“Magie di un combattente”
di Davide “the saint” Imbrogno

A più di cinque anni dall’ultimo lavoro con la E Street Band, il grande combattente del rock Bruce Springsteen, è tornato con i suoi vecchi compagni. Il nuovo disco di Springsteen si chiama “Magic”, ed è proprio il titolo ad annunciarci un’atmosfera magica, energica, passionale e poetica. “Magic” è un disco con una carica rock, pronta a rievocare i vecchi capolavori del Boss. Nel 2005 aveva inciso “Devils and dust” un disco acustico, che seguiva la scia e l’atmosfera dei precedenti lavori acustici: “Nebraska”(1982) e “The ghost of Tom Joad”(1995). Nel 2006 con la Seeger session, ebbe la capacità di farci immergere nella tradizionale musica folk americana.
     Oggi, ascoltiamo il suo ritorno al rock.
 
     Dodici canzoni (compresa una ghost-track) compongono il disco, e alcune di esse sono dei veri e propri capolavori. “Magic” si apre con una strepitosa “Radio Nowhere”, una canzone dura, un urlo di rabbia. In questo brano, Springsteen, sembra dirci che a cinquantotto anni ancora non si è arreso a nulla, ma vuole sentire il suono di mille chitarre, di mille batterie rombanti, un milione di voci cantare, pronto a percorre la sua strada, pronto ad urlare per risvegliare ogni coscienza addormentata. “Livin’in the future” è la testimonianza di come Springsteen non abbia smesso di creare canzoni “spumeggianti”, una “Glory days” del duemila.
     La canzone “Magic” è un vero e proprio capolavoro. Una ballata struggente, ci parla d’illusioni, giochi di magia, anime impiccate, e ci viene spontaneo pensare che tutto sia una metafora di un mondo fatto di menzogne. Un mondo guidato da illusionisti pronti ad ingannare e uccidere ogni anima colma di semplicità e purezza. In “Long walk home” si richiama il bisogno di  tornare a casa. Il suono della chitarra acustica, appare come il trottare di un cavallo, un galoppo sulla strada del ritorno, un ripercorrere i sogni passati e riviverli in un cammino. “Girl in the summer close” è una canzone d’innocenza. Da qualche parte l’amore sopravvive in maniera libera, in maniera giusta, in maniera pura e solitaria. “Devil’s arcade” è uno dei brani più spirituali, il mondo ci appare come un luogo creato per pochi demoni, e tutti gli altri sono costretti a pagare per i peccati altrui. Una canzone attuale e profetica, ascoltandola potremmo pensare ai monaci birmani, ai martiri del passato, vittime innocenti, padri e figli, santi e profeti, dissidenti e cadaveri.
     La gost-track è una canzone dolorosa e malinconica, scritta per il suo amico Terry, scomparso a luglio di quest’anno. Chitarra, piano e armonica si elevano per evocare fratellanza e malinconia.
 
     “Magic” è un disco che acquisterà ulteriore valore quando verrà suonato dal vivo. Come sempre, il vero Springsteen lo si vede nei concerti; con la sua camminata zoppa sale sul palco, imbraccia la chitarra, schizza sudore da ogni poro, chiude gli occhi, capace di far sognare ogni illuso che ha pagato il biglietto d’entrata. Springsteen è l’ultimo degli immortali. L’erede di Dylan.
     Ancora una volta, Bruce, ha dimostrato di essere un uomo carico di umanità e sentimento. Un artista, un guerriero solitario, pronto a percorrere la sua strada, tenendo in mano una chitarra quasi fosse un’arma, una fedele compagna con la quale si può raggiungere l’assoluto, l’immenso, l’inafferrabile. Springsteen è un poeta rifugiatosi nell’oscurità ai margini della città, un’anima vagabonda nata per correre.