Masked and Anonymous

Ho visto il film di Bob Dylan e mi è piaciuto.
Ho amato la sua maschera imperturbabile, la storia, i colori, le inquadrature, i personaggi.
Mi è piaciuta la denuncia di quel mondo da Sud America e stadio argentino, da Pinochet o Bushet, nel quale si svolge l’azione; lo squallore della città, le libertà cancellate, la violenza, i doppi, tripli, quadrupli giochi del dittatore, dei rivoluzionari e dei controrivoluzionari. Insomma, la metafora della grande bugia che ci riguarda.
A parte qualche tocco estetico in più, la città di Fate è simile alle nostre e quello che accade nel film sta succedendo nella realtà, non solo in Afghanistan e in Iraq, ma anche nei paesi occidentali, anche se in modo più polite.
Mi è piaciuto Jack Fate che recitava Bob Dylan e Dylan che recitava se stesso mascherato da Jack Fate.
In fondo, perché mai si dovrebbe andare a vedere un film con Bob Dylan se non per vedere Bob Dylan? E così è stato.
Con Masked and Anonymous Dylan  si è un po’ smascherato, in modo metaforico come è logico per un poeta. Eppure mi è parsa chiara la sua posizione riguardo alla guerra e ai paesi, come il suo, che la fomentano.
Se dopo l’undici settembre il suo silenzio era stato, grazie a Dio, assordante, il suo film mi sembra parli invece in modo esplicito.
Mi ha intrigato la storia fascinosa e strampalata: i misteriosi fratelli gemelli, il padre-dittatore moribondo, il figlio della domestica, invidioso compagno di giochi infantili, che diventerà un dittatore più sanguinario del suo predecessore. Personaggi del mondo schizofrenico, senza onore e senza gloria, in cui viviamo: donne crudeli, madri mentecatte, uomini vigliacchi, traditori, deboli e pazzi, ragazze dalla preghiera compulsiva, amanti  perdute.
Insomma, il nostro zoo quotidiano, quindi perché stupirsi e fare gli schizzinosi?
Bob Dylan ha raccontato il suo, nostro mondo, con la poesia ermetica che da sempre usa per le sue canzoni.
Il suo personaggio è carico di saggezza non perché sia migliore degli altri, ma perché ha raggiunto la consapevolezza, fine ultimo e agognato di ogni psicoanalisi riuscita. Jack Fate accetta il suo destino senza ribellarsi, dopo aver fatto fuggire, salvandolo, il giovane Bobby Cupid, suo alter ego. Poi, come distaccato dagli orrori che lo circondano, indifferente a ciò che lo aspetta, sale sull’auto che lo riporterà in prigione, mentre intorno a lui la guerra civile semina terrore e morte. Eppure, nel suo sguardo assurdamente sereno c’è la compassione di un taoista perfetto.

Nella camera fissa finale, Dylan ci guarda per quasi un minuto intero, immobile, solo lievi e impercettibili mutamenti dello sguardo ci suggeriscono i suoi pensieri.  E non è forse questa una prova da attore consumato? Last but not least, i dialoghi sono superbi, ma non poteva essere diversamente, sono quasi tutte citazioni dylaniane.

Liaty Pisani




 


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