CSN.
Anche il buon vecchio Neil deve parte del suo successo alla musica di Bob, non per aver scalato le vette del successo con le sue canzoni ma quanto per aver imparato benissimo il mestiere dal menestrello di Duluth, spesso si potrebbe dire che l’allievo ha superato il maestro.
Lo stesso Dylan sentendo Harvest alla radio disse che era lui quello che cantava anche se quella canzone non era sua! Insomma immaginate, Bob quasi geloso del buon vecchio Neil. Tuttavia Neil non ha mai mancato un'occasione per tributare a Bob la sua incondizionata stima, basti pensare che nel fortunatisimo tour del 1991, uno dei più importanti e riusciti del canadese con il suo gruppo storico, suonò spesso Blowin’ In The Wind, non disdegnando nei check-sound di far sferragliare la sua chitarra su qualche altro pezzo di Bob. Nel live doppio Weld che documenta questo magnifico tour, è presente proprio Blowin’ In The Wind che nell’interpretazione di Neil si arricchisce di forza, la sua voce evoca lo spirito recondito di questa canzone, e la chitarra ne sottolinea i passaggi chiave, splendidi sono gli assoli di armonica.
Nel 1992 organizzò lui stesso la grande celebrazione per il trentennale della carriera di Bob Dylan in cui interpreta due superlative ed infuocatissime cover di Just Like Tom Thumb's Blues e All Along The Watchtower, di quest’ ultima è presente una bellissima versione live in duetto con la Hynde anche in  Road rock Vol.1.
Nelle mie recenti nottate passate a scrivere e a scaricare musica ho trovato anche una bella versione, credo in duetto con Tom Petty, di Everything is Broken del 1990; è davvero affascinante, è penalizzata un po’ dalla registrazione live ma è davvero da ascoltare assolutamente. Neil suona il piano e Petty canta come seconda voce, nel suo insieme è a dir poco travolgente.
 

Chrissie Hynde e i Pretenders


Chrissie Hynde , cantante e chitarrista vagabonda che da un decennio attraversava le carriere delle star del rock cercando invano fortuna ora nella patria Cleveland ora in Australia e in Francia, si stabilì a Londra sotto l'ala protettiva di Nick Lowe nel 1979.
Lanciata dalla canzoncina Kid, si affermò come compositrice erudita, cantante maschia e leader di un complesso grintoso. Nelle sue canzoni si trovano soul-rock vibranti e sfrontati, parlati, sibilati e gridati più che cantati, fino alle ballate folk-pop. Lontana anni luce tanto dallo stile messianico di Patti Smith quanto dal folk introverso di Joni Mitchell, la Hynde e` la prima donna adulta ed emancipata della generazione post-hippy ad imporre la propria personalita` di donna adulta ed emancipata, non quella di poetessa, intellettuale, groupie o altro. Le sue canzoni esibiscono costrutti armonici sempre innovativi, che partono dal rock and roll piu` classico ma lo deformano per strada con la sensibilita` delle bar-band piu` sotto-proletarie.
Nel famoso Last Of The Indipendends, interpretò una bella versione di Forever Young molto in linea con lo stile pop-rock del disco che conteneva cose di più ampio successo come I’ll Stand By You; tuttavia della stessa epoca è una strepitosa versione di Property Of Jesus, eseguita dal vivo e aperta da una dedica a Bob. In questa canzone Chrissie riesce a portarne in luce i suoi risvolti più grintosi, è un brano assolutamente imperdibile, rintracciabile su qualche boot dei Pretenders o scaricabile in rete. Chrissie partecipò alla Bobfest del 1992 con una indimenticabile versione di I Shall Be Released, da ascoltare è la sua voce che si amalgama perfettamente ad un arrangiamento molto rock.
 

Elvis Costello


Elvis Costello (Dedan McManus) e` il massimo teorico del kitsch. La mitologia kitsch, in auge in tempi di revival e di graffiti, viene accuratamente catalogata e riprodotta dall'occhialuto sosia di Buddy Holly, ma quella sintassi primitiva e corriva viene poi piegata a servire le istanze sociali del periodo o sfoghi confessionali dell'artista. Elvis Costello ha sempre dichiarato di stimare e di ammirare immensamente Bob. Nel suo album Kojack Variety del 1996 rilegge in una bellissima versione I Threw It All Away, Elvis è ispiratissimo, la sua voce sembra quella di un crooner del duemila. Di Elvis Costello ci piace anche ricordare una bellissima versione in duetto con Bob Dylan di I Shall Be Released, rintracciabile nel Boot At Tramps del 1999.
 

Bryan Ferry 


Bryan Ferry ha con i Roxy Music inventato un genere di rock futurista che faceva leva su una strumentazione jazz-rock giocato su melodie malinconiche e su ritmi ballabili, grazie al quale funsero da importante trait d'union fra il progressive-rock e il punk-rock. Il sound del complesso era il frutto delle spinte reazionarie e di quelle avanguardistiche che riceveva in quel periodo la musica progressiva in piena crisi.
Il risultato finale fu un genere di canzone elegante imperniato su una strumentazione densa ed eccentrica, su tastiere petulanti, ritmi incalzanti, fiati aggressivi, canto manierato. Nell'insieme un atteggiamento che sapeva produrre scorribande strumentali assai elaborate, ma sempre nell'ottica di una musica "corporale", piu` vicina al "rave-up" che alla suite psichedelica.
Dopo vari album di successo Ferry si è dedicato alla carriera solistica, sin dall’inizio non ha mai mancato di interpretare qualche classico dilaniano. Nel lontano 1972, nel bellissimo disco These Foolish Things, pubblicò una strepitosa versione di Hard Rain, l’incedere quasi rock-gospel di questa è indimenticabile, Ferry ne trae un capolavoro di arte interpretativa, rivisitando in chiave elettrica un brano del primo Dylan acustico, rendendolo fresco e dandogli una immensa fruibilità da parte del grande pubblico. Dylan nella Rolling Thunder rifarà il brano in chiave elettrica, credo ispirandosi a questa versione, tuttavia la live version di Bob è priva dei lustrini tipicamente glam di Ferry, e forse è un bene, a lungo andare potrebbero risultare pesanti.
Mediocre è invece la rilettura di It Ain’t Me Babe presente in Another Time Another Place, la voce è sempre ottima ma ciò che manca è la vena che aveva caratterizzato la versione di Hard Rain. Nel 2002 Ferry ha pubblicato Frantic un disco bellissimo, in cui sono presenti ben due cover di Bob. Per riprendere il filo con il passato, Bryan, richiama in causa ancora Bob Dylan, come aveva fatto negli anni settanta con la magniloquente cover di A Hard Rain’s A-Gonna Fall; in Frantic infatti ritroviamo altre due perle del repertorio dilaniano, It’s All Over Now Baby Blue e Don’t Think Twice It’s All Right.
Dice Bryan riguardo la scelta delle due cover Dilaniane - Sono un grande fan di Dylan, e penso che sia un maestro nell’uso del linguaggio, soprattutto nel suo primo periodo. Scrive testi molto poetici ed emozionanti. I suoi primi album erano realizzati in modo molto semplice, usando solo voce e chitarra, e questo lasciava molte strade aperte per interpretare i suoi pezzi. “It’s all over now, baby blue” è stata la prima canzone che abbiamo registrato e ha creato l’atmosfera giusta per il resto delle session. L’abbiamo completata velocemente, in modo molto spontaneo, e così è stato anche per “Don’t think twice, it’s alright”. Di solito, quando riprendo brani di altri, tendo a rimodellarle, ma “Don’t think twice” è fantastica e ci siamo limitati a sostituire la chitarra con il piano, che dà un’atmosfera diversa alla canzone. E’ semplice e diretta, inusuale per me, probabilmente è la mia preferita del disco.
It’s all Over Now, Baby Blue, ricalca il sentiero battuto con Hard Rain, la resa è tutta elettrica tutta puro rock n’ roll;  non c’è quel gusto grottesco del kitsch languido della decadenza, la canzone se ne giova notevolmente. In Don’t Think Twice, il crooning di Ferry si fa enfatico dilagando incontrollato, sul bellssimo tappeto sonoro di un piano suonato in modo meraviglioso, suggestivo è poi l’assolo di armonica alla fine del brano.
 

Howe Gelb


La saga di Howe Gelb (nativo della Pennsylvania) inizia a Tucson, in Arizona, alla fine degli anni '70, quando e` alla testa dei Giant Sandworms, con i quali incide il singolo An Evening At Wildcat House. Il vero esordio discografico di Gelb fu Valley Of Rain del 1985, accreditato ai Giant Sand. Guidando il movimento revisionista del Sud, Gelb trova nel piglio psichedelico della chitarra il suo stile, ma si ispira piu` palesemente al vecchio southern-rock e a Neil Young.
Tuttavia il disco fondamentale dei Giant Sand, Ballad Of A Thin Line Man (Zippo, 1986), compie un prodigioso passo in avanti, rivelando un sound davvero unico, influenzato in egual misura dai cantautori decadenti tipo Lou Reed e Johnny Thunders, dal rock psichedelico  ma soprattutto da Bob Dylan. Il titolo del disco è ispirato da Ballad Of A Thin Man di Bob e nello stesso disco per dimostrare la sua passione per il Bardo di Duluth è presente una magnifica versione di All Along The Watchtower, lontana dalla rivisitazione hendrixiana tuttavia arricchita di fascino southern.
Gelb e` intanto coinvolto anche nella Band of Blacky Ranchette, un combo con cui sfoga la sua passione per il country di Hank Williams e Jimmie Rodgers.
Nel 1990, in Serve, incluse un'altra perla del repertorio dilaniano, Every Grain Of Sand; questa volta sembra rifarsi al bluegrass, ma ne sceglie solo i tratti minimali arricchiti da poderosi accenti southern, ottima la sua performance vocale.
 

Jeff Buckley


Jeff Buckley nacque a Los Angeles, figlio del grande cantautore Tim Buckley che pero` Jeff vide una volta sola (e verso cui conservera` un astio irriducibile). Trasferitosi a New York, divenne presto celebre nei folk club di Manhattan, grazie a un innegabile talento canoro, come dimostra l' EP Life At Sin - è del 1993. Il talento compositivo e` ancora latitante, come dimostra il fatto che soltanto una delle canzoni e` sua. Le cover, oltretutto, lasciano a desiderare.
La casa discografica monto` una insistente campagna promozionale per l'album Grace (Columbia, 1994), sul quale Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer ma e` anche accompagnato da un complesso di tutto riguardo che conta Lucas, ex chitarrista di Capitan Beefheart.
Il suo e' un cocktail d'alta classe: rievocati i raga sottovoce dei primi Pink Floyd in Dream Brother, Buckley recupera invece lo spirito cupo, rabbioso, nevrotico di Neil Young in Eternal Life. L'equilibrio piu' suggestivo fra quel barocco eclettismo e la sua intensa emotivita' lo trova forse in solenni ballate come Lover, struggente come nell'accezione di Bob Dylan, ma anche travagliate nel solco di Van Morrison. Anche Jeff subì il fascino di Bob e nel periodo subito successivo al suo arrivo a New York realizzò due bellissime cover di Dylan. La prima Mama You’ve Been On My Mind, fa parte di quelle canzoni mai pubblicate su album di Dylan ma notissime al grande pubblico, Jeff all’acustica fa un ottimo lavoro, anche la registrazione che viene da un Home-Demo è ben fatta.
Ancora meglio fa nella seconda Farewell Angelina, più famosa nella versione della Baez che in quella di Bob, Jeff ne recupera lo spirito originario, il cantato è sublime e sicuramente di grande effetto, anche questa canzone viene dagli Home Demo di quel periodo.
Molto strana è una versione telefonica di I Shall Be Released, fu registrata poco tempo dopo la pubblicazione di Grace, durante una session, Jeff riceve una telefonata, e canta al telefono con alcuni amici che suonano dall’altro capo della cornetta. Ne nasce una versione particolarissima, certo l’ascolto va fatto per mera curiosità, perché si tratta più di un divertissment che di altro, tuttavia anche nello scherzo Jeff dimostra di avere le doti per essere uno dei potenziali eredi di Bob.
Il destino sembra pero` accomunarlo al padre piu` di quanto lo faccia la musica: Jeff Buckley viene trovato nel 1997 a Memphis, morto annegato. 


Gran parte del materiale di questo articolo è ripreso da:
- Piero Scaruffi - www.scaruffi.com

Altre fonti:
- Paolo Vites - "Bob Dylan 1962-2002, 40 anni di canzoni", guida imprescindibile nell’universo di Bob Dylan
- www.expectingrain.com, risorsa quotidiana, aggiornatissima sempre su tutto ciò che riguarda Bob
- Rivista Jam, fondamentale per la mia formazione musicale.
- Magazine quadrimestrale Mucchio Selvaggio Extra.
- Maggie’s Farm, la risposta italiana ad expectingrain!


Ringraziamenti:

Alla mia anima grande Michela, che mi ha accompagnato in questo infinito viaggio tra le cover e l’arte di Bob Dylan.
A tutto il popolo di WinMx, una risorsa infinita per le mie ricerche, in particolare all’amico canadese Eric De Beck, meglio noto con il nick di BOBOSSESSIVE, che condivide la mia passione per le cover dilaniane, e suoi sono stati i numerosi file mp3 consultati nel corso del mio lavoro.
A Michele Murino, emerito professore di Arte Dylaniana, a cui prima o poi farò assegnare una Laurea Honoris Causa!



 
 
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