ALCUNE (PRIME) RIFLESSIONI SU
Masked & Anonymous
di Paolo Vites

Prospero: "Where are ya going?"
Jack Fate: "That way"
Prospero: "Mmm? Good direction. What about this way?"
Jack Fate: "Maybe next time"


"Masked & Anonymous" comincia là dove Renaldo & Clara era finito.
Ci si domanda se il regista Larry Charles è stato veramente coinvolto o se è stato solo un prestanome, perché tutto in questo film parla il linguaggio surreale, onirico e soprattutto terribilmente apocalittico di Bob Dylan.
Storia di un Paese, gli Stati Uniti, sconvolti da una rivoluzione in stile sud americano che ha portato al potere un dittatore ("Il Presidente") e da una contro rivoluzione ancora in atto, in cui uno scaltro promoter (Uncle Sweetheart, il grandissimo John Goodman) per pagarsi dei debiti organizza un concerto di beneficenza.



John Goodman (Uncle Sweetheart) e Penelope Cruz (Pagan Lace)
A prima vista il film sembra una auto celebrazione di Bob Dylan come mai si era visto prima.
Insomma, se la stessa medesima storia avesse avuto un altro attore protagonista, e non unicamente brani di Bob Dylan a continuo commento di ogni scena, e i continui riferimenti alla "leggenda", ("Nobody knows who Jack Fate is, he dont make records, he dont make interviews anymore", dice Jessica Lange; "He dont have to: he is a legend", risponde Sweetheart) non facessero appunto sembrare che solo Bob Dylan/Jack Fate ha capito il senso della vita e del mondo, il film sembrerebbe un po' meno autocelebrativo.
Ma tant'è. Dicevamo di Renaldo & Clara: non solo Masked & Anonymous ha l'andamento onirico e caotico di quel film, ma anche, proprio come in R&C, le canzoni sono usate come commento e spiegazione della scena: ad esempio quando Jack Fate telefona al suo vecchio amico, il barista, che non vede più da quando è finito in prigione, si sente "He was a friend of mine" (da Bootleg Series.).
Il film è comunque molto bello, molto in stile Quentin Tarantino, tanto per usare un riferimento, pieno di humour e di grandi attori, su tutti gli eccezionali Jeff Bridges (Tom Friend, il giornalista che deve intervistare Jack Fate), Goodman e la splendida Jessica Lange (Nina Veronica).


Jeff Bridges (Tom Friend) e Jessica Lange (Nina Veronica)
Bellissima per esempio la scena in cui Fate, sul pullman che dalla prigione lo sta portando in città, con in sottofondo Blind Willie McTell, osserva le strade di L.A. piene di vagabondi, soldati, morti, violenze.
Il mondo che Dylan ritrae in questo film è un mondo disperato, è il mondo di "Everything Is Broken" o di "Political World": un mondo che si sta distruggendo, in preda alle corporazioni, ai politici corrotti, alle donne che si vendono per due soldi.
Ma c'è un sottile senso di nostalgia e di speranza per un qualcosa che non c'è più che scorre per tutto il film: gli anni '60.
Bob Dylan, in fondo, è sempre stata ed è ancora l'icona stessa degli anni '60: quando viene fatto uscire di prigione, è come se lo spirito degli anni '60 venisse liberato (e quando lui è entrato in prigione, sembra, è un po' come se lo spirito dei '60 fosse anch'esso finito in prigione).
Quando la bambina di colore canta The Times they are a-changin' e tutti quasi si commuovono alle lacrime, è come se si dicesse: "Ah gli anni '60, quando si cantavano canzoni come queste, quelli sì erano tempi pieni di speranza".


O quando Uncle Sweetheart suggerisce a Jack Fate le canzoni da cantare nel concerto: "Revolution", "Wont get fooled again", "Ohio", "Kick out the jams", tutte le più grandi canzoni a contenuto politico dei '60.
Oppure la fantastica "intervista" di Bridges a Dylan: in pratica un monologo in cui si chiede di Jimi Hendrix, di Woodstock, di dove sia finito tutto quello.
Momento strepitoso, probabilmente il più alto del film.
Divertentissimo il momento in cui finalmente il concerto ha inizio e la fidanzata del giornalista (Pagan Lace interpretata da Penelope Cruz), seduta tra il Papa e Gandhi (!) commenta le canzoni di Jack Fate, proprio come certi fans commentano quelle di Bob Dylan:
"Oooh, they are so ooopen to interpretation", e lo stesso fa Uncle Sweetheart: "Lui è così diverso da tutti gli altri"?
Alla fine del film Jack Fate torna in prigione, accusato di un omicidio che non ha commesso: con il suo fantastico miglior sorriso si sente la sua voce fuori campo commentare mentre parte "Blowin' in the wind" e sembra dirci: lo spirito dei '60 non può vincere, oppure c'è ancora speranza finché rimaniamo legati alle buone cose dei '60. Non lo so.
Il film è soprattutto una portentosa metafora della libertà dell'uomo, da tutto, non solo dal punto di vista politico, e i chiari riferimenti a Dio che ci sono qua e là sembrano anche suggerire come Dylan, di fronte a un mondo in rovina, sappia che la speranza non venga dagli uomini.

Jack Fate: "The way we look at the world is really the way we are
I stopped figurin' the way things are a long time ago"


Paolo Vites



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