DYLAN
MEMORIE PER SOPRAVVIVERE ALLA LEGGENDA

di Federico Vacalebre dal Mattino dell' 11.10.04

«Chronicles: volume one»: l'ultima persona da cui mai ci si sarebbe
aspettati un'autobiografia era Robert Allen Zimmerman, ma solo lui
poteva immaginare un'autobiografia così, che parla di musica, canzoni ed
emozioni evitando sesso, droga, gossip e agiografia. Forse nello
scrivere le proprie memorie Bob Dylan non ha fatto altro che applicare
alla scrittura il metodo con cui affronta il «Neverending tour» che lo
porta a girare il mondo - a 63 anni e con un cuore malandato - concerto
dopo concerto. Sul palco «l'uomo che introdusse l'arte nel jukebox» - la
definizione è di Allen Ginsberg - violenta le proprie canzoni sino a
renderle irriconoscibili. Nella propria autobiografia si vendica delle
interpretazioni dei suoi esegeti dylaniani e dylaniati demolendo
ulteriormente il proprio mito.
La voce di Sean Penn. Simon & Schuster porteranno il libro domani nelle
librerie d'America (in Italia lo pubblicherà nel prossimo gennaio
Feltrinelli con la traduzione di Alessandro Carrera), puntando anche
sulla versione audiolibro (sei ore: 5 cd o 4 cassette) con Sean Penn
narratore.
Maledetti biografi. «Forse avevo voglia di mettere a tacere qualche
leggenda sul mio conto, ma non così tanto da farmi superare la fatica di
scrivere un libro. Non dovevo chiedere scusa a nessuno, spiegare nulla.
Mi affascinava, però, l'opportunità offertami dalle parole sulla carta,
vedere come certe persone avrebbero acceso una luce nei miei ricordi»,
spiega Dylan. Non cercate lo stile confuso e onirico di «Tarantula», il
suo unico romanzo, pubblicato nel 1971: il rocker si racconta con tono
quotidiano, ignorando, anzi evitando, qualsiasi logica temporale.
«Scrivere una canzone è quello che so fare. Dentro le mie canzoni uso
molti simboli, molte metafore, adatte al ritmo musicale. Ho dovuto
rinunciare a tutto questo per mettere in piedi un manoscritto, mettendo
a freno la mia immaginazione. E non posso dire che il processo mi sia
piaciuto. Con un libro come questo ti accade che dopo un po' non stai
più vivendo la tua vita, stai solo pestando sulla macchina da scrivere».

Le memorie di Robert. La giovinezza in Minnesota, l'arrivo a New York,
il faro Woody Guthrie, il successo e la difficile convivenza con la
fama... «Chronicles» aggiunge poco al Dylan che conosciamo già, procede
al massimo negando o eludendo alcune tesi. Certo, c'è la curiosità di
scoprire il bambino Bob che sognava di arruolarsi all'accademia militare
di West Point, o il grande pugile Jack Dempsey che gli suggerisce di
metter su qualche chilo. Ma, soprattutto, c'è il bisogno di sopravvivere
al mito di Dylan, del menestrello alla ricerca delle canzoni nel vento,
della chitarra destinata a guidare la rivoluzione prossima ventura:
«Quando ero a Woodstock mi fu subito perfettamente chiaro che la
controcultura era uno spaventapasseri vestito di foglie morte».
Contro il proprio mito. «Io non appartenevo a nessuno», scrive Dylan
pensando a quando il movimento pretendeva che lui gli dettasse la linea
da seguire, diventasse il portavoce delle generazione che avrebbe dovuto
cambiare l'America. Bob si sente un «capro espiatorio» destinato a
guidare la carica contro l'Impero Romano armato di «Blowin' in the wind»
e «Masters of the war», ma «l'America non era l'Impero Romano e io ero
solo un cantante folk e non un predicatore che faceva miracoli». Il
ruolo di principe della protesta non si concilia con la sua libertà
artistica, con il suo bisogno di essere sempre solo e soltanto se
stesso. Joan Baez cantava «To Bobby» invitandolo a guidare le masse e
lui, in qualche rara intervista, ripeteva desolato: «Non sono il
portavoce di niente e di nessuno», ma poi gli articoli dei giornali
titolavano «il portoce nega di essere il portavoce» e lui finiva sulle
copertine tra Malcolm X, Kennedy e Castro, descritto nei modi più
improbabili: il vescovo della protesta, lo zar del dissenso, il duca
della disobbedienza, il leader dei libertari, il kaiser dell'apostasia,
l'arcivescovo dell'anarchia, il profeta della rivolta, l'icona della
nuova gioventù, il Buddha delle strade in rivolta.
Uno, nessuno e centomila. Inizia così, insomma, il bisogno di «prendere
il toro per le corna e rimodellare la propria immagine, o comunque
modificare la percezione di essa». Succede così che il menestrello folk
elettrifica la sua chitarra, il poeta militante canta l'amore, il rocker
s'aggrappa al country.
Tabù? Appena un accenno all'incidente motociclistico del 1966, silenzio
assoluto sul divorzio da Sarah o sulla conversione al cristianesimo:
«Sono cose che rientrano nella categoria che non conta», assicura lui:
«Questo libro non è una confessione pubblica. Ci si confessa quando si
vuole fare penitenza e non è il mio caso. I dettagli personali sono
importanti se servono per fare andare avanti una storia, altrimenti...».

Altri due volumi. All'appello, oltre alla vita privata, mancano dischi
storici come «The freewheelin' Bob Dylan» e «Blood on the tracks».
Appuntamento a «Chronicles» 2 e 3. E alle prossime date del «Neverending
tour», naturalmente. Finché un disco nuovo non riunisca di nuovo il
dylaniato popolo dylaniano.







 


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